Sante Messe in rito antico in Puglia

sabato 8 febbraio 2020

8 febbraio 1587 - Martirio di Maria Stuart, Regina Cattolica

Ricorre oggi l’anniversario della barbara esecuzione, perpetrata per mano della terribile cugina Elisabetta, figlia dell’orrendo Re Enrico VIII d’Inghilterra, della Regina Maria Stuart.
Donna di profondissima fede cattolica, fedelissima al Papa, s’impegnò immensamente per restaurare la vera Fede e la Chiesa Cattolica nell’Inghilterra dilaniata dall’atto scismatico di Enrico.
La sua morte tragica e truce fu il massimo sigillo al martirio di migliaia di uomini e donne, di tutte le condizioni sociali, clero e laici che mai vollero rinnegare la vera ed unica Fede nell’unica Vera Chiesa.
Quando vediamo un Papa benedire (o farsi benedire) assieme ai finti vescovi della cosiddetta Comunione Anglicana, chiediamo per lui perdono a tutti questi martiri che stanno nella gloria di Dio!
Di seguito la cronaca di quel tragico giorno:
"L’8 febbraio 1587, il giorno fissato per l’esecuzione, presso il castello di Fotheringhay, Mary Stuart, italianizzato come Maria Stuarda, riferiscono le fonti, entrò nel salone, in cui doveva svolgersi la sua esecuzione, con aria tranquilla, indossando un abito scuro e un lungo velo bianco, simile a quello di una sposa. Quando il boia le presentò le sue scuse, ella gli disse: «Vi perdono con tutto il mio cuore, perché spero che ora porrete fine a tutte le mie angustie». Sul patibolo le sue dame, Elizabeth Curle e Jane Kennedy, l’aiutarono a spogliarsi, rivelando un sottabito rosso cremisi, il colore della passione dei martiri cattolici, appositamente scelto dalla regina, che davanti ai protestanti inglesi voleva morire da martire cattolica. Una volta bendata e posizionata la testa sul ceppo pronunciò le parole: «In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum», cioè «Signore, nelle tue mani affido il mio spirito».
Il martirio della regina, stando ai testimoni, fu particolarmente brutale: il primo colpo di mannaia fracassò parzialmente la nuca, gli astanti dissero che in quel momento Maria aveva sussurrato le parole: «Dolce Gesù». Il secondo colpo recise completamente il collo, fatta eccezione per un tendine, che fu infine tagliato usando la scure come una sega (cfr. Antonia Fraser, Maria Stuart. La tragedia di una regina, Mondadori, Milano 1998, p. 591). Quando gli esecutori si avvicinarono al corpo senza vita per prendere gli ultimi ornamenti rimasti, prima che venisse imbalsamato, la gonna di Maria iniziò a muoversi e dal di sotto uscì il piccolo cane della regina, che ella era riuscita a nascondere sotto le lunghe vesti. Per quanto si cercasse di allontanarlo, il cagnolino continuava a rimanere vicino al corpo (Stefan Zweig, Maria Stuarda. La rivale di Elisabetta I d’Inghilterra, Bompiani, Milano 2013, p. 366). Le dame della regina, alla fine, riuscirono a farlo desistere e lo lavarono più volte per far andare via il sangue ma, una settimana più tardi, essendosi rifiutato di mangiare, morì d’inedia (Fraser, op. cit., p. 592). Il boia sollevò la testa della regina per mostrarla ai presenti e in quel momento la folla fu sconvolta da un’inaspettata visione: i riccioli castani di Maria si staccarono e la testa rotolò a terra; nessuno avrebbe immaginato che la regina di Scozia indossasse una parrucca. A causa delle sofferenze patite in prigionia, in effetti, Maria era precocemente entrata in menopausa e i suoi capelli si erano incanutiti e diradati; per ovviare a ciò, aveva preso l’abitudine di indossare una parrucca del suo colore naturale (ibidem, p. 591; Zweig, op. loc. cit.). La richiesta di Maria di essere sepolta in Francia venne rifiutata da Elisabetta. Il suo corpo venne imbalsamato e lasciato insepolto in una bara di piombo fino alla sua sepoltura, avvenuta nella Cattedrale di Peterborough alla fine del luglio del 1587. Le sue interiora, rimosse come parte del processo di imbalsamazione, furono sepolte in segreto nel castello di Fotheringhay. Il suo corpo fu riesumato nel 1612 quando suo figlio, il re Giacomo I d’Inghilterra, ordinò che venisse sepolta nell’Abbazia di Westminster, in una cappella di fronte alla tomba di Elisabetta I.
La regina di Scozia, regina consacrata da Dio, moriva all’età di quarantaquattro anni. Il suo dramma ispirerà, nella musica, Donizetti e Mercadante; nella letteratura l’Alfieri e Schiller.
La regina martire poteva vantare inoltre una corrispondenza ed amicizia con San Carlo Borromeo e godeva dell’appoggio di San Pio V.
Elisabetta, sua cugina, morirà nubile, non ebbe figli ed il figlio di Maria, Giacomo Stuart di religione protestante (e che aveva tradito per il trono la fede cattolica della madre), divenne re d’Inghilterra, designato da Elisabetta sul letto di morte.
Dell’empia Elisabetta, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Dottore della Chiesa, ne parla nel suo libro “Apparecchio alla morte”. Di lei scrive che questa, in maniera stolta, arrivò a dire: «Dio, dammi quarant’anni di regno e io rinuncio al paradiso!». Quella «misera», come la chiama il Santo Dottore, ebbe effettivamente un regno di quarant’anni (per l’esattezza 45 anni), ma dopo la morte fu vista di notte sulle sponde del Tamigi, mentre, circondata da fiamme, gridava: «Quarant’anni di regno e un’eternità di dolore!...» (Apparecchio alla morte, Considerazione XXVIII - Rimorsi del dannato, punto III, ora in Opere Ascetiche, Vol. IX, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1965, pp. 274-275).
San Luigi Guanella scriveva: «Nella terra inglese una regina Elisabetta con otto mariti e che poneva a morte chi diceva i figli naturali non esser legittimi eredi del trono, questa si faceva chiamare regina vergine e voleva che alla sua presenza i cortigiani stessero genuflessi. In Iscozia era la cugina Maria Stuarda, santissima donna che, lasciata con immenso cordoglio la Francia, veniva per ricevere la corona di Scozia, ben prevedendo che questa le avrebbe circondato le tempie come una corona di spine. Fu vero perché Elisabetta, la regina vergine di otto mariti, fu altresì agnello mite come una tigre sanguinaria. Il suo diletto era spogliar chiese e abbat[t]er monasteri, non solo, ma tagliar teste di duchi, di principi, di vescovi, di sacerdoti, che si opponevano alle sue scelleratezze. Sancì la pena di morte contro qualsiasi sacerdote o religioso che venisse da fuori; la pena di morte fissò contro un candidato che si fosse osato ordinarlo sacerdote. Allora il coraggioso Allen Guglielmo istituiva seminari allo esterno dello Stato. Filippo II, che avrebbe voluto discendere a punire la sanguinaria, perdette l’armata detta Invincibile, la flotta di mare più poderosa che s’aveva. Intanto Elisabetta ordinava segretamente società perché e nella Inghilterra e nella Scozia chiedessero la morte di Maria Stuarda. Ordì tal trama per cui fosse giudicata rea della morte del proprio marito. Era il giorno 8 febbraio 1587. Le campane da 24 ore suonavano a festa in Inghilterra e nella Scozia. Ad ore otto di quel mattino Maria Stuarda con cuore di una vera martire del Signore sclamò: “Muoio innocente! Perdono a tutti! Godo in spargere il sangue per la fede!” In questo istante la vittima offerta fu sacrificata. Elisabetta in udire finse [di] desolarsene e per coprire la sua ignominia, fece impiccare i principali che avevano cooperato alla morte di lei. Infame Elisabetta! Avevala tenuta in prigione 19 anni e Maria Stuarda, giammai sospettando che Elisabetta fosse una lupa, veniva a lei come agnello a lambirle le mani» (Da Adamo a Pio IX. Quadro delle lotte e dei trionfi della Chiesa Universale distribuito in cento conferenze e dedicato al clero e al popolo, vol. III, cap. LXXXIX, Virtù della Chiesa di Gesù Cristo, Centro Studi Guanelliani, Nuove Frontiere Editrice, Roma 1999, pp. 794-795)


Francesco Hayez, Maria Stuart protesta la sua innocenza alla lettura della sua condanna a morte, 1832, usée des beaux-arts, Lione

Francesco Hayez, Maria Stuarda sale al patibolo, 1827, Collezione Banca Cesare Ponti, Milano


Jean-Baptiste Vermay, Lettura della sentenza di morte di Maria Stuarda, 1809, collezione Arenenberg

Philippe-Jacques van Bree, Maria Stuart nel momento in cui la vengono a cercare per andare all'esecuzione, 1819, Musée du Louvre, Parigi

Laslett John Pott, Maria Stuarda si avvia al patibolo, 1871, Castle Art Museum, Nottingham

venerdì 7 febbraio 2020

il beato Pio IX in un aforisma di Mons. Gherardini


7 febbraio - Anniversario del pio transito del beato Pio IX Sommo Pontefice

Alle 17,40 del 7 febbraio 1878, mentre il card. Billio, che assisteva all'agonia del Pontefice, recitava i misteri dolorosi del Rosario, giunto al IV mistero, mentre il lento rintocco delle campane della Basilica vaticana annunciava l'ora della salutazione angelica, quasi fosse un invito dolcissimo di Colei di cui aveva proclamato il dogma dell'immacolato concepimento, dopo aver ripetutamente recitato il "Proficiscere, anima christiana", baciato il Crocefisso e una immagine della B. Vergine, spirava santamente a 86 anni, nel Palazzo Apostolico Vaticano, il papa beato Pio IX, consunto da 32 anni di governo della Chiesa in uno dei periodi più tragici e travagliati per la S. Sede.




Il card. Pecci, in qualità di camerlengo, constata la morte del papa Pio IX

Sepoltura del papa, in S. Pietro, nel c.d. loculo dei provvisori, il 13 febbraio 1878.

Dopo la messa esequiale solenne, la triplice bara di papa Mastai, coperta da una coltre funebre, viene issata nel loculo delle sepolture provvisorie dei papi, che fino al 1920 circa si trovava da secoli sopra la porta dei cantori, alla sinistra della Cappella del Coro in San Pietro. Qui i papi giacevano fino alla morte del successore o finché non fosse stato ultimato il monumento funebre destinato ad accoglierne definitivamente il feretro. Il loculo dei “provvisori” sarà tappato dalla statua marmorea di papa Pio X, e spostato quindi a lato della vicina Cappella dell'Annunciazione: li fu deposto, ultimo papa, Leone XIII, in attesa di partire per il Laterano, sua ultima dimora. Negli anni '60, anche questo secondo loculo sarà tappato: dall'enorme altorilievo bronzeo di Manzù, raffigurante papa Giovanni XXIII. FONTE


Medaglia coniata per l'elezione del Papa


Medaglia coniata per la morte del Papa


Emissione filatelica in occasione del centenario della morte del papa Pio IX - 1978

mercoledì 5 febbraio 2020

Cosa ci si aspetta dall'Esortazione Apostolica di Papa Francesco? Unità o Verità? Il Papa è infallibile sempre? Don Bux risponde. Intervista a cura di Vito Palmiotti.

In vista dell’imminente pubblicazione dell’Esortazione Apostolica che seguirà il sinodo sull’Amazzonia, stiamo assistendo ad una radicalizzazione di posizioni stile ultrà al punto che, ad esempio, se Ratzinger e Sarah scrivono delle riflessioni si urla al successo da una parte e lo scandalo dall’altra, si assiste a una sorta di standing ovation di una fazione alla sola ipotesi di ritiro della firma di Benedetto, salvo poi sdegnarsi quando questa di fatto rimane in qualche modo sulla copertina. Quindi nuovamente si assiste ad una serie di epiteti tesi a descrivere Benedetto “lucido solo mezz’ora al giorno” (e magari è proprio la mezz’ora in cui ha scritto poi tornerebbe in uno stato soporifero per ventitrè ore e mezza) e se così non fosse allora diventa una grave ingerenza nei confronti di qualcosa che nessuno conosce ma che è tirato per la giacca di qua e di la, interpretando i pensieri di colui - il papa - che deve dare una indicazione, si spera chiara, tra le altre cose,  su un tema delicato quale la possibilità di aprire al clero uxorato, in alcune “situazioni particolari” come chiedono i padri sinodali nel documento finale del controverso e discusso Sinodo sull’Amazzonia.
L’impressione che se ne ricava è che manchi uno sguardo cattolico e il senso della realtà Che farà il papa? Il cardinal Charles Journet, insigne patrologo, diceva: «Quanto all’assioma “Dove è il Papa, lì è la Chiesa” vale quando il Papa si comporta come Papa e capo della Chiesa; nel caso contrario, né la Chiesa è in lui, né lui nella Chiesa». D. Nicola Bux ha partecipato, da esperto invitato da Ratzinger cardinale e poi papa, al sinodo sull’Eucaristia del 2005 e a quello sul Medioriente del 2010: quindi sa come vanno le cose. Certo, se continua questo can can, altro che sinodo: il papa potrebbe risentirsi e mutare qualcosa Cosa vuol dire sinodalità, parola di cui tutti si riempiono la bocca?

I variegati fans di san Francesco ignorano forse che egli si definiva uomo cattolico ed apostolico: la prima è ormai parola rara da udire, eppure indica lo sguardo alla realtà ‘secondo la totalità dei suoi fattori’. Dal greco katà olòn. Purtroppo, la morale del ‘caso per caso’ e l’enfasi sulla ‘Chiesa locale’, hanno contribuito all’oblio. Infatti, si ritiene che, dare la Comunione a una coppia di divorziati risposati in un paesino sperduto, e non darla in una parrocchia di città, possa farsi senza pregiudicare l’unità del tutto, che è poi la Chiesa cattolica. Proprio su questo bisogna soffermarsi. L’unità è il bene più prezioso, dice san Giovanni Crisostomo, purché le diversità non siano avverse tra loro, ma convergano verso l’unità, siano cioè uni-versus, universali. Ecco la Chiesa universale o cattolica. Il Papa dovrebbe essere segno e vincolo di ciò. Dobbiamo sperare che l’Esortazione serva a questo: per essere cattolica, dovrebbe non rifarsi al Documento finale del Sinodo. Se così sarà, non poco lo si dovrà anche al contributo di Benedetto XVI e del cardinal Sarah con il loro libro sul celibato sacerdotale, e di quanti nella Chiesa non hanno smesso di dire la verità senza venir meno alla carità, senza cedere alla tentazione di separarsi, che è soprattutto dovuta alla mancanza della pazienza dell’amore. Dietro quel libro c’è una parte non piccola della Chiesa, di cui il papa, da pater patruum, non può non tener conto; non solo: ci sono duemila anni di traditio di Gesù Cristo e degli Apostoli, che, con la Scrittura, è fonte della rivelazione. La pazienza è la prima caratteristica dell’amore indicata da san Paolo: la carità è paziente. In conclusione, la sinodalità può essere sinonimo di cammino e di sguardo comune (sempre stando all’etimo greco) e in tal senso, ciascun cristiano e la Chiesa devono usarla. Ma la Chiesa non è un Sinodo e nemmeno un Concilio permanenti, ma una comunità gerarchicamente ordinata. Se il Documento finale ha espresso la parola dei vescovi e degli altri padri sinodali, l’Esortazione comunicherà la parola del papa, che non necessariamente deve concordare con quella. Si ricordi la nota praevia fatta apporre da Paolo VI alla costituzione Lumen Gentium. Il Sinodo è rappresentativo e non sostitutivo dell’intero episcopato cattolico.

Il Papa è infallibile, sempre?

Il magistero c’è quando il papa e tutti i vescovi concordano (Compendio CCC 185) - sottolineo ‘concordano’ - nel proporre un insegnamento definitivo sulla fede e sulla morale. Che vuol dire definitivo? Deve essere – come le foto ad alta definizione – dai contorni nitidi. Infatti, come negli atti dommatici straordinari, il papa usa tre verbi: pronunziamo, dichiariamo e definiamo, così nell’insegnamento ordinario, se dovesse permanere la discordia non ci sarebbe il magistero. Oggi succede che molti vescovi non concordano ma sono discordi persino su una dottrina già creduta per fede: la discordanza significa che non c’è infallibilità, ma non per questo i fedeli non sono tenuti ad obbedirvi, salvo che quell’insegnamento contrasti con il depositum fidei. Se un padre dicesse una cosa e la madre l’opposto, i figli a chi dovrebbero obbedire? Abbiamo ragione di sperare e pregare che l’Esortazione sia chiara e senza eccezioni. Se non fosse così, si favorirebbe l’avvicinarsi della ‘grande apostasia’ che asservirebbe la Chiesa; la prova che scuoterà la Chiesa (CCC 675-677) ben oltre l’attuale crisi di fede: la persecuzione.

domenica 2 febbraio 2020

Maria Santissima e l’offerta della Vittima

In questa domenica di Candelora, o della Purificazione della B.V. Maria o della Presentazione del Signore Gesù al Tempio, che chiude il Tempo di Natale, rilanciamo questo contributo di spiritualità.

Maestro di Castelseprio, Purificazione della Vergine o Prova delle Acque amare, VII-VIII sec., chiesa di Santa Maria foris portas, Castelseprio.

L'affresco, uno dei più antichi che si conosca sul tema della Purificazione della Vergine, attinge da un episodio narrato dal protovangelo di Giacomo ed il cui rituale è narrato nel libro dei Numeri (Nm 5, 11-28):
"Il sacerdote disse: «Restituisci la vergine che hai ricevuto dal tempio del Signore». Giuseppe versò allora calde lacrime. Il sacerdote proseguì: «Vi darò da bere l'acqua della prova del Signore che manifesterà ai vostri occhi i vostri peccati». E presala, il sacerdote la fece bere a Giuseppe e lo mandò verso la collina: e tornò poi sano e salvo. La fece bere anche a Maria e la mandò verso la collina: e tornò sana e salva. E tutto il popolo si stupì che non fosse apparso in loro alcun peccato. Disse allora il sacerdote: «Il Signore non ha manifestato i vostri peccati. Neppure io vi giudico». E li rimandò. Giuseppe riprese Maria e tornò pieno di gioia a casa sua glorificando il Dio di Israele" 
(Protovangelo di Giacomo 16)
 
Giuseppe Mastroleo, Presentazione di Gesù al Tempio con i SS. Ignazio di Loyola e Francesco Saverio, XVIII sec., Chiesa di San Domenico, Ruvo di Puglia


Presentazione al Tempio, litografia colorata del XIX sec.

Antica stampa del 1909


Stampa del 1934

S.. Simeone, incisione, XVIII sec.

Maria Santissima e l’offerta della Vittima

del ven. Jean-Jacques Olier

La Presentazione di Nostro Signore al Tempio è la cerimonia della Legge che spiega il santo mistero della morte e risurrezione di Cristo. Vi si scorge anche la purificazione e santificazione della Chiesa. E Maria, che tiene il posto della Chiesa nell’opera della nostra redenzione, vi partecipa più di ogni altro.

Il sacrificio di Nostro Signore, prefigurato da tutti i sacrifici della Legge, doveva, come questi, essere composto di quattro parti. La prima era l’offerta fatta a Dio, o presentazione solenne della vittima; la seconda la sua immolazione cruenta; la terza la consunzione nel fuoco; la quarta la comunione, con la quale da una parte Dio, sotto la figura del fuoco, e dall’altra il popolo, erano considerati far parte dalla stessa vittima in segno di perfetta riconciliazione. Per l’offerta che gliene era stata fatta, Dio s’appropriava talmente della vittima da non lasciargli più nemmeno l’uso di se stessa, in modo tale che essa non viveva più che per Lui. In segno di questa presa di possesso, il sommo sacerdote, quando gli si presentavano certe ostie nel Tempio, poneva le sue due mani su di esse da parte di Dio, rappresentando così il possesso perfetto con cui Dio Padre avrebbe preso un giorno Gesù Cristo, sua vera ostia. Quando suo Figlio venne al mondo, il Padre eterno mise in qualche modo sulla santa umanità le sue due mani, vale a dire il suo Verbo e il suo Spirito: il suo Verbo si appropriò della natura umana, e il suo Spirito ne prese un intero e irrevocabile possesso.
Se, dal momento dell’Incarnazione, il Figlio di Dio s’offrì così e fece voto di essere ostia e di servire suo Padre, ciò fu fatto nel segreto del grembo di Maria. Veniva tuttavia per rendere a Lui tutti i doveri ai quali gli uomini sono obbligati, i doveri esteriori e pubblici come quelli interiori e nascosti, e per rendere così sensibile agli uomini il suo culto verso il Padre. D’altronde il suo sacrificio, essendo fatto per la Chiesa che è visibile, doveva essere esso stesso visibile in tutte le sue parti. Bisognava dunque che ripetesse pubblicamente la sua offerta e in quale luogo doveva farlo, se non nel Tempio di Gerusalemme, il solo asilo della vera religione, nel Tempio dei Giudei, dei quali veniva a perfezionare la religione nella sua persona, per farla giungere sino a noi ed essere Egli stesso la fine della Legge antica e il principio della nuova.
Veniva a compiere, nella sua persona, fino all’ultima iota, tutto ciò che era stato predetto e prefigurato. Ora, era nel Tempio che dovevano essere offerte a Dio tutte le ostie, sue figure; bisognava dunque che fosse portato al Tempio di Gerusalemme e che vi reiterasse solennemente la sua offerta, rendendo così a Dio i suoi voti davanti al suo popolo, con un culto esteriore e pubblico: «Vota mea Domino reddam, in conspectu omnis populi eius» (Adempirò i miei voti al Signore, davanti a tutto il suo popolo: Sal 115,5). Per questo Maria, istruita dalle profezie che l’annunciavano e che lo rappresentavano, Lei che, avendo vissuto per circa dodici anni nel Tempio, aveva adorato mille volte in spirito il sangue del vero Figlio di Dio in quello delle vittime che vedeva versare ogni giorno, Maria, lo ha appena ricevuto in suo possesso, che desidera di andare al Tempio per rinunciare a tutti i suoi diritti su di Lui e lasciarlo nelle braccia di Dio Padre per sacrificarlo. Aveva un obbligo ben più stretto che nessun altro di presentare per se stessa questa ostia a Dio, dato che ai meriti di questa doveva tutte le grazie di cui si vedeva colma, e che sorpassavano quelle che la Chiesa intera avrebbe mai ricevuto. Maria, la più innocente delle creature, la sola esente da ogni macchia, la sola degna di accostarsi a Dio con confidenza, essendo la mediatrice della Chiesa, doveva Ella stessa offrire nel tempio a Dio Gesù Cristo, nostra ostia, e sacrificarlo in anticipo alla morte, come un giorno glielo avrebbe offerto sul Calvario. D’altronde, avendo Dio vietato che gli si presentassero vittime sacrificali rubate e volendo che ciascuna ostia gli fosse offerta dalle mani di Colui al quale apparteneva, toccava a Maria di presentargli questa ostia che la natura e la grazia le avevano donato così perfettamente e singolarmente. Infine bisognava che Maria compisse in questa occasione solenne ciò che era stato espressamente segnalato nella Legge, riguardo tanto a Lei che a Gesù Cristo, suo Figlio. Infatti Dio vi aveva prefigurato l’offerta pubblica che doveva fargli del suo Figlio al Tempio ordinando che gli si presentassero in quello stesso luogo tutti i bambini maschi primogeniti, immagini di Gesù Cristo.
«Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio – è scritto nella Legge –, porterà al sacerdote all’ingresso della tenda del convegno un agnello di un anno come olocausto e un colombo o una tortora in sacrificio di espiazione. Se non ha mezzi da offrire un agnello, prenderà due tortore o due colombi: uno per l’olocausto e l’altro per il sacrificio espiatorio» (Lv 12,2; 6; 8). Il doppio sacrificio da offrire, per il bambino e per la madre, l’uno in olocausto e l’altro per il peccato, esprimeva quello che Nostro Signore doveva offrire nella sua persona per operare la salvezza del mondo. Non era sufficiente, in effetti, che Maria ci donasse il Salvatore, ma c’era bisogno inoltre che fosse immolato realmente, tanto che, prima della morte cruenta che avrebbe dovuto soffrire a trentatré anni, né Lui, benché innocente, né la Chiesa, potevano entrare in Cielo: «Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (Lc 24,26).
Questa proibizione è prefigurata nella Legge, la quale dichiara la madre e il figlio immondi e li esclude dall’ingresso nel Tempio, immagine del Cielo, fino a che il sacrificio, prescritto per l’uno e per l’altro, non fosse stato offerto. «Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni» (Lv 12,2). Il numero di sette, che è misterioso, significa qui tutti i tempi che dovevano precedere l’Incarnazione. «L’ottavo giorno il bambino sarà circonciso e la madre rimarrà ancora trentatré giorni in questo stato immondo, durante i quali non toccherà nulla di santo e non entrerà nel santuario». Ciò significa che Nostro Signore rimarrà trentatré anni nella vergogna della nostra carne e della generazione di Adamo e che durante questo tempo non entrerà affatto nel santuario del Cielo, nel seno del Padre dove era stato generato e che avrebbe dovuto essere, in quanto Figlio, il luogo della sua dimora. Ciò figurava che anche la Chiesa sarebbe stata alla pari esclusa dal Cielo fin tanto che Gesù Cristo non fosse stato messo in croce. Se dunque Maria, benché innocente, rimase esclusa per trentatré giorni dall’ingresso nel Tempio e fu ritenuta immonda, è perché, dovendo presentarvi il sacrificio della Chiesa, era la figura reale della stessa Chiesa, ancora immonda e sporca, fino a che alla fine dei trentatré anni Gesù non fosse stato immolato sul Calvario, e allo stesso modo fosse consumato in Dio suo Padre attraverso la Risurrezione.
La morte e la Risurrezione del Salvatore, questi due sacrifici, o piuttosto queste due parti dello stesso sacrificio, erano prefigurate da quello che doveva offrire la madre di un figlio maschio. «Quando i giorni della sua purificazione per un figlio o per una figlia saranno compiuti – aggiunge Dio nella stessa Legge –, porterà al sacerdote all’ingresso della tenda del convegno un agnello di un anno come olocausto e un colombo o una tortora in sacrificio di espiazione. Il sacerdote li offrirà davanti al Signore e farà il rito espiatorio per lei» (Lv 12,6-7). [...]. Così Maria, riconoscendo in questo personaggio il rappresentante di Dio Padre, gli ridona da parte della Chiesa questa divina ostia e, dato che Gesù è la carne della sua carne, le ossa delle sue ossa, il sangue del suo sangue, sembra dire a Dio, in qualità di Madre: “Padre eterno, non l’ho che appena ricevuto che già ve lo porto e vi cedo tutti i diritti di nascita che mi avete donato su di Lui. Se vi presentate a me e mi apparite sotto gli occhi come sacerdote, è per immolarlo a vostra gloria. Lo lascio nelle vostre braccia per essere sacrificato. Non era ancora nato che già si era sacrificato alla morte, non è mai stato in possesso di se stesso. Già si è offerto a voi nel mio seno e ha rimesso in voi tutti i diritti che aveva su se stesso. Ma dato che a me lo avete donato, vuole anche che io ve lo presenti e che rinunci a tutti i diritti su di Lui. Mi privo dunque del mio tesoro nelle vostre mani e vi offro da parte della Chiesa ciò che ho di più caro al mondo, e di più grande in cielo e sulla terra, affinché, con questo voto solenne e con questa offerta pubblica di culto, io sia totalmente vostra”. [...].

*  *  *
Per partecipare allo spirito e alla grazia del santo mistero della Presentazione di Nostro Signore, dobbiamo rinnovare la consacrazione solenne che fece di noi stessi a Dio. Questa fu figurata dalle due colombe, immagini espressive non solo di Gesù, ma anche di tutti i cristiani che Dio voleva condurre alla perfezione, facendoli passare per i due stati che esse esprimono. Quella che veniva solamente immolata e di cui si spargeva il sangue, riguarda la nostra vita esteriore, che deve essere purificata dallo spirito di penitenza; l’altra, che veniva anche consumata nel fuoco, indica la nostra vita interiore, che deve essere trasformata in Dio con la carità.
Questa consacrazione di tutte le sue membra che Nostro Signore fece allora in generale, la Chiesa l’ha rinnovata per ciascuno di noi in particolare, nel momento in cui ci ha inserito nel numero dei suoi figli con il santo Battesimo. [...].
Lo Spirito Santo, venendo a risiedere in voi col Battesimo, vi ha donato una nuova vita, che è la vita propria dei cristiani. Questa vita ha due parti: la morte al peccato e la vita in Dio. La prima è il fondamento della seconda, come san Paolo non cessa di ripetere: «O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte?» (Rm 6,3). Ovvero col Battesimo siamo stati rivestiti dei sentimenti interiori e delle disposizioni che Gesù aveva morendo, e che offrì per noi a Dio Padre. Ignorate forse che la grazia della sua morte, che ci deve far morire al peccato, ha coperto la nostra anima con il Battesimo così come l’acqua ha coperto il nostro corpo, «perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,4)? Cioè questa vita della quale abbiamo ricevuto parimenti la grazia attraverso questo Sacramento: lo Spirito Santo, infatti, se lo facciamo signore del nostro cuore, donandoci inclinazioni simili a quelle di Gesù Cristo risuscitato, fa sì, come conclude san Paolo, che siamo «morti al peccato e viventi in Dio, in Nostro Signore Gesù Cristo» (Rm 6,11).
Questa morte, per la quale bisogna entrare nella vita cristiana, non è altro che la rovina delle inclinazioni malvagie, che sono il rimanente della nostra prima nascita. In effetti, l’inclinazione disordinata dei sensi verso le creature resta sempre in noi dopo il Battesimo, ed è il martirio che ogni vero cristiano deve soffrire in spirito di penitenza: essere inclinato dai sensi verso le creature e non rimanervi mai attaccato. Siccome queste inclinazioni viziose ci portano a desiderare gli onori, le ricchezze e i piaceri, con il Battesimo lo spirito di Gesù Cristo ci attira all’umiltà, alla povertà, alla ricerca della mortificazione. Ed è la pratica di queste virtù ciò in cui consiste precisamente l’immolazione di noi stessi, che deve renderci simili a Gesù Cristo, e fare di noi e di Lui una sola vittima d’espiazione.
Considerate come nel mistero stesso della Purificazione, Gesù e Maria ci donino esempi mirabili di questi tre tipi di annientamento necessari a tutti i veri cristiani. Vi possiamo vedere l’annientamento verso l’onore. Il Figlio così come la Madre non vogliono essere nulla nella stima e nei cuori degli uomini: s’assoggettano alle leggi comuni dei peccatori e, benché contengano e portino nei loro cuori la santificazione del Tempio e quella di tutti gli uomini, sono guardati come criminali. Vi si può poi vedere l’annientamento alle grandezze e alle ricchezze del mondo, poiché Gesù e Maria, i più grandi e potenti della terra, ai quali tutto appartiene, appaiono nel Tempio come se fossero i più poveri, spogliati di tutte le comodità. È con l’offerta di due colombe che Maria riscatta suo Figlio: questa era l’offerta dei miserabili e dei più poveri tra i Giudei. Infine sono annientati in tutto loro stessi, non volendo aver niente ed essere nulla se non per immolarlo a Dio con un sacrificio totale; tale disposizione apparirà soprattutto sul Calvario, quando Gesù e Maria compiranno esteriormente ciò che figurava la colomba il cui sangue era stato sparso.
Ecco le virtù che dovete sforzarvi di praticare nella vostra condizione, se non volete rendere inutile l’offerta che Gesù Cristo ha fatto di voi nella sua Presentazione e rendere così infruttuosa la grazia del vostro Battesimo.

Tratto da: Vita interiore della Vergine Maria

Fonte: Il Settimanale di Padre Pio, 28.1.2018, fasc. n. 4

lunedì 6 gennaio 2020

L'Epifania in un aforisma di Chesterton. Santa Festa dell'Epifania ai nostri lettori


Fonte: I Tre Sentieri, 5.1.2020






Noveritis 2020


Rito romano

Nel rito parigino così come in quello ambrosiano è annunciata semplicemente la data della Pasqua:

Rito parigino

Rito ambrosiano

PVBLICATIO FESTORVM A.D. 2020

Noveritis, fratres carissimi, quod annuénte Dei misericordia, sicut de Nativitàte Domini nostri Jesu Christi gavisi sumus, ita et de Resurrectiòne ejùsdem Salvatoris nostri gaudium vobis annuntiàmus.

Die nona Febuàrii erit Dominica in Septuagésima.

Vigésima sexta ejùsdem dies Cinerum, et initium ieiunii sacratissimæ Quadragesimæ.

Duodécima aprilis sanctum Pascha Domini nostri Iesu Christi cum gaudio celebrabimus.

Vigésima prima Maji erit Ascensio Domini nostri Iesu Christi.

Trigésima prima ejùsdem Festum Pentecostes.

Undecima Junii Festum sanctissimi Còrporis Christi.

Vigesima nona Novémbris Dominica prima Adventus Domini nostri Iesu Christi, cui est honor et gloria, in sæcula sæculorum.

Amen.




mercoledì 1 gennaio 2020

L’incoronazione di Carlo Magno: Natale della Cristianità

In questo giorno dell’Ottava di Natale, in cui si fa memoria della circoncisione di N.S.G.C., rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei.

L’incoronazione di Carlo Magno: Natale della Cristianità

di Roberto de Mattei

Pubblichiamo la versione italiana di un articolo del prof. Roberto de Mattei pubblicato su The Remnant il 27 dicembre 2019.

Se c’è un momento di grazia e di conversione del cuore, questo è il Santo Natale, il giorno della Natività del Signore, il giorno da cui si contano gli anni del mondo. L’atmosfera familiare del giorno di Natale intenerisce i cuori più duri, ma soprattutto la bellezza della liturgia è capace di toccarli, come accadde allo scrittore francese Paul Claudel (1868-1955) il 25 dicembre 1886. Claudel era uno studente di diciotto anni che aveva abbandonato la pratica religiosa e vagava per le strade di Parigi, inquieto e insoddisfatto di sé, quando, la sera di Natale, entrò nella Cattedrale di Notre-Dame, mentre il coro stava cantando ciò che più tardi seppe essere il Magnificat.
«Io – racconta – ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro rispetto all’ingresso del Coro, a destra, dalla parte della Sacrestia. In quel momento capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla. Improvvisamente ebbi il sentimento lacerante dell’innocenza, dell’eterna infanzia di Dio: una rivelazione ineffabile! Cercando – come ho spesso fatto – di ricostruire i momenti che seguirono quell’istante straordinario, ritrovo gli elementi seguenti che, tuttavia, formavano un solo lampo, un’arma sola di cui si serviva la Provvidenza divina per giungere finalmente ad aprire il cuore di un povero figlio disperato: ‘Come sono felici le persone che credono!’ . Ma era vero? Era proprio vero! Dio esiste, è qui. È qualcuno, un essere personale come me. Mi ama, mi chiama. Le lacrime e i singulti erano spuntati, mentre l’emozione era accresciuta ancor più dalla tenera melodia dell’’Adeste, fideles’ […]».
Paul Claudel comprese quella sera, in un lampo, con invincibile evidenza, che la vita di ognuno di noi si spalanca davanti a una inesorabile alternativa: l’amore infinito di Dio o la dannazione eterna. Egli ricorda ancora: «È vero – lo confesso con il Centurione romano -, che Gesù era il Figlio di Dio. Era a me, Paul, che egli si rivolgeva e mi prometteva il suo amore. Ma, nello stesso tempo, se non lo seguivo, mi lasciava la dannazione come unica alternativa. Ah, non avevo bisogno che mi si spiegasse che cosa era l’Inferno: vi avevo trascorso la mia stagione. Quelle poche ore mi erano bastate per farmi capire che l’Inferno è dovunque non c’è Cristo. Che me ne importava del resto del mondo, davanti a quest’Essere nuovo e prodigioso che mi si era svelato?».
La vita di Paul Claudel divenne il tentativo di rimanere fedele alla grazia di quel Natale del 1886, «il giorno di Natale in cui ogni gioia è nata», come egli scriverà nella sua opera più famosa, L’Annonce faite à Marie (1912).

L’aspetto sociale del Santo Natale

Ma la festa del Santo Natale non ha solo un significato individuale e familiare: ha anche, e ha avuto nella storia, un significato sociale. Il grande abate di Solesmes Dom Prosper Guéranger (1805-1875), nel suo Année liturgique, ci ricorda tre momenti del Santo Natale legati alla storia d’Europa, alle sue più profonde radici cristiane.
Il primo di questi momenti è il battesimo di Clodoveo, avvenuto, secondo la tradizione, il 25 dicembre del 496.
Clodoveo era il re dei Franchi, un popolo ancora pagano, mentre il Cristianesimo si andava diffondendo in un’Europa in preda al caos e all’anarchia, dopo la caduta dell’Impero romano di Occidente, avvenuta venti anni prima. Egli aveva sposato una principessa cattolica del popolo dei Burgundi, Clotilde. Fu lei, con l’aiuto del santo vescovo di Reims, Remigio, a portare Clodoveo alla religione cattolica, conquistandone il cuore. Clodoveo si fece battezzare, nella notte di Natale del 496.
Lo storico dei Franchi Gregorio di Tours scrive che Clodoveo «si avvicinò al lavacro come un nuovo Costantino, per essere liberato dalla lebbra antica, per sciogliere in acqua fresca macchie luride createsi lontano nel tempo. E quando Clodoveo fu entrato nel Battistero, il santo di Dio così disse con parole solenni: ‘Piega quieto il tuo capo, o si cauto; adora quello che hai bruciato, brucia quello che hai adorato’».


François Louis Hardy de Juinne, dit Dejuinne, Battesimo di Clodoveo da parte di S. Remigio, 1837, castello di Versailles e Trianon, Versailles

Il battesimo di Clodoveo fu quello di un popolo che, con lui, entrava nella storia: i Franchi. E secondo dom Guéranger il supremo Signore degli eventi volle che il regno dei Franchi nascesse il giorno di Natale per incidere più profondamente l’importanza di un giorno così santo nella memoria dei popoli cristiani dell’Europa. Clodoveo, il fiero barbaro, divenuto mite come l’agnello, fu immerso da san Remigio nel fonte battesimale della salvezza, dal quale uscì purificato per inaugurare la prima monarchia cattolica fra le monarchie nuove, quel regno di Francia, il più bello – è stato detto – dopo quello dei cieli.

La conversione dell’Inghilterra

S. Agostino di Canterbury predica dinanzi al re Etelberto


Battesimo di Etelberto, re del Kent, da parte di S. Agostino di Canterbury



Madox Brown, Battesimo di Edwin (Edvino), re di Northumbria da parte di S. Paolino di Canterbury, 1879, Manchester Town Hall, Manchester

Passarono cento anni dalla conversione di Clodoveo. Salì sul trono pontificio un grande Papa, san Gregorio Magno. Nel 596, secondo quanto si ricorda, Papa Gregorio restò commosso nel vedere un gruppo di giovani biondi e belli come angeli, sul mercato degli schiavi di Roma. Chiese chi fossero. Gli fu risposto: Angli.
«Non Angli, ma Angeli», replicò il Papa, che a partire da quel momento decise di affidare ai monaci benedettini l’evangelizzazione dell’Inghilterra. Un gruppo di quaranta monaci, guidato da Agostino, poi detto di Canterbury, partì per l’isola degli Angli per propagare il Vangelo.
Agostino, dopo aver convertito al vero Dio il re Eteiredo, si diresse verso la città, già romana, di York, vi fece risuonare la Parola di vita, e un intero popolo si unì al proprio re per chiedere il Battesimo. Così allora accadeva: il battesimo del Re era quello di un popolo intero, legato al suo sovrano da vincoli di indissolubile fedeltà. Fu fissato il giorno di Natale per la rigenerazione di quei nuovi discepoli di Cristo; e il fiume che scorreva sotto le mura della città venne scelto per servire da fonte battesimale a un’armata di diecimila di catecumeni, non contando le donne e i bambini. Il rigore della stagione non arrestò i nuovi e ferventi discepoli del Bambino di Betlemme che scesero nelle acque per purificare le loro anime. «Dalle acque gelide – scrive dom Guéranger – uscì piena di gaudio e risplendente d’innocenza tutta un’armata di neofiti; e nel giorno stesso della sua nascita, Cristo contò una nazione di più sotto il suo impero». Sant’Agostino di Canterbury fu l’evangelizzatore della Britannia. Dall’Inghilterra e dall’Irlanda partirono poi, al seguito un altro grande missionario, san Bonifacio, i monaci che evangelizzarono la Germania.

L’incoronazione di Carlo Magno



Friedrich Kaulbach, Incoronazione di Carlo Magno, 1903, Maximilianeum, Monaco

Un altro illustre evento doveva ancora abbellire l’anniversario del Natale. Nella solennità di Natale dell’800, con l’incoronazione di Carlo Magno, a Roma, nacque il Sacro Romano Impero al quale era riservata la missione di propagare il regno di Cristo nelle regioni barbare del Nord, e di mantenere l’unità europea, sotto la direzione del Romano Pontefice.
Correva l’anno 800. Era il giorno di Natale. A Roma, nella Basilica di San Pietro, entrò un uomo maestoso, quasi sessantenne, la cui statura quasi da gigante esprimeva la forza indomabile del guerriero, mentre i bianchi capelli e la barba rivelavano una dolcezza straordinaria. Non era un uomo qualsiasi, si vedeva immediatamente. Quest’uomo era Carlo Magno, re dei Franchi, il popolo di Clodoveo, chiamato a Roma dal Papa perché mettesse la sua spada al servizio della Croce, contro i Longobardi.
Il re dei Franchi nell’anno Ottocento dopo Cristo ha già sottomesso gli aquitani e i longobardi; ha attraversato i Pirenei per domare in Spagna il potere minaccioso degli arabi; ha represso l’insurrezione dei sassoni e dei bavari; e sta in piena lotta con gli avari. Egli non è solo un guerriero. Sotto il suo influsso, le arti e le scienze fioriscono in tutta Europa. Amato moltissimo dai suoi sudditi, venerato dai suoi guerrieri, estende nelle terre che conquista la benefica influenza della Religione cattolica.
Ed ora, Carlo Magno, l’erede di Clodoveo, entra nella Basilica di San Pietro, in una notte di Natale, fredda per i rigori dell’inverno, ma calda per l’atmosfera di entusiasmo che regna nella Basilica. Il re dei Franchi si inginocchia, abbassa il capo, adorando Dio fatto uomo e implorando misericordia per i suoi peccati. Si batte il petto e ricorre all’intercessione della Vergine Maria, senza accorgersi che qualcuno gli si avvicina in silenzio rispettoso. Non è un semplice sacerdote o vescovo, è un Papa, un Papa santo. Le cronache raccontano che «nel momento in cui il re si levava dall’orazione, durante la Messa, dinanzi all’altare della confessione di San Pietro Apostolo, il Papa Leone III gli giunse vicino e pose sulla sua fronte scoperta una corona. Una corona nuova, non di Re ma di Imperatore».
Il Papa, san Leone III poneva la corona imperiale sul capo di Carlo Magno; e la terra attonita rivedeva un Cesare, un Augusto, non più successore dei Cesari e degli Augusti della Roma pagana, ma investito di quei titoli gloriosi dal Vicario di Colui che viene definito della Scrittura, il Re dei re, il Signore dei signori. Il popolo romano lo acclamò con queste parole: «a Carlo Augusto, coronato da Dio grande e pacifico imperatore dei Romani, vita e vittoria», mentre i franchi, battendo le lance sulle spade, levavano il grido «Natale, Natale», un grido che, dai tempi di Clodoveo, ricordava l’entrata del loro popolo nella storia.
Due giorni prima dell’incoronazione un monaco di San Saba e un monaco del Monte degli Olivi a Gerusalemme avevano offerto al re dei Franchi, da parte del Patriarca, «le chiavi del Santo Sepolcro e del Calvario e quelle della città e del monte Sion con una bandiera». Era un omaggio simbolico, una nuova aureola di santità cinta alla fronte del re che aveva steso la sua protezione oltre i mari, che doveva proteggere i cristiani di Palestina, di Siria, di Egitto, di Tunisia.
In quel Natale, nella Cattedrale del Vicario di Cristo, nacque l’Impero Cattolico d’Occidente, pilastro della Civiltà cristiana medioevale – come 800 anni prima, nello stesso giorno, era nato in una mangiatoia il Bambino Gesù.
Fondando la Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana, Gesù Cristo aveva posto in essa, in seme, tutte le potenzialità per generare una grande civiltà. Con l’espansione della Chiesa, con la conversione dei popoli lungo otto secoli, il seme si sviluppò, divenne una possibilità concreta, sbocciò, infine, nell’anno 800, nell’impero di Carlo Magno, benedetto e ratificato dalle mani di un santo successore di Pietro. Si aprì un’epoca in cui, come insegna Leone XIII nella enciclica Immortale Dei, «il sacerdozio e l’impero erano legati tra di loro da una felice concordia e dallo scambio amichevole di servigi» e «organizzata in tal modo, la società civile diede frutti superiori ad ogni aspettativa».
Un altro Papa, Giovanni Paolo II, nel 1200esimo anniversario dell’incoronazione di Carlo Magno, ha ricordato che «la grande figura storica dell’imperatore Carlo Magno rievoca le radici cristiane dell’Europa, riportando quanti la studiano ad un’epoca che, nonostante i limiti umani sempre presenti, fu caratterizzata da un’imponente fioritura culturale in quasi tutti i campi dell’esperienza. Alla ricerca della sua identità, l’Europa non può prescindere da un energico sforzo di recupero del patrimonio culturale lasciato da Carlo Magno e conservato lungo più di un millennio».
Carlo Magno fu grande non solo per le sue guerre vittoriose da un estremo all’altro d’Europa, ma soprattutto per la sua opera di restaurazione giuridica, culturale ed artistica, ispirata ai principi del Vangelo. In un’epoca di decadenza e di disordine, egli può essere considerato come il fondatore dell’Europa cristiana. Con il primo imperatore cristiano l’Occidente per la prima volta acquista coscienza di sé e si presenta sulla scena della storia consapevole della propria unità cristiana e romana.
L’incoronazione di Carlo Magno è inoltre un atto pubblico e simbolico di importanza universale, destinato a esprimere, per più di un millennio, la concezione della sovranità cristiana. La fonte dell’autorità è il rappresentante di Dio in terra, perché – in terra – non esiste autorità che non provenga da Dio. In questo senso l’incoronazione di Carlo Magno può essere considerata come il Natale della Cristianità.
Quella che fu un tempo la Cristianità oggi agonizza, sotto gli attacchi dei nemici esterni e interni e noi attendiamo con trepidazione un nuovo giorno di Natale, un giorno di nascita e di risurrezione per le nostre anime e per la società intera: il giorno benedetto, annunciato a Fatima, del trionfo della Chiesa e della restaurazione della Civiltà cristiana.