Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 29 settembre 2018

Preghiera di Leone XIII a san Michele Arcangelo

La seguente preghiera al santo Arcangelo Michele, che riportiamo nella duplice versione italiana e latina, fu composta dal Sommo Pontefice Leone XIII (il 13 ottobre 1884, ndr.) e inserita nel Rituale della Chiesa Romana come introduzione all'Esorcismo contro Satana e gli Angeli apostatici.


Princeps gloriosissime caelestis militiae, sancte Michael Archangele, defende nos in proelio et colluctatione, quae nobis adversus principes et potestates, adversus mundi rectores tenebrarum harum, contra spiritualia nequitiae, in caelestibus.
Veni in auxilium hominum, quos Deus creavit inexterminabiles, et ad imaginem similitudinis suae fecit, et a tyrannide diaboli emit pretio magno. Proeliare hodie cum beatorum Angelorum exercitu proelia Domini, sicut pugnasti contra ducem superbiae luciferum, et angelos eius apostaticos: et non valuerunt, neque locus inventus est eorum amplius in coelo. Sed proiectus est draco ille magnus, serpens antiquus, qui vocatur diabolus et satanas, qui seducit universum orbem; et proiectus est in terram, et angeli eius cum illo missi sunt.
En antiquus inimicus et homicida vehementer erectus est. Transfiguratus in angelum lucis, cum tota malignorum spirituum caterva late circuit et invadit terram, ut in ea deleat nomen Dei et Christi eius, animasque ad aeternae gloriae coronam destinatas furetur, mactet ac perdat in sempiternum interitum. Virus nequitiae suae, tamquam flumen immundissimum, draco maleficus transfundit in homines depravatos mente et corruptos corde; spiritum mendacii, impietatis et blasphemiae; halitumque mortiferum luxuriae, vitiorum omnium et iniquitatum. Ecclesiam, Agni immaculati sponsam, faverrrimi hostes repleverunt amaritudinibus, inebriarunt absinthio; ad omnia desiderabilia eius impias miserunt manus. Ubi sedes beatissimi Petri et Cathedra veritatis ad lucem gentium constituta est, ibi thronum posuerunt abominationis et impietatis suae; ut percusso Pastore, et gregem disperdere valeant.
Adesto itaque, Dux invictissime, populo Dei contra irrumpentes spirituales nequitias, et fac victoriam. Te custodem et patronum sancta veneratur Ecclesia; te gloriatur defensore adversus terrestrium et infernorum nefarias potestates; tibi tradidit Dominus animas redemptorum in superna felicitate locandas. 
Deprecare Deum pacis, ut conterat satanam sub pedibus nostris, ne ultra valeat captivos tenere homines, et Ecclesiae nocere. 

Offer nostras preces in conspectu Altissimi, ut cito anticipent nos misericordiae Domini, et apprehendas draconem, serpentem antiquum, qui est diabolus et satanas, ac ligatum mittas in abyssum, ut non seducat amplius gentes.
Gloriosissimo Principe delle celesti milizie, Arcangelo San Michele, difendici nella battaglia e nel combattimento contro i principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre e contro gli spiriti maligni delle zone celesti. 

Vieni in aiuto degli uomini, da Dio creati per l’immortalità e fatti a sua immagine e somiglianza e riscattati a caro prezzo dalla tirannia del diavolo. 
Combatti oggi, con l’esercito dei beati Angeli, la battaglia di Dio, come combattesti un tempo contro il caporione della superbia, Lucifero, e i suoi angeli apostati; che non prevalsero, né si trovò più posto per essi in cielo: e il grande drago, il serpente antico che è chiamato diavolo e Satana e seduce il mondo intero, fu precipitato nella terra, e con lui tutti i suoi angeli. 


Ma questo antico nemico e omicida si è eretto veemente, e trasfigurato in angelo di luce, con tutta la moltitudine degli spiriti maligni, percorre e invade la terra al fine di cancellare il nome di Dio e del Suo Cristo e di ghermire, di perdere e di gettare nella perdizione eterna le anime destinate per la corona dell’eterna gloria. E questo drago malefico, negli uomini depravati nella mente e corrotti nel cuore, trasfonde come un fiume pestifero il veleno della sua nequizia: il suo spirito di menzogna, di empietà e di blasfemia, il suo alito mortifero di lussuria e di ogni vizio e iniquità. E la Chiesa, Sposa dell’Agnello Immacolato, da molto astuti nemici è stata riempita di amarezza e abbeverata di fiele; essi hanno messo le loro empie mani su tutto ciò che c’è di più sacro; e lì dove fu istituita la Sede del beatissimo Pietro e la Cattedra della Verità, hanno posto il trono della loro abominazione ed empietà, così che colpito il pastore, il gregge possa essere disperso. 


O invincibile condottiero, appalesati dunque al popolo di Dio, contro gli irrompenti spiriti di nequizia, e dai la vittoria. Tu, venerato custode e patrono della santa Chiesa, tu glorioso difensore contro le empie potestà terrene e infernali, a te il Signore ha affidato le anime dei redenti destinate alla suprema felicità. 

Prega, dunque, il Dio della Pace perché tenga schiacciato Satana sotto i nostri piedi e non possa continuare a tenere schiavi gli uomini e a danneggiare la Chiesa.
Presenta al cospetto dell’Altissimo le nostre preghiere, perché discendano tosto su di noi le misericordie del Signore, e tu possa arrestare il dragone, il serpente antico, che è il diavolo e Satana, e incatenato possa ricacciarlo negli abissi, così che non possa più sedurre le anime.

Fonte: Tradidi quod et accepi, 29.9.2018

Potenti nell'operare, zelanti nel servire e perspicaci nel conoscere la sapienza di Dio

Nella festa della Dedicazione della basilica di San Michele sulla via Salaria, che, nel novus ordo è dedicata alla festa dei Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, rilanciamo questo contributo, tratto da Chiesa e postconcilio.





Cristo e due angeli, 537-545, mosaico, Bode Museum, Berlino. Dalla chiesa di San Michele in Africisco a Ravenna







Potenti nell'operare, zelanti nel servire e perspicaci nel conoscere la sapienza di Dio - Silvio Brachetta

Per la Festa liturgica dei Santi Arcangeli - 29 settembre, riprendiamo l'articolo di Silvio Brachetta  su Vita Nuova di Trieste. Vedi precedenti nel blog: qui - qui.

Nella prima Elegia duinese, Rainer Maria Rilke sostiene che «ogni angelo è tremendo», perché – dice di sé – «se uno di loro al cuore mi prendesse, io verrei meno per la sua più forte presenza». Non c’è possibilità di non essere schiacciati dall’intensità ontologica, dal vigore esistenziale dell’angelo, così come l’angelo sarebbe sopraffatto dall’infinita potenza dell’essere puro, da Dio. Ma né Dio vuole schiacciare l’angelo, né questi l’uomo, poiché la sopraffazione del Bene e dei buoni è cura amorevole dei più deboli.
Ogni angelo, poi, è come un universo, uguale a sé medesimo e assai diverso dagli altri. Pur di sostanza spirituale, semplicissima e indivisibile, l’angelo è smisurato – non infinito, poiché creato, ma incommensurabile, poiché di enorme perfezione rispetto all’uomo e alle creature materiali. L’angelo è l’indizio vivente secondo cui la provvidenza di Dio non vuole avere un controllo immediato del cosmo, ma mediato dalle creature: quanto ad alcune delle operazioni della sapienza, il sempiterno volere e la ragione della Ss. Trinità si effondono dalle prime sfere angeliche alle ultime – e poi da queste all’uomo – e dall’uomo alle creature animali, vegetali e inanimate.

I Sette Spiriti di Dio

Dionigi l’Aeropagita descrive i «nove cori angelici». Nella prima sfera, degli spiriti più prossimi all’eterna fiamma dell’amore, i serafini, i cherubini e i troni, ardono nella perfezione della scienza e somministrano la sapienza divina a tutto il creato. Le dominazioni, le virtù e le potenze della seconda sfera governano l’universo, mediante la scienza ricevuta da Dio, ad opera degli angeli superiori. Dalla terza sfera si muovono i principati, gli arcangeli e gli angeli, il cui ministero è quello del quale portano il nome: sono i messaggeri, tra Dio e l’uomo – mal’akh, in ebraico e ànghelos, in greco, si traducono con «messaggero» o «ambasciatore».
Tutta la Scrittura e la Tradizione contemplano l’opera di Dio, accompagnata sempre dalla presenza degli angeli. Il mistero degli angeli è persino maggiore di quello di Dio, non perché gli angeli siano più complessi o misteriosi, ma perché la Scrittura parla molto di Dio e meno degli angeli. È Dio che salva, non l’angelo. Dio creatore salva per mezzo dell’angelo-creatura e a Dio, quindi, va orientata per prima la nostra conoscenza.
Se dunque di Dio si può conoscere solo quello che la provvidenza ha voluto rivelare, tanto più dell’angelo (che è solo creatura) permangono alti misteri, per i quali vale il detto di Ludwig Wittgenstein: «Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere». Ecco dunque sorgere un grande mistero, quando l’arcangelo Raffaele dice a Tobia: «Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre innanzi alla presenza della maestà del Signore» (Tob 12, 15). Perché l’arcangelo Raffaele compare nella prima sfera, quando invece l’Areopagita colloca gli arcangeli nella terza? E perché a Raffaele si aggiungono altri due arcangeli – Michele e Gabriele – anch’essi associati dai primi Padri della Chiesa a quelle «sette lampade di fuoco accese di faccia al trono, che sono i Sette Spiriti di Dio» di cui parla l’Apocalisse (4, 5)?
Forse una spiegazione viene proprio dal nome “arcangelo”, che si traduce come “capo degli angeli” (da àrchein, comandare). O forse alcuni arcangeli dimorano presso le schiere serafiche e cherubiche. Questo non è dato a sapere, poiché non è stato rivelato. E non è stato rivelato nemmeno il nome degli altri quattro Spiriti che, assieme a Michele, Gabriele e Raffaele ne condividono la dignità e l’ufficio. È vero che la Tradizione patristica restituisce quattro nomi – Uriele, Barachiele, Jeudiele e Selatiele – ma non sono nomi che provengono dalla Scrittura. Benché, dunque, la Scrittura sia solo una delle fonti della Rivelazione (assieme alla Tradizione), è però la fonte primaria e il fatto che alcuni nomi siano taciuti significa che è del tutto opportuno che lo restino fino alla consumazione dei tempi. La ragione la conosce solo Dio.

Figure centrali nell’opera della salvezza

Questo è il motivo per cui il 29 settembre è la festa liturgica dei tre soli santi arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele: non si vuole escludere gli altri quattro – ai quali ci si può sempre rivolgere in preghiera – ma si vuole farne memoria, per via della loro missione del tutto peculiare nella storia della salvezza umana. San Gregorio Magno scruta questo mistero con sapienza nelle sue Omelie sui Vangeli. Il termine “angelo” – scrive San Gregorio – «denota l’ufficio, non la natura». Infatti, i santi spiriti dei cieli «sono angeli solo quando per mezzo loro viene dato un annunzio». Non solo, ma «quelli che recano annunzi ordinari sono detti angeli, quelli invece che annunziano i più grandi eventi son chiamati arcangeli».
Così fu per san Michele, Gabriele e Raffaele, ai quali fu affidato l’annuncio di grandi eventi: Michele fu il capitano delle schiere angeliche che fronteggiarono Lucifero; Gabriele portò l’annuncio a Maria della nascita del Salvatore; Raffaele curò la cecità di Tobia e rappresenta l’archetipo degli angeli custodi. San Michele, nella Scrittura, è una figura decisamente centrale, rispetto alle altre creature spirituali. Daniele lo presenta come il primo dei principi e il custode d’Israele. Al pari della Beata Vergine, Michele è spesso raffigurato con il dragone sotto i piedi, perché entrambi hanno una parte decisiva nella lotta contro i demoni. L’Apocalisse lo cita cinque volte con l’epiteto di «capo supremo dell’esercito celeste». Assai diffusa la venerazione di questo arcangelo, in Oriente e in Occidente, dove molti santuari e chiese gli sono dedicati. Il suo nome (Mi-ka-el, in ebraico “chi come Dio?”) corrisponde forse al grido di risposta al «non servirò» di Lucifero.
Grande spazio ha, nella Bibbia, anche la missione di san Gabriele (gabri-el, “forza di Dio”) che, molto prima dell’Annunciazione lucana, profetizza a Daniele l’avvenire del popolo d’Israele, dal ritorno in patria, dopo l’esilio babilonese, all’avvento del Messia. Dinnanzi alla Vergine, egli si presenta come colui che «sta al cospetto di Dio» (Lc 1, 19). Gabriele annuncia pure la futura paternità a Zaccaria, per cui sua moglie Elisabetta darà alla luce san Giovanni Battista. Il ministero di san Raffaele, come per gli altri due arcangeli, è anch’esso contenuto nel nome (rafa-el, “medicina di Dio”) e rappresenta la modalità con cui il Signore sovviene alle malattie carnali e spirituali degli uomini. Raffaele appare a Tobiolo in forma umana. Mangia e beve, ma dichiara anche che questa sua carnalità non è altro che apparenza. Pur essendo nominato solo nel libro di Tobia, Raffaele è comunque uno dei protagonisti della vicenda.

La differenza tra l’angelo e l’uomo

Delle gerarchie angeliche, descritte dall’Areopagita, san Tommaso d’Aquino offre un’acuta chiave di lettura teologica: «alla prima gerarchia spetta considerare il fine; alla gerarchia di mezzo, disporre universalmente le cose da fare; all’ultima, invece, applicare le disposizioni agli effetti, e cioè eseguire l’opera» (S.Th., I, 108, 6). Se insomma è vero, come afferma Matteo nel Vangelo (18, 10) che gli «angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio [di Gesù]», alcuni angeli lo vedono con perfezione maggiore ed altri con perfezione minore. Questo accade non perché Dio sia parziale o ingiusto, ma perché la provvidenza ha disposto che non tutte le creature abbiano lo stesso grado di perfezione e, quindi, la stessa capacità introspettiva.
Per questo motivo, agli angeli dei tre cori più vicini alla maestà di Dio è dato di poter contemplare la sapienza con la perfezione maggiore, a quelli invece dei cori intermedi Dio ha concesso di poter disporre della creazione. Gli ultimi tre cori hanno un contatto diretto con gli uomini ed eseguono le opere della sapienza divina. Eppure nessun angelo è stato escluso dalla visione di Dio, nella misura in cui egli la può recepire, in quanto tutti i beati vedono Dio faccia a faccia. Gli angeli inoltre, afferma san Tommaso, conoscono in modo diverso: «gli angeli superiori hanno una conoscenza più universale della verità rispetto agli angeli di classe inferiore». Per quanto riguarda, invece, «la conoscenza di Dio in se stesso, il quale tutti gli angeli vedono nello stesso modo – nella Sua Essenza – non esiste distinzione gerarchica tra gli angeli».
San Bonaventura da Bagnoregio riconosce negli angeli «quattro attributi»: la «semplicità dell’essenza», la «distinzione personale», la «memoria, l’intelligenza e la volontà» e la «libertà dell’arbitrio» (Breviloquium, II, 6). La differenza con la natura umana è data dal fatto che l’uomo non è semplice nell’essenza, ma è composto da organi, nonché è costituito da una parte materiale (corpo) e da una spirituale (anima). Un’altra differenza concerne la minore perfezione e la mortalità. Bonaventura elenca, quanto agli angeli, altri quattro attributi associati ai primi: la «potenza nell’operare», lo «zelo nel servire», la «perspicacia nel conoscere» e l’«immutabilità, tanto nel bene quanto nel male, dopo la scelta». Qua si vede meglio la differenza uomo-angelo. L’angelo è più potente, conosce meglio ed è più zelante dell’uomo. L’angelo inoltre, con un unico atto della volontà, sceglie immediatamente il bene o il male – e tale scelta è definitiva poiché, conoscendo Dio per visione, sa esattamente cosa riceve o a cosa rinuncia. L’uomo, al contrario, a causa della propria imperfezione, nella scelta tra il bene e il male, decide parzialmente e ha del tempo per il pentimento.

mercoledì 15 luglio 2015

Festa della Dedicazione della Basilica crociata del Santo Sepolcro (15 luglio 1149)

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martedì 18 novembre 2014

IN DEDICATIONE BASILICARUM Ss. PETRI et PAULI APOSTOLORUM

«Io ti posso mostrare i trofei degli apostoli: se andrai al Vaticano o sulla Via Ostiense, vi troverai i trofei di coloro che fondarono questa Chiesa» (Euseb., Hist. Eccl., II, 25, 6-7). Eusebio di Cesarea, nel secolo IV, con queste parole, riporta l’antecedente dichiarazione di un presbitero romano di nome Gaio, fatta nei confronti di un tal Proclo, capo della setta dei Montanisti, risalente agli inizi del II sec., che attesta nell’Urbe la presenza del sepolcro degli Apostoli Pietro e Paolo.
La pace costantiniana vide spuntare dappertutto numerose chiese ed Eusebio racconta con quale clamore se ne sia fatta la dedicazione (ibidem, X, 3, 3).
Sfortunatamente, si ignora la data esatta della dedicazione delle due antiche basiliche dedicate agli Apostoli. Fa eccezione a questo silenzio delle fonti la dedicazione della basilica dell’Anastasis e del Martyrium a Gerusalemme, che fu celebrata il 13 settembre 335. Si ignora dunque il giorno e l’anno della dedicazione di san Pietro, che dovette essere completata verso il 350. La basilica di san Paolo, di cui l’imperatore Valentiniano ne prescrisse la ricostruzione nel 386, fu dedicata dal papa Siricio nel 390, senza che si potesse precisarne il giorno (M. F. Martinez-Fazio, La segunda basilica de San Pablo extramuros. Estudios su fundacion, Coll. Miscellane historiae pontificiae, n. 32, Roma 1972).
Il 18 novembre è, dunque, poco probabile che possa costituire un anniversario in senso stretto. Il natale delle due basiliche sembra situarsi, da un punto di vista liturgico, nel prolungamento della dedicazione della basilica del Laterano, celebrata nove giorni prima. È possibile che la dedicazione di san Pietro fosse stata commemorata durante un certo tempo prima che vi si congiungesse quella di san Paolo. In questo caso, il papa Gregorio VII poteva essere l’autore dell’aggiunta. Non solamente Gregorio VII unì in uno stesso culto il Principe degli Apostoli a colui che egli chiamava «suo fratello tra tutti i santi» (Gregorio VII, Registrum epistolarum, III, 10a. Questa lettera è stata inserita negli Atti del Concilio romano del 1076. Cfr. A. Fliche, La Réforme grégorienne et la Reconquête chrétienne (1057-1123), in A. Fliche e V. Martin (a cura di), Histoire de l’Eglise, tomo 6, Paris 1941, p. 136), ma non poteva che restare legato alla basilica della via Ostiense, il cui governo gli era stato affidato da papa Leone IX. Quello che era, al secolo, il monaco Ildebrando aveva lasciato, infatti, un monumento del suo attaccamento a san Paolo nella porta bizantina che egli fece piazzare all’entrata principale della basilica e che, gravemente danneggiata dall’incendio del 1823, fu restaurata solo nel 1966 (La Porta bizantina di San Paolo, a cura della Direzione generale dei Monumenti, Musei e Gallerie Pontificie, Roma 1967).
Benché non si possano invocare eventuali influenze esterne nella scelta del 18 novembre per la festa della dedicazione delle basiliche apostoliche, ricordiamo che molte famiglie liturgiche hanno una solennità della dedicazione in questo periodo dell’anno. Nel corso del mese di novembre, i siriaci conoscono una serie di domeniche della Dedicazione (così ricorda B. Botte, Les Dimanches de la dédicace dans les Eglises syriennes, in L’Orient syrien, 2 (1957), pp. 65-70. L’A. vede in questa odierna festa della Dedicazione una festa di origine gerosolimitana, intitolata «dedicazione di tutti gli altari» (LJ 366). Essa aveva per scopo quello di cristianizzare la festa giudea della dedicazione del Tempio, che cadeva per la maggior parte del tempo alla metà di dicembre (25 del mese di Kisleu). Questa cristianizzazione non consisteva, però, nel continuare la festa giudea, ma di opporvi una festa cristiana).
A Milano, invece, si celebra a metà ottobre la dedicazione dell’ecclesia maior, che è seguita da tre domeniche post Dedicationem (cfr. Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, pp. 311-312).
Tornando alla festa odierna, va ricordato che il martirologio di san Pietro è la prima testimonianza della dedicatio beati Petri apostoli (all’inizio dell’XI sec.). Un secolo e mezzo più tardi, allorché l’antifonario di san Pietro annuncia la festa del 18 novembre negli stessi termini, i calendari del Laterano e del Vaticano vi aggiungono il nome di san Paolo. Alla fine del XII sec., l’Ordinario del camerlengo Cencio Savelli (futuro papa Onorio III) indica quid dominus papa facere debeat in Dedicatione ecclesiarum Petri et Pauli, ma secondo la sua descrizione, il papa non interveniva che a san Pietro (Cencio Savelli, De consuetudinibus, 76, in Fabre-Duchesne, Le Liber censuum, in Bibliothèque des Ecoles Françaises d’Athènes et de Rome, Paris 1910, tomo 1, p. 311).
Quest’anniversario rimase localizzato a Roma sino al 1568 quando san Pio V l’iscrisse nel calendario generale sotto il rito doppio. Leone XIII l’elevò al rango di doppio maggiore nel 1897.
Per l’Ufficio, l’Ordo del Laterano rinvia al Comune della Dedicazione, ma l’antifonario del Vaticano inserisce nei Mattutini della Dedicazione alcuni testi tratti da quelli del 29 giugno (come l’inviatorio Regem apostolorum ed il responsorio Tu es Petrus).
Il breviario romano, invece, sebbene siano due feste distinte, unisce la dedicazione del Laterano a quelle delle due basiliche degli Apostoli: nell’Ufficio, in effetti, almeno sino al 1960, le letture del I Notturno si susseguono tratte dal libro dell’Apocalisse (laddove il Comune della dedicazione vi impiega, invece, il libro della Cronache) ed al III Notturno si legge il 9 novembre l’omelia prevista per l’anniversario della dedicazione (di sant’Ambrogio) ed il 18 novembre l’omelia prevista per l’ottava della dedicazione (di san Gregorio).
Nel XII sec. l’Ottava della Dedicazione di san Pietro era celebrata con solennità dal clero della basilica vaticana. Se ne faceva l’Ufficio ogni giorno. Se nel periodo dell’Ottava cadeva la festa di un santo, si riservava alla Dedicazione il III Notturno del Mattutino ed i Vespri (Pierre Jounel, op. cit., p. 315).

Etimasia con i martiri ed i SS. Pietro e Paolo, Battistero degli ariani, Ravenna.
L’etimasìa, dal greco ἑτοιμασία, etoimasia, o hetoimasia ed anche sotto forma antica hetimasia, letteralmente “preparazione del trono”, è il nome dato ad un motivo iconografico della pittura cristiana che rappresenta un trono vuoto con le insegne di Cristo, simboleggiando l’attesa del ritorno del Cristo della Seconda Parusia (ἑτοιμάσαι, Lc 1, 17; 1, 76; 9, 52; Gv 14, 2). Per riferimenti rinvio a dom Pius Parsch, XVIII Dom. post. Pent., in Id., Le Guide dans l’année liturgique: Le Temps après la Pentecôte2, II parte, trad. dell’Abbé Marcel Gautier (a cura di), tomo V, Mulhouse (Haut-Rhin), 1954, passim.



Etimasia con i SS. Pietro e Paolo, Basilica di S. Maria Maggiore, Roma


Viviano Codazzi, Esterno della Basilica di S. Pietro in Vaticano, 1635-36, Museo del Prado, Madrid.
Il Codazzi rappresenta la Basilica con le due torri campanarie, progettate dal Maderno (morto nel 1629), che, però, non furono eseguite per il notevole peso delle strutture che avrebbero comportato vista la fragilità del suolo.

domenica 9 novembre 2014

IN DEDICATIONE ARCHIBASILICÆ SANCTISSIMI SALVATORIS

La più antica attestazione della Dedicazione della Basilica del Santo Salvatore appare in un manoscritto di Beda della regione di Geata, che H. Quentin ritiene risalente alla fine del X o all’inizio dell’XI sec., in cui si legge: V Id. nov. dedicatio basilicæ Salvatoris domini nostri Ihesu Christi.
Nel corso dell’XI sec., essa è stata annunciata dal martirologio di san Pietro e dal sacramentario di san Lorenzo in Damaso; forse anche dal martirologio di Santa Maria in Trastevere, che menziona al 10 novembre una dedicatio sancti Johannis ad fontem.
Intorno all’anno 1100, l’antifonario della messa identificato con Vat. lat. 5319, che è un manoscritto composto di 157 fogli e che si pensa di poter attribuire (come editore) al Laterano, indica i testi dei canti per la dedicatio Salvatoris; mentre il passionario del Laterano fornisce le letture dell’ufficio. Nella seconda metà del XII sec., la celebrazione della dedicazione è attestata a san Pietro e si svolge al Laterano con grande solennità. È a quest’epoca che risale la celeberrima festivitas in Urbe di cui parla il canonico Giovanni detto il Diacono, nella sua Descriptio lateranensis ecclesiæ (Giovanni DiaconoDescriptio lateranensis ecclesiæ, 1, ora in R. Valentini – G. ZucchettiCodice Topografico della Città di Roma, Coll. Fonti per la Storia d’Italia, 3, Roma 1946, p. 332), quando i vari Ordini Romani notano che in tale circostanza la chiesa veniva adornata di festoni e che, in quel giorno, il Pontefice, stando in Roma, celebrava la messa ed i vespri della solennità.
Ricorda, quindi, il canonico del Laterano l’imago Salvatoris infixa parietibus primum visibilis omni populo Romano apparuit (ivi, p. 333), datando l’evento al 9 novembre.
Come però e quando sia sorto quest’anniversario delle encenie del Laterano, ignorate dapprima dalla classica tradizione liturgica di Roma per ben otto secoli, senza alcun documento letterario o epigrafico che ne preservasse la traccia, ci è ancora sconosciuto.
Tenendo tuttavia conto che esse ricorrono dieci giorni prima di quelle di san Pietro e di san Paolo, non sembra del tutto da escludere l’ipotesi, che siano state istituite in relazione alla solennità inaugurale dei due massimi Santuari Apostolici, al fine di celebrare, entro una stessa quindicina, le dedicazioni delle tre maggiori basiliche costantiniane di Roma.
Sta il fatto che, mentre il Geronimiano menziona le dedicazioni delle basiliche romane restaurate o costruite da Sisto III, quali, ad esempio, santa Maria Maggiore (il 5 agosto), san Pietro ad vincula (il 1° agosto), i Santi Sisto, Ippolito e Lorenzo (il 2 novembre), invece omette qualsiasi menzione delle encenie compiute da papa san Silvestro sulla via Cornelia, sull’Ostiense ed in Lateranis.
Come dunque si giunse in Roma a stabilire il giorno del 9 novembre per l’anniversario della dedicazione della basilica del Salvatore? Ci mancano i documenti, e non possiamo quindi fare che delle ipotesi.
Fu già un tempo tradizione liturgica in Roma che le varie chiese intitolate al Salvatore celebrassero quest’oggi cumulativamente la loro dedicazione. Può essere che all’inizio il 9 novembre ricorresse semplicemente l’anniversario della dedicazione di san Salvatore in Thermis, messa pur essa in relazione con Costantino, che ne sarebbe stato il primo fondatore. Col tempo invece, la dedicatio Sancti Salvatoris sarebbe stata estesa a tutte le chiese urbane dedicate al Salvatore, comprendendovi soprattutto l’augusto tempio del Laterano.
Si trova, tuttavia, che nell’XI sec. apparve in certe regioni la festa intitolata ad una Passio ymaginis Domini, che è precisamente fissata al 9 novembre (Cfr. A. Olivar (a cura di), Sacramentarium Rivipullense, Madrid-Barcelona 1964, p. 185. La colletta recita: OSD qui hunc diem nobis celeberrimum contulisti …). Nel XII sec., la festa era celebrata su entrambi i versanti dei Pirenei ed in Italia, dove il titolo più completo era: Passio ymaginis Domini Salvatoris o più semplicemente Salvatoris mundi. Tra i martirologi, quello di san Ciriaco è senza dubbio il primo a menzionare la festa sotto il titolo di Miracula domini Salvatoris, attestante anche che essa era conosciuta a Roma tra il 1024 ed il 1043.
Questa notizia apparve in seguito nei manoscritti tardivi di Usuardo, da cui passava nel Martirologio romano. Baronio ha una lunga nota sulla Commemoratio imaginis Salvatoris. Egli sa bene che la lettera declamata a Nicea non è di sant’Atanasio d’Alessandria come si credeva. L’attribuisce, invece, a un vescovo siriano dello stesso nome (Cfr. Martyrologium romanum... Accesserunt Notationes … auctore Cæsare Baronio, pp. 552-553).


La festa commemorava un miracolo riportato in una lettera attribuita a sant’Atanasio: dei Giudei avevano colpito con una lancia un’immagine del Cristo a Beret (Beirut), in Fenicia (Libano), e da quest’icona ne sarebbe stillato sangue vivo ed acqua. A seguito di questo miracolo, il vescovo della città avrebbe trasformato la sinagoga dei giudei in una chiesa, dedicandola a Cristo Salvatore. La lettera in cui si menzionerebbe il fatto fu letta alla IV sessione del II Concilio di Nicea (1° ottobre 787) tra le testimonianze portate in favore del culto delle sante Icone (Mansi, XIII, 23 s.). Nella lunga recensione di questa lettera apocrifa si leggeva che il vescovo di Beirut prescrisse di celebrare il 9 novembre una festa che doveva essere osservata non minore reverentia quam natalis Domini vel Paschalis (Cfr. H. DelehayeMartyrologium romanum scholis historicis instructum, Brüssel 1940, p. 507). Significativo è che a seguito della pretesa disposizione non si trovi alcuna menzione di una tale festa nei calendari orientali dell’epoca, sebbene in questo medesimo giorno, gli Orientali celebrino la commemorazione dell’immagine prodigiosa del Salvatore profanata dai Giudei a Beirut.
Sta di fatto che dal X al XII sec., numerose chiese furono erette sotto il titolo di San Salvatore. Si comprende, allora, che molte scelsero la solennità del Domini Salvatoris, il 9 novembre, per la festa del titolare; anzi, si ritenne ugualmente in questo giorno di fare la dedicazione di alcune di esse.
È così che, all’inizio dell’XI sec., il calendario di un’abbazia del San Salvatore, probabilmente quella del Monte Amiata a sud di Siena, annuncia in questo giorno: S. Salvatoris. Nel XII sec., si videro apparire in Francia, specialmente in Normandia e nel Nord Europa delle messe in memoriam Salvatoris DNIC, o de Salvatore, o in commemorationem Salvatoris, o in veneratione Domini ac Salvatoris nostri. Ma queste messe non sono mai legate ad un giorno fisso (se non tra il sabato santo e la Pasqua). Sembra che si possa metterle in relazione con le rappresentazioni del santo Sepolcro che si moltiplicarono all’epoca dei crociati.
Fu così anche al Laterano, in cui si venerava, al centro della conca absidale, la celebre imago Salvatoris.
Non è da escludere, pertanto, che questa festa orientale del Salvatore, divenuta popolare anche tra i Latini ed iscritta perciò nei Martirologi, abbia offerto il suo spunto alla solennità romana della basilica del Salvatore in Laterano.
Ma anche senza voler pretendere di far risalire le encenie odierne sino ai tempi di papa Silvestro, perché non metterle piuttosto in relazione con quelle altre che certamente celebrò, in Laterano, papa Sergio III (904-911) quando, essendo crollata nell’897 la veneranda basilica Costantiniana, la riparò dalle fondamenta? Questo è l’interrogativo che si pone il beato card. Schuster (A. I Schuster, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano, vol. IX, I Santi nel Mistero della Redenzione (Le feste dei Santi dalla Dedicazione di San Michele all’Avvento)2, Torino-Roma, 1932, p. 127).
Al di là delle ipotesi formulabili, sono tutti problemi che bisogna pel momento lasciare ancora insoluti. Accontentiamoci per adesso di sapere che la dedicatio Sancti Salvatoris può vantare un’antichità di almeno otto secoli, antichità quindi abbastanza veneranda.
Il Laterano entra la prima volta nella storia ecclesiastica nell’anno 313, quando, secondo quanto riferisce Ottato di Milevi, venne celebrato tra le sue mura, sotto papa Melchiade o Milziade, un concilio contro i Donatisti: «convenerunt in domum Faustae in Laterano» (Ottato di Milevi, De schismate Donatistarum adversus Parmeniarum libri VII, lib. I, 23, in PL 11, col. 931A). Fu precisamente verso quest’epoca, che Costantino aveva donato alla Chiesa Romana l’antico palazzo dei Laterani, che era venuto probabilmente in suo possesso come porzione della dote di sua moglie Fausta, sorella di Massenzio (sebbene storicamente, nulla attesti che la Fausta citata da Ottato sia proprio l’imperatrice, giacché, anzi, è assai difficile supporre che la moglie di Costantino abbia mai posseduto un palazzo a Roma, in quanto sembra non sia mai tornata in questa città dopo la sua nascita, sebbene non possa negarsi un certo interesse per l’area, se si pensa che, a poca distanza, sorgeva il palazzo del Sessorio, residenza romana di sua madre Elena).
A partire da allora, il Laterano divenne la residenza abituale dei Papi, e come tale, può essere da noi riguardato come un vivo monumento, anzi una religiosa Reliquia di quella lunga serie di Pontefici Santi che vi risiedettero durante quasi dieci secoli. Quanta storia, dunque, quanta poesia, quanta arte tra quelle mura bimillenarie, e che videro una dinastia pontificia assai più continua che non qualsiasi altra più lunga dinastia di sovrani!
Fu là, in Laterano, che, ad insinuazione di papa Silvestro, Costantino trasformò, o eresse la prima basilica “dedicata” in Roma al Salvatore il 9 novembre del 312, dunque a sole due settimane di distanza dalla battaglia di ponte Milvio (Va precisato, tuttavia, che verosimilmente col termine ‘dedica’ deve intendersi propriamente la semplice cessione dei terreni destinati all’edificazione della chiesa, mentre la consacrazione vera e propria sarebbe avvenuta nel 318: Cfr. R. Krautheimer, Three Christian Capitals: Topography and Politics, Berkeley 1983, p. 15).
Ed avvenne così che le sale termali dell’antico palazzo di Plauzio Laterano, caduto vittima della crudeltà di Nerone, furono trasformate in battistero cristiano, dove trionfò appunto quella medesima Croce che Nerone aveva voluto fosse divelta dalla Città dei sette colli. Il bottino di Nerone divenne dopo tre secoli la pacifica eredità dei successori di san Pietro!!! Paradossi della storia.
La disputa se il Laterano, e non piuttosto la basilica vaticana, sia la cattedrale di Roma, non ha senso per gli antichi secoli ai quali ci riferiamo. Sarebbe un anacronismo parlar di cattedrale a Roma nell’Alto Medioevo, quando col sistema della liturgia stazionale il Papa officiava, non già una determinata chiesa, ma tutte quante le basiliche ed i titoli urbani e del suburbio. Egli, nell’Alto Medioevo, risiedeva in quello che si riteneva fosse stato il palazzo di Fausta; quando tuttavia doveva celebrare qualche solennità, l’Epifania, il battesimo pasquale, l’Ascensione, la Pentecoste, le sacre Ordinazioni, le incoronazioni dei re, allora era sempre in san Pietro dove si adunava la stazione, perché era lì che, nel battistero, si conservava la cattedra di san Pietro. Era perciò in quel luogo che il Papa doveva iniziare il suo pontificato; era ancor lì che lo doveva chiudere con la sua sepoltura.
Solo più tardi, col declinare del sistema liturgico stazionale e con lo svilupparsi dell’esteriore potenza del pontificato, prevalse il concetto fondato sullo stato di fatto che, essendo il Laterano la residenza pontificia, ne fosse perciò anche la cattedrale in confronto con gli altri titoli dell’Urbe. Questo concetto venne formandosi a poco a poco; e si affermò in tutto il suo possente splendore verso l’VIII sec., quando l’episcopium divenne anche la sede del governo, ed il successore di Silvestro raccolse indiscutibilmente nelle sue mani la duplice eredità di Pietro insieme a quella di Costantino.
Di fronte alle varie giurisdizioni monastiche, capitolari o vescovili che vennero allora a disputarsi i vari santuari dell’Urbe, la basilica del Salvatore assorse all’altezza di simbolo dell’universale autorità pontificia.
Perciò, non bastò più che dei semplici monaci o dei chierici celebrassero le divine lodi in quel sacro recinto.
Come sugli altari dei Principi degli Apostoli, Pietro e Paolo, già da più secoli i presbiteri dei vicini titoli, si davano quotidianamente il turno per la messa solenne, cosi adesso per l’altare del Laterano non altri vennero designati a fungere da celebranti ebdomadari nella cattedrale del Papa che gli stessi vescovi suburbicari. Il primo nucleo del collegio cardinalizio attorno al Pontefice, in tal modo era costituito.
Ed eccoci giunti alla famosa iscrizione in versi leonini, incisi sull’epistilio del portico del Laterano:

DOGMATE • PAPALI • DATVR • AC • SIMVL • IMPERIALI
QUOD • SIM • CVNCTARVM • MATER • CAPUT • ECCLESIARUM
HINC • SALVATORIS • CAELESTIA • REGNA • DATORIS
NOMINE • SANXERUNT • CVM • CVNCTA • PERACTA • FVERVNT
QVAESUMUS • EX • TOTO • CONVERSI • SVPPLICE • VOTO
NOSTRA • QVOD • HAEC • AEDES • TIBI • CHRISTE • SIT • INCLYTA • SEDES

Per diritto papale ed insieme imperiale,
è stabilito che io sia la Madre di tutte le Chiese.
Quando l’intero edificio fu terminato,
vollero intitolarmi al Divin Salvatore, elargitore del regno celeste.
A nostra volta, con umile voto a Te rivolti,
ti preghiamo, o Cristo,
perché Tu di questo tempio faccia la Tua inclita sede.


Al lato destro vi era scolpito il nome dell’artefice:
NICOLAVS  ANGELI  FECIT  HOC  OPVS.

Nella cattedra posta nell’emiciclo della tribuna si leggeva questo tetrastico in versi leonini, opera del XII sec.:

HAEC • EST • PAPALIS • SEDES • ET • PONTIFICALIS
PRAESIDET • ET • XPI (CHRISTI) • DE • IVRE • VICARIVS • ISTI
ET • QVIA • IVRE • DATVR • SEDES • ROMANA • VOCATVR
NEC • DEBET • VERE • NISI • SOLVS • PAPA • SEDERE
ET • QVIA • SVBLIMIS • ALII • SVBDVNTVR • IN • IMIS

Questo è il trono papale e pontificale,
dal quale presiede, di diritto, il Vicario di Cristo.
Si chiama sede di Roma, quale stabilita dal diritto;
sulla quale perciò non può assidersi altri che il Papa.
Poiché questo è il più alto trono della terra,
tutti gli altri gli sono inferiori ed a lui debbono essere sottomessi.

Cattedrale Pontificia e Madre di tutte le Chiese, la basilica del Salvatore dalla fede del mondo cattolico è stata sublimata alla dignità di simbolo dell’autorità pontificia.
Lo affermava già Dante nei suoi versi:

Veggendo Roma e l’ardüa sua opra,
stupefaciensi, quando Laterano
a le cose mortali andò di sopra (Par. XXXI, 34-36).

La liturgia poi ha consacrato anch’essa questa fede dalla famiglia cattolica, con lo splendore dei suoi riti: di modo che, le odierne encenie lateranensi, da Pio X sono state equiparate di grado alle maggiori solennità del ciclo festivo, col rito cioè di doppio di seconda classe per tutta la Chiesa latina.
E così la liturgia ha risolto praticamente in favore della basilica del Salvatore la questione agitata già col tempio vaticano, a quale dei due spetti cioè la dignità di sede cattedrale pontificia.
Inchiniamoci pertanto a baciare la soglia di questa sacra aula del Salvatore, nella quale all’indomani della vittoria Costantiniana ad saxa rubra, primo brillò agli occhi dei Romani stupefatti il labaro gemmato e sfavillante del trionfatore: ΕΝ • ΤΟΥΤΩ • ΝΙΚΑ, In hoc vinces. E qui davvero il Pontificato Romano, per lungo corso di secoli alternando lotte e trionfi, giorni di umiliazione e di lieta vittoria, ΕΝ ΤΟΥΤΩ, nell’unico segno della Croce, ha combattuto ed ha vinto il mondo, senza che mai le potenze dell’Inferno, le portae inferi, siano riuscite a prevalere contro la Chiesa.
Abbiamo già detto che la festa non è antica; quindi neppure il formulario della messa, la quale, tranne le collette, la si prende interamente dal 13 maggio per la dedicazione del Pantheon.
Nell’antica liturgia Romana, le encenie erano regolarmente considerate come feste in onore dei Santi ai quali il tempio era dedicato, e dei quali perciò si celebrava anche l’ufficio. Ecco quindi le ricorrenze dei santi Filippo e Giacomo (1 maggio), di san Pietro in Vincoli (1 agosto), di santa Maria Maggiore (5 agosto), di san Michele (29 settembre), di santa Cecilia (22 novembre), ecc., che in origine non ricordavano altro che le encenie delle rispettive basiliche a Roma. Se l’odierna festa fosse antica, invece del Comune Dedicationis Ecclesiae, noi oggi avremmo certamente una bella messa – quella magari di Cristo Re - in onore del Divin Salvatore. Invece la basilica Lateranense, quando ha voluto conseguire la propria festa titolare, ha dovuto adottare quella della Trasfigurazione, istituita soltanto sotto Callisto III.