Sante Messe in rito antico in Puglia

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giovedì 9 aprile 2020

Carattere della liturgia della Settimana santa

Sebbene in quest’anno 2020 i riti della Settimana Santa siano stati ridotti e, comunque, resi non partecipati da parte dei fedeli, ecco, una bellissima meditazione sui riti preriformati della Settimana Santa (per ragguagli su questi, rinviamo a S. Carusi, La riforma della settimana santa negli anni 1951-1956, in Disputationes Theologicae, 28.3.2010) dell’insigne liturgista l’abate benedettino dom Emanuele Caronti. E si capisce perchè il mondo della Tradizione – a giusta ragione – non ha mai gradito, anzi ha stigmatizzato tutte le riforme pre e post-conciliari della Settimana Santa: colpendo questa si è voluto colpire al cuore la liturgia stessa della Chiesa, che, nelle parole del Caronti, “ha la sua massima applicazione nella settimana santa: si direbbe che ne è l’anima e la vita”. A dircelo è lo stesso Paolo VI nella sua Costituzione Apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969 (vqui), affermando: «Si è sentita l’esigenza che le formule del Messale Romano fossero rivedute e arricchite. Primo passo di tale riforma è stata l’opera del Nostro Predecessore Pio XII con la riforma della Veglia Pasquale e del Rito della Settimana Santa, che costituì il primo passο dell’adattamento del Messale Romano alla mentalità contemporanea». Il sospetto fondato è che la riforma liturgica solo a parole abbia voluto che “l’anno liturgico sia riveduto in modo che, conservati o restaurati gli usi e gli ordinamenti tradizionali dei tempi sacri secondo le condizioni di oggi, venga mantenuto il loro carattere originale per alimentare debitamente la pietà dei fedeli nella celebrazione dei misteri della redenzione cristiana, ma soprattutto nella celebrazione del mistero pasquale” (SC 107). Ma nei fatti si è trattato di una vera e propria opera di ristrutturazione. E c’è una bella differenza tra il restauro e la ristrutturazione: il primo è fondamentalmente conservativo e integrativo; la seconda è quasi esclusivamente innovativa: dell’antico si conserva solo qualche vestigia. Un particolare questo che non sfugge nemmeno a chi tradizionalista non è, come Domenico Pezzini: «Oggi, anche a partire da delusioni sempre più frequenti e dichiarate circa certi esiti della riforma liturgica, qualcuno sta accorgendosi che nella foga e nell’entusiasmo della purificazione postconciliare forse abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca. Da questo punto di vista la liturgia della Settimana santa è probabilmente il luogo più emblematico per evidenziare i problemi, proprio perché vi si celebrano eventi che sono insieme di denso contenuto emotivo e di profondo significato teologico, due aspetti della questione che invece di integrarsi rischiano di contrapporsi e di disintegrarsi. Il problema non è per niente teorico, e la storia della pietà cristiana è lì a dimostrarne l’intrinseca difficoltà […] Quando la liturgia era in latino, la gente vi partecipava certamente in forza di un precetto, ma non era questa la sola ragione, e non è neanche detto che non ne ricavasse niente, anzi. E questo proprio perché il muro costituito dal latino aveva di fatto stimolato la creazione di segni che fossero comprensibili per sé, che trasmettessero un messaggio senza che ci fosse bisogno di passare per la mediazione della parola. Tali erano, per esempio, il diverso colore dei paramenti, inventato per segnalare i diversi sentimenti che accompagnano lo svolgersi dell’anno liturgico, […] la velatura delle immagini durante la Quaresima a indicare un atteggiamento penitenziale, e altro ancora, cose che non avevano certo la finezza e l’articolazione delle spiegazioni verbali, ma che non erano meno importanti, in quanto erano dei metamessaggi che trasmettevano in modo globale e visibile un’idea, e suggerivano la risposta emotiva corrispondente. Ho l’impressione che una delle ricadute non felici della riforma liturgica sia stata l’alluvione di parole e il prosciugamento dei segni» (vqui).
Ed ecco perché io ho salutato felicemente l’indulto concesso dalla Santa Sede a celebrare i solenni riti della Settimana Santa e della Quaresima in generale con le cosiddette Rubriche del ’52… facendo gli scongiuri che non venga ritirato, ma anzi confermato in via definitiva al termine di questo quinquennio dato “ad experimentum”. Ne gioirebbe lo stesso Abate Caronti, che quelle riforme, da buon benedettino e da fedele servitore della Chiesa, accettò in spirito di obbedienza, ma che mal gradì.


Carattere della liturgia della Settimana santa

Abate dom Emanuele Caronti O.S.B.

Chiunque vorrà leggere con mente scevra da pregiudizi l’ufficio della settimana santa, sarà meravigliato e incantato del gusto squisito, dell’armonia e nobiltà di sentimenti che regna dovunque, come se il genio dell’elegia sacra avesse presieduto alla sua composizione. Difatti l’ufficio si compone in gran parte di testi scritturali che fanno allusione alla passione, e questo solo è già abbastanza per darne un’altissima idea. Ma inoltre la scelta e l’unione dei diversi testi per formare un tutto organico, sono ciò che si può immaginare di più felice e di più armonioso.
Il carattere dominante della liturgia è il drammatico, nel senso più nobile della parola. Essa più che descrittiva, è rappresentativa, e questo non solo quando si compone di azioni, ma anche quando si riduce semplicemente ad un testo. Trasporta l’immaginazione e l’anima alle scene di cui altri sono stati testimoni per eccitare le medesime impressioni che avremmo sperimentato se fossimo stati presenti. In ciò fare, la liturgia, lungi dall’arte fittizia del teatro, mette in azione una verità della fede che dà al culto il valore di una realtà sempre nuova e sempre vivente.
Infatti l’arte più abile e più squisita del teatro nel trattare un soggetto. determinato si propone di presentarlo al pubblico in modo che questi ne rimanga interessato, seguendo lo svolgersi delle scene con pietà, compassione, orrore ed amore, a seconda delle circostanze. Ma è sempre l’artificio che deve agire e dove questo cessa, ogni comunicazione tra la scena e l’uditorio è fatalmente compromesso. Nel dramma liturgico invece, l’interesse degli assistenti al soggetto rappresentato non dipende dall’artificio, ma dal fatto che il soggetto stesso è una realtà intimamente connessa colla loro vita religiosa, che tende ad appropriarsi ciò che viene drammaticamente rappresentato. Certo che saranno utilizzate le risorse dell’arte, ma solo allo scopo di stimolare maggiormente, perchè la verità religiosa venga con più efficacia assimilata.
Questo principio che ispira generalmente la liturgia della Chiesa ha la sua massima applicazione nella settimana santa: si direbbe che ne è l’anima e la vita.
Il quadro esteriore è sublime. La processione delle palme, il dialogo musicale della passione, lo squallore e la desolazione del tempio, le prostrazioni, l’incenso, il fuoco, la luce. Geremia che dopo tanti secoli piange sopra Gerusalemme, come se la misura della sua iniquità non fosse compiuta e fosse ancora possibile stornare il castigo che ha cagionato la sua rovina. Il Salvatore stesso si rivolge agli Ebrei, come se fossero ancora il suo popolo, per rimproverare loro l’ingratitudine colla quale hanno risposto ai suoi benefici e come se essi attualmente esercitassero sopra di Lui la loro barbarie. La chiesa si abbandona al dolore, come se il suo Sposo divino attualmente subisse la sua sorte crudele.
In tutto questo quadro la liturgia opera una sostituzione di persone. Il pianto di Geremia è il pianto dei nostri delitti che hanno determinata la morte di Gesù Cristo e la rovina spirituale dell’anima nostra: i suoi accenti patetici sono inviti pressanti al dolore ed alla compunzione. Attraverso al rimprovero che muove agli Ebrei increduli e ribelli, Gesù Cristo colpisce le durezze ostinate del nostro cuore. Il suo sacrificio stesso, la sua agonia, la sua morte, oltre al loro valore di ricordo storico, hanno un valore reale per ognuno di noi, sia perchè quella tragedia è conseguenza delle nostre colpe, sia perchè quella passione e quella morte è la passione e la morte nostra. E così il dramma è perennemente vivo e perennemente reale, con un ripetersi dei medesimi sentimenti e un succedersi di effetti dipendenti dall’oggetto o dal mistero celebrato.

Tratto da La Settimana Santa e La Settimana di Pasqua, ed. L.I.C.E., Torino 1922, pp. 10-11.

sabato 17 marzo 2018

Tempo di Passione

La V Domenica di Quaresima è la I di Passione.
Questo periodo ci introdurrà direttamente alla Settimana Santa ed ai Misteri Pasquali della Passione, Morte e Resurrezione di Nostro Signore.
Prima dei primi vespri del Sabato anteriore alla I Domenica di Passione avviene la velazione degli altari e delle immagini, come abbiamo più volte ricordato negli anni passati (v. qui anche per i riferimenti anteriori).
Rammentiamo a questo proposito le relative prescrizioni liturgiche: oggi prima dei Vespri si coprono le Croci, le icone dell’altare e le immagini dei Santi (Rubriche del Messale, del Sabato dopo la IV Dom. di Quaresima; Cerimoniale dei Vescovi, libro II, capo XX, n. 3 e Decreti della Sacra Congregazione dei Riti).
Le Croci rimangono velate fino all’adorazione della Croce del Venerdì Santo, e le immagini fino all’Inno Angelico il Sabato Santo (Sacra Congregazione dei Riti, 22 luglio 1848, 2), e non si scoprono per l’occorrenza di qualsiasi festa, anche del Titolare o del Patrono (Sacra Congregazione dei Riti, 16 novembre 1649, 2).
Del pari non si può scoprire l’immagine di san Giuseppe Patrono della Chiesa universale (Sacra Congregazione dei Riti, 2 aprile 1876. Cfr. D. 3448, 11).
Sull’Altare non si pongano immagini di Santi (Cerimoniale dei Vescovi, cit.).
Nondimeno la consuetudine tollera che si esponga sull’Altare il Venerdì di Passione la statua o l’immagine della Beata Vergine Addolorata (Sacra Congregazione dei Riti, 12 novembre 1831, 52).
Le immagini delle stazioni della Via Crucis non si velano (Sacra Congregazione dei Riti, 18 luglio 1885).
Nella festa di S. Patrizio, vescovo e Confessore, rilanciamo quindi questo contributo.

Giovanni Galizzi, S. Marco in trono tra i SS. Giacomo e Patrizio, 1547, Bergamo

Enea salmeggia, Madonna col Bambino in trono tra i SS. Giovanni Battista, Patrizio, Pietro e Marco, 1611, Bergamo

Francesco Capella, SS. Patrizio, Girolamo Miani (o Mauro) e Gregorio Barbarigo, 1762, Bergamo

Ambito veneto, Miracolo di S. Patrizio, 1790 circa, Padova

Pontificale per la festa di san Patrizio, Baltimora (Maryland, Usa), 1965

Tempo di Passione

di Vito Abbruzzi


Giovanni Gasparro, Elì, Elì, lemà sabactani?, 2005, Roma, collezione privata

La V domenica di Quaresima inaugura il cosiddetto Tempo di Passione, nel quale, secondo l’insigne liturgista ed Abate Don Emanuele Caronti, «predomina […] in tutta la sua austera grandiosità il dramma della Redenzione. Non corrisponderebbe certo alle intenzioni della Chiesa il cristiano che davanti allo spettacolo delle umiliazioni e della morte di un Dio, rimanesse indifferente e freddo».
Per comprendere e vivere a pieno questo dramma, ecco, allora, un’edificante meditazione dell’insigne liturgista benedettino, che ben spiega anche la molto suggestiva deposizione di Cristo dalla croce, dipinta da Giovanni Gasparro, in cui, come mi faceva notare l’arch. Mino Mincarone, «non ci sono attori ma protagonisti di qualcosa realmente accaduto», richiamando così quelli che sono – o dovrebbero essere – i canoni estetici propri dell’Arte sacra.

Domenica di Passione. Stazione a S. Pietro.

Incomincia la quindicina di preparazione immediata alla solennità pasquale. La stazione è a S. Pietro, ove Papa Simmaco aveva fatto costruire un celebre oratorio dedicato alla santa Croce. Delicato pensiero della liturgia romana, quello d’inaugurare il tempo della passione con una festa stazionale a San Pietro! Il divin Maestro, come ha istituito l’Apostolo erede del suo potere, così non l’ha privato della gloria della sua Croce.
L’idea della passione e del sacrificio della Croce predomina in tutta l’odierna Messa, che ci fa vedere in tutta la sua austera grandiosità il dramma della Redenzione. Non corrisponderebbe certo alle intenzioni della Chiesa il cristiano che davanti allo spettacolo delle umiliazioni e della morte di un Dio, rimanesse indifferente e freddo. Ai nostri peccati sono da attribuirsi i rigori della giustizia divina che straziano l’umanità benedetta dell’innocente Gesù. E la condotta del Padre verso il suo unigenito Figliuolo deve ispirare a noi sentimenti di timore e stimolarci ad una vita penitente conforme al Vangelo e per non crocifiggere di nuovo nelle nostre membra il Salvatore e per evitare le estreme conseguenze della colpa. Tutto l’apparato liturgico c’invita al pianto. Sull’altare, la Croce stessa scompare per ricordarci l’umiliazione di Gesù Cristo che, nascondendosi, s’è dovuto sottrarre ai suoi nemici che volevano lapidarlo. L’inno festivo del Gloria Patri in onore della SS.ma Trinità è sospeso, affinché più sensibile sia in noi l’impressione del dolore e della prossima catastrofe.

Fonte: E. CARONTI O.S.B., Messale Quotidiano per i Fedeli, Società Anonima Tipografica fra Cattolici Vicentini, Vicenza 1929, pp. 270-271.

domenica 23 luglio 2017

L’Abate Caronti, testimone della Grande Guerra

Il 22 luglio del 1966 si spegneva nell’abbazia di Noci l’abate Emanuele Caronti.
Per ricordare l’evento rilanciamo volentieri questo contributo del prof. Abbruzzi.








L’Abate Caronti, testimone della Grande Guerra

di Vito Abbruzzi

Il 22 luglio di cinquantuno anni fa moriva l’Abate Emanuele Caronti. Per una misteriosa coincidenza, un amico – ignaro della cosa – mi ha telefonato chiedendomi dove e come poter acquistare il Diario di Guerra (1917 – 1918) che il nostro Abate redasse da cappellano dei bersaglieri in quella che il Papa di allora, Benedetto XV, non esitò a stigmatizzare come “inutile strage”.
Quel Diario (amabilmente curato da Padre Lunardi), purtroppo non è più in commercio; la stessa abbazia della Scala di Noci ha esaurito tutte le copie in vendita e non credo abbia l’intenzione di ristamparlo.
Peccato!
Peccato, perché, pur trattandosi di “semplici appunti”, esso è altamente interessante per “l’immediatezza del linguaggio che ci immerge nella drammaticità delle sofferenze, nella monotonia delle interminabili giornate in una baracca del Campo e infine nella gioia della liberazione. Ne scaturisce un Caronti ‘inedito’, probabilmente diverso da quella immagine che ne avevamo. Qui ci troviamo di fronte a un uomo che si commuove quando ripensa alla Mamma o al monastero lontani, che gode della amicizia dei suoi colleghi, ma specialmente, che sa affrontare sofferenze inattese e atroci, perché dietro ad esse il suo sguardo di fede scorge sempre la mano di un Dio che è Amore”.
È quanto scrive nella premessa al Diario di Guerra il buon Don Giovanni Lunardi, che dell’Abate Caronti è il depositario delle memorie scritte e non scritte. Un personaggio, quello dell’Abate Caronti, che va assolutamente riscoperto, rivalutato e, soprattutto, riattualizzato… perché di attuale è attuale; anzi, è attualissimo!
C’è una frase del Diario che mi commuove assai assai, scritta il 14 dicembre del 1917 da un Caronti sofferente, duramente provato dalla spietata prigionia nella lontana e freddissima Ungheria:
« Sono vari giorni che nel mio cuore sento un abbandono completo nelle mani di Dio ».
Due giorni prima egli, a causa del freddo intenso, aveva accusato “dolori acuti di palpitazione del cuore”, appuntando nel taccuino: « Erano già vari anni che non sentivo questo disturbo. L’attacco odierno mi impressiona ».
L’“abbandono completo nelle mani di Dio” altro non è che un momento di profondissima estasi: la stessa, certamente, provata dall’altro importante testimone della Grande Guerra: Giuseppe Ungaretti, che – guarda caso – nello stesso anno (il 26 gennaio 1917) scrive: « M’illumino d’immenso ». Struggimento totale.
Ma se Ungaretti si limita a testimoniarci l’orrore della Prima Guerra Mondiale attraverso i suoi sublimi versi divenuti celeberrimi nella loro scarna bellezza, Caronti fa lo stesso nel suo Diario, raccontando in poche ma lapidarie battute la quotidianità da combattente prima e da prigioniero dopo.
Un interessante documento da leggere!


Le immagini dell'articolo sono state scannerizzate dal prof. Vito Abbruzzi

giovedì 21 luglio 2016

22 luglio 1966/2016 - Cinquantesimo anniversario della morte di Caronti

Rilanciamo volentieri questo contributo di Vito Abbruzzi nel L anniversario della dipartita dell’insigne P. Emanuele Caronti (al secolo Giuseppe Caronti) (Subiaco 21.12.1882 - Noci 22.7.1966), Abate Generale della Congregazione Sublacense.

22 luglio 1966-2016: Cinquantesimo anniversario della morte di Caronti

di Vito Abbruzzi

Cinquant’anni orsono, esattamente alle 2.40 del 22 luglio del 1966, dopo una lenta agonia, cessava di vivere su questa terra l’Abate Don Emanuele Caronti, nel monastero che trentasei anni prima aveva fondato e dove i suoi resti mortali riposano: l’abbazia della Madonna della Scala in Noci (BA). Era finita la sua liturgia quaggiù; poteva finalmente iniziare, nella Liturgia Celeste, il suo canto eterno al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.
Questo nel ricordo del suo biografo e figlio spirituale, lo scaligero Padre Don Giovanni Lunardi, monaco benedettino della medesima abbazia di Noci. Ma chi fu l’Abate Caronti? Ce lo dice un suo autorevole figlio spirituale, il beato Paolo VI (l’ultimo, in ordine cronologico, tra i suoi figli spirituali e amici ad essere salito agli onori dell’altare), nell’omelia da questi tenuta a Subiaco nel 1971:
«Singolare e radiosa figura di Monaco Sublacense, il sempre compianto Abate Don Emanuele Caronti, maestro fra i primi della rinascita liturgica in Italia, e monaco veramente saggio ed esemplare nell’armonica fusione della vita interiore con l’azione esteriore, sempre fedele alla formula incomparabilmente sintetica e feconda del programma benedettino: ora et labora».
Caronti abate di Parma nel maggio 1919 
Parole lapidarie che ben delineano l’inclita figura dell’Abate Caronti, insigne liturgista. E come tale amiamo commemorarlo.
Sì, egli fu davvero “maestro fra i primi della rinascita liturgica in Italia”, e non solo; intrepido paladino e strenuo difensore della sacralità della Liturgia, in special modo di quella eucaristica, per assistere alla quale vivamente al fedele raccomandava (e continua a farlo):
«Tu inginocchiati: l’anima tua ha bisogno della clemenza divina per assistere degnamente a un tanto mistero e partecipare fruttuosamente all’Eucaristia. […] Purtroppo l’uso prevalso presso i cristiani trascura quasi completamente questa prescrizione. Le nature odierne, deboli più nella fede che nella complessione fisica, stimano troppo grave fatica rimanersene in ginocchio durante una breve mezz’ora. Sull’altare si compie il grande sacrificio di espiazione per i tuoi peccati: non ti deve sembrare eccessivo un disagio corporale. D’altronde il sacrificio che tu farai, ti verrà abbondantemente ricompensato dai frutti spirituali che ritrarrai, qualora in unione colla Vittima divina potrai offrire al Padre le tue pene e i tuoi piccoli incomodi».
E ai suoi monaci sacerdoti:
«La azione liturgica sia celebrata con solennità, con ordine, e con decoro, ma si eviti nel modo più assoluto qualsiasi novità, attenendosi fedelmente ai decreti della Chiesa».
Pensiero questo in perfetta sintonia con quello di un altro grande maestro della rinascita liturgica in Italia, nonché suo confratello e amico: il beato Ildefonso Schuster, che, in qualità di abate benedettino (prima ancora di essere cardinale arcivescovo di Milano), sottolineava l’azione liturgica essere “a gloria di Dio e ad edificazione dei presenti”: «Spesso, infatti, nelle chiese delle abbazie benedettine assistono dei protestanti, degli ebrei, delle persone senza alcuna religione. L’esperienza dimostra che un coro ben eseguito, delle funzioni celebrate con ordine, con maestà, con devota pompa possono fare su quelle anime una profonda impressione».
Dunque, “tutto si compia col necessario ordine e decoro, né sia consentito ad alcuno, sia pur sacerdote, di usare i sacri edifici per arbitrari esperimenti”! È quanto leggiamo nella Mediator Dei, l’enciclica sulla Sacra Liturgia firmata da Pio XII, ma redatta dal nostro Caronti (lo stile lo dimostra!): enciclica di cui l’anno prossimo ricorre il settantesimo anniversario della pubblicazione. Sarà quella certamente un’occasione per ricordare ancora una volta e ancora meglio questo perfetto “uomo di Dio e della Chiesa” che fu l’Abate Don Emanuele Caronti.

Tomba dell'Abate Caronti presso l'Abbazia di Santa Maria della Scala, da lui fondata nel 1930, Noci (BA). La scultura della Vergine col Bambino è opera di Adolfo Rollo: artista completamente votato all'arte sacra, nella cui vasta produzione di opere, presenti soprattutto in Terra di Bari ma anche su tutto il territorio nazionale, non si può non scorgere la scintilla divina. Significativo il fatto che proprio Rollo abbia abbellito la tomba dell'Abate Caronti, il quale - a detta del suo biografo, il padre Don Giovanni Lunardi O.S.B. - stigmatizzava la crisi dell'arte sacra contemporanea con queste sferzanti e lapidarie parole: "Gli artisti non hanno fede e i preti non hanno gusto".

domenica 20 marzo 2016

La Settimana Santa in una riflessione dell'abate Caronti

Con l’inizio della Settimana Santa, la grande Settimana della Redenzione del Salvatore, volentieri lanciamo questa meditazione dell’abate Caronti proprio su questo periodo particolare dell’anno.

LA SETTIMANA SANTA

La Pasqua dei cristiani, specialmente nella sua originaria delimitazione, è dedicata alla memoria della passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo. Due perciò sono le sue parti: la Settimana santa, che ricorda l’umiliazione del Salvatore; la Settimana di Pasqua, che ne celebra il trionfo.
La Settimana santa fin dall’antichità fu distinta da un nome speciale, quello di Septimana maior, designazione rimasta nei libri rituali e che ne indica l’importanza storica, morale e liturgica, di fronte alle altre settimane dell’anno ecclesiastico.
Tutta la vita del Redentore, secondo l’ordine attuale della Provvidenza, era destinata al sacrificio della croce. Si può dire che ogni fase dell’esistenza terrena di Gesù Cristo era una fase della celebrazione di quel sacrificio. Ma, propriamente parlando, è in questi giorni che si compie il vero sacrificio del Nuovo Testamento, in quanto che il nostro Sacerdote si offre vittima al suo Padre coll’immolazione cruenta della sua benedetta umanità. E perché questo è l’atto principale della sua vita, è preceduto e accompagnato da altri atti che ne mettono in evidenza il valore e lo preparano convenientemente.
L’umiliazione di Gesù nella croce è il trionfo ch’Egli riporta sulle potenze infernali. Ma perché il suo popolo non fosse scandalizzato della sua morte, prima di cadere in mano dei nemici, vuol dimostrare alla città cieca ed ostinata di Gerusalemme che Egli è veramente il Messia, il Figlio di Dio; che se lascia addensare e scoppiare sopra di sé la tragica tempesta che deve condurlo a morte, ciò non è per impotenza, ma solo per adempiere in sé i voleri paterni; che finalmente egli sfida la morte da vero padrone e trionfatore della morte. Dopo le acclamazioni di Gerusalemme, egli si ritira in Betania. Al momento opportuno ritorna nella santa città per celebrare la Pasqua e per inaugurare il culto della nuova religione. L’istituzione dell’Eucaristia, il doloroso svolgersi della cattura, del processo, della condanna e della morte di Gesù: ecco il significato storico della settimana che oggi cominciamo.
Al significato storico si aggiunge quello morale.
Antonio Fernández Arias, Gesù Cristo riceve il mondo
dalle mani di Dio Padre
,
1657 circa, museo del Prado, Madrid
Il sacrificio di Gesù Cristo, non lo ricorderemo mai abbastanza, è un sacrificio di sostituzione. Egli muore per noi, in nostra vece, per farci morire ai nostri peccati e restituirci la vita divina. Ma per partecipare agli effetti della sua morte, noi dobbiamo partecipare alla sua morte stessa: e la liturgia di questi giorni in modo del tutto particolare ci associa al sacrificio del Redentore per comunicarcene i frutti.
Il contatto vitale e salutifero col sacrificio della croce avviene secondo la legge dell’unione dei fedeli col sacrificio dell’altare, unione che la tradizione ecclesiastica ha espresso con una parola molto energica: l’incorporazione con Gesù Cristo. E non è senza ragione che l’Eucaristia e il Calvario sono riavvicinati nei misteri di questi giorni, come non è senza mistero che prima di consumare il suo sacrificio cruento il Salvatore ne anticipò l’immolazione incruenta. «Partecipando l’uomo alla cena, dice Sant’Agostino, si solleva a Dio e viene incorporato a Lui». E il B. Alberto Magno, riprendendo questo pensiero di cui non si comprenderà mai l’estensione e la profondità, continua a dire: «In questo mistero ci trasformiamo nell’imagine invisibile di Dio quando ci uniamo al Figlio e ci incorporiamo in Lui portando la sua imagine... divenendo così eredi con Lui, perché incorporati al suo corpo e partecipi del suo spirito che evapora dal suo sangue». E ancora: «Quando il Figlio di Dio venne nel mondo, diede se stesso a noi per stare con noi; partendo dal mondo diede se stesso a noi per essere in ciascun di noi, incorporando noi a se stesso». Tutto questo è secondo la definizione del Concilio di Trento, che parlando del sacerdozio di Gesù Cristo in opposizione al sacerdozio levitico, si esprime così: « Bisognò che sorgesse un atro sacerdote secondo l’ordine di Melchisedech, Gesù Cristo Nostro Signore, il quale potesse portare alla perfezione tutti quelli che dovevano essere santificati: qui possit omnes quotquot sanctificandi essent consummare». La Messa pertanto ha questo scopo: conservare viva ed efficace la memoria della redenzione, produrre l’incorporazione delle membra a Cristo, capo dell’umanità rigenerata ed attuare così individualmente ciò che sulla croce era stato acquistato solo in diritto. Oblazione vera del corpo e del sangue del Signore per consumare la santificazione della nuova umanità, investe tutti colla sua virtù, incorporando tutti a Gesù Cristo; rinnovazione incruenta dell’immolazione reale, per il suo carattere relativo, tutti conduce alla Croce perché rivivano i sentimenti di Gesù Cristo sacerdote e vittima e percepiscano così l’effetto salutare della sua morte. Hoc sentite in vobis quod et in Christo Iesu Domino nostro.
Come avviene questa incorporazione con Gesù Cristo e qual è la legge della sua applicazione?
Le due funzioni di Gesù Cristo nel sacrificio sono la norma della nostra incorporazione. Gesù Cristo è sacerdote, ma è sacerdote per noi. personificando i nostri bisogni, i nostri voti, i sentimenti religiosi che devono animare tutta l’umanità. L’incorporazione dunque a Gesù Cristo, sotto questo primo rispetto, importa che noi riproduciamo per quanto è possibile lo stato d’animo che aveva Gesù quando sacrificava a Dio: la soggezione profonda del nostro spirito, il senso della lode, del ringraziamento, lo zelo per l’onore del suo Nome augusto.
Gesù Cristo è vittima, ma è vittima per noi, sostituendosi all’uomo peccatore. L’incorporazione a Gesù Cristo, sotto questo secondo rispetto, importa che noi riproduciamo per quanto è possibile le condizioni richieste dalla vittima, condizioni che si possono racchiudere nella formula che già conosciamo: il mistero della nostra morte mistica in Cristo. Abnegazione della propria volontà e sottomissione ai voleri di Dio, rinuncie quotidiane, dolori della vita, opere penitenziali, in una parola: la croce. Compresa in questo modo, la S. Messa diventa la pratica quotidiana dei nostri doveri cristiani e dei sacrifici che comporta, la morte e la vita del Signore rinnovata e comunicata in noi.

(Abate Don Emanuele Caronti O.S.B., Messale festivo per i fedeli, edizioni L.I.C.E., Torino 1923, pp. 201-203)

domenica 13 marzo 2016

Riflessione dell'abate Caronti sul tempo quaresimale

Mentre entriamo nel tempo di Passione, che è il nucleo quaresimale che più ci approssima alla Pasqua del Signore intravedendosi già la Croce del Golgota, un nostro autore e lettore assiduo ci ha mandato questa bella riflessione dell’abate Caronti su questo periodo penitenziale, che volentieri condividiamo su questo blog.

TEMPO DI QUARESIMA

Mater Dolorosa, Iglesia de la Vera Cruz,
Salamanca
Nei primi tempi del cristianesimo nacque un’osservanza preparatoria alla Pasqua, prima ancora dei canoni conciliari: essa però non seguiva dovunque una disciplina uniforme. Mentre da principio ad Alessandria, a Roma e nelle Gallie il digiuno durava un settimana, atre chiese si limitavano a consacrare all’astinenza solo i due ultimi giorni della Settimana Santa. Nel secolo III Roma prolunga già i suoi digiuni per tre settimane. È il Concilio di Nicea che stabilisce il numero di quaranta giorni, senza dubbio mosso dall’esempio del Salvatore che digiunò quaranta giorni nel deserto. Da questo tempo, i Padri non fanno che inculcarne l’osservanza, determinarne i riti, spiegarne i motivi e i vantaggi, così che sino ai secoli a noi vicini la santa Quaresima era il perno della disciplina cattolica, la Tregua di Dio, in cui tutta la società cristiana, messo da parte ogni altro negozio, chiusi i tribunali e i luoghi di divertimento, colla penitenza e coll’istruzione liturgica si rifaceva a nuovo, accumulando novelle energie per risorgere a vita divina col Cristo risorto e trionfante.
La primissima idea d’un tempo di preparazione alla Pasqua sembra essere sorta a riguardo specialmente dei catecumeni, che, col digiuno e colla preghiera, si preparavano a ricevere il battesimo alla notte che precedeva la Pasqua. Questo concetto del Baptismus poenitentiae informa ancora oggi tutta la liturgia quaresimale, ed è un elemento importante per comprendere la ricca fioritura di testi e di riti che in essa ricorrono. È un concetto dogmatico di prim’ordine: il battesimo della penitenza negli adulti, o, come lo chiama il Concilio di Trento, le disposizioni alla giustificazione, devono preparare il cuore a ricevere la grazia che conferisce il battesimo nell’acqua e nello Spirito Santo.
Un altro elemento che integra la concezione liturgica della Quaresima è la riconciliazione dei pubblici penitenti. Nel disegno dell’antichità cristiana la Pasqua segnava il risorgimento completo di tutti. Neppure quelli che avevano avuto la disgrazia di perdere la stola immacolata del battesimo erano esclusi dalla gioia comunè, a patto però che con una riparazione salutare fossero ritornati degni delle compiacenze divine. La penitenza, i digiuni, le umiliazioni e le moltiplicate preghiere della Quaresima fornivano loro l’occasione per disporsi a questa riabilitazione che avveniva con un rito solenne il giovedì santo.
A Roma la liturgia quaresimale ebbe un ordinamento organico sopra tutto per opera di S. Gregorio Magno. Noi ne ricorderemo le caratteristiche principali.
Non era lecito prendere cibo prima del tramonto del sole. Durante il giorno clero e popolo attendevano alle consuete occupazioni, ma verso l’ora di nona, da ogni parte della città era tre accorrere di fedeli verso la chiesa stazionale, così chiamata con vocabolo militare (Statio = adunata) perché indicava il luogo di convegno. Ordinariamente, l’adunata non si faceva proprio nella chiesa stazionale ma in un’altra basilica vicina ove si attendeva l’arrivo del Sommo Pontefice e degli altri ufficiali del palazzo lateranense, recanti i vessilli e le suppellettili preziose pel divin Sacrificio. Al canto devoto della Litania, il corteo moveva verso la chiesa stazionale ove si celebravano i santi misteri, che terminavano quando il sole volgeva al tramonto. Prima di sciogliere l’adunanza un suddiacono annunziava il luogo di convegno per l’indomani. Bellissima consuetudine certamente: era un’offerta vespertina di tutta la famiglia cristiana, al termine di una giornata operosa, santificata dalla preghiera e dalla mortificazione. Le sante gioie pasquali, al loro sopraggiungere, avevano così un significato pieno e profondo: i fedeli si erano preparati a vivere una vita tutta santa, che nella risurrezione di Cristo riceveva la sua perfezione, la sua corona.
Le generazioni contemporanee non comprendono più queste sublimi esigenze dello spirito cristiano, che dopo il naufragio del peccato, vuole, colla mortificazione del senso, concorrere coll’azione di Dio nel mistero della propria riabilitazione. Ma per i fedeli la liturgia quaresimale non ha perduto il carattere della sua viva attualità. Le anime che sono fuori della Chiesa attendono l’ora della misericordia, ed è nostro dovere anticipare colle nostre preghiere la loro conversione; le anime che vivono nell’indifferenza, nell’ignoranza e nel dubbio hanno bisogno di luce per raccogliere preziosamente gli avanzi della loro fede e della loro speranza, ed è loro dovere andare alla scuola della Chiesa, aperta durante la Quaresima, per ravvivare la loro credenza; le anime che hanno vergognosamente tradito i diritti della loro coscienza e che conservano ancora il desiderio della vita immortale, hanno Il dovete di entrare nel bagno salutare della penitenza, del digiuno, della mortificazione, per ritrovare la via perduta.
Per passare santamente la Quaresima secondo lo spirito della Chiesa i cristiani dunque devono: 1° attendere più dell’ordinario all’orazione e alle altre opere di pietà; 2° udire la parola di Dio che viene ogni giorno proposta; 3° frequentare spesso i santi sacramenti; 4° osservare il digiuno e sopra tutto mortificare le passioni.

(Abate Don Emanuele Caronti O.S.B., Messale festivo per i fedeli, edizioni L.I.C.E., Torino 1923, pp. 166-168)

lunedì 23 marzo 2015

"Torcular calcavi solus et de gentibus non est vir mecum" (Is. LXIII, 3) - Torculus Christi .... Un pensiero dell'abate Caronti O.S.B.

Siamo nella settimana di Passione. Gesù è sotto il torchio, e sotto questo torchio dovrà passare tutta l'umanità redenta, dovremo passare anche noi. Ma la legge del dolore, dura e spietata com'è, nel cuore di Dio si muta in uno strumento di amore infinito. L'anima non progredisce che in proporzione dei suoi sforzi, dei suoi sacrifici, dei suoi patimenti

(don Emanuele Caronti, O.S.B.)

Marco Pino, Torchio Mistico e Cristo in gloria, 1571 circa, Pinacoteca Vaticana, Città del Vaticano, Roma


Ernest Van Schayck, Torchio mistico, XVII sec., Chiesa di S. Agostino, Matelica