Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 29 settembre 2018

Potenti nell'operare, zelanti nel servire e perspicaci nel conoscere la sapienza di Dio

Nella festa della Dedicazione della basilica di San Michele sulla via Salaria, che, nel novus ordo è dedicata alla festa dei Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, rilanciamo questo contributo, tratto da Chiesa e postconcilio.





Cristo e due angeli, 537-545, mosaico, Bode Museum, Berlino. Dalla chiesa di San Michele in Africisco a Ravenna







Potenti nell'operare, zelanti nel servire e perspicaci nel conoscere la sapienza di Dio - Silvio Brachetta

Per la Festa liturgica dei Santi Arcangeli - 29 settembre, riprendiamo l'articolo di Silvio Brachetta  su Vita Nuova di Trieste. Vedi precedenti nel blog: qui - qui.

Nella prima Elegia duinese, Rainer Maria Rilke sostiene che «ogni angelo è tremendo», perché – dice di sé – «se uno di loro al cuore mi prendesse, io verrei meno per la sua più forte presenza». Non c’è possibilità di non essere schiacciati dall’intensità ontologica, dal vigore esistenziale dell’angelo, così come l’angelo sarebbe sopraffatto dall’infinita potenza dell’essere puro, da Dio. Ma né Dio vuole schiacciare l’angelo, né questi l’uomo, poiché la sopraffazione del Bene e dei buoni è cura amorevole dei più deboli.
Ogni angelo, poi, è come un universo, uguale a sé medesimo e assai diverso dagli altri. Pur di sostanza spirituale, semplicissima e indivisibile, l’angelo è smisurato – non infinito, poiché creato, ma incommensurabile, poiché di enorme perfezione rispetto all’uomo e alle creature materiali. L’angelo è l’indizio vivente secondo cui la provvidenza di Dio non vuole avere un controllo immediato del cosmo, ma mediato dalle creature: quanto ad alcune delle operazioni della sapienza, il sempiterno volere e la ragione della Ss. Trinità si effondono dalle prime sfere angeliche alle ultime – e poi da queste all’uomo – e dall’uomo alle creature animali, vegetali e inanimate.

I Sette Spiriti di Dio

Dionigi l’Aeropagita descrive i «nove cori angelici». Nella prima sfera, degli spiriti più prossimi all’eterna fiamma dell’amore, i serafini, i cherubini e i troni, ardono nella perfezione della scienza e somministrano la sapienza divina a tutto il creato. Le dominazioni, le virtù e le potenze della seconda sfera governano l’universo, mediante la scienza ricevuta da Dio, ad opera degli angeli superiori. Dalla terza sfera si muovono i principati, gli arcangeli e gli angeli, il cui ministero è quello del quale portano il nome: sono i messaggeri, tra Dio e l’uomo – mal’akh, in ebraico e ànghelos, in greco, si traducono con «messaggero» o «ambasciatore».
Tutta la Scrittura e la Tradizione contemplano l’opera di Dio, accompagnata sempre dalla presenza degli angeli. Il mistero degli angeli è persino maggiore di quello di Dio, non perché gli angeli siano più complessi o misteriosi, ma perché la Scrittura parla molto di Dio e meno degli angeli. È Dio che salva, non l’angelo. Dio creatore salva per mezzo dell’angelo-creatura e a Dio, quindi, va orientata per prima la nostra conoscenza.
Se dunque di Dio si può conoscere solo quello che la provvidenza ha voluto rivelare, tanto più dell’angelo (che è solo creatura) permangono alti misteri, per i quali vale il detto di Ludwig Wittgenstein: «Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere». Ecco dunque sorgere un grande mistero, quando l’arcangelo Raffaele dice a Tobia: «Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre innanzi alla presenza della maestà del Signore» (Tob 12, 15). Perché l’arcangelo Raffaele compare nella prima sfera, quando invece l’Areopagita colloca gli arcangeli nella terza? E perché a Raffaele si aggiungono altri due arcangeli – Michele e Gabriele – anch’essi associati dai primi Padri della Chiesa a quelle «sette lampade di fuoco accese di faccia al trono, che sono i Sette Spiriti di Dio» di cui parla l’Apocalisse (4, 5)?
Forse una spiegazione viene proprio dal nome “arcangelo”, che si traduce come “capo degli angeli” (da àrchein, comandare). O forse alcuni arcangeli dimorano presso le schiere serafiche e cherubiche. Questo non è dato a sapere, poiché non è stato rivelato. E non è stato rivelato nemmeno il nome degli altri quattro Spiriti che, assieme a Michele, Gabriele e Raffaele ne condividono la dignità e l’ufficio. È vero che la Tradizione patristica restituisce quattro nomi – Uriele, Barachiele, Jeudiele e Selatiele – ma non sono nomi che provengono dalla Scrittura. Benché, dunque, la Scrittura sia solo una delle fonti della Rivelazione (assieme alla Tradizione), è però la fonte primaria e il fatto che alcuni nomi siano taciuti significa che è del tutto opportuno che lo restino fino alla consumazione dei tempi. La ragione la conosce solo Dio.

Figure centrali nell’opera della salvezza

Questo è il motivo per cui il 29 settembre è la festa liturgica dei tre soli santi arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele: non si vuole escludere gli altri quattro – ai quali ci si può sempre rivolgere in preghiera – ma si vuole farne memoria, per via della loro missione del tutto peculiare nella storia della salvezza umana. San Gregorio Magno scruta questo mistero con sapienza nelle sue Omelie sui Vangeli. Il termine “angelo” – scrive San Gregorio – «denota l’ufficio, non la natura». Infatti, i santi spiriti dei cieli «sono angeli solo quando per mezzo loro viene dato un annunzio». Non solo, ma «quelli che recano annunzi ordinari sono detti angeli, quelli invece che annunziano i più grandi eventi son chiamati arcangeli».
Così fu per san Michele, Gabriele e Raffaele, ai quali fu affidato l’annuncio di grandi eventi: Michele fu il capitano delle schiere angeliche che fronteggiarono Lucifero; Gabriele portò l’annuncio a Maria della nascita del Salvatore; Raffaele curò la cecità di Tobia e rappresenta l’archetipo degli angeli custodi. San Michele, nella Scrittura, è una figura decisamente centrale, rispetto alle altre creature spirituali. Daniele lo presenta come il primo dei principi e il custode d’Israele. Al pari della Beata Vergine, Michele è spesso raffigurato con il dragone sotto i piedi, perché entrambi hanno una parte decisiva nella lotta contro i demoni. L’Apocalisse lo cita cinque volte con l’epiteto di «capo supremo dell’esercito celeste». Assai diffusa la venerazione di questo arcangelo, in Oriente e in Occidente, dove molti santuari e chiese gli sono dedicati. Il suo nome (Mi-ka-el, in ebraico “chi come Dio?”) corrisponde forse al grido di risposta al «non servirò» di Lucifero.
Grande spazio ha, nella Bibbia, anche la missione di san Gabriele (gabri-el, “forza di Dio”) che, molto prima dell’Annunciazione lucana, profetizza a Daniele l’avvenire del popolo d’Israele, dal ritorno in patria, dopo l’esilio babilonese, all’avvento del Messia. Dinnanzi alla Vergine, egli si presenta come colui che «sta al cospetto di Dio» (Lc 1, 19). Gabriele annuncia pure la futura paternità a Zaccaria, per cui sua moglie Elisabetta darà alla luce san Giovanni Battista. Il ministero di san Raffaele, come per gli altri due arcangeli, è anch’esso contenuto nel nome (rafa-el, “medicina di Dio”) e rappresenta la modalità con cui il Signore sovviene alle malattie carnali e spirituali degli uomini. Raffaele appare a Tobiolo in forma umana. Mangia e beve, ma dichiara anche che questa sua carnalità non è altro che apparenza. Pur essendo nominato solo nel libro di Tobia, Raffaele è comunque uno dei protagonisti della vicenda.

La differenza tra l’angelo e l’uomo

Delle gerarchie angeliche, descritte dall’Areopagita, san Tommaso d’Aquino offre un’acuta chiave di lettura teologica: «alla prima gerarchia spetta considerare il fine; alla gerarchia di mezzo, disporre universalmente le cose da fare; all’ultima, invece, applicare le disposizioni agli effetti, e cioè eseguire l’opera» (S.Th., I, 108, 6). Se insomma è vero, come afferma Matteo nel Vangelo (18, 10) che gli «angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio [di Gesù]», alcuni angeli lo vedono con perfezione maggiore ed altri con perfezione minore. Questo accade non perché Dio sia parziale o ingiusto, ma perché la provvidenza ha disposto che non tutte le creature abbiano lo stesso grado di perfezione e, quindi, la stessa capacità introspettiva.
Per questo motivo, agli angeli dei tre cori più vicini alla maestà di Dio è dato di poter contemplare la sapienza con la perfezione maggiore, a quelli invece dei cori intermedi Dio ha concesso di poter disporre della creazione. Gli ultimi tre cori hanno un contatto diretto con gli uomini ed eseguono le opere della sapienza divina. Eppure nessun angelo è stato escluso dalla visione di Dio, nella misura in cui egli la può recepire, in quanto tutti i beati vedono Dio faccia a faccia. Gli angeli inoltre, afferma san Tommaso, conoscono in modo diverso: «gli angeli superiori hanno una conoscenza più universale della verità rispetto agli angeli di classe inferiore». Per quanto riguarda, invece, «la conoscenza di Dio in se stesso, il quale tutti gli angeli vedono nello stesso modo – nella Sua Essenza – non esiste distinzione gerarchica tra gli angeli».
San Bonaventura da Bagnoregio riconosce negli angeli «quattro attributi»: la «semplicità dell’essenza», la «distinzione personale», la «memoria, l’intelligenza e la volontà» e la «libertà dell’arbitrio» (Breviloquium, II, 6). La differenza con la natura umana è data dal fatto che l’uomo non è semplice nell’essenza, ma è composto da organi, nonché è costituito da una parte materiale (corpo) e da una spirituale (anima). Un’altra differenza concerne la minore perfezione e la mortalità. Bonaventura elenca, quanto agli angeli, altri quattro attributi associati ai primi: la «potenza nell’operare», lo «zelo nel servire», la «perspicacia nel conoscere» e l’«immutabilità, tanto nel bene quanto nel male, dopo la scelta». Qua si vede meglio la differenza uomo-angelo. L’angelo è più potente, conosce meglio ed è più zelante dell’uomo. L’angelo inoltre, con un unico atto della volontà, sceglie immediatamente il bene o il male – e tale scelta è definitiva poiché, conoscendo Dio per visione, sa esattamente cosa riceve o a cosa rinuncia. L’uomo, al contrario, a causa della propria imperfezione, nella scelta tra il bene e il male, decide parzialmente e ha del tempo per il pentimento.

sabato 8 agosto 2015

L’anima è il carro cherubico che porta Dio

Come l’anno scorso, non dimentichiamoci, durante la pausa estiva, dell’aspetto spirituale della nostra esistenza e della nostra anima. Per ricordarlo attingiamo ad un testo della tradizione spirituale patristica e monastica di san Macario il Grande.

L’anima è il carro cherubico che porta Dio 

di San Macario il Grande

Fadi Mikhail, Icona copta dei Santi Macario il grande con i suoi discepoli Massimo e Domezio, XXI sec.

1. Il beato profeta Ezechiele contemplò una visione, un’apparizione divina e gloriosa, e ne fece la narrazione descrivendo una visione colma di ineffabili misteri(1). Vide, nella pianura, un carro di cherubini, quattro esseri viventi spirituali, di cui ciascuno aveva quattro volti: uno di leone, uno di aquila, uno di vitello e uno d’uomo. E per ogni volto avevano delle ali, sicché non v’era parte posteriore o rivolta all’indietro; e il loro dorso era colmo di occhi, e il loro ventre similmente era colmo di occhi, e non vi era parte che non fosse colma di occhi. E ogni volto era provvisto di ruote, una ruota dentro l’altra, e nelle ruote vi era lo Spirito. E vide come un trono e, seduto su di essi, una figura dalle sembianze umane e sotto i suoi piedi c’era come uno zaffiro lavorato. Il carro portava il cherubino e gli esseri viventi il Signore, assiso su di essi; ovunque volesse andare, era sempre in direzione di un volto. E vide, sotto il cherubino, come una mano d’uomo che lo sorreggeva e lo portava.

2. E ciò che il profeta vide nella sua sostanza era vero e certo. Indicava tuttavia qualcos’altro e prefigurava una realtà mistica e divina, un mistero nascosto in verità da secoli e da generazioni(2), ma svelato negli ultimi tempi(3) con la manifestazione di Cristo(4). Contemplava infatti il mistero dell’anima che avrebbe accolto il suo Signore e sarebbe divenuta per lui trono di gloria. Poiché l’anima resa degna di avere parte allo Spirito, fonte della sua luce(5), e illuminata dalla bellezza dell’ineffabile gloria del Signore, che l’ha preparata quale trono e sua dimora, diventa tutta luce(6), tutta volto, tutta occhio(7); non vi è in essa parte alcuna che non sia ricolma degli occhi spirituali della luce, cioè non vi è in essa nulla di tenebroso, ma è trasformata tutta intera in luce e spirito ed è tutta colma di occhi; non ha alcuna parte posteriore o che stia a tergo, ma è volto in ogni lato, poiché su di essa è assisa l’ineffabile bellezza della luminosa gloria di Cristo. E come il sole è identico a se stesso in ogni sua parte e non ha lato posteriore o difettoso, ma è tutto interamente glorificato dalla luce ed è tutto luce, uguale in tutte le sue parti, o come il fuoco, la luce stessa del fuoco, è tutta uguale e non ha in sé qualcosa di primo o di ultimo, di maggiore o di minore, così anche l’anima, che è stata perfettamente illuminata dall’ineffabile bellezza della gloria luminosa del volto di Cristo(8), che è in piena comunione con lo Spirito Santo ed è fatta degna di diventare dimora e trono di Dio, diventa tutta occhio, tutta luce, tutta gloria, tutto spirito. Tale la rende il Cristo, che la conduce, la guida, la sostiene, la trasporta e così la prepara e adorna di bellezza spirituale. È detto infatti: Una mano d’uomo stava sotto il cherubino(9), poiché Colui che in essa è trasportato è anche Colui che guida.

Note

1 Cf. Ez 1,4-28.

2 Col 1,26.

3 Cf. 1Pt 1,20.

4 Cf. 2Tm 1,10

5 Il senso di queste parole viene chiarito al § 6: “…quanti possiedono l’anima della luce, cioè la potenza dello Spirito santo, sono dalla parte della luce”.

6 “l’anima vede la luce e diventa tutta luce” afferma Gregorio di Nazianzo (Carmina dogmatica 32, PG 37,512). È l’esperienza della trasfigurazione sovente attestata negli Apophtegmata patrum: di abba Arsenio si dice che era “tutto come di fuoco” (Arsenio 27, PG 65,96C) e il volto di abba Sisoès risplendeva come il sole (cf. Apophtegmata patrum, alph.: Sisoès 14, PG 65,396BC; cf. anche Pambo 1 e 12). Abba Giuseppe di Panefisi affermava “Non ti è possibile diventare monaco, se non diventi tutto di fuoco!” (Apophtegmata patrum, alph. Giuseppe di Panefisi 6, PG 65, 229C). Su questo tema nelle Omelie dello Pseudo-Macario vedi anche: Om. 8,3 e Om. 15,38.

7 I cherubini ricoperti di occhi nella tradizione cristiana sono diventati simbolo della vita contemplativa. Abba Bessarione diceva: “Il monaco deve essere come i cherubini e i serafini: tutto occhi!” (Apophtegmata patrum,alph.: Bessarione 11, PG 65,141D).

8 Cf. 2Cor 4,6.

9 Cf. Ez 1,8; 10,8.

(tratto da: Macario il Grande, Omelia 1, Pseudo-Macario, Spirito e fuoco, a cura di Lisa Cremaschi, ed. Qiqajon, Magnano 1995)

Fonte: Nati dallo Spirito, 2.6.2015