Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 7 febbraio 2015

Attacchi vetero-femministi contro il card. Burke

Nella memoria liturgica di S. Romualdo, abate e fondatore dell’ordine camaldolese, e del beato Pio IX, il papa dell’Immacolata e del Sillabo, rilancio questo contributo di Cristina Siccardi.

Maestranze napoletane, Busto-reliquiario di S. Romualdo, XVII sec., Eremo, Camaldoli

Giambattista Tiepolo, Madonna in gloria con i SS. Giorgio e Romualdo, 1735, Nuove Gallerie dell'Accademia, Venezia

Visione di S. Giovanni a Patmos, con Immacolata, Beato Pio IX ed i SS. Gabriele e Michele, Palazzo Apostolico, Città del Vaticano, Roma

Attacchi vetero-femministi contro il card. Burke

di Cristina Siccardi

Nel desolante alveo della fede che oggi siamo costretti a vivere, dove il fiele diventa bevanda quotidiana, c’è chi riesce, a mescerlo pubblicamente, scagliandosi con livore contro persone di adamantina ecclesialità. È possibile lanciare pietre, senza rispetto, contro un porporato dal profilo cattolico e dalla caratura teologica del cardinale Raymond Leo Burke? Oggi è possibile.
Lo ha fatto Gianni Gennari il 30 gennaio scorso con un articolo al vetriolo, pubblicato da “Vatican Insider”, dal titolo Se Burke non vuole le “chierichette”. Lo stratagemma escogitato dal giornalista-teologo (ordinato sacerdote nel 1965, fu vicino alle posizioni di Tonino Tatò – fondatore del “Movimento dei cattolici comunisti” nel 1943 – e di Enrico Berlinguer, del quale il primo divenne suo segretario. Gennari si sposò nel 1984, dopo aver ottenuto lo stato laicale) è quello di opporre il Cardinale, che tiene alta la bandiera degli insegnamenti perenni della Chiesa eludendo teologicamente alle mode mondane, al pensiero femminista, servendosi così di un obsoleto mezzo progressista che propagandava l’idea che la Chiesa fosse nemica della donna, intesa come categoria (gli odi emblematici seminati nelle società dal comunismo erano, è bene ricordarlo, uomo-donna, ricco-povero).
La sinistra ha sempre giocato sulla contrapposizione forzata fra uomo e donna, urtandosi evidentemente contro la civiltà cristiana (cristocentrica e mariana), e tale impostazione ideologica, purtroppo entrata nella Chiesa, elimina, con la menzogna e l’uguaglianza imposta di stampo illuminista, l’armonia e la bellezza degli opposti complementari, voluti e creati da Dio.
Il fatto che il cardinale Burke, che è stato Prefetto della Segnatura Apostolica, il Supremo Tribunale della Santa Sede, si allinei con la dottrina della Chiesa di sempre non dovrebbe scandalizzare le persone pensanti: le chierichette sono oggettivamente una presenza che disturba. Partiamo dall’etimologia, che chiarisce sempre al meglio i concetti: il termine «chierichetto» (piccolo chierico, piccolo sacerdote) deriva dal latino «clericus», forma aggettivale di clerus, indicante chi appartiene all’ordine sacerdotale.
Ebbene, «chierichetta» è la piccola chierica, ovvero la piccola sacerdotessa… basterebbe fermarsi qui per comprendere l’incompatibilità fra la bambina-ragazza e il servizio all’altare. In fondo, è molto semplice: esistono vocazioni diverse perché esistono sessi diversi. Lo scambio dei ruoli è molto pericoloso, crea competizioni sregolate, scompenso psicologico e organizzativo, caos e, soprattutto, profana l’ordine stabilito da Dio, di conseguenza distrugge l’equilibrio fra i rapporti umani. La Chiesa è sempre stata maestra di ordine e di armonia, di rispetto e di onore per Dio e, conseguentemente, per le persone e tra le persone, che, riverendo le leggi divine, non sono alterate dalle passioni terrene, quest’ultime vincolate al peccato originale: antagonismi, prevaricazioni, rivoluzioni non hanno ragion d’essere per chi riconosce il valore di ciascun ruolo.
Scriveva il Padre della Chiesa san Giovanni Crisostomo, commentando la seconda lettera a Timoteo: «Vedi come anche le donne erano ardenti, infiammate di fede; così Priscilla, così questa Claudia (…) si erano staccate nell’animo dalle faccende mondane, e maggiormente splendevano (…) La donna infatti porta su di sé una parte non piccola dell’organizzazione civile (…) e tanto meno in campo spirituale: può morire mille volte, se lo vuole, e molte sono state martirizzate; può custodire la castità, e meglio degli uomini, perché non è molestata da pari ardore; può mostrare modestia, dignità e illibatezza, senza di cui nessuno potrà vedere il Signore (Ebr 12, 14), e disprezzo per le ricchezze, se lo vuole: in breve, ogni altra virtù» (Omelie sulla seconda lettera a Timoteo, 10, 3).
Vedere ragazze con i pendenti ai lobi delle orecchie, che si aggiustano i capelli o che si guardano le unghie laccate, all’interno del presbiterio (dal greco πρεσβύτερος, presbýteros, «più anziano»; dal latino presbite, sacerdote, dunque il presbiterio è abitato da chi ha ricevuto una specifica e sacra Ordinazione) è qualcosa che stride non soltanto alla semantica lessicale, ma tanto più alla teologia, che si occupa delle cose di Dio e non di femminismo.
Il malevolo articolo è costruito sui luoghi comuni delle suffragette catto-comuniste e accusa la Chiesa di essere stata, nel passato, contro la figura femminile per partito preso, citando aneddoticamente san Pio X fra i persecutori beffardi delle donne. Sarebbe bene, proprio a tale proposito, invitare, chi dubita, a leggere i registri parrocchiali redatti di pugno da don Sarto (che parole utilizzava di encomio muliebre!) e i molteplici passi che questo Santo Pontefice scrisse nel suo copiosissimo carteggio ad onore proprio delle donne e fra questi spicca sua madre, Margherita Sarto, che egli amò, esaltò e venerò con la similare forza con la quale sant’Agostino amò, esaltò e venerò santa Monica. Le liriche parole, dettate dal cuore virile e non ideologico, che ritroviamo in questi santi, compreso don Bosco nei confronti di sua madre (il fondatore dei Salesiani profetizzò, il 6 gennaio 1870, una futura Roma «effemminata»), non si leggono in nessuna pagina progressista, sia laica che clericale.
Quando Gennari afferma che «la tendenza antifemminile è antica, in tutte le culture, e la troviamo anche nelle culture apparentemente moderne, non soltanto nella cultura cristiana e cattolica», mette ancor più in risalto la limpidezza dottrinale del cardinale Burke, autentico servitore della Chiesa, il quale non dice che «i tempi sono cambiati» e che le chierichette devono fare concorrenza ai chierichetti con accento rivendicativo, ma, in termini realistici e sacri, inneggia alle meraviglie della Sacra liturgia: in questa «“casa santa” (San Pietro), seguendo l’esempio della Madre di Dio e implorando la sua intercessione, scopriamo che il nostro unico “condividere” la nostra unica “eredità” è il Signore vivente per noi nella Chiesa e la nostra dimora permanente si trova in un popolo santo nella “comunione dei santi”» (Omelia del Cardinale Burke in San Pietro durante il pellegrinaggio Populus Summorum Pontificum 2014).
Molte vocazioni sono nate proprio da bambini, servendo all’altare, guardando il Tabernacolo e il sacerdote. Molto difficile che una chiamata arrivi in compagnia delle piccole chieriche.

giovedì 13 novembre 2014

Dalle fessure del Tempio all’errore in cattedra

L’errore sale sino alla Cattedra petrina? Un sacerdote-scrittore di romanzi porno-erotici spagnolo chiamato a Roma a discutere del ruolo della donna, in una Commissione di studio (Repubblica, che ne ha dato la notizia, parla di trenta “studiosi” impegnati per febbraio nella redazione di una relazione e di una prossima "rivoluzione"!). Ivi, incluso, ovviamente, la questione del sacerdozio muliebre. Eppure essa dovrebbe – nella Chiesa cattolica – ritenersi definitivamente acclarata da ultimo nel 1994 con la lett. ap. Ordinatio sacerdotalis, come aveva sancito pure la Congregazione per la dottrina della fede, presieduta dall’allora card. Ratzinger, nel 1995, in risposta ad un dubium (in L’Osservatore Romano, 19.11.1995, p. 2) e più volte ribadita negli anni successivi anche con l’assunzione di gravi provvedimenti verso coloro che attentavano all’Ordine sacro mediante l’ordinazione di donne o tentavano di celebrare l’Eucaristia. L’ultimo provvedimento assunto, nello scorso maggio, come ci si ricorderà è la scomunica nei confronti di Martha Heizer, co-fondatrice e presidente di Wir sind Kirche (Noi siamo Chiesa), e del marito.
Per cui si può rimettere in discussione una verità definitivamente sancita dalla Suprema Autorità senza cadere in eresia?

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Dalle fessure del Tempio all’errore in cattedra

di Mauro Faverzani

La saggezza degli antichi latini fornisce le coordinate del problema: «Contra facta non valet argumentum». È un fatto, dunque, che padre Pablo d’Ors si sia più volte espresso «assolutamente» a favore del sacerdozio femminile. L’ultima occasione è stata l’intervista da lui rilasciata al quotidiano “Repubblica” lo scorso 5 novembre.
Intervista durante la quale ha aggiunto: «Che la donna non possa essere prete per il fatto che Gesù era un uomo e che avesse scelto solo uomini è un argomento molto debole». Ed è un fatto anche il veto viceversa posto in modo chiaro ed impegnando il Magistero, quindi parlando come Pietro, da Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis il 22 maggio 1994, laddove scrisse: «Al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa». Specificando come ciò derivi dalle Sacre Scritture, dalla pratica costante della Chiesa e dal Suo vivente Magistero.
Dunque, nulla di improvvisato. Anche perché Cristo stesso «ha scelto quelli che ha voluto e lo ha fatto in unione col Padre, nello Spirito Santo, dopo aver passato la notte in preghiera». D’altronde, «il fatto che Maria Santissima, Madre di Dio e della Chiesa, non abbia ricevuto la missione propria degli Apostoli, né il sacerdozio ministeriale mostra chiaramente che la non ammissione delle donne all’ordinazione sacerdotale non può significare una loro minore dignità, né una discriminazione nei loro confronti, ma l’osservanza fedele di un disegno da attribuire alla sapienza del Signore dell’universo».
Piaccia o non piaccia a Padre d’Ors. Il quale tuttavia, anche in quest’ultima intervista, ha definito il sacerdozio femminile un «cambiamento necessario», spingendosi anzi a ritenere diversamente il reiterarsi di tale esclusione «una discriminazione inaccettabile». Incoraggiato dal fatto d’averne parlato «con moltissime donne», dettesi tutte favorevoli. È la Chiesa “parlamentare” della maggioranza, la sua. Ed anche questo è un fatto. Che lo oppone, però, diametralmente al Magistero petrino.
Ora, se la cosa fosse circoscritta alla semplice opinione, resterebbe un errore grave verso il quale valutare eventuali interventi disciplinari, ma non impegnerebbe alcuno, tanto meno la Chiesa in tal senso. Invece no. Cosa è cambiato? Il fatto che il Card. Ravasi abbia chiamato direttamente Padre d’Ors ad essere niente meno che uno dei trenta consiglieri, nominati in tutto il mondo, del Pontificio Consiglio della Cultura. Col benestare di papa Francesco. Che lui ricambia definendolo «un vero Pontefice, perché crea ponti intorno a sé». Come se i suoi predecessori fossero stati “falsi” o avessero creato distruzione… Ma non solo: al sacerdote ribelle è stato anche chiesto di presentare una relazione sul ruolo della donna nella Chiesa.
Come farsi sfuggire un’occasione simile? Tant’è che lui ha subito colto la palla al balzo, affrettandosi a dichiarare «ormai maturi i tempi per percorrere nuove strade». Padre d’Ors, romanziere dalle trame moralmente – a dir poco – disordinate, si definisce su “Repubblica” come uno «scrittore mistico, erotico e comico». Afferma espressamente che certamente «si può vivere senza un Dio», come fecero Einstein e Rousseau, perché «non credenti, ma capaci di esperienze spirituali profondissime», essendo in «contatto con la fonte della pienezza, si chiami Dio, essere o vita», ponendo così sullo stesso piano – e confondendoli – Creato e Creatore, quindi riducendo ed abbassando il Secondo al primo, non certo l’inverso. E già questo è molto duro, anzi impossibile da digerire.
Ma quel che il quotidiano “Repubblica” non dice è che Padre d’Ors si è già distinto in passato per le sue posizioni, per così dire, “estreme”. Ad esempio, il fatto d’esser non solo discepolo, bensì anche attivo promotore del buddhismo zen, come ricordato dall’agenzia InfoCatólica. Padre Giuseppe De Rosa, sull’autorevole “Civiltà Cattolica” del 20 agosto 1994, definì l’adesione consapevole di un cristiano al buddhismo come «un gesto che, oggettivamente, è di formale apostasia dalla fede cristiana».
Benedetto XVI ha definito «molto pericoloso» il fatto che sacerdoti insegnino tali pratiche, perché tali da comportare «la perdita delle fede e la perversione della relazione uomo-Dio», oltre ad un «disorientamento profondo dell’essere umano, cosicché alla fine l’uomo si sposa con la menzogna». Sono, insomma, «realtà distruttive ed opposte non solo alla fede cristiana, ma anche alla verità dell’essere umano stesso». Sin dalle loro preghiere, rivolte «ad altre divinità, che sono idoli».
La Congregazione per la Dottrina della Fede, nel documento Alcuni aspetti della meditazione cristiana del 1989, mette in guardia dai «rischi ed errori» derivanti dal tentativo «di fondere la meditazione cristiana con quella non cristiana», tentativo facile a degenerare in un «pernicioso sincretismo». Per tutta questa serie di valutazioni e per molte altre che si potrebbero addurre si capisce perché Padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, al giornalista del “The Irish Times” richiedente un commento sulle dichiarazioni di Padre Pablo d’Ors, abbia preferito non commentare.
Ma non si può nemmeno perennemente tacere, né tanto meno rimuovere i problemi, facendo finta che non esistano. Nonostante il gioco di sponda del quotidiano della Cei “Avvenire”, che ha pubblicato un ampio servizio sul sacerdote ribelle – ovviamente tacendone tutti gli aspetti compromettenti – lo stesso giorno in cui usciva la sua controversa intervista su “Repubblica”.
Padre d’Ors ritiene «un mistero» capire perché «papa Francesco» lo abbia «scelto». Affermazione impegnativa, questa. In ogni caso delle due, l’una: o papa Francesco era all’oscuro delle sue posizioni contrarie, anzi opposte al Magistero ed, in tal caso, dovrebbe chiedere le dimissioni del Card. Ravasi, che lo ha voluto nel Pontificio Consiglio della Cultura. Oppure ne era al corrente e le ha, quanto meno, accettate, quando non addirittura accolte. Il che aprirebbe indubbiamente un precedente a dir poco pericoloso (in realtà, sarebbe molto di più) dentro le mura vaticane. Che sono solide, ma, di fessura in fessura, rischiano di creparsi. O, come disse Paolo VI, di far entrare altro «fumo di Satana nella Chiesa». Di certo è evidente, lampante, incontestabile e patente come, in questa vicenda, l’errore sia stato messo in cattedra.