Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 24 dicembre 2018

Genealogia di N.S.G.C. secondo Matteo

Almeno dal IV sec. (come ci testimonia un testo della pellegrina Egeria a Gerusalemme), un vangelo era cantato solennemente alla fine dell’Ufficio notturno nelle domeniche e nei giorni festivi. Questo vangelo dell'Ufficio divino è conservato a questo punto nella maggior parte dei riti (per es., nel rito bizantino, v'è anche una serie di 11 Vangeli della resurrezione, che sono cantati nei mattutini di ciascuna Domenica; S. Benedetto prescrive, nella sua Regola, anche questo vangelo nei Mattutini al quale si risponde Amen, ecc. ...). Il Vangelo dei mattutini non riprende il testo del Vangelo della Messa del giorno; esso è cantato dal vescovo, dall'abate o dal sacerdote officiante, ma non dal diacono (contrariamente al Vangelo della Messa).
Nel puro rito romano, tuttavia, non c'è rimasto molto oggi: solo la prima strofa del Vangelo del giorno è cantata nel III Notturno, seguito da tre Lezioni, tratte dalle omelie dei Padri su questo vangelo. I differenti usi diocesani francesi, tuttavia, avevano mantenuto una struttura primitiva più antica del rito romano: di solito, il canto solenne del Vangelo giungeva - come nella Regola di San Benedetto – al termine dell'ufficio notturno, tra il IX responsorio dell’ultimo Notturno (responsorio scomparso nel rito romano attuale) ed il Te Deum.
Per la Vigilia di Natale, sia tra i benedettini sia negli antichi usi diocesani francesi, il Vangelo dei Mattutini consiste nella genealogia di Cristo secondo San Matteo. Il canto solenne di questa genealogia è sempre stato modulato in un tono molto particolare, di grande suggestione. Allo stesso modo, si cantava, su un'altra melodia solenne, la genealogia secondo San Luca alla fine dei Mattutini dell'Epifania. Alcune diocesi conoscevano anche il canto solenne al saluto, dopo i secondi Vespri di Natale, del Prologo di San Giovanni su una sublime melodia (ma questo uso è più recente).
Quando la pratica del canto dei Mattutini di Natale prima che la messa di mezzanotte iniziasse a sgretolarsi, molte parrocchie mantennero il canto genealogico a mezzanotte, prima della prima messa di Natale.
Vi presentiamo qui di seguito la versione parigina di questa genealogia. Notate, in cui il finale termina un po' curiosamente, ma questo finale è calcolato per essere in grado di collegarsi direttamente con l'intonazione del Te Deum finale.

(Nostra traduzione dal francese)





mercoledì 21 settembre 2016

Una storia di conversione: il vero “Dorian Gray”

Nella festa di S. Matteo apostolo rilanciamo questa recensione di Luca Fumagalli.



Agostino e Giovanni Battista Montanari, Martirio di S. Matteo, 1605, Genova

Alessandro Varotari detto il Padovanino, Martirio di S. Matteo, XVII sec., parrocchia di S. Anna Morosina, San Giorgio in bosco

Guglielmo Caccia, Martirio di S. Matteo, XVII sec., Asti

Francesco Costanzo Catanio, Martirio di S. Matteo, 1655, Ferrara

Paolo de' Majo, Martirio di S. Matteo, 1745 circa, Chiesa di S. Matteo, Agerola

John Gray: l’esteta omosessuale che divenne sacerdote

di Luca Fumagalli


In Wilde, film del 1997 diretto da Brian Gilbert, vi è una scena fugace, solo pochi secondi, che però descrive con brillante intuizione il momento della definitiva separazione tra John Gray, giovane approdato al mondo letterario dopo una dura gavetta, e Oscar Wilde, suo amico e amante. Il loro rapporto era stato idilliaco, almeno fino a quando nell’orbita del vate irlandese aveva iniziato a gravitare l’egocentrico quanto affascinante Lord Alfred Douglas, soprannominato Bosie. Il disastroso esito della loro relazione fu il noto processo del 1895 che trascinò nel fango la reputazione del campione dell’estetismo inglese, confinandolo negli angusti spazi di una cella.
Quando Gray vede Oscar allontanarsi con Douglas, l’autocommiserazione si fa largo in lui: «Io sono solo il figlio di un falegname, mentre Bosie…». Robbie Ross, da poco diventato cattolico, non può far altro se non consolare l’amico con parole che, col senno di poi, suonano singolarmente profetiche: «Qualcun altro era figlio di un falegname».
Miseria e grandezza sono i due limiti entro cui si snodò la vita di uno dei protagonisti più discussi della Londra fin de siècle. Di umili origini, John Gray (1866-1934) dovette faticare non poco per affermarsi. Dalla sua parte vi erano la grande vivacità intellettuale e la serietà con cui si dedicava agli studi. Poeta di rara delicatezza, aperto alle influenze letterarie d’oltremanica, presto entrò a far parte del circolo decadente, legandosi tra gli altri a Ernest Dowson e a Aubrey Beardsley (di cui curò la pubblicazione postuma delle epistole).
Il suo nome iniziò a circolare sulla stampa britannica quando venne associato al protagonista de Il ritratto di Dorian Gray, chiaramente ispirato a lui. La ridda di polemiche che investì Wilde, accusato di aver scritto un romanzo immorale e impudico, fu mitigata dalla stampa cattolica, l’unica impegnata nella difesa di un testo che raccontava con precisione la progressiva discesa di un’anima negli abissi del peccato.
Vincenza Lagioia con il suo La vera storia di Dorian Gray compie un’operazione biografica singolare, soprattutto per quanto riguarda lo stile, costruendo una narrazione fatta di piccoli quadri, di tanti spiragli che si aprono senza soluzione di continuità sulla corrotta maestosità della letteratura britannica alle soglie del XX secolo. Il saggio, quasi un edificio felliniano, ripercorre con la passione di un avventuriero la biografia di John Gray, per troppo tempo rimasta celata dietro la maschera di Dorian.
In pochi, infatti, conoscono il secondo tempo della vita del giovane poeta, il cui inizio coincise proprio con l’abbandono di Wilde. La crisi che ne scaturì guidò provvidenzialmente Gray verso i sicuri lidi della Chiesa di Roma, una strada che percorse in compagnia di un nuovo amico, Andrè Raffalovich, un ebreo russo che divenne cattolico e che gli fu compagno fedele per il resto della vita.
Se è pur vero che il mondo dell’estetismo poté vantare numerose conversioni al cattolicesimo, per la maggior parte si trattò di infatuazioni passeggere, gesti provocatori che durarono lo spazio di un mattino. Quella fin de siècle, come ha scritto Griffith in un recente saggio, fu una “falsa partenza” per il revival cattolico britannico che sbocciò solamente qualche anno dopo, a ‘900 ormai avviato.
Raffalovich e Gray, al contrario, furono due sopravvissuti di quella tragica generazione. Quest’ultimo, tra l’altro, dopo gli studi presso il Collegio Scozzese di Roma – lo stesso seminario che aveva ospitato l’irrequieto Frederick Rolfe “Baron Corvo” – venne ordinato sacerdote. Entrambi divennero terziari domenicani e grazie ai loro sforzi congiunti fu costruita a Edimburgo una nuova chiesa parrocchiale.
Il poeta aveva ceduto il passo al sacerdote, un uomo pio e devoto che prendeva sul serio la sua vocazione. Lontano dagli eccessi giovanili, Gray trascorreva le giornate aiutando i bisognosi e trattenendosi per ore al confessionale. Nutriva un affetto particolare per la liturgia cattolica; ogni giorno, mentre Raffalovich occupava puntuale il suo posto in prima fila, celebrava la messa con dignità, attento a scandire le parole, rispettando il ritmo e le pause.
Negli ultimi anni di vita Gray fu in contatto anche con il domenicano McNabb, amico di Chesterton e Belloc, che tentò inutilmente di coinvolgerlo nel progetto distributista, finalizzato ad applicare i principi del cattolicesimo sociale espressi da Leone XIII nell’enciclica Rerum Novarum.
Attraverso gli studi di esegesi biblica conobbe inoltre il gesuita irlandese George Tyrrel, uno dei campioni del modernismo. Sebbene non condividessero una virgola delle sue idee, lui e Raffalovich gli furono vicini nei difficili momenti della scomunica, offrendogli anche un cospicuo aiuto economico (che Tyrrel rifiutò garbatamente).
La vera storia di Dorian Gray, al di là dei molti altri aneddoti che si potrebbero citare, è dunque un saggio audace, che smitizza attraverso il particolare punto di vista di John Gray, il poeta che divenne sacerdote, un’epoca sovente ridotta a trita collezione di cliché. Il volume è sopratutto la storia di una conversione, di un cuore che cambia, che riorienta il suo desiderio di bellezza passando dall’arte a Dio: «La poesia perfetta che questo sacerdote-poeta ha fatto è stato il poema finito della sua vita a Lui dedicata».
Il libro: Vincenzo Lagioia, La vera storia di Dorian Gray, Bologna, Minerva Edizioni, 2012, pagine 318, euro 19.

lunedì 28 marzo 2016

Circa le ridicole bugie dei farisei contro la Risurrezione di Cristo

Il Vangelo di Matteo, sempre molto sensibile all'ambiente giudaico, riferisce che, il giorno della Resurrezione, le guardie, che erano state poste a guardia del sepolcro e che furono tramortite dal timore generato dalla potenza del Risorto, riferirono ai sommi sacerdoti ed agli anziani quanto era loro accaduto. Questi, quindi, riunitosi, pur senza negare la realtà della Resurrezione e senza negare l’attendibilità delle guardie poste a vigilanza del sepolcro (il Vangelo almeno non lo dice né lo lascia intendere!), nondimeno pensarono bene di corromperle, offrendo loro una somma di denaro che S. Matteo dice essere stata “buona”, cioè cospicua. A condizione che diffondessero una versione di comodo: «Dichiarate: i suoi discepoli sono venuti di notte e l'hanno rubato, mentre noi dormivamo. E se mai la cosa verrà all'orecchio del governatore noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni noia» (Matth. XXVIII, 13-14).
In buona sostanza, i sommi sacerdoti e gli anziani preferirono che si accreditasse una versione di comodo per la quale le guardie – che pure dovevano montare di guardia – si sarebbero “addormentate” durante il loro servizio (verosimilmente, per far credere che tutte si fossero addormentate, esse dovevano aver ecceduto nel bere …) e, per giunta, durante il sonno, stando alla diceria messa in giro dai giudei, si sarebbero fatte sottrarre il corpo di Gesù dal sepolcro. Insomma, questi soldati avrebbero violato gravemente le consegne ricevute, facendosi beffare dai discepoli del Nazareno!! In effetti, se fossero stati i discepoli di questi a trafugare il corpo del Maestro, essi dovevano essere evidentemente numerosi, cioè in numero tale da poter spostare la grossa pietra del sepolcro onde entrare nel sepolcro e trafugare il corpo del Crocifisso! Operazione questa che, se fosse avvenuta, non poteva essere condotta in maniera silenziosa, tanto da non destare eventuali soldati ipoteticamente pur addormentati (anche se ubriachi)!
Per queste plurime violazioni, senz’altro quei militari si sarebbero esposti a gravi sanzioni, non esclusa la pena capitale.
Di qui la necessità per i giudei di offrire loro una somma di denaro “buona”. I soldati, annota l’evangelista, «preso il denaro, fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questa diceria si è divulgata fra i Giudei fino ad oggi» (Matth. XXVIII, 15). Una diceria, evidentemente, poco credibile giacché fondata sull'ipotetica auto-confessione di gravi violazioni dei doveri militari da parte dei soldati posti a guardia del sepolcro! Una diceria che poteva essere comprata solo a suon di cospicue somme di denaro.

Circa le ridicole bugie dei farisei contro la Risurrezione di Cristo


Voi già sapete, o cristiani, che la notte della domenica in cui risuscitò Gesù Cristo, un angelo discese dal cielo e, suscitato un grande terremoto e rovesciata la pietra del sepolcro, vi si assise al di sopra con un aspetto fulminante; sicché le guardie poste dai Giudei al sepolcro, atterrite a quella vista, restarono tutte come morte. Voi sapete parimenti che il sepolcro fu poi visitato e rivisitato dalle sante donne e dai discepoli. […] Dove intanto si trovassero le guardie, l’Evangelio non lo dice. Esso dice solamente che, partite le donne dal sepolcro, Quae cum abiisent, alcuni soldati della guardia andarono  in città a riferire ai sommi sacerdoti tutto quello che era avvenuto […] vale a dire riferirono loro non solamente che il terremoto e l’aspetto minaccioso e terribile dell’angelo li aveva fatti dallo spavento tramortire, ma inoltre che, rovesciata dall’angelo la pietra del sepolcro, il corpo di Gesù Cristo non vi si trovava più. […] Ora i sacerdoti, assicurati così dalle guardie che il corpo di Gesù Cristo tra mezzo a inauditi prodigi era da sé sparito dal sepolcro, che dovevano essi pensare? Che dovevano fare? Essi dovevano pensare che Gesù Cristo era veramente risuscitato, come aveva promesso […]. Allora fu che i capi de’ Giudei ebbero ben a pentirsi d’aver posta al sepolcro quella guardia di cui tanto dapprima si gloriavano. O consigli degli uomini, quanto siete voi ciechi contro i consigli di Dio! Senza quella guardia, sarebbe stato facile ai capi de’ Giudei il dire che i discepoli avevano rubato il corpo di Gesù Cristo: ma con quella guardia era loro ben difficile il dirlo e più difficile ancora il provarlo.
Difatti che cosa far credere al popolo di quella guardia? Forse che i soldati fossero stati forzati dai discepoli? Ciò li avrebbe disonorati nel punto per loro delicato della bravura; ed essi lo avrebbero costantemente negato. Forse ch’essi, quando fu rubato il corpo di Gesù Cristo, si trovassero tutti addormentati? Ciò era cosa evidentemente ridicola a dire, ma pur più facile a farla dai soldati attestare. Per qual mezzo adunque ottenere da loro la testimonianza? Per mezzo del danaro. Guai, cristiani, infelice danaro! Quanti delitti ha esso mai cagionati nel mondo! Guai a chi lo dà per render gli altri complici del proprio peccato; e guai a chi lo riceve per rendersi complice del peccato altrui! […]
L’avarizia era una delle passioni favorite dei capi de’ Giudei; […] Chiamati pertanto i soldati, i capi de’ Giudei diedero loro una grossa somma di danaro, pecuniam copiosam dederunt militibus; ma col patto che andassero dicendo che i discepoli avevano rubato il corpo di Gesù Cristo mentre essi dormivano, vobis dormientibus.
Ma qui restava ancora un’altra difficoltà. Un soldato di guardia che si fosse lasciato prendere dal sonno era reo di morte. Quei soldati adunque, col dire che si erano tutti addormentati, si esponevano a pericolo d’esser tutti dal Governatore puniti di morte. Ma in tal caso i capi de’ Giudei presero sopra di loro stessi tutto questo affare: essi avrebbero acquietato il Governatore e messi i soldati al coperto d’ogni pena […]. Quanti delitti, o cristiani, e quanti deliri insieme in tutto questo procedere dei capi de’ Giudei! Si conosce la verità e si vuol farla passare per un’impostura; s’inventa un’impostura e si vuol farla passare per una verità; si fa attestare da guardie corrotte a prezzo d’oro ciò che non possono aver veduto, si fa dire a queste guardie ciò che le fa ree di morte e se ne promette loro l’impunità; insomma, purché l’odio contro di Gesù Cristo resti soddisfatto, si fanno passare per ragionevoli e giuste le assurdità più ridicole, insieme e le più esecrabili empietà. Tanto è vero, o cristiani, che le passioni talvolta arrivano a soffocare negli uomini ogni principio di retta coscienza e insieme di sana ragione.
Preso allora il danaro, i soldati andarono francamente spacciando la favola ch’era loro stata suggerita, sicut fuerant edocti: e questa favola si divulgò tra i Giudei e vi fu lungamente creduta: Et divulgatum est verbum istud apud Judaeos usque in hodiernum diem.
Insensati Giudei! Stupida credulità! I soldati, posti con tanta gelosia alla guardia del sepolcro, si sono addormentati tutti; e allo strepito inevitabile fatto per rovesciarne la pietra non se ne risvegliò neppure un solo; e i discepoli furono quelli che, rovesciata la pietra, hanno rubato il corpo di Gesù Cristo; e i testimoni irrefragabili ne sono i soldati, che tutti allora dormivano; e i soldati stessi sono quelli che pubblicano questo loro fallo degno di morte e fanno sapere a tutti che i discepoli hanno rubato quel corpo perché essi dormivano; e questi soldati non si accusano, non son fatti punire, anzi vengono assicurati dell’impunità, premiati, pagati profusamente; e i discepoli stessi, che per rubare il corpo di Gesù Cristo hanno infranti i sigilli pubblici e rubando quel corpo hanno cagionato un errore peggior del primo, un errore che rovescia sino dai fondamenti tutta la religione giudaica, questi discepoli si lasciano tranquilli nella città santa, in Gerusalemme, sotto gli occhi del Governatore insieme e dei sommi sacerdoti, senza perquisizioni, senza minacce, senza supplizj: ah! veramente mentita est iniquitas sibi, ps. XXV I, 12; si, cristiani, l’iniquità si smentisce da sé medesima, e la verità da tutte le parti si manifesta. […]
Divino Gesù, se la favola inventata contro di voi, dopo risorto, dai capi de’ Giudei e fatta credere al popolo giudaico ne ha fatti perire tanti tra loro eternamente, ah! non sia così di noi che crediamo e crediamo di tutto cuore la verità della vostra risurrezione. Deh! anzi questa fede, animata in noi dalle opere della santa carità e vincitrice per conseguenza di tutte le nostre passioni, che ce la potrebbero far perdere, questa fede ci tenga tutti a nostra santificazione e salute uniti inseparabilmente a voi, per viver tutti con voi la vita della vostra grazia sulla terra e la vita della vostra gloria nel cielo; vita che, al pari della vita vostra dopo risorto, sarà per tutti i secoli dei secoli immortale.

[Brano tratto da un libro del 1837 intitolato Spiegazione pastorale ordinata degli Evangelj, scritto da Don Francesco Molena]

Fonte: Cordaliter, 28.3.2016

lunedì 21 settembre 2015

Gerard J.M. van den Aardweg. “L’ispirazione omosessuale soggiacente alla Relazione Provvisoria del Sinodo Episcopale sulla famiglia, tenutosi nell’ottobre 2014”

Nella festa di san Matteo, Apostolo ed Evangelista, rilancio la traduzione italiana, ad opera di Chiesa e postconcilio, di un interessante saggio comparso su LifeSite News.


Giuseppe Vermiglio, S. Matteo, 1630 circa, Azienda Ospedaliera, Melegnano

Gerard J.M. van den Aardweg. “L’ispirazione omosessuale soggiacente alla Relazione Provvisoria del Sinodo Episcopale sulla famiglia, tenutosi nell’ottobre 2014”

Il Prof. Gerard J. M. van den Aardweg è uno psicanalista olandese (di impostazione non freudiana) il cui campo di ricerca è l’omosessualità. È l’autore di On the Origins and Treatment of Homosexuality: A Psychoanalytic Reinterpretation (Sulle origini e sul trattamento dell’omosessualità: una reinterpretazione psicoanalitica) e The Battle for Normality: Self-Therapy for Homosexual Persons (La battaglia per la normalità: autoterapia per le persone omosessuali). È un’autorità mondiale nella cura delle persone omosessuali, visto come il fumo negli occhi dalla lobby gay, ovviamente.  Nei suoi precisi e documentati interventi, ha ripetutamente dimostrato la totale infondatezza scientifica della tesi dell’esistenza del “gene” dell’omosessualità. Merita certamente di essere riprodotta qui una sua intervista, apparsa sul sito “LifeSite” il 3 marzo 2015. L’Autore vi critica pesantemente e con grande franchezza di linguaggio la grave deriva omofila presente nella Relazione Intermedia del Sinodo dell’anno scorso, dovuta come è noto ai soliti noti. I suoi argomenti ci sembrano estremamente validi e sempre attuali, dal momento che non si può affatto escludere il tentativo di riproporre le “aperture” al vizio contronatura nel Sinodo del 2105, ormai imminente (pensiamo alla recente, scandalosa intervista dell’erratico cardinale austriaco Christoph von Schönborn, uno degli invitati pontifici al Sinodo, esaltante l’omosessualità, in particolare quando si realizzi in una relazione stabile tra due “persone”!).
[Presentazione di Paolo Pasqualucci. Traduzione a cura della nostra Redazione. Le frasi tra parentesi quadre sono pure della Redazione.]

“L’ispirazione omosessuale soggiacente alla Relazione Provvisoria del Sinodo Episcopale sulla famiglia, tenutosi nell’ ottobre 2014”

di Gerard J.M. van den Aardweg

Con le loro affermazioni sugli omosessuali e sull’omosessualità, i redattori della Relazione Provvisoria del Sinodo Vaticano sulla famiglia di ottobre [2014] hanno deviato la pubblica attenzione dall’argomento principale – l’urgenza di rafforzare il matrimonio cristiano e la vita familiare – verso il tema completamente secondario dell’omosessualità. L’effetto che le loro parole hanno provocato non deve averli sorpresi: è ben nota, infatti, la prontezza con cui i media laici sfruttano ogni parola e gesto delle autorità cattoliche in favore dell’ideologia della normalità omosessuale,[i] utilizzandoli per premere sulla Chiesa affinché abbandoni le sue resistenze ed accetti l’omosessualità nel modo che essi esigono. La terribile verità è che i paragrafi della Relazione relativi all’omosessualità non li ha affatto delusi, ferendo e confondendo invece molti cattolici e non cattolici ordinari, comprese tante persone sinceramente cattoliche  che lottano contro tendenze omosessuali.
Leggiamo i paragrafi 50-52 della Relazione. Il numero 50 esordisce così: “Gli omosessuali hanno doni e qualità da offrire alla comunità cristiana”. Se si cerca di dare un senso a quest’affermazione (infatti, quale persona non è in grado di offrire “doni e qualità”?), bisogna dedurne che le persone il cui desiderio sessuale è orientato allo stesso sesso avrebbero dei “doni” speciali inerenti al loro “orientamento”. Quali siano questi doni, non viene specificato. Quest’affermazione gratuita ricorda gli stereotipi fabbricati dall’attivismo gay, per esempio la presunzione secondo la quale gli uomini con orientamento omosessuale sarebbero particolarmente sensibili, artistici, gentili; o quello secondo cui molte figure importanti della storia e del mondo dell’arte sarebbero state omosessuali (molte di esse in realtà non lo erano), come se questo fosse un argomento a favore della valorizzazione del desiderio omosessuale. Si tratta di un pensiero elitario (questo degli attivisti gay) secondo il quale la “natura” omosessuale sarebbe qualcosa di speciale, e l’omosessualità sarebbe superiore all’eterosessualità “ordinaria” (in modo analogo, il pedofilo omosessuale André Gide ha esaltato il presunto valore superiore della pedofilia omosessuale).
In realtà, non ci sono ragioni per glorificare il talento e le imprese superiori delle persone con tendenze omosessuali. Il fatto che un numero relativamente grande di esse eserciti certe professioni ha a che vedere più con i loro interessi personali che con le loro qualità naturali, e se da un lato molte di esse hanno primeggiato o sono divenute famose (il che non è la stessa cosa), dall’altro ve ne sono molte altre il cui talento è stato distorto da una disordinata vita emotiva o da uno stile di vita irresponsabile, con grave danno delle loro capacità professionali. I problemi di salute e mentali di molte persone che praticano l’omosessualità costituiscono un problema sociale considerevole e in costante aumento. Tuttavia, ancor più nociva è l’influenza degradante – tanto dal punto di vista sociale che da quello morale – esercitata da quanti praticano l’omosessualità (gli omosessuali “attivi”) nell’àmbito delle scienze umane, della letteratura, della politica, dell’educazione e nelle chiese cristiane. E la Chiesa non deve dimenticare che molti sacerdoti omosessuali hanno avuto ben altro da “offrire alla comunità cristiana” che i loro “doni e qualità”: la grande maggioranza delle loro vittime erano maschi adolescenti, dai quali si sentono attratti non i pedofili ma più del 30% degli uomini adulti omosessuali.[ii] Si stia quindi ben attenti a propagandare indiscriminatamente “gli omosessuali” alla comunità cristiana [come un valore].
Inoltre, con queste stesse prime parole del paragrafo 50, “gli omosessuali”, si introduce un termine ambiguo e fuorviante, utilizzato anche nei paragrafi successivi. Chi sono dunque questi “omosessuali” che l’autore ha in mente? Quali sono esattamente i fedeli esortati a “fornir loro [...] uno spazio di comunione nelle nostre comunità”, perché “gli omosessuali” vorrebbero “spesso trovare una Chiesa che offra loro una casa accogliente” (n. 50)?  C’è qui fra l’altro un’accusa implicita: fino ad ora, “gli omosessuali” sarebbero stati più o meno respinti dalle “nostre comunità” (quindi anche dalle parrocchie, dai monasteri, dai seminari?); non gli sarebbero state offerte la “comunità”, la “casa” cui aspiravano. In altre parole, non sarebbero i benvenuti e sarebbero stati trattati in modo non cristiano; la parola a effetto “discriminazione” e la rappresentazione degli “omosessuali” come vittime della condanna culturale e religiosa – forme di propaganda immensamente efficace per il movimento dei diritti gay – sono lì in agguato. È evidente di quale categoria di omosessuali si parli in questa Relazione. Non di quelli che cercano di vivere castamente e secondo la voce della loro coscienza (e che oggi sono una minoranza); non di quelli aperti alla percezione del carattere contro natura e dell’immoralità dei rapporti tra persone dello stesso sesso; non di quelli che cercano l’aiuto di Dio, della preghiera e dei sacramenti nella loro battaglia psicologica e spirituale.[iii] Non sono questi a volere uno “spazio di comunità” o una “casa”:  la Chiesa è gia la loro casa ed essi non desiderano affatto esservi accettati come omosessuali. È impossibile trovare in questa categoria qualcuno che si lamenti di non essere il benvenuto o di trovarsi respinto [dalla Chiesa].
Ovviamente, la Relazione si riferiva agli appartenenti all’altra categoria, la più vasta, composta da quelli che vogliono condurre una vita omosessuale manifesta ed esser ugualmente accettati:  in poche parole, i “gay”. Ogni frase di questi paragrafi della Relazione trasuda del loro modo di pensare, anche se non in modo franco e aperto ma grazie ad insinuazioni e suggerimenti. Si consideri il seguente passaggio: “Le nostre comunità sono capaci di [...] accettare e valorizzare il loro orientamento sessuale?”. Ci si riferisce qui a coloro che si vittimizzano e ne fanno un dramma perché i loro desideri non sono “valorizzati”. Si tratta di una chiara eco del modo di parlare tipico dei gay, ma la novità stavolta è che lo si trova in un documento della Chiesa cattolica e di alto livello! Oltretutto,  tale “orientamento” viene presentato quale componente intrinseca e immutabile della personalità di un individuo o come sua “natura”, non come il disturbo della personalità o del comportamento che indubbiamente è (le prove scientifiche al riguardo abbondano [iv]); esattamente come la pedofilia omosessuale ed eterosessuale, il transessualismo, il travestitismo, etc. – o la femminizzazione compulsiva, a dirla tutta. E questo suggerimento rafforza, invece di refutare, la falsa opinione secondo cui tale orientamento sarebbe “genetico”, o fisiologico, o situato nel cervello, e avremmo semplicemente a che fare con una variante normale della sessualità umana.[v]
Anche il tono moraleggiante della Relazione contro “le nostre comunità” ha un’impronta tipicamente gay, perché l’insegnamento della bontà – del valore – dell’“orientamento omosessuale” combinato con il dovere morale di accettare e valorizzare le persone apertamente gay al loro interno, viene imposto al 98% dei fedeli senza che vi sia alcuna considerazione della loro naturale e normale avversione a tale valorizzazione (che probabilmente i redattori della Relazione etichetterebbero come “omofobia”).  Non si comprende, evidentemente, che quest’imposizione forzata renderà tese le relazioni normali all’interno di queste comunità e allontanerà certamente  dai loro rispettivi àmbiti religiosi (chiese o seminari che siano) quei tanti che seguono gli impulsi innati e naturali del senso comune. Siffatta cecità proviene dal caratteristico spirito naïf e dall’autoreferenzialità dei gay, cui si aggiunge mancanza di interesse e  comprensione per i sentimenti degli uomini e delle donne che non hanno problemi in questo campo, mancanza tipica della mentalità gay.
Ovviamente, non si può predicare allo stesso tempo il “valore” delle tendenze omosessuali e il dovere di vivere castamente. Indirettamente, la relazione giustifica certe forme di comportamento omosessuale, forse credendo in modo irrealistico che alcune forme di relazione tra persone dello stesso sesso possano trovarsi sullo stesso piano del normale matrimonio e di un amore reciproco genuino e durevole. Una rigida proibizione di correggere un desiderio (“orientamento”) che si presume degno e apprezzabile, e che oltretutto dovrebbe esser in ipotesi ben accolto dalle  comunità religiose (parrocchie, seminari, etc.), sarebbe evidentemente assurda. Anche la seguente affermazione testimonia la natura torbida del pensiero soggiacente alla Relazione: “[è necessaria] una seria riflessione su come identificare [...] approcci per la crescita affettiva [di persone con questa tendenza] [...] e per la loro maturazione nel Vangelo, integrando il lato sessuale [...]” (par. 51).  L’“integrazione del lato sessuale” è espressione che significa questo, in genere: “farne un componente di”. Nel nostro caso ciò significherebbe “farne un componente della maturazione nel Vangelo”!
È superfluo ricordare che il cammino verso la santità – come anche, più semplicemente, quello verso la maturazione affettiva – richiede di combattere contro qualsiasi tendenza omosessuale. Render partecipi il comportamento, il sentimento o l’“amore” omosessuale alla battaglia per la santità è nient’altro che un’invenzione gnostica. Piuttosto, sarebbe stato opportuno scrivere il contrario: sono in particolar modo le persone che soffrono le tentazioni della carne a dover essere incoraggiate ad esercitare la virtù della castità [la battaglia è quindi contro di loro]. Si sarebbe allora dovuta pronunciare qualche parola d’elogio nei confronti dell’organizzazione cattolicaCourage e di tutti quelli che si sforzano di vivere in armonia con l’autentica dottrina morale cattolica. Dichiarare nella Relazione che “la dottrina cattolica sulla famiglia e sul matrimonio” non dev’essere compromessa (par. 50), o che “la Chiesa afferma che le unioni tra persone dello stesso sesso non possono essere considerate sullo stesso livello del matrimonio tra l’uomo e la donna” (par. 51) può suonare come un linguaggio pio, ma non lo è affatto:  è  anzi scandaloso che gli autori osino insinuare che il Corpo Mistico di Cristo sia aperto a qualsiasi considerazione positiva nei confronti delle relazioni omosessuali (convivenza gay, “matrimonio” gay). L’attribuzione di uno status superiore al vero matrimonio non diminuisce questa vergogna. Le dissacranti coppie gay sono uno scimmiottamento del santo matrimonio, tanto dal punto di vista biologico che da quello psicologico e morale. È una folie à deux, vale a dire una patologia psico-spirituale condivisa da due persone. Non esistono relazioni gay psicologicamente normali, nemmeno nei casi eccezionali in cui esse durino più di un paio d’anni, nel caso degli uomini, o qualche anno in più, nel caso delle donne. Tra queste persone la promiscuità è oltre i limiti così come lo sono le gelosie a livello patologico, i litigi, i conflitti, la violenza domestica. Ogni analogia col matrimonio esiste solo nella fantasia di quanti ignorano o vogliono ignorare la realtà.[vi]
Eppure, la Relazione Provvisoria ribadisce: “Pur senza negare i problemi morali legati alle unioni omosessuali, esistono casi in cui la reciproca assistenza, che si spinge fino al livello del sacrificio, è un apprezzabile supporto nella vita di queste persone” (par. 52). Quindi, anche se un affair o un vincolo gay non può rivendicare un valore pari a quello del normale matrimonio, esso sarebbe comunque a volte un’“unione” nobile e un sacrificio di sé [È la tesi delirante del card. Schönborn]. Non sarebbe questo per caso un argomento sufficiente per l’approvazione delle relazioni tra persone dello stesso sesso in determinate circostanze?  Ma ciò equivarrebbe a cercare di aprire una breccia nella norma tollerandone le eccezioni (sotto strette condizioni, dopo una considerazione attenta, e così via, ovviamente). È ben noto, tuttavia, che quando si pratica un buco in una diga, prima o poi essa crollerà.
Infine, che pensare di questa affermazione del par. 52 della Relazione: “[...] la Chiesa presta un’attenzione speciale ai [...] figli che vivono con coppie dello stesso sesso e sottolinea che le necessità e i diritti dei piccoli devono avere sempre la priorità”? Priorità su che cosa? L’unica risposta accettabile, dettata dalla compassione umana, dal buon senso e dalla morale cristiana, è: priorità  nei confronti delle rivendicazioni egoistiche degli adulti omosessuali conviventi (finché lo sono), i quali violano in tal modo la necessità, il bisogno e il diritto dei figli di essere educati da un padre e da una madre. Questo vale tanto per i figli che vivono con la loro madre o col loro padre e con il partner omosessuale di uno dei due come per i figli adottivi con “genitori” gay. Gli autori della Relazione danno l’impressione di accettare in linea di principio queste pseudo-famiglie e la pratica dell’adozione gay. Ad ogni modo,  essi si esimono vergognosamente dal denunciare senza ambiguità questa barbarie moderna, di sacrificare in massa figli e adolescenti innocenti e indifesi sull’altare dell’ideologia gay. Questi bambini vengono emotivamente, caratteriologicamente e moralmente vulnerati per sempre [vii]; le parole zuccherine sul “prestare attenzione alle esigenze dei piccoli” non suppliscono al dovere di parlare apertamente contro questa ingiustizia, che grida vendetta al Cielo. L’urgenza della questione è dimostrata, tra le altre cose, dall’aumento esponenziale di adozioni da parte di gay e lesbiche negli Stati Uniti: tra il 2001 e il 2011 il loro numero è quasi triplicato, e nell’ultimo anno ha superato i 32.000 casi.[viii]  Bisogna ricordare che molti di questi figli e adolescenti (anche loro appartengono alla categoria dei “piccoli” che subiscono violenza) sono già traumatizzati dal divorzio dei loro genitori o da altre esperienze scioccanti prima di essere affidati in custodia a una coppia gay ed esposti così al suo esempio, perturbante e depravato.
Questa Relazione Sinodale Provvisoria ha sollevato molti dubbi e provocato sconforto. Forse le persone che sono rimaste più turbate sono proprio quelle che sentono attrazione verso lo stesso sesso, insieme ai genitori, gli sposi e i familiari di omosessuali “attivi”. Queste persone si sentono abbandonate, hanno la sensazione che gli venga tolto il tappeto da sotto i piedi. Solo un esempio: un uomo convertito al cattolicesimo che aveva quasi del tutto vinto le sue tendenze omosessuali, si è sentito indignato ed oltremodo deluso: “Sono sempre stato cosciente del fatto che essere gay non è una cosa sana. Tuttavia mi sentivo depresso e completamente isolato poiché ogni giorno tutte le persone che mi circondavano cantavano le lodi della vita gay. Solo la Chiesa cattolica era un faro di speranza per me, ma adesso... a quanto pare mi posso rivolgere solo a Putin!”.
Una comprensione realistica di quello che sta succedendo nella Chiesa può costituire un importante passo in avanti per il recupero della fiducia nella dottrina morale cattolica e nella percezione infallibile e universale dell’innato senso morale dell’uomo sul carattere innaturale, impuro dei comportamenti omosessuali e pedofili. Com’è possibile che sia stato dato libero sfogo all’ispirazione omosessuale in un documento ecclesiastico di alto livello sulla famiglia, e in un contesto in cui, non molto tempo fa, la “sodomia” veniva condannata ufficialmente come uno dei quattro peccati gravi che “gridano vendetta al Cielo”? Non possiamo e non dobbiamo sorvolare sulla realtà rivelatasi ai nostri occhi: i cattolici che cercano di vivere in conformità con la legge divina sulla sessualità e sul matrimonio sono ormai una (esigua?) minoranza. Da quando i cattolici si sono associati al Secolo nell’adottare i metodi e la mentalità contraccettivi (negli anni ’60), la loro sensibilità nei confronti della santità della sessualità e del matrimonio e la loro volontà di cercare la volontà di Dio in materia si sono sempre più attenuate. Una conseguenza di ciò è l’incremento dell’accettazione delle relazioni omosessuali e del matrimonio “gay”, come confermano statistiche recenti sui cattolici statunitensi. [ix] Nello stesso tempo, molti sacerdoti e prelati sono stati più o meno infettati dallo stesso atteggiamento. In questa atmosfera la “lobby gay” all’interno della Chiesa può continuare nelle sue attività.
Ma la comprensione più profonda della situazione, così come una guida salda al ristabilimento dell’ordine, ci viene da quel Papa che questo stesso Sinodo ha esaltato nella sua parte finale – non per caso, possiamo esserne certi. Già quarant’anni fa il Beato Paolo VI richiamò l’attenzione sul “fumo di satana” che era entrato nella Chiesa, e allo stesso tempo assicurò ai suoi ascoltatori, durante un’udienza generale, che quando egli affermò che “una delle più grandi necessità della Chiesa di oggi è quella di difendersi da quel male che è chiamato il diavolo”, le sue parole non erano affatto “superstiziose o irreali”. “La gente di oggi [...] si lascia catturare da seduzioni ideologiche di errori alla moda, fessure tramite le quali il diavolo può facilmente penetrare e lavorare nella mente umana”. L’attività diabolica si manifesta, tra l’altro, “laddove si affermano menzogne ipocrite e lampanti”; Paolo VI enfatizzò il fatto che satana è “un’entità effettivamente agente, un essere vivente, spirituale, perverso e pervertitore”. [x]
Non è difficile riconoscere l’impronta del demonio nell’ideologia gay, comprendere che essa è farina del sacco di satana. Nell’omosessualità (e nella pedofilia omosessuale) il disegno di Dio sul matrimonio e sulla procreazione viene rovesciato, “pervertito”. Le affermazioni tradizionali dell’ideologia gay (si nasce in quel modo, il nucleo identitario di una persona è gay, è immutabile, le “unioni” gay sono belle e inoffensive, i genitori gay sono un beneficio per i figli...) sono “lampanti menzogne” che hanno l’obiettivo di “pervertire” gli individui in difficoltà, la società e i cristiani. E le omelie pro-gay ai fedeli, le parole zuccherine e il sentimentalismo melenso rivelano certamente “ipocrisia”. D’altro canto, la medicina del Beato Papa Paolo consiste nel risoluto rifiuto di compromessi con le demoniache suggestioni pro-gay, in un fermo “vade retro, satana,” per così dire, che procede all’unisono con l’ insegnamento della Humanae Vitae: rifiutarle “con umile fermezza” e senza paura di fare del cattolicesimo “un segno di contraddizione” (par. 18).

Note

(i) Raccomando vivamente il libro ben documentato e ricco di informazioni di Robert R. Reilly,Making Gay Okay: How Rationalizing Homosexual Behavior Is Changing Everything. San Francisco: Ignatius, 2014.

(ii) Fitzgibbons, R. & O’Leary, D. Sexual Abuse of Minors by Catholic Clergy. The Linacre Quarterly, 2011, 78, 3, 252-273.

(iii) van den Aardweg, G.J.M. The Battle For Normality: A Guide For (Self-)Therapy of Homosexuality. San Francisco: Ignatius, 1997.

(iv) Sondaggio per provare che l’omosessualità è un disturbo psicologico: van den Aardweg, G.J.M. On The Psychogenesis of Homosexuality. The Linacre Quarterly, 2011, 78, 3, 330-354.

(v) Sondaggio sulle “prove biologiche” dell’omosessualità: Whitehead, N.E. & Whitehead, B.K. My Genes Made Me Do It!: Homosexuality And The Scientific Evidence. Belmont, Lower Hutt (New Zealand): Whitehead Associates, 2010.

(vi) Vedi nota n. iv.  [Promiscuità, promiscuity, nel senso oggi prevalente nel mondo anglosassone: stile di vita nel quale prevalgono le relazioni sessuali non solo al di  fuori del matrimonio ma persino della semplice convivenza. Lo stile di vita “promiscuo” è appunto quello della Rivoluzione Sessuale dei nostri giorni].

(vii) Lo studio più completo sugli effetti a lungo termine dell’avere “genitori” gay: Regnerus, M. How Different Are the Adult Children of Parents Who Have Same-sex Relationships? Findings from the New Family Structure Study. Social Science Research, 2012, 41, 752-770. È molto istruttiva l’autobiografia di Dawn Stefanowicz, figlia di un padre omosessuale praticante: Out From Under: The Impact Of Homosexual Parenting. Enumclaw WA: Annotation Press, 2007.

(viii) Census Data Analysis del Williams Institute, UCLA School of Law. Los Angeles Times, October 2011.

(ix) Sullins, D.P. American Catholics and Same-Sex “Marriage”. The Catholic Social Science Review, 2010, 15, 97-123.

(x) Beato Papa Paolo VI, udienza generale 11.15.1972. Osservatore Romano.

sabato 20 settembre 2014

"Os justi meditábitur sapiéntiam, et lingua ejus loquétur judícium" (Intr. Ps 36, 30) - SANCTI MATTHÆI, APOSTOLI ET EVANGELISTÆ

Un tempo esisteva, nell’Urbe, il titolo, oggi scomparso, dedicato al santo evangelista che ricordiamo oggi: San Matteo in Merulana.
Tale antichissimo Titolo era menzionato, per la prima volta, nel Concilio romano del 499, sotto papa Simmaco, in cui uno dei firmatari si qualificava così: Andreas presbyter tituli sancti Mathæi subcripsi.
Sembra che in questo quartiere di Roma, situato intorno all’Episcopium del Laterano e della via Merulana, si vollero, un tempo, raggruppare i ricordi degli Apostoli: vi si trovava, in effetti, l’oratorio di San Giovanni evangelista, di San Bartolomeo in Capite Merulanæ, di San Matteo, di Sant’Andrea, di San Tommaso in Laterano.
Esisteva anche un altro oratorio in onore di san Matteo, e si trovava non lontano dalla diaconia di Santa Maria in Xenodochio.
La festa di san Matteo in questo giorno è già recensita nel Martirologio Geronimiano ed è celebrata in tutto l’Occidente, ma gli Orientali (bizantini e siriaci) la celebrano specialmente il 16 novembre, mentre i copti il 9 ottobre.
Gli Acta di quest’apostolo sono apocrifi e sappiamo ben poco delle vicende della sua vita, sebbene la leggenda se ne sia impossessata, come spesso accade, condendola con elementi fantastici ed inverosimili (v. qui). Generalmente, i Padri – sant’Ambrogio, per esempio – lo fanno morire in Persia (Sant’Ambrogio, Enarratio In Psalm. XLV, § 21, in PL 14 (ed. 1845), col. 1143; nell’edizione del 1882, col. 1198), mentre san Paolino afferma che egli morì presso i Parti (San Paolino da Nola, Carm. XXX (conosciuto anche come Carm. XXVI), in PL (ed. 1847) 61, col. 672.).
Venanzio Fortunato afferma, a sua volta, a questo riguardo:

Matthæus Æthiopes attemperat ore vapores,
Vivaque in exusto flumina fudit agro ... (San Venanzio Fortunato, Miscellanea, lib. V, cap. II, in PL 88, col. 182).

Inde triumphantem fert India Bartholomæum,
Matthæum eximium Naddaver alla virum.
Hinc Simonem ac Judam lumen Persida gemellum,
Læta relaxato mittit ad astra sinu (ibidem, lib. VIII, cap. VI, ivi, col. 270).

Secondo la tradizione il nostro Santo morì martire, sebbene ci fosse nell’antichità chi, come l’eretico gnostico Eracleone, sostenesse che fosse morto naturalmente.
In ogni caso, stando alla tradizione più accreditata, l’Etiopia fu evangelizzata dal nostro Apostolo e si fa risalire a lui la conversione del re Egipo e di tutta la sua famiglia. Il racconto tradizionale si sofferma particolarmente sulla figlia del re, Ifigenia, la quale dopo il Battesimo si consacrò al Signore e fu messa da Matteo a capo di duecento vergini. Dopo la morte del re, il fratello Itarco, usurpò il trono e per ragioni di stato voleva in sposa sua nipote Ifigenia. La sua resistenza fu tale che Itarco cercò in Matteo il suo ambasciatore presso la giovane, ma egli ben lungi dal prestarsi ai desideri del re, in un solenne discorso dimostrò l’errore di una tale intenzione e, mentre celebrava il Santo Sacrificio, pronunciò parole che suscitarono in Itarco una collera tale che ordinò la morte dell’Evangelista. In questa scena l’ha immortalato il Caravaggio in un suo celebre dipinto conservato a Roma nella Chiesa di San Luigi dei Francesi.
Ifigenia distribuì i suoi beni al clero e chiese che fosse costruita una grande chiesa in onore del nostro Santo.
La testimonianza del sangue dell'Apostolo ed evangelista, dunque, fu per affermare i doveri ed i diritti della santa verginità consacrata a Dio, suggellando così la consacrazione che aveva fatto di sé in una rigida ascesi. Clemente Alessandrino, infatti, ricorda come Matteo si nutrisse di semi, di frutta secca ed ortaggi, non mangiando la carne (Clemente Alessandrino, Pœdag. II, 16.1, ora in Id., Il Pedagogo, con Introduzione, traduzione e note a cura di D. Tessore, Città Nuova, Roma, 2005, p. 147).
A sua gloria di apostolo, san Matteo aggiunse quella di essere stato evangelista. Egli scrisse il suo vangelo in lingua aramaica e tradotto più tardi in greco. Non abbiamo più la versione originale, ma si suppone che questa redazione primitiva si avvicinasse molto all’Evangelium secundum Hebræos, tradotto in greco ed in latino da san Girolamo. In ogni caso, la redazione greca di san Matteo, che costituisce per la Chiesa il testo canonico del primo Vangelo, dové essere tenuta come divinamente ispirata.
Al 6 Maggio il Martirologio romano pone la traslazione del corpo di Matteo dall’Etiopia a Salerno passando per Paestum, mentre – in pieno accordo con il Martirologio Geronimiano – al 21 settembre la sua morte.
Nel 954, il corpo di san Matteo fu ritrovato, si dice, a Velia, non lontano dal golfo di Policastro e, da lì, fu trasferito nella cattedrale di Salerno. Il papa san Gregorio VII, il 18 Settembre 1080, scrisse ad Alfano I, già monaco benedettino ed allora arcivescovo di Salerno, per felicitarsi con lui per il ritrovamento del corpo di San Matteo (San Gregorio VII, Ep. Divine pietatis, in MGH, Epistolae Selectae, Gregorii VII Registrum, lib. VIII, n. 8, tomo II, Berlino 1923, pp. 526 s.): questa missiva è un documento storico ineccepibile. Nel 1084, poi, lo stesso Pontefice si recò da Montecassino per farne la consacrazione. La morte lo colse durante il suo soggiorno nella capitale del Ducato normanno ed il suo corpo vi riposa ancora oggi, presso quello del santo Evangelista. Pontefice magnanimo e forte, le cui ultime parole furono queste: Dilexi iustitiam et odivi iniquitatem; propterea morior in exilio!
Nell’antica piccola chiesa di Velia, dedicata a san Matteo - Sancti Matthæi ad duo flumina – si conserva ancora il sarcofago in cui riposarono qualche tempo le sacre ossa del grande evangelista.
Dall’VIII sec., la festa di san Matteo, nei paesi franchi, era dotata di una vigilia. Si trovano i due formulari in vigilia et in festo in numerosi sacramentari gregoriani della seconda metà del IX sec. Essi dovettero passare nei libri liturgici romani dell’XI e del XII sec. senza subire modifiche.



Cosimo Rosselli, S. Barbara tra i SS. Giovanni Battista e Matteo, 1468-69, Galleria dell'Accademia, Firenze

Alvise Vivarini, S. Matteo, 1480 circa, Gallerie dell'Accademia, Venezia

Andrea del sarto, Madonna con Bambino e S. Matteo con l'angelo, 1522, Museo del Prado, Madrid

Girolamo Muziano, Martirio di S. Matteo, 1586-89, Chiesa di S. Maria in Aracoeli, Roma

Annibale Carracci, Madonna in trono con S. Matteo ed altri Santi (SS. Francesco d’Assisi e Giovanni Battista), 1588, Gemäldegalerie Alte Meister, Dresda



Vincenzo Campi, S. Matteo scrive il suo Vangelo, 1588, Chiesa di S. Francesco d'Assisi, Pavia


Caravaggio, Vocazione di S. Matteo, 1599-1600, Cappella Contarelli, chiesa di S. Luigi dei Francesi, Roma



Caravaggio, L’ispirazione di S. Matteo, 1602, Cappella Contarelli, San Luigi dei Francesi, Roma

Caravaggio, Martirio di S. Matteo, 1602, Cappella Contarelli, San Luigi dei Francesi, Roma

Pieter Paul Rubens, S. Matteo, 1610-12 circa, Museo del Prado, Madrid

Claude Vignon, Martirio di S. Matteo, 1617, Musee des Beaux-Arts, Arras

Guercino, S. Matteo scrive il suo Vangelo, 1622, Musei Capitolini, Roma

Guercino, S. Matteo, 1647-48, collezione privata


Juan Ribalta, SS. Matteo e Giovanni evangelisti, 1625 circa, Museo del Prado, Madrid

José (o Jusepe) Leonardo, S. Matteo, 1630

Giuseppe Vermiglio, S. Matteo, 1630 circa, Azienda Ospedaliera, Melegnano


Jusepe de Ribera, S. Matteo, 1632, Kimbell Art Museum, Fort Worth, Texas


Carlo Dolci, S. Matteo, 1670-71 circa, Princeton University Art Museum, Princeton

Gerard Seghers, S. Matteo, XVII sec., Universitätsbibliothek, Heidelberg


Francisco Bayeu y Subías, S. Matteo, 1771, Museo del Prado, Madrid

Vladimir Lukich Borovikovsky, S. Matteo, 1804-1809, Hermitage, San Pietroburgo


Andrey Nikolajewitsch Mironov, Vocazione di S. Matteo, 2010



Camillo Rusconi, S. Matteo, 1708-18, Basilica San Giovanni in Laterano, Roma

Sytov Alexander Kapitonovich, Santo Apostolo ed Evangelista Matteo, 1995

Sytov Alexander Kapitonovich, Santo Apostolo ed Evangelista Matteo, 1996