Sante Messe in rito antico in Puglia

Visualizzazione post con etichetta ritrovamento. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ritrovamento. Mostra tutti i post

domenica 7 gennaio 2018

Il metodo di Dio: la Chiesa – Editoriale di gennaio 2018 di “Radicati nella fede”

Nella festa della Santa Famiglia di Nazaret, nella quale si fa memoria del mistero dello smarrimento e ritrovamento del fanciullo Gesù nel Tempio di Gerusalemme, rilanciamo questo contributo di Radicati nella fede, ripreso da Chiesa e postconcilio e Riscossa cristiana.


Bernardino Luini, Gesù tra i dottori, 1515-30, National Gallery, Londra

Jacques Stella, Gesù ritrovato nel Tempio dai suoi genitori, XVII sec., Musée des Beaux-Arts, Lione

Luca Giordano, Disputa di Gesù tra i dottori, 1656-60, Gallerie Barberini-Corsini, Roma

Luca Giordano, Gesù tra i dottori, XVII sec., collezione privata

Ambito francese, Gesù tra i dottori, XIX sec., Verona


Ferdinando Bassi, Ritrovamento di Gesù nel Tempio, 1848, Trento

Bottega siciliana, Gesù tra i dottori, 1870, Caltagirone

Nicolò Barabino, Disputa di Gesù tra i dottori, 1875-90, Genova

Heinrich Hofmann, Gesù nel Tempio tra i dottori, 1884, Kunsthalle, Amburgo

IL METODO DI DIO: LA CHIESA


Editoriale di "Radicati nella fede"
Anno XI n. 1 - Gennaio 2018

Un Tradizionalismo individualista è un puro non-senso.
Spieghiamoci subito riguardo al termine “tradizionalista”: lo usiamo qui per farci capire dai più, ma questo termine non ci piace. Vorremmo semplicemente dire “un Cattolicesimo”, ma usiamo volutamente il termine “un tradizionalismo” perché è quello usato contro di noi per definirci nel nostro attaccamento alla Tradizione della Chiesa. Se allora questo termine ci individua nella nostra accanita salvaguardia di ciò che la Chiesa ha fatto, e non solo detto, nel passato, questo ci piace.
Ma dicevamo, un tradizionalismo individualista è un puro non senso, perché il metodo di Dio si chiama Chiesa.
Qual è il pericolo più grande che corre oggi una parte dei fedeli legati al mondo della Tradizione? Quello di rinchiudersi in una osservanza individualista della vita cristiana.
La causa di questa tendenza è ben chiara: dovendosi “difendere” da una chiesa ufficiale che sembra disprezzare il proprio passato, che non concede veri spazi di vita alla Tradizione, che anzi osteggia duramente la presenza di comunità tradizionali, il fedele tradizionale perde quella fiducia nella chiesa stessa e tende a rinchiudersi nei propri bastioni. È quello che succede a un figlio sempre trattato duramente, in modo ingiustificato, dal padre, che finisce col trovarsi solo ad affrontare la sua dura esistenza.
Umanamente si può capire questa reazione, ma resta inaccettabile e va prontamente corretta. Anzi, va colta quale essa è: la più grande tentazione che il demonio possa mettere sulla nostra strada. Ad ogni situazione della vita personale e ad ogni stagione della storia della Chiesa, corrisponde una tentazione; e quella che dobbiamo vincere oggi con le armi di Dio, è quella di far meno della Chiesa stessa. 
La chiesa “ufficiale” ti “bastona”? ebbene tu continui ad amare la Chiesa che è tua madre, da cui hai ricevuto tutto. Ti bastona di più, e tu la ami di più.
Ma anche questo resta una posizione puramente personale, che rischia di fermarsi ad un individualismo devoto, se non diventa metodo. Ma non può diventare metodo, se non riconosci che la Chiesa è il metodo di Dio. Non è la Chiesa che ha bisogno del tuo amore, ma sei tu che hai assolutamente necessità della Chiesa e hai bisogno di amarla.
La Chiesa è istituita da Gesù Cristo, che mette insieme i suoi discepoli in una comunità visibile, e ne fa la sua presenza nel mondo, il prolungamento della sua presenza nella storia. Come dice P. Calmel, “La Chiesa è inseparabilmente sia mediatrice di salvezza per la sua predicazione, i suoi insegnamenti, la sua gerarchia, sia dimora sacra ove Dio abita grazie alla carità che brucia sempre nel cuore della Chiesa e grazie alla presenza eucaristica del Signore Gesù che nutre questa carità”.
Come non si può diventare cristiani senza la Chiesa, così non si resta cristiani senza la Chiesa. E la Chiesa è una società visibile che ha i doni della grazia di Dio.
Questo che è vero sempre, perché Dio ha scelto questo modo, questo metodo, per raggiungerci e afferrarci nel tempo, diventa drammaticamente urgente nei tempi di necessità quale il nostro. 
Quando la confusione si fa tanta, quando molte anime vengono ingannate e si perdono, occorre seguire ancora di più il metodo di Dio: la Chiesa. Occorre cioè vivere la comunità della Chiesa, dentro una trama di rapporti con i fratelli nella fede; occorre che questa comunità sia guidata dall'autorità, che garantisce il legame con la Tradizione, cioè con la verità del Vangelo. Occorre non fare da sé.
Occorre non fare da sé, ma “seguire”. Nell'esperienza concreta cosa vorrebbe dire amare la Chiesa, se non ci fosse questo “seguire”? Cosa vorrebbe dire salvare la Tradizione, se non ci fosse questo seguire?
E su questo non bisogna complicare troppo: riconosci dove il Signore ti ha colpito con la sua grazia, e lì inizia a seguire. Questo seguire eviterà in te inutili amarezze che distruggono la carità; questo seguire ti darà quella pace sostanziale che non ti farà mettere in questione il dono della grazia.
All'inizio di un nuovo anno l'invito più urgente è quello di seguire. 
Ma chi devo seguire? Devo seguire chi non “gioca” con la tradizione, quasi fosse un passatempo spirituale; devo seguire chi dà la vita dentro una stabilità che opera, devo seguire chi il cristianesimo lo fa, e non solo ne parla.
Preghiamo che nessuno si perda dentro una personale superbia che si crogiola amaramente nella propria solitudine, perché il metodo è la Chiesa. 

giovedì 3 agosto 2017

3 agosto: il miracoloso ritrovamento delle spogli di santo Stefano

Nella festa dell’invenzione di S. Stefano, rilanciamo questo contributo di Cristina Siccardi.

Bernardo Daddi, Martirio di S. Stefano, Storie di S. Stefano, 1345 circa, Musei Vaticani, Città del Vaticano, Roma

Bernardo Daddi, Apparizione in sogno a S. Luciano di S. Gamaliele, Storie di S. Stefano, 1345 circa, Musei Vaticani, Città del Vaticano, Roma

Bernardo Daddi, S. Luciano parla della sua visione a Giovanni, patriarca di Gerusalemme, Storie di S. Stefano, 1345 circa, Musei Vaticani, Città del Vaticano, Roma


Bernardo Daddi, Ritrovamento delle reliquie di S. Stefano, Storie di S. Stefano, 1345 circa, Musei Vaticani, Città del Vaticano, Roma

Bernardo Daddi, Trasferimento dei corpi ritrovati a Gerusalemme, Storie di S. Stefano, 1345 circa, Musei Vaticani, Città del Vaticano, Roma

Bernardo Daddi, Trasferimento del corpo di S. Stefano a Roma, Storie di S. Stefano, 1345 circa, Musei Vaticani, Città del Vaticano, Roma

Bernardo Daddi, Deposizione del corpo di S. Stefano insieme a quello di S. Lorenzo nella Basilica di S. Lorenzo fuori le Mura, a Roma, Storie di S. Stefano, 1345 circa, Musei Vaticani, Città del Vaticano, Roma

Bernardo Daddi, Bisognosi dinanzi alla tomba dei due Santi leviti, Storie di S. Stefano, 1345 circa, Musei Vaticani, Città del Vaticano, Roma

Ambito della famiglia Vergós, Ritrovamento del corpo di S. Stefano, Pala di S. Stefano (Retablo de San Esteban Protomártir), 1495-1500, Museo Nacional de Arte de Cataluña, Barcellona

Jerónimo Jacinto de Espinosa, S. Luciano parla a Giovanni, patriarca di Gerusalemme, della sua visione, XVII sec., Parroquia de San Esteban protomártir, Valencia

Jerónimo Jacinto de Espinosa, Invenzione del corpo di S. Stefano, XVII sec., Parroquia de San Esteban protomártir, Valencia

3 agosto: il miracoloso ritrovamento delle spogli di santo Stefano

di Cristina Siccardi

Nel 1960, sotto il pontificato di Giovanni XXIII, venne soppressa una festività molto importante per la Chiesa: il 3 agosto era ricordato il ritrovamento miracoloso delle spoglie di santo Stefano, un fatto storico e soprannaturale tanto grande da meritare doppia festività liturgica per il protomartire, che fu il primo a testimoniare con il sangue la sua Fede e il suo amore per Cristo, doppia come per san Giovanni Battista, che preparò la strada alla predicazione pubblica di Gesù.
Dimenticare significa non più testimoniare e la testimonianza dei fatti accaduti il 3 agosto del 415 non può non essere tramandata di padre in figlio. Quel giorno, meglio, in quella notte, il sacerdote Luciano del villaggio di Caphargamala, ebbe una visione che registrerà in una lettera poco tempo dopo gli avvenimenti e destinata «alla santa Chiesa ed a tutti i santi che sono in Gesù Cristo, nel mondo intero».
In essa si può leggere la prima delle quattro visioni che precedettero la scoperta. Luciano,su richiesta del prete spagnolo Avito, redasse in greco l’epistola. Avito la tradusse subito in latino per consegnarla ad un suo compatriota, Paolo Orosio, che stava per imbarcarsi per l’Occidente. Tale traduzione è stata per molto tempo pubblicata fra le opere di sant’Agostino. Le numerose versioni greche, una traduzione in lingua siriaca ed altre ancora in armeno, in georgiano… testimoniano l’enorme diffusione del testo originario.
Riportiamo qui lo scritto dello straordinario documento, riguardante la prima visione: «Io mi ero addormentato, al calar della notte, nel mio giaciglio, nel santo luogo del battistero, dove avevo l’abitudine di andare a dormire per custodire gli oggetti utili al ministero. Alla terza ora della notte, caddi in una sorta di estasi, un mezzo sonno, e vidi un vecchio di grandi proporzioni fisiche, prete di grande dignità, coi capelli bianchi, la barba lunga, rivestito di una grande stola bianca ornata da bottoni d’oro con una croce in mezzo. In mano teneva un bastone d’oro. Mi si avvicinò e, ponendosi alla mia destra, mi toccò col suo bastone d’oro: poi, dopo avermi chiamato per nome tre volte: “Luciano, Luciano, Luciano”, mi disse in greco: “Andate nella città di Aelia, che è Gerusalemme, e dite al santo Vescovo Giovanni queste parole: “Per quanto tempo dovremo rimanere rinchiusi e tarderete ad aprirci le porte? Sotto il vostro episcopato noi dobbiamo essere rivelati. Non tardate ad aprire il sepolcro in cui i nostri resti sono stati deposti senza onori, in modo che, per tramite nostro, Dio, il suo Cristo e lo Spirito Santo aprano la porta della clemenza sul mondo, perché le numerose cadute di cui il mondo è testimone lo mettono ogni giorno in pericolo. D’altronde, più che di me stesso, io mi preoccupo di quei santi davvero degni di tutti gli onori”. Io gli risposi così: “Chi siete, voi, signore, e chi sono quelli che stanno con voi?”. Così egli mi rispose: “Io sono Gamaliele[Cfr. Atti 5, 34-39 ndr], son colui che ha educato Paolo e gli ha insegnato la Legge di Gerusalemme. Accanto a me, verso Oriente, è sepolto Stefano, che i principi e sacerdoti giudei hanno lapidato a Gerusalemme per la fede di Cristo, fuori della città, presso la porta Nord, sulla strada verso Cedar. In quel luogo, il corpo di Stefano rimase un giorno ed una notte, steso a terra, senza sepoltura, esposto alle bestie feroci, di cui, secondo l’ordine empio dei capi dei sacerdoti, sarebbe dovuto divenire preda. Ma Dio non volle che Stefano subisse quella sorte […]. Ed io, Gamaliele, pieno di pietà per la sorte del ministro di Cristo, […] ho inviato durante la notte gli uomini pii, che abitavano in Gerusalemme, di cui io conoscevo la fede in Cristo, e feci loro tutte le mie raccomandazioni. Diedi loro tutto ciò che serviva e li convinsi a recarsi in segreto sul luogo delsupplizio per portare via il corpo e condurlo, con uno dei miei carri, alla mia casa di campagna chiamata Caphargamala, cioè ‘Casa di campagna di Gamaliele’, a venti miglia dalla città. Là io feci celebrare i funerali che durarono quaranta giorni e feci deporre il corpo nel sepolcro che mi ero fatto costruire da queste parti, nella capanna situata ad Oriente, e ho fatto dare a questa gente il denaro necessario per sostenere le spese dei funerali”. Ed io, l’umile prete Luciano, rivolsi a Gamaliele questa domanda: “Dove dobbiamo cercare?”. Gamaliele mi rispose: “Nel mezzo del sobborgo”, il che poteva esser detto di un campomolto vicino alla casa di campagna, chiamato Delagabria, cioè campo degli uomini di Dio» (Luciano, Lettera, 3 dicembre 415, cap. XXII).
Il sacerdote Luciano si recò, insieme ad alcuni uomini, quella stessa notte alla tomba indicata dal maestro di san Paolo. Dopo aver scavato trovarono una pietra tombale su cui si leggeva a grandi lettere KEAYEA, CELIELossia servi di Dio, e APAAN, DARDANche significa Nicodemo e Gamaliele.
Inoltre, era sepolto Abibon. Fu il Vescovo Giovanni di Gerusalemme a tradurre tali parole al prete Luciano, che lo raggiunse a Diospolis, per riferire gli accadimenti, città dove in quel momento il Vescovo stava presiedendo un Sinodo (20 dicembre 415).Giovanni si recò personalmente, insieme ad altri due vescovi, Eustonio di Sebaste ed Eleuterio di Gerico, nel campo degli uomini di Dio. Quando aprirono il feretro di santo Stefano, racconta Luciano, la terra tremò e tutt’intorno si diffuse un profumo dolce, soave, paradisiaco.
All’evento era presente una moltitudine di persone, molte delle quali malate, che all’istante guarirono. Come già in vita («Stefano intanto, pieno di grazia e di fortezza, faceva grandi prodigi e miracoli tra il popolo», Atti6, 8), anche dopo il ritrovamento dei resti mortali e a seguire ci fu, in tutta la cattolicità, un immenso numero di miracoli. Narra Luciano: «Nello stesso istante in cui sentirono questo dolce profumo, settantatré di loro ricuperarono la salute. Quanto ad altri, i demoni che si erano impadroniti di loro furono cacciati […]. Accaddero molte altre guarigioni che sarebbe per me troppo lungo ricordare dettagliatamente qui. Dopo aver baciato le sante reliquie, richiudemmo il feretro e portammo le reliquie di santo Stefano, cantando salmi ed inni, nella santa chiesa di Sion, dove egli era stato ordinato arcidiacono» (Luciano, Lettera, cap. XXVII).
I Padri della Chiesa hanno profuso insegnamenti eccelsi sulla figura di Stefano, soprattutto perché egli rappresenta il modello per eccellenza di amore per i nemici. L’amicizia di Dio, la filiazione adottiva del Padre hanno questo prezzo, ricorda san Massimo di Torino (Hom. 64 in S. Steph.). Ma tutti gli apologeti di santo Stefano si trovano concordi sull’affermazione di Massimo: Gregorio di Nissa, Giovanni Crisostomo, Cesario di Arles, Anselmo… «Gesù», predica sant’Agostino, «troneggiava sulla cattedra della sua croce ed insegnava a Stefano la regola della pietà. O buon maestro, tu hai ben parlato, ben insegnato. Guarda: il tuo discepolo prega per i suoi nemici, prega per i suoi carnefici» (Sermone, 315, 8), infatti gridò Stefano poco prima di morire: «Signore, non imputar loro questo peccato» (Atti 7, 60).
Quale sarà la fortuna di questo tema attraverso gli Atti dei Martiri, in cui si vedono i condannati manifestare rispetto e carità per i loro torturatori e assassini! San Tommaso Moro fa riferimento all’esempiodi Stefano allorquando si augura di ritrovare in Paradiso i giudici che lo hanno condannato a morte, così come Paolo, presente sia alla condanna che alla lapidazione, lo ha raggiunto nell’eternità di Dio.
Ciò che accadde la notte del 3 agosto del 415, alla Chiesa, quella che nasconde con vergogna le realtà soprannaturali nell’affannosa ricerca di accondiscendere al mondo, non interessa più. Con l’obiettivo di dialogare con i neopositivisti – denigratori di visioni, apparizioni, fenomeni celesti–con i liberali, con i comunisti, con i radicali… ovvero con i «lontani»,come li definiva Paolo VI (che prima di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II la Chiesa aveva sempre chiamato «nemici»), la Chiesa si è allontanata da se stessa, dimentica ormai del suo immenso e potente Patrimonio, un patrimonio di bene, di bellezza, di verità destinato universalmente a ciascuno.
Il lungo discorso che tenne Stefano (Atti 7, 1-53) di fronte al Sinedrio che lo condannò, come aveva condannato Gesù, rivela il suo magistrale eloquio e la sua granitica Fede, i cui contenuti fanno tremare i polsi per la loro attualità: «O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la legge per mano degli angeli non l’avete osservata» (Atti 7, 51-53).
Il 3 agosto ricordiamo di nuovo ciò che accadde al campo degli uomini di Dio e nel farlo preghiamo santo Stefano per i nemici esterni ed interni alla Chiesa.