Sante Messe in rito antico in Puglia

mercoledì 15 maggio 2013

19 maggio: Tutti alla Madonna del Poggetto di Ferrara!



"La pietà popolare è una strada che porta all’essenziale se è vissuta nella Chiesa in profonda comunione con i vostri Pastori. [...] Quando voi andate ai santuari, quando portate la famiglia, i vostri figli, voi state facendo proprio un’azione di evangelizzazione. Bisogna andare avanti così! Siate anche voi veri evangelizzatori! Le vostre iniziative siano dei 'ponti', delle vie per portare a Cristo, per camminare con Lui."
(Papa Francesco, 5 maggio 2013)

Come non pensare a queste belle parole del Santo Padre, in occasione della recente Giornata delle confraternite e della pietà popolare, considerando l'iniziativa promossa per la domenica di Pentecoste dai fedeli legati alla forma straordinaria del rito romano dell'Emilia-Romagna che organizzano un pellegrinaggio al santuario della Madonna del Poggetto di Ferrara?! In questo mese di Maria, non possiamo che dare spazio a questa belle iniziativa che testimonia il vigore del popolo Summorum Pontificum italiano.


RINGRAZIARE MARIA SANTISSIMA E PARTECIPARE ALLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE
Intervista a Marco Sgroi, coordinatore regionale per l'Emilia-Romagna del Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum

Madonna del Poggetto
1) Questa domenica di Pentecoste, 19 maggio, si svolgerà il primo pellegrinaggio mariano dei gruppi Summorum Pontificum dell'Emilia-Romagna: com'è nata una tale iniziativa?
Marco Sgroi: Come ogni pellegrinaggio, anche il nostro nasce in primo luogo da un'esigenza spirituale: ringraziare Maria Santissima per tutte le grazie che ci ha concesso in questi cinque anni di applicazione del Summorum Pontificum in Emilia Romagna, e supplicarla di continuare ad assisterci perché il nostro percorso spirituale e liturgico possa progredire sempre più. Tutto questo mentre si prepara il nuovo pellegrinaggio internazionale del popolo Summorum Pontificum (anche il nostro pellegrinaggio si chiama così), e mentre i Coetus Fidelium della nostra regione che aderiscono al Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum si sforzano di incrementare la loro collaborazione per risolvere i problemi che ancora ci affliggono, e per intensificare l'opera di apostolato liturgico che ci siamo proposti di compiere nelle nostre comunità diocesane e parrocchiali. Si può ben capire, dunque, perchè avvertiamo la necessità così viva dell'aiuto della Beata Vergine!
La nostra, poi, non dovrebbe essere un'iniziativa isolata, perché, se la Provvidenza vorrà, nelle prossime settimane anche in altre regioni gli aderenti al Coordinamento Nazionale proporranno analoghi pellegrinaggi regionali.

2) Il pellegrinaggio si svolgerà presso il santuario della BVM del Poggetto di Ferrara, perchè una tale scelta?
Marco Sgroi: Vi sono molte ragioni. Innanzi tutto, ragioni di ordine spirituale: il santuario del Poggetto è molto caro ai cattolici ferraresi, e ci è parso giusto unirci al Coetus di Ferrara in questa devozione mariana così sentita. Questo particolare legame con Maria Santissima degli amici Ferraresi, d'altra parte, ci consente anche di rendere loro il merito che si sono guadagnati con il dinamismo e la molteplicità delle iniziative che hanno realizzato negli ultimi anni, dando particolare concretezza a quell'opera di apostolato liturgico di cui parlavo prima. Infine, abbiamo voluto unirci agli amici ferraresi anche nel filiale affetto per il loro nuovo Arcivescovo, mons. Luigi Negri, il cui limpido magistero è così importante anche per la cultura liturgica, che nelle nostre chiese non trova sempre l'attenzione che merita, e per la pacificazione liturgica delle nostre comunità - tema che in Italia non è così sentito come altrove (non devo certo ricordarlo a Paix Liturgique), ma che, invece, dovrebbe essere approfondito anche da noi.
Mons. Negri, poi, ci ha fatto un regalo veramente eccezionale: pur con tutti gli impegni di un Arcivescovo nel giorno di Pentecoste, è riuscito a trovare il tempo per venire anche al Santuario del Poggetto. La Sua presenza ci onora in modo particolare. Infine, non voglio dimenticare don Luca Martini, il giovane parroco che è anche rettore del Santuario e che celebrerà la Santa Messa: è un esempio dei tanti sacerdoti dell'ultima generazione che trovano nella liturgia antica alimento per la loro missione, dimostrando con i fatti la perenne giovinezza della millenaria tradizione liturgica della Chiesa.

3) Qual è il programma preciso della giornata?
Marco Sgroi: Il programma è molto semplice. Ci troveremo alle 10,30 al santuario, e alle 11,00 terremo una breve processione, accompagnata dai canti della tradizione, alla quale farà seguito la Santa Messa solenne in terzo, cantata da don Martini. Il canto sarà sostenuto dal Coro San Gregorio Magno di Ferrara, guidato dal Maestro Antonio Rolfini: ma si tratta di un pellegrinaggio del popolo Summorum Pontificum, per cui la Schola sarà costituita da tutti i pellegrini! Infine, accoglieremo Mons. Negri (non so con precisione in che momento potrà raggiungerci, poiché, come ho detto, la Sua giornata è carica di impegni: ma non ha voluto mancare), che ci impartirà la Sua benedizione e ci dirà attese parole, che, sono certo, ci saranno di forte incoraggiamento. Poi, chi vorrà potrà consumare un pasto festoso secondo gli usi della campagna ferrarese, presso le strutture del Santuario.

4) Qual è la situazione dei gruppi Summorum Pontificum della vostra regione? C'è ancora una domanda per la liturgia tradizionale o il desiderio dei fedeli è ormai soddisfatto?
Marco Sgroi: La domanda richiede una risposta un po' articolata. Intanto, devo premettere che il nostro coordinamento non riunisce tutti i Coetus Fidelium della regione, ma solo quelli (sono la maggior parte) che hanno aderito al Coordinamento Nazionale condividendo il programma di collaborazione e consultazione reciproche che esso si è dato. Conosciamo però abbastanza bene la situazione di tutta la regione, e devo dire che essa è analoga a quella di molte altre realtà, con luci (tante, grazie al Cielo) e ombre (meno, ma ci sono). Così, nella mia diocesi, Piacenza-Bobbio, abbiamo due Messe, una settimanale, l'altra mensile, e i due Coetus sono perfettamente inseriti sia nella comunità diocesana, sia in quella parrocchiale di riferimento; ma il Coetus di Parma, pur essendo molto attivo, trova una forte difficoltà a mantenere la celebrazione settimanale, poiché l'anziano sacerdote che vi era stato addetto si è ritirato e non è stato ancora sostituito.
A Modena - il cui gruppo non fa parte del Coordinamento - la S. Messa è celebrata settimanalmente presso la Parrocchia dello Spirito Santo dal parroco; ma a Reggio Emilia la Messa è solo mensile, ed a Correggio addirittura occasionale. A Bologna vi sono diverse celebrazioni, a Rimini è attivo da anni il Cenacolo della Santissima Trinità, che non fa parte del Coordinamento, ed è un'associazione religiosa riconosciuta dalla Diocesi, e così via.
Quanto a Ferrara, dove terremo il pellegrinaggio, è quasi superfluo dire che la Santa Messa vi è ben radicata: la celebrazione è settimanale, ed è stata introdotta su iniziativa dell'Arcivescovo, Mons. Rabitti.
Al di là delle situazioni particolari e delle criticità specifiche, poi, tutti i gruppi conoscono i problemi tipici dei Coetus Fidelium (il Coordinamento è nato proprio per unire le forze e favorirne la soluzione): mancanza di sacerdoti disponibili, necessità di formazione liturgica, difficoltà pratiche di ogni genere (pensiamo, per esempio, alla formazione dei ministranti)... Per cui è davvero difficile dire se la domanda dei fedeli per la liturgia tradizionale sia completamente soddisfatta. Dirò di più: a mio parere, c'è addirittura una domanda ancora inespressa, c'e una sensibilità tradizionale (se vogliamo chiamarla così) che deve ancora manifestarsi. Ci sono ancora molti fedeli per il cui nutrimento spirituale la liturgia tradizionale - che è una ricchezza per tutta la Chiesa - sarebbe particolarmente adatta, ma che, semplicemente, non la conoscono e non hanno occasione di conoscerla. Al fondo di tutto ciò, temo, si colloca un'incultura religiosa sempre più diffusa, che, purtroppo, va oltre la sola questione liturgica (il discorso richiederebbe molto tempo, e una competenza ben maggiore della mia!). Per questo, iniziative come un pellegrinaggio, come la celebrazione della S. Messa tradizionale in un santuario mariano, sono importanti non solo per noi, e non solo per la questione liturgica, ma per tutti, specie in questi tempi di nuova evangelizzazione: alla quale, come diciamo sin dal pellegrinaggio "Una cum Papa nostro" dello scorso novembre, il popolo del Summorum Pontificum cerca di concorrere con la perenne freschezza della liturgia tradizionale

mercoledì 8 maggio 2013

I Diritti di Dio, la liturgia dopo il Vaticano II



Recensione dell'Avv. M° Giannicola D'Amico

“Il concetto di ius liturgicum è tutto legato al fatto, ieri come oggi, che la Chiesa ha concepito la liturgia sempre come il suo culto pubblico ufficiale e pertanto lo ha regolato. Ma questo concetto al presente è oscurato perché si intende la liturgia come culto della comunità locale o di una Chiesa particolare. Smarrire la distinzione tra il diritto liturgico fondamentale, cioè di istituzione divina, consuetudine e diritto liturgico positivo può aver portato in passato agli eccessi del rubricismo e oggi significa lo squilibrio che porta all’inosservanza e agli abusi. Ciò non accadrebbe se si tenesse ferma la questione fondamentale costituita dalla natura del fatto liturgico – l’azione di Cristo unita al suo corpo che è la Chiesa – che implica la giuridicità”
In questo significativo passaggio possiamo condensare il motivo indagatore che ha spinto un giovane canonista, il barese Daniele Nigro, a collazionare un agile, quanto prezioso volumetto, venuto in luce nel 2012 per i tipi di Sugarco edizioni, “I diritti di Dio. La liturgia dopo il Vaticano II” (p. 135 - € 15,00), breve ma sapido excursus in tema di inosservanza del diritto liturgico, fra rubricismo d’un tempo e attuale, generalizzata trascuratezza degli uomini di Chiesa e dei cosiddetti operatori liturgici nei confronti dello jus divinum nell’epoca successiva al Concilio Ecumenico Vaticano II, ovvero gli ultimi cinquant’anni.
Problema sentito da tempo, ormai, se Civiltà Cattolica nel quarantennale della Sacrosanctum Concilium, stigmatizzando che la riforma conciliare fosse stata male implementata, sosteneva in un famoso editoriale del 20.12.2003, che si era passati “da una liturgia di ferro ad una liturgia di caucciù”.
Nella odierna ricorrenza giubilare del Concilio, infatti, il tema è quanto mai attuale ed altamente sensibile, soprattutto dopo i magistrali contributi di Joseph Ratzinger prima, quale studioso attento e custode dell’ortodossia per lunghi decenni, dal privilegiato osservatorio della Congregazione per la Dottrina della Fede, e di  Benedetto XVI dopo, quale pontefice, egli stesso esempio altissimo di liturgo, nonché legislatore accorto, soprattutto con il Motu Proprio Summorum Pontificum e l’Esortazione Ap. Sacramentum Caritatis.
Il tema è  parimenti da sviscerare ed esaminare alla luce delle antiche e mai sorpassate dottrine come in ragione delle nuove acquisizioni di studio, soprattutto nelle sue implicazioni fra diritto e teologia che da sempre hanno regolamentato la materia liturgica.
Proprio negli ultimi decenni tali implicazioni – osserva l’Autore - sembrano pretermesse e tenute a debita distanza proprio da chi si occupa di questi aspetti del culto, quasi si trattasse di una spiacevole eredità da liquidare, quando invece ci si gioverebbe dal rivalutare proprio un rapporto ontologico la cui solidità e vigore contribuisce a chiarificare e a sostentare il culto pubblico della Chiesa.

Aperto da una pregevole prefazione del card. Raymond L. Burke, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, canonista ed esperto di fama mondiale circa queste problematiche, il testo, in sei capitoli, parte da un conciso riassunto dei prodromi che, fra il Concilio tridentino e il Vaticano II, hanno segnato la storia della liturgia romana, per esaminare la natura del nuovo diritto liturgico promanante dalla Cost. Sacrosanctum Concilium, e poi addentrarsi nelle circostanze inerenti l’odierno status quaestionis che ha generato abusi e “deformazioni al limite del sopportabile”, per suggerire infine alcune soluzioni, anche rubricali e normative, che traggono gli auspici dalla ricca bibliografia posta a base dello studio: da Gamber a Mosebach, da Ratzinger a Del Pozzo, da Gherardini a McManus, senza tralasciare ovviamente il Magistero della Chiesa in materia (prima, durante e dopo il Vaticano II).
Chiarificando con nettezza che da una certa epoca in avanti si è pensato ad una liturgia come sede elettiva di una creatività la quale ha portato a malintesi anche gravi circa la stessa natura del culto, male interpretando, con sperimentalismi a volte incongrui ed incauti, i concetti di “adattamento” e “inculturazione” presenti nella normativa del Concilio Vaticano II (la “liturgia di caucciù” delineata dai gesuiti di Civiltà Cattolica), l’Autore dice con chiarezza che la riforma conciliare in campo liturgico è rimasta sostanzialmente inattuata.
Essa attende di essere adempiuta secondo le esigenze del diritto divino, ovvero secondo la corretta preminenza dei diritti spettanti al Signore, cioè “il diritto di Dio a ricevere il culto dell’uomo nel modo che Egli comanda”, non certo a discapito dei diritti spettanti ai fedeli, poiché la santificazione del popolo viene da Dio stesso, ma nell’armonizzazione dell’ordine naturale delle cose.

Il libro, oltre ad essere un importante contributo scientifico per chi si occupa ex professo di liturgia, è un monito, garbato ma fermo, affinché ci si adoperi tutti, laici e consacrati, perché, recuperata la bellezza “normativa” del Culto, se ne ripristini la verità e la santità - troppo spesso ottenebrate dal signoraggio sui riti da parte dei vari ministri, immemori del loro ruolo di semplici “servitori” - a tutto vantaggio della sua universalità, ovvero della sua cattolicità.

sabato 30 marzo 2013

Buona Pasqua!

1 aprile 2013
Pasqua di Resurrezione




A tutti i nostri amici e i nostri benefattori, a tutti quelli che ci sono vicini, e anche a chi vicino non è,
i nostri più sinceri auguri

in Christo

Scuola Ecclesia Mater

martedì 19 marzo 2013

Oremus pro Pontifice nostro Francisco


FRANCISCO SUMMO PONTIFICI VITAM ET SALUTEM



La Scuola Ecclesia Mater saluta con devozione filiale e profonda reverenza
Sua Santità Papa Francesco,
nel giorno in cui inaugura solennemente il Suo Ministero Petrino
invocando per Lui 
la potente intercessione del Patriarca S. Giuseppe, Patrono della Chiesa Universale:
possa,
sulle orme del Predecessore Papa Benedetto XVI,
essere per il mondo intero
Pontefice umile e fermo nella Fede,
Padre misericordioso e buono nella Speranza,
Pastore giusto e santo nella Carità,
ad majorem Dei gloriam.

sabato 16 marzo 2013

La continuità nelle celebrazioni papali

E' deplorevole che su alcuni siti si continui a mettere in cattiva luce il Santo Padre Francesco con le calunnie riguardanti il Maestro delle Cerimonie mons. Guido Marini, e i prossimi appuntamenti.

Fonti interne all'Ufficio delle Celebrazioni del Santo Padre confermano che il Cerimoniere mons. Guido Marini si occuperà dell'organizzazione della Santa Messa del 19 marzo.

E' da sottolineare infine, come segno di continuità, che il Santo Padre Francesco come primo gesto ha onorato la Salus Populi Romani nella Basilica Liberiana, e si è trattenuto in preghiera davanti alla tomba di San Pio V.




sabato 9 marzo 2013

Quando il funerale si trasforma in comizio

di Daniele Nigro
da www.lanuovabq.it del 12/2/2013



E' una notizia di qualche tempo fa. Il fatto che il parroco della chiesa degli Artisti di Roma avesse vietato - desidero usare volutamente tale verbo - all’on. Emma Bonino di prendere la parola in chiesa durante i funerali dell’attrice Mariangela Melato ha creato infatti nelle scorse settimane parecchio scalpore. 
Per tutto l’orbe terraqueo, in seguito alla divulgazione della notizia del grave crimine, in molti si sono stracciati le vesti!

Neanche l’auto-dichiaratosi cattolico, apostolico e romano Renzo Arbore, particolarmente coinvolto dall’accaduto, ha esitato a condannare definitivamente al supplizio eterno il reo curato. Infatti quest’ultimo avrebbe giustificato il diniego con una menzogna, ovvero asserendo che nuove disposizioni della gerarchia ecclesiastica vieterebbero a chiunque di commemorare i defunti in chiesa. E ovviamente proprio il reverendo non poteva non sapere che: «Chi dice le bugie va all’inferno con le palle di fuoco in bocca» (cit.).

Tengo subito a precisare che non intendo in questa sede entrare di nuovo nel merito della questione riguardante il corretto modo di celebrare le esequie, cosa che richiederebbe molto tempo e che mi riserbo di fare in futuro. Ciò che invece mi ha più colpito è stata la quasi unanimità nella condanna del sacerdote da parte del giornalismo e degli “opinionisti” che contano, cattolici e non.

Certo, dai secondi c’è da aspettarselo, mentre non sono ancora del tutto assuefatto al comportamento dei primi. Ed ecco che con toni apocalittici si è dipinta una Chiesa dalle “braccia chiuse” solo pronta a vietare e a respingere invece di accogliere. Tuttavia la cosa più sorprendente e paradossale è stata l’osservazione che con tale comportamento e divieto la Chiesa avrebbe perso una grande occasione.

Quale? Cito testualmente: «E pensare che i funerali (insieme ai matrimoni) sono i rari momenti in cui tanti non praticanti, tanti “lontani”, tanti agnostici e atei e seguaci di altre religioni tornano a mettere piede in una chiesa cattolica. Non dovrebbe, forse, essere un momento privilegiato per annunciare la “buona novella”?».

Ora di grazia mi si dovrebbe spiegare quale occasione ha perso la Chiesa non permettendo all’On. Bonino di prendere la parola, soprattutto dopo che si è appreso dalle parole di Arbore che l’esponente dei radicali avrebbe dovuto parlare delle battaglie condivise e combattute insieme alla Melato. Orbene le battaglie della Bonino noi le conosciamo a fondo: aborto, divorzio, eutanasia, matrimonio omosessuale e chi più ne ha più ne metta, e non possono di certo suscitare né momenti di grazia, né momenti di particolare edificazione.

È vero, matrimoni e funerali possono essere occasioni privilegiate per far breccia nei cuori più induriti, ma attraverso lo splendore del rito, la bellezza dei canti e l’edificazione dell’omelia, non di certo per mezzo di qualche pistolotto laicista pronunciato da chi ha sempre combattuto e combatte contro la Chiesa stessa e il suo insegnamento che è poi quello di Cristo.

Mi domando invece, sentire parlare una donna come la Bonino in chiesa e magari dall’ambone da dove qualche minuto prima era stato annunciato il Vangelo, non è proprio questo che potrebbe provocare scandalo soprattutto nella gente semplice? E se da un lato è vero che il Signore non perdona la durezza di cuore, è altrettanto vero, dall’altro, che non risparmia mai chi si fa strumento di scandalo. 
È l’evangelista Marco che ce lo ricorda riportando le durissime parole di Gesù: «Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare. Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: è meglio per te entrare nella vita zoppo, che esser gettato con due piedi nella Geenna. Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue» (Mc 9, 42-48).

Ma l’insegnamento di Gesù va oltre. Egli infatti continua: «Perché ciascuno sarà salato con il fuoco. Buona cosa il sale; ma se il sale diventa senza sapore, con che cosa lo salerete? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri» (Mc 9, 49-50). 
Quindi se le prime parole di Gesù fanno salire, il povero reverendo in questione dal più profondo degli inferi, dove l’aveva scaraventato il buon Arbore, fin nel Purgatorio, in quanto ha avuto il coraggio di opporsi a che l’esponente radicale parlasse dal pulpito di un luogo consacrato a Dio, le seconde non gli permettono di assurgere alla definitiva gloria dei Cieli, perché non ha perseverato fin in fondo nel coraggio dando le reali ragioni del suo diniego.

Infatti se è vero che l’ultima revisione del rito delle esequie contiene un richiamo alla sobrietà nella celebrazione del rito, onde evitare le mostruose derive che si sono viste negli ultimi tempi, non credo che questo si sostanzi in definitiva nel vietare un breve ricordo da parte di parenti ed amici. 
In realtà il sacerdote avrebbe dovuto dire chiaro e tondo che per la sua vita e le note posizioni palesemente in contrasto con l’insegnamento del Vangelo e quindi scandalose, all’On. Bonino non sarebbe mai e poi mai stato concesso di prendere la parola all’interno del tempio. Ci sarebbero state proteste e levate di scudi? Poco male, almeno il parroco si sarebbe risparmiato l’epiteto di bugiardo.

Nasce quasi il rimpianto del magnifico 1960! Anno in cui Mons. Enrico Nicodemo, Arcivescovo di Bari e Canosa, vietò al sindaco Giuseppe Papalia ed alla giunta social-comunista di prendere parte alla processione di San Nicola in ossequio alla disposizione del Santo Uffizio che aveva esteso, l’anno precedente, la scomunica anche ai socialisti. Altri tempi, certo. Tempi in cui la Chiesa non aveva paura di testimoniare il Vangelo e di prendere delle decisioni anche impopolari per difendere la fede ed indicare sempre al popolo di Dio la giusta strada verso la Verità. Perché, come ha ricordato il Santo Padre in una delle sue splendide encicliche, non può esistere l’amore senza la Verità ed anzi solo nella Verità può sussistere il vero Amore.

E allora mi auguro che possa risuonare nelle orecchie e nei cuori di chi ha il compito di guidare il gregge di Dio il richiamo a non aver paura. Non aver paura di negare l’Eucaristia a chi si sa essere pubblico ed ostinato peccatore, perché è proprio così che lo si aiuta, e gli si evita, per usare l’espressione di San Paolo, di mangiare e bere la propria condanna; non aver paura di apparire “separati” dal mondo invece di confondersi ed uniformarsi ad esso, perché solo così si tornerà a suscitare quell’attrattiva capace di far nascere la voglia di lasciarlo, il mondo, per abbracciare qualcosa di più grande; non aver paura di annunciare sempre la Verità, pur se comporta l’essere insultati, perseguitati e calunniati, perché, anche se non varrà una bella ed altisonante onorificenza civile, solo così si diventerà degni di ricevere la ricompensa nel Regno dei Cieli, l’unica che veramente conta.

In conclusione solo l’abbandono di quella falsa idea di misericordia che in realtà è perbenismo e politicamente corretto e il recupero dell’ontologica unità tra misericordia, giustizia e verità potrà far tornare i cristiani ad essere sale saporito della terra, ma soprattutto scamperà dall’udire nell’ultimo giorno le tremende parole che San Giovanni riferisce nell’Apocalisse: «ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (Ap 3,16).

Daniele Nigro è l'autore del libro "I diritti di Dio.La liturgia dopo il Vaticano II" (Edizioni Sugarco)

mercoledì 6 marzo 2013

Milano: Santa Messa e incontro di studio


Venerdì 8 marzo

Università Cattolica del Sacro Cuore, l.go Agostino Gemelli 1 - Milano

  • Ore 12:00 Cappella S. Francesco: S. Messa "per l'Elezione del Sommo Pontefice"  nella Forma Straordinaria del Rito Romano


e poi
per il ciclo di incontri organizzato per l'Anno della Fede dall'Ass.ne Alessandro Maggiolini
in collaborazione con Alleanza Cattolica:


  • Ore 18.00 Casa "card. Schuster", via S. Antonio 5 - Milano

Don Nicola Bux prenderà parte alla conferenza dal titolo "La riforma liturgica post-conciliare: storia di un restauro controverso", con il dott. Daniele Nigro



martedì 19 febbraio 2013

Il Latino nel diritto e nella Tradizione Liturgica della Chiesa


ISTITUTO SALESIANO “ DON BOSCO”
viale Virgilio 97  TARANTO
Venerdì   1 Marzo 2013 ore 17,30




Presentazione del Libro  “ La danza vuota intorno al Vitello d'oro”

Incontro di Studio: Il Latino nel diritto e nella Tradizione Liturgica della Chiesa

PARTECIPANO
  • Prof. d.  Roberto SPATARO s.d.b., segretario del Pontificium Institutum Altioris Latinitatis  e segretario della Pontificia Academia Latinitatis  Roma 
  • Dott. Daniele NIGRO, autore de “I diritti di Dio. La liturgia dopo il Vaticano II “ Sugarco, Milano 2012


Conclusioni del Prof. d. Nicola Bux, della Facoltà Teologica Pugliese

Saluti: d. Cristiano Ciferri, direttore dell'Istituto Salesiano – Taranto
Introduce: Avv. Cosimo D'Elia, Gruppo Summorum Pontificum - Taranto

SABATO 2 MARZO 2013 ore 18,00
SANTA MESSA -  VETUS ORDO  presso la Cappella dell'Istituto Salesiano
Celebrata da don Roberto Spataro 



“ ciò che è stato per le generazioni anteriori sacro, anche per noi resta sacro e grande e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso “ ( Benedetto XVI : lettera ai Vescovi di tutto il mondo per presentare il MOTU PROPRIO sull'uso della liturgia anteriore alla riforma del 1970)


lunedì 11 febbraio 2013

Quadragesima ineunte


di Giannicola D'Amico

Sta per chiudersi il breve Carnevale di questo anno 2013, e la Quaresima si avvicina  con le sue promesse di primavera.
Un tempo il “licet insanire” veniva appositamente celebrato “semel in anno” nei riti conclusivi del Carnevale: occasione di breve impazzimento cui seguiva un periodo di generale serietà, anche civile, strettamente collegato al tempo di Penitenza che la Quaresima imponeva.
Oggi, che l’impazzimento è generalizzato e dura tutto l’anno, la differenza fra Carnevale e altri periodi dell’anno è talmente sfumata – complici anche i media - da passare pressoché inosservata.
Tralasciando le norme sul digiuno e sull’astinenza, preme sottolineare come, almeno in campo liturgico-musicale, si possa recuperare qualche dato qualificante del tempo penitenziale, che va di pari passo con l’adozione di un determinato colore liturgico o con la velazione delle immagini, ovvero quel digiuno anche sensoriale che veniva proposto dalla Chiesa in Quaresima, e che sarebbe vivamente opportuno ripristinare, in un mondo in cui il digiuno fisico lo si prevede solo in caso di “dieta dimagrante”.
Quando le norme liturgiche erano maggiormente osservate, era un fatto assodato che in tempo di Quaresima si potesse usare l’organo solo e soltanto per accompagnare i canti, quindi ne era bandito, durante la liturgia, l’uso solistico.
L’organista scrupoloso si asteneva pure dall’accompagnare, ancorchè sommessamente, l’Elevazione con il solo suono dello strumento.
La sera del Giovedì Santo si inchiavardava lo strumento, non soltanto in senso simbolico, ma perchè non fosse venuto in testa a qualche scriteriato di suonare durante i riti della Passione e fino all’annunzio della Resurrezione.
Oggi queste accortezze, che sarebbero pure ancora consigliate dalle norme liturgiche, non sono più sentite ordinariamente, dimodochè il servizio musicale viene prestato durante le settimane quaresimali e anche durante la Settimana Santa, né più e né meno di come lo si concepisca per il Natale, per la Pentecoste o per la festa patronale, salvo l’utilizzo di canti adatti (ove pure non sussista il deprecabile malvezzo dei canti passepartout).
Ripristinare il puro canto “a cappella” nelle comuni Parrocchie sarebbe forse un eccesso di zelo e, al momento, un sacrificio troppo oneroso, per quanto le Cattedrali potrebbero fare un passo in tal senso, però un segno di “astinenza” dalla comune prassi sarebbe bene che fosse offerto al Popolo di Dio, da parte dei pastori e dei musicisti.
Considerato che in molte parrocchie è stato, negli ultimi decenni, affiancato all’organo (o a qualche suo surrogato) il suono di altri strumenti, sarebbe sufficiente che nel periodo compreso fra il Mercoledì delle Ceneri e la domenica di Pasqua, ci si astenga dall’uso di tali strumenti.
Allontanare almeno temporaneamente dalla liturgia le chitarre, i fiati, le percussioni o altro strumentario che, a vario titolo, è stato progressivamente inserito nella prassi liturgica delle nostre chiese, sarebbe un gesto di equilibrato buon senso liturgico.
Con l’occasione si dovrebbe cercare di curare maggiormente l’uso dell’accompagnamento organistico e, magari, ripristinare l’uso di qualche antica melodia gregoriana o post-gregoriana che un tempo caratterizzava il tempo di Quaresima: brani semplici o semplicissimi che anche il nostro popolo intonava senza soverchia difficoltà.
Magari con qualche breve catechesi circa l’adozione di questo repertorio, condita delle traduzioni del testo latino, per propiziarne la comprensione: un momento di meditazione e formazione in questo senso, sarebbe d’auspicio a recuperare alcuni “fondamentali” del servizio musicale.
Si potrebbe aiutare a comprendere, così, cominciando dai pastori e dai musicisti, per finire ai semplici fedeli, che il servizio musicale alla Liturgia non è intrattenimento puro e semplice, ma è sottoposto a delle norme precise, come lo è l’uso di determinati colori dei paramenti o l’adozione di certe letture del Nuovo e dell’Antico Testamento in luogo di altre.
Ricominceremmo così, almeno “semel in anno”, a rinsavire.

mercoledì 6 febbraio 2013

La testimonianza dei primi Martiri giapponesi


di Vito Abbruzzi

Oggi, 6 febbraio, la Chiesa fa memoria di San Paolo Miki e compagni, primi martiri giapponesi. Il racconto del loro martirio, avvenuto a Nagasaki il 5 febbraio 1597 mediante crocifissione, è una pagina gloriosa del Martirologium Romanum.

Nell’Ufficio delle Letture della liturgia odierna è narrata, con toni commoventi, la “storia del martirio dei santi Paolo Miki e compagni scritta da un autore contemporaneo”. Di questi Santi mi colpisce la fede intrepida di Antonio, bambino, terziario francescano. Scrive di lui l’anonimo testimone: “Antonio, che stava di fianco a Ludovico [Ibaraki (bambino, terziario francescano)], con gli occhi fissi al cielo, dopo aver invocato il santissimo nome di Gesù e di Maria, intonò il salmo Laudate, pueri, Dominum, che aveva imparato a Nagasaki durante l’istruzione catechistica; in essa infatti vengono insegnati ai fanciulli alcuni salmi a questo scopo”. 
Sant’Antonio da Nagasaki afferma col suo candore quanto San Paolo Miki, chierico gesuita, aveva poco prima proclamato dal “pulpito più onorifico che mai avesse avuto”, cioè la croce, che “non c’è altra via di salvezza, se non quella seguita dai cristiani”.

Questa è una vera e propria lectio magistralis sulla evangelizzazione dei popoli rivolta a quanti ritengono falsamente che l’opera svolta dalla “Propaganda Fide” nei secoli passati in terra di missione sia stata una sorta di “colonizzazione” della Chiesa di Roma, con la “imposizione” del latino ai nuovi popoli cristiani. Nulla di più falso visto il fascino che ancora oggi la nostra Chiesa esercita, mercé la liturgia gregoriana, sulle popolazioni asiatiche, in modo davvero particolare quella nipponica. Lo testimonia il successo discografico avuto negli anni dal monastero di Solesmes, attestandosi ai primi posti nelle vendite di discografia riguardanti i canti gregoriani proprio nel paese del Sol Levante.

È, allora, il caso di abbandonare quegli ingiustificati pregiudizi sulla lingua latina, che, come insegna il Beato Giovanni XXIII al n. 3 della Costituzione Apostolica Veterum sapientia, “di sua propria natura […] è atta a promuovere presso qualsiasi popolo ogni forma di cultura; poiché non suscita gelosie, si presenta imparziale per tutte le genti, non è privilegio di nessuno, infine è a tutti accetta ed amica. Né bisogna dimenticare che la lingua latina ha nobiltà di struttura e di lessico, dato che offre la possibilità di ‘uno stile conciso, ricco, armonioso, pieno di maestà e di dignità’, che singolarmente giova alla chiarezza ed alla gravità”.    

lunedì 4 febbraio 2013

La credibilità della Chiesa. Autentica per natura


di Inos Biffi
da "L'Osservatore Romano" del 23 gennaio 2013



Si sente molte volte parlare di Chiesa che deve essere “credibile”, e non raramente si invita a pregare perché lo sia, specialmente nell’orazione dei fedeli, ch’è stata assunta da non pochi come l’occasione propizia per manifestare i propri pensieri e le proprie parole in libertà. Ma, esattamente, che cosa si intende dire quando si chiede a Dio che la Chiesa sia credibile?

Se per credibilità della Chiesa si intende la sua autenticità e verità, allora si deve osservare che la Chiesa è autentica e vera per la sua stessa natura e istituzione, ed è Cristo stesso a garantire e conferire tali imperdibili prerogative. Diversamente, non sarebbe più la Chiesa di Cristo; non rappresenterebbe più il suo Corpo e la sua Sposa, cesserebbe di essere intimamente animata e guidata dallo Spirito Santo. In breve: non esisterebbe più oggettivamente come Chiesa.

Ma, se il compito della Chiesa non è propriamente quello di rendersi valida e attendibile, forse sarebbe più illuminato domandare a Dio che quanti vi appartengono si distinguano per il fervore della fede, visto che la Chiesa è per definizione una comunità di fedeli.

E infatti si diventa Chiesa in virtù dell’adesione al Vangelo, dell’accoglienza della Parola di Dio e quindi della sequela di Gesù Cristo.

Ricorre anche un altro diffuso modo di esprimersi, quando si dice della Chiesa che dev’essere “persuasiva”. Anche al riguardo viene da chiedersi: che cosa significa “persuasiva”? Sembra ovvio che l’autentica Chiesa di Cristo possegga le ragioni puntuali e idonee a mostrare la propria verità e validità; tuttavia sembrerebbe più pertinente parlare dei suoi membri che devono essere “persuasi” e manifestare tale persuasione ancora una volta con la loro fede.

Questo linguaggio ne richiama un altro allo stesso modo ripetuto, quello relativo alla profezia, che deve distinguere la Chiesa e quindi i cristiani, fedeli e pastori, che devono essere dei profeti. Probabilmente ci si dimentica che il profeta è Gesù Cristo nel quale risiede in pienezza la Verità, e che si è profeti nella misura in cui si crede in Lui e si compiono opere dettate dalla fede. I cosiddetti profeti che vengono auspicati ed esaltati sono di solito segnati da spirito critico, da risentimento e da sapore antiecclesiale.

Possiamo aggiungere un altro rilievo. Ai linguaggi a cui abbiamo accennato sembra soggiacere la convinzione che, se il mondo non crede, sarebbe appunto perché la Chiesa non è abbastanza credibile e persuasiva, o non abbastanza profetica. In realtà, verrebbe da notare che Gesù stesso, in sé sommamente credibile, persuasivo e profetico, non ha suscitato l’adesione di tutti; ma soprattutto osserveremmo che a importare primariamente non è se si riesca a persuadere, ma se si è persuasi; come non è se si pervenga a ispirare la fede, ma se si possegga veramente la fede. Senza dubbio i discepoli del Signore devono offrire i segni della loro sequela, dei quali quello proprio – secondo Gesù – è l’amore vicendevole (cfr. Giovanni, 13, 35); allo stesso modo, essi non possono non desiderare che "il mondo creda", ma sono certi che la Chiesa, di cui fanno parte, ha in sé la grazia della testimonianza convincente, che essi condividono esattamente nella misura in cui sono credenti.

D’altra parte, e più radicalmente, non va dimenticato che non è la nostra santità a rendere santa la Chiesa ma è la santità della Chiesa che rende santi noi; non è la nostra fede a rendere la Chiesa credente, ma è la fede della Chiesa che ci fa credenti.

Noi siamo nativamente privi di grazia: la riceviamo, entrando a far parte della Chiesa, che della stessa grazia è il sacramento, essendo il “luogo” dello Spirito Santo. In altri termini: sono le prerogative della Chiesa a riflettersi nei singoli che in essa si trovano.

Oggi si va continuamente citando il passo della Prima Lettera di Pietro: "pronti sempre a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in voi" (3, 15), che secondo il contesto non significa che i cristiani devono sapere apologeticamente spiegare i motivi della loro fede, ma che nella loro condotta sono chiamati a offrire ai pagani la testimonianza della loro speranza.

L’apologetica illuminata fa parte della fede cristiana, che non è un’adesione cieca e immotivata, anche se in questi anni se ne è fatto un attacco spesso sconsiderato. E certamente tutti i veri credenti hanno dentro sé ragioni “evidenti” della loro fede. Non è detto però che tutti siano in grado di esprimerle adeguatamente o, come si dice, scientificamente, anche se la ricerca critica appartiene all’educazione della fede. Non senza, tuttavia, avvertire che ci può essere una profonda maturazione della stessa fede sul piano dell’esperienza, senza che essa comporti necessariamente uno sviluppo della capacità riflessiva e argomentativa. Tommaso d’Aquino parlerebbe appunto di esperienza della realtà divina ("divina pati"), da cui viene la conoscenza teologica "per inclinazione" (Summa Theologiae, I, 1, 6, 3m): una conoscenza, cioè, "connaturale", di cui fruiscono tutti coloro che sono in grazia e di conseguenza tutti coloro che sono vitalmente nella Chiesa.

C’è nel cristiano una tranquillità profonda, sicuro com’è che la Chiesa cui appartiene è indefettibilmente credibile e persuasiva, poiché non cesserà mai di essere il Corpo di Cristo e la sua Sposa fedele.

venerdì 1 febbraio 2013

AVVISO: Messa solenne a Monopoli


Domenica 3 febbraio
ore 20,00
Chiesa S. Francesco d'Assisi
- Monopoli -


Domenica 3 febbraio alle ore 20, nell'ambito delle celebrazioni nella forma straordinaria del Rito Romano (in latino), sarà celebrata una S. Messa solenne in occasione dell'anniversario della dedicazione della chiesa di S. Francesco d'Assisi in Monopoli (Ba).

La Messa solenne è la forma più alta di celebrazione, considerando che oltre il celebrante (il parroco d. Vito Schiavone) interverranno due sacerdoti in funzione di diacono (d. Nicola Bux, diocesi di Bari) e di suddiacono (d. Matteo de Meo, diocesi di S. Severo).
Un tempo era la "Messa a tre preti" che si indicava popolarmente, celebrata in particolari occasioni in cui si richiedeva una solennità speciale, come nel caso dell'anniversario della dedicazione.

La S. Messa sarà cantata in canto gregoriano, con accompagnamento organistico sul prezioso strumento settecentesco che si conserva a S. Francesco, a cura del giovane Pierluigi Mazzone.
Il servizio all'Altare sarà svolto dal gruppo ministranti "Ecclesia Mater" sovrinteso da Antonio Alò, della parrocchia S. Maria  Amalfitana di Monopoli.
Il canto gregoriano, nelle parti affidate al sacerdote, al diacono, al cantore e al popolo contribuisce a rendere splendore al culto, essendone parte integrante ed è un patrimonio immenso che può essere riscoperto tramite questa forma di celebrazione, considerando che nella forma ordinaria, in cui ne è vivamente caldeggiato l'uso, purtroppo esso è stato quasi totalmente messo da parte.
Al termine della S. Messa seguirà la tradizionale benedizione della gola nella festa di S. Biagio di Sebaste, vescovo e martire.  
I fedeli che visiteranno la chiesa di S. francesco d'Assisi il 3 febbraio potranno lucrare l'indulgenza plenaria, alle solite condizioni, trattandosi di una festa in cui la Chiesa concede tale opportunità.









giovedì 24 gennaio 2013

Sacra Liturgia 2013: Roma, 25-28 giugno 2013


Una conferenza internazionale per studiare, promuovere e rinnovare l’apprezzamento
per la formazione liturgica e la celebrazione







Il Vescovo di Fréjus-Tolone, S.E. Mons. Dominique Rey, organizatore di Sacra Liturgia 2013, ha ricevuto il seguente messaggio dalla Segreteria di Stato: 

“Il Santo Padre… vi rivolge i suoi vivi incoraggiamenti per questa felice iniziativa al fine di promuovere il ruolo della liturgia nella vita e nella missione della Chiesa.”


L’iscrizioni per la conferenza sono aperti nello sito internet: http://sacraliturgia2013-italy.com/registration/



Per maggiori  informazioni:

Sacra Liturgia 2013

www.sacraliturgia2013.com

www.facebook.com/Sacraliturgia2013

www.twitter.com/Sacraliturgia



Secretariat:
Monastère Saint-Benoît
2, rue de la Croix
83680 La Garde-Freinet
France



venerdì 18 gennaio 2013

La Liturgia: non "spettacolo", ma comunicazione diretta con Dio

fonte: Zenit.org - 16 gennaio 2013


 Il cardinale Cañizares ha annunciato la pubblicazione entro l'anno di un opuscolo per fedeli e sacerdoti per vivere correttamente la Santa Messa

Di H. Sergio Mora

ROMA, 16 Gennaio 2013 (Zenit.org) - La Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti sta preparando un opuscolo sulla Santa Messa, rivolto sia ai sacerdoti, per assisterli nella celebrazione, sia ai fedeli, per aiutarli a partecipare correttamente alla stessa. Lo ha annunciato ieri il cardinale Antonio Cañizares, Prefetto della Congregazione vaticana, durante una conferenza nell'Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede, sul tema La Liturgia cattolica a partire dal Vaticano II: continuità ed evoluzione.

foto: ScuolaEcclesiaMater.org
"Siamo ancora in fase di preparazione del documento” ha dichiarato il porporato a ZENIT, spiegando che esso servirà “per celebrare bene e partecipare bene” e che probabilmente “verrà pubblicato quest'anno, in estate”.

Durante la conferenza, Cañizares ha ribadito l'importanza data dal Concilio Vaticano II alla Liturgia, il cui rinnovamento – ha detto – “deve essere in linea con la tradizione della Chiesa e non una rottura o una discontinuità”, ovvero pieno di tutte quelle “innovazioni” che "non sono rispettose di tutto ciò che Pio XII ha indicato”.

In particolare, il cardinale ha citato la Sacrosanctum Concilium, il primo documento conciliare sulla sacra liturgia, attraverso la quale “si è esercitata l'opera della nostra redenzione, specialmente nel divino sacrificio dell'Eucaristia". “Dio - ha sottolineato - vuole essere adorato in modo concreto e non dobbiamo essere noi persone a cambiarla".

Il Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha parlato, inoltre, di “Chiesa rinnovata”, precisando che ciò non deve essere inteso “come una semplice riforma delle strutture, ma come un cambiamento a partire dalla liturgia”, perché è attraverso di essa che “in effetti opera la salvezza”.

E riflettendo sulla Liturgia non si possono dimenticare le parole del documento conciliare secondo cui "Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, soprattutto nella Liturgia. Egli è presente nel sacrificio della Messa e nella persona del ministro - ‘offrendosi ora per il ministero dei sacerdoti, come si offrì prima sulla croce’ - sia soprattutto sotto le specie eucaristiche ". Scopo della liturgia è dunque “il culto di Dio e la salvezza degli uomini” che, ha detto il cardinale, non è “una nostra creazione, ma la fonte e il culmine della Chiesa”.

Il porporato ha criticato, inoltre, gli “abusi” esistenti verso la Liturgia, come la sua “spettacolarizzazione”, lodando invece quei momenti di silenzio che sono “l'azione" che “permettono al sacerdote e ai fedeli di comunicare con Gesù Cristo” e che riducono la “predominanza della parola”, che spesso si trasforma “in protagonismo del sacerdote celebrante”. In tal senso, l'atteggiamento da seguire è quello di Giovanni il Battista “che si eclissa per dare spazio al Messia".

Ha poi rimarcato che il Concilio ha specificamente parlato della Messa rivolta verso il popolo e dell'importanza di Cristo sull'altare, in modo da non escludere i fedeli presenti, in particolare dalla parola di Dio. Ha anche sottolineato la necessità della nozione del “mistero” e di alcuni particolari interessanti prima molto più rispettati, come “l'altare a est” o la coscienza del “significato sacrificale dell'Eucaristia”.

giovedì 10 gennaio 2013

La Santa Messa a Taranto

In obbedienza a quanto richiesto dal Santo Padre Benedetto XVI nel Motu Proprio Summorum Pontificum, l'Ufficio diocesano per la Liturgia, con mandato dell'Arcivescovo di Taranto, provvede alla Celebrazione dell'Eucaristia nella forma straordinaria, secondo il Messale del 1962, presso la Parrocchia Maria SS.ma del Monte Carmelo.
Celebra il Direttore dell'Ufficio, mons. Marco Gerardo

Di seguito è indicato il calendario delle celebrazioni previste da gennaio a luglio 2013

  • Domenica 13 gennaio, ore 12,00
  •  Sabato 16 febbraio, ore 18,30
  • Domenica 10 marzo, ore 17,00
  • Sabato 20 aprile, ore 18,30
  • Sabato 18 maggio, ore 19,00
  •  Sabato 15 giugno, ore 19,00
Per tutte le informazioni: info@portodimarebis.com

La parrocchia del Carmine è in Piazza Giovanni XXIII, 74123 Taranto:



sabato 5 gennaio 2013

La desacralizzazione del sacro secondo Galimberti… e noialtri


di Vito Abbruzzi

Dopo poco più di dieci anni dalla pubblicazione di Orme del sacro. Il cristianesimo e la desacralizzazione del sacro (ed. Feltrinelli, Milano 2000), Umberto Galimberti è ritornato sul tema pubblicando nel 2012, sempre con Feltrinelli, Cristianesimo. La religione dal cielo vuoto. 
In questa sua ultima impresa letteraria il noto professore della Università “Ca’ Foscari” di Venezia mira a definire compiutamente la propria visione del Cristianesimo, a cui riconosce il merito di aver dato vita e forma all’Occidente, ma che a questo Occidente avrebbe anche strappato il cuore autenticamente religioso.

Il Cristianesimo è per l’agnostico Galimberti la religione dal cielo vuoto, la religione che ha desacralizzato il sacro, perché, “occupandosi a pieno titolo del mondo” si sarebbe trasformato in “evento diurno”. Producendosi in discorsi che ogni società civile può fare tranquillamente da sé, il cristianesimo – a suo giudizio – avrebbe lasciato “la gestione della notte indifferenziata del sacro o alla solitudine dei singoli che cercano rimedi in farmacia, o alla follia dei gruppi”. E qui una dura critica verso tutte quelle “nuove fedi” (non escluse quelle di matrice cattolica), che, in maniera assai deformata e pericolosa, “rispondono alla domanda di tutela di quanti non sono in grado di gestire le situazioni-limite dell’esistenza” (vedi ivi, pp. 25-36).

Galimberti non esita a definire le nuove fedi di cui parla, vere e proprie “sette tragiche”, le quali, “nei loro discorsi, nelle loro preghiere, nella follia dei loro gesti”, riprenderebbero proprio “i temi cristiani della remissione dei peccati, della salvezza, della grazia, della morte e della resurrezione” (ivi, p. 30).

Come replicare a questa autorevole e ineccepibile disamina del professore? 
A noi fa piacere che non solo Galimberti, ma anche altri pensatori non credenti come lui e prima di lui abbiano denunciato quella che egli chiama “desacralizzazione del sacro”. Penso, ad esempio, al profetico Erich Fromm, che già nel lontano 1956, ne L’arte d’amare, non senza una certa preoccupazione, ebbe il coraggio di dichiarare: « La disintegrazione dell’amore per Dio ha raggiunto le stesse proporzioni della disintegrazione dell’amore per l’uomo. Questo fatto è un clamoroso contrasto con la teoria di una rinascita religiosa nell'epoca attuale. Niente potrebbe essere più lontano dalla verità. […] Senza il processo di evoluzione della vita secondo i principi di Dio, siamo più vicini a una tribù idolatrica primitiva che alla civiltà religiosa del Medioevo » (ivi, pp. 101-102).

Il prof. Abbruzzi interviene al convegno presso l'Università
di Bari, alla presenza del Card. Raymond Leo Burke
È esattamente quanto la nostra Scuola Ecclesia Mater sostiene, avendo fatto pubblicare nel 2012, per i tipi della Lindau, La danza vuota intorno al vitello d’oro: un libro che raccoglie gli atti del convegno dal titolo “Liturgie secolarizzate e diritto”, tenutosi presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari il 25 marzo 2011 e presieduto dal cardinal Burke: un convinto propugnatore della legittimità e dell’opportunità della compresenza della Messa nella Forma extraordinaria e nella forma riformata da Papa Montini o Forma ordinaria. A pagina 7 leggiamo testualmente: « Proprio con riferimento all’episodio del vitello d’oro di Aronne, è il Papa [Benedetto XVI] che pone in luce questa “tentazione costante nel cammino della fede”, eludere cioè il profondo mistero di Dio, “costruendo un dio comprensibile, corrispondente ai propri schemi, ai propri progetti”; si riprende in definitiva il tema della danza intorno al vitello […] d’oro, di un “gioco vuoto” che cerca se stesso, il quale diventa così “una sorta di banale autosoddisfacimento”, che cade facilmente nell’idolatria ».
Questa citazione serva a far capire al professor Galimberti che certi temi a lui cari stanno massimamente a cuore pure a noi e che non c’è bisogno, come egli ha fatto, di andare a scomodare Pierangelo Sequeri, dedicandogli un paragrafo alle pagine 323-324 del suo ultimo libro, visto che il monsignore, che ha fama di essere “teologo, scrittore e musicista” (vedi http://it.wikipedia.org/wiki/Pierangelo_Sequeri), è uno di quegli autori che, in virtù delle sue “canzoni di ispirazione sentimentale-religiosa che ha composto e che sono molto spesso eseguite durante le messe (tra le raccolte più note si ricordano Symbolum ’77 - Tu sei la mia vita, Symbolum ’78 - E sono solo un uomo, Symbolum ’80 - Oltre la memoria)” (vedi ivi), ha contribuito proprio alla tanto deprecata “desacralizzazione del sacro”. In che modo? Facendo parlare l’uomo; mettendolo al centro dell’universo; rendendolo protagonista principale nel dialogo con Dio. E dando così ragione a Fromm quando, sempre ne L’arte d’amare, polemicamente spiega che lo sforzo maggiore dell’uomo moderno è “cercare di aver un senso dell’‘io’; io, me stesso, come il centro dei miei poteri, come il creatore del mio mondo” (ivi, p. 111). 

La polemica frommiana non si ferma qui, ma va più a fondo, quando afferma: « Il concetto idolatrico di Dio è evidente. La gente è dominata dall’ansia. Senza fede né principi, e si trova senza uno scopo tranne quello di andare avanti; di conseguenza continua a restare infantile, a sperare che il padre e la madre continuino a venire in suo aiuto, quando l’aiuto è necessario. È vero che nelle civiltà religiose, come quella del Medioevo, l’uomo guardava a Dio come a una madre e a un padre pietoso. Ma nello stesso tempo prendeva Dio sul serio: lo scopo principale della sua vita era di vivere secondo i principi di Dio, di fare della “eterna salvezza” lo scopo supremo al quale erano subordinate tutte le altre attività. Oggi niente di questo sforzo è presente. La vita quotidiana è nettamente separata da ogni valore religioso. È dedicata allo sforzo di procurarsi le cose materiali e il successo personale. I principi sui quali si basano i nostri sforzi sono quelli dell’indifferenza e dell’egotismo (il primo spesso camuffato come “individualismo” o “iniziativa individuale”). L’uomo di una civiltà veramente religiosa può essere paragonato ai bambini di otto anni, che hanno bisogno della madre come un aiuto, ma che cominciano subito ad adottare gli insegnamenti e i principi. L’uomo contemporaneo è piuttosto come un bambino di tre anni, che piange quando ha bisogno del padre, ma è completamente autosufficiente quando può giocare » (ivi, pp. 101-102).
Una rinascita del sacro, perciò, è possibile ed è auspicabile se si rimette Dio al centro, anche e soprattutto nelle funzioni religiose, da cui Egli è stato prima detronizzato e poi sfrattato; messo in un angolo o in un cantuccio seminascosto persino nelle nostre superbe chiese antiche: veri e propri capolavori d’arte che, per il loro essere primariamente “monumento nazionale”, “patrimonio dell’umanità”, ecc., oramai sono considerati anche luogo di culto.
Ribadire, dunque, “i diritti di Dio” (tanto per citare il titolo del libro di Daniele Nigro, pubblicato nel 2012 da Sugarco) nella liturgia cattolica è il vero antidoto contro la desacralizzazione del sacro! Solo così si può rimarginare quella piaga – oramai in cancrena – tristemente nota come “creatività”, che, secondo il giudizio autorevole di Benedetto XVI, è stata causa delle non poche “deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile” (Lettera ai Vescovi in occasione della pubblicazione del Motu Proprio “Summorum Pontificum”).
È su queste basi che noi della Ecclesia Mater, in quanto Scuola, ci stiamo con tutte le forze adoperando per la risacralizzazione del sacro, pronti a dare al professor Galimberti – e a tutti quelli come lui mossi da buone intenzioni – tutto il proprio apporto scientifico in campo teologico-liturgico, fermamente fiduciosi che tempora bona veniant.

mercoledì 2 gennaio 2013

Monopoli: le prossime Sante Messe nella forma "Straordinaria"




5 gennaio
19 gennaio

ore 20,00

Chiesa di San Francesco d'Assisi
Largo Plebiscito (nei pressi del Municipio)
- Monopoli (BA) -



Continua a Monopoli (Ba) la celebrazione della S.Messa nella forma straordinaria del Rito Romano: sabato 5 e  sabato 19 gennaio alle ore 20,00  nella Chiesa di S. Francesco d'Assisi in L.go Plebiscito (adiacente al Municipio). Officiante il parroco Sac. Don Vito Maria Schiavone




martedì 1 gennaio 2013

La data (in)certa del Natale

di Vito Abbruzzi

« Come ogni anno, la festa tanto attesa, che riesce ancora a regalare emozioni fortissime e ad aprire i cuori della gente, si ripete.
« Ma il Natale, esattamente, che cosa è? 
« E la festa del 25 dicembre è il vero giorno della nascita di Gesù? 
« […] Il 25 dicembre, infatti, si festeggiava il Dies natalis Solis invicti, celebrazione dedicata al dio del Sole.
« Con l’avvento del Cristianesimo, questa festa pagana è stata sostituita dal NATALE CHRISTI, dedicata al vero dio del Sole e della Luce: Gesù Cristo.
« La data reale della nascita di Gesù Cristo non si conosce con certezza. Secondo gli storici la sua nascita si dovrebbe far risalire tra il 7 e il 4 a.C., ma su giorno e mese non esistono indizi ».

Immagine di Gesù Bambino venerata dalla Confraternita
della SS.ma Trinità de' Pellegrini. Taranto
Quello che abbiamo or ora letto non è il solito testo diffuso dall’annosa e noiosa propaganda antinatalizia dei pedanti testimoni di geova, bensì si tratta di un foglietto distribuito da una maestra elementare qualche giorno fa ai suoi scolari, convinta, in assoluta buona fede, della incertezza del 25 dicembre quale “vero giorno della nascita di Gesù”.
Come controbattere a una tale idiozia che, affermando che “su giorno e mese [della nascita di Gesù Cristo] non esistono indizi”, ritiene il “Natale Christi” una festa che ha sostituito quella pagana dedicata al Sol Invictus (25 dicembre)? Replicando che gli indizi esistono; eccome! Basta leggere attentamente i Vangeli, per  nulla imprecisi circa le notizie riguardanti la vita di Gesù; notizie che “se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere” (Gv 21,25).
Proprio un anno fa, di questi tempi, veniva dato alle stampe il libro di Michele Loconsole Quando è nato Gesù? (ed. San Paolo), in cui si smentisce la tesi sostenuta da non pochi studiosi del cristianesimo antico, e sostenitori dell’ipotesi cosiddetta mitologica, che la data del 25 dicembre fu scelta dalla Chiesa del secolo IV – tra alcune possibili – per “oscurare” e, nello stesso tempo, “soppiantare” la festa pagana del dio sole, o più propriamente del Sol Invictus: la ricorrenza religiosa celebrata da diversi popoli, soprattutto politeisti, in concomitanza del giorno del solstizio d’inverno. Alla luce dello studio delle fonti dell’epoca, sembra invece che sia accaduto esattamente il contrario. È infatti la festa pagana del Sole Invitto ad essere stata posta o, ancor meglio, posposta al 25 dicembre, nel tentativo di oscurare o di sovrapporsi a quella cristiana del Natale del Signore, più antica. Infatti, nell’Urbe la celebrazione della nascita di Cristo fissata al 25 dicembre è attestata già nel 204 da Ippolito Romano (170-235); mentre la festa pagana del dio sole era stata introdotta a Roma successivamente da Eliogabalo (imperatore dal 218 al 222 d.C.) e fissata al 19 dicembre. Solo più tardi, nel 274, l’imperatore Aureliano spostò al 25 dicembre tale ricorrenza, per arginare, limitare, se non cancellare – e non solo attraverso le indimenticabili ed efferate persecuzioni – l’ormai ingombrante comunità cristiana, così influente a Roma e nel resto dell’Impero.
Ma tornando alla attendibilità dei Vangeli, sempre il Loconsole dimostra nel suo libro la veridicità storica del 25 dicembre, quale data assai probabile della nascita del Messia, alla luce dell’annuncio dell’angelo Gabriele a Zaccaria (cf. Lc 1,5-20), che, in quanto appartenente alla classe sacerdotale di Abìa, gli toccò di officiare nel Tempio di Gerusalemme esattamente il 23 settembre. A rivelarlo, un recente studio condotto da un ricercatore israeliano. È facile, a questo punto, calcolare tutto il resto: dopo qualche giorno si ha il concepimento di Giovanni Battista la cui nascita è festeggiata il 24 giugno; sei mesi dopo il concepimento del Battista (la tradizione orientale lo fissa al 25 settembre), quello verginale di Gesù (25 marzo), la cui nascita, dopo una gravidanza regolare di nove mesi, avviene il 25 dicembre. Che la gravidanza di Maria sia stata regolare lo sappiamo dall’evangelista Luca, attestando che quando “si compirono per lei i giorni del parto, diede alla luce il suo figlio primogenito” (Lc 2,6-7). E noi sappiamo che l’evangelista Luca è in questo veridico, considerate le sue competenze mediche (cf. Col 4,14). Infatti, proprio perché medico, Luca è l’unico a riferire il preinfarto di Gesù nel Getsemani: « In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra » (Lc 22,44).
Ma quando l’evangelista Luca dice che “nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio” alla Vergine Maria, si riferisce non solo al sesto mese della gravidanza di Elisabetta, ma anche al sesto mese del calendario ebraico, che anche ai tempi di Gesù fissava l’inizio dell’anno nuovo con l’equinozio di autunno (23 settembre). E così i conti tornano alla grande, confermando ancor più l’esattezza della data del 25 dicembre.
Infine, abbiamo la profezia di Zaccaria (il papà di Giovanni Battista), che, riferendosi al venturo Messia di Israele quale “sole che sorge (oriens ex alto)” (Lc 1,78), ne indica, appunto, la nascita, che coinciderà col solstizio d’inverno. Altrimenti non avrebbero senso i tantissimi appellativi vetero e neo testamentari attribuiti al Cristo quale luce che brilla fra le tenebre (cf. Is 58,10; Gv 1,5); “luce vera che illumina ogni uomo” (Gv 1,9); “sole che non tramonterà più” (Is 60,20) sugli eletti, i quali, a motivo di ciò, “non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli” (Ap 22,5).