Sante Messe in rito antico in Puglia

sabato 16 luglio 2016

La fervida devozione alla Madonna del Carmelo in Italia

Nella festa della Madre e Regina del Monte Carmelo, rilanciamo questo contributo di Cristina Siccardi.


















Icona della Madonna del Carmine detta "la Bruna", Basilica del Carmine Maggiore, Napoli


Madonna del Carmine, XVIII sec., Chiesa della Madonna del Carmine, Manfredonia

Madonna del Carmine, XVIII-XIX sec., Chiesa del Carmine, Andria

Ambito marchigiano, Madonna del Carmine, XVIII sec., museo diocesano, San Benedetto del Tronto

Gianfrancesco Modigliani, Madonna del Carmine tra i SS. Girolamo, Francesco d'Assisi, Giovanni Battista e Caterina d'Alessandria, fine XVI sec. - inizi XVII, Chiesa di S. Domenico, Cesena

Giovanni Battista Tiepolo, La Vergine Maria consegna lo scapolare a S. Simone Stock alla presenza dei SS. Teresa d'Avila, Alberto di Gerusalemme ed Elia, con le anime purganti, 1721-27, Pinacoteca di Brera, Milano

Ambito romagnolo, La Vergine col Bambino consegnano lo scapolare a S. Simone Stock, XVIII sec., museo diocesano, Cesena

La Vergine Maria consegna lo scapolare a S. Simone Stock con anime purganti, Chiesa del Carmine, Milazzo

Luca Giordano, Madonna del Carmine con le anime purganti, 1684, Chiesa di S. Pietro in Castello, Venezia

Ambito emiliano, Madonna del Carmelo tra i SS. Luigi Gonzaga e Carlo Borromeo, XIX sec., museo diocesano, Bologna

Ambito ligure, S. Simone Stock riceve dalla Vergine cl Bambino lo scapolare, XIX sec., museo diocesano, Chiavari 

Enrico Scuri, S. Simone Stock riceve lo scapolare, 1835, Bergamo

Ambito bergamasco, La Madonna del Carmelo consegna lo scapolare a S. Simone Stock, 1859 

Giuseppe Carsana, Madonna del Carmine, 1865, museo diocesano, Bergamo

Sebastiano Santi, Madonna del Carmine col Bambino in trono tra i SS. Francesco d'Assisi e Anna, 1850-60, oratorio Madonna del Carmine, Padova

Alessandro Abate, Madonna con S. Simone Stock e anime purganti, 1915, Catania

Luigi Morgari, Madonna del Carmine e S. Simone Stock, 1924 circa, Chiavari


Ambito meridionale, Madonna del Carmelo ed anime purganti, XIX sec., Rossano Calabro



La fervida devozione alla Madonna del Carmelo in Italia

di Cristina  Siccardi

Innumerevoli sono, da Nord al Sud d’Italia, i Santuari dedicati alla Madonna del Carmelo e innumerevoli saranno, come da tradizione, le processioni ed i riti che si terranno, anche quest’anno, in occasione del 16 luglio.
Parallelamente ad una civiltà profana e pagana, rimangono a baluardo della cristianità proprio i Santuari, dove gli abitanti di questi luoghi si sentono legati da un’antica e sacrale appartenenza, che va ben al di là delle ideologie e delle mode. Dietro ad ogni Santuario del Carmine esistono grazie e miracoli privati e collettivi. Antiche e recenti storie prodigiose a dimostrare il soccorso mariano. Il legame che unisce le popolazioni italiane alla Madonna del Carmelo è sorprendente e si è stabilito, con grande frequenza, con gli allevatori, i pescatori, gli agricoltori, gente che trae dalla natura il sostentamento delle proprie famiglie.
Processioni, preghiere, rosari, novene, tenzoni medioevali, sbandieratori, falconieri, maestri d’armi, giochi, tripudio di colori, fiori e fuochi pirotecnici creano scenografie propizie per i momenti di festa dedicati alla Madonna, dove le persone dimenticano temporaneamente di vivere in un tempo anticattolico. Da oltre 400 anni, per esempio, la tradizione ripete a Cuneo, con gli stessi percorsi, gli stessi riti, gli stessi oggetti devozionali e le stesse divise del XVII secolo la processione della vigilia della Festa mariana.
Lo scorso anno 70 confraternite e oltre 1000 confratelli hanno partecipato al corteo religioso, vestiti dei costumi tipici dei Cavalieri del Santo Sepolcro, di Santa Croce, delle Umiliate di Bernezzo, della Misericordia, dei Battuti di Fossano, di San Sebastiano di Castelletto Stura, oltre a quelle della Cattedrale guidate dalla Compagnia del Carmine, dagli incappucciati di San Sebastiano, dei confratelli di San Giacomo e da Confraternite francesi, monegasche e di Siviglia. Presenti anche gli impressionanti Cristi liguri portati a spalle dai giovani.
A Chialamberto, nelle Valli di Lanzo (Torino), in frazione Vonzo, la Vergine del Carmelo viene onorata nel Santuario della Madonna del Ciavanis la seconda domenica di luglio, con pellegrinaggio la mattina al Santuario, posto a circa 1800 m s.l.m. In un tripudio alpino di magnificente bellezza si perviene al magnifico spalto del Santuario mariano, cui si accede salendo 300 scalini in pietra.
A Luzzogno (Verbania) vengono consegnati gli scapolari, ogni 16 luglio, ai bambini che compiono 1 anno, come atto di affidamento alla Madonna e ogni 50 anni la statua della Vergine viene trasportata solennemente: la prossima processione cadrà nel luglio del 2037. A San Valentino, frazione di Badia Calavena (Verona), la festa della Madonna del Carmine dura tre giorni con triduo di preparazione, musica e fuochi d’artificio.
Nella chiesa è visibile una fotografia dei 50 soldati di San Valentino che, grazie all’intercessione della Madonna, tornarono a casa dopo la seconda Guerra mondiale. La mattina della prima domenica seguente il 16 luglio, nella Chiesa di Santo Stefano del Ponte a Sestri Levante (Genova), i Sestresi festeggiano la Madonna del Carmelo quale «grande madre delle vigne e dei frutteti». La statua della processione, con la confraternita e grandi crocefissi, viene addobbata con grappoli d’uva fatti maturare in anticipo.
A Terracina (Latina) la statua della Madonna viene portata in processione prima per le strade addobbate con le luminarie, poi, giunta al porto, prende la via del mare sull’ultima delle paranze dei pescatori illuminate per l’occasione. All’altezza del promontorio del Circeo viene gettata una corona di alloro e fiori in ricordo dei caduti in mare. Al rientro in porto la statua viene accolta da uno spettacolo pirotecnico, mentre cittadini e turisti si affollano sulle bancarelle della fiera e intorno ai banchi dei pescatori in occasione della Sagra del pesce.
A Roma la Festa del Carmine è molto sentita e viene celebrata in tutte le parrocchie, conventi e monasteri Carmelitani. Il primo sabato dopo il 16 luglio inizia la Festa de Noantri, la più popolare solennità religiosa di Roma, che ha il suo vertice nella processione della Madonna Fiumarola in barca sul Tevere, l’ultima domenica di luglio. Il 15 luglio, nel paese di Campomaggiore (Potenza), vengono portati in processione delle sculture a forma di chiesa, realizzate dai diversi quartieri del paese.
Il 16 luglio si svolge la solenne processione, alla quale partecipano donne che seguono scalze la statua della Vergine, cantando alla Madonna del Carmelo. La benevolenza della Vergine per questo luogo è riscontrabile nell’aver intercesso per la salvezza della popolazione intera dalla frana che distrusse il paese nel 1885, rivelando a due contadini l’imminente catastrofe.
I festeggiamenti a Napoli si protraggono per una settimana circa e trovano il loro culmine in uno spettacolo pirotecnico che prevede l’accensione di fuochi che circondano il campanile della Chiesa della Madonna del Carmine di 75 metri, il più alto della città. L’origine della festa è rievocativa di un evento miracoloso: il 17 ottobre 1439 la città era assediata dall’esercito di Re Alfonso V d’Aragona e del fratello Pietro, intenzionati a contendere il trono di Napoli al duca Renato d’Angiò.
Pietro diede ordine di colpire il convento del Carmine divenuto caposaldo dell’armata Angioina e da una enorme bombarda fu sparata una palla contro il convento, che cadde dove era custodito un crocifisso ligneo della seconda metà del XIV secolo: non solo esso non venne distrutto, ma cambiò le pose facciali e del corpo. Da allora è oggetto di grande venerazione ed è custodito sotto l’arco del transetto, dentro un grande tabernacolo.
I festeggiamenti a Gragnano (Napoli), durano circa 15 giorni, durante i quali oltre alle novene e alle omelie di predicatori francescani, si celebrano due processioni; una grande folla di fedeli le accompagna, dominate dal grande carro dorato trainato dai simboli dei quattro evangelisti, sul quale la Madonna risplende nei suoi abiti carmelitani, con corona e manto regale.
A Sannicandro di Bari si festeggia il 15 e il 16 luglio. Nella seconda parrocchia sannicandrese, il Carmine, si inserisce la manifestazione dell’abitino dei Quattro Cantoni, meglio conosciuta come «U Pizz’kellò». Il gioco consisteva e consiste nel realizzare una piramide umana, composta da nove persone che deve avanzare su un percorso rettilineo. I quattro Cantoni sono le quattro contrade del paese (ossia Assunta, Torre, Carmine e Castello) che si sfidano in gare ad eliminazione diretta.
Palmi (Reggio Calabria) fu epicentro del terremoto del 16 novembre 1894, la sera dell’evento la popolazione portò in processione la statua della Madonna del Carmine che, fin dal 31 ottobre mostrava segni prodigiosi quali pianto, movimenti degli occhi, cambio di colorazione del volto. Quando la processione raggiunse l’estremità della città, si verificò il violento sisma che colpì gran parte delle case, ma perirono solo 9 persone su circa 15.000 abitanti, la maggior parte dei quali si trovava in processione. A Buseto Palizzolo (Trapani) la festa è tra le più sentite manifestazioni di fede della Sicilia Occidentale.
Dopo la Santa Messa del 16 luglio celebrata dal Vescovo, la pregevole immagine della Madonna del Carmelo con Bambino, opera dello scultore Rosario Bagnasco, viene «scinnuta», ovvero scesa dall’altare maggiore, e rivestita con abiti bianchi a protezione dal sole e dalla polvere, e trasportata a spalla nella Chiesa della Madonna di Fatima di Pianoneve, seguendo un suggestivo percorso tra campi, ulivi e vigne.
Questi sono minimi esempi della galassia Flos Carmeli disseminata su tutta la penisola, i cui echi non possono raggiungere gli attuali interessi di chi ha potere, ma la Vergine del Carmelo si muoverà ancora alla vista dei sinceri onori a Lei tributati e all’ascolto della soave orazione a Lei dedicata: «Madre mite, pura nel cuore, ai figli tuoi sii propizia, stella del mare (…) Giglio cresciuto tra alte spine, conserva pure le menti fragili e dona aiuto. /Forte armatura dei combattenti, la guerra infuria, poni a difesa lo scapolare./ Nell’incertezza dacci consiglio, nella sventura, dal cielo impetra consolazione (…)».

martedì 12 luglio 2016

Critica alla Amoris laetitia di 45 teologi e filosofi cattolici di tutto il mondo

Che l’esortazione Amoris laetitia fosse un documento, che, sia nel suo insieme sia nelle singole parti, era gravemente problematico, lo abbiamo detto e sottolineato sin dal principio. Peraltro da ultimo segnalavamo, in tal senso, un interessante studio di don Alfredo Morselli che si soffermava sul cap. VIII del documento. Indicavamo tuttavia come profili problematici vi erano anche al di fuori di questo capitolo, laddove si suggerivano agli sposi cristiani pratiche proprie della gnosi orientale come il tantra, il kama-sutra, ecc. (v. qui). Lo stesso don Morselli – questo ci confortava – validava questa nostra analisi, condividendola al 100% (cfr. don Alfredo Morselli, Amoris laetitia: “famolo strano”?, in blog MiL. Messa in latino, 2.7.2016).
Ora si ha notizia dell’individuazione di una serie di proposizioni eretiche, che sono state censurate da teologi, filosofi e pastori d’anime. Queste proposizioni sono state sottoposte al cardinale decano del sacro collegio, card. Sodano, affinché intervenga per il ritiro del documento o per la sua correzione.
Il portavoce del gruppo che ha censurato le proposizioni ha affermato – per smorzare i toni – che non si accusa nessuno di eresia, sebbene, tuttavia, vengano stigmatizzati gli errori contro la fede contenuti nel documento. Per cui, parlare di errori contro la fede e non di eresia, sa proprio di una questione solo di etichetta, che nulla toglie alla sostanza delle cose.
Del resto, la vicenda ricorda molto quanto avveniva in passato laddove università cattoliche e facoltà teologiche censuravano le proposizioni di un’opera di un autore, bollandole come eretiche, senza che si rendesse necessario l’intervento di un’autorità ecclesiastica specifica, che, se interveniva, validava queste censure prendendone atto. Capitò ad es. ad Erasmo da Rotterdam censurato dall’Università di Parigi, che era un’autorità teologica indiscussa.
Che qualcosa del genere possa capitare pure oggi?

Critica alla Amoris laetitia di 45 teologi e filosofi cattolici di tutto il mondo

di Emmanuele Barbieri

Un gruppo di 45 teologi, filosofi e pastori di anime di diverse nazionalità ha consegnato nei giorni scorsi al Cardinale Angelo Sodano, Decano del Sacro Collegio, una forte critica dell’Esortazione Apostolica post-sinodale Amoris laetitia. Nelle prossime settimane il documento, in diverse lingue, sarà fatto pervenire ai 218 Cardinali e ai Patriarchi delle Chiese Orientali, chiedendo loro di intervenire presso Papa Francesco per ritirare o correggere le proposizioni erronee del documento. La notizia è stata diffusa da Edward Pentin.
Nel descrivere l’esortazione come contenente “una serie di affermazioni che possono essere comprese in un senso contrario alla fede e alla morale cattoliche”, i firmatari hanno presentato insieme all’appello una lista di censure teologiche applicabili al documento, specificando “la natura e il grado degli errori che potrebbero essere imputati ad Amoris laetitia”.
Tra i 45 firmatari vi sono prelati cattolici, studiosi, professori, autori e sacerdoti di varie università pontificie, seminari, collegi, istituti teologici, ordini religiosi e diocesi di tutto il mondo.  Essi hanno chiesto al Collegio dei Cardinali che, nella loro veste di consiglieri ufficiali del Papa, rivolgano al Santo Padre la richiesta di respingere “gli errori elencati nel documento, in maniera definitiva e finale e di affermare con autorità che Amoris Lætitia non esige che alcuna di esse sia creduta o considerata come possibilmente vera”.
“Non accusiamo il papa di eresia”, ha detto il portavoce degli autori, “ma riteniamo che numerose proposizioni in Amoris lætitia possano essere interpretate come eretiche sulla base di una semplice lettura del testo. Ulteriori affermazioni ricadrebbero sotto altre censure teologiche precise, quali, fra l’altro, “scandalosa”, “erronea nella fede” e “ambigua”".
Il Codice di Diritto Canonico del 1983 afferma che “In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi [i fedeli] hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli” (CIC, can. 212 §3).
Il documento di 13 pagine cita 19 passaggi dell’esortazione che sarebbero in contrasto con le dottrine cattoliche. Queste dottrine includono la reale possibilità con la grazia di Dio di ubbidire a tutti i comandamenti; il fatto che alcune specie di atti sono errati in ogni circostanza; l’autorità maritale; la superiorità della verginità consacrata sulla vita coniugale; la legittimità della pena capitale in determinate circostanze. Il documento sostiene anche che l’esortazione pontificia mina l’insegnamento della Chiesa secondo il quale i cattolici divorziati e risposati che non s’impegnano a vivere in continenza non possono essere ammessi ai sacramenti finché permangono in quello stato.
Secondo gli autori, la vaghezza o l’ambiguità di molte affermazioni della Amoris laetitia permettono interpretazioni il cui significato naturale sembra essere contrario alla fede o alla morale. Per questo, il portavoce ha dichiarato:
“È nostra speranza che chiedendo al nostro Santo Padre una condanna definitiva di quegli errori possiamo aiutare a dissipare la confusione che Amoris laetitia ha già provocato tra i pastori e i fedeli laici. Tale confusione infatti può essere efficacemente dissipata solo da un’affermazione esplicita di autentico insegnamento cattolico da parte del Successore di Pietro”.
Le censure dei 45 teologi e filosofi non pretendono di elencare una lista esaustiva degli errori contenuti nella Amoris laetitia ma di identificare nel documento quelle che appaiono essere le peggiori minacce alla fede e morale cattoliche.
L’iniziativa si presenta come la più importante vice critica fin qui espressa nei confronti dell’Amoris laetitia, dopo la sua promulgazione il 19 marzo 2016.

Il diritto liturgico - intervista al dott. Daniele Nigro

Rilanciamo volentieri quest’intervista di un nostro amico, il dott. Daniele Nigro, sul diritto liturgico.

Il diritto liturgico

In relazione al tema di questo nostro numero della rivista: Il diritto liturgico, segnaliamo ai lettori un prezioso libro del dott. Daniele Nigro dal titolo: I diritti di Dio – La liturgia dopo il Vaticano II, ed. Sugarco, 2012.
Il libro ha la prefazione del card. Raymond Leo Burke, ed in esso si afferma che: «Sembra che la riforma liturgica abbia inferto un duro colpo all’osservanza delle norme fondamentali della liturgia romana, se non al principio stesso di diritto liturgico. Cosa è successo? […] Papa Benedetto XVI ha precisato ad esempio che “il nuovo messale veniva inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile”».
Al dott. Nigro abbiamo rivolto alcune domande per comprendere il significato e il valore del diritto liturgico e illuminare su questo argomento, alquanto incompreso e trascurato, i nostri lettori.
Al dottore un cordiale e grato ringraziamento per questo suo prezioso e competente contributo, che certamente sarà letto con interesse e con frutto dai nostri abbonati.

1. Cosa si deve intendere per diritto liturgico?

Per rispondere in maniera esaustiva a questa domanda, occorrerebbero tempo e spazio che, purtroppo, qui non abbiamo, anche perché negli ultimi tempi si è scritto e dibattuto molto su cosa debba intendersi per diritto liturgico; tuttavia cercherò di sintetizzare gli aspetti più importanti della questione. In generale, la maggior parte della dottrina, intende per diritto liturgico l’insieme delle norme che regolano la Liturgia. Senza condannare del tutto tale definizione di diritto liturgico, occorre dire che essa è solo parziale, e rischia di ingenerare l’idea che il diritto sia liturgico non per essenza, ma solo per appartenenza. In realtà si ritiene il diritto come qualcosa di esterno alla Liturgia, come qualcosa che non è parte della realtà liturgica, ma che si utilizza perché, come tutte le azioni umane, anche la Liturgia ha bisogno di essere ordinata e regolata.
Allora, per capire più in profondo il legame tra diritto e Liturgia, conviene recuperare la nozione tomista di diritto, acquisita dal patrimonio romano, secondo la quale il diritto è la ipsam rem iustam, la cosa giusta in se stessa, ciò che è giusto. Così, da questa prospettiva, il punto di partenza non è più la legge o norma che regola la Liturgia, che pure è importante, ma la dimensione di giustizia della “cosa liturgica”, in altre parole ciò che è giusto nella Liturgia. Più che regola, il diritto è una componente sostanziale strutturante e configurante dell’azione sacra. L’orizzonte positivista, nel quale siamo stati abituati a muoverci, lentamente si allarga, per essere poi abbandonato e poter penetrare nell’essenza delle cose.
Infine bisogna sempre ricordare che il diritto liturgico è in stretta correlazione con l’essenza pubblicistica della Liturgia, ascrivibile alla sistematicità istituzionale della Chiesa. Essa è il “culto pubblico totale del Corpo mistico di Cristo”. Puntuali e profonde sono, a tal proposito, le parole utilizzate dal Servo di Dio Pio XII nell’enciclica Mediator Dei: «La Sacra Liturgia è il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre come Capo della Chiesa, ed è il culto che la società dei fedeli rende al suo Capo e, per mezzo di Lui, all’Eterno Padre. È, per definirla più brevemente, il culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra». Esse compongono, a mio avviso, la più compiuta ed eccelsa definizione di cosa la Chiesa intenda per Liturgia.

2. Come si manifesta il diritto all’interno delle celebrazioni liturgiche?

Se si segue l’impostazione poc’anzi delineata, le manifestazioni del diritto nella Liturgia sono molteplici. Una buona parte di queste, anche se non va assolutizzata, riguarda per esempio i diritti dei fedeli, derivanti dal diritto enunciato nel n. 12 dell’Istruzione Redemptionis sacramentum: «Tutti i fedeli, invece, godono del diritto di avere una liturgia vera e in particolar modo una celebrazione della santa Messa che sia così come la Chiesa ha voluto e stabilito, come prescritto nei libri liturgici e dalle altre leggi e norme».
Tuttavia, lo stesso numero dell’Istruzione, fa riferimento a quella che potrebbe ritenersi la manifestazione più nota ed evidente del diritto nella Liturgia, ovvero le rubriche. Senza addentrarci troppo nella questione, ricordiamo che le rubriche, in ambito liturgico, sono le prescrizioni che regolano lo svolgimento del culto. Il loro nome è dovuto al fatto che, per distinguerle meglio dai testi che regolavano, si cominciò a vergarle in rosso, da qui rubricae. Esse si possono trovare o raggruppate in particolari libri, o riunite all’inizio dei libri liturgici o al principio delle singole parti, oppure, infine, incluse tra un testo e l’altro.
È bene ricordare che l’individuazione di un rito e la possibilità di distinguerlo da un altro, ovvero l’identità dell’esecuzione liturgica, sono date dalla fissazione normativa dello svolgimento di tutti i movimenti. La rubricistica cattolica ha regolato ciò in modo minuzioso, a motivo dell’importanza notevole degli atteggiamenti del corpo nella Liturgia, impedendo così il personalismo del celebrante e nello stesso tempo riducendo quello dei fedeli ad una gamma ristretta di gesti fatti in gruppo. Alla base di tale processo di formazione rubricale, spontaneo ed auspicato sin dai primi tempi della Chiesa, vi è la preoccupazione fondamentale dell’autorità ecclesiastica di salvaguardare l’identità del rito romano non tanto come espressione cerimoniale, ma come manifestazione del credo della Chiesa Cattolica. Sebbene oggi col termine “rubricismo” le si voglia condannare, e nella pratica si è giunti addirittura ad ignorarle generando un effetto caotico nell’ambito liturgico - effetto riscontrabile da tutti in questi tempi - in realtà senza le rubriche il rito romano non avrebbe i suoi connotati dottrinali, culturali e spirituali che lo contraddistinguono in special modo dai riti orientali e, con le dovute distinzioni, dagli altri riti occidentali ancora in vita o scomparsi.

3. Il diritto liturgico è parte facoltativa o necessaria dei riti liturgici?

Alla luce di quanto asserito nella risposta alla prima domanda, ovvero che il diritto è una dimensione intrinseca e connaturale del fenomeno liturgico, esso non può assolutamente essere considerato una parte facoltativa della Liturgia, salvo, in caso contrario, perdere il senso vero ed autentico del culto pubblico della Chiesa. Ovviamente con ciò non si vuole affermare che il diritto sia tutto o la cosa più importante, ma solo far comprendere come esso sia parte integrante della Liturgia, e cooperi alla compiutezza, complessività e perfezione del culto. Infatti l’elemento giuridico costituisce un aspetto o dimensione contingente di una realtà ben più complessa, misterica, soprannaturale, trascendente, che supera abbondantemente la semplice concretizzazione e realizzazione della giustizia nel popolo di Dio. Serve ancora una volta ricordare quanto dichiarato nella Redemptionis sacramentum circa l’arbitrarietà, che è l’espressione massima di chi ritiene meramente facoltative le prescrizioni dell’autorità in ambito liturgico: «Atti arbitrari, infatti, non giovano a un effettivo rinnovamento, ma ledono il giusto diritto dei fedeli all’azione liturgica che è espressione della vita della Chiesa secondo la sua tradizione e la sua disciplina» (n. 11).
Del resto una conferma di questo carattere necessario del diritto si può desumere anche dalla lettura del n. 22 § 3 di Sacrosanctum concilium, poiché in esso si stabilisce che «nessun altro, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica».

4. Chi stabilisce il diritto liturgico?

Il can. 838 del Codice di Diritto Canonico, riprendendo Sacrosanctum concilium n. 22, prescrive che: «§1. Regolare la sacra liturgia dipende unicamente dall'autorità della Chiesa: ciò compete propriamente alla Sede Apostolica e, a norma del diritto, al Vescovo diocesano. §2. È di competenza della Sede Apostolica ordinare la sacra liturgia della Chiesa universale, pubblicare i libri liturgici e autorizzarne le versioni nelle lingue correnti, nonché vigilare perché le norme liturgiche siano osservate fedelmente ovunque. §3. Spetta alle Conferenze Episcopali preparare le versioni dei libri liturgici nelle lingue correnti, dopo averle adattate convenientemente entro i limiti definiti negli stessi libri liturgici, e pubblicarle, previa autorizzazione della Santa Sede. §4. Al Vescovo diocesano nella Chiesa a lui affidata spetta, entro i limiti della sua competenza, dare norme in materia liturgica, alle quali tutti sono tenuti».
Se la Sede Romana, ossia il Pontefice, è l’autorità primaziale che modera la Liturgia romana in tutta la Chiesa Cattolica, lo strumento esecutivo di tale “moderatio” è la competente Congregazione della Curia Romana, ovvero la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. La Sede Romana, con le dovute differenze, modera oltre ai riti occidentali, anche i riti delle Chiese cattoliche orientali, mediante l’apposita Congregazione. Inoltre è bene segnalare che il compito di mantenere l’ordine liturgico, di rimuovere gli abusi, di preparare i testi liturgici, di esaminare i calendari particolari ecc. sono tutte competenze già appartenenti alla Sacra Congregazione dei Riti istituita dopo Trento, alle quali si è aggiunta la revisione degli adattamenti compiuti dalle Conferenze Episcopali.
All’autorità della Santa Sede si affianca in subordine quella del Vescovo diocesano e delle Conferenze Episcopali; il primo e le seconde hanno come strumenti le commissioni liturgiche locali e nazionali o territoriali, con compiti di dirigere la pastorale liturgica, quindi esecutivi. Va segnalata anche la presenza di commissioni congiunte o miste internazionali dei maggiori gruppi linguistici, che dovrebbero essere sottoposte alle rispettive Conferenze Episcopali. Purtroppo il lavoro di tali commissioni di esperti, non di rado è stato accusato, e non a torto, di aver preso il posto dell’autorità dei Vescovi e “fabbricato” la Liturgia, specialmente per quanto concerne la traduzione dei libri liturgici ed alcuni adattamenti.
Resta, infine, una questione di fondo - alla quale non è possibile dare in questa sede una risoluzione - riguardante l’effettiva autorità primaziale della Sede Apostolica sulla Liturgia: se ed in che misura ce l’abbia. In altre parole si pone la domanda, più volte sollevata dallo stesso Papa Benedetto XVI, circa il diritto del Pontefice di modificare un rito risalente alla tradizione apostolica e tramandato attraverso i secoli. Questo perché il Sommo Pontefice non è il padrone, ma il custode del tesoro istituito dal Signore e affidato alla Chiesa.

5. … e la creatività liturgica?

Visto che l’impulso alla creatività viene attribuito al Concilio Vaticano II, desidero subito precisare che il termine “creatività” non compare esplicitamente in Sacrosanctum concilium, a meno che non lo si voglia ritenere sinonimo di quello ricorrente di “adattamento”. Devo altresì dichiarare che personalmente nutro forti dubbi anche sul concetto stesso di “adattamenti” e sulla loro reale utilità; anzi ritengo che tale modo di procedere nasconda una concezione di profonda sfiducia nei confronti del rito così come pensato e tramandato dalla Santa Madre Chiesa e della sua forza intrinseca, tanto da aver bisogno di essere “adattato”, non si sa bene poi a che cosa. E se è vero che la Costituzione liturgica del Vaticano II stabilisce che le innovazioni e le modifiche devono attuarsi solo se lo esige una vera e certa utilità della Chiesa, l’Institutio del Messale prevede la possibilità di introdurre adattamenti - quali la scelta di alcuni testi e riti, canti, letture, orazioni, monizioni, gesti che siano più corrispondenti alle necessità, alla preparazione e capacità di comprensione dei partecipanti - da parte dello stesso sacerdote celebrante. Ormai, a furia di creatività ed adattamenti, si fa fatica a riconoscere il nostro venerabile rito romano ed appare più che mai in pericolo la salvaguardia dell’unità dello stesso, che è parte rilevante del patrimonio liturgico della Chiesa Cattolica.
In conclusione la norma rituale, da seguire umilmente, non è ciò che limita o impedisce la significatività celebrativa, ma è ciò che rende possibile l’esistenza stessa di un rito, divenendo principio creativo, poiché struttura ed organizza la vita dell’uomo. Come mi piace spesso ripetere, non per mancanza di creatività, ma perché ritengo essere un punto centrale della questione, quanto evidenziato è inoltre essenziale per l’effettiva efficacia performativa del rito. Infatti, si può affermare che i soggetti, nel prender parte alla Liturgia, subiscono un cambiamento di status. Il cambiamento più rilevante si attua in chi partecipa ed in questo può rinvenirsi la creatività vera e propria del rito. Quindi più che di creatività nel rito io parlerei di creatività del rito, cioè di ciò che il rito crea e produce nell’uomo che si lascia introdurre nel grande mistero del Santo Sacrificio dell’Altare.

Fonte: Liturgia Culmen et Fons, 2016, anno IX, n. 1

lunedì 11 luglio 2016

«Quella notte del 1944». Un’inedita testimonianza sul piano nazista per sequestrare Pio XII

Per il Venerabile Pio XII il tempo è galantuomo: più trascorre e più emerge la grandezza della sua figura. Da ultimo sono emersi dalle carte di Antonio Nogara, figlio dell’ex direttore dei Musei Vaticani, i piani nazisti per sequestrare papa Pacelli durante l’inverno tra il 1943-’44. In quello stesso periodo, peraltro, come si apprende da un libro pubblicato un decennio fa, di David Alvarez e Robert Graham, Spie naziste contro il Vaticano, il regime si servì di ex preti apostati, che nutrivano un forte odio verso la Chiesa, come Albert Hartl, si dedicarono a testi sull’Inquisizione, allo scopo di infangare la Chiesa “intollerante”, oppure si prestarono a scrivere compendi teologici sulla presunta moralità dell’eutanasia, come nel caso dell’ex sacerdote Josef Mayer (così ricorda Spie naziste contro il Vaticano, in Libertà e persona, 10.7.2016).




«Quella notte del 1944». 
Un’inedita testimonianza sul piano nazista per sequestrare Pio XII.

di Antonio Nogara

Tra le carte di Antonio Nogara (1918-2014)— figlio di Bartolomeo, che fu direttore dei Musei vaticani dal 1920 fino alla morte nel 1954, e di Maria Albani, insegnante e traduttrice — il cugino Bernardino Osio ha ritrovato uno scritto inedito datato 11 marzo 2013. Il testo, che pubblichiamo per intero con lievi ritocchi formali, aggiunge un’importante testimonianza di prima mano sul progettato sequestro di Pio XII da parte dei nazisti durante il terribile inverno dell’occupazione di Roma.

Nella Roma “città aperta” del 1943 e 1944 il linguaggio corrente annoverava, con molta frequenza, le parole allontanarsi, eclissarsi, imbucarsi, nascondersi, scappare, scomparire, con riferimento alle persone, e celare, mascherare, mimetizzare, occultare, rispetto alle cose; parole tutte in contrapposizione ad arresti, deportazioni, razzie, retate, requisizioni, sequestri, termini rivelatori dell’allora travagliata situazione.
Pur con l’afflusso di profughi in cerca di assistenza e rifugio, la sovrappopolata Urbe appariva quasi deserta. Pressoché totalmente aboliti passeggi, ricevimenti, intrattenimenti in genere; le “sortite”, talvolta ai limiti dell’avventura, erano destinate alla ricerca dello stretto necessario da reperire il più possibile vicino, percorrendo preferibilmente vicoli, stradine, piazzette ove contiguità di negozi, portoni e svincoli offrivano maggiori possibilità di occultarsi o vie di fuga.
A sera tutti a casa, intorno a gracchianti radio, di limitate e disturbate ricezioni, col volume al minimo, in cerca di informazioni, o impegnati, con familiari e condomini, in prolungate partite a briscola, scopa e giochi simili, ma sempre con le orecchie tese ad avvertire il pericolo incombente nel rumore sospetto del passo cadenzato di una ronda, un secco comando militare, il rumore di un veicolo, uno sparo…
Gli assembramenti indispensabili per ragioni vitali, lesti a dissolversi al primo segnale di allarme, si formavano a ridosso delle mense pubbliche, delle parrocchie elargitrici di razioni provviste dal Vicariato e dal Circolo di San Pietro, che grazie alla generosità della Società Generale Immobiliare e ai suoi camion protetti dalle bandiere vaticane — alcuni vennero anche mitragliati con vittime fra gli autisti — venivano reperite nell’Italia centrale (Umbria e Toscana).
Nell’attesa dei turni, l’anonimato e l’occasionalità degli incontri favorivano l’intreccio di banali, guardinghe conversazioni di circostanza nelle quali la comune forzata sopportazione trovava momenti di sfogo con interiezioni nelle quali l’iperbole sarcastica mascherava spesso la protesta. Tra tante riportatemi mi colpì allora quella di un tale che, raccontando di aver assistito a sistematiche retate e sparizioni di parenti e conoscenti, azzardò, in tono sornione, «ci manca solo che qui si portino via anche il Papa!». L’espressione, al limite dell’immaginabile, avrebbe trovato il voluto effetto pure con riferimento al Cupolone o al Colosseo, ma con l’allusione al Pontefice raggiungeva la massima efficacia, come una maledizione tra dolore, umiliazione, sgomento, risvegliando nel subcosciente, credente o non credente, l’angosciosa domanda: ma che ne sarebbe di Roma senza il Papa, centro della cristianità?
L’incalzare degli avvenimenti non mi distolse dal ricordo di quella battuta, scaturita ingenuamente come effusione in un momento di stizza, ma non tanto inverosimile né del tutto infondata. A distanza di poche settimane la sorte me ne avrebbe inaspettatamente data personale prova.
Nel 1921 in considerazione dei molteplici incarichi affidati, oltre alla direzione generale dei Musei, il Pontefice Benedetto xv concesse a mio padre Bartolomeo, privilegio ambito ed eccezionale per un laico sposato con prole, l’abitazione nei Sacri Palazzi apostolici che, con i Musei, la Biblioteca, l’Archivio e una limitata parte degli attuali giardini, completavano territorialmente il Vaticano, prima del concordato e del trattato del Laterano del 1929. Pur con le migliori disposizioni da parte degli uffici competenti, la ristrettezza degli spazi rendeva difficile il reperimento dei locali idonei a uso abitativo familiare e, dopo vari mesi di ricerche, l’assegnazione cadde su un gruppo di sale dismesse dalla Segreteria dei Brevi, affacciate con due ampie vetrate sul centro del braccio centrale della Terza loggia, con un retro di camere e corridoi prospicienti il cortile del Triangolo. L’accesso era a fianco dell’ascensore, allora ad acqua, che serviva anche le altre logge del cortile di San Damaso.
Quando la Segreteria di Stato era chiusa, la deserta Terza loggia diveniva un ideale ambulacro con vista su Roma, da percorrere da un capo all’altro col bello e col brutto tempo. I miei genitori ne approfittavano la sera dopo pranzo; spesso li raggiungevo e più volte li trovavo mentre conversavano con monsignor Giovanni Battista Montini che incontravano mentre usciva, abbondantemente fuori orario, dalla Segreteria di Stato per ritornare alla sua abitazione situata sul retro della Prima loggia, a poca distanza dall’appartamento Borgia.
I contatti per motivi di ufficio di mio padre con monsignor Montini erano pressoché giornalieri e i ripetuti incontri serali, divenuti abituali negli anni, avevano dato un’impronta di familiarità anche ai rapporti con mia madre e con me. A parte l’ora — saranno state le ventitré — non provai quindi particolare sorpresa, quando a sera inoltrata in pieno inverno del 1944, tra fine gennaio e i primi di febbraio, avendo sentito suonare il campanello all’ingresso, mi trovai di fronte monsignor Montini che, entrando velocemente e chiudendo immediatamente la porta alle sue spalle, mi disse di «dover» incontrare urgentemente «il professore».
Imbarazzato di trovarmi già in vestaglia e pantofole, lo pregai di accomodarsi nello studio-biblioteca e corsi da mio padre che già era a letto sotto un paio di coperte pesanti, papalina in testa e piumino sui piedi. Il riscaldamento era stato abolito per mancanza di carbone e per rispetto ai sacrifici imposti dalle circostanze ai romani; la stanza, esposta a nord, era particolarmente fredda.
Con i tempi che correvano, sorpreso ma non contrariato tenuto conto dell’urgenza manifestata da un personaggio di nota discrezione, mio padre si rivestì rapidamente. Non ricordo come intrattenni l’illustre ospite finché, più presto del previsto, comparve mio padre e, dopo un breve conciliabolo riservato fra i due, essi uscirono frettolosamente: mio padre imbacuccato con in mano il pesante mazzo delle chiavi del Museo e della Biblioteca, monsignor Montini con una torcia elettrica che aveva depositato su una cassapanca all’ingresso, torcia del tipo di quelle in dotazione dei pompieri per le ronde notturne.
Preoccupato per la salute di mio padre più che per i motivi dell’escursione che aveva per evidente oggetto i musei, attesi con mia madre il ritorno che avvenne dopo quasi tre ore. Mio padre, che apparve molto provato e infreddolito, laconicamente ci rassicurò e, rinviando il resoconto a ore migliori, si mise decisamente a letto con aria preoccupata.
Solo nel pomeriggio seguente, con raccomandazioni di assoluta segretezza, mio padre ci svelò che l’ambasciatore del Regno Unito sir Francis d’Arcy Osborne e l’incaricato d’Affari degli Stati Uniti Harold Tittmann avevano congiuntamente avvertito monsignor Montini di aver avuto notizia, da parte dei rispettivi servizi militari di informazione, di un avanzato piano dell’Alto Comando tedesco per la cattura e deportazione del Santo Padre col pretesto di porlo in sicurezza «sotto l’alta protezione» del Führer. Nel qual caso, ritenuto imminente, le forze alleate sarebbero immediatamente intervenute per bloccare l’operazione, anche con sbarchi a nord di Roma e lancio di paracadutisti. Occorreva pertanto apprestare subito un rifugio segreto ove rendere irreperibile il Santo Padre per il tempo strettamente necessario, due o tre giorni, all’intervento militare.
Queste in sintesi la sostanza e la portata del passo diplomatico anglo-americano, confidenzialmente esposte da monsignor Montini a mio padre come drammatico movente eccezionale dell’escursione notturna, naturalmente da mantenersi segreta. Con questo scopo, sempre secondo il resoconto di mio padre, iniziò quella notte la ricerca, dalla Galleria lapidaria alla scala del Bramante e, da lì, nei locali della vecchia Direzione dei musei e annessi, intorno al Nicchione, al cortile Ottagono sino al cortile della Pigna, non trascurando ambienti minori adibiti a depositi, ripostigli, spogliatoi, eventualmente da adattare; ma purtroppo la ricerca relativa a questi locali diede esito negativo.
Escludendo a priori per troppa visibilità la Pinacoteca e il fabbricato inerente al nuovo ingresso, parzialmente abitato, ed escludendo i magazzini dei Marmi strutturalmente inabitabili, si imponeva una sosta. La ricerca, sino a quel momento deludente, venne estesa alla Biblioteca che, non presentando soluzioni interne, suggerì tuttavia a mio padre, per avervi lavorato oltre dieci anni quale “scrittore” agli inizi del secolo, l’idea di visitare anche la contigua Torre dei Venti e la visita confermò le aspettative.
Il massiccio ed elegante torrione, in stato di semiabbandono, si rivelò il contenitore di un intrico di vani, corridoi, scale e scalette, un minilabirinto, in ubicazione favorevole per un tragitto coperto e di breve durata da percorrere. Monsignor Montini ne parve convinto per quindi concludere la galoppata straordinaria e tornare a casa.
Non vi è dubbio che di galoppata si fosse trattato per il ritmo di marcia che monsignor Montini aveva impresso nella foga della ricerca, retto bene da mio padre che contava trent’anni di età più di Montini [Bartolomeo Nogara aveva allora quasi 76 anni, Montini 46]. Mio padre ricordava anche come l’illustre compagno di galoppata, pur nell’angoscia della ricerca, manifestasse ogni tanto brevi commenti per le bellezze d’arte suggestive intraviste, a sprazzi di luce, nella rapida ricerca. Quanto alla definitiva scelta del rifugio mio padre aveva la sua personale convinzione sulle improbabilità del caso di ricorrervi, trattandosi di un espediente precario, di sicurezza relativa e di validità temporale molto ridotta. E aveva proposto a monsignor Montini anche un piano alternativo di riserva, e cioè di estendere la ricerca anche alla basilica di San Pietro, con annessi e connessi, sotterranei compresi, come sede forse più sicura nella deprecata ipotesi di sequestro del Santo Padre. Mio padre concluse il resoconto, fissandoci amorevolmente, con la frase «Dio ci aiuti», invocazione che era anche un invito: «non chiedetemi altro».
Seguì un lungo silenzio, mia madre annichilita tra incredulità e sgomento, io stupito dell’improvvisa piega degli avvenimenti che richiedevano l’immediata ricerca di soluzioni certamente a elevato rischio personale, anche per gli amici che avevamo aiutato a nascondersi in Vaticano e che non volevamo abbandonare. Oltre all’umiliante infelice sorte del Santo Padre cui ci legavano affetto e devozione, incombeva l’opprimente pensiero che una visita delle ss non avrebbe giovato a nessuno, rifugiati ebrei e non ebrei, con le possibili ritorsioni sui residenti ecclesiastici e laici. In questa spasmodica quanto vana attesa di confortanti sviluppi del fronte di Anzio trascorsero alcune settimane agitate, anche per un susseguirsi di informazioni contrastanti provenienti da varie fonti, anche autorevoli.
Ricordo quindi come giorno di grande sollievo quello nel quale mio padre, ritornando a casa, dopo una delle pressoché quotidiane visite in Segreteria di Stato, ci confidò che il piano di Hitler era già da tempo a conoscenza del Vaticano, che era stato allertato da riservate indiscrezioni tedesche di persone ostili al piano in questione. La stessa ambasciata di Germania avrebbe evidenziato a Berlino gli inevitabili riflessi negativi nelle popolazioni cattoliche, anche dei vari paesi neutrali. La temuta folle operazione non sarebbe avvenuta grazie alle prese di posizione interne delle autorità diplomatiche tedesche a Roma. È certo comunque che le apprensioni per l’incolumità del Pontefice trovarono fine solo dopo l’abbandono di Roma da parte dell’esercito tedesco.
La pacifica soluzione della vicenda non dissipò alcune perplessità che l’accompagnarono e che, trattandone, non possiamo trascurare. È fuori dubbio che le informazioni portate dai due ambasciatori alleati fossero di gravità tale, anche rispetto a quanto già a conoscenza, da indurre monsignor Montini ad attivarsi immediatamente per affrontare subito un’improvvisa emergenza. È altrettanto impensabile che monsignor Montini non rendesse immediatamente edotto del passo diplomatico il cardinale Luigi Maglione, allora segretario di Stato, senza escludere più estese e alte consultazioni. L’intervallo di circa quattro ore, tra il congedo dei due ambasciatori e la solitaria intrusione-visita all’abitazione di Bartolomeo Nogara, troverebbe spiegazione in queste previe consultazioni interne nella Segreteria di Stato. L’assicurazione dell’immediato intervento che nel giro di pochissimi giorni avrebbe liberato il Pontefice fecero senza dubbio affiorare motivi di incertezza e scetticismi per il brevissimo tempo prospettato per l’intervento militare come sulla possibilità di contrastare gli eventuali incursori tedeschi che, certamente ben addestrati e preparati allo scopo, avrebbero agito a colpo sicuro nel termine di mezz’ora o poco più.
A distanza di qualche tempo, riparlando della escursione notturna con i dubbi che l’accompagnarono, mio padre manifestò il convincimento che nella circostanza monsignor Montini, indipendentemente da personali valutazioni, assolvesse a un atto dovuto, con lo scrupolo e lo zelo a lui connaturati. Nella situazione drammatica di quei mesi la denuncia congiunta degli ambasciatori delle due maggiori potenze alleate non poteva in alcun modo essere disattesa. Fortunatamente l’esecrabile evento fu scongiurato risparmiando alla storia pagine più dolorose di quelle già registrate in quei tempi. Ritengo oggi pressoché condivisa da tutti la convinzione espressa da mio padre che Pio xii, per l’alto senso di dignità, per il carattere forte dimostrato in varie circostanze, per l’alto senso di onore che sempre accompagnò il suo magistero, mai avrebbe ammesso compromessi barattando la propria incolumità con soluzioni incompatibili, pur in minima parte, col decoro e il prestigio del Pontefice e della Chiesa.
La riesumazione di ricordi di quel periodo intensamente vissuto mi risveglia ancora sopite emozioni come quella delle ampie vetrate della Terza loggia che tremavano al rombo cadenzato delle cannonate del fronte, ormai vicino ai Castelli romani, annuncio dei tempi nuovi che avrebbero presto bussato alla porta.

Fonte: L’Osservatore romano, 6.7.2016, p. 4, rilanciato dal sito papa Pio XII, 8.7.2016. In francese, cfr. Zenit, 8 juill. 2016

sabato 9 luglio 2016

Il "misericordismo" è moralismo – Editoriale di luglio 2016 di “Radicati nella fede”

Con un lieve ritardo di alcuni giorni, rilanciamo l’editoriale di luglio di Radicati nella fede nella festa di S. Veronica Giuliani, vergine. Lo stesso Editoriale è stato pubblicato anche su Chiesa e postconcilio e su Riscossa cristiana.


Anonimo, Incisione su S. Veronica Giuliani, 1804, Monastero di S. Veronica Giuliani, Città di Castello

Carlo Gregori, S. Veronica Giuliani, 1806, Monastero di S. Veronica Giuliani, Città di Castello

Tommaso Conca, Stigmatizzazione di S. Veronica Giuliani, 1795-97, Monastero di S. Veronica Giuliani, Città di Castello 

Pietro Tedeschi, S. Veronica Giuliani incoronata da Cristo con la corona di spine, 1804, museo diocesano, Volterra


Anonimo, S. Veronica Giuliani, museo dell'Abate, San Martino al Cimino

Anonimo, S. Veronica Giuliani, 1840-60, museo diocesano, Città di Castello


Michele Fanoli, S. Veronica riceve le stigmate, 1832 circa, duomo, Cittadella

S. Veronica Giuliani, 1940 circa, museo diocesano, Città di Castello



Urna con le reliquie di S. Giuliana, Monastero di S. Veronica Giuliani, Città di Castello

IL “MISERICORDISMO” È MORALISMO


Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno IX n. 7 - Luglio 2016

Il “Misericordismo” tanto in voga è pur sempre moralismo.
Lo vedete tutti, va di moda presentare la Chiesa Cattolica come colei che perdona sempre, che accoglie senza giudicare. Chi vuol star dentro al nuovo corso della chiesa ammodernata ormai deve presentarsi così. Sono tanti i pastori nella Chiesa che non osano pronunciare nemmeno più una condanna riguardo al peccato – a meno che questa condanna non segua i dettami della cultura laicista dominante – e che si riprogrammano come silenti misericordisti; e sotto questo misericordismo sembrano benedire i peccati più orrendi che diventano libertà civili.
Questo misericordismo è un triste moralismo; fa parte di quella “sbandata cattolica” che porta la Chiesa ad interessarsi solo della morale, dimenticando quasi del tutto le verità di fede.
Certo che la morale è importante, ci mancherebbe altro!, ma se la morale non parte dal dogma, da Dio insomma, finisce per trasformarsi in una triste “istruzione per l’uso”.
Sul subito una Chiesa così, che invece di parlare di Dio si dilunga in estenuanti pronunciamenti riguardo alla società e alle sue regole, sembra piacere agli uomini del tempo; sembra piacere a quelli - e sono tanti - che, non interessati alle cose di Dio per loro troppo lontane, hanno bisogno di una chiesa “utile” nell’immediato agli uomini e alle loro faccende.
E sul subito una chiesa così sembra far comodo anche agli uomini di Chiesa che, gettandosi a capofitto nei dibattiti sui “valori”, sperano di rioccupare quel posto perso nella società moderna, agnostica e atea. Così troppi Pastori si sono trasformati in moderni agenti di morale; e, con il corollario del “misericordismo”, tentano disperatamente di essere simpatici nella loro ritrovata utilità sociale.
Che inganno pensare che la morale interessi più di Dio! Che inganno pensare che una morale umana abbia qualche attrattiva, se non è legata a Dio!
Si tratta di una situazione penosissima, che crea un clima asfissiante: una chiesa apparentemente più “pratica” perché immersa nell’attualità, che si rivela subito ripetitiva e inutile, perché abbandona l’uomo nella solitudine senza Dio.
Questo “misericordismo”, tutto interno al moralismo, è uno dei frutti più oscuri del Naturalismo: la Chiesa, non parlando più di Dio, della Rivelazione, della vita soprannaturale, della grazia santificante, si attarda appunto in una morale che pare fatta di “istruzioni per l’uso”.
Ma cosa deve fare allora la Chiesa?
Deve indicare Dio.
Deve indicare Dio agli uomini, deve indicare il miracolo della grazia che viene da Cristo, che, unica, può cambiare i cuori e rendere forti le volontà nell’obbedire a tutta la legge di Dio.
La grande pedagogia cristiana, quella dei santi di 2000 anni di cristianesimo, quella della grande Tradizione cattolica, ha sempre fatto così: ha insegnato Dio e poi ha chiesto una morale corrispondente alla santità di Dio.
Invece una chiesa ammodernata, tutta incentrata sull’uomo, non può più fare questo. È una chiesa che ha perso il suo centro divino e che deve riempire il suo terribile vuoto attardandosi nella morale; e questa morale senza Dio, questa chiesa moderna, la deve abbassare sempre di più, perché sia praticabile con i soli mezzi umani.
Il “misericordismo” ha proprio questo scopo: dare al nuovo cristianesimo naturalizzato una morale abbordabile, cioè umana.
I santi invece, vivendo in Dio, indicavano Dio e la sua Santità, chiedendo a se stessi e a tutti di santificarsi della santità stessa di Dio: questa è la morale cristiana!
E indicavano il miracolo della grazia, della forza stessa di Dio, che quando entra in noi rende possibile l’altrettanto grande miracolo del nostro cambiamento.
Per queste ragioni non ci interessa il “misericordismo”, come non ci è interessato il “rigorismo”, perché sono entrambi falsi e ingannevoli: dimenticano Dio, e l’uomo ha solo bisogno di Dio.
La vigilanza contro il moralismo, in tutti i suoi corollari, è essenziale, se vogliamo veder fiorire la nostra vita e restare cattolici.
Ecco perché ci siamo sempre più preoccupati di salvare la Messa cattolica, quella della Tradizione, e non siamo partiti dai dibattiti morali. Lo abbiamo fatto perché la Messa di sempre indica Dio e la vita soprannaturale con una decisione chiara, assente invece in tutta la riforma abborracciata di questi ultimi decenni. La Messa cattolica di sempre è il primo e più grande antidoto contro l’eresia naturalista, che sfocia nell’eresia moralista.
Vorremmo dirlo a tutti! sia ai fanatici della chiesa sempre accogliente che tace la gravità del peccato; sia ai neo-rigoristi conservatori che, giustamente spaventati della deriva immorale dentro e fuori la Chiesa, ingaggiano una battaglia che sembra fermarsi alle regole: cari amici, preoccupiamoci di tenere lo sguardo fisso in Dio, preoccupiamoci per questo dell’integrità del rito della Messa, allora anche l’insegnamento morale guarirà.
Non illudiamoci, non avverrà l’inverso, che dalla battaglia morale si risalga a Dio. La battaglia morale, se non parte da Dio, è destinata a impantanarsi nella palude del moralismo, che uccide l’uomo fermandolo in se stesso.