Sante Messe in rito antico in Puglia

sabato 29 novembre 2014

Antifone vespro di sant'Andrea apostolo

29 novembre - Inizio della Novena alla Beata Vergine Maria Immacolata

"Ad Te levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur" (Ps. 24, 1-3 - Intr.) - I Domenica d'Avvento


Diversamente dagli antichi Sacramentari che cominciavano l’anno dalla solennità natalizia, l’odierno Messale Romano inizia oggi il suo ciclo liturgico. La ragione è che l’incarnazione del Verbo di Dio è il vero punto centrale, la colonna miliare che divide il lungo corso dei secoli dell’umanità, la quale, nei disegni della divina Provvidenza, ci prepara quella pienezza dei tempi che prelude al lieto “anno di redenzione”, ovvero dalla culla di בֵּיִת לֶחֶם, Beth-lechem, dalla “Casa del pane” o “Casa della carne”, indirizza i suoi passi verso la Valle di Giosafat, dove il Bimbo del Presepio attende al giudizio tutta l’eredità d’Adamo, riscattata col suo Sangue prezioso. L’ordine del Messale di san Pio V è più logico, e corrisponde meglio a questo nobile concetto della storia, che fa dell’Incarnazione il vero punto centrale del dramma dell’universo. Gli antichi, però, che facevano cominciare i loro Sacramentari dalla festa del Natale, seguivano in questo la primitiva tradizione liturgica, la quale, sino al IV sec., non conosceva ancora un periodo di quattro o sei domeniche di preparazione a questa grande solennità tra tutte.
Fu verso la metà del V sec., quando, a causa del contraccolpo delle eresie cristologiche di Nestorio, la commemorazione natalizia del Salvatore salì a grande celebrità, che a Ravenna, nelle Gallie ed in Spagna cominciò ad apparire nella liturgia un ciclo speciale di preparazione al Natale. La polemica contro Nestorio ed Eutiche ed i grandi concili d’Efeso e di Calcedonia, nei quali fu solennemente proclamato il dogma delle due nature, divina ed umana, nell’unica persona del Signore Gesù, e dove per conseguenza furono esaltate le glorie e le prerogative della Theotokos, diedero un vigoroso impulso alla pietà cattolica verso il mistero dell’Incarnazione, che ritrovò in san Leone Magno ed in san Pier Crisologo i predicatori più efficaci ed entusiasti di quel mistero di Redenzione (Per riferimenti, cfr. Corrado Maggioni, La Vergine Maria nel primitivo ciclo del Natale, in Ermanno M. Toniolo (a cura di), La Vergine Madre nella Chiesa delle origini. Itinerari mariani dei due millenni, vol. I, Roma 1996, pp. 87 ss., partic. pp. 92-93).
Il Sacramentario Leoniano, essendo mutilo nel suo inizio, non può attestarci nulla circa le prime origini dell’Avvento liturgico a Roma; ma è probabile che il rito della metropoli pontificia anche in questo punto fosse sostanzialmente identico a quello di Napoli e della suffraganea Ravenna, ove il Crisologo – se pure non gli spetta la paternità delle collette d’Avvento del famoso rotulus ravennate – in quattro diverse occasioni pronunciò al popolo ben nove splendide omelie in preparazione alla festa di Natale. Cfr. San Pietro Crisologo, Sermo CXL, De Annunciatione D. Mariæ Virginis, in PL 52, 575B-577B; Sermo CXLI, De Incarnatione Christi, ivi, col. 577B-579A; Sermo CXLII, De Annunciatione D. Mariæ Virginis, ivi, col. 579B-582B; Sermo CXLIII, De eadem, ivi, col. 582C-585A; Sermo CXLIV, De eadem, ivi, 585B-588A; Sermo CXLV, De generatione Christi et de Joseph Mariam dimittere volente, ivi, col. 588B-591B; Sermo CXLVI, De eadem, ac Joseph sponso, et sponsa matre, ivi, col. 591C-594A; Sermo CXLVII, De Incarnationis sacramento, col. 594A-596A; Sermo CXLVIII, De eodem, ivi, col. 596A-598A. Da questi sermoni si deduce che, al suo tempo, esisteva a Ravenna almeno una domenica prenatalizia nella quale si leggeva il Vangelo dell’Annunciazione (così Pietro Sorci, Maria nelle liturgie latine, in Enrico dal Covolo – Aristide Serra (a cura di), Storia della mariologia, vol. I, Dal modello biblico al modello letterario, Roma 2009, p. 391).
Da molti secoli la Chiesa Romana consacra alla celebrazione dell’Avvento quattro settimane. È vero che i Sacramentari Gelasiano e Gregoriano, d’accordo con parecchi altri antichi lezionari, ne enumerano cinque; ma le liste lezionali di Capua e di Napoli, e l’uso dei Nestoriani che conoscono solo quattro settimane d’Avvento, depongono in favore dell’antichità della pura tradizione romana anche su questo punto.
A differenza della Quaresima, in cui predomina il concetto di penitenza e di lutto per deicidio che va ormai consumandosi in Gerusalemme, lo spirito della sacra liturgia durante l’Avvento, al lieto annunzio della vicina liberazione – Evangelízo vobis gáudium magnum quod erit omni pópulo (Lc 2, 10) – è quello d’un santo entusiasmo, d’una tenera riconoscenza e d’un intenso desiderio della venuta del Verbo di Dio in tutti i cuori dei figli di Adamo. Il nostro cuore, al pari di quello di Abramo, il quale exultávit, dice Gesù Cristo, ut vidéret diem meum, vidit et gavísus est (Gv 8, 56), deve essere compreso di santo entusiasmo pel trionfo definitivo dell’umanità, la quale per mezzo dell’unione ipostatica del Cristo, viene sublimata sino al trono della Divinità.
I canti della messa, i responsori, le antifone del divin Ufficio sono perciò tutti ingemmati di Alleluia; sembra che la natura intera – come la descrive pure l’Apostolo nell’attesa della finale parusia, “expectátio enim créaturæ revelatiónem filiórum Dei expéctat” (Rom 8, 19) – si senta come esaltata dall’incarnazione del Verbo di Dio, il quale, dopo tanti secoli d’attesa, viene finalmente su questa terra a dare l’ultima perfezione al capolavoro delle sue mani – Instauráre ómnia in Christo (Ef 1, 10).
La sacra liturgia durante questo tempo raccoglie dalle Scritture le espressioni più vigorose e più adatte ad esprimere l’intenso desiderio e la gioia mediante cui i santi Patriarchi, i Profeti e i giusti di tutto l’Antico Testamento hanno affrettato con i loro voti la discesa del Figlio di Dio.
Noi non possiamo far di meglio che associarci ai loro pii sentimenti, pregando il Verbo incarnato, che si degni di nascere in tutti i cuori, estendendo altresì il suo regno anche su tante regioni ove finora il suo santo Nome non è stato annunziato, dove gli abitanti dormono ancora nelle tenebre ed ombre di morte.
L’odierna stazione nella basilica Liberiana – in cui sin dai tempi di Sisto III si venerava una riproduzione romana del santuario della Natività a Beth-lechem – sembra quasi voglia additare ai fedeli lo scopo ed il vero termine di questo periodo di preparazione e di preghiera; è lì che ci attende il Præsepe Domini, la culla del Verbo incarnato, la quale, mentre dimostra la verità della sua natura umana, è insieme il trono e la cattedra da cui Egli ci tiene le sue prime lezioni evangeliche sull’ubbidienza, povertà e mortificazione dei sensi, condannando la superbia, la sensualità e il fallace fasto del mondo.
Nell’Ordo Romanus di Cencio Camerario si attesta che, nel XII sec., il Papa quest’oggi era ancora solito recarsi a celebrare la messa stazionale a Santa Maria Maggiore: «Et in eadem die Adventis idem dominus papa pergit ad stationem sanctæ Mariæ Majoris» (Così Ordo Romanus XII, cap. I, Quid debeat Dominus papa facere tempore Adventus, et in natali Domini, § 1, in PL 78, col. 1063C).
È probabile che tale uso risalga sino ai tempi di san Gregorio Magno, il grande riordinatore della liturgia stazionale, tanto più che parecchi antichi manoscritti delle sue opere contengono la notizia che l’odierna omelia sul Vangelo, che si legge nel Breviario, fu pronunciata appunto a santa Maria Maggiore.





"Nimis honoráti sunt amíci tui, Deus: nimis confortátus est principátus eórum" (Ps. 138, 17, Grad.) - IN VIGILIA S. ANDREÆ APOSTOLI

Martirio di S. Andrea, 2003, Basilica ortodossa di S. Andrea, Patrasso

Molto probabilmente, la stazione era questa notte sull’Esquilino, nell’antica sala del palazzo di Giunio Basso, dedicata a sant’Andrea dal papa Simplicio. Una tradizione liturgica medievale fa cominciare il ciclo ecclesiastico annuale la prima domenica dell’Avvento e non la vigilia di Natale, come, invece, stabilivano i più antichi sacramentari romani. Roma finì anche con l’adottare questo computo tardivo, e così la prima festa iscritta nel suo Messale attuale è precisamente quella di sant’Andrea, come la più vicina all’inizio del santo tempo di Avvento.
Questa data del 30 novembre è quella della morte dell’Apostolo, come risulta dalla sua Passio, mentre quella del 2 febbraio, designata dal Geronimiano, si ricollega al suo ministero evangelico a Patrasso: Ordinatio episcopatus sancti Andreæ in Patras.
Sant’Andrea era a Roma oggetto di un culto fervente, introdotto dapprima dal papa Simplicio, ma che san Gregorio Magno contribuì molto, in seguito, a popolarizzare, quando, alla morte di suo padre, convertì la sua dimora ad clivum Scauri, dominante la via Appia, in un monastero dedicato a sant’Andrea. È molto probabile che, ritornato dalla sua legazione a Costantinopoli in qualità di apocrisario (nunzio) papale, Gregorio abbia, secondo la tradizione, arricchito la sua basilica monastica di una reliquia insigne delle ossa del santo Titolare. È certo che, nel VII sec., l’Apostolo era più venerato nel monastero del Clivus Scauri, dove si operavano frequenti miracoli, che nel suo santuario dell’Esquilino. Nelle sue lettere, san Gregorio amava raccontare questi miracoli ai suoi lontani corrispondenti, benefattori della sua fondazione monastica, e li incitava ad una devozione sempre più grande verso l’abbazia dedicata al decano dei membri del senato apostolico.
Il fatto che sant’Andrea fosse fratello di Pietro portò il papa Simmaco ad elevargli un oratorio presso la basilica vaticana. È così che, nell’Alto Medioevo, i pii pellegrini che, dalla più lontane parti del mondo, giungevano a Roma, avevano costume, dopo essersi prostrati davanti al sepolcro di san Pietro, andare anche a rendere i loro omaggi a colui che la liturgia romana esalta come

Germanus Petri et in passione socius.

Altre basiliche si elevavano in suo onore in diversi punti dell’Urbe, sebbene nel Medioevo vi erano, a Roma, almeno quaranta templi sotto il suo nome. Furono soprattutto queste circostanze locali che contribuirono a rendere celeberrima la festa di sant’Andrea nella capitale del mondo cristiano.
Fin dal IV sec. e sino al 1955, essa era preceduta dal digiuno e da una solenne veglia notturna.
Il Sacramentario Leoniano, oltre alla messa vigiliale, contiene tre altre messe in suo onore, dove si fa emergere con insistenza il pensiero che il santo era non solo il fratello di Pietro, ma il suo emulo nella gloria del martirio sofferto su una croce. Verosimilmente queste messe leoniane rappresentavano degli elementi di ricambio ovvero erano destinate alle diverse sinassi che si celebravano all’epoca nei differenti santuari romani dedicati a sant’Andrea.
Il più antico Liber comes romano contenuto nel Capitolare di Würzburg assegna alla messa, tanto per la veglia notturna quanto per la festa di sant’Andrea, una doppia lettura, come d’altronde per i giorni più solenni dell’anno. Il Sacramentario Gregoriano contiene le collette vespertine e mattutine per l’ufficio del santo Apostolo; tanto ci autorizza a concludere che questa festa fosse annoverata a Roma tra le più solenni del ciclo liturgico.
Secondo l’Ordo romano del canonico Benedetto, nel XII sec., il Papa, nel pomeriggio della veglia notturna di sant’Andrea, andava in Vaticano con tutta la sua corte, e lì, nell’oratorio del santo, celebrava i vespri e l’ufficio notturno, come per la veglia notturna di san Pietro.
L’ufficio dell’aurora si svolgeva ad fratem ejus, cioè presso la tomba di san Pietro, come nell’ordinario; la messa stazionale era celebrata tuttavia di nuovo all’altare di Sant’Andrea (Ordines Romani XI, § 76, in PL 78, col. 1054). La basilica era splendidamente illuminata, ed il prefetto dell’Urbe doveva, dopo il divin Sacrificio, servire al Pontefice ed a tutta la curia un banchetto solenne.
La messa vigiliale di sant’Andrea, come ci è pervenuta nei sacramentari dell’VIII sec., rappresenta tuttavia una mitigazione dell’antico rito romano della pannuchis. In luogo delle dodici letture primitive, immediatamente seguite dall’anafora consacratoria, che si recitava al levarsi dell’aurora, abbiamo semplicemente qui il tipo ordinario della messa romana con le tre lezioni abituali, dell’Antico e del Nuovo Testamento. Quando si celebrava questa messa di veglia notturna? La mattina stessa della festa di sant’Andrea, dopo il canto abituale dell’ufficio mattutino? È probabile che fu così prima del VII sec., poiché in seguito, cioè nei sacramentari del tipo quello di Adriano I, questa messa vigiliale precedeva, come sino al 1955, gli uffici vespertini che aprivano la solennità dell’Apostolo.
La liturgia romana tiene a farci notare questa notte il legame indissolubile che unisce i due pescatori del lago di Genezaret, Pietro ed Andrea, uniti tra loro da più stretti legami che non del sangue, poiché furono associati da Gesù alla gloria dell’apostolato e, per sua volontà, parteciparono ad un’identica e trionfale confessione della fede evangelica che sigillarono col supplizio della croce. La morte stessa non poté dividere i due fratelli. La basilica vaticana, che conserva con una cura gelosa il sepolcro del primo dei vicari di Cristo, custodiva anche il capo venerabile dell’apostolo Andrea prima che Paolo VI la “donasse”, nel settembre 1964, agli scismatici orientali a Patrasso all’interno dell’antico reliquiario bizantino, fino ad allora custodito nella cattedrale di Pienza.

Parte della reliquia del Capo di S. Andrea Apostolo, Skete di S. Andrea, Karies, Monte Athos

Questa sacra reliquia, in realtà, si venerava una volta a Bisanzio (Cfr. per riferimenti storici lo studio di Lorenzo Bianchi, Roma e nuova Roma, impero ed ecumene cristiana. Il significato storico-politico e storico-religioso delle traslazioni di corpi santi all’Apostoleion di Costantinopoli negli anni 356-357, in Chaos e Kosmos, 2009, pp. 1 ss.), essendovi stata portata ai tempi da Patrasso ai tempi dell’imperatore Costanzo II, come riferisce, tra l’altro, anche san Girolamo (San Girolamo, De Viris Illustribus Liber Ad Dextrum, cap. 7). Quando, però, la capitale dell’Oriente cadde in mano a Maometto II, questo prezioso tesoro fu messo in sicurezza a Roma a cura del cardinale Bessarione. Venne donata, in effetti, insieme ad altre reliquie (un mignolo e alcune piccole parti della croce), da Demetrio, despota del Peloponneso, e suo fratello Tommaso Paleologo, despota della Morea spodestato dai Turchi, entrambi fratelli di Costantino, ultimo imperatore di Bisanzio, a papa Pio II nel 1461, in cambio dell’impegno per una crociata che avrebbe dovuto riprendere Costantinopoli. Il papa accettò il dono promettendo di restituire le reliquie quando la Grecia fosse stata liberata e ne inviò la mandibola custodita in un antico reliquiario a Pienza.
La reliquia, portata dal card. Bessarione, giunta al porto di Ancona, fu riconosciuta ed accolta da una delegazione inviata dal papa Piccolomini: i cardd. Alessandro Oliva, agostiniano, di Sassoferrato, e Francesco Nanni Todeschini Piccolomini, suo nipote e futuro Pio III. Da lì la reliquia prese la strada di Roma, passando per Narni, attraverso la via Flaminia. Quell’evento rappresentava l’Oriente cattolico che veniva a rifugiarsi a Roma per non essere vittima dello scisma e della Mezzaluna.
Pio II Piccolomini, con un corteo magnifico di cardinali e di prelati, andò incontro all’anziano vescovo greco di Nicea, che portava la santa Reliquia, fino al ponte Milvio (L’evento è narrato con dovizia di particolari in Egidio Fortini, Solenne ricevimento della testa di sant’Andrea Apostolo e cappella presso al Ponte Milvio a lui consacrata – Narrazione storica2, Roma 1848, passim). Passato il ponte, nell’attuale piazza card. Consalvi, la reliquia venne posata su un antico rudere e si svolse una messa solenne. Da lì, la processione trionfale, attraverso i giardini di Nerone, proseguì lungo la via Flaminia fino alla chiesa di Santa Maria del Popolo, dove la reliquia venne custodita per una notte. L’indomani la processione si diresse verso il più grande tempio della cristianità. Giunta in Vaticano, la reliquia, dopo le sacre funzioni di accoglienza che vi si svolsero, fu temporaneamente deposta a Castel Sant’Angelo, finché, la III Domenica del mese di giugno dell’anno 1462, terminata la cappella speciale, eretta in cima ad uno dei quattro giganteschi pilastri della cupola e destinatole nella Basilica, fu processionalmente trasportata in San Pietro e collocata nel Ciborio che fu fatto sopra l’altare ed il sepolcro di san Gregorio Magno, vicino alla Porta Ravegnana, per la grande devozione che quel pontefice del VI sec. aveva per l’Apostolo.

Paolo Romano, Tomba di papa Pio II, 1465-70, Chiesa di S. Andrea della Valle, Roma

Rilievo centrale della Tomba di Pio II con la rappresentazione della consegna della reliquia della testa di S. Andrea al papa

Nel 1463, Pio II fece erigere un’edicola in onore di sant’Andrea, sulla via Flaminia, in ricordo del luogo preciso dove egli, l’11 (o il 12) aprile 1462, ricevé dalle mani di Bessarione il capo dell’apostolo. Qui venne posata la reliquia ed, al posto del rudere romano (probabilmente un sepolcro) ivi esistente, venne eretto il monumento con quattro colonnine, che si può vedere ancora oggi in Piazza Card. Consalvi. Originariamente sulla base, dove compare l’iscrizione che racconta la vicenda, si trovava la statua di sant’Andrea, opera di Paolo Taccone, coperta da una tettoia sorretta da quattro colonne di alabastro. Oggi le colonne e il tetto sono di travertino perché nel 1869 un fulmine distrusse l’edicola che venne quindi ricostruita con altri materiali.
A seguito dei lavori di demolizione della basilica costantiniana, la reliquia fu spostata nella cappella Clementina delle Grotte vaticane. In essa si collocò la testa di sant’Andrea e, nel 1562 l’arcivescovo di Siena della medesima famiglia di Pio II, Francesco Bandini Piccolomini in occasione del centenario completava ogni cosa e vi eresse, ai piedi, la statua di Sant’Andrea, raffigurato con una veste di marmo rosso sangue. Nel 1605 l’altare fu dissacrato, la statua si allontanò nella sacrestia (ove è tuttora), il piedistallo e la lastra del Bandini si trasferirono nelle Grotte, in cui arrivò pure il Capo di Andrea sistemato finalmente accanto ai resti del fratello sotto l’altare maggiore.
A Patrasso, dopo il “dono” di Paolo VI del 1964, nella basilica ortodossa di Sant’Andrea, in stile neo-bizantino, sorta sul luogo tradizionale del martirio del Santo, in un sacello, si conserva, sotto un sontuoso baldacchino, la reliquia della testa dell’Apostolo, assieme a frammenti della croce decussata sulla quale fu martirizzato e che furono “donati” alla chiesa nel 1980. Queste reliquie vengono mostrate ai fedeli in occasione della festa del 30 novembre.

Basilica ortodossa di S. Andrea, Patrasso



Reliquiario della croce di S. Andrea, Basilica di S. Andrea, Patrasso



Edicola con reliquiario della testa di S. Andrea, Basilica di S. Andrea, Patrasso

Fonte dell'acqua santa (Αγίασμα) sul luogo della Crocifissione dell'Apostolo, a Patrasso, Chiesa di S. Andrea, Patrasso

Nel luglio 2013, la reliquia della venerata croce di S. Andrea ha fatto un viaggio di un mese in terra di Russia, dove è stata accolta con grande concorso di popolo ed onori da parte delle autorità civili.

Il Patriarca di Mosca e di tutte le Russia, Cirillo, accoglie la reliquia della croce di S. Andrea, circondato dalle autorità civili, militari e religiose di san Pietroburgo, dinanzi alla Cattedrale di Kazan, il 14 luglio 2013





Va precisato, però, che un piccolo frammento della reliquia della testa del Santo si conserva, nonostante tutto, ancora a Roma, e viene esposta, in rare occasioni come è stato nel 2006, proprio nel tempietto-oratorio di Sant’Andrea a Ponte Milvio, costruito accanto all’edicola voluta da Pio II, ed oggi quasi sempre chiuso (Cfr. Ponte Milvio. Sant’Andrea, la reliquia per il viaggio del Papa, in Corriere della sera, 29 novembre 2006, p. 10. V. anche Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 847).

Oratorio di S. Andrea a Ponte Milvio, Roma



Altre insigni reliquie attribuite a sant’Andrea sono dislocate in punti fondamentali della sua venerazione: nel Duomo di Sant’Andrea di Amalfi, nella cattedrale di Santa Maria ad Edimburgo (Scozia), nella chiesa dei Santi Andrea ed Alberto a Varsavia (Polonia).

giovedì 27 novembre 2014

Card. Burke: La liturgia è al centro della comunione con Cristo

Pubblichiamo ben volentieri l'intervista rilasciata alla Radio Vaticana - in inglese - dal card. Burke in occasione della presentazione degli Atti del congresso Sacra Liturgia 2013, in lingua italiana, pubblicati dall'editore senese Cantagalli, lo scorso 21 novembre:


Card Burke: Liturgy at the heart of communion with Christ

(Vatican Radio) The reform of the Sacred Liturgy “is brought about not through rupture with the past, not through revolution, but through continuity with the past, through respect for the sublime beauty of the Sacred Liturgy celebrated uninterruptedly along the Christian centuries.” That was the message of Cardinal Raymond Burke, citing the teaching of Pope Benedict XVI, at the presentation of the proceedings of Sacra Liturgia 2013 – a major conference on the Sacred Liturgy that took place in Rome in June of last year.
The Sacra Liturgia Conference was organized by Bishop Dominique Rey of Frejus-Toulon in France, “to study, promote and renew the appreciation of liturgical formation and celebration and its foundation for the mission of the Church.” At the book presentation in Rome on Friday night, Bishop Rey said, “It is my hope that this book will do much to assist in the liturgical formation of seminarians and others, and that it will promote a well-founded liturgical renewal amongst clergy and other liturgical ministers throughout the Church.”
Following the presentation, Cardinal Burke spoke with Vatican Radio about reform of the Sacred Liturgy. “What happened after [the Second Vatican] Council was the reform was hijacked by the so-called ‘Spirit’ of the Council, which was not related directly at all to the actual texts of the Council Fathers,” he said. “And now we’re returning to those texts, which promote reform in continuity with the tradition.” He spoke of the efforts of the Blessed Pope Paul VI, of Pope Saint John Paul II, and of Pope-emeritus Benedict XVI to foster the work of authentic liturgical reform, an effort that continues in the pontificate of Pope Francis.
Cardinal Burke said, “the fact of the matter is that our communion with Christ, the substance of it, is the Sacred Liturgy, and in particular, the Holy Eucharist.” He continued, “Our Christian life, the heart of our Christian life, the foundation, is in that communion with our Lord Jesus Christ in His true Body and Blood through the Sacrament of the Holy Eucharist. At the same time, it is the highest expression of our Christian life, in that we unite ourselves to our Lord in His offering of His very being to the Father in sacrifice… There isn’t anything more beautiful, anything better that we do, than to give worship to God as He desires us to do, and gives us the discipline in the Church to do.”














martedì 25 novembre 2014

Giosué Carducci si convertì?

Diversi giorni fa era stata rilanciata la notizia secondo la quale il politico italiano, noto per le sue “battaglie” asseritamente civili, Giacinto Pannella, meglio noto come Marco Pannella, si sarebbe “convertito” grazie alla “testimonianza” di papa Bergoglio (v. qui).
La notizia, di per sé, è apparsa davvero incredibile sotto molti aspetti: davvero un acceso oppositore della fede cattolica si sarebbe convertito? davvero un fervente e sulfureo sostenitore dell’aborto, dell’eutanasia, dei matrimoni omosessuali, dell’uso di droghe “leggere” avrebbe ritrovato la fede che aveva perso (ammesso che ne aveva una)?
Molti, giustamente, ne dubitano, anche perché, qualora vi fosse una conversione, sia pure “dell’ultim’ora” (stanti le sue precarie condizioni di salute), questa dovrebbe essere accompagnata da un’adeguata riparazione per gli scandali e gli errori diffusi. Insegnano, in effetti, i teologi moralisti che in materia grave per ottenere l’assoluzione bisogna adeguatamente riparare il male fatto, altrimenti si resta in peccato mortale. Per cui, se lo scandalo è stato pubblico, la riparazione non può che essere altrettanto pubblica. Del resto, non possiamo dimenticare l’episodio del celebre Zaccheo evangelico: ricevuto il perdono o anche solo la prospettiva del perdono da Cristo, il quale decide di fermarsi a casa sua (Lc 19, 5), egli si determina a riparare il male e le ingiustizie fatte («Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto»: Lc 19, 8). Solo allora il Signore poté esclamare: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (Lc 19, 9-10).
Molti, anche autorevoli ed insigni pensatori cattolici, dubitano – e ne hanno tutte le ragioni – sulla sincerità di quest’asserita conversione di Pannella, anche se non spetta a noi giudicare le vie imperscrutabili della Provvidenza, la quale per far giungere la sua salvezza anche ai peccatori più incalliti si serve di via insperate. Forse la misericordia di Dio è all’opera verso quest’uomo, per intercessione di Maria, giacché a lui fu regalata quest’anno, non molti mesi fa, in occasione del suo compleanno, da un giovane tradizionalista marchigiano la c.d. medaglia miracolosa di Rue du Bac:


Non sappiamo se, sino alla fine, Pannella si convertirà. Lo possiamo sperare per il suo bene e ad majorem Dei gloriam. Del resto, esempi clamorosi di conversioni di atei incalliti ed anticlericali non mancano nella storia. Un esempio, forse noto a pochi, è la testimonianza sulla conversione di Giosué Carducci, cioè di quello stesso poeta massone che nel suo Inno a Satana, nel 1863, ravvisò nel gesto di Lutero di infrangere i suoi voti religiosi l’avvio del libero pensiero e della vittoria dell’angelo decaduto: «Gittò la tonaca/Martin Lutero:/gitta i tuoi vincoli,/uman pensiero,/e splendi e folgora/di fiamme cinto;/materia, inalzati:/Satana ha vinto» (vv. 161-168).
Eppure, stando alla testimonianza di san Luigi Orione, verso gli ultimi giorni della sua vita, il poeta ebbe modo di ritornare a Cristo. Non ci sono prove di ciò, ma certamente non possiamo dubitare della parola di quel santo sacerdote e che la Provvidenza abbia potuto “lavorare” per vie ignote e sconosciute al mondo. 


Nè preci di cardinali nè comizi di popolo. Io sono quale che fui nel 1867 e tale aspetto immutato e imperturbato la grande ora. Nov. '05 G. Carducci


Salma del Carducci con le tipiche insegne muratorie

L’importante, in fondo, è che il peccatore voglia corrispondere a quella grazia, a quell’ancora di salvezza che gli viene offerta. Non come fece, probabilmente, il celebre riformatore tedesco. Si trova, a questo riguardo, assai interessante il dialogo – vero – tra Lutero e la moglie, la ex monaca Katharina von Bora, come ci è riportata da uno storico, al di sopra di ogni sospetto quale fu Jean-Marie-Vincent Audin, nella sua Storia della vita di Martin Lutero. Ecco la traduzione italiana: «Una sera, le stelle scintillavano di straordinario splendore, il cielo sembrava di fuoco … - Osserva come quei punti luminoso risplendono, disse Caterina a Lutero … Lutero alzò gli occhi – Oh! che viva luce! disse, essa non risplende per noi! – E perché? soggiunse Bora, forse che saremmo privati del regno de’ cieli? Lutero sospirò … - Forse, disse, per punirci perché abbiamo abbandonato il nostro stato - Bisognerebbe dunque ritornarvi? suggiunse Caterina. – È troppo tardi, il carro è impantanato, replicò il dottore, e ruppe il colloquio» (Jean-Marie-Vincent Audin, Storia della vita, delle opere e delle dottrine di Martino Lutero, vol. II, Milano 1842, p. 126. Nella versione francese, ID., Histoire de la vie, des écrits e des doctrines de Martin Luther, vol. II, Paris 1841, p. 278). Lutero aveva, dunque, rimorsi di coscienza per aver abbandonato i suoi voti?

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LA TESTIMONIANZA DEL BEATO DON LUIGI ORIONE

Abbiamo parlato tempo fa delle voci circa la presunta conversione di Carducci. Voci che cominciarono a girare subito dopo la sua morte. Don Giuseppe Tomaselli, che, da ragazzo, assistete al funerale del Poeta, ci parla delle ronde per impedire che il prete potesse raggiungerlo. Tale episodio è narrato anche da altri autori. Una delle testimonianze più autorevoli al riguardo, non solo e non tanto di tali “ronde”, ma del tema conversione di Carducci, è quella DEL BEATO DON LUIGI ORIONE. Circa l’argomento, il testo fondamentale è: “CARDUCCI Giosué: Dalla ribellione alla conversione”. Si tratta di un lungo articolo (occupava le pagine da 11 a 42 del n.98 - anno 1998 - della rivista Messaggi di Don Orione), scritto da ALESSANDRO BELANO. Articolo che è la fonte principale delle notizie che troverete nel presente pezzo.
Torniamo un po’ indietro. I segni di questo riavvicinamento alla fede della sua infanzia lentamente, faticosamente, e certo dolorosamente, si stavano facendo strada nell’animo del Poeta. Nel 1892, sotto una immagine del Cristo di Monte Verde che gli veniva mostrata dalla Marchesa di Villamarina, dama di compagnia della regina Margherita, egli scrisse di suo pugno questa quartina: 
«Le braccia di pietà che al mondo apristi, sacro Signor, da l’albero fatale, piegale a noi che, peccatori e tristi, teco aspiriamo al secolo immortale».
Nello stesso anno, in occasione della Prima Comunione di Margherita Gargiolli, regala alla festeggiata il libro di pietà L’anima con Dio del Card. Arcivescovo di Napoli Alfonso Capecelatro, apponendovi questa dedica: 
«A te innanzi il giovin core apra candido il suo fiore ne la prima luce o regina del dolore o sovrana dell’amore Santa Vergine Maria!».
Un altro indizio di questo silenzioso riavvicinamento a Dio possiamo scorgerlo in un rapido passaggio, quasi insignificante, che compare in una lettera scritta all’amico Giuseppe Chiarini in data 11 agosto 1905, a soli due anni dalla morte. Dopo aver ringraziato l’amico letterato, il Poeta aggiunge: 
«...Ora, tanto del fisico come del morale, sono proprio affranto: la macchina è forte e potente, ma la malattia ha ripetuto i colpi e sempre li rinnova. Sarà quel che Dio vuole...». «Sarà quel che Dio vuole»:
da quel poco che conosciamo in nessun altro scritto carducciano compare una simile espressione. Lui proprio, il nostro Poeta, che, è stato calcolato che, nella sua produzione letteraria, ha scritto la parola “DIO” 110 volte, di cui 22 volte nella forma minuscola “dio”. Retorica? Formula convenzionale? Non lo crediamo: solo un senso di rinnovata convinzione può aver spinto il Poeta a scrivere quella frase. A questo punto della sua vita, ormai vicino alla morte, la retorica, le apparenze, le convenzioni si erano già da tempo dissolti. Che cosa stava succedendo al Carducci? Viene da credere che lentamente, nascostamente, un diverso atteggiamento nei confronti della religione e di Dio, stava sbocciando nel suo animo.

IL RITORNO A DIO. LA TESTIMONIANZA DI DON ORIONE

La prima esplicita testimonianza rilasciata da Don Orione circa la conversione del Carducci avvenne sulla nave «Conte Grande», nel settembre del 1934, durante uno dei viaggi missionari che il Beato fece in Sud America. Essendo stato invitato a parlare ai passeggeri che si recavano al Congresso Eucaristico di Buenos Aires, Don Orione trattò della confessione sacramentale e, per sottolineare la straordinaria grandezza del sacramento, rivelò che il Carducci, durante un soggiorno a Courmayeur, aveva conosciuto l’Abate Chanoux, noto predicatore che risiedeva al Piccolo San Bernardo, e che, dopo alcune conversazioni con lui, si era alfine confessato tornando alla fede cattolica. Una preziosa conferma di questo viaggio a Courmayeur, di cui parla Don Orione, viene dal riscontro con una affermazione di Libertà Carducci, figlia del Poeta, che ha segnato un appuntamento del padre con l’Abate Chanoux nell’ultimo volume dell’epistolario. Del resto il Poeta aveva compiuto precedenti viaggi e villeggiature a Courmayeur. La prima volta, da quanto risulta, la compì nel 1887, quindi nel 1889, tra luglio e agosto. Fu in quell’anno che compose l’ode Courmayeur.[35] Fu di nuovo a Courmayeur tra l’agosto e il settembre del 1895. Più tardi, nel corso di una conversazione privata, il Beato Don Orione, poco prima della sua morte, ebbe modo di ribadire quanto egli conosceva sulla conversione del Carducci.
Queste notizie furono raccolte dal suo primo biografo, Don Domenico Sparpaglione. Questi, in occasione del primo processo ordinario per la canonizzazione di Don Orione svoltosi a Tortona, sotto giuramento, testimoniò: «Non saprei precisare quando, ma negli ultimi giorni trascorsi da Don Orione a Tortona, prima di recarsi a San Remo, dove morì, io per incarico del Salesiano Don Cojazzi chiesi a lui i particolari della confessione di Giosuè Carducci, della quale egli aveva parlato in una predica tenuta sul «Conte Grande». Egli, studiando bene le parole, confermò che il poeta andò durante un’estate a trovare l’Abate Chanoux sul Piccolo S. Bernardo, dal quale si confessò, e aggiunse di averlo saputo da una persona incapace di ingannare, ma non volle dirne il nome perché vincolato da un segreto, essendo quella persona depositaria di due lettere del Carducci relative all’avvenimento, ma in pericolo qualora il segreto fosse stato rivelato.
Quanto alla morte cristiana del Carducci, Don Orione mi disse che la riteneva per lo meno probabile e che non bisogna lasciarsi ingannare da tutto quell’apparato massonico, che l’accompagnò». Del racconto di Don Orione circa la conversione del Carducci, esistono altre testimonianze raccolte dalla viva voce dei testimoni. Riferiamo la versione lasciataci da Don Luigi Orlandi, confidente del Fondatore e, per molti anni, archivista e Postulatore generale della Congregazione fondata dal Beato: «Nella settimana precedente la sua andata a San Remo, Don Orione mi chiamò in camera sua, vicino all’orologio, al Paterno, e venne a parlare della morte cristiana del Carducci, confessatosi e comunicatosi dall’Abate Chanoux. Tra l’altro mi disse che, molto spesso, si crede che gli uomini della politica siano morti lontani dalla Chiesa e dai Sacramenti, mentre spesso, in privato e di nascosto dal gran pubblico, si sono riconciliati con la Chiesa e con Dio».
Altra importante testimonianza è quella rilasciata da Don Giuseppe Zambarbieri, terzo successore del Beato Don Orione e, in età giovanile, a lui vicinissimo come segretario. Egli scrive: «A proposito degli episodi dei quali il ven. fondatore era solito infiorare i suoi discorsi, onde renderli più vivi e fecondi di bene, narro quanto ho appreso da Don Orione medesimo in merito alla predica che egli tenne sul “Conte Grande” nel settembre del 1934, parlando anche del Carducci. Ne interpellai il Ven. fondatore, il quale disse: “È vero: il Carducci è tornato alla fede e si è confessato. Questo è avvenuto precisamente a Courmayeur”. E mi ha raccontato di una notte che il Carducci passò in piedi, passeggiando avanti e indietro nella sua stanza: una notte assai simile a quella famosa dell’Innominato. Al mattino si è presentato all’Abate Chanoux e si è confessato. Ho chiesto se vi sono prove di veridicità. Don Orione è stato di persona a Courmayeur per accertare il fatto, penso che sia stato inviato in missione straordinaria. Ed ebbe dall’Abate la conferma».
Una conferma indiretta di questo avvenimento legato alla conversione del Carducci si può ritrovare nella testimonianza della professoressa Enrichetta Mombelli di Casale, dotata di profonda cultura letteraria. Nel gennaio 1932, Don Orione, desiderando suggellare l’inaugurazione del Santuario della Madonna della Guardia in Tortona, da lui voluto, invitò la summenzionata a tenere una conferenza presso il Collegio Dante Alighieri, in Tortona, aperta alle signorine e donne della città. Riferendosi all’iniziativa, la professoressa Mombelli ricorda: «Alle Signorine Don Orione stesso fece una dimostrazione del come la confessione sia stata accolta anche da persone in alto, per scienza e vita politica, dicendo tra l’altro: “Quando si potrà scrivere una pagina sul Carducci, si saprà che, prima di morire, si è confessato”».
Per l’importanza e l’autorità della fonte, merita una segnalazione a parte la testimonianza di Luigia Tincani, fondatrice delle Missionarie della Scuola, figlia del noto classicista Carlo Tincani, allievo, amico ed ammiratore del Carducci che lo ricambiava di simpatia e amicizia. «Mio padre, pur se allora non era praticante, combatteva per la difesa della religione e della Chiesa. Era Vice-presidente del Consiglio scolastico, che contava altri quattordici membri: tutti massoni (...). Noi eravamo amiche delle figlie del custode della Certosa. Abbiamo sentito che Carducci in morte volle i Sacramenti e, malgrado la guardia feroce che gli montavano i massoni, li ebbe da un sacerdote vestito da barbiere e venuto con la scusa di fargli la barba». [ Cfr. Venturelli G., Don Luigi Orione e la Piccola Opera della Divina Provvidenza. Documenti e testimonianze, Vol. V: 1909-1912, Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma 1995, 316-317.].
C’è ancora un elemento significativo al quale vorremo almeno accennare e che costituisce, a suo modo, un ulteriore indizio di questa conversione. È stato giustamente fatto notare che, in mezzo a tanta ribellione e frastuono, invettive e avversione, parole di fuoco e insulti, ironia, sarcasmo e minacce, resta nel Poeta un rispettoso contegno nei confronti della Vergine Maria, la quale, nelle (poche) ricorrenze letterarie, è presentata in un alone di gentilezza e considerazione, se non proprio di venerazione. Si tratta solo di «cavalleresca generosità»? Non lo crediamo. Questa presenza mariana nella vita del Carducci non fu semplicemente occasionale, né priva di significato se dobbiamo ritenere sincere le parole pronunciate dallo stesso Carducci: «La Vergine mi deve voler bene, perché ne ho parlato bene». [Cfr. Landucci Pier Carlo, È provata la conversione del Carducci?, in Cento problemi di fede, Assisi 1962, 322].
Vogliamo concludere le nostre riflessioni segnalando un particolare curioso. Da quanto ci risulta la prima composizione poetica (un sonetto) scritta dal Carducci, allora tredicenne, si intitola “A Dio”. Una sera di maggio del 1848, contemplando il paesaggio dalla finestra della sua abitazione in Castagneto e suggestionato dal rintocco grave delle campane che suonavano la prima ora di notte, l’animo giovanile del Carducci sentì nascere spontanea la voce della poesia e proruppe in una ingenua lode a Dio. Molti anni più tardi, rifacendosi a questo lontano avvenimento, il Poeta aggiunse ai quattordici versi quanto segue: «Mi ride l’animo quando ripenso che io mossi la mia poesia da Dio, da quel Dio che mi ha dato questa anima sensibile e sdegnosa di cui lo ringrazio sempre, da quel Dio che io doveva poi dimenticare ed anche oltraggiare negli anni miei più belli per correre dietro a pazze larve di virtù affettata e di gioie false e vili».[ Cfr. Opere di Giosuè Carducci, Edizione Nazionale, Vol. I, Zanichelli, Bologna 1935-1940, 331-332].
La vita del Poeta si apre e si chiude alla luce della presenza di Dio. Per quei misteriosi e provvidenziali percorsi interiori che solo Dio conosce, e che, spesso, si caratterizzano da un incedere faticoso, incerto, doloroso, ma mai privo di speranza e grazia, l’antico ribelle doveva approdare a quel Dio che, troppo spesso, aveva indicato con una iniziale minuscola.

Arcangelo Santoro
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“La chiesa di Polenta”

Ave Maria! Quando su l’aure corre
l’umil saluto, i piccioli mortali
scoprono il capo, curvano la fronte
Dante ed Aroldo. [Byron]
Una di flauti lenta melodia
passa invisibil fra la terra e il cielo:
spiriti forse che furon, che sono
e che saranno?
Un oblio lene de la faticosa
vita, un pensoso sospirar quïete,
una soave volontà di pianto
l’anime invade.
Taccion le fiere e gli uomini e le cose,
roseo il tramonto ne l’azzurro sfuma,
mormoran gli alti vertici ondeggianti
Ave Maria.

Giosué Carducci