Sante Messe in rito antico in Puglia

Visualizzazione post con etichetta Giosué Carducci. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giosué Carducci. Mostra tutti i post

martedì 28 febbraio 2023

Così “si vendica” Gesù...

Molte volte ci capita di pensare per chi è stato un grande peccatore che, allorché muoia, sia destinato a perdizione, dimenticandoci assai spesso che il Signore possa chiamare anche all’ultimo momento alla conversione e che solo l’ostinato rifiuto di quell’ultima grazia che il Signore offre fa sì che l’uomo, dopo la morte, sia irrimediabilmente separato da Lui. Il Signore, infatti, è assai rispettoso della libertà umana, che non può forzare alla salvezza colui che non voglia essere da Lui salvato. Il santo vescovo di Ippona e dottore della Chiesa cantava con queste lapidarie espressioni il suo meraviglioso inno alla libertà: “Qui ergo fecit te sine te, non te iustificat sine te”, cioè “Chi ti ha formato senza di te, non ti renderà giusto senza di te” [Sant'Agostino, Sermo CLXIX, 11.13, in PL 38, 923. Il testo latino del Discorso può leggersi qui].

Dunque, è nella libertà dell’uomo accogliere l’ultimo appello che Dio possa offrire all’anima peccatrice. Spetta all’uomo lasciarsi redimere.

Abbiamo avuto nella storia tanti esempi di accoglimento della grazia all’ultimo minuto utile. Possiamo ricordare l’esempio di Napoleone Bonaparte (ne parlammo qui), ma anche Giosué Carducci (v. qui).

Un caso di questi ultimi giorni è quello relativo alla morte del giornalista e conduttore televisivo Maurizio Costanzo, che era ateo ed affiliato alla massoneria (che l’ha celebrato come “fratello”) e che ha avuto quattro mogli. È parso strano a molti che, nonostante ciò, gli siano state concesse delle esequie ecclesiastiche nella Basilica romana di Santa Maria in Montesanto, detta volgarmente “chiesa degli artisti” (sic!). Eppure, nelle ore immediatamente dopo la morte si è appreso che, prima di morire, con il suo amico avvocato (e cattolico), Giorgio Assumma, abbia voluto recitare l’Ave Maria ed interrogarsi cosa ci fosse “dietro l’angolo”, cioè dopo la morte (vqui). Il celebrante i funerali ha poi ricordato: «Nel momento del combattimento finale ha alzato lo guardo al cielo e ha invocato la protezione della Vergine Maria. È stato compassionevole, lo commuoveva la fragilità delle persone, ha aiutato tanti artisti in difficoltà» (vqui).

Non possiamo sapere se il giornalista in questione, ora, si sia salvato. Però è plausibile pensarlo: la Vergine Maria non sarà rimasta a quell’ultimo appello che quel figliol prodigo le ha lanciato alla fine della vita e quindi possiamo ragionevolmente sperare che la grazia possa averlo investito in quel momento, essendosi aperto alla stessa.

Veramente la salvezza è un mistero per noi; un mistero noto solo a Dio.

Per questo, rilanciamo questo contributo, che riprende una storia lasciataci dal celebre medico francese dell’800, Jean Baptiste Félix Descuret.  

Così “si vendica” Gesù...

di Paolo Risso

Aveva ucciso diciassette preti e ne avrebbe eliminato un altro se si fosse presentato sul suo letto di morte senza consenso. Questa la storia di uno dei migliaia di malati visitati dal dottor Descuret, che però cambiò sorte prima di morire, per una grazia inattesa...


Mi è capitato tra le mani un vecchio libricino datomi da un giovane e dotto prete che – ormai non è più scontato dirlo – crede in Dio e in Gesù Cristo, e nella presenza reale di Gesù nella Santissima Eucaristia. Il libricino raccoglie mirabili “storie d’amore” di Gesù con le anime, anche le più lontane da Lui, recuperate grazie al loro pentimento e alla Sua misericordia. Una la voglio narrare ai miei Lettori.

Un malato impossibile

Il dottor Descuret, illustre e famoso medico francese, nella sua lunga e prestigiosa carriera aveva compiuto ben 13.000 visite a pazienti di ogni genere; tutto questo lo scrisse nel suo libro La medicina delle passioni, che gli valse di diventare membro dell’Accademia di Parigi. A pagina 52 del secondo volume, trattando dell’ira, racconta di un singolare ammalato, protagonista di una vita terribile.

Verso la metà dell’anno 1826, Descuret fu chiamato a visitare un albergatore di circa 60 anni, che teneva da anni un’osteria al numero 215 di via San Giacomo, a Digione. Affetto da grave cirrosi epatica, si era rivolto ai più illustri primari di Francia per curarsi, ma senza alcun risultato. Fin dalla sua prima visita, Descuret giudicò quest’uomo anziano ormai prossimo alla fine, per cui si limitò a ordinargli del siero con laudano, ossia una pozione calmante, una sorta di “impiastro” di oppio. Era la medicina palliativa del tempo. 

Con questi narcotici, il medico riuscì a calmare i dolori atroci che il malato provava e a procurargli una delle notti più serene che avesse trascorso da molto tempo. La mattina dopo l’infermo strinse con affetto la mano al medico fino a chiamarlo suo salvatore, e gli promise di seguire in tutto e per tutto anche i suoi minimi consigli.
Descuret, per altro, avvertì la famiglia che era imminente la morte dell’anziano: non conveniva per nulla credere a un vero miglioramento – che sarebbe stato solo momentaneo –, ma approfittarne per fargli mettere a posto “gli affari materiali e spirituali”... e se ne andò. Verso le sei del pomeriggio, il medico fu di nuovo chiamato in gran fretta, non per l’anziano, ma per sua moglie, che era stata ferita al petto proprio dal marito, il quale le aveva gettato addosso un vaso di porcellana. 
Dopo aver fermato l’emorragia e curata la donna ferita, il dottor Descuret stava per uscire, quando l’uomo, al quale non aveva neppur detto una parola, lo trattenne per la giacca dicendogli in modo manieroso: «Come, signor dottore, se ne va senza rivolgermi almeno uno sguardo?». Il medico gli rispose: «Perché dovrei curarmi di un malato che fa di tutto per rendere inutili i miei sforzi? Ho anche saputo che avete ingiuriato, come un villano, i vostri due primi medici, e che il nostro venerando decano prof. Portal non vi ha abbandonato se non quando siete giunto persino ad alzare le mani contro di lui! A tutti questi atti violenti, ora avete aggiunto la brutalità usata verso vostra moglie... e allora giudicate voi stesso se devo ancora curarmi di voi o partirmene subito!».

«I vostri rimproveri – replicò il malato con tono addolorato – sono giustissimi, sono davvero colpevole di aver maltrattato mia moglie. Ma se sapeste, dottore, che cosa voleva da me! Voleva che per forza facessi chiamare un prete, io che li ho sempre avuti in orrore!».

«L’intenzione di vostra moglie era lodevolissima. Proponendovi di mettere in pace la vostra coscienza, vi dava una nuova prova di affetto, e se ciò era in opposizione alle vostre idee, dovevate solo dirle di no, ma non fare ciò che avete fatto».

«Ma alla fine, dottore, voi che siete sapiente, che fareste nei miei panni, se vi proponessero tali cose?».

«Io non esiterei a mettermi in pace con la coscienza, prima per convinzione, poi perché la calma dell’anima contribuisce con forza ad alleviare i nostri patimenti, e anche a dissimulare le nostre malattie».

«Oh, questa è singolare davvero, che voi che avete studiato abbiate questa maniera di vedere!».

«Anzi – concluse l’illustre medico –, le mie convinzioni religiose sono in gran parte frutto dei miei studi».

Seguì un lungo attimo di silenzio, poi il malato prese a dire: «Ebbene, sia, facciamo venire il prete; è tanto, tantissimo tempo che non mi confesso. Ne ho proprio delle grosse, e pesantissime sulla coscienza!».

Preti ammazzati

La moglie, ancora dolorante per la ferita causata dall’ira del marito, ma felice per questa soluzione insperata, manda subito a cercare uno dei sacerdoti della parrocchia di San Giacomo. Appena il sacerdote fu entrato nella camera del malato, questi, con voce tremolante, prese a dire: «Prenda, reverendo, mi tolga subito questo coltellaccio che avevo posto sotto il cuscino... Dovete sapere che mi ero provvisto di quest’arma per conficcargliela nel cuore se lei fosse venuto senza il mio consenso!».

Quindi davanti a tutti i presenti soggiunse: «Nel settembre 1793, al tempo della Rivoluzione francese, massacrai diciassette preti e poco ci volle che lei non fosse il diciottesimo! Ma stia sicuro, Dio ha avuto pietà di me; per illuminarmi è bastato un raggio della sua grazia».

Non solo un povero peccatore, questo albergatore in fin di vita, ma un assassino, un delinquente, più volte omicida. E ora sta per “rubare” pure la misericordia di Dio! Il quale perdona, ma vuole il nostro pentimento, la nostra espiazione. Sì, Dio perdona... ma se ti penti. Pentirsi è la somma grazia di Dio. Chi ha ottenuto a costui questa grazia? Sicuramente molti hanno pregato per lui: pregare per la conversione dei peccatori è massima carità. Ne va di mezzo la vita eterna o la dannazione eterna delle anime. Noi sappiamo pure, come spiegano santi quali san Bernardo di Chiaravalle, sant’Alfonso M. de’ Liguori e ancor di più san Luigi M. Grignion da Montfort, che ogni grazia passa per le mani di Maria Santissima, “l’onnipotenza supplice” per i più lontani, la “raptrix cordium”, la rapitrice dei cuori, la condottiera delle anime a Gesù unico Salvatore. Sicuramente la Vergine Maria ha ottenuto la conversione di questo “disgraziato”.

Morto in ginocchio

Il dottor Descuret continua a narrare che il buon prete, fatto chiamare, prese il coltellaccio che gli veniva consegnato e che sarebbe servito ad ammazzarlo, quindi si intrattenne a lungo con il moribondo per ascoltare la Confessione di quella povera pecora nera e donargli il perdono di Dio. Stava uscendo dalla sua camera per annunciare la conversione ai suoi famigliari e che sarebbe tornato per il santo Viatico, quando l’infermo esclamò: «Torni presto, reverendo, ho bisogno della consolazione di Dio; ma non accosti il divino Redentore alle mie labbra che hanno orribilmente bestemmiato. Sono indegno di Lui».

«Ho visto il vostro pentimento che è sincero. Vi porterò i sacramenti della nostra santa fede cattolica», gli rispose il sacerdote. «Li riceverò, reverendo – rispose l’uomo –, ma dopo che avrò chiesto perdono anche a quelli che finora ho scandalizzato con le mie scelleratezze».

Fece chiamare due vicini, già suoi “compagni” nel male, e chiese perdono degli orribili esempi che aveva loro dati. Poi, piangendo, abbracciò la moglie e le chiese perdono della sua arroganza che era durata una vita intera. Quando ritornò il sacerdote con Gesù-Ostia per il santo Viatico, il pentito raccolse le sue ultime forze e si inginocchiò presso il letto e ricevette, in quella posizione, tutto tremante, Gesù Pane di Vita eterna.

Il sacerdote voleva che tornasse a letto, ma quello gli rispose: «Sento che la mia vita su questa terra sta per finire; e non posso offrire a Dio che le mie preghiere e le mie lacrime; mi lasci almeno la consolazione di morire in ginocchio, ciò che è ben poco per espiare i miei delitti». A mezzanotte, con un profondo sospiro, si addormentò nel Signore, ancora in ginocchio e, con le labbra appoggiate sulle piaghe del Crocifisso, che grondava delle sue lacrime.

Il suo volto perse la bruttezza ributtante che presentava in vita ed era avvolto di serenità e di pace, perché era andato incontro a Dio che l’avrebbe ancora purificato nel Purgatorio, ma che pure lo accoglieva tra i suoi.

Un’intera vita sbagliata. Diciassette preti ammazzati, peccati, scandali e chi più ne ha più ne metta. Il Cristo avrebbe potuto più volte fulminarlo, ma con chi si pente e gli chiede perdono, Lui “si vendica così”. Proprio come scrive santa Teresa di Gesù Bambino, concludendo la sua Storia di un’anima: «Sì, io lo sento, quand’anche avessi sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere, andrei con il cuore spezzato dal pentimento a gettarmi tra le braccia di Gesù, perché io so quanto Egli ama il figlio prodigo che torna a Lui».

Fonte: Il Settimanale di Padre Pio, fasc. 9, 26.2.2023

lunedì 10 agosto 2015

Oscar Wilde: una vita per la Bellezza, un incontro con la Verità

Abbiamo già parlato in passato della conversione di Giosué Carducci (v. qui).
Oggi parliamo della conversione di un altro scrittore: Oscar Wilde.
Il percorso che ha portato il dandy d’origine irlandese  Wilde alla fede cattolica non è stato piano e privo di ostacoli. Esso, al contrario, è stato intriso di diverse difficoltà, non foss’altro perché egli – almeno da principio – era attratto dal cattolicesimo unicamente perché, da esteta qual era, attratto dalla bellezza dei riti cattolici. Come, però, spesso accade in questi casi, «per tutta la vita cercò la Bellezza e finì per incontrare la Verità», come nota Paolo Gulisano. Del resto è significativo che, benché battezzato solo sul letto di morte, ammettesse la forza rigeneratrice della fede cattolica, tanto da voler aderire alla Chiesa cattolica, «dove – come dirà Chesterton – tutte le verità si danno appuntamento». Con tono scherzoso, disse ad un amico: «La Chiesa cattolica è soltanto per i santi e i peccatori. Per le persone rispettabili va benissimo quella anglicana».
Tre settimane prima di morire, dichiarò ad un corrispondente del Daily Chronicle: «Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L’aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioni. Ho intenzione di esservi accolto al più presto» (R. Ellmann, Oscar Wilde, Rizzoli, Milano 1991, p. 669). Il padre, noto oftalmologo dell’epoca, nonché massone ed anti-cattolico, proibì al giovane Oscar quando era studente universitario di battezzarsi nella fede cattolica, minacciandolo di tagliargli i viveri. Nonostante ciò, nel 1877, incontrò in segreto Papa il beato Pio IX , che ammirava fortemente, a cui dedicò persino un sonetto, e per il quale nutriva profondo rispetto - e all’epoca non era certo di moda stimare Pio IX - tanto che, a quanti gli chiedevano della sua fede, rispondeva: «Non sono cattolico, sono solo papista». Da allora Wilde divenne apertamente sostenitore della causa di Papa Pio IX, quella del potere temporale dei papi su Roma e sullo Stato Pontificio. Altrettanta venerazione ebbe verso il successore, Leone XIII, alla cui benedizione pasquale attribuì la guarigione da una grave forma di dermatite: «Quando vidi il vecchio bianco Pontefice, successore degli Apostoli e padre della Cristianità, portato in alto sopra la folla, passarmi vicino e benedirmi dove ero inginocchiato, io sentii la mia fragilità di corpo e di anima scivolare via da me come un abito consunto, e ne provai piena consapevolezza». Riguardo alla guarigione dichiarò: «Il Vicario di Cristo ha fatto tutto». Da quel momento iniziò ad andare molto spesso, durante il suo soggiorno romano, alle udienze pontificie. Per approfondimenti, v. Oscar Wilde: un'icona gay?;  La conversione di Oscar Wilde; La conversione di Oscar Wilde; Lo strabiliante cattolicesimo di Oscar Wilde
Volentieri rilancio questa recensione di Luca Fumagalli su un testo dedicato ad Oscar Wilde nella festa di san Lorenzo arcidiacono e martire.


Hans Memling. Trittico Pagagnotti: Madonna col Bambino ed Angeli, tra i SS. Giovanni Battista e Lorenzo, 1480 circa, Galleria degli Uffizi, Firenze (pannello centrale) e The National Gallery, Londra (pannelli laterali)


Guercino, La Vergine col Bambino appare a S. Lorenzo, 1624, Chiesa del Seminario (chiesa di Sant'Agostino), Finale Emilia

Jean Baptiste de Champaigne, Martirio di S. Lorenzo, 1660 circa, National Gallery of Art, Washington



Oscar Wilde: una vita per la Bellezza, un incontro con la Verità


«Il cattolicesimo è la sola religione in cui morirei»
(Oscar Wilde)

Di Luca Fumagalli

Autunno del 1900. Oscar Wilde si trova a Parigi. Un vecchio problema all’orecchio, eredità di due anni di dura prigionia, si ripresenta sotto forma di emorragie che, oltre a spossarlo, lo obbligano ad assidue cure mediche. Ormai è praticamente costretto a letto. L’unico amico che gli rimane è Robbie Ross, una vecchia fiamma degli anni felici della gioventù che, scontati i peccati del passato, si è convertito al cattolicesimo e svolge ora la professione di giornalista. Sentendo prossima la fine anche Oscar decide di compiere il grande passo, quello che aveva rimandato per tutta la vita. Rendendosi conto che l’agonia è iniziata, Ross si precipita a cercare un sacerdote presso il vicino convento dei passionisti. Per un singolare scherzo del destino riesce a trovare un religioso irlandese, padre Cuthbert Dunne, che immediatamente amministra i sacramenti a Wilde. Lo stanco scrittore muore in pace mentre stringe tra le mani un rosario. È il 30 novembre.
Noto comunemente come grande scrittore esponente dell’estetismo, dandy imperituro che con abiti e atteggiamenti anticonvenzionali scosse il perbenismo della società vittoriana, in realtà Oscar Wilde (1854-1900) fu molto di più del poeta maledetto con cui, soprattutto in Italia, la critica ha cercato di etichettare sbrigativamente una personalità sfuggente e contraddittoria. Accanto a immortali capolavori come Il ritratto di Dorian Gray, Il fantasma di Canterville o L’importanza di chiamarsi Ernesto, della suo biografia sopravvivono nell’immaginario collettivo solamente pochi frammenti, legati soprattutto alle relazioni scabrose come quella con Lord Alfred Douglas che, oltre alla carriera, gli costarono anche diversi mesi di detenzione. In altre parole, l’unico Wilde che resiste agli assalti del tempo è il cantore degli eccessi: «Non c’è nulla che faccia bene se usato con moderazione. Non puoi sapere che cosa ci sia di buono in una cosa finché non le avrai strappato il cuore».
Eppure, al di là degli scandali, la vita di Wilde è come attraversata da una sorta di fiume carsico che ha la sua sorgente nella nativa Irlanda. L’isola di smeraldo, patria di miti e leggende, è anche la terra del cristianesimo, dove la fede è stata preservata con singolare tenacia nonostante le calamità che, nel corso dei secoli, si sono abbattute su di essa. Dalle violenze di Cromwell alla carestia di metà ‘800, l’Irlanda è stata sovente vittima dei soprusi della vicina Inghilterra, eppure ha saputo mantenere inalterato quel legame di figliolanza che da sempre ha nutrito nei confronti di Roma.
La biografia di Wilde è dunque una ricerca della Bellezza e della Verità che, a partire dalle circostanze storiche e poetiche, si sostanzia in una conversione che giunge poco prima della morte. “L’arte per l’arte”, celebre motto coniato da Walter Peter e fatto proprio da Wilde, corrisponde solo a una parte – e certamente la meno importante – di un’esistenza condotta sul crinale, sempre in bilico tra la fede e la mondanità.
Del resto la storia del famoso scrittore è simile a quella di altri artisti che, a cavallo tra XIX e XX secolo, trovarono un appagamento al loro disordinato desiderio di felicità proprio nella Chiesa cattolica. John Gray – amico personale di Wilde e ispiratore del personaggio di Dorian Gray che, non a caso, porta il suo cognome – Ernest Dowson, Aubrey Beardsley, Ronald Firbank e Frederick Rolfe sono solo alcuni dei tanti che abbandonarono i riprovevoli costumi giovanili per convertirsi al cattolicesimo, sovente attratti dalla bellezza della liturgia e dal latino, una lingua senza tempo che con il suo carisma costituiva l’unico possibile baluardo alla decadenza della società moderna. Molti di questi exbohémien, compresi diversi amici di Wilde, presero poi i voti, diventando sacerdoti o monaci.
A rendere ancora più ostico il percorso dello scrittore verso la conversione vi era la sua naturale socialità e la disponibilità a venire a patti con qualsiasi tentazione. Questo aspetto è verificabile anche nella distanza che separa il suo Il ritratto di Dorian Gray da A rebours di Karl Huysmans, il primo narratore del decadentismo a diventare cattolico. Se il protagonista del fortunato romanzo del francese si rinchiude in una sorta di prigione dorata, fatta di bellezza e sensazioni amplificate, per sfuggire a un mondo meschino che deplora, Dorian Gray, al contrario, prova un piacere perverso a sguazzare tra i bassifondi esistenziali di un’Inghilterra degradata: «Non mancare mai di rispetto alla buona società… solo chi non riesce ad accedervi lo fa». Tutto sommato, però, anche nel libro che è considerato il manifesto dell’estetismo non sono affatto secondari temi morali come il peccato, la perversione e il tentativo luciferino di sconfiggere la morte venendo a patti con il male. L’arte, in Wilde, non è mai qualcosa di superficiale e scontato. É uno strumento impiegato per sondare l’anima e, anche quando lo scrittore sembra dimenticarsene, il suo attrezzo è così accurato che continua a lavorare indisturbato.
Basterebbe descrivere l’arredamento della sua casa a Londra, nel 1879, per rendersi conto del valore di questa forza operante lungo l’arco esistenziale dell’irlandese. Viveva con l’amico pittore Frank Miles, e quella che più tardi avrebbero ribattezzato come la “Casa del Tamigi” era in realtà un’abitazione trasandata, vecchia e buia. A Wilde toccò il secondo dei tre piani e lo riempì presto di porcellane cinesi, libri, statuette di Tanagra, tappeti greci, ma anche oggetti religiosi come una Madonna di gesso, una foto di Pio IX e una del cardinale Manning. Gli scaffali, stracolmi di esotismo, funzionano come una sorta di correlativo oggettivo dell’animo del poeta, drammaticamente lacerato nel gioco dell’esistenza.
Il ritratto di Oscar Wilde di Paolo Gulisano si incarica dunque di presentare al lettore italiano una biografia a tutto tondo di una delle penne più geniali del XIX secolo. E lo fa con singolare fortuna, coniugando una prosa leggera e godibile a una mole impressionante di dati e annotazioni (chiudendo tra l’altro ogni capitolo con un piccolo elenco degli aforismi più brillanti di Wilde). Per la prima volta il saggio di Gulisano rende giustizia alla complessità caratteriale dello scrittore facendo riemergere dall’oblio quegli elementi religiosi fortemente presenti nella sua vita ma troppo spesso taciuti. Il risultato è un affresco incantevole, la storia portentosa del riscatto di un’anima in limine mortis. Molto probabilmente lo stesso Wilde dovette sentirsi un po’ come il buon ladrone – un fortunato paradosso – quando scrisse: «Il vero stolto è colui che non conosce se stesso».

PAOLO GULISANO, Il ritratto di Oscar Wilde, Milano, Ancora, 2009, pp. 192.

martedì 25 novembre 2014

Giosué Carducci si convertì?

Diversi giorni fa era stata rilanciata la notizia secondo la quale il politico italiano, noto per le sue “battaglie” asseritamente civili, Giacinto Pannella, meglio noto come Marco Pannella, si sarebbe “convertito” grazie alla “testimonianza” di papa Bergoglio (vqui).
La notizia, di per sé, è apparsa davvero incredibile sotto molti aspetti: davvero un acceso oppositore della fede cattolica si sarebbe convertito? davvero un fervente e sulfureo sostenitore dell’aborto, dell’eutanasia, dei matrimoni omosessuali, dell’uso di droghe “leggere” avrebbe ritrovato la fede che aveva perso (ammesso che ne aveva una)?
Molti, giustamente, ne dubitano, anche perché, qualora vi fosse una conversione, sia pure “dell’ultim’ora” (stanti le sue precarie condizioni di salute), questa dovrebbe essere accompagnata da un’adeguata riparazione per gli scandali e gli errori diffusi. Insegnano, in effetti, i teologi moralisti che in materia grave per ottenere l’assoluzione bisogna adeguatamente riparare il male fatto, altrimenti si resta in peccato mortale. Per cui, se lo scandalo è stato pubblico, la riparazione non può che essere altrettanto pubblica. Del resto, non possiamo dimenticare l’episodio del celebre Zaccheo evangelico: ricevuto il perdono o anche solo la prospettiva del perdono da Cristo, il quale decide di fermarsi a casa sua (Lc 19, 5), egli si determina a riparare il male e le ingiustizie fatte («Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto»: Lc 19, 8). Solo allora il Signore poté esclamare: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (Lc 19, 9-10).
Molti, anche autorevoli ed insigni pensatori cattolici, dubitano – e ne hanno tutte le ragioni – sulla sincerità di quest’asserita conversione di Pannella, anche se non spetta a noi giudicare le vie imperscrutabili della Provvidenza, la quale per far giungere la sua salvezza anche ai peccatori più incalliti si serve di via insperate. Forse la misericordia di Dio è all’opera verso quest’uomo, per intercessione di Maria, giacché a lui fu regalata quest’anno, non molti mesi fa, in occasione del suo compleanno, da un giovane tradizionalista marchigiano la c.d. medaglia miracolosa di Rue du Bac:


Non sappiamo se, sino alla fine, Pannella si convertirà. Lo possiamo sperare per il suo bene e ad majorem Dei gloriam. Del resto, esempi clamorosi di conversioni di atei incalliti ed anticlericali non mancano nella storia. Un esempio, forse noto a pochi, è la testimonianza sulla conversione di Giosué Carducci, cioè di quello stesso poeta massone che nel suo Inno a Satana, nel 1863, ravvisò nel gesto di Lutero di infrangere i suoi voti religiosi l’avvio del libero pensiero e della vittoria dell’angelo decaduto: «Gittò la tonaca/Martin Lutero:/gitta i tuoi vincoli,/uman pensiero,/e splendi e folgora/di fiamme cinto;/materia, inalzati:/Satana ha vinto» (vv. 161-168).
Eppure, stando alla testimonianza di san Luigi Orione, verso gli ultimi giorni della sua vita, il poeta ebbe modo di ritornare a Cristo. Non ci sono prove di ciò, ma certamente non possiamo dubitare della parola di quel santo sacerdote e che la Provvidenza abbia potuto “lavorare” per vie ignote e sconosciute al mondo. 


Nè preci di cardinali nè comizi di popolo. Io sono quale che fui nel 1867 e tale aspetto immutato e imperturbato la grande ora. Nov. '05 G. Carducci


Salma del Carducci con le tipiche insegne muratorie

L’importante, in fondo, è che il peccatore voglia corrispondere a quella grazia, a quell’ancora di salvezza che gli viene offerta. Non come fece, probabilmente, il celebre riformatore tedesco. Si trova, a questo riguardo, assai interessante il dialogo – vero – tra Lutero e la moglie, la ex monaca Katharina von Bora, come ci è riportata da uno storico, al di sopra di ogni sospetto quale fu Jean-Marie-Vincent Audin, nella sua Storia della vita di Martin Lutero. Ecco la traduzione italiana: «Una sera, le stelle scintillavano di straordinario splendore, il cielo sembrava di fuoco … - Osserva come quei punti luminoso risplendono, disse Caterina a Lutero … Lutero alzò gli occhi – Oh! che viva luce! disse, essa non risplende per noi! – E perché? soggiunse Bora, forse che saremmo privati del regno de’ cieli? Lutero sospirò … - Forse, disse, per punirci perché abbiamo abbandonato il nostro stato - Bisognerebbe dunque ritornarvi? suggiunse Caterina. – È troppo tardi, il carro è impantanato, replicò il dottore, e ruppe il colloquio» (Jean-Marie-Vincent Audin, Storia della vita, delle opere e delle dottrine di Martino Lutero, vol. II, Milano 1842, p. 126. Nella versione francese, ID., Histoire de la vie, des écrits e des doctrines de Martin Luther, vol. II, Paris 1841, p. 278). Lutero aveva, dunque, rimorsi di coscienza per aver abbandonato i suoi voti?

* * * * * *

LA TESTIMONIANZA DEL BEATO DON LUIGI ORIONE

Abbiamo parlato tempo fa delle voci circa la presunta conversione di Carducci. Voci che cominciarono a girare subito dopo la sua morte. Don Giuseppe Tomaselli, che, da ragazzo, assistete al funerale del Poeta, ci parla delle ronde per impedire che il prete potesse raggiungerlo. Tale episodio è narrato anche da altri autori. Una delle testimonianze più autorevoli al riguardo, non solo e non tanto di tali “ronde”, ma del tema conversione di Carducci, è quella DEL BEATO DON LUIGI ORIONE. Circa l’argomento, il testo fondamentale è: “CARDUCCI Giosué: Dalla ribellione alla conversione”. Si tratta di un lungo articolo (occupava le pagine da 11 a 42 del n.98 - anno 1998 - della rivista Messaggi di Don Orione), scritto da ALESSANDRO BELANO. Articolo che è la fonte principale delle notizie che troverete nel presente pezzo.
Torniamo un po’ indietro. I segni di questo riavvicinamento alla fede della sua infanzia lentamente, faticosamente, e certo dolorosamente, si stavano facendo strada nell’animo del Poeta. Nel 1892, sotto una immagine del Cristo di Monte Verde che gli veniva mostrata dalla Marchesa di Villamarina, dama di compagnia della regina Margherita, egli scrisse di suo pugno questa quartina: 
«Le braccia di pietà che al mondo apristi, sacro Signor, da l’albero fatale, piegale a noi che, peccatori e tristi, teco aspiriamo al secolo immortale».
Nello stesso anno, in occasione della Prima Comunione di Margherita Gargiolli, regala alla festeggiata il libro di pietà L’anima con Dio del Card. Arcivescovo di Napoli Alfonso Capecelatro, apponendovi questa dedica: 
«A te innanzi il giovin core apra candido il suo fiore ne la prima luce o regina del dolore o sovrana dell’amore Santa Vergine Maria!».
Un altro indizio di questo silenzioso riavvicinamento a Dio possiamo scorgerlo in un rapido passaggio, quasi insignificante, che compare in una lettera scritta all’amico Giuseppe Chiarini in data 11 agosto 1905, a soli due anni dalla morte. Dopo aver ringraziato l’amico letterato, il Poeta aggiunge: 
«...Ora, tanto del fisico come del morale, sono proprio affranto: la macchina è forte e potente, ma la malattia ha ripetuto i colpi e sempre li rinnova. Sarà quel che Dio vuole...». «Sarà quel che Dio vuole»:
da quel poco che conosciamo in nessun altro scritto carducciano compare una simile espressione. Lui proprio, il nostro Poeta, che, è stato calcolato che, nella sua produzione letteraria, ha scritto la parola “DIO” 110 volte, di cui 22 volte nella forma minuscola “dio”. Retorica? Formula convenzionale? Non lo crediamo: solo un senso di rinnovata convinzione può aver spinto il Poeta a scrivere quella frase. A questo punto della sua vita, ormai vicino alla morte, la retorica, le apparenze, le convenzioni si erano già da tempo dissolti. Che cosa stava succedendo al Carducci? Viene da credere che lentamente, nascostamente, un diverso atteggiamento nei confronti della religione e di Dio, stava sbocciando nel suo animo.

IL RITORNO A DIO. LA TESTIMONIANZA DI DON ORIONE

La prima esplicita testimonianza rilasciata da Don Orione circa la conversione del Carducci avvenne sulla nave «Conte Grande», nel settembre del 1934, durante uno dei viaggi missionari che il Beato fece in Sud America. Essendo stato invitato a parlare ai passeggeri che si recavano al Congresso Eucaristico di Buenos Aires, Don Orione trattò della confessione sacramentale e, per sottolineare la straordinaria grandezza del sacramento, rivelò che il Carducci, durante un soggiorno a Courmayeur, aveva conosciuto l’Abate Chanoux, noto predicatore che risiedeva al Piccolo San Bernardo, e che, dopo alcune conversazioni con lui, si era alfine confessato tornando alla fede cattolica. Una preziosa conferma di questo viaggio a Courmayeur, di cui parla Don Orione, viene dal riscontro con una affermazione di Libertà Carducci, figlia del Poeta, che ha segnato un appuntamento del padre con l’Abate Chanoux nell’ultimo volume dell’epistolario. Del resto il Poeta aveva compiuto precedenti viaggi e villeggiature a Courmayeur. La prima volta, da quanto risulta, la compì nel 1887, quindi nel 1889, tra luglio e agosto. Fu in quell’anno che compose l’ode Courmayeur.[35] Fu di nuovo a Courmayeur tra l’agosto e il settembre del 1895. Più tardi, nel corso di una conversazione privata, il Beato Don Orione, poco prima della sua morte, ebbe modo di ribadire quanto egli conosceva sulla conversione del Carducci.
Queste notizie furono raccolte dal suo primo biografo, Don Domenico Sparpaglione. Questi, in occasione del primo processo ordinario per la canonizzazione di Don Orione svoltosi a Tortona, sotto giuramento, testimoniò: «Non saprei precisare quando, ma negli ultimi giorni trascorsi da Don Orione a Tortona, prima di recarsi a San Remo, dove morì, io per incarico del Salesiano Don Cojazzi chiesi a lui i particolari della confessione di Giosuè Carducci, della quale egli aveva parlato in una predica tenuta sul «Conte Grande». Egli, studiando bene le parole, confermò che il poeta andò durante un’estate a trovare l’Abate Chanoux sul Piccolo S. Bernardo, dal quale si confessò, e aggiunse di averlo saputo da una persona incapace di ingannare, ma non volle dirne il nome perché vincolato da un segreto, essendo quella persona depositaria di due lettere del Carducci relative all’avvenimento, ma in pericolo qualora il segreto fosse stato rivelato.
Quanto alla morte cristiana del Carducci, Don Orione mi disse che la riteneva per lo meno probabile e che non bisogna lasciarsi ingannare da tutto quell’apparato massonico, che l’accompagnò». Del racconto di Don Orione circa la conversione del Carducci, esistono altre testimonianze raccolte dalla viva voce dei testimoni. Riferiamo la versione lasciataci da Don Luigi Orlandi, confidente del Fondatore e, per molti anni, archivista e Postulatore generale della Congregazione fondata dal Beato: «Nella settimana precedente la sua andata a San Remo, Don Orione mi chiamò in camera sua, vicino all’orologio, al Paterno, e venne a parlare della morte cristiana del Carducci, confessatosi e comunicatosi dall’Abate Chanoux. Tra l’altro mi disse che, molto spesso, si crede che gli uomini della politica siano morti lontani dalla Chiesa e dai Sacramenti, mentre spesso, in privato e di nascosto dal gran pubblico, si sono riconciliati con la Chiesa e con Dio».
Altra importante testimonianza è quella rilasciata da Don Giuseppe Zambarbieri, terzo successore del Beato Don Orione e, in età giovanile, a lui vicinissimo come segretario. Egli scrive: «A proposito degli episodi dei quali il ven. fondatore era solito infiorare i suoi discorsi, onde renderli più vivi e fecondi di bene, narro quanto ho appreso da Don Orione medesimo in merito alla predica che egli tenne sul “Conte Grande” nel settembre del 1934, parlando anche del Carducci. Ne interpellai il Ven. fondatore, il quale disse: “È vero: il Carducci è tornato alla fede e si è confessato. Questo è avvenuto precisamente a Courmayeur”. E mi ha raccontato di una notte che il Carducci passò in piedi, passeggiando avanti e indietro nella sua stanza: una notte assai simile a quella famosa dell’Innominato. Al mattino si è presentato all’Abate Chanoux e si è confessato. Ho chiesto se vi sono prove di veridicità. Don Orione è stato di persona a Courmayeur per accertare il fatto, penso che sia stato inviato in missione straordinaria. Ed ebbe dall’Abate la conferma».
Una conferma indiretta di questo avvenimento legato alla conversione del Carducci si può ritrovare nella testimonianza della professoressa Enrichetta Mombelli di Casale, dotata di profonda cultura letteraria. Nel gennaio 1932, Don Orione, desiderando suggellare l’inaugurazione del Santuario della Madonna della Guardia in Tortona, da lui voluto, invitò la summenzionata a tenere una conferenza presso il Collegio Dante Alighieri, in Tortona, aperta alle signorine e donne della città. Riferendosi all’iniziativa, la professoressa Mombelli ricorda: «Alle Signorine Don Orione stesso fece una dimostrazione del come la confessione sia stata accolta anche da persone in alto, per scienza e vita politica, dicendo tra l’altro: “Quando si potrà scrivere una pagina sul Carducci, si saprà che, prima di morire, si è confessato”».
Per l’importanza e l’autorità della fonte, merita una segnalazione a parte la testimonianza di Luigia Tincani, fondatrice delle Missionarie della Scuola, figlia del noto classicista Carlo Tincani, allievo, amico ed ammiratore del Carducci che lo ricambiava di simpatia e amicizia. «Mio padre, pur se allora non era praticante, combatteva per la difesa della religione e della Chiesa. Era Vice-presidente del Consiglio scolastico, che contava altri quattordici membri: tutti massoni (...). Noi eravamo amiche delle figlie del custode della Certosa. Abbiamo sentito che Carducci in morte volle i Sacramenti e, malgrado la guardia feroce che gli montavano i massoni, li ebbe da un sacerdote vestito da barbiere e venuto con la scusa di fargli la barba». [ Cfr. Venturelli G., Don Luigi Orione e la Piccola Opera della Divina Provvidenza. Documenti e testimonianze, Vol. V: 1909-1912, Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma 1995, 316-317.].
C’è ancora un elemento significativo al quale vorremo almeno accennare e che costituisce, a suo modo, un ulteriore indizio di questa conversione. È stato giustamente fatto notare che, in mezzo a tanta ribellione e frastuono, invettive e avversione, parole di fuoco e insulti, ironia, sarcasmo e minacce, resta nel Poeta un rispettoso contegno nei confronti della Vergine Maria, la quale, nelle (poche) ricorrenze letterarie, è presentata in un alone di gentilezza e considerazione, se non proprio di venerazione. Si tratta solo di «cavalleresca generosità»? Non lo crediamo. Questa presenza mariana nella vita del Carducci non fu semplicemente occasionale, né priva di significato se dobbiamo ritenere sincere le parole pronunciate dallo stesso Carducci: «La Vergine mi deve voler bene, perché ne ho parlato bene». [Cfr. Landucci Pier Carlo, È provata la conversione del Carducci?, in Cento problemi di fede, Assisi 1962, 322].
Vogliamo concludere le nostre riflessioni segnalando un particolare curioso. Da quanto ci risulta la prima composizione poetica (un sonetto) scritta dal Carducci, allora tredicenne, si intitola “A Dio”. Una sera di maggio del 1848, contemplando il paesaggio dalla finestra della sua abitazione in Castagneto e suggestionato dal rintocco grave delle campane che suonavano la prima ora di notte, l’animo giovanile del Carducci sentì nascere spontanea la voce della poesia e proruppe in una ingenua lode a Dio. Molti anni più tardi, rifacendosi a questo lontano avvenimento, il Poeta aggiunse ai quattordici versi quanto segue: «Mi ride l’animo quando ripenso che io mossi la mia poesia da Dio, da quel Dio che mi ha dato questa anima sensibile e sdegnosa di cui lo ringrazio sempre, da quel Dio che io doveva poi dimenticare ed anche oltraggiare negli anni miei più belli per correre dietro a pazze larve di virtù affettata e di gioie false e vili».[ Cfr. Opere di Giosuè Carducci, Edizione Nazionale, Vol. I, Zanichelli, Bologna 1935-1940, 331-332].
La vita del Poeta si apre e si chiude alla luce della presenza di Dio. Per quei misteriosi e provvidenziali percorsi interiori che solo Dio conosce, e che, spesso, si caratterizzano da un incedere faticoso, incerto, doloroso, ma mai privo di speranza e grazia, l’antico ribelle doveva approdare a quel Dio che, troppo spesso, aveva indicato con una iniziale minuscola.

Arcangelo Santoro
________________________________

“La chiesa di Polenta”

Ave Maria! Quando su l’aure corre
l’umil saluto, i piccioli mortali
scoprono il capo, curvano la fronte
Dante ed Aroldo. [Byron]
Una di flauti lenta melodia
passa invisibil fra la terra e il cielo:
spiriti forse che furon, che sono
e che saranno?
Un oblio lene de la faticosa
vita, un pensoso sospirar quïete,
una soave volontà di pianto
l’anime invade.
Taccion le fiere e gli uomini e le cose,
roseo il tramonto ne l’azzurro sfuma,
mormoran gli alti vertici ondeggianti
Ave Maria.

Giosué Carducci