Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 13 aprile 2018

Santa Gemma, dalla passione nasce l'amore a Cristo

Due giorni fa abbiamo celebrato la festa di S. Gemma Galgani, di questa giovane mistica passionista, morta un Sabato Santo a soli 25 anni, nel 1903, cioè 115 anni fa, e che il papa Pio XII annoverò tra le Sante nel maggio 1940. Maestra di questa santa fu un’altra santa, cioè la beata Elena Guerra, apostola dello Spirito Santo, beatificata da Giovanni XXIII, pur ella morta, come l’allieva, un 11 aprile, ma undici anni dopo.
In onore di S. Gemma, rilanciamo questo contributo, pubblicato anche su Chiesa e postconcilio.




Lapide apposta sulla facciata di casa Giannini, a Lucca

Santa Gemma, dalla passione nasce l'amore a Cristo

di Ermes Dovico

Centoquindici anni fa nasceva al cielo santa Gemma Galgani e allora è quantomai opportuno ricordare in che cosa consistette la santità di questa giovane straordinaria, così cara alla pietà cristiana e altrettanto incomprensibile per chi non crede in Cristo crocifisso e risorto.


Centoquindici anni fa nasceva al cielo santa Gemma Galgani (1878-1903) e allora è quantomai opportuno ricordare in che cosa consistette la santità di questa giovane straordinaria, così cara alla pietà cristiana e altrettanto incomprensibile per chi non crede in Cristo crocifisso e risorto. In occasione della sua canonizzazione, nel 1940, Pio XII la definì la “stella” del suo pontificato e la chiamò “viva immagine di Gesù Cristo”, parole che ben riflettono i suoi 25 anni di vita terrena, segnati dall’esperienza di un dolore e di un amore ineffabili, che sperimentò di pari passo al crescere dei doni soprannaturali con cui Nostro Signore andava arricchendola.

Il primo luogo in cui imparò ad amare Dio fu la famiglia, dove pure non le mancarono le sofferenze. Quinta di otto figli, Gemma nacque a Capannori, nei pressi di Lucca, da un farmacista di nome Enrico e da Aurelia Landi. Fu in particolare la madre a trasmetterle l’inclinazione ai beni celesti, come Gemma ricordò nella sua Autobiografia, scritta nel 1901 in obbedienza a padre Germano, un passionista che era diventato il suo direttore spirituale e che lei prese a chiamare “babbo mio”. La madre le disse che Gesù era morto in croce per amore degli uomini, le insegnò le prime devozioni e preghiere, che la bimba apprese anche all’asilo delle sorelle Vallini, dalle quali fu mandata a due anni e che al processo per la sua canonizzazione diranno: “… mostrò sviluppato l’uso della ragione ed un’intelligenza precoce, perché potemmo insegnarle subito le orazioni che duravano venticinque minuti senza mai annoiarsi”. A cinque anni la bimba sapeva già leggere perfettamente il breviario per l’ufficio della Madonna e dei defunti.

Presto arrivò la prima grande prova: la malattia della madre, costretta a letto dalla tisi. La piccola Gemma piangeva e pregava ogni sera insieme alla mamma e da lei era stata preparata così: “Io sono malata – mi ripeteva – e dovrò morire, ti dovrò lasciare; o se potessi condurti con me! Verresti?”. Volendo sapere dove, si sentì dire: “In Paradiso, con Gesù, cogli Angeli…”. Il 26 maggio 1885, giorno della sua Cresima, ebbe la prima esperienza mistica: “Tutto ad un tratto una voce al cuore mi disse: Me la vuoi dare a me la mamma? Sì – risposi – ma se mi prendete anche me. No – mi ripeté la solita voce – dammela volentieri la mamma tua. Tu per ora devi rimanere col babbo. Te la condurrò in Cielo, sai? Me la dai volentieri? Fui costretta a rispondere di sì”. La madre morì nel settembre dell’anno seguente mentre Gemma si trovava nella casa degli zii materni, dove il padre l’aveva condotta due mesi dopo la Cresima perché temeva di perdere per contagio anche la figlia, desiderosa di stare sempre accanto a lei.

Alcuni mesi più tardi iniziò il periodo di preparazione alla Prima Comunione, da lei descritto come bellissimo (“ero in Paradiso”): era il 1887 e Gemma studiava catechismo dalle Oblate dello Spirito Santo. Sentendo parlare del Crocifisso al modo di come gliene aveva parlato la madre, espresse a una suora il desiderio di conoscere ogni cosa della Passione di Gesù. Una sera, il racconto dei dolori provati da Nostro Signore suscitò una tale compassione in Gemma che le venne all’istante una forte febbre. La domenica della prima Eucaristia fu per lei il culmine della gioia: “Ciò che passò tra me e Gesù in quel momento, non so esprimerlo. Gesù si fece sentire forte forte alla misera anima mia. Capii in quel momento che le delizie del Cielo non sono come quelle della terra. Mi sentii presa dal desiderio di render continua quell’unione col mio Dio”.

Cresceva in pietà, noncurante delle derisioni di cui era oggetto anche da parte di alcuni familiari, come la sorella Angelina che un giorno entrò con le compagne nella camera di Gemma per schernirla mentre era in preghiera o del fratello Guido che bestemmiava in sua presenza per provocarla. I dolori per la perdita degli affetti, inoltre, continuarono. Nel 1893 vide morire di tubercolosi il fratello prediletto, Gino, un seminarista appena diciottenne. Quattro anni più tardi rimase orfana pure del padre, che a causa di una serie di disgrazie finanziarie lasciò i figli in povertà, tanto che i creditori arrivarono a mettere le mani in tasca a Gemma per spogliarla di quelle poche monete che aveva. Alla bellissima diciannovenne, presa in affido dagli zii, non mancarono convenienti proposte di matrimonio, ma lei non ne volle sapere: diceva che era “tutta di Gesù”. In quel periodo cadde gravemente malata, soffrendo una paralisi alle gambe a cui si aggiunsero un intensissimo dolore alla testa e la perdita dei capelli. Si sentì consolare dall’angelo custode (“se Gesù ti affligge nel corpo, fa per sempre più purificarti nello spirito. Sii buona”, le disse l’angelo, che le appariva da quando aveva 16 anni) e dallo stesso Gesù, ma ebbe comunque momenti di grande difficoltà spirituale.

Nello scoramento per quella situazione fu tentata da Satana, che le promise di guarirla e di fare qualunque cosa per lei se gli avesse dato retta. Quando Gemma stava per cedere, si ricordò di quanto aveva letto nella biografia dell’allora venerabile Gabriele dell’Addolorata (1838-1862), il santo passionista morto ancor più giovane di lei, e disse forte: “Prima l’anima e poi il corpo!”. Gli assalti del demonio, che arrivò a lasciarle i segni fisici delle sue vessazioni, proseguirono, ma la giovane iniziò a ricevere il conforto diretto di san Gabriele. Questi le apparve più volte e pregava accanto a lei, al punto che Gemma disse di sentirne il calore delle mani e il respiro sul viso. “Sorella mia”, la chiamava il santo, che la aiutò ad accettare definitivamente la via del Calvario. Seguirono il voto di verginità, che desiderava fare da tempo, e l’inspiegabile guarigione dopo una novena a Margherita Maria Alacoque (1647-1690): con il suo improvviso rialzarsi dal letto, Gemma meravigliò i medici e tutti i lucchesi, che iniziarono a chiamarla “la ragazzina del miracolo”.

Ma le più grandi grazie dovevano ancora arrivare e si accompagnarono alla maturazione della sua spiritualità passionista. Il Giovedì Santo del 1899 fece per la prima volta l’Ora Santa, un’ora di orazione per tenere compagnia a Gesù agonizzante nel Getsemani: “Mi trovai dinanzi a Gesù crocifisso. Versava sangue da tutte le parti”. Continuò a fare l’Ora Santa ogni giovedì, con Gesù che le condivideva la tristezza mortale provata nell’Orto a causa dei peccati di tutti gli uomini. Un giorno, mostrandole le cinque piaghe aperte, le disse: “Vedi questa croce, queste spine, questo Sangue? Sono tutte opere di amore, e di amore infinito. Vedi fino a qual segno io ti ho amato? Mi vuoi amare davvero? Impara prima a soffrire. Il soffrire insegna ad amare”.

Sta qui la santità di Gemma: capì la realtà del peccato, soffrì per Gesù e con Gesù, tramutando il suo dolore in un amore immenso per le anime che desiderava salvare, volendo strapparle al demonio e consegnarle a Dio. Ecco perché visse tutte le esperienze della Passione, dal sudore di sangue alla coronazione di spine, dalla crocifissione alla flagellazione mistica, fino alle stimmate che le comparvero sulle mani, i piedi e il costato l’8 giugno 1899, precedute da un’apparizione della Madonna, che chiamava “la Mamma mia celeste”. Le stimmate, che la Chiesa ha riconosciuto essere autentiche, si riaprivano ogni settimana alla sera del giovedì per richiudersi dopo le tre del venerdì pomeriggio.

La sua ultima Passione, assistita amorevolmente dalla famiglia Giannini, la visse nel 1903, quando si spense di tubercolosi alle 13:45 del Sabato Santo. Si era addormentata poco prima sentendo suonare le campane di mezzogiorno, già annuncianti (secondo l’uso del tempo) la Resurrezione. Da allora contempla nella gloria eterna il Volto del suo Sposo, che le ha dato il centuplo già in terra: “Soffro, vivo e muoio continuamente, la mia vita con tante altre vite del mondo non la cambierei a nessun patto. Mai non sto ferma: vorrei volare, parlare e a tutti vorrei gridare: Amate Gesù solo”.

lunedì 11 aprile 2016

Adulterio e fornicazione: la Chiesa riprende le Sacre Scritture senza cambiarle

Nell’attuale contesto in cui tutto, in nome di una pseudo misericordia, viene rimesso in discussione o svuotato di significato, è bene ribadire con più forza la dottrina della Chiesa e la Legge divina, che non ammettono eccezione alcuna, neppure per motivi “pastorali”. Per questo, un cattolico non può accettare novità tali da minare i fondamenti della Rivelazione e della Tradizione della Chiesa, memore di quanto raccomandava San Paolo ai Galati: "Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. In realtà, però, non ce n'è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L'abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!" (Gal. 1, 6-10).
Nella festa, perciò, di San Leone Magno e di Santa Gemma Galgani, rilanciamo questo contributo quantomeno attuale.


Raffaellino del Colle, S. Leone Magno, 1535 circa, museo civico, Sansepolcro

Francisco de Herrera il Giovane, S. Leone Magno, XVII sec., museo del Prado, Madrid







Giovanni Gasparro, Torculus Christi. Torchio mistico con i Santi Gabriele dell'Addolorata e Gemma Galgani, 2013, collezione privata


Francesco  Nagni, Urna di S. Gemma,  XX sec., Santuario di Santa Gemma, Lucca.
Sulla stessa vi è la seguente epigrafe dedicatoria:
GEMMA GALGANI LUCENSIS VIRGO INNOCENTISSIMA QUAE DIVINI AMORIS AESTU MAGIS QUAM VI MORBI ABSUMPTA QUINTO AETATIS LUSTRO VIX EMENSO AD COELESTIS SPONSI NUPTIAS EVOLAVIT DIE XI M. APRILIS A. MCMIII PERVIGILIA DOMINICAE RESURRECTIONIS ANIMA DULCIS TE IN PACE CUM ANGELIS

Adulterio e fornicazione: la Chiesa riprende le Sacre Scritture senza cambiarle

di Pierfrancesco Nardini

Sempre più spesso si sente sminuire l’importanza da attribuire all’atto sessuale, soprattutto se “una tantum” e anche se al di fuori del matrimonio, all’attenzione con cui usarlo, alla sua sacralità. È anche capitato di sentir dire che non risultano nelle Sacre Scritture alcuni precetti insegnati dalla Chiesa nel corso dei millenni. Arrivando così a far intendere che alcuni “limiti” siano stati imposti dagli uomini, che così facendo hanno snaturato l’insegnamento di Cristo. Come se si potesse far credere che Gesù abbia tollerato cose tipo adulterio e fornicazione…
Non ci sono nelle Sacre Scritture le note indicazioni ecclesiastiche su matrimonio e sessualità? Siamo sicuri?
Prima di dimostrare come la Chiesa Cattolica abbia solo riportato fedelmente quanto presente nelle Sacre Scritture, preme ricordare che il cattolico deve seguire l’interpretazione data dalla Chiesa ai Testi sacri, pena il rischio di “protestantizzarsi”, cosa tra l’altro purtroppo abbastanza diffusa ai nostri giorni.
Il Concilio di Trento, e non solo, infatti, impone che «…nessuno, fidandosi del proprio giudizio, nelle materie di fede e morale, che fanno parte del corpo della dottrina cristiana, deve osare distorcere la sacra Scrittura secondo il proprio modo di pensare, contrariamente al senso che ha dato e dà la santa madre chiesa, alla quale compete giudicare del vero senso e dell’interpretazione delle sacre Scritture; né deve andare contro l’unanime consenso dei padri, anche se questo genere di interpretazioni non dovesse essere mai pubblicato…» (Concilio di Trento, Decreto sulla Vulgata, 8.4.1546).
Tanto da immettere il detto concetto anche nella Professione di fede tridentina (Bolla Iniunctum nobis, 13.11.1564): «E così pure accolgo la sacre Scrittura secondo quel senso che ha tenuto e che tiene per fermo la santa madre chiesa, cui spetta giudicare sul vero senso e sull’interpretazione delle sacre Scritture, né mai la riceverò o la interpreterò, se non secondo l’unanime consenso dei padri». E così anche il Concilio Vaticano I (1870) nella Costituzione dogmatica Dei Filius al capitolo 2 sulla Rivelazione.
D’altronde anche Sant’Agostino scrisse ai manichei: «Non crederei al Vangelo se non mi ci inducesse l’autorità della Chiesa cattolica» [Cf. Contra ep. man. 5, 6; cf. Contra Faustum 28, 2].

L’insegnamento dell’Antico Testamento

Nell’Antico Testamento vi è una profusione di indicazioni su matrimonio, adulterio e fornicazione.
Sin da Es. 20,14 l’adulterio è condannato. Nel Levitico è espressamente detto «Non ti congiungerai alla moglie del prossimo tuo, né ti contaminerai con tale unione» (Lv. 18, 20) ed evidenziata la gravità dell’adulterio, anche sulla base della gravità della pena (20, 10-21). Anche il Deuteronomio conferma quanto finora evidenziato (Dt 5, 18; 5, 21; 22, 22; 27, 20).
In Tb 4,13 è espressamente scritto «Tieniti lontano, figliuol mio, da ogni fornicazione, e non ti permettere mai di far peccato con una che non sia la tua moglie».
Nel libro dei Proverbi si spiega in maniera chiara come vengono intesi adulterio e fornicazione e come verranno gravemente puniti. Vale la pena riportare testualmente i versetti.
«20E perché invaghirti, figlio, di una estranea? e stringerti al seno una donna non tua? 21Mentre il Signore tien d’occhio tutte le vie dell’uomo e osserva tutti i suoi passi? 22Ma l’empio resterà schiavo delle sue inique passioni e stretto nelle funi di suoi peccati. 23Egli morrà perché non ebbe a cuore la correzione e dalla sua grande stoltezza resterà ingannato” (Pro 5, 20-23); “Ma l’adultero per la sua insensataggine, perderà l’anima” (Pro 6, 32); “4Dì’ alla sapienza: «Tu sei la mia sorella» e la prudenza chiamala tua amica; 5affinchè ti custodisca dalla donna altrui, dalla straniera che ha parole leziose” (Pro 7, 4-6); “26Perchè molti ne ha fatti cadere feriti e anche i più forti furono da essa fatti perire. 27Le strade dell’Inferno sono quelle della sua casa che scendono nei penetrali della Morte» (Pro 7, 26-27).
Sulla stessa linea Sap 3, 16. Nel libro della Sapienza, tra l’altro, nei capitoli 3, 4 e 5 si specificano la punizione e l’infelicità degli empi, la fine diversa del giusto e dell’empio e la sorte diversa del giusto e dell’empio dopo morte.
Sembrano sufficienti le citazioni appena riportate per rendere chiaro che la Chiesa non fa altro che seguire perfettamente quel che ha insegnato l’AT. Proseguiamo però la ricerca anche all’interno del NT, e in particolare dell’insegnamento di Gesù.

Nel Nuovo Testamento

Cristo, nel Nuovo Testamento, conferma il divieto di adulterio e fornicazione, specificando tra l’altro che si può cadere in quel peccato anche solo per il desiderio. E conferma anche la gravità del peccato di fornicazione, indicando come preferibile strappare da sé l’oggetto del proprio scandalo che rischiare di non salvarsi. Ricordiamo velocemente a chi vuol contestare che la parola salvezza non è menzionata da Gesù, che la Geenna sta a significare Inferno.
Nel Vangelo di Matteo, infatti, Gesù dice «27Voi avete udito che fu detto agli antichi: - Non commettere adulterio. - 28Io invece dico a voi: - Chiunque guarda una donna per desiderarla ha già, in cuor suo, commesso adulterio con lei. - 29Ora se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo devi strappartelo e gettarlo lungi da te; molto meglio per te che perisca un solo tuo membro, piuttosto che l’intero tuo corpo sia gettato nella Geenna. 30E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala via e gettala lungi da te; meglio per te perdere un solo membro, piuttosto che andare nella Geenna con tutto il corpo. 31Fu anche detto: - Chiunque rimanda la propria moglie, le dia il libello del divorzio. - 32Io invece dico a voi: - Chiunque manda via la propria moglie, salvo il caso di fornicazione, la rende adultera, e chiunque sposa la donna mandata via, commette adulterio» (Mt 5, 27-32).
Ed ancora: «19Dal cuore, infatti, vengono i cattivi pensieri, gli omicidi, gli adulteri, le fornicazioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. 20Queste son le cose che contaminano l’uomo…»
E come commenta Pio XI, nell’Enciclica Casti Connubi: «Queste parole di Cristo non possono andare annullate, neppure per consenso del coniuge, giacché esse rappresentano la legge medesima di Dio e della natura, che nessuna volontà umana può distruggere o modificare”, “E nessuna consuetudine o pravo esempio e nessuna parvenza di progresso umano potranno mai indebolire la forza di questo divino precetto. Perché come è sempre il medesimo «Gesù Cristo ieri e oggi e nei secoli» (Eb 13, 8), così è sempre identica la dottrina di Cristo, della quale non cadrà un punto solo, sino a tanto che tutto sia adempito».
C’è poi il famoso episodio della donna adultera a cui Cristo, dopo aver risposto ai farisei «Chi tra voi è senza peccato, getti per primo contro di lei la pietra» (Gv 8, 7), dice «neppur io ti condanno; va’ e d’ora innanzi non peccare più» (Gv 8, 11).
Sant’Agostino nell’omelia 33 su questo passo è esaustivo, sia nell’evidenziare la misericordia di Gesù, sia nell’anticipare chi vorrebbe trarre da quel “neppur io ti condanno” una interpretazione di apertura all’adulterio, e di conseguenza alla fornicazione e agli atti impuri, dimenticando il “Va’ e d’ora innanzi non peccare più”.
Il santo di Ippona, infatti, così commenta: «Neppure io ti condanno. Come, Signore? Tu favorisci dunque il peccato? Assolutamente no. Ascoltate ciò che segue: Va’ e d’ora innanzi non peccare più (Gv 8, 10-11). Il Signore, quindi, condanna il peccato, ma non l’uomo. Poiché se egli fosse fautore del peccato, direbbe: neppure io ti condanno; va’, vivi come ti pare, sulla mia assoluzione potrai sempre contare; qualunque sia il tuo peccato, io ti libererò da ogni pena della geenna e dalle torture dell’inferno. Ma non disse così.». Specificando poi, a disdire coloro che ricordano solo la misericordia di Dio, ma dimenticano la sua giustizia: «A coloro dunque che sono in pericolo per disperazione, egli offre il porto del perdono; per coloro che sono insidiati dalla falsa speranza e si illudono con i rinvii, rende incerto il giorno della morte. Tu non sai quale sarà l’ultimo giorno; sei un ingrato; perché non utilizzi il giorno che oggi Dio ti dà per convertirti? E’ in questo senso che il Signore dice alla donna: Neppure io ti condanno: non preoccuparti del passato, pensa al futuro. Neppure io ti condanno: ho distrutto ciò che hai fatto, osserva quanto ti ho comandato, così da ottenere quanto ti ho promesso».
In questo episodio, quindi, N.S. Gesù Cristo ci fa capire cosa vuol dire “condannare il peccato e accogliere il peccatore”.
Anche dopo l’ascensione al Cielo di Cristo, l’insegnamento rimane invariato.
Negli Atti degli Apostoli infatti si ribadisce il divieto alla fornicazione (At 15, 18-29 e At 21, 25), così come farà ripetutamente San Paolo, che spesso viene tirato in ballo a casaccio.
Si ricordano su tutti alcuni passi delle Lettere dell’Apostolo, dove si legge chiaro cosa egli pensasse di adulterio e fornicazione, e di conseguenza di quale fosse l’uso da farsi della sessualità. Anch’egli ricordando, tra l’altro, agli smemorati che Dio non è solo buono (che sembrerebbe quasi non esistesse un Giudizio particolare per ognuno di noi e tutti si salvino), ma è anche giusto.
Nella prima Lettera ai Corinzi, San Paolo è diretto ed impossibile da mal interpretare.
«9O non sapete che gente ingiusta non erediterà il regno di Dio? Non illudetevi; né fornicatori, né idolatri, né adulteri; 10nè effeminati, né pederasti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio. 11E tale era qualcuno di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito Santo del Dio nostro. 12Tutto mi è lecito, ma non tutto giova; tutto mi è lecito, ma non mi lascerò dominare da cosa alcuna. 13I cibi sono pel ventre, e il ventre per i cibi; ma Dio questo e quelli ridurrà a nulla. Ma il corpo non è per fornicazione, bensì per il Signore, e il Signore per il corpo; 14e Dio come risuscitò il Signore, risusciterà anche noi per il suo potere. 15Non sapete che i nostri corpi sono membra di Cristo? or dunque le membra di Cristo le farò membra d’una meretrice? non sia mai! 16O non sapete che chi si unisce con una meretrice forma un corpo solo con lei? poiché saranno, dice, due in una carne sola. 17Ma chi s’unisce al Signore forma unico spirito con lui. 18Fuggite la fornicazione. Qualunque peccato faccia l’uomo è fuori del corpo; ma il fornicatore commette un peccato rispetto al proprio corpo. 19O non sapete che il corpo vostro è tempio del Santo Spirito che è in voi, [Spirito] che avete da Dio? e non siete di voi stessi, 20perché siete stati comprati a c» (1 Cr 6, 9-20).
Gli stessi concetti sono ribaditi, sempre con chiarezza inequivocabile, in Col 3, 5 («5Mortificate dunque le vostre membra terrene, cioè la fornicazione, l’impurità, la libidine, la prava concupiscenza, e l’avarizia che è un’idolatria; 6per le quali cose piomba l’ira di Dio sui figliuoli dell’incredulità») ed anche in Eb 13, 4 («Siano onorate le nozze in tutto, e il talamo sia senza macchia; gli impuri e gli adulteri Dio li giudicherà»).
Nel capitolo 4 della Lettera ai Tessalonicesi fa un apologia della purità e della castità («3Poichè questa è la volontà di Dio, la santificazione vostra; che v’asteniate dalla fornicazione; 4che ciascuno di voi sappia tenere il proprio corpo in santità e onestà» 1 Ts 4,3). Purità contrario di impurità. Impurità uguale fornicazione. Purità contrario fornicazione. Volontà di Dio uguale purità. Sembra chiaro.
Addirittura l’Apostolo in 1Cor 5,11 afferma che «con un siffatto (fornicatore tra gli altri, ndr) neppur mangiare dovete» ed in Ef 5,3 che non si deve neanche nominare la parola fornicazione.
E San Paolo esprime gli stessi concetti in tanti altri passi delle sue Lettere: si vedano ad esempio, Ef 5,32; in generale il capito 7 della prima Lettera ai Corinti (7,10; 7,39).
Questi passi da soli sono esaustivi circa la realtà dell’insegnamento delle Sacre Scritture in tema si matrimonio e sessualità.
Il Magistero della Chiesa Cattolica, dunque, non ha fatto altro che adeguarsi a quanto insegnato da Gesù e dall’AT, impegnandosi solo nella corretta interpretazione da dare ai vari passi. Questo si riscontra senza tema di smentita nel Magistero bimillenario. Limiterò la citazione dei testi, cercando di effettuare una cronologia fino ai tempi nostri.

L’insegnamento della Chiesa

Il 6 marzo 1254, in una lettera al vescovo di Firenze, Innocenzo IV scrive: «In ordine alla fornicazione che un uomo libero commette con una donna libera, non si deve in alcun caso dubitare che non sia peccato mortale, dato che l’apostolo afferma che sono esclusi dal regno di Dio sia i fornicatori che gli adulteri» 18 (§ 14).
Si noterà l’aderenza di tale affermazione a quanto insegnatoci da San Paolo in 1Cor 6,9.
Al Concilio di Firenze del 22 novembre 1439, nella Bolla sull’unione con gli armeni, Exsultate Deo, dopo aver ricordato che «Settimo è il sacramento del matrimonio, simbolo dell’unione di Cristo e della chiesa, secondo le parole dell’apostolo: “Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla chiesa” [Ef 5,32]», si ribadisce quanto da sempre insegnato: «Triplice è lo scopo del matrimonio: il primo consiste nell’accettare la prole e educarla al culto di Dio; il secondo nella fedeltà, che un coniuge deve osservare nei confronti dell’altro; il terzo nella indissolubilità del matrimonio, perché essa significa l’unione indissolubile di Cristo e della chiesa. Infatti, sebbene a causa dell’infedeltà sia permesso un regime di separazione, non è lecito, però, contrarre un altro matrimonio, poiché il vincolo del matrimonio legittimamente contratto è perpetuo».
Il concetto di fedeltà è ovviamente l’estremo opposto dell’adulterio e della fornicazione, così che il Concilio di Firenze, elevandola a scopo fondamentale del Matrimonio, condanna chiaramente i suoi opposti. E così vediamo che anche l’indissolubilità del Matrimonio cristiano è mantenuto identico a come insegnato da Cristo e nell’AT.
L’11 novembre 1563 il Concilio di Trento (Dottrina e canoni sul matrimonio), con Papa Pio IV, aveva chiarito che «Se qualcuno dirà che il matrimonio non è in senso vero e proprio uno dei sette sacramenti della legge evangelica, istituito da Cristo, ma che è stato inventato dagli uomini nella chiesa, e non conferisce la grazia, sia anatema» (Can. 1) e «Se qualcuno dirà che la chiesa sbaglia quando ha insegnato e insegna, secondo la dottrina del Vangelo e degli apostoli, che il vincolo del matrimonio non può essere sciolto per l’adulterio di uno dei coniugi; che nessuno dei due, nemmeno l’innocente, che non ha dato motivo all’adulterio, può contrarre un altro matrimonio, vivente l’altro coniuge; che commette adulterio il marito che, cacciata l’adultera, ne sposi un’altra, e la moglie che, cacciato l’adultero, ne sposi un altro, sia anatema» (Can. 7).
Il Concilio di Trento tra l’altro ratifica anche l’unica possibilità di allontanamento dei coniugi, la separazione, che è anche l’unica che non intacca l’indissolubilità del Matrimonio, quando, al Canone 8 ammonisce: «Se qualcuno dirà che la chiesa sbaglia quando dichiara che, per molte cause, si può dare separazione di letto e di mensa tra i coniugi, a tempo determinato o indeterminato, sia anatema».
Sulla falsariga di quanto finora evidenziato, anche le 65 proposizioni condannate nel decreto del S. Uffizio del 2 marzo 1679, nel condannare le proposizioni n. 48 («Sembra molto chiaro che la fornicazione in se stessa non coinvolge nessuna malizia, e che è cattiva soltanto perché proibita, tanto che il contrario sembra completamente discordante dalla ragione») e n. 50 («Un rapporto sessuale con una donna sposata quando il marito è consenziente, non è adulterio; per cui è sufficiente dire nella confessione di avere fornicato») ribadiscono il divieto dei suddetti comportamenti e l’aderenza al perenne insegnamento.
Continuando in questo nostro veloce excursus ed arrivando ai giorni nostri, troviamo l’Enciclica di Pio XI Casti Connubi del 31 dicembre 1930, pietra miliare del Magistero in materia di Matrimonio.
Pio XI, con fermezza, insegnava: «Resti anzitutto stabilito questo inconcusso e inviolabile fondamento: che il matrimonio non fu istituito né restaurato da uomini, ma da Dio; non dagli uomini, ma dallo stesso Dio, e da Gesù Cristo redentore della medesima natura fu presidiato di leggi e confermato e nobilitato: le quali leggi perciò non possono andar soggette ad alcun giudizio umano e ad alcuna contraria convenzione nemmeno degli stessi coniugi»
Non era l’unica volta in cui Pio XI si sarebbe espresso, direttamente o meno, sulle cose inerenti i rapporti tra uomo e donna.
Nell’Enciclica Quadragesimo anno del 15 maggio 1931, infatti, spiegava: «Del resto la cristiana dottrina insegna, e la cosa è certissima anche al lume naturale della ragione, che gli stessi uomini privati non hanno altro dominio sulle membra del proprio corpo, se non quello che spetta al loro fine naturale e che non possono distruggerle o mutilarle o per altro modo rendersi inetti alle funzioni naturali, se non nel caso in cui non si può provvedere per altra via al bene di tutto il corpo».
E qualche anno dopo, il 19 marzo 1937, nell’Enciclica Divini Redemptoris: «Inoltre, come il matrimonio e il diritto all’uso naturale di esso sono di origine divina, così anche la costituzione e le prerogative fondamentali della famiglia sono state determinate e fissate dal Creatore stesso, non dall’arbitrio umano né da fattori economici …».
Arriviamo così ad un’altra pietra miliare, come è l’Enciclica Humanae vitae di Paolo VI (25 luglio 1968). Il Papa qui, tra le altre cose, conferma l’indissolubilità del Matrimonio: «È ancora amore fedele ed esclusivo fino alla morte. Così infatti lo concepiscono lo sposo e la sposa nel giorno in cui assumono liberamente e in piena consapevolezza l’impegno del vincolo matrimoniale. Fedeltà che può talvolta essere difficile, ma che sia sempre possibile, e sempre nobile e meritoria, nessuno lo può negare».
L’insegnamento che si deduce da duemila e passa anni di Cristianesimo è che «la sessualità si esercita veramente in maniera umana solo come parte costitutiva dell’amore con cui uomo e donna si legano l’un all’altra fino alla morte» (Denzinger). E su questa linea, integralmente, rimane Giovanni Paolo II.
Nell’altra pietra miliare dello scorso secolo, l’Esortazione apostolica Familiaris consortio del 22 novembre 1981, infatti, il Papa polacco così si esprime: «21. Di conseguenza la sessualità, mediante la quale l’uomo e la donna si donano l’uno all’altra con gli atti propri ed esclusivi degli sposi, non è affatto qualcosa di puramente biologico, ma riguarda l’intimo nucleo della persona umana come tale. Essa si realizza in modo veramente umano, solo se è parte integrale dell’amore con cui l’uomo e la donna si impegnano totalmente l’uno verso l’altra fino alla morte. … La donazione fisica totale sarebbe menzogna, se non fosse segno e frutto della donazione personale totale, nella quale tutta la persona, anche nella sua dimensione temporale, è presente si riservasse qualcosa o la possibilità di decidere altrimenti per il futuro, già per questo essa non si donerebbe totalmente».
Paolo VI e Giovanni Paolo II puntano molto, come altri documenti precedentemente citati, sul concetto di fedeltà, che contrasta con l’adulterio e la fornicazione, che sono infatti tendenti alla promiscuità e ad un uso distorto della sessualità, rispetto al fine che Dio ha pensato per la stessa.

Il Catechismo della Chiesa

Il Magistero della Chiesa Cattolica si è espresso anche tramite i Catechismi, ovviamente.
Partiamo dal Catechismo tridentino, per decreto del Concilio di Trento, Pio V, 1563.
Circa il Matrimonio, questo Catechismo si accoda alla Tradizione e insiste sulla sua indissolubilità, ricordando che questa è stata confermata da Gesù.
«294 Sempre con le parole di Cristo è facile provare che il vincolo matrimoniale non può essere spezzato da nessun divorzio». Riportandosi a Lc 16,18, insegna che «Il vincolo coniugale dunque può essere spezzato solo dalla morte. Anche l’Apostolo lo afferma, quando scrive: “La moglie legata alla legge, finché il marito vive; quando questi sia morto, essa è affrancata dalla legge e può sposare chi vuole, nel Signore” (1 Cor 7,39)».
Anche i continui richiami effettuati, con evidente aderenza alla Tradizione, mai deviando un concetto, una certezza di continuità di insegnamento sui concetti in oggetto. Il Catechismo tridentino, infatti, ricorda anche che l’Apostolo in 1 Cor 7,10 ribadisce che «Non io, ma il Signore comanda a coloro che sono uniti in Matrimonio: “La moglie non si allontani dal marito; qualora se ne allontani, non si risposi, o cerchi di riconciliarsi con il proprio marito”».
Si arriva anche a spiegare l’atteggiamento da tenere per un cattolico dinanzi ad una situazione estremamente complicata, così anticipando di secoli (o forse c’erano già a quei tempi determinate eccezioni) chi, con la solita tecnica dell’eccezione a base della contestazione, chiede cosa dovrebbe fare una donna che viene picchiata, una donna che ha il marito che la tradisce sistematicamente, ecc… tra l’altro sempre nello schema (mai provato come unico) uomo=cattivo donna=vittima.
«L’Apostolo lascia così alla moglie, che per una ragionevole causa abbandoni il marito, questa alternativa: che rimanga senza marito o si riconcili con lui. Né la Chiesa consente agli sposi di allontanarsi l’uno dall’altro senza gravissimi motivi».
Anche nella spiegazione del sesto comandamento “Non commettere atti impuri” il Catechismo “di Pio V” continua ad esporre quel che è stato insegnato da Cristo.
«333 Se il vincolo tra marito e moglie è il più stretto che esista e nulla può essere loro più dolce che il sentirsi vicendevolmente stretti da un affetto speciale, nulla, al contrario, può capitare a uno di essi di più amaro che sentire il legittimo amore del coniuge rivolgersi altrove. Ragionevolmente, perciò, alla Legge che garantisce la vita umana dall’omicidio segue quella che vieta la fornicazione o l’adulterio, affinché nessuno tenti di contaminare o spezzare quella santa e veneranda unione matrimoniale, dalla quale suole scaturire così ardente fuoco di carità. … Esso ha due parti: una che vieta apertamente l’adulterio; l’altra, più generale, che impone la castità dell’anima e del corpo».
Al canone 334 definisce l’adulterio «violazione del legittimo letto, proprio o altrui», specificando «Se un marito ha rapporti carnali con donna non coniugata, viola il proprio vincolo matrimoniale; se un individuo non coniugato ha rapporti con donna maritata, è contaminato dal delitto di adulterio il vincolo altrui».
Anche qui c’è una perfetta aderenza alla Tradizione, con un effluvio di citazioni di testi dell’AT e del NT, alcuni dei quali abbiamo commentato sopra (Gn 38,24; Dt 23,17; Tb 4,13; Sir 41,25; Mt 5,27; Mt 15,19; 1 Ts 4,3; 1 Cor 6,18; 1 Cor 5,9; Ef 5,3; 1 Cor 6,9).
Il Catechismo tridentino va oltre, sviscera anche l’impatto sociale di tali deviazioni, quando afferma che «L’adulterio è stato espressamente menzionato nel divieto, perché alla sconcezza che riveste in comune con tutte le altre forme di incontinenza, accoppia un peccato di ingiustizia verso il prossimo e la società civile».
Passando al Catechismo San Pio X (Breve), il canone 201 riporta che «Il sesto comandamento: Non commettere atti impuri ci proibisce ogni impurità; perciò le azioni, le parola, gli sguardi, i libri, le immagini, gli spettacoli immorali».
Nel Dragone, nota spiegazione al suddetto Catechismo, ci viene evidenziato che «cercare fuori dal matrimonio i piaceri connessi agli atti dai quali sorge la vita è contro la legge divina e naturale» con tutte le ripercussioni che si possono subire sul «santuario della società familiare, fondata sul matrimonio». Sono proibiti sia gli atti impuri esteriori, che quelli interiori dal nono comandamento.
Sempre nel Dragone, nella spiegazione al sesto comandamento, viene evidenziata la gravità dei peccati impuri: «La gravità del castigo (Sodoma e Gomorra per i loro vizi innominabili, ndr) indica la gravità del peccato. … Il peccato impuro contamina anche il corpo, che è tempio dello Spirito Santo, membro del corpo mistico di Cristo, e rende vano il fine per cui Dio ha creato i due sessi. … Quanto alla materia, il peccato impuro è sempre grave; se non vi è piena avvertenza o tutto il consenso può essere leggero».
La Tradizione della Fede Cattolica, inoltre, è precisa anche nelle distinzioni da effettuare tra le varie situazioni. Infatti la suddetta spiegazione al canone 201 precisa che «il peccato non consiste nel conoscere, e neppure nel sentire l’attrattiva per il male, ma nel volerlo. Non è peccato conoscere a tempo e luogo (p. es. prima del matrimonio) certi misteri delicati della vita, non è peccato neppure essere contenti di conoscerli, ma è peccato essere contenti e godere delle azioni cattive. Non è peccato sentire tentazioni contrarie alla purezza, quando non si siano volute e cercate, ma è peccato acconsentirvi».
Questo concetto è ribadito anche nel commento al nono comandamento, da sempre collegato con il sesto: il nono si “occupa” dei peccati impuri interni (pensieri e desideri), mentre il sesto di quelli esterni. La matrice comunque è sempre la stessa: «Il peccato è un atto della volontà che trasgredisce liberamente e consapevolmente la legge divina»
San Pio X, nel suo Catechismo breve, al canone 202 poi, ci spiega che «Il sesto comandamento ci ordina di essere “santi nel corpo”, portando il massimo rispetto alla propria e altrui persona, come opere di Dio e templi dove Egli abita con la presenza e con la grazia», tornando alla motivazione principale di questo divieto così assoluto presente dall’AT ad oggi: «Proibendo gli atti impuri esteriori, il sesto comandamento ordina la santità esterna del corpo. Ogni peccato impuro esteriore è una profanazione della propria o anche dell’altrui persona, che è sacra e merita il massimo rispetto…» (Dragone). I corpi sono «come opere di Dio e templi dove Egli abita con la presenza e con la grazia» e, ad essere coerenti con il nostro dirci cattolici, non si può non asserire la totale santità del nostro corpo, dato che lo stesso «Col Battesimo (…) è diventato membro visibile del corpo mistico di Cristo. Per questo San Paolo ci esorta: Glorificate e portate Dio nel vostro corpo (1 Cr 6, 20) e ci ammonisce:Non sapete che le vostre membra sono tempio dello Spirito Santo (1 Cr 19)».
Venendo in ultima battuta al Catechismo della Chiesa Cattolica, questo ci dà la definizione di adulterio e fornicazione, così riportandoci nuovamente e direttamente a Cristo.
«L’adulterio. Questa parola designa l’infedeltà coniugale. Quando due persone, di cui almeno una è sposata, intrecciano tra loro una relazione sessuale, anche episodica, commettono adulterio. Cristo condanna l’adulterio anche se consumato con il semplice desiderio (Cf. Mt 5, 27-28 sopra commentato). Il sesto comandamento e il Nuovo Testamento proibiscono l’adulterio in modo assoluto. I profeti ne denunciano la gravità. Nell’adulterio essi vedono simboleggiato il peccato di idolatria (Can. 2380)».
I canoni successivi spiegano che «L’adulterio è un’ingiustizia» (can. 2381), ricordando che il vincolo matrimoniale è segno dell’Alleanza e l’adulterio, che poi ha come conseguenza il divorzio, «lede il diritto dell’altro coniuge e attenta all’istituto del matrimonio».
«La fornicazione è l’unione carnale tra un uomo e una donna liberi, al di fuori del matrimonio. Essa è gravemente contraria alla dignità delle persone e della sessualità umana naturalmente ordinata sia al bene degli sposi, sia alla generazione e all’educazione dei figli. Inoltre è un grave scandalo quando vi sia corruzione dei giovani» (can. 2353).
Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al canone 1756, poi ci mette sull’avviso. Non si può sminuire millenni di insegnamento, pensando che la fornicazione “una tantum” non sia grave, quasi come se fosse la quantità di peccati a fare la gravità e non il tipo di peccato.
«Ci sono atti che per se stessi e in se stessi, indipendentemente dalle circostanze e dalle intenzioni, sono sempre gravemente illeciti a motivo del loro oggetto; tali la bestemmia e lo spergiuro, l’omicidio e l’adulterio» (can. 1756).
Sembra utile ricordare con San Tommaso d’Aquino che «Quando la volontà si orienta verso una cosa di per sé contraria alla carità, dalla quale siamo ordinati al fine ultimo, il peccato, per il suo stesso oggetto, ha di che essere mortale […] tanto se è contro l’amore di Dio, come la bestemmia, lo spergiuro, ecc…, quanto se è contro l’amore del prossimo, come l’omicidio, l’adulterio, ecc…[…] Invece, quando la volontà del peccatore si volge a una cosa che ha in sé un disordine, ma tuttavia non va contro l’amore di Dio e del prossimo – è il caso di parole oziose, di riso inopportuno, ecc. –, tali peccati sono veniali» (San Tommaso D’Aquino, Summa theologiae, I-II, q. 88, a. 2, c).

Alla luce della ricerca appena esposta appare di evidenza incontestabile che il cattolico, per dirsi coerentemente tale, non può in alcun modo non tenere conto dei precetti e degli insegnamenti della Chiesa Cattolica in materia di matrimonio e sessualità.
Men che meno un cattolico deve cadere nell’errore di un’interpretazione personale delle Sacre Scritture, non seguendo quella data dalla Chiesa Cattolica (errore condannato espressamente), correndo così il rischio di “protestantizzarsi” e cercare interpretazioni più aperte o affermare la non integrale aderenza dell’insegnamento della Chiesa ai testi sacri, né, ancora peggio, pensare di poter far credere che Cristo abbia tollerato adulterio e fornicazione.
Ultima considerazione è che la Chiesa in questa materia non è affatto retrograda, come si sente dire da molti, in ossequio al pensiero del mondo. Ella anzi è aderente al diritto naturale e a quello che è l’unico e convincente modo di intendere certi argomenti e di usare certe “funzioni” del nostro corpo, senza trasformarli in carne senza valore.
Il rimedio della castità pre-matrimoniale, ma anche, intesa in altro modo, all’interno del matrimonio, è la risposta più giusta alla questione in oggetto, e, soprattutto, ai giorni nostri, anche la più coraggiosa.

Fonte: Il giudizio cattolico, 30.1.2014

sabato 11 aprile 2015

148 nuovi martiri nel firmamento della Chiesa

Quest’oggi, oltre alla memoria di San Leone Magno, che abbiamo già ricordato, la Chiesa celebra anche la vergine Santa Gemma Galgani.





In onore di questa Santa giovane mistica, stigmatizzata, innamorata della Passione di Cristo, rilancio questo contributo del prof. De Mattei, il quale sottolinea come, ancor oggi, come ricordato anche da noi in diverse occasioni (v. ad es. qui), continui il martirio di tanti cristiani per mano dell’Islam, in molte parti del mondo: dal vicino Oriente all’Africa, che ci lasciano una limpida ed intrepida testimonianza di fede (v. «Non ci resta che affidarci a Dio». L’ultimo sms di Ayub prima di essere massacrato a Garissa; Così ho abbracciato il mio fratello carnefice, che mi aveva tagliato le dita con il machete; Siria, circa 300 cristiani sono ancora nelle mani dell’Isis. «Ci hanno chiesto un riscatto di 30 milioni di dollari»).
L'articolo del prof. De Mattei è tradotto in inglese dall'immancabile Rorate coeli.



148 nuovi martiri nel firmamento della Chiesa

di Roberto de Mattei

Nel firmamento della Chiesa brillano le stelle di 148 nuovi martiri. I giovani cristiani vittime dell’Islam, lo scorso Giovedì santo in Kenya, non devono essere commiserati, ma invidiati, perché hanno avuto la grazia immensa del martirio. Essi sono martiri perché sono stati uccisi in quanto cristiani dai soldati di Allah.

Ciò che rende il martire tale non è la morte violenta, ma il fatto che essa sia inflitta in odio alla fede cristiana. Non è la morte che fa il martire, dice sant’Agostino, ma il fatto che la sua sofferenza e la sua morte siano ordinate alla verità. Non tutte le vittime di una persecuzione si possono dire martiri, soltanto quelle che abbiano ricevuto la morte per odio alla fede da parte degli uccisori.

I martiri del campus universitario di Garissa, si aggiungono alla innumerevole legione di testimoni della fede massacrati negli ultimi due secoli dai persecutori della Chiesa. Il primo genocidio dei tempi moderni è quello della Rivoluzione Francese. Ben 438 religiosi, religiose e semplici laici sono già venerati come beati e per altri 591 sono in corsi i processi per il riconoscimento del martirio «in odium fidei». A questo olocausto si aggiunge quello della guerra di Spagna (1936-1939), dove sono 1.512 i martiri beatificati e 11 quelli canonizzati, ma il numero delle vittime di anarchici e comunisti è di molte decine di migliaia.

Il 13 ottobre 2013 a Tarragona, in Catalogna, sono state beatificate 522 persone uccise in odio alla fede prima e durante la guerra religiosa di Spagna. Si è trattato della cerimonia con il maggior numero di Beati, 522, che ha superato quella svoltasi a Roma, in piazza San Pietro, il 27 ottobre 2007. I loro nomi si aggiungono agli innumerevoli martiri del comunismo, del laicismo e oggi dell’Islam, in tutti i paesi del mondo.

Bisogna avere il coraggio di pronunciare il nome degli assassini. Si continua a tacere sul fatto che è in atto da tempo una sistematica e planetaria persecuzione islamica contro i cristiani. Papa Francesco, dopo i fatti del Kenia, ha letto questa bella preghiera: «nel Tuo viso schiaffeggiato vediamo il nostro peccato, in Te vediamo i nostri fratelli perseguitati, decapitati e crocifissi per la loro fede in Te, sotto i nostri occhi e spesso con il nostro silenzio complice». Antonio Socci, che ha spesso denunciato il “silenzio complice” delle supreme autorità ecclesiastiche, scrive su “Libero” del 5 aprile: «Ci aspettiamo che – affacciato a quella finestra – papa Bergoglio, con tutto il prestigio di cui gode sui media, svegli tutti i potenti della terra, mobiliti la sua diplomazia, che faccia sentire a tutti il grido di dolore dei cristiani perseguitati, che indica preghiere continue di tutta la Chiesa, che lanci una grande iniziativa umanitaria per i cristiani perseguitati».

L’appello sembra essere stato raccolto da Ernesto Galli della Loggia che su “Il Corriere della Sera” del 5 aprile ha proposto al governo italiano una sottoscrizione nazionale tra tutti gli italiani, tra tutte le istituzioni pubbliche e private del Paese, per raccogliere i fondi necessari a un cospicuo invio di aiuti ai cristiani perseguitati. Tutto questo però non è sufficiente, quando è in corso una guerra. E bisogna prendere atto che esiste una guerra di religione contro Gesù Cristo e contro la sua Chiesa combattuta in nome di quella Sura del Corano che recita: «Uccidete gli infedeli ovunque li incontriate. Questa è la ricompensa dei miscredenti» (2, 191). Questa guerra non è stata dichiarata dai cristiani, ma è stata intrapresa contro di essi. Perché i governi dell’Occidente non la combattono? La ragione è che l’Occidente condivide il medesimo odio dei persecutori contro le proprie radici cristiane.

Il laicismo occidentale non solo processa, perseguita, ridicolizza coloro che difendono l’ordine naturale e cristiano, ma pratica anch’esso il genocidio di massa. Mons. Luc Ravel, Vescovo delle forze armate francesi, ha affermato: «Scopriamo di dover scegliere in quale campo collocarci; scopriamo di armarci contro il male manifesto senza prender posizione contro quello subdolo. Il cristiano si sente preso come in una tenaglia tra due ideologie: da una parte, quella che fa la caricatura di Dio sino a disprezzare l’uomo; dall’altra, quella che manipola l’uomo sino a disprezzare Dio. Da una parte, avversari dichiarati e riconosciuti: i terroristi della bomba, i vendicatori del profeta; dall’altra, avversari non dichiarati però ben noti: i terroristi del pensiero, promotori della laicità, gli adoratori della Repubblica. In quale campo situarsi come cristiani? Noi non vogliamo essere presi in ostaggio dagli islamici. Ma non ci auguriamo nemmeno d’esser presi in ostaggio dai benpensanti. L’ideologia islamica ha fatto 17 vittime in Francia. Ma l’ideologia dei benpensanti fa ogni anno 200 mila vittime nei grembi delle loro madri. L’aborto inteso come ”diritto” fondamentale è un’arma di distruzione di massa».

L’odio che l’Occidente nutre verso la Chiesa e la Civiltà cristiana è l’odio verso la propria anima e la propria identità. «Un odio di sé dell’Occidente ‒ ha scritto Benedetto XVI‒ che si può considerare solo come qualcosa di patologico»; l’Occidente si apre pieno di comprensione ai valori esterni, «ma non ama più se stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro».

Oggi l’Occidente rifiuta i valori attorno a cui ha costruito la sua identità e raccoglie solo l’eredità distruttiva dell’illuminismo, del marxismo e del freudismo. La teoria del gender rappresenta l’ultimo passaggio intellettuale di questa dissociazione dell’intelligenza dalla realtà che diventa odio patologico verso la stessa natura umana. Il gesto di Andreas Lubitz, che ha voluto schiantare contro le Alpi il suo Airbus con 150 passeggeri, è l’espressione di questo spirito di autodistruzione. Il suicidio è un’espressione estrema, ma coerente, della depressione occidentale: uno stato d’animo in cui l’anima sprofonda nel nulla, dopo aver perso ogni ragione di vivere. Quando si professa il relativismo assoluto ci si realizza solo nella morte.

La strage di Gorissa non è una “brutalità senza senso”, così come il suicidio del pilota tedesco non è un atto di pura follia. Questi gesti, distruttivi o autodistruttivi, hanno una loro aberrante logica. All’esaltazione dei fanatici di Allah corrisponde la depressione degli apostati del Cristianesimo: L’equilibrio nel mondo si è spezzato, quando si sono voltate le spalle ai princìpi cristiani. E un medesimo impulso preternaturale muove il furore omicida dell’Islam e il nichilismo suicida dell’Occidente. Il principe delle tenebre, non riuscendo a farsi Dio, vuole distruggere tutto ciò che è di Dio e della Civiltà cristiana porta l’orma. Senza quest’infestazione diabolica è difficile comprendere quanto sta accadendo nel mondo. E senza un intervento angelico è impossibile combattere una battaglia che ha il suo primo atto nel momento della creazione, quando il fronte degli Angeli si divise in due schiere perennemente contrapposte nella storia dell’universo creato.

Il messaggio di Fatima vede la Madonna preceduta e accompagnata dagli Angeli. E chi ha letto il Terzo Segreto ricorda la tragica visione di una grande croce, ai piedi della quale anche il Papa viene ucciso: «Sotto i due bracci della Croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio». Come agli inizi del Cristianesimo, il sangue dei cristiani è seme di rinascita nella storia e di vittoria nell’eternità.