Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 8 agosto 2015

L’anima è il carro cherubico che porta Dio

Come l’anno scorso, non dimentichiamoci, durante la pausa estiva, dell’aspetto spirituale della nostra esistenza e della nostra anima. Per ricordarlo attingiamo ad un testo della tradizione spirituale patristica e monastica di san Macario il Grande.

L’anima è il carro cherubico che porta Dio 

di San Macario il Grande

Fadi Mikhail, Icona copta dei Santi Macario il grande con i suoi discepoli Massimo e Domezio, XXI sec.

1. Il beato profeta Ezechiele contemplò una visione, un’apparizione divina e gloriosa, e ne fece la narrazione descrivendo una visione colma di ineffabili misteri(1). Vide, nella pianura, un carro di cherubini, quattro esseri viventi spirituali, di cui ciascuno aveva quattro volti: uno di leone, uno di aquila, uno di vitello e uno d’uomo. E per ogni volto avevano delle ali, sicché non v’era parte posteriore o rivolta all’indietro; e il loro dorso era colmo di occhi, e il loro ventre similmente era colmo di occhi, e non vi era parte che non fosse colma di occhi. E ogni volto era provvisto di ruote, una ruota dentro l’altra, e nelle ruote vi era lo Spirito. E vide come un trono e, seduto su di essi, una figura dalle sembianze umane e sotto i suoi piedi c’era come uno zaffiro lavorato. Il carro portava il cherubino e gli esseri viventi il Signore, assiso su di essi; ovunque volesse andare, era sempre in direzione di un volto. E vide, sotto il cherubino, come una mano d’uomo che lo sorreggeva e lo portava.

2. E ciò che il profeta vide nella sua sostanza era vero e certo. Indicava tuttavia qualcos’altro e prefigurava una realtà mistica e divina, un mistero nascosto in verità da secoli e da generazioni(2), ma svelato negli ultimi tempi(3) con la manifestazione di Cristo(4). Contemplava infatti il mistero dell’anima che avrebbe accolto il suo Signore e sarebbe divenuta per lui trono di gloria. Poiché l’anima resa degna di avere parte allo Spirito, fonte della sua luce(5), e illuminata dalla bellezza dell’ineffabile gloria del Signore, che l’ha preparata quale trono e sua dimora, diventa tutta luce(6), tutta volto, tutta occhio(7); non vi è in essa parte alcuna che non sia ricolma degli occhi spirituali della luce, cioè non vi è in essa nulla di tenebroso, ma è trasformata tutta intera in luce e spirito ed è tutta colma di occhi; non ha alcuna parte posteriore o che stia a tergo, ma è volto in ogni lato, poiché su di essa è assisa l’ineffabile bellezza della luminosa gloria di Cristo. E come il sole è identico a se stesso in ogni sua parte e non ha lato posteriore o difettoso, ma è tutto interamente glorificato dalla luce ed è tutto luce, uguale in tutte le sue parti, o come il fuoco, la luce stessa del fuoco, è tutta uguale e non ha in sé qualcosa di primo o di ultimo, di maggiore o di minore, così anche l’anima, che è stata perfettamente illuminata dall’ineffabile bellezza della gloria luminosa del volto di Cristo(8), che è in piena comunione con lo Spirito Santo ed è fatta degna di diventare dimora e trono di Dio, diventa tutta occhio, tutta luce, tutta gloria, tutto spirito. Tale la rende il Cristo, che la conduce, la guida, la sostiene, la trasporta e così la prepara e adorna di bellezza spirituale. È detto infatti: Una mano d’uomo stava sotto il cherubino(9), poiché Colui che in essa è trasportato è anche Colui che guida.

Note

1 Cf. Ez 1,4-28.

2 Col 1,26.

3 Cf. 1Pt 1,20.

4 Cf. 2Tm 1,10

5 Il senso di queste parole viene chiarito al § 6: “…quanti possiedono l’anima della luce, cioè la potenza dello Spirito santo, sono dalla parte della luce”.

6 “l’anima vede la luce e diventa tutta luce” afferma Gregorio di Nazianzo (Carmina dogmatica 32, PG 37,512). È l’esperienza della trasfigurazione sovente attestata negli Apophtegmata patrum: di abba Arsenio si dice che era “tutto come di fuoco” (Arsenio 27, PG 65,96C) e il volto di abba Sisoès risplendeva come il sole (cf. Apophtegmata patrum, alph.: Sisoès 14, PG 65,396BC; cf. anche Pambo 1 e 12). Abba Giuseppe di Panefisi affermava “Non ti è possibile diventare monaco, se non diventi tutto di fuoco!” (Apophtegmata patrum, alph. Giuseppe di Panefisi 6, PG 65, 229C). Su questo tema nelle Omelie dello Pseudo-Macario vedi anche: Om. 8,3 e Om. 15,38.

7 I cherubini ricoperti di occhi nella tradizione cristiana sono diventati simbolo della vita contemplativa. Abba Bessarione diceva: “Il monaco deve essere come i cherubini e i serafini: tutto occhi!” (Apophtegmata patrum,alph.: Bessarione 11, PG 65,141D).

8 Cf. 2Cor 4,6.

9 Cf. Ez 1,8; 10,8.

(tratto da: Macario il Grande, Omelia 1, Pseudo-Macario, Spirito e fuoco, a cura di Lisa Cremaschi, ed. Qiqajon, Magnano 1995)

Fonte: Nati dallo Spirito, 2.6.2015

giovedì 23 ottobre 2014

"Ego enim sum Raphaël Angelus, unus ex septem, qui astámus ante Dóminum" (Tob. 12, 15) - S. Raffaele arcangelo

Come si onora con un ufficio speciale gli arcangeli Michele e Gabriele, così, in questi ultimi tempi, la devozione verso san Raffaele si è largamente diffusa.
Quest’Arcangelo ci è noto dal libro di Tobia e nell’antichità cristiana è sovente menzionato dai Padri e nelle iscrizioni. Alla menzione di Raffaele, sant’Ambrogio unisce quella di Gabriele e di Uriele, perché quest’ultimo è menzionato nell’apocrifo libro di Enoch: non moritur Gabriel, non moritur Raphaël, non moritur Uriel (Sant’Ambrogio, De Fide libri quinque ad Gratianum Augustum, lib. III, cap. 3, §. 20, in PL 16, col. 593C; nell’ed. 1880, col. 618A). L’associazione di questi tre nomi di angeli si ritrova anche su un piccola lama d’oro, raccolta nella rotonda di Santa Petronilla, in Vaticano, nella tomba di Maria, sposa dell’imperatore Onorio e figlia di Stilicone. Su questa vi era scritto:

MICHAEL • GABRIEL • RAPHAEL • VRIEL

Questi quattro angeli, col titolo di maiores, sono spessissimo invocati nel Canon universalis degli Etiopi, nei calendari orientali ed in molte litanie del Medioevo.
Su un’ametista intagliata, risalente al VI-VII sec., che misura approssimativamente 3 cm., vi è intagliata una figura eretta del Cristo benedicente, con nella mano sinistra un cartiglio con le prime parole del Vangelo di Giovanni, ν ρχ ν λόγος. A sinistra della figura si leggono i nomi degli angeli  (Cfr. George Frederick Kunz, The magic of jewels & charms, Philadelphia-London 1915, p. 246; Marvin C. Ross, Catalogue of the Byzantine and Early Mediaeval Antiquities in the Dumbarton Oaks Collection, vol. I, Dumbarton Oaks 1962, p. 96, n. 116). In effetti, i santi angeli con i loro nomi erano sovente invocati a fini protettivi così come si riconoscevano analoghe proprietà al Vangelo di Giovanni (Cfr. Edmond Le Blant, Le premier chapitre de Saint Jean et la croyance à ses vertus secrètes, in Rev. Archéolog., 1894, t. II, pp. 8 ss., partic. p. 8), e conservata al British Museum, si leggono questi nomi attorno all’immagine del Cristo benedicente:

ΡΑΦΑΗΛ
ΡΕΝΕΛ
ΟΥΡΙΗΛ
ΙΧΘΥOϹ
ΜΙΧΑΗΛ
ΓΑΒΡΙΗΛ
ΑΖΑΗΛ

Raffaele, Gabriele, Michele ed Uriele sono conosciuti, ma i nomi degli altri angeli che formano la corte dell’Ιχθυος, ichthýs celeste sono tratti dagli apocrifi (per la verità si è incerti se l’Ιχθυος menzionato sia riferito qui a Cristo o sia da intendersi come nome di un angelo) e quello che viene al terzo posto in quest’altra iscrizione di Kodja Geuzlar, presso il sito archeologico di Thiounta, nell’antica Frigia, rivela la stessa origine:

ΚΥΡΙΕ ΒΟΗΘΙ AAAAA ΜΙΧΑΗΛ E ΓΑΒΡΙΗΛ ΙϹΤΡΑΗΛ ΡΑΦΑΗΛ


Il culto al santo arcangelo è assai diffuso in Europa, e segnatamente a Cordova, in Spagna, ed è particolarmente vivo negli ordini dei Mercedari e dei Fatebenefratelli.
La Roma cristiana ha dedicato nel 1957 una chiesa a San Raffaele Arcangelo, nel quartiere del Trullo.
A proposito del culto degli Spiriti beati, bisogna rievocare il grande rispetto che gli antichi professavano verso i santi Angeli deputati da Dio alla custodia dei sepolcri dei fedeli. Nell’isola di Thera, l’odierna Santorini, nell’arcipelago delle Cicladi, troviamo un gran numero di tombe sulle quali sono menzionate questi Angeli. Ecco alcuni esempi di queste iscrizioni funerarie:


L’iscrizione di un’altra tomba si conclude così: νορκίζω μς τν δε φεσττα γγελόν, μή τίς ποτε τολμ νθάδε τιν καταθέσθε, cioè Vi scongiuro per l’angelo che plana su questo luogo: che nessuno osi introdurvi un altro cadavere.

Raffaello Sanzio, Madonna con il pesce con i SS. Girolamo, Raffaele e Tobia, 1513-15, Museo del Prado, Madrid

Bernardo Strozzi, La cura di Tobia, 1620-25, museo del Prado, Madrid

 Bernardo Cavallino, La cura di Tobia, museo del Prado, Madrid

Giovanni Bilivert, L'angelo S. Raffaele rifiuta i doni di Tobiolo e Tobia, 1612, Palazzo Pitti, Firenze 

Francisco de Goya y Lucientes, Tobia e l’angelo S. Raffaele, 1787 circa, museo del Prado, Madrid

Eduardo Rosales Gallina, Tobia e l’angelo S. Raffaele, 1860 circa, museo del Prado, Madrid

William Adolph Bouguereau, Il giovane Tobia saluta il padre, accompagnato da S. Raffaele, 1860

Joaquin Agrasot, Cura di Tobia, 1861, Museo de Bellas Artes, Alicante