Sante Messe in rito antico in Puglia

mercoledì 5 novembre 2014

Card. Brandmüller: "All'Europa in crisi serve una 'rivoluzione' cattolica!"

Oggi, memoria liturgica tradizionale dei SS. Zaccaria ed Elisabetta, genitori del Precursore, su segnalazione, ben volentieri rilancio sul blog questo magistrale intervento del card. Brandmüller tenuto lo scorso 25 ottobre a Norcia.

* * * * * * *

ALL’EUROPA IN CRISI SERVE UNA «RIVOLUZIONE» CATTOLICA. IL CARDINALE BRANDMÜLLER SPIEGA PERCHÉ

Pubblichiamo lo splendido intervento del cardinale Walter Brandmüller, presidente emerito del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, alla giornata di commemorazione del 50° anniversario della proclamazione di san Benedetto patrono d’Europa, che si è tenuta sabato 25 ottobre a Norcia. Intervento sul tema «Il contributo della Chiesa al futuro dell’Europa».

di Walter Brandmüller

Da quando - avviato dai grandi europeisti e cattolici Adenauer, De Gasperi e Schumann - si è messo in moto il processo di unificazione europea, nelle conferenze, nelle pubblicazioni e così via, si evocano le radici cristiane dell’Europa, di quell’Europa la cui identità spirituale e culturale, cresciuta in questi due millenni, risale a un’eredità garantita dai nomi Atene, Gerusalemme e Roma. Di Mecca e Medina non si parlerà nel presente contesto.
Ma non è di questo che ci occuperemo oggi. Il nostro sguardo si volge piuttosto verso il futuro e domandiamo: che contributo può dare la Chiesa cattolica - che ci ha trasmesso questa eredità e continua a tramandarla ancora oggi - per plasmare l’Europa del futuro, affinché diventi degna dell’uomo, umana e quindi anche corrispondente alla volontà del Creatore?
Non dimentichiamo, poi, che la Chiesa non è solo annunciatrice del Vangelo di Gesù Cristo, ma si è sempre compresa anche come custode del patrimonio spirituale naturale, del vero, del buono e del bello. La grazia presuppone la natura. Perciò, ancor prima dell’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo, il contributo della Chiesa al futuro dell’Europa consiste nel ripristino - per così dire - delle basi naturali della vita umana, della società umana.

LA REALTÀ SOCIALE ATTUALE

Per comprendere che si tratta di una necessità vitale è sufficiente uno sguardo anche solo superficiale alla realtà sociale attuale. Essa mostra, in tempi preindustriali, inaridimenti morali inimmaginabili.
Possiamo citare qualche esempio. La vita e la salute della popolazione vengono messe in pericolo attraverso la produzione e la distribuzione di generi alimentari avariati. Imprenditori edili utilizzano materiali scadenti con il rischio che gli edifici crollino. Operatori economici causano, attraverso speculazioni sconsiderate, il caos dei mercati finanziari. Bambini vengono rapiti, mutilati, uccisi, per commerciare i loro organi in tutto il mondo. Dietro a discutibili ricerche di biotecnologia si nascondono grandi interessi finanziari. A ciò si aggiunge il decennale scandalo dell’aborto, al quale corrisponde in maniera sempre crescente l’eutanasia. E qui mi fermo.
Tutte queste cose, che fanno ormai parte del quotidiano e quindi vengono sempre meno percepite, sono indizi di una decadenza dell’umanità e della cultura - un ritorno alla barbarie - di dimensioni quasi impensabili. É possibile - ed è questa una domanda inquietante - è possibile costruire su queste basi un’Europa in cui valga la pena vivere? Un’Europa che possiamo augurare alle generazioni future?

LA LEGGE MORALE NATURALE

È dunque arrivata l’ora della Chiesa, dei cattolici.
Al centro c’è in primo luogo la legge morale naturale, della quale la Chiesa cattolica si considera e si dimostra da sempre protagonista. La legge morale naturale non è affatto una specialità cattolica, una norma che esiste solo per i cattolici. Per questo l’annuncio etico dei pontefici si rivolge “a tutti gli uomini di buona volontà”, giacché le norme e i principi indicati non risultano solo dalla rivelazione biblica, bensì dall’essenza dell’uomo e del inondo, dalla loro natura. È in questo senso che parliamo anche di legge naturale. Contro di essa si solleva naturalmente l’energica protesta della scuola giuspositivista, che vuole riconoscere come diritto soltanto ciò che è stato dichiarato norma e legge da una autorità legislativa legittimata, qualunque essa sia.
Così, però, si spiana la strada a un relativismo incontrollabile del diritto, le cui conseguenze non possono che far fallire detta teoria.
Il dilemma del giuspositivismo diventa eclatante se si prendono per esempio i processi di Norimberga. Non può esservi alcun dubbio sul fatto che il violento regime nazionalsocialista sia giunto al potere in maniera legale. Gli organi costituzionali da esso creati avevano pertanto un potere anche legislativo -legittimo. Dunque, le leggi da essi promulgate, che vietavano i cosiddetti matrimoni misti, che ordinavano la sterilizzazione forzata dì persone affette da presunte tare ereditarie e l’uccisione di persone con disabilità mentale, e tante altre ancora, secondo il giuspositivismo erano indubbiamente norma vigente.
Era dunque legittimo processare e punire quanti avevano applicato quelle leggi? O erano solo vittime innocenti di una giustizia vendicativa delle potenze vincitrici? In sintesi, lo spunto giuspositivista porta fuori strada e conduce al caos.
Quel che rimane è la legge morale naturale, che risulta dall’ordine metafisico che abita l’intero creato ed è riconoscibile con la ragione. È ciò che la Chiesa ha annunciato sin dalle sue origini, e che è stato sviluppato e spiegato dalla filosofia e dalla teologia scolastica- t l’unica base solida della vita morale individuale e sociale.
Non era possibile non aspettarsi che la Chiesa, annunciando questa legge morale, riscontrasse una forte opposizione da parte dei diversi sistemi filosofici dell’epoca moderna, e nemmeno in futuro le cose cambieranno.
Bisogna però ricordare che, così come la natura umana è la stessa nello spazio e nel tempo, se la vita individuale e sociale deve funzionare, anche l’agire morale dell’uomo deve orientarsi a principi e norme che attraversano lo spazio e il tempo, risultanti dalla natura-persona dell’uomo.
Nell’enciclica Veritatis splendor Papa Giovanni Paolo Il osserva a tale proposito: “solo nell’obbedienza alle norme morali universali l’uomo trova piena conferma della sua unicità di persona e possibilità di vera crescita morale [...]. Queste norme costituiscono, infatti, il fondamento incrollabile e la solida garanzia di una giusta e pacifica convivenza umana, e quindi di una vera democrazia” (n. 96).
“Così, solo una morale che riconosce delle norme valide sempre e per tutti, senza alcuna eccezione, può garantire il fondamento etico della convivenza sociale, sia nazionale che internazionale” (n. 97).
Si tratta qui di un complesso di principi e di norme che - è bene ripeterlo - esisteva già molto prima di qualunque legislazione, poiché è radicato nell’ordine dell’essere stesso, e al quale ogni legislazione deve misurarsi se vuole avanzare la pretesa di essere giusta. Già Graziano affermava: “Ius autem dictum, quia iustum est”, ovvero “è diritto ciò che è giusto”, e non il contrario: “è giusto ciò che è diritto”.

LA VERITÀ

Se il primo contributo che la Chiesa può dare è il riferimento alla fondamentale importanza della legge naturale per il futuro dell’Europa, il secondo consiste nel far comprendere’ alla società che cosa significa per lei la verità.
Che la sola menzione di questo termine susciterà una tempesta di obiezioni, lo accettiamo tranquillamente. Pilato ha trovato molti successori sia nell’antichità, sia più recenti. E non c’è fine alle definizioni della verità.
Tuttavia: le - chiamiamole - correnti di pensiero filosofico ostili alla verità - poiché di sistemi non si può certo parlare - che si sono fatte sentire soprattutto a partire dal tardo XVII secolo, dovranno pure accettare che si domandi loro quali frutti sociali, culturali e politici ha dato la loro dimenticanza della verità.
Ci sono anzitutto gli utilitaristi come Thomas Hobbes, John Stewart Mill o Auguste Conte, per i quali iI criterio decisivo dell’azione umana è la sua utilità, ovvero il successo. Un esempio classico di utilitarismo applicato è il sommo sacerdote Caifa, che, tra le altre cose, giustifica la condanna a morte di Gesù dicendo che è meglio che muoia una persona sola piuttosto che soffra l’intero popolo. Che le accuse che vengono rivolte siano vere o meno non ha nessuna importanza per l’utilitarista.
Poi c’è il pragmatismo - prodotto tipicamente americano del XIX secolo -, il quale insegna che la verità non ha un significato proprio, ma risulta dall’utilità di un pensiero per affrontare le questioni pratiche. Il criterio della verità è la fattibilità. Qui va ricordato Ponzio Pilato, che crea pace e ordine a Gerusalemme, cede al popolo, libera l’idolo della folla Barabba e fa crocifiggere Gesù. Anche lui non si pone la questione della verità.
Ancor più radicale è il relativismo, che annuncia con enfasi che una verità assoluta, completa, e quindi anche norme morali generalmente valide, non esistono, che non possono esistere, poiché ogni riconoscimento dipende dalle circostanze individuali o storico-culturali, che sono in costante mutamento. Chi invece afferma di aver riconosciuto la verità, e così soggetto eo ipso al giudizio di condanna e alla dura intolleranza dei relativisti, che però, assolutizzando il loro relativismo in questo modo, lo portano all’assurdo.
Non dovrebbe essere troppo sbagliata la constatazione che le cause delle grandi catastrofi politico-culturali del XX secolo, come anche dei fenomeni attuali di decadenza appena citati, risiedono - forse anche in maniera prevalente - in questo atteggiamento mentale molto diffuso, per il quale la verità non è rilevante.
Occorre quindi porre grande enfasi sulla riscoperta dell’importanza della verità per il nostro pensiero e la nostra azione. Le domande decisive non devono essere “a che serve” o “è fattibile?”, bensì: “è vero?”, “corrisponde a verità?”. Porre questi interrogativi anche solo in relazione alla vita ecclesiale significherebbe dare un primo contributo a ciò che Benedetto XVI ha definito “liberazione dalle forme di mondanità” e che Papa Francesco esige.
La risposta presuppone necessariamente l’esistenza e la riconoscibilità di una verità sovrasoggettiva. Senza di essa, la comunicazione tra le persone o le comunità è impossibile. Senza di essa si giunge all’atomizzazione della società, nella quale poi i singoli “atomi”, ovvero le persone, stanno l’uno accanto o contro l’altro, il che non può che produrre il bellum omnium contra omnes e il homo homini lupus di Thomas Hobbes.
Le suddette correnti di pensiero dell’utilitarismo e del pragmatismo non vanno però rifiutate solo per le loro devastanti conseguenze pratiche, ma devono essere considerate insostenibili anche, e ancor più, per le loro contraddizioni interne. La verità della ragione, che nessuno mette in dubbio, sarebbe assurda senza l’esistenza e la riconoscibilità della verità. A che cosa servirebbe la ragione? Solo per dimostrare che la verità non esiste? Senza verità la ragione è inconsistente e quindi inutile.
In modo analogo, il fatto che esistono occhi e orecchie presuppone anche l’esistenza di forme e di colori, o di suoni e di rumori, se non vogliamo considerare gli occhi e le orecchie solo degli inutili capricci dell’evoluzione. Similmente, anche il relativismo porta se stesso all’assurdo. Se tutti hanno una verità individuale, è inevitabile che tante di queste verità si scontrino, si contraddicano. Ma poiché nel relativismo non esiste un criterio vincolante per il vero e il falso, ovvero il bene e il male, la conseguenza non può che essere la paralisi totale o il caos. Il relativismo si dimostra - anche per altre ragioni - una strada sbagliata del pensiero.
Di fatto esiste però l’esperienza diretta della verità, che viene confermata dalla realtà. La verità di una teoria medica viene confermata quando la sua applicazione porta alla guarigione. Se - tanto per indicare un altro esempio - è possibile, attraverso calcoli tisici-matematici, fare atterrare gli astronauti in un determinato quadrante della superficie lunare, è solo perché le leggi della fisica sulle quali poggia l’impresa e i calcoli che si basano su di esse sono veri. Poter toccare con mano, come in questi casi, l’adaequatio intellectus et rei, è un’esperienza intellettuale straordinaria!
A prescindere dal fatto che né la ragione umana, né l’universo possono essere spiegati da se stessi, ma solo come realtà creata, la cosa più sorprendente in ciò è la perfetta armonia, l’intrecciarsi, il riferimento reciproco del pensare e dell’essere, della verità e della realtà. Ciò però rimanda inevitabilmente a un’istanza che sovrasta e abbraccia tutto il pensare e l’essere, ovvero il Creator Spiritus.

LA TRASCENDENZA DI DIO

Se finora si è parlato dell’importanza fondamentale per il futuro dell’Europa - e del mondo - di una riscoperta della legge morale naturale e della verità, il riferimento appena fatto al Creatore del mondo e dell’uomo solleva il tema decisivo per antonomasia, ovvero “Dio”.
Proprio come la vita umana non può riuscire senza la legge morale naturale e il radicamento nella verità, così anche l’esistenza del inondo e dell’uomo non può essere concepita senza Dio. Si tratta dunque di rendere consapevole la società europea di oggi e di domani dei suo fondamentale riferimento trascendente.
Un individuo, una società, che non riconosce o che addirittura nega volutamente questo rapporto essenziale con la trascendenza, si preclude la dimensione decisiva dell’esistenza umana. Il fatto che a questo sia collegata, per principio, una rinuncia a ciò che è vero, buono, bello e santo, appare evidente se si tiene conto che la fonte di tutto il verumbonumpulchrum e sacrum finiti è il Creatore infinito ed eterno di ogni essere.
In sostanza, il contributo decisivo della Chiesa al futuro dell’Europa consiste nel tenere aperto l’accesso alla trascendenza.

IL METODO: “HUMANUM

Forse adesso qualcuno si stupirà che, pur spiegando il contributo della Chiesa al futuro dell’Europa, finora non è stata detta una sola parola sulla fede cristiana, la rivelazione e il Vangelo, quando in fondo la nuova evangelizzazione del nostro continente è una grande preoccupazione della Chiesa.
Che non c’è stata nessuna omissione ce lo dice Papa Benedetto XVI quando parla di un “cortile dei gentili”, alludendo allo spazio davanti all’antico tempio di Gerusalemme nel quale poteva entrare anche chi non era ebreo.
Prima ancora di qualsiasi annuncio del Vangelo, infatti, la Chiesa comprende se stessa anche come avvocata dell’uomo, dell’humanum. Per questo considera come suo compito anche la riparazione delle fondamenta umane. Si muove dunque in uno spazio pre-religioso e perciò può parlare con ogni interlocutore che sia privo di pregiudizi e aperto a un dibattito razionale. In tal anodo si possono creare i presupposti per l’annuncio e l’accoglimento del Vangelo. Cercando di riportare nella coscienza della società la legge morale naturale, l’importanza della verità e il riferimento a Dio del mondo e dell’uomo, essa prepara il terreno inaridito e avvelenato dalle ideologie del XX secolo per la semina del Vangelo.

LA FORZA DELL’ARGOMENTAZIONE

La domanda che si pone ora, però, è se un tale sforzo è destinato ad aver successo. Di certo c’è che la misura dell’influenza esercitata dalla Chiesa su una società che s’intende laica è determinata prima di tutto dal numero dei fedeli e dal loro peso sociale e politico. La Chiesa ha solo l’influenza e il potere che la società è disposta a concederle, Ciò però significa anche - e vorrei qui aprire una parentesi - che i fenomeni negativi nella storia più recente dell’Europa non sono nati dalla attuazione di principi cristiani, ma piuttosto dall’allontanamento da essi. t bene ricordare anche che i politici di oggi e di domani, diversamente da quelli del tardo XIX secolo e del periodo dopo la seconda guerra mondiale, non dispongono più di un braccio politico come quello rappresentato dai partiti cristiani del passato. A ciò sì aggiunge poi che i media, che determinano l’opinione pubblica, fatte sempre più rare eccezioni, si trovano in mani che certamente non sono disposte ad aiutare la missione della Chiesa.
Che possibilità hanno, dunque, la Chiesa e i cattolici di dare il contributo appena descritto al futuro dell’Europa?
Resta loro solo la forza dell’argomentazione. E questa argomentazione - a prescindere da tutto il resto - è una domanda, per di più utopistica: che aspetto potrebbe avere questa Europa, che genere di società potrebbe nascere, che cultura verrebbe creata, se l’Europa del domani, almeno nei suoi strati pensanti, si decidesse a porre alla base del modellamento di questo continente, che si sta sempre più unificando, la Magna Charta della comprensione cattolica dell’uomo e del mondo?
Significherebbe soltanto che sarebbero la legge naturale secondo la comprensione classica, il decalogo dell’Antico Testamento e il discorso della montagna del Nuovo Testamento a costituire il metro sul quale misurare le norme per la vita sia privata sia sociale. Non c’è alcun dubbio che una tale società sarebbe di gran lunga più umana di quella dove il potere del più forte riesce a spianare la strada allo sconfinato egoismo dell’individuo, dove il più debole non ha alcuna possibilità, e dove il danaro, il potere e il piacere sono considerati gli obiettivi massimi della vita.
Se, d’altro canto, all’intoccabilità della persona, alla responsabilità del singolo per il tutto, al rispetto verso il creatore e le creature, alla dignità del matrimonio e della famiglia, si attribuisse il “rango di costituzione”, certamente non ne conseguirebbe il paradiso in terra. Tuttavia, su queste fondamenta, nonostante la fragilità delle realizzazioni terrene, potrebbe nascere una società molto più umana rispetto a quella in cui viviamo oggi. Si tratta di un’utopia come quella della “pace perpetua” di Kant? Come dimostra l’utopia marxista di una società priva dì classi, le utopie dispiegano la propria forza, che nel caso di Marx è distruttiva. Allora perché anche l’utopia di un’Europa cristiana non dovrebbe dare prova della sua dinamica modellante, costruttiva?
Intanto l’Europa può guardare indietro a un secolo di catastrofi, nate come ultime conseguenze delle ideologie nazionalsocialista e marxista, il cui errore, così ostile all’uomo, si è dimostrato in maniera tanto perentoria. Nella tragica situazione storico-culturale attuale, si pone in effetti la domanda se questa Europa scossa dalle crisi non voglia tirare fuori la curiosità e il coraggio per osare l’ “esperimento cattolico”.
Tale domanda è un appello a tutte le persone che, per la loro preparazione e posizione sociale, possono influenzare la formazione di una coscienza pubblica che perlomeno non si chiuda al messaggio cristiano. Ciò significa che ognuno di noi, nel proprio ambito di vita, deve sostenere questo obiettivo con consapevolezza e tenacia.

martedì 4 novembre 2014

"O grappoli umani della vite di Dio, il vostro vino inebria la Chiesa, .... gloria alla potenza che vi ha assistito quando combatteste!" (Rabbula di Edessa, Inno ai martiri) . In onore dei neomartiri pakistani

Oggi, memoria di S. Carlo Borromeo, nonché dei SS. martiri Vitale ed Agricola, nell'Ottava di Tutti i Santi, la Gerusalemme celeste si arricchisce di due nuovi neo-martiri, assunti alla gloria di Dio dalla tribolazione di questo mondo. Col loro martirio, essi hanno lavato le loro vesti nel sangue dell'Agnello, avendolo seguito da vicino e testimoniato, sino all'effusione del sangue, la loro fede nell'Invincibile, di Colui che ha vinto la morte.



Spoglie di S. Carlo Borromeo prima che chi non ne sopportava lo sguardo lo ricoprisse di una maschera argentea

Si tratta di una coppia di giovani sposi pakistani, bruciati vivi in una fornace, dove si cuociono mattoni, perché blasfemi nei riguardi della religione islamica!
La notizia, riferita per prima dall'Agenzia Fides, è riportata dalle principali testate giornalistiche nazionali come Corriere della Sera, Repubblica, Il Giornale, La StampaLeggo, Il Foglio, ed internazionali come Pakistan Today, Pakistan Christian Post. Persino Avvenire l'ha rilanciata.
Emblematicamente la notizia è stata ignorata dall'Osservatore romano del 5.11.2014!!!
Che i neomartiri, Shahzad Masih (il marito) e Shama Bibi (la moglie), da ritenersi già vicini a Dio, nel loro giorno natalizio, preghino per noi e per la Chiesa!

* * * * * * *





Reliquie dei neomartiri

Pakistan. Due cristiani accusati di blasfemia arsi vivi in una fornace dove si cuociono i mattoni

Lahore – Una coppia di cristiani, lui il 26enne Shahzad e lei, la 24enne Shama, sono stati arsi vivi da una folla di musulmani, provenienti da cinque villaggi a Sud di Lahore , che li accusavano di aver commesso blasfemia, per aver bruciato delle pagine del Corano. Lo comunica all’Agenzia Fides l’avvocato cristiano Sardar Mushtaq Gill, difensore dei diritti umani, che è stato chiamato da altri cristiani e si è recato sul luogo del tragico avvenimento, il villaggio “Chak 59”, nei pressi della cittadina di Kot Radha Kishan, a sud di Lahore. I due, che lavoravano in una fabbrica di argilla, sono stati sequestrati e tenuti in ostaggio per due giorni, a partire dal 2 novembre, all’interno della fabbrica. Questa mattina alle ore 7.00 sono stati spinti nella fornace dove si cuociono i mattoni.
Come spiegato a Fides dall’avvocato Gill, l’episodio incriminato, cioè la supposta blasfemia, è relativo alla recente morte del padre di Shahzad. Due giorni fa Shama, ripulendo l’abitazione dell’uomo, aveva preso alcuni oggetti personali, carte e fogli dell’uomo, ritenuti inservibili, facendone un piccolo rogo. Secondo un uomo musulmano che ha assistito alla scena, in quel rogo vi sarebbero state delle pagine del Corano. L’uomo ha quindi sparso la voce nei villaggi circostanti e una folla di oltre 100 persone ha preso in ostaggio i due giovani. Stamane il tragico epilogo. La polizia, avvisata da altri cristiani, è intervenuta constatando il decesso e arrestando, per un primo interrogatorio, 35 persone. L’avvocato Gill dice a Fides: “E’ una vera tragedia, è un atto barbarico e disumano. Il mondo intero deve condannare fermamente questo episodio che dimostra come sia aumentata in Pakistan l’insicurezza tra i cristiani. Basta un’accusa per essere vittime di esecuzioni extragiudiziali. Vedremo se qualcuno sarà punito per questo omicidio”.

Fonte: Tempi, 4.11.2014.  

Messaggio del card. segretario di Stato in occasione del III Pellegrinaggio Summorum Pontificum


lunedì 3 novembre 2014

"Chiesa senza timone" e "No a capriole dottrinali"

Nell'odierna commemorazione dei fedeli defunti (spostata alla data odierna, nel calendario tradizionale, a causa della domenica), volentieri pubblico quest'articolo dell'ottimo Matzuzzi.


* * * * * * *

Chiesa senza timone, dice Burke. No a capriole dottrinali, dice Pell

di Matteo Matzuzzi

Roma. “C’è la forte sensazione che la chiesa sia come una nave senza timone”, dice il cardinale Raymond Leo Burke, prefetto della Segnatura apostolica e capofila dello schieramento conservatore che al Sinodo s’è opposto – con successo, almeno nella prima fase – alla ratifica delle tesi novatrici su divorziati risposati e omosessuali proposte da Walter Kasper lo scorso febbraio e fatte proprie in assemblea dal segretario speciale, mons. Bruno Forte. È proprio Kasper a finire nel mirino del porporato americano, uno di quei cardinali “che appoggiano e celebrano” la messa antica in latino e coram Deo che il Papa emerito Benedetto XVI, “monaco in clausura”, ha definito “grandi” in un recente messaggio spedito al delegato generale del Coetus Summorum Pontificum
“Da quando Kasper ha iniziato a diffondere la sua opinione – dice Burke in un’intervista apparsa sul sito Vida Nova – una parte della stampa ha fatto passare l’idea che la chiesa abbia intenzione di cambiare la sua disciplina. E questo ha creato gravi difficoltà pastorali. Il cardine della chiesa è il matrimonio. Se non insegniamo e viviamo bene questa realtà, siamo perduti. Finiamo di essere la chiesa”. Non ce l’ha con il Papa, assicura Burke, che però osserva come “ci siano persone che soffrono un po’ di mal di mare, perché sembra loro che la nave della chiesa abbia perso la bussola”. È la confusione “diabolica” di cui parlava il vescovo pellerossa di Philadelphia Charles Chaput dopo la disputa teologica aspra e serrata nell’Aula sinodale.
Una confusione che a giudizio del cardinale australiano George Pell, segretario per l’Economia, va eliminata al più presto, “entro i prossimi dodici mesi”, quelli che separano la chiesa dal Sinodo ordinario (e decisivo) sulla famiglia. Lo ha scritto nell’omelia letta dal suo segretario durante la messa in rito antico che s’è svolta qualche giorno fa alla Chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini. Pell era assente, bloccato da un malanno di stagione – “unico motivo per il quale non sono lì”, ha scritto per tacitare le voci maliziose su una  presa di distanza dal mondo tradizionalista decisa per motivi d’opportunità “politica”. Niente di tutto questo,  visto che il cardinale già arcivescovo di Sydney ha spronato, attraverso un lungo messaggio, i cattolici a organizzarsi, a prepararsi per la battaglia nelle diocesi tra chi vorrà ampliare e rendere definitive le aperture dei novatori e chi vorrà frenare, ribadendo che al mistero divino non appartiene solo la misericordia, ma anche santità e giustizia, come ha ripetuto il cardinale prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, Gerhard Ludwig Müller. Pell ha scelto di tornare sui temi sinodali durante l’annuale pellegrinaggio che ogni ottobre ricorda il motu proprio promulgato nel 2007 da Joseph Ratzinger che rendeva lecito e celebrabile il rito previsto dal messale di Pio V rivisto da san Giovanni XXIII, il Papa del Concilio.
Quest’anno, l’evento s’è concluso con il solenne pontificale celebrato all’altare della Cattedra, in San Pietro, dal cardinale Burke, al termine della lunga e lenta processione partita da Ponte Sisto. “Prima del prossimo ottobre, i cattolici devono lavorare per costruire un consenso che superi le divisioni correnti”, dice il porporato australiano, aggiungendo che “la pratica pastorale e gli insegnamenti possono essere cambiati solo attraverso il consenso”. Certo, osserva Pell, “la dottrina si sviluppa, nel senso che si comprende la verità più profondamente, ma nella storia cattolica non ci sono capriole dottrinali”. E questo perché “la tradizione apostolica annunciata innanzitutto da Cristo e fondata nelle Scritture è la pietra di paragone per la verità e la genuina pratica pastorale”. Il Papa, in tutto questo, ha una funzione fondamentale: “Il ruolo del successore di san Pietro è sempre stato vitale per la vita cristiana e cattolica, soprattutto perché è pietra di paragone della fedeltà dottrinale ed è risolutore delle dispute, sia dottrinali sia pastorali. La chiesa non è fondata sulla roccia della fede di Pietro”, ha chiarito Pell: “È fondata su Pietro stesso”.

sabato 1 novembre 2014

Proclamazione del dogma dell'Assunzione il 1° novembre 1950

Il 1° novembre 1950, il venerabile Pio XII proclamò il dogma dell'Assunzione, in anima e corpo, della Beata Vergine Maria: l'ultimo dogma sinora proclamato e sancito dalla Chiesa. Davvero giorno assai adatto questo per la definizione dogmatica!

* * * * * * * *

Proclamation du dogme de l’Assomption le 1er novembre 1950

La Dormition (la mort paisible, tel un sommeil) et l’Assomption (la non corruption du corps et sa montée au ciel) de la Sainte Vierge sont unanimement célébrées dès l’époque patristique dans toutes les Eglises d’Orient & d’Occident. L’Église catholique a considéré que les traditions anciennes sur lesquelles ont été établies la célébration liturgique (outre le fait objectif qu’il n’y a jamais eu mention de reliques du corps de la Vierge Marie qu’une église aurait détenu) étaient conforme au dépôt de la Foi.
A partir du XIXème siècle, des pétitions commencent à affluer à Rome pour que soit officiellement défini le dogme de l’Assomption. De 1854 à 1945, huit millions de fidèles écriront à Rome en ce sens ! Chiffre auquel il faut ajouter les pétitions de 1 332 évêques (représentant 80 % des sièges épiscopaux) et 83 000 prêtres, religieux et religieuses. Face à ces demandes répétées, Pie XII, par l’encyclique Deiparae Virginis, publiée en mai 1946, demande à tous les évêques du monde de se prononcer sur la question. La réponse est quasi unanime : 90 % des évêques y sont favorables. La plupart des 10 % restant s’interrogent sur l’opportunité d’une telle déclaration, seulement six évêques émettant des doutes sur le caractère « révélé » de l’Assomption de Marie. A la suite de ces réponse, le Pape décide de proclamer solennellement le dogme de l’Assomption en 1950 au cours de célébrations magnifiques & grandioses, dont voici ci-dessous quelques photographies d’époque.
Notons que la proclamation dogmatique de l’Assomption reste à ce jour le seul & unique cas où l’infaillibilité pontificale, telle que définie au Concile de Vatican I, a été mise en oeuvre ; infaillibilité assise du reste sur la collégialité : tous les évêques du monde s’étaient prononcés sur la question, & la présence de 800 évêques autour du Pape lors de la proclamation ressemble à s’y méprendre à un concile.
D’une tradition enseignée par la liturgie & professée par les Pères & Docteurs des premiers siècles (dès saint Ephrem au IVème siècle), et paisiblement continuée durant l’histoire de l’Eglise, l’Assomption devint donc dès lors un dogme de foi que doivent tenir les catholiques. C’est un avis tout à fait personnel, mais il est possible que l’apparition croissante au cours du XXème siècle de pseudo-théologies contestataires & modernistes, de plus en plus irrespectueuses de la grande Tradition de l’Eglise, ait joué un rôle dans cette prise de décision du vénérable Pie XII, finalement prophétique…
La proclamation dogmatique ne se fit pas – comme on aurait pu s’y attendre – un 15 août mais le 1er novembre de l’Année Sainte 1950, jour de la Toussaint, situant ainsi Marie dans la communion de tous les saints.
Plus discutable fut la refonte des textes liturgiques de la fête du 15 août qui fut alors décidée. On trouvait que ces textes liturgiques, pourtant vénérables (ils avaient traversés les siècles depuis l’institution de la fête de l’Assomption à Rome par le Pape Théodore (642 † 649), d’origine constantinopolitaine), n’exprimaient pas suffisamment le mystère célébré. A dire vrai, c’était surtout l’évangile de la messe qui étonnait les mentalités contemporaines. En effet, on y chantait Luc 10, 38-42, soit le Christ chez Marthe & Marie. Ce passage pourtant était appliqué à la Sainte Vierge dans l’exégèse patristique et est utilisé également dans les rits byzantin & mozarabe pour la fête du 15 août, il s’agissait donc d’un patrimoine vraiment antique. Quant aux nouvelles pièces du chant liturgique qui furent élaborées en place des anciennes, on peut même noter une régression dans l’affirmation du mystère célébré (comparez ainsi l’antique offertoire : « Assumpta est Maria in cœlum : gaudent Angeli, collaudantes benedicunt Dominum, alleluia » avec le moderne composé en 1950 pour prendre sa place : « Inimitias ponam inter te et mulierem, et semen tuum et semen illius »).
Avant de laisser la place aux belles images des glorieuses cérémonies de 1950, rappelons que l’Assomption de la Vierge réaffirme « le caractère provisoire de notre mort corporelle qui, en style chrétien, prend le nom de sommeil et de dormition » (R.P. Martin Jugie (1878 † 1954), in « La mort et l’Assomption de la Sainte Vierge », chapitre « Opportunité et avantage de la définition solennelle de la doctrine de l’Assomption »), affirmation non négligeable à notre époque alors que ce développe une civilisation matérialiste qui nie le sens ultime de l’existence humaine.


1er novembre 1950 – Le chœur de Saint-Pierre de Rome durant la messe papale de la proclamation du dogme de l’Assomption de la Sainte Vierge. Le vénérable Pie XII se tient au fond de l’abside de la basilique Saint-Pierre, juste sous le reliquaire de la Chaire, lequel contient les restes de la chaire utilisée par l’Apôtre saint Pierre lorsqu’il enseignait à Rome.

« Le Ier novembre 1950, à l’exceptionnelle cérémonie, le monde catholique entier était en union de pensée avec ceux qui avaient pu venir. Huit cents évêques étaient autour du Souverain Pontife pendant la Messe Papale, offrant dans l’abside de Saint-Pierre le spectacle d’un concile œcuménique. »Mgr Pfister, Rome éternelle. Arthaud, 1954.

Les noms des 800 évêques présents lors de la proclamation du dogme de l’Assomption ont été gravés sur des grandes tables de marbres qui sont placées sur les portes d’entrée du narthex de la basilique Saint-Pierre. Les pèlerins peuvent toujours les voir.


« Vision vertigineuse prise du chemin de ronde de la coupole. Les proportions gigantesques, comme l’immensité de la foule sont ici manifestes. »Mgr Pfister, Rome éternelle.


« En ce matin de l’extraordinaire Toussaint de 1950, aucun mouvement de foule n’était possible durant la cérémonie. L’affluence dépassait le demi-million. La plupart avait préféré assister au rite de la définition du dogme à l’extérieur de la basilique. Ceux qui remplissaient l’intérieur, assistèrent à l’entrée du Saint Père et de son cortège, puis à cette Messe dans ce cadre aussi émouvant que grandiose. C’est l’instant si bouleversant de la Consécration. Tous sont à genoux, les Gardes Nobles et les Suisses font en outre le salut militaire. »Mgr Pfister, Rome éternelle.


Le Pape proclame la définition dogmatique de l’Assomption :
« Nous proclamons, déclarons et définissons que c’est un dogme divinement révélé que Marie, l’Immaculée Mère de Dieu toujours Vierge, à la fin du cours de sa vie terrestre, a été élevée en âme et en corps à la gloire céleste. »
Cette proclamation est faite selon les critères exprimés au Concile de Vatican I de 1870, à savoir ex cathedra, « c’est-à-dire lorsque, remplissant sa charge de pasteur et de docteur de tous les chrétiens, il définit, en vertu de sa suprême autorité apostolique, qu’une doctrine, en matière de foi ou de morale, doit être admise par toute l’Église, jouit par l’assistance divine à lui promise en la personne de saint Pierre, de cette infaillibilité dont le divin Rédempteur a voulu que fût pourvue l’Église, lorsqu’elle définit la doctrine sur la foi ou la morale. » (Saint Concile Vatican I).


5 novembre 1950. – Le vénérable Pape Pie XII salue S.E. Francis, cardinal Spellman, archevêque de New-York, à l’issue de l’audience spéciale accordée par le Saint Père aux très nombreux membres de la hiérarchie catholique qui ont assisté aux cérémonies solennelles de la proclamation du dogme de l’Assomption.


13 novembre 1950. – Le vénérable Pape Pie XII signe la bulle de la proclamation du dogme de l’Assomption de la Sainte Vierge dans son bureau privé, au Palais Apostolique.


Parmi les nombreux témoignages & souvenirs commémoratifs de la proclamation dogmatique, voici un timbre émis par la Poste Vaticane pour l’occasion.


"Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre Sanctórum ómnium" (Intr.) - IN FESTO OMNIUM SANCTORUM




L’autunno avanzato, la caduta delle foglie ingiallite, il lungo ciclo di domeniche dopo la Pentecoste, accompagnato da quel sentimento di melanconica stanchezza che ne compenetra l’ultimo periodo, ricordano all’anima i pensieri solenni dell’eternità e del mondo dell’oltretomba, a cui i giorni e gli anni che passano ci avvicinano. Il Veggente di Patmos ci fa per così dire anticipare la chiusura di questo lungo ciclo, dove è simboleggiata la dura vita della Chiesa militante: oggi solleva per noi un po’ il velo e ci mostra la Chiesa trionfante in tutto lo splendore della sua gloria.
All’inizio di questo periodo liturgico che va dalla Pentecoste all’Avvento, si annunciava che lo Spirito Paraclito avrebbe glorificato Gesù: Ille me clarificabit. Oggi si vede che ha tenuto fede alla sua promessa, spargendo sul corpo mistico del Salvatore una così grande santità che è stata il germe di una sì grande gloria.



Una festa collettiva di tutti i martiri, in relazione col trionfo pasquale del Redentore, appare in Siria fin dal IV sec.: in effetti, secondo la testimonianza di san Efrem, si celebrava in questo stesso giorno presso i siriaci una memoria di tutti i Martiri dell’universo (così ricorda D. Bickell, Sancti Ephræmi Syri carmina Nisibena, 6, Leipzig 1866, p. 23). Le solennità pasquali sembravano aver ricordato un po’ ovunque una commemorazione dei martiri. Il martirologio di Nicomedia degli anni intorno al 365 annuncia il venerdì di Pasqua una «memoria di tutti i confessori» (B. Mariani, Breviarium syriacum, Coll. Rerum ecclesiasticarum documenta, Series minor 3, Roma 1956, p. 34), memoria che è sempre iscritta il medesimo giorno nel calendario siriano (V. Grumel, La Chronologie, in P. Lemerle (a cura di), Traité d’études byzantines, tomo 1, Bibliothèque byzantine, Paris 1958, p. 338).
I bizantini la celebravano, al contrario, la domenica dopo la Pentecoste, detta Domenica di Tutti i Santi. La festa risaliva almeno all’inizio del V sec. La scelta di tale giorno aveva un profondo significato teologico, volendo esprimere l’idea che la santità è opera dello Spirito Santo. Detta festività era già nota a san Giovanni Crisostomo, il quale la conosceva come festa di tutti i Martiri e parlava di Εγκώμιον εις τους αγίους πάντας, του εν όλω των κόσμω μαρτυρήσαντες. In tale circostanza, infatti, vi pronunciò un sermone in onore di «tutti i santi martiri del mondo» (cfr. San Giovanni Crisostomo, Laudatio SS. Omnium qui Martyrum toto terrarum orbe sunt passi, in PG 50, col. 705C-712).
Nel VII sec., pure certe Chiese d’Occidente, e senza dubbio la stessa Chiesa romana per un breve periodo, avevano fatto dello stesso giorno la Dominica in natale Sanctorum (Cfr. per quanto riguarda la Gallia, v. il Messale di Bobbio dell’VIII sec., in PL 72, col. 524).
Vi si leggeva un passo dell’Apocalisse: Vidi turbam magnam ed anche il Vangelo delle Beatitudini. Per Roma, in particolare, si ha la testimonianza dell’Epistolario di Würzburg (in G. Morin, Le plus ancient Comes ou lectionnaire de l’Eglise romaine, in Revue bénédictine, 27 (1910), p. 58). Dom G. Morin pensa che questa festa potrebbe essere stata introdotta a Roma nel corso del VI sec. ed abolita da papa san Gregorio Magno con un certo numero di altre usanze greche.
Nella settimana dopo la Pentecoste, tuttavia, un’antica tradizione imponeva ai Romani il digiuno solenne dei Quattro Tempi con la grande veglia domenicale a San Pietro. Era impossibile, dopo la stanchezza di quella notte, celebrare ancora, nella mattinata, la solennità di tutti i Santi. Si rinunciò dunque all’uso bizantino e bisognò accontentarsi della festa del 13 maggio in onore dei martiri, un tempo istituita da Bonifacio IV (608-615). Questi, infatti, domandò all’imperatore Foca (602-610) «il tempio che si chiama Pantheon, nel quale egli fece la Chiesa della beata Maria sempre Vergine e di tutti i martiri» (L. Duchesne, Le Liber Pontificalis, Coll. Bibliothèque des Ecoles Françaises d’Athènes et de Rome, tomo 1, Paris 1886, p. 317), che consacrò il 13 maggio 609 o 610 al culto cristiano, dedicando l’antico tempio pagano, dov’erano venerati tutti gli dèi, alla Vergine Maria ed a tutti i Martiri, facendovi riporre le ossa di numerosi martiri prelevati dalle catacombe e lì trasportate su ben ventotto carri.
L’anniversario di questa dedicazione fu iscritta, da allora, nei sacramentari, al 13 maggio, ma il lezionario precisa che semper in die dominico celebratur ipsa sollemnitas (Th. Klauser, Das römische Capitulare Evangeliorum, Coll. Liturgiegeschichtliche Quellen und Forschungen 28, Münster in Westf, 1935, n. 132, p. 73).
Già nel 645, cioè una trentina di anni dopo la dedicazione, però, la stazione del venerdì di Pasqua, prevista dal Messale romano, era ad sanctam Mariam ad Martyres (Ibidem, n. 97, p. 24). Questo a riprova dell’antichità del culto di quella chiesa.
Tuttavia il pensiero di una solennità collettiva di tutti i santi, e non semplicemente dei martiri, guadagnava sempre più campo. Mentre in Oriente gli Iconoclasti distruggevano immagini e reliquie, ed in Italia, in pieno Latium, i cimiteri dei martiri giacevano nell’abbandono a causa delle continue incursioni dei longobardi nella campagna romana, Gregorio III (731-741) istituì, nella basilica vaticana, una speciale commemorazione quotidiana dei Santi di cui le diverse chiese della cattolicità celebravano il natale ed eresse, a tale scopo, in San Pietro, un oratorio espiatorio in onore, appunto, di tutti i Santi, Martiri e Confessori, «in honorem Salvatoris sanctæqua ejus Genitricis reliquias, sanctorumque apostolorum vel omnium sanctorum martyrum ac confessorum, perfectorumque justorum toto in orbe terrarum requiescentium» (Vita Operaque, Notitia historica in S. Gregorium papam III, in PL 89, col. 563A), cioè «in onore del Salvatore, della sua santa Madre, di tutti gli apostoli, dei martiri e di tutti i giusti pervenuti alla perfezione, che si sono addormentati sulla terra intera», ordinando ai monaci dei tre monasteri officianti la basilica di recarvisi ogni sera, dopo i Vespri, per celebrare un breve ufficio votivo in loro onore (L. Duchesne, op. cit., p. 421).
Allorché Roma celebrava da molto tempo una festa collettiva dei martiri nel tempo pasquale in accordo con numerose chiese, dalla Siria all’Irlanda, ecco che intorno all’anno 800 una nuova festa di Tutti i Santi cominciò a diffondersi in Inghilterra e nell’Impero carolingio (Si troveranno tutte i riferimenti che comporta lo studio delle origini della festa del 1° novembre nel commentario storico del Martyrologium romanum redatto da H. Delehaye e pubblicato come Propylaeum ad Acta Sanctorum decembris, Bruxelles 1940, pp. 488-489). Come però Roma venne a celebrare alle calende di novembre la festa di tutti i Santi, non è del tutto chiaro, come si dirà.
Un sinodo di Riesbach (concilium Rispacense), presieduto dal vescovo Arnone di Salisburgo, la incluse tra le feste non lavorative (nell’anno 798?) (MGH, Concilia, 2, pars 1, p. 197); Alcuino di York la qualificò sollemnitas sanctissima, precisando che essa doveva essere preceduta da un digiuno di tre giorni. È innegabile che quello che era l’ascoltatissimo consigliere di Carlo Magno prese a cuore la diffusione di questa festa. Se si presta fede ad Adone di Vienne, l’imperatore Ludovico il Pio (814-840), nell’834, avrebbe fissato la celebrazione di Tutti i Santi per tutti i suoi Stati il 1° novembre su domanda del papa Gregorio IV (827-844) e con il consenso dei vescovi (non è, tuttavia,  assolutamente certo che l’iniziativa venisse dal Papa anziché dallo stesso imperatore. Cfr. sul punto Michael Kunzler, Die Liturgie der Kirche, Paderborn 1995, trad. it. di Liborio Asciutto, La liturgia della Chiesa2, Milano 2003, p. 591, il quale ritiene che fu il papa a spingere l’imperatore Ludovico il Pio ad estendere la festa, nell’838, a tutto l’impero).
Evidentemente, Adone ha dalla sua di essere un contemporaneo della decisione che ricorda, ma il suo spirito fabulistico ci mantiene sulla riserva, atteso che alcun altro documento dell’epoca fa allusione a tale provvedimento.
Ad ogni modo è certo che la nuova solennità si diffuse assai rapidamente nel corso del IX sec. È, dunque, verosimile che essa raggiungesse alcune chiese di Roma, se non la loro totalità, a quell’epoca. Il Codice Barberini 637 attesta, infatti, la sua celebrazione nel X sec. nell’Urbe o suoi dintorni. Essa si presentava immediatamente come una festa solenne, poiché dotata di una vigilia al 31 ottobre, che fu soppressa solo nel 1955, e che aveva sino alla nostra epoca carattere penitenziale.
È certo, dunque, che l’antichità cristiana aveva inserito una commemorazione dei martiri e di tutti i santi nel tempo pasquale. Era chiaro il collegamento tra questo periodo e la festa dei santi come inizialmente fissata. Ma cosa poté portare a fare la scelta del 1° novembre per questa festa?
Non si potranno che formulare delle ipotesi. È certo che il 1° novembre contrassegnava, tanto a Roma quanto nei Paesi franchi o anglosassoni, l’inizio dell’inverno: Hiemis tempore, id est a kalendis novembris usque ad Pascha, recitava la Regola di san Benedetto nel cap. VIII, e, presso i Celti era un giorno di festa. «Bisogna concluderne che Ognissanti fu istituita per cristianizzare delle cerimonie care agli Anglosassoni o ai Franchi? Sebbene quest’idea non ripugna, occorrerebbe avere un principio di prova per sostenerla» (così riporta Jules Léon BaudotLéon Chaussin, Vies des Saints et des Bienheureux selon l’ordre du calendrier avec l’historique des fêtes par les RR. PP. Bénédictins de Paris, tomo XI, Paris 1954, p. 21, trad. mia). L’autore di quest’osservazione, J. Dubois, aggiunge: «È curioso osservare che in Gallia si aveva tentato, dal VI all’VIII sec., di mettere una festa dei santi al 1° novembre assegnandole dei personaggi il cui anniversario era sconosciuto: san Benigno di Digione, san Ludro di Déols, san Maturino di Larchant, sant’Austremonio dell’Alvernia, san Vigore di Bayeux, ecc.» (ibidem). Cfr. sulle tradizioni religiose della Gallia relative al 1° novembre, v. E. Renardet, Vie et croyances des Gaulois avant la conquête romaine, Paris 1975, pp. 186-187.
A noi è sufficiente aver percepito nella solennità di Tutti i Santi l’espressione più completa del culto collettivo dei martiri, che le traslazioni delle reliquie aveva messo in onore tra l’VIII ed il IX sec.
Allorché il culto delle reliquie poteva suscitare delle forme aberranti della religione e condurre alla superstizione, i papi hanno costantemente sottolineato a Roma l’esigenza spirituale di questo culto ed il suo orientamento essenzialmente cristologico. Il Cristo, del resto, non è il martyrum maximus præsul, secondo la magnifica espressione di un’iscrizione di san Lorenzo in Lucina contemporanea di Adriano I (O. Marruchi, Basiliques et églises de Rome, Paris 1902, tomo 3, p. 408)?
La Chiesa celebra gli anniversari dei martiri offrendo il sacrificio eucaristico de quo martyrium sumpsit omne principium (J. Deshusses, Le Sacramentaire grégorien, Coll. Spicilegium Friburgense, 16, Fribourg/Suisse, 1971, n. 245, p. 151. Il formulario data all’VIII sec.). L’ufficio che essa canta presso le loro reliquie glorifica il Padre di tutte le meraviglie che ha compiute in loro il Figlio nello Spirito Santo.
Secoli dopo, papa Sisto IV aggiunse un’ottava alla festa.
Gli altri giorni, la liturgia celebre la memoria di uno o di più santi in particolare. Oggi, al contrario, il Signore multiplicavit gentem et magnificavit lætitiam, secondo la parola di Isaia; perciò la glorificazione del Cristo e della Chiesa in questo giorno è completa.
Lo Spirito del Signore, come una misteriosa unzione di olio aromatico di cui parla il Salmista, si è sparsa su tutto il corpo mistico del Cristo, santificando tutti i suoi membri umili che siano, e preparandoli, per tale mezzo, ad una gloria sublime. Sono gli Apostoli, i martiri, i membri della gerarchia ecclesiastica, il laicato cattolico, i laboriosi operai, fino ai poveri schiavi su cui sono scesi il Paraclito, che li ha innalzati ad una santità eroica. Questo è il bel pensiero espresso in questo giorno dall’antifona di ingresso. La celebrazione annuale di Tutti i Santi invita, dunque, i cristiani a fissare i loro occhi, al di là dei loro umili resti, sul mondo invisibile in cui essi sono entrati seguendo la strada tracciata dalle Beatitudini. Per riferimenti adoperati, rinviamo a Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, pp. 103-106.
Notiamo oggi l’espressione così profonda con la quale la liturgia designa la Chiesa militante: il popolo fedele, cioè il popolo che va diritto davanti a sé verso l’eternità, con gli occhi e la luce della fede. Qual è la ricompensa di questa fede cattolica cresciuta, e continuamente vissuta, senza la quale nessuno può arrogarsi legittimamente il titolo di fedele? Fides quid tibi præstat? domanda ancora oggi la Chiesa ai catecumeni. – E questi rispondono: vitam æternam.
Siamo lieti di riportare oggi, in onore di tutti i Santi, la bella iscrizione composta da papa Damaso in memoria di tutti i giusti sepolti nel cimitero di Callisto:


HIC • CONGESTA • IACET • QVAERIS • SI • TVRBA • PIORVM
CORPORA • SANCTORVM • RETINENT • VENERANDA • SEPVLCHRA
SVBLIMES • ANIMAS • RAPVIT • SIBI • REGIA • CAELI
HIC • COMITES • XYSTI • PORTANT • QVI • EX • HOSTE • TROPHAEA
HIC • NVMERVS • PROCERVM • SERVAT • QVI • ALTARIA • CHRISTI
HIC • POSITVS • LONGA • QVI • VIXIT • IN • PACE • SACERDOS
HIC • CONFESSORES • SANCTI • QVOS • GRAECIA • MISIT
HIC • IVVENES • PVERIQVE • SENES • CASTIQVE • NEPOTES
QVIS • MAGE • VIRGINEVM • PLACVIT • RETINERE • PVDOREM
HIC • FATEOR • DAMASVS • VOLVI • MEA • CONDERE • MEMBRA
SED • CINERES • TIMVI • SANCTOS • VEXARE • PIORVM.

Qui, sappi che giace raccolta una schiera di giusti.
I sepolcri venerandi conservano i corpi dei Santi,
ma la reggia del cielo ha rapito a sé le anime elette.
Qui sono i compagni di Sisto, che innalzano i trofei riportati sul nemico;
Qui il gruppo degli anziani (Papi), che custodisce gli altari di Cristo;
Qui è deposto il Vescovo che visse nella lunga pace;
Qui i santi confessori (della fede) inviati dalla Grecia;
Qui giovani, ragazzi e vegliardi e le loro caste discendenze,
che vollero conservare la loro purezza verginale.
Qui, anch’io, Damaso, lo confesso, avrei voluto che le mie membra riposassero,
ma ebbi timore di disturbare il riposo delle ceneri sante dei Beati

(San Damaso I, Carmen XXXIII, De sepulcro suo, in PL 13, col. 407A-408A. Cfr. Antonio Baruffa, Le catacombe di San Callisto. Storia-Archeologia-Fede5, Città del Vaticano 2004, pp. 83-84; Fabrizio Bisconti - Danilo Mazzoleni, Le catacombe cristiane di Roma. Origini, sviluppo apparati decorativi, documentazione epigrafica, Regesburg 1998, pp. 175-176).
Quest’iscrizione si trovava nell’ipogeo dei Pontefici del III sec., nel luogo in cui, con Sisto II, erano sepolti quattro dei suoi diaconi, decapitati con lui, il Comites Xysti.
Il numerus procerum del quinto verso si riporta alla serie dei Pontefici sepolti nel cimitero di Callisto, da Zefirino sino a Milziade (salvo Callisto, Marcellino e Marcello).
Il Sacerdos che passò i suoi giorni in una lunga pace è generalmente identificato con il papa Milziade, che vide finalmente la pace della Chiesa sotto Costantino il Grande (Cfr. Henry Preston Vaughan Nunn, Christian Inscriptions, London 1920, p. 41; Mariano Armellini, Le catacombe romane, Roma 1880, p. 259; Orazio Marucchi, Éléments d’archéologie chrétienne2, vol. II, Paris-Rome 1903, p. 146. È stata anche avanzata la tesi, però, contrariamente a questa generale identificazione, che riterrebbe essere questo Sacerdos – termine che indicava propriamente il vescovo – il papa Marco).
I Confessores Sancti quos Græcia misit sono certamente i martiri Ippolito, Neone, Maria, Adria, Paolina, ecc., sepolti nel luogo chiamato l’arenario di Ippolito, mentre tra gli iuvenes, castique pueri, che conservarono intatto il giglio della loro verginità, deve essere contato dapprima l’accolito Tarcisio e la martire Cecilia, che riposava nelle vicinanze.
Con umiltà, Damaso declinò l’onore di essere sepolto in mezzo ai suoi predecessori nell’ipogeo papale; tuttavia, per essere vicino ai martiri, imitò il gesto del papa Marco e si fece costruire, a poca distanza, una cripta speciale, dove depose anche il corpo di sua madre Lorenza e di sua sorella Irene, vergine consacrata a Dio (Si tratta, per l’esattezza, dei martiri Ippolito, Adriano, Eusebio, Maria, Marta, Paolina, Valeria e Marcella: cfr. Agostino Amore, Eusebio, Marcella, Ippolito, Adria, Paolina, Neone, Maria. Martana e Aurelio, in Bibliotheca Sanctorum, vol. V, Roma 1991, coll. 272-274).




Carlo Saraceni, Il Paradiso, 1598, Metropolitan Museum of Art, New York

Pieter Pawel Rubens, I SS. intercedono per placare l'ira divina sul mondo, 1618-19, Musée des beaux-arts de Lyon, Lione


Pedro Atanasio Bocanegra, Vergine col Bambino venerata dagli angeli e dai Santi, 1667-74, Museo de Bellas Artes, Granada

José de Páez, La gloria del Cielo, 1771-72, Mission Carmel, Diocese of Monterey, Monterey