Sante Messe in rito antico in Puglia

venerdì 5 giugno 2015

“Frisónibus ad idololatríam relápsis, Evangélium prædicáre rursus aggréditur, cumque offício pastoráli occuparétur, a bárbaris et ímpiis homínibus juxta Bornam flúvium cum Eóbano coëpíscopo multísque áliis cruénta cæde perémptus martyrii palma condecorátur” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI BONIFATII, EPISCOPI (ARCHIEPISCOPI MOGUNTINI) ET MARTYRIS

Se per certi aspetti, il grande Apostolo dei Germanici nell’VIII sec. rassomiglia a sant’Agostino di Canterbury: se ne differisce tuttavia parecchio, poiché l’azione apostolica di Bonifacio fu più completa, più vasta, più energica, più lunga e più duratura. Questo coraggioso figlio di san Benedetto, la cui diocesi aveva per limiti, da un lato, l’Olanda e, dall’altro, il Tirolo, ovvero quasi tutto il cuore dell’Europa, per conseguenza, appariva come uno di quei colossi dall’attività multiforme, ma sempre perfetta. Se consideriamo in effetti Bonifacio sia come monaco, sia come vescovo, sia come dottore ed evangelizzatore di popoli, sia come diplomatico, sia come martire, ciò non diminuisce mai la sua grandezza, giacché è sempre perfetto in qualsiasi veste lo si veda.
È tuttavia una nota speciale nell’attività del Santo, che non deve essere dimenticata. Assieme al carattere episcopale, Gregorio II gli aveva dato l’incarico di legato della Sede apostolica presso i germanici ed, in tutta l’attività variegata che esercitò presso i Franchi ed i tedeschi in seguito, fu sempre a nome del Pontefice romano che Bonifacio intervenne ed agì. Si può dire che nessuno comprese meglio di lui a quell’epoca la romanità della sua missione; nessuno l’esercitò con una simile fede ed un tale zelo. Si considerò come l’araldo di Pietro e del Pontefice romano e fu in questa qualità che, sulle sue spalle di gigante, sostenne durante i lunghi anni, come un nuovo san Paolo, la sollecitudine di tutte le Chiese della Germania. Una gloria gli mancava: l’aureola del martirio, ed egli pure l’ambì. Curvato già sotto il peso degli anni, si imbarcò per la Frisia, che, nella sua gioventù, era stato il campo delle sue prime battaglie, al tempo di san Willibrordo. Questa volta tuttavia l’apostolo, come prevedendo la sua morte, portò con lui il drappo funebre nel quale doveva essere avvolto ed ordinò che il suo cadavere fosse sepolto nel suo caro monastero di Fulda. Qui si riconosce il monaco che era, giacché, sebbene col suo corpo era fuori della clausura, tuttavia il suo cuore era legato alla solitudine monastica.
Il 5 giugno 755, giorno di Pentecoste, mentre si stavano celebrando i divini misteri, un’orda di pagani frisoni assalirono Bonifacio ed i suoi compagni, tra i quali si trovarono alcuni vescovi ed un gran numero di monaci, che, in odio alla fede, furono massacrati.
L’ufficio di san Bonifacio fu esteso da papa Pio IX alla Chiesa universale.
La messa fu originariamente redatta per i paesi tedeschi, nei quali si celebrava il Santo come l’apostolo ed il patrono della razza germanica. L’estensione di questa messa alla Chiesa intera rende un po’ fuori luogo nel Messale questo particolarismo regionale.
L’antifona per l’Introito è tratta da Isaia (65, 19.23). Le nazioni cristiane potranno, come gli alberi, rinnovare le loro foglie ingiallite, ma non si seccheranno mai completamente, perché i loro differenti apostoli annaffiarono un tempo il seme evangelico con tanti sudori e tanto sangue, che Dio, per riguardo ai meriti dei padri, non priverà mai interamente della sua benedizione anche i loro figli degenerati. La parte cattolica della Germania si ricorda dei prodigi ammirevoli che Dio operò in questo paese al tempo di Bonifacio, di Sturmio di Fulda, di Lullo di Magonza e di Willibrordo, e sente ancor oggi che la magnificenza del passato è la garanzia di questa grazia futura, che, secondo la sacra Scrittura, guarirà le nazioni.
Talvolta la nostra pigrizia ci fa trovare troppo ardua la missione che c’è imposta, o ci nutre l’illusione di avere compiuto già delle grandi cose per Dio. Per dissipare questi pensieri, bisogna considerare quanto i santi abbiano fatto e sofferto, ed allora ci sentiremo tutti piccoli di fronte a questi colossi di attività e di virtù.
Amiamo a riportare qui il bel inno di santo Bonifacio, dovuto alla penna del beato Rabano Mauro:

Præsulis exultans celebret Germania laudes,
Et Bonifatii opus Martyris almificum.
Ordinat hunc Roma, mittit Britannia mater,
Doctorem populis et decus Ecclesiæ,
Pontificem summum, signorum fulmine clarum,
Eloquio nitidum, moribus egregium.
Quem Francus Frisoque simul Saxoque ministrum
Æternæ vitæ prædicat esse sibi.
Quod terra moritur frumentum, plurima confert
Semina, fructumque multiplicare studet.
Sicque Sacerdotis Domini lætissima crescit
Paucis ex granis multiplicanda seges.
Gloria summa Patri, compar sit gloria Nato;
Laus et in æternum, Spiritus alme, Tibi. Amen.





Jan Joesten van Hillegom, Santi benedettini: S. Bonifacio, S. Gregorio Magno, Adalberto di Egmond, Gerone di Noordwijk, 1529-30, Frans Hals museum, Haarlem

Cornelis Bloemaert, S. Bonifacio, 1630 circa


Alfred Rethel, S. Bonifacio costruisce una cappella sul luogo della quercia "Donareiche" abbattuta, XIX sec., Kunstmuseum, Düsseldorf

Alfred Rethel, Predica di S. Bonifacio, XIX sec., Museen der Stadt, Aachen

Johann Michael Wittmer, San Bonifiacio abbatte "Donareiche" l'Albero di Thor, 1861, collezione privata

giovedì 4 giugno 2015

Il Corpus Domini a Roma. 1928 e 1933. Scortato dai gendarmi pontifici e dalle guardie...


Immagini devozionali per la festa del Corpus Domini










 











  








Inni e canti per la festa del Corpus Domini





Pontificale di S. Em.za Card. Raymond L. Burke - Solennità di S. Filippo Neri - Catholic Church of St. Aloysius Gonzaga, Oxford, 26 maggio 2015

Nella festa liturgica del Corpus Domini, rilancio volentieri questa bell’omelia del card. Burke, dettata in terra inglese e tradotta da quell’idioma da Chiesa e postconcilio. Per le immagini si rinvia qui.

Card. Raymond Leo Burke, Oxford, Omelia nel V centenario della nascita di San Filippo Neri











OMELIA del Card. RAYMOND LEO BURKE - SOLENNITÀ DI SAN FILIPPO NERI, FONDATORE E PATRONO DELL’ORATORIO DI OXFORD 

Pontificale nel V Centenario della sua nascita

OXFORD, INGHILTERRA, 26 MAGGIO 2015


[Traduzione dall'originale inglese a cura di Chiesa e post-concilio]

Sap 7, 7-14
Fil 4, 4-9
Gv 15, 1-8

Sia lodato Gesù Cristo, ora e sempre. Amen.


È fonte di immensa gioia per me il poter officiare la Santa Messa nella Solennità di San Filippo Neri, nel giorno del quinto centenario della sua nascita, nell’oratorio di cui è fondatore e patrono. Voglio esprimere la mia profonda gratitudine al Reverendissimo Padre Daniel Seward, prevosto e parroco, per avermi invitato a celebrare la Messa Pontificale per tale solennità; ringrazio anche tutti i Padri e Fratelli dell’oratorio per la loro calda e generosa ospitalità.
Ringrazio Dio per la straordinaria opportunità di implorare – per mezzo dell’intercessione di Nostra Signora e di San Filippo – le Sue abbondanti benedizioni sull’Oratorio di Oxford e su tutte le sue importantissime attività. In modo particolare, chiedo a Dio di benedire l’Università di Oxford, rinomato centro di formazione da molti secoli, e di renderlo generosamente ricettivo al ministero sacerdotale offerto qui sull’esempio e sotto la protezione di San Filippo Neri.
Sono grato della presenza dei Cavalieri e delle Dame di Malta, di cui sono onorato di essere il Cardinale Patrono. Che la mia visita possa essere per essi, qui a Oxford, la conferma della duplice missione del nostro Ordine: la difesa della fede e la cura dei poveri.
Con la parabola della vite e dei tralci, Nostro Signore ha espresso la realtà della nostra comunione con Lui nella Chiesa sin dal momento del nostro battesimo. Solo Lui è la nostra salvezza, ed è Lui che ha scelto di unire i nostri cuori al Suo glorioso Cuore trafitto. Dal Suo trono alla destra del Padre, infonde incessantemente e senza misura dal Suo Cuore nei nostri cuori i sette doni dello Spirito Santo. Egli rimane in noi perché lo Spirito Santo risiede nella Chiesa, che è il Suo Corpo Mistico, e nei cuori dei suoi membri. Prestiamo di nuovo ascolto alle parole ferme e chiare di Nostro Signore nella parabola:
Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. [1]

L’esortazione di San Paolo a mettere da parte ogni ansietà e rivolgersi a Dio nella preghiera fiduciosa è solidamente radicata nelle parole di Cristo, nella realtà della nostra vita in Lui. Possiamo credere davvero che “la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù”. [2]
Le nostre vite sono scandite e animate dalla loro natura di tralci viventi innestati in Cristo, la Vigna, in modo tale che possiamo produrre i frutti per i quali Dio ci ha creato a Sua immagine e somiglianza. Dio il Vignaiolo, Che ci ha vivificati nel Suo Figlio unigenito, ci pota affinché possiamo rimanere vivi in Cristo e “portare più frutto”. [3] La potatura della sofferenza, del pentimento e della riparazione ci assicurano che – nonostante le nostre paure, i nostri dubbi, errori e peccati – Cristo che vive in noi ci avvicina sempre di più a “tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato”. [4]
Dio Padre ci avvicina a Sé, all’eccellenza del Suo Essere, di cui partecipiamo, grazie al Suo generosissimo e inesauribilmente abbondante amore. Se pensiamo – come ci esorta San Paolo – a ciò che è “virtù”, a “tutto ciò che merita lode”, [5] siamo condotti alla sua fonte in Dio Figlio Incarnato, nostro Signore e Salvatore. Infatti, San Paolo ci chiede di imitare la sua obbedienza alla grazia che scaturisce dal Cuore di Cristo e di vivere in Dio come autentici tralci della Vigna: “Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi”. [6]
In Cristo, il Verbo fatto carne, comprendiamo sempre di più la verità, la bellezza e la bontà di tutte le cose. Il santo scrittore del Libro della Sapienza, predicendo l’Incarnazione del Verbo per mezzo del quale il Padre ha creato tutte le cose e ne sostiene l’esistenza, narra come la sapienza di Dio gli ha svelato il motivo della sua costante attrazione per le cose create:
L’amai più della salute e della bellezza,
preferii il suo possesso alla stessa luce,
perché non tramonta lo splendore che ne promana.
Insieme con essa mi sono venuti tutti i beni;
nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile.
Godetti di tutti questi beni, perché la sapienza li guida,
ma ignoravo che di tutti essa è madre. [7]
Solo in Cristo, per mezzo della verità del Suo insegnamento e dell’amore per la Sua disciplina, conosciamo la Sapienza di Dio. Solo in Cristo i sette doni dello Spirito Santo – che sono la prima sapienza – vengono infusi incessantemente e smisuratamente nei nostri cuori.
San Filippo Neri fu innestato da Dio Padre nella viva Vigna del Suo Figlio unigenito in modo notevole, a un grado eroico. Celebrando il quinto centenario della sua nascita, riflettiamo sulla corruzione del mondo del Rinascimento in cui egli nacque. Giovane virtuoso e buono, avrebbe potuto benissimo abbandonare la bontà di Cristo e seguire uno stile di vita mondano, secondo le aspettative della cultura in cui viveva. Ma conobbe Cristo, la fonte di ogni dono buono, e quando ricevette la chiamata di Cristo lasciò la sicurezza del suo futuro economico per abbandonarsi completamente a Cristo. Pur essendo molto portato allo studio della filosofia e della teologia, egli comprese che la sua chiamata era quella di evangelizzare direttamente per condurre il prossimo a Cristo offrendogli le verità della fede e la sua bellezza nella vita della preghiera e – soprattutto – del culto divino.
Nel giorno di Pentecoste dell’anno 1544, nelle Catacombe di San Sebastiano, egli ricevette da Cristo non solo la conferma della sua chiamata, ma anche la grazia di compiere la sua missione. Il “globo di fuoco” che San Filippo vide entrare nella sua bocca e che aprì il suo cuore a un amore di Dio e per i figli di Dio ancor più grande si manifestò nella luce che San Filippo portò alla città di Roma in un’epoca in cui essa era avvolta dalle tenebre. [8] Così, Cristo incrementò la vita dello Spirito Santo che risiedeva nel cuore di San Filippo per la salvezza di molte anime, non solo per mezzo della sua attività apostolica, ma anche attraverso la sua continuazione nell’attività apostolica della Congregazione dell’Oratorio, la compagnia dei suoi figli spirituali.
Considerando la grande ricchezza della sua vita apostolica, alla fine si risale sempre alla fonte della sua santità eroica: Gesù Cristo, vivo nel suo cuore per mezzo dell’effusione dello Spirito Santo. Ciò che San Filippo scrisse in una lettera a sua nipote è una riflessione della sua vita quotidiana, durante la quale si sforzava di vivere sempre più pienamente e perfettamente:
Dio ti conceda la grazia di raccoglierti intorno al Suo divino amore, ed entrare profondamente nella Fonte viva di Dio fatto uomo attraverso la ferita del Suo costato, senza trovare più il modo di uscirne, così da  annullare te stessa ed ogni forma di amor proprio. [9]

Senza dubbio, San Filippo aveva dedicato il suo cuore – per grazia di Dio – al glorioso Cuore trafitto di Gesù, nel quale trovò la purificazione dei peccati e la fortificazione dell’amore divino. Egli vivette in modo da “non trovare il modo” di uscir fuori dal Cuore di Gesù, così come scrisse nella sua esortazione a sua nipote.
Possiamo comprendere quindi la costante esortazione di San Filippo alla pratica dell’umiltà e alla purificazione da ogni forma di amor proprio, in modo che solo la grazia che proviene dal Cuore di Gesù possa animare il cuore dell’uomo. [10] E possiamo anche comprendere l’importanza che San Filippo prestava agli incontri spirituali in cui venivano ponderate le verità della fede attraverso lo studio delle vite di quei santi in cui tali verità si sono manifestate in modo eroico e attraverso i Sacramenti, specialmente la Penitenza e la Santa Eucarestia, [11] nella quale incontriamo realmente Cristo, la Via, la Verità e la Vita. [12]
Possiamo quindi comprendere anche la particolare forma di vita apostolica che San Filippo stabilì per i suoi fratelli nell’Oratorio. Egli voleva che la loro vita somigliasse il più possibile alla vita comunitaria degli Apostoli durante il pubblico ministero di Cristo. La comunità dell’Oratorio è formata dalla grazia di Cristo nella Cui persona ogni singolo membro dell’Oratorio esercita la Sua carità pastorale nei confronti delle anime di tutti gli uomini. Ci tengo a ricordare le parole di Papa San Giovanni Paolo II, di cui la vita di San Filippo Neri e la sua fondazione dell’Oratorio sono un esempio concreto:
Il principio interno, la forza che anima e guida la vita spirituale del sacerdote nella misura in cui egli è configurato a Cristo, Capo e  Pastore, è la carità pastorale come partecipazione alla carità pastorale dello stesso Gesù Cristo, un dono conferito liberamente dallo Spirito Santo e allo stesso tempo un cómpito e una chiamata che richiede una risposta impegnata da parte del sacerdote[13].

Mi sembra che i modi a volta eccentrici di San Filippo erano mirati a sottolineare sempre il fatto che era Cristo che agiva in lui, affinché i suoi fratelli o i fedeli non pensassero che fosse Filippo – e non Cristo – colui che stava realizzando la missione di salvezza. Analogamente, credo che la semplicità della struttura canonica dell’Oratorio, con la sua insistenza sulla vita comunitaria, sia mirata a mostrare Cristo al prossimo nella maniera più diretta possibile, e a ricordare alla compagnia dei membri dell’Oratorio che, nonostante i doni particolari che a ciascuno di essi sono stati dati, il Capo e Pastore del gregge Che realizza la missione è sempre e solo Cristo.
Nel celebrare il quinto centenario della nascita di San Filippo Neri, prendiamo un esempio particolare dalla maniera in cui egli si misurò con una cultura secolarizzata e – pertanto – corrotta. Imploriamo la sua intercessione, dal momento che anche noi ci misuriamo con una cultura in cui vengono ignorate, sfidate e gravemente violate anche le verità più fondamentali: quelle sulla vita umana e sul fatto che essa ha il suo centro nella famiglia costituita tramite matrimonio. Voglio ricordare le parole con cui il Cardinal Joseph Ratzinger si espresse a proposito della cultura secolare contemporanea durante la Messa per l’Elezione del Pontefice Romano, celebrata prima del conclave in cui egli venne eletto al Soglio di Pietro. Egli sottolineò come, ai nostri tempi, “il pensiero di molti cristiani” sia stato fuorviato da varie “correnti ideologiche”, osservando che siamo testimoni dell’“inganno e della falsità umani, che si sforzano di trascinare l’umanità nell’errore”, e a proposito dei quali San Paolo si espresse nella sua Lettera agli Efesini[14]. Egli fece notare che, ai nostri tempi, coloro che vivono in conformità con “una fede chiara basata sul Credo della Chiesa” sono considerati fondamentalisti ed estremisti, mentre il relativismo, vale a dire “il lasciarsi trascinare da una parte e dall’altra, spinti dal vento di qualsiasi dottrina”, viene esaltato[15]. Parlando della radice dei gravi mali morali dei nostri tempi, concluse: “Si va costituendo una dittatura del relativisimo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”[16].
Chiamati a trasformare il mondo in Cristo, rivolgiamoci, con San Filippo Neri, a Cristo, alla Sua verità e al Suo amore che ci vengono consegnati nel Suo Corpo Mistico, la Chiesa. Pratichiamo l’umiltà, che riconosce che solo la grazia di Dio ci salva dai nostri peccati e ci anima all’amore puro e dimentico di sé che trionfa sul peccato e sulla morte eterna. Seguiamo il consiglio che San Filippo dette a sua nipote. Doniamo i nostri cuori al Sacro Cuore di Gesù, attraverso l’apertura del Suo glorioso Costato trafitto, e sforziamoci – con l’ausilio della preghiera e della penitenza – di non abbandonare la sola casa in cui troviamo perdono, pace e fortezza. Questo non è fondamentalismo. Questo non è estremismo. Questa è la vita in Cristo, nella Sapienza di Dio.
Così come Cristo santificò l’epoca di San Filippo con un’infusione abbondante dei sette doni dello Spirito Santo nel cuore di San Filippo stesso, possa Egli santificare anche la nostra epoca tramite l’infusione dello Spirito Santo nei nostri cuori.
Cristo discende ora dalla Sua residenza celeste per stabilire la Sua dimora in mezzo a noi, per rendere sacramentalmente presente il Suo Sacrificio sul Calvario, tramite il quale ci salva dal peccato e ci rafforza con gli incomparabili frutti del Sacrificio stesso: il Suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Offriamo ora i nostri cuori, attraverso il Suo glorioso Costato trafitto, al Suo Sacro Cuore. Seguendo l’esempio di San Filippo Neri e con l’ausilio delle sue preghiere, troviamo nel Cuore Eucaristico di Gesù la guarigione e la forza per trasformare le nostre vite, per trasformare una cultura che vorrebbe trascinare i nostri cuori lontano da quel Santissimo Cuore.
Cuore di Gesù, fonte di vita e di santità, abbi pietà di noi. Nostra Signora di Walsingham, prega per noi. San Giuseppe, padre putativo di Gesù e sposo della Vergine Maria, prega per noi. San Filippo Neri, fondatore e patrono dell’Oratorio, prega per noi.

Raymond Leo Cardinal BURKE
_______________________
NOTE

[1] Gv 15, 5.
[2] Fil 4, 7,
[3] Gv 15, 2.
[4] Fil 4, 8.
[5] Fil 4, 8.
[6] Fil 4, 9.
[7] Sap 7, 10-12.
[8] Cf. Paul Türks, Philip Neri: The Fire of Joy, trad. Daniel Utrecht (New York: Alba House, 1995), pp. 16-17, e 112. [Più avanti: Paul Türks].
[9] Paul Türks, p. 113.
[10] Cf. Paul Türks, pp. 117-120.
[11] Cf. Paul Türks, p. 114.
[12] Cf. Gv 14, 6.

[13] “Principium interius, virtus scilicet qua presbyteri vita spiritualis animetur et quasi manuducatur, quatenus is configuratur Christo Capiti et Pastori, ponendum est in caritate pastorali, id est in participatione ipsius caritatis pastoralis Christi Iesu; quae et gratuitum Spiritus Sancti donum erit, et simul munus et liberum responsale presbyteri responsum”. Ioannes Paulus PP. II, Adhortatio Apostolica Pastores dabo vobis, “de Sacerdotum formatione in aetatis nostrae rerum condicione”, 25 Martii 1992, Acta Apostolicae Sedis 84 (1992), 691-692, n. 23.
[14] “Initium Conclavis”, 18 Aprilis 2005, Acta Apostolicae Sedis 97 (2005), 687.
[15] Ibid., p. 3.
[16] Ibid., p. 3.
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

lunedì 1 giugno 2015

Perché la mistica non finisca in politica - Editoriale di giugno di "Radicati nella fede"

Nella memoria liturgica di S. Angela Merici, vergine, rilancio quest’editoriale di Radicati nella fede.




  

Anonimo, S. Angela Merici, XVII sec.

Urna di S. Angela Merici col corpo incorrotto della Santa, Santuario di S. Angela Merici, Brescia

PERCHÉ LA MISTICA NON FINISCA IN POLITICA

Editoriale “Radicati nella fede” 
Anno VIII n. 6 - Giugno 2015


Cambierà qualcosa nella Chiesa? Vedremo la fine della crisi modernista? Vedremo il ritorno di tutta la Chiesa alla sua Tradizione?
Umanamente dovremmo rispondere di no.
Da troppo tempo questa crisi va avanti, perché umanamente sia prevedibile una rinascita. La presenza dei cattolici secondo il gusto del mondo è così estesa e la Tradizione così umanamente esigua, da portare, secondo un calcolo umano, allo scoraggiamento.
Per questo, secondo una previsione umana, possiamo dire che non vedremo il ritorno alla Tradizione.
Eppure noi preghiamo e lavoriamo ogni giorno perché la Tradizione torni ad essere patrimonio comune di tutta la Chiesa. Facciamo la Tradizione per questo, la facciamo perché tutti tornino ad essa, e la Chiesa si liberi dal veleno modernista nella sua dottrina e nella sua pastorale.
Sarebbe logico abbracciare la Tradizione, passare alla Messa antica, solo per un gusto personale? Che senso avrebbe fare la Tradizione senza desiderare che questa torni a regnare sulla Chiesa tutta? Sarebbe un gioco senza senso! e noi non vogliamo giocare.
Ma questo desiderio, umanamente infondato, come non è un’utopia?
Non è un’utopia irrealizzabile perché è in gioco la potenza di Dio. È Dio che conduce la storia, è sua l’onnipotenza; “nulla è impossibile a Dio”.
Carissimi, occorre evitare la tentazione del Naturalismo pratico, che può regnare anche in coloro che si dicono Cattolici secondo la Tradizione.
Il naturalismo pratico, quando pensa alle vicende della storia, del mondo o della Chiesa fa lo stesso, calcola in sostanza solo le forze umane in atto. A parole può ancora dire che Dio può tutto, ma questo potere non entra mai nella logica delle sue scelte e azioni.
Quando questo naturalismo pratico entra nell’azione dei cattolici è devastante: li fa agire secondo il possibile umano e non secondo il possibile di Dio.
Sono tanti quelli che amano la Tradizione, che la sentono corrispondente alla verità della fede, e poi agiscono non secondo questa verità, ma secondo il calcolo umano del possibile e realizzabile! Dicono: “Come è vera e bella la Tradizione della Chiesa - e poi aggiungono - ma ormai non può più tornare il suo glorioso passato; siamo dunque prudenti e accontentiamoci di qualcosa di meno realizzabile ora”. Per questi cattolici il possibile e il realizzabile non è poggiato sulla Verità di Dio, ma sul fattibile umano.
Non c’è posto nel loro calcolo per la grazia, sono dei naturalisti.
Non c’è posto per Dio, non c’è posto per il miracolo, che in verità è la normalità della Storia.
I cattolici di duemila anni, quelli veri, non hanno pensato e agito così.
Hanno riconosciuto la Verità di Dio, l’hanno desiderata per la loro vita, hanno faticato e lottato perché il mondo intero la riconoscesse e accogliesse. Per questo il Cristianesimo si è diffuso nel mondo intero.
Hanno posato la loro azione sulla verità della grazia e della onnipotenza di Dio, non hanno calcolato umanamente il realizzabile.
I martiri hanno fatto così.
Loro, che sono i santi per eccellenza, sono morti per affermare la verità di Dio, fidandosi che un giorno Dio avrebbe portato a compimento l’opera. Sono morti senza vedere il trionfo della fede; sono morti sul serio, in una solitudine abitata solo da Dio, lasciando a Dio il futuro. Hanno vissuto dell’unica preoccupazione seria, quella di santificare il presente nella fedeltà assoluta a Nostro Signore Gesù Cristo.
E che dire di tutti quei cristiani, pensiamo al quelli del Giappone, che per secoli hanno resistito fedeli al Signore, con un Pater e Ave, senza più sacramenti, consegnando la loro fede ai figli, lasciando a Dio il futuro, certi che un giorno un missionario sarebbe tornato con i sacramenti che salvano. Fedeli a Dio nel presente, senza calcolo umano, lasciando a Dio l’esito della loro testimonianza.
Cari amici, anche noi dobbiamo fare così, fedeli a Dio nel presente, custodendo la Tradizione che è la natura stessa del Cattolicesimo, lasciando a Dio il futuro. È l’unica posizione ragionevole.
È qui dentro, in una posizione radicalmente anti-naturalista, certa realmente della potenza della grazia, che ha senso e valore il nostro sacrificio, unito a quello di Cristo.
L’alternativa è il pasticciare: volere un po’ di Tradizione, venendo continuamente a patti con mille compromessi in chiesa e in casa, accondiscendendo al peccato o all’errore che ci circonda, sottraendoci al sacrificio del richiamo, dicendoci che non possiamo pretendere tutto. Tanti fanno così: un po’ di tradizione e tanto cedimento alle mode del momento, lasciando a Dio la responsabilità della testimonianza. È l’esatto contrario che occorre fare: la nostra testimonianza dev’essere totale, lasciando alla grazia di Dio i frutti.
Occorre non essere cattolici naturalisti. Il naturalista è sciocco e miope, dice di credere in Dio e poi sottrae a lui la signoria sulla realtà e il tempo.
Occorre essere mistici, cioè cattolici. I mistici vedono Dio all’opera e partono da questo.
Occorre restare mistici, mentre intorno a noi la mistica muore nella politica. Anche quella ecclesiastica.