Sante Messe in rito antico in Puglia

domenica 2 febbraio 2020

Maria Santissima e l’offerta della Vittima

In questa domenica di Candelora, o della Purificazione della B.V. Maria o della Presentazione del Signore Gesù al Tempio, che chiude il Tempo di Natale, rilanciamo questo contributo di spiritualità.

Maestro di Castelseprio, Purificazione della Vergine o Prova delle Acque amare, VII-VIII sec., chiesa di Santa Maria foris portas, Castelseprio.

L'affresco, uno dei più antichi che si conosca sul tema della Purificazione della Vergine, attinge da un episodio narrato dal protovangelo di Giacomo ed il cui rituale è narrato nel libro dei Numeri (Nm 5, 11-28):
"Il sacerdote disse: «Restituisci la vergine che hai ricevuto dal tempio del Signore». Giuseppe versò allora calde lacrime. Il sacerdote proseguì: «Vi darò da bere l'acqua della prova del Signore che manifesterà ai vostri occhi i vostri peccati». E presala, il sacerdote la fece bere a Giuseppe e lo mandò verso la collina: e tornò poi sano e salvo. La fece bere anche a Maria e la mandò verso la collina: e tornò sana e salva. E tutto il popolo si stupì che non fosse apparso in loro alcun peccato. Disse allora il sacerdote: «Il Signore non ha manifestato i vostri peccati. Neppure io vi giudico». E li rimandò. Giuseppe riprese Maria e tornò pieno di gioia a casa sua glorificando il Dio di Israele" 
(Protovangelo di Giacomo 16)
 
Giuseppe Mastroleo, Presentazione di Gesù al Tempio con i SS. Ignazio di Loyola e Francesco Saverio, XVIII sec., Chiesa di San Domenico, Ruvo di Puglia


Presentazione al Tempio, litografia colorata del XIX sec.

Antica stampa del 1909


Stampa del 1934

S.. Simeone, incisione, XVIII sec.

Maria Santissima e l’offerta della Vittima

del ven. Jean-Jacques Olier

La Presentazione di Nostro Signore al Tempio è la cerimonia della Legge che spiega il santo mistero della morte e risurrezione di Cristo. Vi si scorge anche la purificazione e santificazione della Chiesa. E Maria, che tiene il posto della Chiesa nell’opera della nostra redenzione, vi partecipa più di ogni altro.

Il sacrificio di Nostro Signore, prefigurato da tutti i sacrifici della Legge, doveva, come questi, essere composto di quattro parti. La prima era l’offerta fatta a Dio, o presentazione solenne della vittima; la seconda la sua immolazione cruenta; la terza la consunzione nel fuoco; la quarta la comunione, con la quale da una parte Dio, sotto la figura del fuoco, e dall’altra il popolo, erano considerati far parte dalla stessa vittima in segno di perfetta riconciliazione. Per l’offerta che gliene era stata fatta, Dio s’appropriava talmente della vittima da non lasciargli più nemmeno l’uso di se stessa, in modo tale che essa non viveva più che per Lui. In segno di questa presa di possesso, il sommo sacerdote, quando gli si presentavano certe ostie nel Tempio, poneva le sue due mani su di esse da parte di Dio, rappresentando così il possesso perfetto con cui Dio Padre avrebbe preso un giorno Gesù Cristo, sua vera ostia. Quando suo Figlio venne al mondo, il Padre eterno mise in qualche modo sulla santa umanità le sue due mani, vale a dire il suo Verbo e il suo Spirito: il suo Verbo si appropriò della natura umana, e il suo Spirito ne prese un intero e irrevocabile possesso.
Se, dal momento dell’Incarnazione, il Figlio di Dio s’offrì così e fece voto di essere ostia e di servire suo Padre, ciò fu fatto nel segreto del grembo di Maria. Veniva tuttavia per rendere a Lui tutti i doveri ai quali gli uomini sono obbligati, i doveri esteriori e pubblici come quelli interiori e nascosti, e per rendere così sensibile agli uomini il suo culto verso il Padre. D’altronde il suo sacrificio, essendo fatto per la Chiesa che è visibile, doveva essere esso stesso visibile in tutte le sue parti. Bisognava dunque che ripetesse pubblicamente la sua offerta e in quale luogo doveva farlo, se non nel Tempio di Gerusalemme, il solo asilo della vera religione, nel Tempio dei Giudei, dei quali veniva a perfezionare la religione nella sua persona, per farla giungere sino a noi ed essere Egli stesso la fine della Legge antica e il principio della nuova.
Veniva a compiere, nella sua persona, fino all’ultima iota, tutto ciò che era stato predetto e prefigurato. Ora, era nel Tempio che dovevano essere offerte a Dio tutte le ostie, sue figure; bisognava dunque che fosse portato al Tempio di Gerusalemme e che vi reiterasse solennemente la sua offerta, rendendo così a Dio i suoi voti davanti al suo popolo, con un culto esteriore e pubblico: «Vota mea Domino reddam, in conspectu omnis populi eius» (Adempirò i miei voti al Signore, davanti a tutto il suo popolo: Sal 115,5). Per questo Maria, istruita dalle profezie che l’annunciavano e che lo rappresentavano, Lei che, avendo vissuto per circa dodici anni nel Tempio, aveva adorato mille volte in spirito il sangue del vero Figlio di Dio in quello delle vittime che vedeva versare ogni giorno, Maria, lo ha appena ricevuto in suo possesso, che desidera di andare al Tempio per rinunciare a tutti i suoi diritti su di Lui e lasciarlo nelle braccia di Dio Padre per sacrificarlo. Aveva un obbligo ben più stretto che nessun altro di presentare per se stessa questa ostia a Dio, dato che ai meriti di questa doveva tutte le grazie di cui si vedeva colma, e che sorpassavano quelle che la Chiesa intera avrebbe mai ricevuto. Maria, la più innocente delle creature, la sola esente da ogni macchia, la sola degna di accostarsi a Dio con confidenza, essendo la mediatrice della Chiesa, doveva Ella stessa offrire nel tempio a Dio Gesù Cristo, nostra ostia, e sacrificarlo in anticipo alla morte, come un giorno glielo avrebbe offerto sul Calvario. D’altronde, avendo Dio vietato che gli si presentassero vittime sacrificali rubate e volendo che ciascuna ostia gli fosse offerta dalle mani di Colui al quale apparteneva, toccava a Maria di presentargli questa ostia che la natura e la grazia le avevano donato così perfettamente e singolarmente. Infine bisognava che Maria compisse in questa occasione solenne ciò che era stato espressamente segnalato nella Legge, riguardo tanto a Lei che a Gesù Cristo, suo Figlio. Infatti Dio vi aveva prefigurato l’offerta pubblica che doveva fargli del suo Figlio al Tempio ordinando che gli si presentassero in quello stesso luogo tutti i bambini maschi primogeniti, immagini di Gesù Cristo.
«Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio – è scritto nella Legge –, porterà al sacerdote all’ingresso della tenda del convegno un agnello di un anno come olocausto e un colombo o una tortora in sacrificio di espiazione. Se non ha mezzi da offrire un agnello, prenderà due tortore o due colombi: uno per l’olocausto e l’altro per il sacrificio espiatorio» (Lv 12,2; 6; 8). Il doppio sacrificio da offrire, per il bambino e per la madre, l’uno in olocausto e l’altro per il peccato, esprimeva quello che Nostro Signore doveva offrire nella sua persona per operare la salvezza del mondo. Non era sufficiente, in effetti, che Maria ci donasse il Salvatore, ma c’era bisogno inoltre che fosse immolato realmente, tanto che, prima della morte cruenta che avrebbe dovuto soffrire a trentatré anni, né Lui, benché innocente, né la Chiesa, potevano entrare in Cielo: «Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (Lc 24,26).
Questa proibizione è prefigurata nella Legge, la quale dichiara la madre e il figlio immondi e li esclude dall’ingresso nel Tempio, immagine del Cielo, fino a che il sacrificio, prescritto per l’uno e per l’altro, non fosse stato offerto. «Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni» (Lv 12,2). Il numero di sette, che è misterioso, significa qui tutti i tempi che dovevano precedere l’Incarnazione. «L’ottavo giorno il bambino sarà circonciso e la madre rimarrà ancora trentatré giorni in questo stato immondo, durante i quali non toccherà nulla di santo e non entrerà nel santuario». Ciò significa che Nostro Signore rimarrà trentatré anni nella vergogna della nostra carne e della generazione di Adamo e che durante questo tempo non entrerà affatto nel santuario del Cielo, nel seno del Padre dove era stato generato e che avrebbe dovuto essere, in quanto Figlio, il luogo della sua dimora. Ciò figurava che anche la Chiesa sarebbe stata alla pari esclusa dal Cielo fin tanto che Gesù Cristo non fosse stato messo in croce. Se dunque Maria, benché innocente, rimase esclusa per trentatré giorni dall’ingresso nel Tempio e fu ritenuta immonda, è perché, dovendo presentarvi il sacrificio della Chiesa, era la figura reale della stessa Chiesa, ancora immonda e sporca, fino a che alla fine dei trentatré anni Gesù non fosse stato immolato sul Calvario, e allo stesso modo fosse consumato in Dio suo Padre attraverso la Risurrezione.
La morte e la Risurrezione del Salvatore, questi due sacrifici, o piuttosto queste due parti dello stesso sacrificio, erano prefigurate da quello che doveva offrire la madre di un figlio maschio. «Quando i giorni della sua purificazione per un figlio o per una figlia saranno compiuti – aggiunge Dio nella stessa Legge –, porterà al sacerdote all’ingresso della tenda del convegno un agnello di un anno come olocausto e un colombo o una tortora in sacrificio di espiazione. Il sacerdote li offrirà davanti al Signore e farà il rito espiatorio per lei» (Lv 12,6-7). [...]. Così Maria, riconoscendo in questo personaggio il rappresentante di Dio Padre, gli ridona da parte della Chiesa questa divina ostia e, dato che Gesù è la carne della sua carne, le ossa delle sue ossa, il sangue del suo sangue, sembra dire a Dio, in qualità di Madre: “Padre eterno, non l’ho che appena ricevuto che già ve lo porto e vi cedo tutti i diritti di nascita che mi avete donato su di Lui. Se vi presentate a me e mi apparite sotto gli occhi come sacerdote, è per immolarlo a vostra gloria. Lo lascio nelle vostre braccia per essere sacrificato. Non era ancora nato che già si era sacrificato alla morte, non è mai stato in possesso di se stesso. Già si è offerto a voi nel mio seno e ha rimesso in voi tutti i diritti che aveva su se stesso. Ma dato che a me lo avete donato, vuole anche che io ve lo presenti e che rinunci a tutti i diritti su di Lui. Mi privo dunque del mio tesoro nelle vostre mani e vi offro da parte della Chiesa ciò che ho di più caro al mondo, e di più grande in cielo e sulla terra, affinché, con questo voto solenne e con questa offerta pubblica di culto, io sia totalmente vostra”. [...].

*  *  *
Per partecipare allo spirito e alla grazia del santo mistero della Presentazione di Nostro Signore, dobbiamo rinnovare la consacrazione solenne che fece di noi stessi a Dio. Questa fu figurata dalle due colombe, immagini espressive non solo di Gesù, ma anche di tutti i cristiani che Dio voleva condurre alla perfezione, facendoli passare per i due stati che esse esprimono. Quella che veniva solamente immolata e di cui si spargeva il sangue, riguarda la nostra vita esteriore, che deve essere purificata dallo spirito di penitenza; l’altra, che veniva anche consumata nel fuoco, indica la nostra vita interiore, che deve essere trasformata in Dio con la carità.
Questa consacrazione di tutte le sue membra che Nostro Signore fece allora in generale, la Chiesa l’ha rinnovata per ciascuno di noi in particolare, nel momento in cui ci ha inserito nel numero dei suoi figli con il santo Battesimo. [...].
Lo Spirito Santo, venendo a risiedere in voi col Battesimo, vi ha donato una nuova vita, che è la vita propria dei cristiani. Questa vita ha due parti: la morte al peccato e la vita in Dio. La prima è il fondamento della seconda, come san Paolo non cessa di ripetere: «O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte?» (Rm 6,3). Ovvero col Battesimo siamo stati rivestiti dei sentimenti interiori e delle disposizioni che Gesù aveva morendo, e che offrì per noi a Dio Padre. Ignorate forse che la grazia della sua morte, che ci deve far morire al peccato, ha coperto la nostra anima con il Battesimo così come l’acqua ha coperto il nostro corpo, «perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,4)? Cioè questa vita della quale abbiamo ricevuto parimenti la grazia attraverso questo Sacramento: lo Spirito Santo, infatti, se lo facciamo signore del nostro cuore, donandoci inclinazioni simili a quelle di Gesù Cristo risuscitato, fa sì, come conclude san Paolo, che siamo «morti al peccato e viventi in Dio, in Nostro Signore Gesù Cristo» (Rm 6,11).
Questa morte, per la quale bisogna entrare nella vita cristiana, non è altro che la rovina delle inclinazioni malvagie, che sono il rimanente della nostra prima nascita. In effetti, l’inclinazione disordinata dei sensi verso le creature resta sempre in noi dopo il Battesimo, ed è il martirio che ogni vero cristiano deve soffrire in spirito di penitenza: essere inclinato dai sensi verso le creature e non rimanervi mai attaccato. Siccome queste inclinazioni viziose ci portano a desiderare gli onori, le ricchezze e i piaceri, con il Battesimo lo spirito di Gesù Cristo ci attira all’umiltà, alla povertà, alla ricerca della mortificazione. Ed è la pratica di queste virtù ciò in cui consiste precisamente l’immolazione di noi stessi, che deve renderci simili a Gesù Cristo, e fare di noi e di Lui una sola vittima d’espiazione.
Considerate come nel mistero stesso della Purificazione, Gesù e Maria ci donino esempi mirabili di questi tre tipi di annientamento necessari a tutti i veri cristiani. Vi possiamo vedere l’annientamento verso l’onore. Il Figlio così come la Madre non vogliono essere nulla nella stima e nei cuori degli uomini: s’assoggettano alle leggi comuni dei peccatori e, benché contengano e portino nei loro cuori la santificazione del Tempio e quella di tutti gli uomini, sono guardati come criminali. Vi si può poi vedere l’annientamento alle grandezze e alle ricchezze del mondo, poiché Gesù e Maria, i più grandi e potenti della terra, ai quali tutto appartiene, appaiono nel Tempio come se fossero i più poveri, spogliati di tutte le comodità. È con l’offerta di due colombe che Maria riscatta suo Figlio: questa era l’offerta dei miserabili e dei più poveri tra i Giudei. Infine sono annientati in tutto loro stessi, non volendo aver niente ed essere nulla se non per immolarlo a Dio con un sacrificio totale; tale disposizione apparirà soprattutto sul Calvario, quando Gesù e Maria compiranno esteriormente ciò che figurava la colomba il cui sangue era stato sparso.
Ecco le virtù che dovete sforzarvi di praticare nella vostra condizione, se non volete rendere inutile l’offerta che Gesù Cristo ha fatto di voi nella sua Presentazione e rendere così infruttuosa la grazia del vostro Battesimo.

Tratto da: Vita interiore della Vergine Maria

Fonte: Il Settimanale di Padre Pio, 28.1.2018, fasc. n. 4

lunedì 6 gennaio 2020

L'Epifania in un aforisma di Chesterton. Santa Festa dell'Epifania ai nostri lettori


Fonte: I Tre Sentieri, 5.1.2020






Noveritis 2020


Rito romano

Nel rito parigino così come in quello ambrosiano è annunciata semplicemente la data della Pasqua:

Rito parigino

Rito ambrosiano

PVBLICATIO FESTORVM A.D. 2020

Noveritis, fratres carissimi, quod annuénte Dei misericordia, sicut de Nativitàte Domini nostri Jesu Christi gavisi sumus, ita et de Resurrectiòne ejùsdem Salvatoris nostri gaudium vobis annuntiàmus.

Die nona Febuàrii erit Dominica in Septuagésima.

Vigésima sexta ejùsdem dies Cinerum, et initium ieiunii sacratissimæ Quadragesimæ.

Duodécima aprilis sanctum Pascha Domini nostri Iesu Christi cum gaudio celebrabimus.

Vigésima prima Maji erit Ascensio Domini nostri Iesu Christi.

Trigésima prima ejùsdem Festum Pentecostes.

Undecima Junii Festum sanctissimi Còrporis Christi.

Vigesima nona Novémbris Dominica prima Adventus Domini nostri Iesu Christi, cui est honor et gloria, in sæcula sæculorum.

Amen.




mercoledì 1 gennaio 2020

L’incoronazione di Carlo Magno: Natale della Cristianità

In questo giorno dell’Ottava di Natale, in cui si fa memoria della circoncisione di N.S.G.C., rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei.

L’incoronazione di Carlo Magno: Natale della Cristianità

di Roberto de Mattei

Pubblichiamo la versione italiana di un articolo del prof. Roberto de Mattei pubblicato su The Remnant il 27 dicembre 2019.

Se c’è un momento di grazia e di conversione del cuore, questo è il Santo Natale, il giorno della Natività del Signore, il giorno da cui si contano gli anni del mondo. L’atmosfera familiare del giorno di Natale intenerisce i cuori più duri, ma soprattutto la bellezza della liturgia è capace di toccarli, come accadde allo scrittore francese Paul Claudel (1868-1955) il 25 dicembre 1886. Claudel era uno studente di diciotto anni che aveva abbandonato la pratica religiosa e vagava per le strade di Parigi, inquieto e insoddisfatto di sé, quando, la sera di Natale, entrò nella Cattedrale di Notre-Dame, mentre il coro stava cantando ciò che più tardi seppe essere il Magnificat.
«Io – racconta – ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro rispetto all’ingresso del Coro, a destra, dalla parte della Sacrestia. In quel momento capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla. Improvvisamente ebbi il sentimento lacerante dell’innocenza, dell’eterna infanzia di Dio: una rivelazione ineffabile! Cercando – come ho spesso fatto – di ricostruire i momenti che seguirono quell’istante straordinario, ritrovo gli elementi seguenti che, tuttavia, formavano un solo lampo, un’arma sola di cui si serviva la Provvidenza divina per giungere finalmente ad aprire il cuore di un povero figlio disperato: ‘Come sono felici le persone che credono!’ . Ma era vero? Era proprio vero! Dio esiste, è qui. È qualcuno, un essere personale come me. Mi ama, mi chiama. Le lacrime e i singulti erano spuntati, mentre l’emozione era accresciuta ancor più dalla tenera melodia dell’’Adeste, fideles’ […]».
Paul Claudel comprese quella sera, in un lampo, con invincibile evidenza, che la vita di ognuno di noi si spalanca davanti a una inesorabile alternativa: l’amore infinito di Dio o la dannazione eterna. Egli ricorda ancora: «È vero – lo confesso con il Centurione romano -, che Gesù era il Figlio di Dio. Era a me, Paul, che egli si rivolgeva e mi prometteva il suo amore. Ma, nello stesso tempo, se non lo seguivo, mi lasciava la dannazione come unica alternativa. Ah, non avevo bisogno che mi si spiegasse che cosa era l’Inferno: vi avevo trascorso la mia stagione. Quelle poche ore mi erano bastate per farmi capire che l’Inferno è dovunque non c’è Cristo. Che me ne importava del resto del mondo, davanti a quest’Essere nuovo e prodigioso che mi si era svelato?».
La vita di Paul Claudel divenne il tentativo di rimanere fedele alla grazia di quel Natale del 1886, «il giorno di Natale in cui ogni gioia è nata», come egli scriverà nella sua opera più famosa, L’Annonce faite à Marie (1912).

L’aspetto sociale del Santo Natale

Ma la festa del Santo Natale non ha solo un significato individuale e familiare: ha anche, e ha avuto nella storia, un significato sociale. Il grande abate di Solesmes Dom Prosper Guéranger (1805-1875), nel suo Année liturgique, ci ricorda tre momenti del Santo Natale legati alla storia d’Europa, alle sue più profonde radici cristiane.
Il primo di questi momenti è il battesimo di Clodoveo, avvenuto, secondo la tradizione, il 25 dicembre del 496.
Clodoveo era il re dei Franchi, un popolo ancora pagano, mentre il Cristianesimo si andava diffondendo in un’Europa in preda al caos e all’anarchia, dopo la caduta dell’Impero romano di Occidente, avvenuta venti anni prima. Egli aveva sposato una principessa cattolica del popolo dei Burgundi, Clotilde. Fu lei, con l’aiuto del santo vescovo di Reims, Remigio, a portare Clodoveo alla religione cattolica, conquistandone il cuore. Clodoveo si fece battezzare, nella notte di Natale del 496.
Lo storico dei Franchi Gregorio di Tours scrive che Clodoveo «si avvicinò al lavacro come un nuovo Costantino, per essere liberato dalla lebbra antica, per sciogliere in acqua fresca macchie luride createsi lontano nel tempo. E quando Clodoveo fu entrato nel Battistero, il santo di Dio così disse con parole solenni: ‘Piega quieto il tuo capo, o si cauto; adora quello che hai bruciato, brucia quello che hai adorato’».


François Louis Hardy de Juinne, dit Dejuinne, Battesimo di Clodoveo da parte di S. Remigio, 1837, castello di Versailles e Trianon, Versailles

Il battesimo di Clodoveo fu quello di un popolo che, con lui, entrava nella storia: i Franchi. E secondo dom Guéranger il supremo Signore degli eventi volle che il regno dei Franchi nascesse il giorno di Natale per incidere più profondamente l’importanza di un giorno così santo nella memoria dei popoli cristiani dell’Europa. Clodoveo, il fiero barbaro, divenuto mite come l’agnello, fu immerso da san Remigio nel fonte battesimale della salvezza, dal quale uscì purificato per inaugurare la prima monarchia cattolica fra le monarchie nuove, quel regno di Francia, il più bello – è stato detto – dopo quello dei cieli.

La conversione dell’Inghilterra

S. Agostino di Canterbury predica dinanzi al re Etelberto


Battesimo di Etelberto, re del Kent, da parte di S. Agostino di Canterbury



Madox Brown, Battesimo di Edwin (Edvino), re di Northumbria da parte di S. Paolino di Canterbury, 1879, Manchester Town Hall, Manchester

Passarono cento anni dalla conversione di Clodoveo. Salì sul trono pontificio un grande Papa, san Gregorio Magno. Nel 596, secondo quanto si ricorda, Papa Gregorio restò commosso nel vedere un gruppo di giovani biondi e belli come angeli, sul mercato degli schiavi di Roma. Chiese chi fossero. Gli fu risposto: Angli.
«Non Angli, ma Angeli», replicò il Papa, che a partire da quel momento decise di affidare ai monaci benedettini l’evangelizzazione dell’Inghilterra. Un gruppo di quaranta monaci, guidato da Agostino, poi detto di Canterbury, partì per l’isola degli Angli per propagare il Vangelo.
Agostino, dopo aver convertito al vero Dio il re Eteiredo, si diresse verso la città, già romana, di York, vi fece risuonare la Parola di vita, e un intero popolo si unì al proprio re per chiedere il Battesimo. Così allora accadeva: il battesimo del Re era quello di un popolo intero, legato al suo sovrano da vincoli di indissolubile fedeltà. Fu fissato il giorno di Natale per la rigenerazione di quei nuovi discepoli di Cristo; e il fiume che scorreva sotto le mura della città venne scelto per servire da fonte battesimale a un’armata di diecimila di catecumeni, non contando le donne e i bambini. Il rigore della stagione non arrestò i nuovi e ferventi discepoli del Bambino di Betlemme che scesero nelle acque per purificare le loro anime. «Dalle acque gelide – scrive dom Guéranger – uscì piena di gaudio e risplendente d’innocenza tutta un’armata di neofiti; e nel giorno stesso della sua nascita, Cristo contò una nazione di più sotto il suo impero». Sant’Agostino di Canterbury fu l’evangelizzatore della Britannia. Dall’Inghilterra e dall’Irlanda partirono poi, al seguito un altro grande missionario, san Bonifacio, i monaci che evangelizzarono la Germania.

L’incoronazione di Carlo Magno



Friedrich Kaulbach, Incoronazione di Carlo Magno, 1903, Maximilianeum, Monaco

Un altro illustre evento doveva ancora abbellire l’anniversario del Natale. Nella solennità di Natale dell’800, con l’incoronazione di Carlo Magno, a Roma, nacque il Sacro Romano Impero al quale era riservata la missione di propagare il regno di Cristo nelle regioni barbare del Nord, e di mantenere l’unità europea, sotto la direzione del Romano Pontefice.
Correva l’anno 800. Era il giorno di Natale. A Roma, nella Basilica di San Pietro, entrò un uomo maestoso, quasi sessantenne, la cui statura quasi da gigante esprimeva la forza indomabile del guerriero, mentre i bianchi capelli e la barba rivelavano una dolcezza straordinaria. Non era un uomo qualsiasi, si vedeva immediatamente. Quest’uomo era Carlo Magno, re dei Franchi, il popolo di Clodoveo, chiamato a Roma dal Papa perché mettesse la sua spada al servizio della Croce, contro i Longobardi.
Il re dei Franchi nell’anno Ottocento dopo Cristo ha già sottomesso gli aquitani e i longobardi; ha attraversato i Pirenei per domare in Spagna il potere minaccioso degli arabi; ha represso l’insurrezione dei sassoni e dei bavari; e sta in piena lotta con gli avari. Egli non è solo un guerriero. Sotto il suo influsso, le arti e le scienze fioriscono in tutta Europa. Amato moltissimo dai suoi sudditi, venerato dai suoi guerrieri, estende nelle terre che conquista la benefica influenza della Religione cattolica.
Ed ora, Carlo Magno, l’erede di Clodoveo, entra nella Basilica di San Pietro, in una notte di Natale, fredda per i rigori dell’inverno, ma calda per l’atmosfera di entusiasmo che regna nella Basilica. Il re dei Franchi si inginocchia, abbassa il capo, adorando Dio fatto uomo e implorando misericordia per i suoi peccati. Si batte il petto e ricorre all’intercessione della Vergine Maria, senza accorgersi che qualcuno gli si avvicina in silenzio rispettoso. Non è un semplice sacerdote o vescovo, è un Papa, un Papa santo. Le cronache raccontano che «nel momento in cui il re si levava dall’orazione, durante la Messa, dinanzi all’altare della confessione di San Pietro Apostolo, il Papa Leone III gli giunse vicino e pose sulla sua fronte scoperta una corona. Una corona nuova, non di Re ma di Imperatore».
Il Papa, san Leone III poneva la corona imperiale sul capo di Carlo Magno; e la terra attonita rivedeva un Cesare, un Augusto, non più successore dei Cesari e degli Augusti della Roma pagana, ma investito di quei titoli gloriosi dal Vicario di Colui che viene definito della Scrittura, il Re dei re, il Signore dei signori. Il popolo romano lo acclamò con queste parole: «a Carlo Augusto, coronato da Dio grande e pacifico imperatore dei Romani, vita e vittoria», mentre i franchi, battendo le lance sulle spade, levavano il grido «Natale, Natale», un grido che, dai tempi di Clodoveo, ricordava l’entrata del loro popolo nella storia.
Due giorni prima dell’incoronazione un monaco di San Saba e un monaco del Monte degli Olivi a Gerusalemme avevano offerto al re dei Franchi, da parte del Patriarca, «le chiavi del Santo Sepolcro e del Calvario e quelle della città e del monte Sion con una bandiera». Era un omaggio simbolico, una nuova aureola di santità cinta alla fronte del re che aveva steso la sua protezione oltre i mari, che doveva proteggere i cristiani di Palestina, di Siria, di Egitto, di Tunisia.
In quel Natale, nella Cattedrale del Vicario di Cristo, nacque l’Impero Cattolico d’Occidente, pilastro della Civiltà cristiana medioevale – come 800 anni prima, nello stesso giorno, era nato in una mangiatoia il Bambino Gesù.
Fondando la Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana, Gesù Cristo aveva posto in essa, in seme, tutte le potenzialità per generare una grande civiltà. Con l’espansione della Chiesa, con la conversione dei popoli lungo otto secoli, il seme si sviluppò, divenne una possibilità concreta, sbocciò, infine, nell’anno 800, nell’impero di Carlo Magno, benedetto e ratificato dalle mani di un santo successore di Pietro. Si aprì un’epoca in cui, come insegna Leone XIII nella enciclica Immortale Dei, «il sacerdozio e l’impero erano legati tra di loro da una felice concordia e dallo scambio amichevole di servigi» e «organizzata in tal modo, la società civile diede frutti superiori ad ogni aspettativa».
Un altro Papa, Giovanni Paolo II, nel 1200esimo anniversario dell’incoronazione di Carlo Magno, ha ricordato che «la grande figura storica dell’imperatore Carlo Magno rievoca le radici cristiane dell’Europa, riportando quanti la studiano ad un’epoca che, nonostante i limiti umani sempre presenti, fu caratterizzata da un’imponente fioritura culturale in quasi tutti i campi dell’esperienza. Alla ricerca della sua identità, l’Europa non può prescindere da un energico sforzo di recupero del patrimonio culturale lasciato da Carlo Magno e conservato lungo più di un millennio».
Carlo Magno fu grande non solo per le sue guerre vittoriose da un estremo all’altro d’Europa, ma soprattutto per la sua opera di restaurazione giuridica, culturale ed artistica, ispirata ai principi del Vangelo. In un’epoca di decadenza e di disordine, egli può essere considerato come il fondatore dell’Europa cristiana. Con il primo imperatore cristiano l’Occidente per la prima volta acquista coscienza di sé e si presenta sulla scena della storia consapevole della propria unità cristiana e romana.
L’incoronazione di Carlo Magno è inoltre un atto pubblico e simbolico di importanza universale, destinato a esprimere, per più di un millennio, la concezione della sovranità cristiana. La fonte dell’autorità è il rappresentante di Dio in terra, perché – in terra – non esiste autorità che non provenga da Dio. In questo senso l’incoronazione di Carlo Magno può essere considerata come il Natale della Cristianità.
Quella che fu un tempo la Cristianità oggi agonizza, sotto gli attacchi dei nemici esterni e interni e noi attendiamo con trepidazione un nuovo giorno di Natale, un giorno di nascita e di risurrezione per le nostre anime e per la società intera: il giorno benedetto, annunciato a Fatima, del trionfo della Chiesa e della restaurazione della Civiltà cristiana.

Per l'inizio del Nuovo Anno civile




Cfr. Primo giorno dell'anno: “Veni Creator”, invocazione dello Spirito Santo per l'anno nuovo, in State et tenete traditiones, 1.1.2019

Invocazione dello Spirito Santo per l’anno nuovo, in Tradidi quod et accepi, 1.1.2018

giovedì 26 dicembre 2019

“Ascese Stefano perché discese Cristo”. Un sermone di S. Fulgenzio per la festa del Primo Martire

In onore di S. Stefano protomartire, rilanciamo questo sermone di S. Fulgenzio di Ruspe.

















Jean-Baptiste de Champaigne, Martirio di S. Stefano, XVII sec., collezione privata

Constantin Meunier, S. Stefano, 1867

“Ascese Stefano perché discese Cristo”. Un sermone di S. Fulgenzio per la festa del Primo Martire

Per offrire ai Lettori spunti di meditazione, riproduciamo parte di un sermone di S. Fulgenzio di Ruspe (lezione IV, V e VI del Mattutino del 26 dicembre) sul martirio del santo Levita che fu lapidato dai furibondi Giudei cui – essendo cattolico e non seguace della giudaizzante Nostra Aetate e di tutto il cascame del dialogo giudaico-cristiano nelle sue versioni progressista e conservatrice – predicava la necessaria loro conversione a quel Gesù annunziato dai Profeti e da loro inchiodato alla Croce.


Ieri abbiam celebrato la nascita temporale del nostro Re sempiterno: oggi celebriamo la passione trionfale d’un soldato. Infatti, ieri il nostro Re rivestito della nostra carne, uscendo dall’aula di un seno verginale, si degnò di visitare il mondo: oggi un soldato, uscendo dall’abitazione del suo corpo, salì trionfante al cielo. Quegli, conservando la maestà della natura divina ed eterna e prendendo l’umile veste della carne, entrò nel campo di questo mondo per combattere; questi, deposto l’indumento corruttibile del suo corpo, salì al palazzo celeste per regnare eternamente. Quegli discese coperto del velo della carne, questi salì incoronato del suo sangue.
Questi salì dopo essere stato lapidato dai Giudei, perché quegli era disceso fra la gioia degli Angeli. «Gloria a Dio nel più alto dei cieli», ieri cantavano esultanti i santi Angeli: oggi festanti ricevettero Stefano nella loro compagnia. Ieri il Signore uscì dal seno della Vergine: oggi il soldato è uscito dall’ergastolo della carne. Ieri Cristo per noi fu involto in panni oggi Stefano fu da lui rivestito della stola dell’immortalità. Ieri l’angusto presepio portò Cristo bambino: oggi l’immensità del cielo ricevette Stefano trionfante. Il Signore è disceso solo per elevare molti: il nostro Re umiliò se stesso per esaltare i suoi soldati.
Ma ci è necessario conoscere, o fratelli, con quali armi munito Stefano poté vincere la crudeltà dei Giudei, e meritare sì glorioso trionfo. Stefano adunque, per meritare di ricevere la corona che il suo nome significa, aveva per armi la carità, e con essa vinceva dappertutto. Per l’amore verso Dio non cedé al furore dei Giudei: per l’amore verso il prossimo intercedé per quelli che lo lapidavano. Per amore riprendeva gli erranti, perché si correggessero: per amore pregava per quelli che lo lapidavano, perché non fossero puniti. Armato della forza dell’amore vinse Saulo che inferociva crudelmente; e meritò d’avere compagno in cielo colui che aveva avuto persecutore sulla terra.

(S. Fulgenzio di Ruspe, Sermone 3 su Santo Stefano, PL XIV, 730-732)