Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 7 aprile 2023

Una data di Pasqua in coincidenza con la data storica della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù?

Quest'anno la data di Pasqua viene il 9 aprile e la morte di Gesù - il Venerdì santo - il 7 aprile.
Secondo gli esegeti, Gesù sarebbe morto il 7 aprile dell'anno 30 d.C., sebbene non tutti condividano questa opinione (cfr. Ruggiero Sangalli, La morte di Cristo, minuto per minuto, in LNBQ, 26.3.2011; Id., E il sole si oscurò, l'ultima ora di Gesù, ivi, 19.3.2011; Id., I vangeli e l'ultima cena, ivi, 5.3.2011).
Tuttavia, la maggior parte degli studiosi è assestata sulla data del 7 aprile del 30 della nostra era.
Tuttavia vi sono dei dati estrinseci ai Vangeli che confermerebbero questa datazione. Qualche anno fa ricordammo che il Talmud riportava la notizia che quarant'anni prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme (avvenuta nel 70 d.C.) il miracolo della c.d. striscia rossa ovvero il panno rosso apposto sulla porta del Tempio, che sarebbe dovuto diventare bianco a significare che l’espiazione del Yom Kippur era stata accetta al Signore, rimaneva color cremisi (cfr. Quando lo stesso Talmud conferma che solo con Cristo ed il suo Sacrificio venne la Redenzione … ovvero le prove talmudiche relative al Messia, qui, 24.2.2018). Orbene, se è nota la data della distruzione del Tempio è facile dire da quarant'anni prima si scenda sino al 30 d.C. Per cui quella data appare altamente verosimile.
Ecco quanto riporta John P. Meier, nel suo libro Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, pubblicato per i tipi della Queriniana, vol. 1:

«Ammettendo che la cronologia della passione di Giovanni sia verosimilmente più accurata dal punto di vista storico, questo ci fornisce qualche indicazione circa l'anno esatto in cui Gesù morì? È possibile, entro un certo raggio di probabilità. Da una parte abbiamo già visto che nell'arco dei dieci anni di governo di Pilato come prefetto (26-36 d.C.), il ministero di Gesù può aver avuto inizio nell'anno 28 d.C., ma pure il 27 e il 29 sono valide date. Questo significa che possiamo tranquillamente ignorare tutti gli anni fino al 28 come possibili date della morte di Gesù. Inoltre, ammettendo una data intorno al 28 d.C. come inizio del ministero di Gesù, anche la sua esecuzione proprio negli ultimi anni dell'amministrazione di Pilato sembra inverosimile, poiché un ministero con una durata tra i cinque e gli otto anni sarebbe in evidente disaccordo sia con la cronologia sinottica che con quella giovannea. Né, in pratica, un ministero tanto lungo è normalmente sostenuto da esegeti o storici.

In breve, dunque, l'anno della morte di Gesù, secondo l'opinione della maggioranza dei commentatori, va collocato tra il 29 e il 34 d.C., questo lasciando spazio alle ampie possibilità. [...] Per ridurre ulteriormente le possibilità, alcuni esegeti ricorrono all'astronomia, per calcolare in quali anni - tra il 29 e il 34 d.C. - il quattordici di nisan cadde di venerdì. A prima vista, l'uso della scienza per risolvere questo problema di cronologia biblica sembra molto promettente, ma c'è più di un ostacolo a una chiara soluzione scientifica.

(1) Nel calendario lunare ufficiale, il nuovo mese (per es., nisan) era proclamato la sera del ventinovesimo giorno del mese precedente, se due testimoni attendibili erano in grado di attestare, alla commissione per il calendario in Gerusalemme, di aver visto la nuova luce della nuova luna dopo il tramonto. La dichiarazione, dunque, dipendeva non dal fatto che effettivamente ci fosse la nuova luce, ma dalla circostanza che esseri umani l'avessero vista. Nuvole, pioggia, polvere e altri ostacoli atmosferici, di cui non possiamo ora essere certi, avrebbero potuto differire la visione della nuova luce. La difficoltà era, in qualche modo, mitigata dalla regola che mesi non potevano essere né più brevi di ventinove giorni né più lunghi di trenta. Conseguentemente, la dilazione poteva essere al massimo di un solo giorno.

(2) Per adattare il calendario lunare all'effettivo anno solare, di quando in quando si doveva aggiungere al calendario giudaico un anno intercalare. Probabilmente non c'era un ciclo regolare di anni intercalari agli inizi del I secolo d.C.; gli anni venivano aggiunti quando le autorità decidevano che fosse necessario, sulla base dell'osservazione concreta (specialmente dell'agricoltura). Non possiamo sapere con certezza se ci fu un anno intercalare tra il 29 e il 34 d.C.

Ogni calcolo deve, dunque, rimanere incerto. [...] Le nostre conclusioni principali possono sussistere anche senza fare appello a calcoli astronomici e agli speciali problemi che comportano. In ogni caso, secondo le tavole redatte da Jeremias, nell'arco che abbiamo scelto tra il 29 e il 34 d.C., gli unici anni in cui il quattordici di nisan, probabilmente, cadde di giovedì sono il 30 d.C. (venerdì, 7 aprile) e il 33 d.C. (venerdì, 3 aprile). Negativamente, il 29 e il 32 d.C. sembrano da escludere, prescindendo dal fatto che si scelga la cronologia sinottica o quella giovannea e il 31 d.C. non è una data possibile se optiamo per la cronologia giovannea. A ogni fine pratico, dunque, ci resta da scegliere tra il 30 e il 33 d.C.

A mio parere, il 30 d.C. è la data più verosimile. Far iniziare il ministero di Gesù nel 28 d.C. (che mi sembra l'anno più probabile) e differire la sua morte fino al 33 d.C. comporterebbe un ministero durato dai quattro ai cinque anni. Anche se questo non è impossibile, va oltre ciò che indicano sia i sinottici sia Giovanni. Come soluzione provvisoria, dunque, suggerisco che Gesù iniziò il suo ministero subito dopo la morte di Giovanni Battista, nel 28 d.C., e che fu giustiziato sulla croce il 7 aprile dell'anno 30».


sabato 13 ottobre 2018

Il 13 ottobre, e non il 29 giugno, data del martirio del beato Pietro Apostolo?

Negli anni scorsi abbiamo già fatto cenno a quest’ipotesi, tutt’altro che peregrina (v. qui e qui).
E perché no???
Del resto, nella storia della nostra fede, questa data è densa di significati.
Il 13 ottobre 1884 il Sommo Pontefice Leone XIII ebbe la celebre visione dei demoni sulla città di Roma, che lo indusse a scrivere la famosa invocazione a S. Michele, principe delle milizie celesti.
Un altro 13 ottobre, 33 anni dopo, ci fu alla Cova di Iria, presso Fatima, in Portogallo, il celebre miracolo del sole.
Un altro 13 ottobre, all’inizio del centenario di Fatima, nel 2016, poi, la statua di Lutero faceva il suo ingresso solenne nell’Aula Nervi, in Vaticano, entrando nel “recinto di Pietro”!
Il 13 ottobre una data significativa. Dunque. E densa di significati.
Rilanciamo, quindi, questo contributo di un nostro amico ed affezionato lettore su questo tema. 

Sulle orme della Guarducci alla scoperta della data del martirio di san Pietro

di Giuliano Zoroddu


La Chiesa celebra la festa dei santi Apostoli Pietro e Paolo il 29 giugno. Recita il Martirologio Romano: “A Roma il natale dei santi Apostoli Pietro e Paolo, i quali patirono nello stesso anno e nello stesso giorno, sotto Nerone Imperatore. Il primo di questi, nella medesima Città, crocifisso col capo rivolto verso la terra, e sepolto nel Vaticano presso la via Trionfale, è celebrato con venerazione di tutto il mondo; l’altro decapitato e sepolto sulla via Ostiense, è venerato con pari onore”. Se il “medesimo giorno” è il 29 giugno (Tértio Kaléndas Júlii), il “medesimo anno” è un po’ più difficile da individuare perché si va dall’anno 64 all’anno 67. La tradizione ecclesiastica ha fatto suo quest’ultimo: “Simon Pietro … venne a Roma e quivi tenne per venticinque anni la cattedra sacerdotale, fino all’ultimo anno di Nerone, cioè il decimo quarto”[1] precisamente, sempre secondo san Girolamo, due anni dopo la morte di Seneca, occorsa nell’aprile del 65[2]. In base a questi dati, il martirio del Pescatore di Betsaida, costituito da Gesù capo visibile dei suoi discepoli, sarebbe avvenuto fra il 13 ottobre del 67 (inizio del quattordicesimo anno d’impero di Nerone) e il 9 giugno del 68 (giorno della sua morte). E infatti Pio IX e anche Paolo VI hanno celebrato il diciottesimo e il diciannovesimo centenario del martirio dei Principi degli Apostoli rispettivamente nel 1867-1868 e nel 1967-1968. A fronte tuttavia di questa tradizione, che ovviamente non afferisce al dogma della fede, vi è tuttavia dibattito fra gli studiosi, fra i sostenitori del 64, fra quelli del 65, del 67 o del 68, fra coloro che fanno coincidere l’anno del martirio di Pietro e del martirio di Paolo e coloro che invece scindono i due martìri, assegnano ad ognuno varie date. L’unica cosa certe che Pietro (come Paolo) fu ucciso per la fede sotto il regno di Nerone (13 ottobre 54 – 9 giugno 68) Non teniamo in considerazioni i negatori della storicità di questi martìri, perché, prendendo a prestito le parole dell’Harnack e del Cullman (protestanti), trattasi semplicemente di pregiudizi anticattolici.


Però vi è una studiosa che non solo ha la sua opinione sull’anno del martirio, ma che sul mese e sul giorno. La studiosa è la compianta Margherita Guarducci (1902 – 1999), grande epigrafista, indissolubilmente legata alla individuazione della tomba e delle reliquie di san Pietro, autrice, fra le altre eccellenti opere, del saggio “La data del Martirio di San Pietro” del 1968 (La Parola del Passato, CXIX, Marzo-Aprile 1968, pp. 81-115)[3]. Vediamo di riassumere esaustivamente la tesi di questa dottissima Maestra.


Noi sappiamo che il massacro che Nerone fece dei Cristiani della Chiesa Romana seguì l’incendio che devastò l’Urbe dal 18 al 27 luglio del 64. Le fonti storiche più antiche a riguardo sono  gli Annali di Tacito e la Lettera di Papa san Clemente Romano ai Corinzi (datata al 95/96), che ci parlano della grande moltitudine di coloro che Nerone fece uccidere durante macabri spettacoli.
Tacito, Annales, XV, 44, 6-9: “Nessuno sforzo umano, nessuna elargizione dell’imperatore o sacrificio degli dei riusciva ad allontanare il sospetto che si ritenesse lui il mandante dell’incendio. Quindi, per far cessare la diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e colpì con pene di estrema crudeltà coloro che, odiati per il loro comportamento contro la morale, il popolo chiamava Cristiani. Colui al quale si doveva questo nome, Cristo, nato sotto l’impero di Tiberio, attraverso il procuratore Ponzio Pilato era stato messo a morte; e quella pericolosa superstizione, repressa sul momento, tornava di nuovo a manifestarsi, non solo in Giudea, luogo d’origine di quella sciagura, ma anche a Roma, dove confluisce e si celebra tutto ciò che d’atroce e vergognoso giunge da ogni parte del mondo. Quindi dapprima vennero arrestati coloro che confessavano, in seguito, grazie alle testimonianze dei primi, fu dichiarato colpevole una grande moltitudine di persone non tanto per il crimine di incendio, quanto per odio nei confronti del genere umano. E furono aggiunti anche scherni per coloro che erano destinati a morire, che, con la schiena ricoperta di belve, morissero dilaniati dai cani, o che fossero crocefissi o dati alle fiamme e, tramontato il sole, utilizzati come torce notturne. Per quello spettacolo Nerone aveva offerto i suoi giardini ed allestiva uno spettacolo al circo, confuso fra la folla in abito da auriga o salendo su una biga. Quindi, benché le punizioni fossero rivolte contro colpevoli ed uomini che si meritavano l’estremo supplizio, sorgeva una certa compassione nei loro confronti, come se i castighi non fossero stati inflitti per il bene pubblico, ma per la crudeltà di un solo uomo”.
Clemente, I Cor, V-VI: “Per invidia e per gelosia le più grandi e giuste colonne furono perseguitate e lottarono sino alla morte. Prendiamo in considerazione i buoni apostoli. Pietro per l’ingiusta invidia non una o due, ma molte fatiche sopportò, e così, dopo aver reso testimonianza, s’incamminò verso il meritato luogo della gloria. Per invidia e discordia Paolo mostrò il premio della pazienza. Per sette volte portando catene, esiliato, lapidato, fattosi araldo nell’Oriente e nell’Occidente, ebbe la nobile fama della fede. Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, giunto al confine dell’occidente e resa testimonianza davanti alle autorità, lasciò il mondo e raggiunse il luogo santo, divenendo il più grande modello di pazienza. Intorno a questi uomini che piamente si comportarono si raccolse una grande moltitudine di eletti, i quali, dopo aver sofferto per la gelosia molti oltraggi e tormenti, divennero fra noi bellissimo esempio. Per gelosia perseguitate, donne Danaidi e Dirci, dopo aver sopportato oltraggi terribili ed empi, si misero sulla sicura via della fede, esse che fisicamente erano deboli”.


Dai questi due tesi, in relazione fra loro,  la Guarducci deduce:
1. che il martirio di Pietro, di Paolo e della gran moltitudine di cristiani e cristiane sia avvenuto nel 64, essendo gli altri anni occupati dalla repressione della Congiura dei Pisoni e di altri (65-estate 66), dalla incoronazione di Tiridate re d’Armenia (settembre 66), dal viaggio in Grecia di Nerone (66-68);
2. che sia avvenuto nei giardini di Nerone e nel Circo lì esistente, a motivo del fatto che questo era l’unico risparmiato dalle fiamme e che il martirio di Pietro è strettamente legato al Vaticano, come dimostra la presenza della sua tomba e del luogo di culto sovrastante.
L’anno quindi è per la Nostra il 64, l’unico in cui Nerone avrebbe potuto partecipare alle corse svoltesi durante i sanguinosi spettacoli. Ma in che mese? Cediamole la parola: “Ci troviamo, in ogni modo, dopo il 28 luglio, giorno in cui l’immane incendio si estinse. Bisognerà anzitutto escludere un paio di mesi dopo il disastro, per dare il tempo necessario alle prime opere di soccorso, alle prime iniziative per il riassetto di Roma, alle suppliche religiose, non che alle mormorazioni contro l’imperatore che il popolo riteneva colpevole del flagello Si giunge così alla fine di settembre o ai primi di ottobre. D’altra parte bisogna escludere anche gli ultimi due mesi dell’anno, non propizi allo svolgimento di spettacoli all’aperto […] il periodo più probabile ci appare la prima metà di ottobre”[4].
E di questa prima metà del mese, imporporata dai Protomartiri Romani caduti vittima delle fantasie sanguinarie di Nerone e Tigellino, la Guarducci individua anche il giorno preciso del martirio di san Pietro: il 13 ottobre. Su cosa basa tanta sicurezza? Su due dati:
1. le profezie post eventum contenute negli apocrifi Ascensione di Isaia e Apocalisse di Pietro (I-II secolo d.C.) che ci forniscono dati cronologici più che esatti;
2. il fatto che il 13 ottobre del 64 fosse il decimo dies imperii di Nerone, il quale era salito al trono dopo l’avvelenamento del padre adottivo Claudio, appunto il 13 ottobre del 54.
I due testi apocrifi citati “profetizzano” al principe matricida, figlio dell’Ade, reo di aver ucciso Pietro e gli altri discepoli del Signore, che, dopo lo spargimento del sangue di Pietro e degli altri discepolo, avrebbe regnato solamente altri “1332 giorni”. E tornando a ritroso dal 9 giugno 68, giorno in cui Nerone finì ingloriosamente i suoi giorni, si arriva alla data del 13 ottobre 64, decimo anniversario della sua ascesa al trono. Un giorno sacratissimo, solennizzato con sacrifici e spettacoli cruenti: il sangue versato, si credeva, avrebbe giovato ai vivi. E nel caso delle feste per il genetliaco (dies natalis) o l’ascesa al trono (dies imperii) il vivo era un vivo particolare: l’Imperatore, il divus princeps. Leggiamo cosa scrive l’Autrice: “I Cristiani sono stati condannati (questo risulta dal famoso passo di Tacito) per il loro odium humani generis, cioè come nemici dell’Impero, e qui si vede ch’essi vengono sacrificati proprio in occasione della festa in cui – nella persona dell’imperatore divinizzato – si esalta la maestà dell’impero romano”[5].  Pertanto conclude: “Tutto induce a ritenere che il problema lungamente dibattuto circa la data del martirio di Pietro possa – lo ripeto – trovare soddisfacente soluzione nella riposta: 13 ottobre 64”[6]. Il fatto poi che la Chiesa celebri uniti i due Principi degli Apostoli al 29 giugno si spiega facendo riferimento alla commemorazione della traslazione dei due Padri di Roma Cristiana nella Basilica Apostolorum in  Catacumbas sull’Appia (l’attuale San Sebastiano): e questa seconda depositio avvenuta nel 258 sotto il consolato di Tusco e Basso, ai tempi  della persecuzione di Valeriano, eseguita per scampare i copri apostolici dal ludibrio pagano, fece dimenticare le date della prima.


Una scelta di date che non sembra invero casuale perché il 29 giugno, mentre i pagani festeggiavano una festa legata a Romolo, fondatore di Roma pagana, i Cristiani celebravano “la festa natalizia dei due Principi degli apostoli, Pietro e Paolo, o per meglio dire, dietro la persona dei due massimi Apostoli era la festa del primato pontificio, la festa del Papa, il Natalis Urbis, cioè della Roma Cristiana, il trionfo della Croce su Giove scagliafolgori e sui suoi vicari, i Pontifices Maximi residenti nella Regia del Foro. Tant’è vero che Roma vi annetteva questo significato simbolico, che i vescovi della provincia metropolitica del Papa erano soliti in tale giorno di recarsi nell’Eterna Città in segno d’ossequiosa sudditanza, per celebrare si grande solennità insieme col Pontefice”[7].

[1] Girolamo, De viribus illustribus, 1. PL 23, 638B.
[2]  Ivi, 12. PL 23 662°.
[3]  Margherita Guarducci espose questa sua tesi in un articolo apparso su 30Giorni (anno XIV, marzo 1996, p. 79-82): La data del martirio di san Pietro.
[4]  M. Guarducci, La data del Martirio di San Pietro, La Parola del Passato, CXIX, Marzo-Aprile 1968, pp. 103-104.
[5]  Ivi, p. 110. La storia ci fornisce altri esempi di massacri di “nemici dell’impero” occorsi in altri dies imperii:  i Giudei di Alessandra sacrificati nel dies imperii di Caligola; gli Ebrei gettati alle fiere sotto Vespasiano e Tito; il martirio di san Policarpo nell’anniversario dell’esaltazione al trono di Antonino Pio; il martirio dei Cristiani di Lione nel dies imperii di Marco Aurelio.
[6] Ivi, p. 111.
[7] A. I. Schuster, Liber Sacramentorum, vol. VII, Torino-Roma 1930, p. 298.

domenica 24 dicembre 2017

“L’arte all’arte e il lupo alle pecore”. La storicità del 25 dicembre

Ricevuto, rilanciamo questo contributo di un nostro amico.
Per approfondimenti sul tema della data del 25 dicembre, rinviamo di recente anche a Clemente Sparaco, Dies Natalis Domini (Il Natale del Signore), in Riscossa cristiana, 18.12.2017.

“L’arte all’arte e il lupo alle pecore”. La storicità del 25 dicembre

di Vito Abbruzzi

«L’artә a l’artә e u loupә e pekәrә», l’arte all’arte e il lupo alle pecore. È un detto tipicamente conversanese, per mettere a tacere chi pecca di saccenteria, ricordandogli che la ragione può vantarla solo il competente in materia. Un principio questo recepito in tempi recenti anche dalla scuola italiana, la cui didattica, oltre alle normali conoscenze e abilità, è volta all’acquisizione delle competenze. Infatti, oggi si parla di “didattica per competenze”. Ma questo principio, ahimè!, è ancora lontano dall’essere recepito proprio da molti docenti che o non si aggiornano o semplicemente non si confrontano con chi ne sa di più di loro. Ne deriva che la loro è una didattica per stereotipi.
«Attenti agli stereotipi»! L’ammonisce – guarda caso – proprio Antonio Brusa, docente di Didattica della Storia all’Università di Bari, in un suo libro ad uso scolastico (L’atlante delle storie, vol. 1, ed. Palumbo, Palermo 2010, p. 51), ricordando, non tanto ai discenti quanto ai docenti, che «uno stereotipo è una convinzione falsa alla quale molti credono. Se ne trovano per ogni argomento. […] Ce ne sono, sorprendentemente, anche nelle conoscenze scientifiche. […] Dobbiamo liberarcene, se vogliamo capire […] e se vogliamo discutere con serietà» (ivi).
Gli stereotipi a cui il prof. Brusa fa riferimento sono quelli riguardanti «la storia della formazione dell’uomo», dicendo, a chiare lettere, a chi continua a sostenere il contrario anche e soprattutto nel mondo della scuola, che «siamo i fratelli, o i cugini delle scimmie, non i loro discendenti» (ivi).
Ma gli stereotipi riguardano anche il Cristianesimo, la cui storia è ancora insegnata sulla improbabilità dell’accadimento di certi eventi, che hanno di fatto cambiato la Storia. Mi riferisco al Natale e alla Pasqua, la cui narrazione apparterrebbe più al genere mitologico che a quello storico. E così si finisce col sostenere che Gesù non solo non è nato il 25 dicembre, ma forse non è mai esistito. Così anche la sua resurrezione: più presunta che reale. Ma su questo argomento ho già in mente un articolo di prossima pubblicazione: «La resurrezione di Cristo non è un pesce d’aprile», visto che quest’anno Pasqua sarà il 1 aprile.
Ho già ampiamente trattato su questo blog la questione del 25 dicembre e la sua fondatezza storica (v. qui, qui e qui). Non voglio annoiare ulteriormente, ma mettere in guardia proprio dagli stereotipi che, mitilogizzando la nascita del Cristo, danneggiano l’Insegnamento e conseguentemente l’educazione dei giovani, in nome di una emancipazione fasulla, che nega i principi cristiani su cui l’Occidente stesso è fondato.
Buon Natale.


mercoledì 24 dicembre 2014

25 dicembre, una data storica

Già alcuni anni fa, questo blog aveva dedicato al tema un piccolo saggio. Mi sembra opportuno, tuttavia, pubblicare questo studio, che, sebbene datato, è assai utile specie in questi nostri anni nei quali si prospettano da più parti spiegazioni mitologiche del Natale, che, in verità, esso è un avvenimento storico reale, ben inquadrato nel tempo e nello spazio, come ci ricorda il Martirologio tradizionale: Anno a creatióne mundi, quando in princípio Deus creávit cœlum et terram, quínquies millésimo centésimo nonagésimo nono: A dilúvio autem, anno bis millésimo nongentésimo quinquagésimo séptimo: A nativitáte Abrahæ, anno bis millésimo quintodécimo: A Moyse et egréssu pópuli Israël de Ægypto, anno millésimo quingentésimo décimo: Ab unctióne David in Regem, anno millésimo trigésimo secúndo; Hebdómada sexagésima quinta, juxta Daniélis prophetíam: Olympíade centésima nonagésima quarta: Ab urbe Roma cóndita, anno septingentésimo quinquagésimo secúndo: Anno Impérii Octaviáni Augústi quadragésimo secúndo, toto Orbe in pace compósito, sexta mundi ætáte, Jesus Christus ætérnus Deus, æterníque Patris Fílius, mundum volens advéntu suo piíssimo consecráre, de Spíritu Sancto concéptus, novémque post conceptiónem decúrsis ménsibus, in Béthlehem Judæ náscitur ex María Vírgine factus Homo: NATÍVITAS Dómini nostri Jesu Christi secúndum carnem.

25 dicembre, una data storica

Non fu una scelta arbitraria per soppiantare antiche feste pagane. Quando la Chiesa celebra la nascita di Gesù nella terza decade di dicembre, attinge all’ininterrotta memoria delle prime comunità cristiane riguardo ai fatti evangelici e ai luoghi in cui accaddero. Tommaso Federici, professore emerito di teologia biblica, fa il punto su indizi e recenti scoperte che confermano la storicità della data del Natale

di Tommaso Federici

Un preambolo
In genere si assumeva e si assume senza discutere la notizia già antica secondo cui la celebrazione del Natale del Signore nella prima metà del secolo IV fu introdotta dalla Chiesa di Roma per motivi ideologici. Infatti sarebbe stata posta al 25 dicembre per contrastare una pericolosa festa pagana, il Natale Solis invicti (fosse Mitra, come è probabile, o fosse una titolatura di un imperatore romano). Tale festa era stata fissata al solstizio invernale (21-22 dicembre), quando il sole riprendeva il suo corso trionfale verso il suo sempre maggiore risplendere. Quindi in ambito cristiano, risalendo di 9 mesi, si era posta al 25 marzo la celebrazione dell’annuncio dell’Angelo a Maria Vergine di Nazareth, e la sua Immacolata Concezione del Figlio e Salvatore. In conseguenza, sei mesi prima della nascita del Signore si era posta anche la memoria della nascita del suo precursore e profeta e battezzatore Giovanni. 
L’abside centrale della chiesa di Sancta Maria Foris Portas a Castelserpio, in provincia di Varese (VII-VIII secolo). Conserva i resti di un affresco, ispirato ai Vangeli apocrifi
D’altra parte, l’Occidente cristiano non celebrava l’annuncio della nascita di Giovanni al padre, il sacerdote Zaccaria. Che invece, e da lunghissima data, è commemorato nell’Oriente siro alla prima domenica del “Tempo dell’Annuncio (Sûbarâ)”, che comprende in altre cinque domeniche l’annunciazione a Maria Vergine, la visitazione, la nascita del Battista, l’annuncio a Giuseppe, la genealogia del Signore secondo Matteo. 
L’Oriente bizantino, e sempre da data immemoriale, celebra invece al 23 settembre anche l’annuncio a Zaccaria. 
Si hanno in successione quattro date evangeliche che inseguendosi si intersecano, ossia I) l’annuncio a Zaccaria e II) sei mesi dopo l’annunciazione a Maria, III) rispettivamente nove e tre mesi dopo le prime due date, la nascita del Battista, e IV) rispettivamente sei mesi dopo quest’ultima data, e naturalmente nove mesi dopo l’annunciazione, la Nascita del Signore e Salvatore. 
Il referente per così dire “liturgico” di tutto questo sarebbe quindi il Natale del Signore, al 25 dicembre, sulla cui base, si assume, furono disposte le feste dell’annunciazione nove mesi prima, e della nascita del Battista sei mesi prima. Gli storici e i liturgisti su questo svolgono diverse ipotesi più o meno accolte. Il problema è che già nei secoli II-IV erano state avanzate diverse datazioni, che tenevano conto di computi astronomici, o di idee teologiche. 
Una data “storica” esterna, ossia che non fosse biblica, patristica e liturgica, e che portasse una conferma agli studiosi, non era ancora conosciuta. 

Un riferimento: l’annuncio a Zaccaria 
Luca ha una certa sua cura di situare la storia. Così ad esempio cita «l’editto di Cesare Augusto» per il lungo censimento di Quirino (circa il 7-6 a. C.), durante il quale avvenne la nascita del Signore (Lc 2, 1-2). Inoltre rimanda all’anno quindicesimo di Tiberio Cesare (circa il 27-28 d. C.), quando Giovanni il Battista cominciò la sua predicazione preparatoria del Signore (Lc 3, 1). E annota: «E lo stesso Gesù era cominciante [il suo ministero dopo il Battesimo, Lc 3, 21-22] quasidi anni 30» (Lc 3, 23), di fatto avendo circa 33 o 34 anni. 
Secondo la sua suggestiva narrazione evangelica, lo stesso Angelo del Signore, Gabriele, sei mesi prima dell’annunciazione a Maria (Lc 1, 26-38), alla conclusione della solenne celebrazione sacrificale quotidiana aveva annunciato nel santuario all’anziano sacerdote Zaccaria che la sua sposa, sterile e anziana, Elisabetta, avrebbe concepito un figlio, destinato a preparare un popolo a Colui che doveva venire (Lc 1, 5-25). Luca si preoccupa di situare questo fatto con una precisione che rimanda a un dato conosciuto da tutti. Così narra che Zaccaria apparteneva alla «classe [sacerdotale, ephêmería] di Abia» (Lc 1, 5), e mentre gli appare Gabriele «esercitava sacerdotalmente nel turno [táxis] del suo ordine [ephêmería]» (Lc 1, 8). 
Così rimanda a un fatto generale senza difficoltà, e a uno specifico e puntuale, che presenta un problema. Il primo fatto, noto a tutti, era che nel santuario di Gerusalemme, secondo la narrazione del cronista, David stesso aveva disposto che i «figli di Aronne» fossero distinti in 24 táxeis, ebraico sebaot, i “turni” perenni (1 Cr 24, 1-7.19). Tali “classi”, avvicendandosi in ordine immutabile, dovevano prestare servizio liturgico per una settimana, «da sabato a sabato», due volte l’anno. L’elenco delle classi sacerdotali fino alla distruzione del tempio (anno 70 d. C.) secondo il testo dei Settanta era stabilito per sorteggio, così: I) Iarib, II) Ideia, III) Charim, IV) Seorim, V) Mechia, VI) Miamin, VII) Kos, VIII) Abia, IX) Giosuè, X) Senechia, XI) Eliasib, XII) Iakim, XIII) Occhoffa, XIV) Isbaal, XV) Belga, XVI) Emmer, XVII) Chezir, XVIII) Afessi, XIX) Fetaia, XX) Ezekil, XXI) Iachin, XXII) Gamoul, XXIII) Dalaia, XXIV) Maasai (l’elenco, in 1 Cr 24, 7-18). 
Il secondo fatto è che Zaccaria quindi apparteneva al «turno di Abia», l’VIII. Il problema che pone questo è che Luca scrive quando il tempio è ancora in attività, e quindi tutti potevano conoscere le sue funzioni, e non annota “quando” stava in esercizio il «turno di Abia». Inoltre, non dice in quale dei due avvicendamenti annuali Zaccaria ricevette l’annuncio dell’Angelo nel santuario. E sembra che lungo i secoli nessuno abbia avuto cura di riportare la memoria, o di fare qualche ricerca. La stessa Comunità madre, la Chiesa di Gerusalemme, giudeo-cristiana di lingua aramaica, che tradizionalmente (almeno per due secoli) era guidata dai parenti di sangue di Gesù, Giacomo e i suoi successori, non sembra che si curasse di questo particolare, che per i contemporanei andava da sé. 

Il «turno di Abia» con data certa 
Nel 1953 la grande specialista francese Annie Jaubert, nell’articolo Le calendrier des Jubilées et de la secte de Qumran. Ses origines bibliques, in Vetus Testamentum, Suppl. 3 (1953) pp. 250-264, aveva studiato il calendario del Libro dei Giubilei, un apocrifo ebraico assai importante, che risaliva alla fine del sec. II a. C. Ora numerosi frammenti di testo di tale calendario, ritrovati nelle grotte di Qumran, dimostravano non solo che esso era stato fatto proprio dagli Esseni che lì vivevano (circa sec. II a. C.-sec. I d. C.), ma che esso era ancora in uso. Detto calendario è solare, e non dà nomi ai mesi, ma li chiamava con il numero di successione. La studiosa aveva pubblicato poi su questo diversi altri articoli importanti; vedi anche la sua voce Calendario di Qumran, inEnciclopedia della Bibbia 2 (1969) pp. 35- 38. E in una celebre monografia, La date de la Cène,Calendrier biblique et liturgie chrétienne, Études Bibliques, Paris 1957, aveva anche ricostruito la successione degli eventi della settimana santa, individuando in modo convincente (salvo dissensi di qualcuno) al martedì, e non al giovedì, la data della cena del Signore.
Da parte sua, anche lo specialista Shemarjahu Talmon, dell’Università Ebraica di Gerusalemme, aveva lavorato sui documenti di Qumran e sul calendario dei Giubilei, ed era riuscito a precisare lo svolgersi settimanale dell’ordine dei 24 turni sacerdotali nel tempio, allora ancora in funzione. I suoi risultati erano consegnati nell’articolo The Calendar Reckoning of the Sect from the Judean Desert. Aspects of the Dead Sea Scrolls, in Scripta Hierosolymitana, vol. IV, Jerusalem 1958, pp. 162-199; si tratta di uno studio accurato e importante, ma, si deve dire, passato pressoché inosservato dal grande circuito, ma non ad Annie Jaubert. Ora, la lista che il professor Talmon ricostruisce indica che il «turno di Abia (Ab-Jah)», prescritto per due volte l’anno, ricorreva così: I) la prima volta, dall’8 al 14 del terzo mese del calendario, e II) la seconda volta dal 24 al 30 dell’ottavo mese del calendario. Ora, secondo il calendario solare (non lunare, come è l’attuale calendario ebraico), questa seconda volta corrisponde circa all’ultima decade di settembre. 
Come annota anche Antonio Ammassari, Alle origini del calendario natalizio, in Euntes Docete 45 (1992) pp. 11-16, Luca, con l’indicazione sul «turno di Abia», risale a una preziosa tradizione giudeo-cristiana gerosolimitana, che da narratore accurato di storia (Lc 1, 1-4) ha rintracciato, e offre la possibilità di ricostruire alcune date storiche. 
Così il rito bizantino al 23 settembre fa memoria dell’annuncio a Zaccaria, e conserva una data storica certa, e pressoché precisa (forse con un decalco di uno o due giorni). 

Date storiche del Nuovo Testamento 
La principale datazione storica sulla vita del Signore verte sull’evento principale: la sua resurrezione nel resoconto unanime dei quattro Evangeli (e del resto della Tradizione apostolica del Nuovo Testamento, vedi 1Cor 15, 3-7) avvenne all’alba della domenica 9 aprile dell’anno 30 d. C., data astronomica certa, e quindi quella della sua morte avvenne circa alle 15 pomeridiane del venerdì 7 aprile del medesimo anno 30. 
Secondo i dati ricavati dall’indagine recente come sopra accennata, viene un intreccio impressionante di altre date storiche. 
Il ciclo di Giovanni il Battista ha la data storica accertata (circa) del 24 settembre del nostro calendario gregoriano dell’anno 7-6 a. C. per l’annuncio divino concesso a suo padre Zaccaria. Nel computo attuale, sarebbe nell’autunno dell’1 a. C., ma si sa che dal VI secolo vi fu un errore di circa sei o cinque anni sulla data reale dell’anno della nascita del Signore. 
La nascita di Giovanni il Battista nove mesi dopo (Lc 
1, 57-66), (circa) il 24 giugno, è una data storica. 
Ma allora, nel ciclo di Cristo Signore, che Luca pone in forma di un dittico speculare con quello del Battista, l’annunciazione a Maria Vergine di Nazareth «nel mese sesto» dopo la concezione di Elisabetta (Lc 1, 28) risulta come un’altra data storica. 
E in conseguenza, e finalmente, è una data storica la nascita del Signore al 25 dicembre, ossia 15 mesi dopo l’annuncio a Zaccaria, nove mesi dopo l’annunciazione alla Madre semprevergine, sei mesi dopo la nascita di Giovanni il Battista. 
La santa circoncisione otto giorni dopo la nascita, secondo la legge di Mosè (Lev 12, 1-3), è una data storica. 
E così, quaranta giorni dopo la nascita, il 2 febbraio, la “presentazione” del Signore al tempio sempre secondo la legge di Mosè (Lev 12, 4-8), che segna l’hypapantê, l’Incontro con il suo popolo, è una data storica.

“Problemi liturgici” 
Il viaggio verso Betlemme
La data del Natale ha intorno un nugolo di problemi. Anzitutto viene il fatto che in alcune Chiese si cumulò e talvolta si confuse il 25 dicembre con il 6 gennaio, giorno che cumulava la memoria degli eventi che contornavano la nascita del Salvatore. 
Poi, soprattutto, la non chiara distinzione tra memoria di un fatto, che può durare generazioni, la devozione intorno a questo fatto, che si può esprimere con un culto non liturgico, e l’istituzione di una festa “liturgica” con data propria e con una vera e propria ufficiatura, che comprende la liturgia delle ore sante e quella dei divini misteri. 
Qui va tenuto conto, come invece in genere si trascura, dell’incredibile memoria delle comunità cristiane quanto a eventi evangelici, e ai luoghi che videro il loro verificarsi. 
L’Annunciazione, ad esempio, era entrata nella formulazione di alcuni “Simboli battesimali” più antichi già nel secolo II. Essa nella medesima epoca fu rappresentata nell’arte cristiana primitiva, come nella catacombe di Priscilla. A Nazareth stessa, come ormai ha dimostrato splendidamente l’archeologia, il luogo dell’Annunciazione fu conservato e venerato senza interruzione dalla comunità locale, e fu visitato da un ininterrotto afflusso di pellegrini devoti, che lungo i secoli lasciarono anche graffiti e scritte commoventi, fino ai giorni nostri. Quando si avviò il culto “liturgico” della Madre di Dio, nel V secolo inoltrato, si ebbe la grande festa “liturgica” dell’Euaggelismós, l’annunciazione a Maria. Questa acquistò tale straordinaria risonanza che in Occidente i Padri la annoverarono tra i «primordi della nostra redenzione» (con il Natale, i Magi e le nozze di Cana), e in Oriente fu considerata così solenne e quasi soverchiante, che la sua data nel rito bizantino abolisce la domenica e perfino il giovedì santo, cede solo al venerdì santo, e se cade alla domenica della Resurrezione divide la celebrazione così che si celebra metà del Canone pasquale e metà del Canone dell’Annunciazione. 
A Betlemme già prima della costruzione della Basilica costantiniana (primo trentennio del IV secolo), la comunità cristiana aveva conservata la memoria e la venerazione ininterrotte del luogo della nascita del Signore. 
In Egitto la Chiesa copta conserva con ininterrotta devozione la memoria dei luoghi dove la santa famiglia sostò nella sua fuga (Mt 2, 13-18), dove furono costruite chiese ancora officiate. 
Si può parlare qui dei luoghi santi della Palestina, in specie quelli di Gerusalemme: dell’Anástasis, la Resurrezione (così riduttivamente chiamato “santo sepolcro”) e del Golgota, del Cenacolo, del “Monte della Galilea” che è quello dell’Ascensione, del Getsemani, di Betania, della piscina probatica (Gv 5, 1-9), dove fu costruita una chiesa, del luogo della “Dormizione” della Madre di Dio nel Cedron, e così via. Su tutti questi luoghi esiste una documentazione preziosa, impressionante e ininterrotta lungo i secoli fino a noi, dei pellegrini che li visitarono sempre con gravi sacrifici e pericoli, e lasciarono descrizioni e resoconti scritti della venerazione di cui erano oggetto, e degli usi della devozione degli abitanti e degli altri visitatori. 
Il problema di grande interesse qui è la scelta delle date per le celebrazioni “liturgiche” vere e proprie. Quanto alla celebrazione “liturgica”, nel senso visto sopra, del Signore, della sua Madre Semprevergine, di Giovanni il Battista, si trattò di scelte arbitrarie, provenienti da ideologie o da calcoli ingegnosi? Non pare. Il 23 settembre e il 24 giugno per l’annuncio e la nascita di Giovanni il Battista, e il 25 marzo e il 25 dicembre per l’annunciazione del Signore e per la sua nascita, non furono arbitrarie, e non provengono da ideologie di riporto. Le Chiese avevano conservato memorie ininterrotte, e quando decisero di renderle celebrazioni “liturgiche” non fecero che sanzionare un uso immemoriale della devozione popolare. 
Va tenuto conto anche del fatto poco notato che le Chiese si comunicavano le “date” delle loro celebrazioni, e così ad esempio quelle delle «deposizioni dei martiri», che chiamavano il «natale dei martiri» alla gloria dei cielo. Per le grandi ricorrenze, come le feste del Signore, degli apostoli, dei martiri, dei santi vescovi delle Chiese locali, e dal secolo V anche di quelle della Madre di Dio, le Chiese adottarono volentieri le proposte delle Chiese sorelle. In pratica, pressoché tutte le grandi feste del Signore e della Madre di Dio vengono dall’Oriente palestinese, e, furono accettate con grande entusiasmo dalle Chiese dell’Impero, e prima dei grandi scismi del V secolo, anche dall’immensa cristianità dell’Impero parto. Il Natale, come sembra, venne da Roma, e fu accettato, sia pure con qualche esitazione, da tutte le Chiese. 
Con questo, si vuole dire che le Chiese avevano la possibilità di controlli e di verifiche, e va detto che gli antichi padri nostri non erano affatto creduloni, ma spesso giustamente diffidenti, così da respingere ogni tentativo illecito e illegittimo di culto «non provato». 
L’evangelista Luca in tutto questo ha una parte non piccola, quando con opportuni e abili accenni rimanda a luoghi ed eventi e date e persone. 

Il clan di Caino 
La Chiesa madre dei giudeo-cristiani aveva conservato molte altre memorie sul suo Signore, l’ebreo Gesù, il «Diacono della circoncisione» (Rm 15, 8), che la ricerca moderna con pazienza e con fatica si incarica di riportare alla luce dopo tanti secoli di affossamento. Alcune di esse sono intense e splendenti di luce. Una riguarda la scelta della Madre di Dio. Dopo la rovinosa caduta di Adamo, i Tre fecero urgente consiglio. Il Padre comunicò che per ripartire da zero aveva scelto Maria, la Vergine di Nazareth, e aveva deciso di farne la Madre del Figlio, dotandola della Verginità permanente come imitazione della sua Verginità paterna. Il Figlio da parte sua comunicò che anche Lui aveva scelto Maria per farne la sua propria madre, e aveva deciso di farla assistere ai «tre terrificanti Misteri», della Nascita verginale, della Croce e della Resurrezione gloriosa. Anche lo Spirito Santo comunicò che aveva scelto la medesima Maria, per darle come dote nuziale la sua divina Soavità, per conferirle la sua Paráklêsis, l’Avvocatura potente contro il Nemico, e insieme la sua Consolazione irresistibile. Così venne agli uomini «dallo Spirito Santo e da Maria Vergine» (Lc 1, 32; e il Simbolo apostolico) Cristo Signore, che, «generato nella divina eternità dal Padre senza madre», il Medesimo «fu partorito nel tempo degli uomini dalla Madre senza padre» (i Padri). Così che il Figlio di Dio e Figlio di Maria ebbe come Termine divino della sua esistenza umana lo Spirito Santo, nel quale è consustanziale con il Padre, e come Termine umano la Madre Semprevergine, mediante la quale è consustanziale con tutti gli uomini. 
Tutti gli uomini non tanto da “salvare”, termine che nell’età moderna si è fatto molto equivoco, quanto da redimere dal peccato. Il peccato di Adamo, che si configura poi anche come peccato di Caino (Gen 4, 1-12). Dopo il fratricidio consumato sull’innocente Abele, Caino ebbe paura della punizione, e non tanto di quella del suo Signore misericordioso, quanto di quella degli uomini (Gen 4, 13). Ma il Signore misericordioso gli concesse un “segno”, il «segno di Caino», che per lui fosse di salvezza dalla morte. 
Allora il Signore dopo il diluvio, da tutti i discendenti di Noè, operò con sapienza e con pazienza secondo le due irresistibili leggi della redenzione, la «selezione regressiva» o “concentrazione”, che è scelta di “uno”, un “resto” assunto e posto in favore di tutti gli altri ed è eliminazione degli altri da questa operazione, e per «sussunzione progressiva», che è aggregazione universale di tutti nella salvezza ottenuta dal “resto”. Perciò il Signore da tutti i popoli della terra (Gen 10) scelse Sem e la sua posterità (Gen 10, 21-31). Dalla posterità di Sem scelse la famiglia di Tare, padre di Abramo (Gen 11, 27-32). Dai figli di Tare scelse Abramo (Gen 12, 1-3), e la sua discendenza, Isacco e Giacobbe. Dai dodici figli di Giacobbe scelse la tribù di Giuda (Gen 49, 8-12). Dalla tribù di Giuda scelse la semitribù dei Cainiti (o Qainiti, o Qeniti, o Qenizziti) con Caleb, con capitale Hebron (Gios 14, 6-15). Da questa semitribù (o clan) scelse la famiglia di Ishaj (Iesse), e dagli otto figli di Ishaj scelse David (1 Sam 16,1-12), sul quale pose il suo Spirito divino onnipotente e messianico (1 Sam 16, 13). 
Da David finalmente e irreversibilmente discese nella carne (Mt 1, 1; Rm 1, 3) attraverso la sola Maria Semprevergine, senza concorso di uomo (Mt 1, 16), il Figlio di Dio, Figlio di Abramo, Gesù Cristo, il Redentore. 
Il “segno” che Caino ricevette è la confluenza sua e di tutti i peccatori nella sua posterità peccatrice, riassunta dai Cainiti, il «clan di Caino», il cui Capo divino e umano è il Figlio di Dio, nato dallo Spirito Santo e dalla Semprevergine Maria. Perciò il Figlio di Dio, l’Impeccabile «fatto peccato per noi» (2 Cor 5, 21), «reso maledetto per noi» secondo la Legge perché sospeso sul Legno (Gal 3, 13, che cita Dt 21, 23) per ottenere la Benedizione e la Promessa d’Abramo che è lo Spirito Santo (Gal 3, 14), che «assunse la carne di peccato» carica quindi di morte (Rm 8, 3), che essendo e restando Dio si fece anche schiavo obbediente fino alla morte e morte di croce (Fil 2, 6-8). Portando sulla croce Caino e la sua discendenza, il Figlio di Dio distrusse l’incapacità di Adamo e di Eva di dare figli a Dio, e riaprì in «sussunzione progressiva» illimitata le porte dell’ingresso al Padre nello Spirito Santo. 
Questo è anche il contenuto delle liturgie d’Oriente e dell’Occidente alla domenica della Resurrezione e al venerdì santo, ma anche del Natale, dell’Annunciazione, della nascita della Vergine. 
Il Natale del Signore nella carne è una fonte inesauribile, che non conosce l’ovvio banale del gelido “albero” cosificante, ma la sorpresa rinnovata, la meraviglia mai sazia, lo stupore adorante davanti a Colui che dall’Oceano infinito della Divinità beata volle approdare alla riva angusta e dolente della storia degli uomini per un unico scopo: «Dio restando quello che era volle farsi anche quello che non era, Uomo creato, vero, limitato, mortale, affinché gli uomini creati, limitati e mortali, restando quello che erano, diventassero finalmente dèi per grazia» dello Spirito Santo. Questa è la “formula di scambio” o “formula della divinizzazione”, che viene dalla santa Scrittura, è codificata fedelmente dai Padri e si vive con efficacia infinita nella santa liturgia della Chiesa.