Sante Messe in rito antico in Puglia

giovedì 10 novembre 2011

Il canto gregoriano nel senso comune

di Giannicola D'Amico

Qualche sera fa, invitato a dire due parole circa il canto liturgico in occasione della presentazione a Monopoli dell’ultimo libro di don Bux, assistevo alla illustrazione dell’opinione del Vescovo diocesano, mons. Domenico Padovano, il quale non faceva mistero della sua contrarietà alle idee esposte nel libro.
Non entro nel merito di alcune questioni particolari sollevate dal Vescovo, cui risponderanno i liturgisti, ma vorrei soffermarmi sulle affermazioni del Presule circa il canto gregoriano, di cui ha detto “Una grande opera d’arte” ma ne ha negato l’utilità per via della lingua latina, quando esso fosse intonato, come avviene nelle nostre parrocchie, dalle “povere donne che non sanno nemmeno cosa cantano”.
Senza scomodare il rapporto corretto culto pubblico/devozioni private, il quale inerisce anche le questioni musicali (che qui è bene tralasciare, per brevità), bisogna dire con rincrescimento che il Vescovo, su questo punto, commette un errore che però, a sua discolpa, è oggigiorno frequente e comune.
E ciò sia detto col massimo rispetto per l'uomo e, soprattutto, per il ministero che esercita, verso il quale bisogna nutrire la più alta considerazione.
Nessuno al giorno d'oggi, soprattutto nel clero, si sogna di negare valore artistico al canto gregoriano, ma perlopiù gli si nega la sua natura liturgica primigenia e la sua stessa funzione ontologica, se non de jure (e ciò solo perché le fonti primarie del Magistero lo impediscono), almeno abbondantemente de facto.
Esso è, e resta, Parola di Dio cantata.
Ovvero: prima di essere un’opera d’arte è parte integrante e, in alcuni casi necessaria, della liturgia.
Si è totalmente capovolta la prospettiva esistente prima della riforma solesmense, quando il gregoriano – eseguito male o malissimo, trascritto anche peggio, non certo reputato al livello artistico della polifonia sacra o dello stile concertato ecclesiastico - era considerato cifra imprescindibile della liturgia e potente antemurale alle degenerazioni secolaristiche dei riti, veicolate perlopiù attraverso il canale della musica.
Tutto il lavoro esegetico compiuto in Europa sulle fonti del canto gregoriano, dagli anni Cinquanta del XIX sec., aveva ricostruito il volto vero del canto liturgico occidentale facendo recuperare allo sterminato repertorio quella facies estetica perduta nei secoli, senza cacciarlo dalla sua sedes materiae, ma anzi avvalorando l’idea che la Chiesa avesse sempre usato per “spiegare” la Parola di Dio e per rendere il culto nobile ed elevato, uno dei più stupefacenti, polimorfi e appropriati monumenti d’arte di tutti i tempi.
Oggi, dopo più di centocinquantanni di studi liturgici, paleografici, filologici, musicali, semiologici e semiografici, sortiti dall’opera di dom Prospero Gueranger (che non fu un musicista, ma un monaco e un eccelso liturgista) e dei suoi successori di Solesmes, per via di una erronea interpretazione delle disposizioni di quel Concilio Vaticano II che, nella Costituzione liturgica, invece, portò a coronamento le istanze solesmensi, auspicando ulteriori approfondimenti scientifici e più ampia diffusione pratica del gregoriano, assistiamo a questi evidenti sviamenti dovuti a quella che il S. Padre ha definito “ermeneutica della discontinuità”.
La normativa applicativa della Cost. Lit. Sacrosanctum Concilium non fa altro che ribadire questi concetti e anche documenti magisteriali in materia contigua chiarificano il tema.
Mons. Padovano ha ragione a dire che spesso il popolo, nel cantare latino e gregoriano poco o nulla “comprende”.
Ma è sufficiente questo per abolirlo?
Di questo passo si sopprimerebbe la Comunione perché i fedeli perlopiù, con le categorie della ragione o della cultura che hanno, non capiscono la transustanziazione delle SS. Specie.
Si dovrebbe pure abolire la Messa, o riservarla a quei pochi che ne comprendono la intima natura aldilà del semplice dato rituale o precettizio, e si dovrebbe infine mandare in soffitta la dottrina e la dogmatica: quanti riescono a padroneggiare con cognizione di causa l’inabitazione dello Spirito Santo, oppure la immacolata Concezione di Maria?
Ci sarà una ragione per cui la Chiese mantiene ed incrementa tutte queste cose: sono le stesse ragioni per cui il Magistero continua ad indicare nel canto gregoriano la principale voce cantata della liturgia, ovvero che la comprensione esclusiva mediante i sensi e la ragione in subiecta materia non è tutto per la salvezza delle anime, anzi, come canta il Tantum ergo, opportunamente citato dal Vescovo, sarà proprio che “Praestet fides supplementum sensuum defectui”.
Forse il pensiero recente di alimentare questa fede con “cibo” esclusivamente razionale ed ordinario, va rivisto: su queste basi nessuna cattedrale sarebbe stata edificata, nessun mosaico d’oro sarebbe stato composto, nessuna messa polifonica sarebbe stata musicata.
Eppure la Chiesa ha sempre apprezzato, favorito ed utilizzato tali strumenti di evangelizzazione: oggi, però, fa fatica a ri-appropriarsi di queste categorie, confidando in più “aggiornate” strategie pastorali e catechetiche, che quasi sempre relegano le arti liturgiche, o a messaggi pressoché extra-religiosi (le arti dello spazio) o a banalizzazioni che assecondino puramente il nostro povero quotidiano (la musica, arte del tempo).
Forse i motivi pastorali che presiedono al ragionamento di mons. Padovano, dovrebbero essere corroborati - sia detto senza critica al Vescovo che ha espresso la sua opinione liberamente e soprattutto in modo molto chiaro, e di ciò gli va dato pienamente atto - da una maggiore osservanza del Magistero, pontificio e conciliare, della Tradizione della Chiesa e delle norme che presiedono alla celebrazione dei riti.
Il fatto che la Chiesa discuta di ciò è un bene: è viva e non guarda alla limitatezza della sua condizione terrena e presente.
Mi sia permesso dire infine che un criterio strettamente musicale ci permette pure di preferire il semplice canto gregoriano – magari opportunamente accompagnato dall’organo, perché, ad onta dei puristi, anch’esso va inculturato alle realtà parrocchiali, senza pretendere di replicare ovunque la temperie sonora del coro monastico -  ai canti che da alcuni decenni si sono gradualmente inseriti nelle nostre liturgie, sul cui livello artistico medio ci sarebbe molto da eccepire, sull’ortodossia dei cui testi a volte è meglio sorvolare, come parimenti sulla loro effettiva partecipabilità da parte di tutti i fedeli che finiscono, a volte, per comprendere poco o nulla egualmente, pur ascoltandoli in italiano (senza dire dei molti canti in inglese, spagnolo, ebraico che ormai saltabeccano qua e là al posto delle antifone).
Se si riacquisisce al senso comune ciò che la legge liturgica prevede e una splendida Tradizione ci ha consegnato, si potrà evitare di confinare il gregoriano nel pur benemerito limbo dei concerti e riportarlo a casa sua, ovvero a servizio e coronamento del Culto divino.
Sarà eseguito poco raffinatamente, come al contrario auspica mons. Padovano memore dell’esempio benedettino in diocesi, che ha giustamente citato, sarà poco compreso dal popolo, che sbaglierà desinenze e ornerà di portamenti le melodie, ma starà al posto suo e ciò non potrà che giovare all’ordine naturale delle cose!
Anche quando si celebra con il Messale di Paolo VI.

sabato 5 novembre 2011

Tonino Bello, la mariologia feriale e l’ermeneutica della discontinuità

di padre Alessandro Maria Apollonio, F.I.

In Civiltà Cattolica del 3 ott. 2009, pp. 91-92, si recensiscono ben 4 volumi che presentano la figura di mons. Tonino Bello (1935-1993), Vescovo di Molfetta: due di questi libri parlano di lui, e negli altri due è lui che parla, essendone l’autore. Nella benevola seppur rapida recensione, s’accenna alla sua Mariologia e al fatto che nel 2007 è stato avviato il suo processo di beatificazione. Ora, senza voler entrare in merito alla sua personale santità, vorrei mettere in luce il carattere fuorviante, certamente non esemplare, della sua Mariologia.
La cosa appare contraddittoria: è mai possibile che un Vescovo possa essere ad un tempo santo e non perfettamente ortodosso? Rispondo: ciò sarebbe eccezionalmente possibile solo laddove l’eterodossia s’annidi in una coscienza oscurata da ignoranza soggettivamente invincibile. E questo non è contraddittorio, benché sembri impossibile.
A ben guardare, però, non è nemmeno assolutamente impossibile: nulla è impossibile a Dio, nel bene e, nel male morale, nulla è impossibile all’insipienza umana. E di questa insipienza, nel periodo post conciliare ce n’è stata talmente tanta, da rimanere facilmente coinvolti in una sorta di tragico errore comune, definito da Benedetto XVI “ermeneutica della discontinuità”.

Di questa ermeneutica sbagliata sarebbe rimasto vittima inconsapevole, lo supponiamo, mons. Bello, la cui Mariologia potrebbe tutta riassumersi in questo principio di rottura: prima del concilio la Madonna era vista vicina a Cristo, nella luce della santità divina, ora invece la guardiamo alla luce di questo mondo segnato dal peccato.
Diamo un’occhiata solo ad alcune sue idee mariologiche. Da “Maria donna dei nostri giorni” (supplemento di Jesus, ed. San Paolo, maggio 1993), leggiamo le seguenti affermazioni, che mons. Bello era solito ripetere ai giovani, con il suo pathos travolgente:
«Anche Maria ha sperimentato quella stagione splendida dell’esistenza, fatta di stupori e di lacrime, di trasalimenti e di dubbi, di tenerezza e di trepidazione, in cui, come in una coppa di cristallo, sembrano distillarsi tutti i profumi dell’universo. Ha sperimentato pure lei la gioia degli incontri, l’attesa delle feste, gli slanci dell’amicizia, l’ebbrezza della danza, le innocenti lusinghe per un complimento, la felicità per un abito nuovo» (p. 21).
«Una sera, un ragazzo di nome Giuseppe prese il coraggio a due mani e le dichiarò: “Maria, ti amo”. E lei rispose veloce come un brivido: “Anch’io”… Le compagne… non riuscivano a spiegarsi come facesse a comporre i suoi rapimenti in Dio e la sua passione per una creatura… Poi la sera rimanevano stupite quando, raccontandosi a vicenda le loro pene d’amore sotto il plenilunio, la sentivano parlare del suo fidanzato con le cadenze del Cantico dei Cantici…» (p. 22).
«Santa Maria, donna innamorata.., facci capire che l’amore è sempre santo, perché le sue vampe partono dall’unico incendio di Dio» (p. 23).

L’errore di fondo è quello della svolta antropologica in Mariologia, che per mons. Bello significa pensare all’adolescenza di Maria secondo il cliché dell’innamoramento giovanile, così come avviene di fatto nella maggior parte dei ragazzi, senza la minima considerazione del deleterio apporto derivante dalla concupiscenza, che tutto intorbidisce in noi, ma che era del tutto assente in Lei.
Quali dubbi di fede poteva mai avere «Colei che non dubitò, ma credette» (sant’Ambrogio, Comm. a Lc, 1; cf. san Pio X, Ad diem illum)?
Quali trasalimenti, quale ebbrezza della danza, quali lusinghe, quali passioni poteva avere la Tuttasanta (Padri), “l’umile serva del Signore” (cf. Lc 1), che «non conosceva uomo» (cf. Lc 1), perché non voleva conoscerlo, per il suo voto di perpetua verginità ispiratole da Dio sin dalla giovinezza (Duns Scoto, San Tommaso, Giovanni Paolo II)? Quale esperienza poteva avere l’Immacolata di tutte queste cose macchiate dalla concupiscenza, in noi, e che non potevano trovarsi in Lei, immune da ogni disordine derivante dal peccato originale? Sembra che mons. Bello non distingua abbastanza – contro tutta la tradizione patristica e contro il costante magistero della Chiesa – l’amore verginale e santo dell’Immacolata verso san Giuseppe, dall’amore concupiscente delle creature macchiate dalle conseguenze del peccato originale. Dire, poi, soprattutto in questo contesto d’innamoramenti giovanili, che «l’amore è sempre santo», suona proprio un’eresia, perché anche l’impurità è un amore, «l’amor di sé fino al disprezzo di Dio» (sant’Agostino).
Proporre ai giovani una spiritualità del genere, significa divinizzare i loro turbamenti giovanili e spianare la strada per lo sfrenamento della loro lussuria, che è anche un genere di amore. L’Autore usa costantemente un linguaggio ambiguo. Parla di esperienze affettive e sentimentali, che normalmente nei giovani sono – a dir poco – il preludio della passione, impura, attribuendole alla Madonna che è la purissima sempre vergine. E la mistica della sensualità giovanile, di cui la Madonna viene ad essere, più che il modello, la “modella”. Roba da telenovela, una profanazione!

Continua ancora su questa falsa riga il Vescovo di Molfetta:
«Maria, comunque, doveva essere bellissima. Non parlo solo della sua anima… Parlo, anche, del suo corpo di donna» (p. 108). «Vogliamo immaginarla adolescente, mentre nei meriggi d’estate risale dalla spiaggia, in bermuda, bruna di sole e di bellezza» (p. 116).
Proporre la Madonna in questi termini, sopratutto ai giovani, significa ignorare che sono già sazi e nauseati di estetica, di corpi, di “bermuda”, di spiagge, di abbronzature… Hanno sete di Dio, non di queste cose, che gli escono ormai dagli occhi e dagli orecchi. Il mondo li bombarda continuamente con questa “spazzatura” (san Paolo). Non occorre che ci si metta pure un Vescovo. Proporre la Madonna in questi termini sembra l’istigazione ad un’immaginazione pervertita, che tutto comprende sub specie libidinis, anche ciò che di più puro e più santo vi è in assoluto. Chi mai si consacrerebbe a Dio, nella totale verginità di corpo e spirito, se anche Maria, il paradigma della santità, si trascinasse verso le vanità di questo mondo?

Bisognerebbe dire ancora molte cose, ma non è questo il luogo né il momento adatto. Bastino queste “chicche” per comprendere la gravità della situazione. Se la dottrina di un Vescovo dovrebbe esser per sé ineccepibile, essendo “maestro della fede”, la dottrina di un Vescovo canonizzato dovrebbe esserlo doppiamente, visto che la Chiesa lo addita universalmente come modello esemplare da seguire. Proprio quest’ortodossia esemplare manca, a nostro avviso, al Nostro. Da qui la domanda: ammesso che don Tonino (così si faceva chiamare anche da Vescovo) sia davvero già nella gloria dei Santi in Paradiso, a che giova inserirlo anche nella gloria del Bernini sulla terra?

Testo tratto da: Immaculata Mediatrix, IX (3 – 2009), pp. 296-298.

domenica 30 ottobre 2011

Gli incontri con il prof. Nicola Bux a novembre

4 Novembre: Monopoli, "Ricordando S. E. Mons. Ruppi ...la messa a norma della Messa. Presentazione del libro "Come andare a Messa e non perdere la fede".

7 Novembre: Desenzano, conferenza "Il senso ed il valore liturgico-spirituale della dedicazione del Duomo", Duomo di Desenzano ore 21:00.

11 Novembre: Budapest, presentazione della traduzione ungherese del libro "Come andare a Messa e non perdere la fede".

17 Novembre: Radio Maria, rubrica "Chiesa e Liturgia", ore 18:00

23 Novembre: Roma, convegno "Sulla via del Concilio Vaticano II: la preparazione sotto Pio XII", Istituto Maria Bambina.

25 Novembre: Palermo, presentazione del libro "Come andare a Messa e non perdere la fede".

sabato 22 ottobre 2011

L’arte nelle chiese baresi, ovvero il letargo del buon senso

di Giannicola D'Amico

Due settimane fa, visto l’equivoco spettacolo di danze indiane nella Cattedrale barese con lotteria annessa, mi spinsi ad ipotizzare che durante le Notti sacre, indette dall'Ufficio Liturgico Diocesano, il buon senso dei responsabili della res ecclesiastica del capoluogo si fosse (temporaneamente) addormentato.
Esso purtroppo però sembra profondamente in letargo, nonostante la perdurante bella stagione.
Si è chiusa il 18 ottobre la mostra “Oltre il sacro”, ospitata nella Chiesa del Gesù, nel borgo antico, tempio ancora consacrato e regolarmente aperto al culto, poiché affidato alle cure dell’Ordine del S. Sepolcro.
In questo caso ai visitatori dell’allestimento, ed ai fedeli, non è stato risparmiato qualche effetto “speciale” che sarebbe stato meglio ospitare fuori di un luogo sacro, visto che già gli organizzatori avevano battezzato la mostra con una locuzione la quale, da sola, poteva evocare scenari di profanità, forse sfuggiti all’autorità ecclesiastica.
Si è trattato di un allestimento di opere d’arte contemporanea, di diverso genere e di varia mano, che solo in alcuni casi avevano qualche apparente addentellato con il “sacro”, ovviamente rivisitato in quelle forme così sibilline e solipsistiche delle varie correnti post-moderne e post-contemporanee.
Le opere sono rimaste esposte, anche durante le funzioni religiose, opponendo alle severe figure dei Santi Gesuiti che continuano ad occhieggiare benevole dalle tele degli altari, l’attonita immobilità di pesci stilizzati alquanto enigmatici o un ideale fotogramma di alcune enormi carte napoletane (di cui, fortunatamente si mostrava solo il dorso, con il motivo alla Escher), in un immoto quanto ingombrante ed improbabile equilibrio, proprio presso l’altar maggiore, oltre a scritture a tappeto formate da ossa, forse non umane, bianchi parallelepipedi marmorei “senza titolo” e via discorrendo.
Ma fin qui vorrei dire, con un po’ di amaro in bocca per ben immaginabili motivi, “nulla quaestio”: è ormai consuetudine che in chiesa si ospiti di tutto un po’, altrimenti il clero viene tacciato di oscurantismo, bigotteria, filoinquisizionalismo e i cattolici di avversare in modo tetragono ogni progresso artistico.
Senonchè sospesa alla cantoria restava la copia apparente della celeberrima Madonna del Granduca di Raffaello: solo apparente perché guardandola bene si restava gradualmente … stomacati!
Si trattava di una irridente parodia di uno dei capolavori del Rinascimento e di uno dei vertici dell’arte sacra di tutti i tempi: alla Vergine era stato sostituito il volto di Madonna, al secolo Louise Veronica Ciccone, apposte unghie degne di una geisha (per usare un eufemismo) e Gesù Bambino, dotato di orecchino (ma a forma di crocefisso!), piercing e tatuaggio sul deltoide (ma a forma di S. Cuore!), insinuava stranamente la manina in uno squarcio -  tutt’altro che raffaellita - dell’abito materno, all’altezza del petto.
Fatta salva la sacrosanta libertà di ricerca artistica ed accademica (oggi invero viepiù sacrosanta quando è fatta a spese dei … principi non negoziabili dei cattolici), ciò che scandalizza è l’aver ospitato un’opera siffatta in un luogo (ancora) consacrato e durante le funzioni del culto pubblico, poiché oltre che “reinterpretare” Raffaello, si sbeffeggiava chiaramente Maria Santissima.
Anche questa volta qualche domanda sorge spontanea:
  1. se proprio non poteva farsi a meno di prestare un luogo ecclesiastico alla mostra in questione, non si poteva allestirla presso la chiesa della Vallisa, ormai sconsacrata, o nel Portico dei Pellegrini o in qualche chiostro dismesso che, quali pertinenze dei luoghi sacri, arieggiano quel vissuto “religioso” oggi così di moda da dissacrare, ma sono tuttavia almeno esenti dalla celebrazione della divina liturgia?
  2. possibile che nessuno, in Curia, nella rettoria del Gesù, in seno al benemerito (e ciò lo dico senza celia alcuna) Ordine del S. Sepolcro, si sia accorto del tiro mancino? O della più o meno patente blasfemìa dell’allestimento?
La vergognosa distruzione della statua della Madonna e di un Crocifisso ad opera di facinorosi guerriglieri, durante i disordini romani, ha fatto scandalizzare più di quattro irriducibili tradì, alcuni giorni addietro.
Forse sarà il caso di cominciare ad indignarsi un po’ anche per simili sconcezze che, forse sol perché imbastite da “colletti bianchi” del secolarismo à la page, agli occhi di molti, anche cattolici e praticanti, passano per essere encomiabili operazioni che avvicinano la Chiesa al mondo dell’arte e della cultura contemporanee.
Ma a quale prezzo?

domenica 16 ottobre 2011

Vescovi disubbidienti al Papa

dal blog "Settimo Cielo" di Sandro Magister

In questi giorni in tutte le parrocchie e chiese degli Stati Uniti sta arrivando la nuova versione inglese del Messale Romano, che verrà utilizzata a partire dalla prossima prima domenica di Avvento, il 27 novembre.

Numerose e molto dibattute le variazioni rispetto al precedente Messale. Ma il cambiamento che ha suscitato maggiori dispute è certamente quello che riguarda le parole della consacrazione del vino, là dove nella versione latina si legge: "Hic est enim calix sanguinis mei […] qui pro vobis et pro multis effundetur". Il "pro multis" di questa formula nelle traduzioni in lingua volgare del postconcilio è stato generalmente tradotto con "per tutti": traduzione che non solo non rispettava la lettera dell’originale latino, a sua volta derivato da testi evangelici, ma ha ingenerato anche un sottile ma vivace dibattito teologico.

Per ovviare a questi problemi, nell’ottobre 2006 ai presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo è stata inviata una lettera, su "indirizzo" di Benedetto XVI, dalla congregazione per il culto divino allora presieduta dal cardinale Francis Arinze. In essa si chiedeva di tradurre il "pro multis" con "per molti". Cosa che hanno fatto gli episcopati d’Ungheria (da "mindenkiért" a "sokakért") e di vari paesi d’America latina (da "por todos" a "por muchos"), che si accinge a fare l'episcopato spagnolo, e che ha fatto, non senza vivacissime discussioni anche tra vescovi, l’episcopato degli Stati Uniti (da "for all" a "for many"). Quanto agli episcopati di Germania e di Austria, in essi si registrano forti resistenze al passaggio dal "fur alle" al "fur viele".

Per quanto riguarda l’Italia, l’argomento è stato affrontato dai vescovi nel corso dell'assemblea plenaria della conferenza episcopale tenuta ad Assisi nel novembre del 2010, nel corso dell’esame dei materiali della terza edizione italiana del Messale Romano.

In quella occasione, tra i vescovi italiani si è manifestata una massiccia riluttanza a introdurre il "per molti". Nel corso dei lavori, infatti, si è insistito sul fatto che le conferenze episcopali delle singole regioni erano già state "unanimi" nello scegliere la versione "per tutti". E quando i vescovi dell'Italia intera sono stati chiamati a votare su questo punto specifico del Messale il risultato è stato questo: su 187 votanti, oltre a una scheda bianca, ci sono stati 171 voti a favore di mantenere il "per tutti", 4 per introdurre la versione "per la moltitudine" (calco da "pour la multitude" in vigore nel Messale francese), e appena 11 per il "per molti" richiesto dalla Santa Sede nel 2006.

Nella stessa riunione i vescovi italiani votarono anche a favore di due cambiamenti nel Padre nostro e nel Gloria.

Per il Padre nostro, nel corso di una duplice votazione, i vescovi hanno dapprima scartato l’ipotesi di mantenere la frase "non ci indurre in tentazione"; questa frase infatti ha raccolto solo 24 voti su 184 votanti, meno delle due che poi sono andate in ballottaggio: "non abbandonarci alla tentazione" (87 voti) e "non abbandonarci nella tentazione" (62 voti). Di queste due, la più votata nel ballottaggio è risultata infine la prima, con 111 suffragi contro 68.

Per quanto riguarda il Gloria, su 187 votanti, 151 hanno approvato la variazione "Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama", al posto di quella attualmente in uso "Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà", che ha ottenuto 36 suffragi.

A proposito di questi stessi testi, i vescovi degli Stati Uniti hanno preferito non toccare il Padre nostro, lasciando inalterata la frase "and lead us not into temptation", linguisticamente più fedele al latino "et ne nos inducas in tentationem".

Mentre per quanto riguarda il Gloria hanno scelto di cambiare le parole "and peace to his people on earth" in "and on earth peace to people of good will", anche in questo caso seguendo testualmente l’originale latino "et in terra pax hominibus bonae voluntatis".

giovedì 13 ottobre 2011

santa Messa solenne a Lecce


Domenica 16 Ottobre 2011, ore 11,00

S. MESSA SOLENNE IN TERZO
nella forma straordinaria del Rito romano

celebrata da

don Federico Pozza
novello sacerdote dell'Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote

Coro polifonico diretto dal m° Luigi Mazzotta

Chiesa di Santa Chiara
Lecce


giovedì 6 ottobre 2011

Nelle “Notti sacre” il sonno del buon senso

di Giannicola D’Amico

Si è svolta per la seconda volta a Bari la manifestazione “Notti sacre” che ha visto un nutrito cartellone di concerti, conferenze, rappresentazioni nelle chiese della città vecchia: una delle tante kermesse di cui le nostre chiese, aperte o chiuse al culto, sono sempre più piene oggigiorno.
Non ci sarebbe stato bisogno di alcun commento ad una manifestazione che, come tante altre, segna indelebilmente i nostri tempi, se non fosse stato per le polemiche sorte a seguito degli spettacoli di chiusura, ovvero le danze indiane e l’estrazione della lotteria collegata alla manifestazione, avvenute nella Cattedrale del capoluogo, domenica 2 ottobre.
Gli altri concerti e serate dell’iniziativa – ancorchè scaturente dall’idea un po’ bizzarra di replicare in ambito ecclesiastico le notti bianche che ormai imperversano ovunque – sono stati ben organizzati e di buona riuscita, sebbene si debba auspicare che l’Ufficio Liturgico della Diocesi, nell’esercizio dei suoi compiti istituzionali, possa pre-occuparsi più della musica all’interno della liturgia, che nelle chiese del capoluogo non è proprio di alto livello, piuttosto che di tali organizzazioni culturali.
Lo spettacolo di danza indiana però ha fatto storcere il naso a più di uno, unitamente all’aver proceduto all’estrazione del premio in palio (una autovettura) in Cattedrale, e non si può trattare di qualche anima pia o esaltato, come da qualche parte sono stati definiti i detrattori della manifestazione.
Ragioni di semplice prudenza “canonica” – senza scomodare alte questioni di desacralizzazione o profanazione del luogo, che forse sfuggirono agli organizzatori – avrebbero potuto evitare tale oggettivo scempio.
Il can. 1210 del Codice di Diritto Canonico recita “Nel luogo sacro sia consentito solo quanto serve all'esercizio e alla promozione del culto, della pietà, della religione, e vietato qualunque cosa sia aliena dalla santità del luogo. L'Ordinario, però, per modo d'atto può permettere altri usi, purché non contrari alla santità del luogo.”
S.E. l’Arcivescovo deve aver approvato “per modo d’atto” l’esibizione della danzatrice indiana (ma milanese) al suono del sitar, forse perché al di fuori da una funzione sacra in senso stretto, ma qui soccorre la normativa secondaria.
Considerato che i concerti tenuti nelle chiese sono assimilati ipso iure ai pii esercizi, l’Istr. Musicam sacram del 1967 recita “gli strumenti che, secondo il giudizio e l’uso comune, sono propri della musica profana, siano tenuti completamente fuori di ogni azione liturgica e dai pii e sacri esercizi”.
Se negli anni Sessanta si parlava solo di strumenti musicali, ora bisogna tener conto anche degli strumenti coreutici……
Negli anni Ottanta, quando il fenomeno delle manifestazioni extraliturgiche cominciava ad ingigantirsi, una lettera della Sacra Congregazione per il Culto Divino dedicata proprio ai “Concerti nelle chiese” (5 novembre 1987) ribadiva: "Le chiese (...) non possono considerarsi come semplici luoghi "pubblici", disponibili a riunioni di qualsiasi genere. Sono luoghi sacri, cioè "messi a parte", in modo permanente, per il culto a Dio, dalla dedicazione o dalla benedizione. (…….) Quando le chiese si utilizzano per altri fini diversi dal
proprio, si mette in pericolo la loro caratteristica di segno del mistero cristiano, con danno più o meno grave alla pedagogia della fede e alla sensibilità del popolo di Dio, come ricorda la parola del Signore: "Domus mea, domus orationis vocabitur".”
Non sappiamo se, nell’organizzare la serata finale di Notti Sacre, in Curia si siano posti questi problemi visto che in passato (giustamente) quando manifestazioni simili erano allestite da enti terzi, si pretendeva di vagliare previamente i programmi musicali “ad tuendam catholicam fidem”.
Senza entrare nella gratuita polemica, alcune domande sorgono spontanee:
  1. era opportuno inscenare quello spettacolo in Cattedrale, giustificandolo con l’anniversario della nascita di Ghandi?
  2. sarebbe stato più giusto tenerlo nella chiesa della Vallisa, ormai sconsacrata da anni e devoluta stabilmente a concerti e spettacoli di vario genere?
  3. era necessario tenere in Cattedrale l’estrazione della lotteria (iniziativa in sé legittima), quando alle nostre latitudini il 2 ottobre poteva far simpaticamente prevedere l’iniziativa sul sagrato, o nel retrostante cortile dell’episcopio, se proprio il complesso Cattedrale- Episcopio-Istituto di Scienze religiose-Tribunale ecclesiastico fosse privo di una sala così capiente da accogliere le fiumane di aspiranti vincitori della vettura?
  4. se proprio all’Ufficio Liturgico nessuno bazzica di diritto, si poteva chiedere a qualche Ufficio di Curia un po’ più attrezzato nel campo?
Ma forse il problema, ahinoi!, non si è nemmeno posto.
Speriamo che, per pari trattamento ecumenico, qualche tempio braminico in India accolga presto un concerto di “Frammenti di Luce” con le musiche di don Antonio Parisi, maestro di Cappella della Cattedrale barese, gli amabili gorgheggi di sr Cristina Alfano e le severe bacchettate di don Maurizio Lieggi.

mercoledì 5 ottobre 2011

i prossimi incontri con Nicola Bux


Roma, venerdì 7 ottobre ore 17.30 
Centro Russia ecumenica, Borgo Pio, 141
Presentazione del libro di Alberto Carosa 
"L'opposizione al Motu Proprio Summorum Pontificum" 
ed. Fede & Cultura.

Bitetto (Ba), giovedì 13 ottobre ore 20 Cattedrale: 
Incontro sul tema: "Perchè la Messa in latino".


Chieri (To), venerdì 14 ottobre ore 21 
Teatro Duomo, via Balbo, 
Incontro sul tema: La Messa: Liturgia o happening? 
presentazione del libro "Come andare a Messa e non perdere la fede", 
organizzato da Associazione di formazione apologetica Landolfo Vescovo.

Bitetto (Ba), mercoledì 19 ottobre ore 20 Cattedrale: 
Celebrazione della S.Messa in forma extraordinaria.

domenica 2 ottobre 2011

Prosegue la riforma del Santo Padre in materia liturgica

Decisivo passaggio del percorso di riforma nella continuità che il Santo Padre Benedetto XVI ha tracciato sin dall’inizio del suo pontificato: col Motu Proprio “Quaerit semper”, firmato il 30 agosto 2011 e pubblicato in questi giorni, Sua Santità ha proceduto ad una importante riforma dei Dicasteri vaticani, trasferendo la competenza per i procedimenti di dispensa dal matrimonio rato e non consumato e di nullità della sacra Ordinazione dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ad un nuovo Ufficio costituito presso il Tribunale della Rota Romana. Ma ciò che rende tale provvedimento decisivo per la liturgia non è il suo oggetto specifico, bensì la sua finalità che il Papa ha voluto rendere esplicita nel preambolo:

"La Santa Sede ha sempre cercato di adeguare la propria struttura di governo alle necessità pastorali che in ogni periodo storico emergevano nella vita della Chiesa, modificando perciò l’organizzazione e la competenza dei Dicasteri della Curia Romana.
Il Concilio Vaticano II confermò, d’altronde, detto criterio ribadendo la necessità di adeguare i Dicasteri alle necessità dei tempi, delle regioni e dei riti, soprattutto per ciò che riguarda il loro numero, la denominazione, la competenza, i modi di procedere e il reciproco coordinamento (cfr. Decr. Christus Dominus, 9).
Seguendo tali principi, il mio Predecessore, il beato Giovanni Paolo II, procedette a un complessivo riordino della Curia Romana mediante la Costituzione apostolica Pastor bonus, promulgata il 28 giugno 1988 (AAS 80 [1988] 841-930), configurando le competenze dei vari Dicasteri tenuto conto del Codice di Diritto Canonico promulgato cinque anni prima e delle norme che già si prospettavano per le Chiese orientali. In seguito, con successivi provvedimenti, sia il mio Predecessore, sia io stesso, siamo intervenuti modificando la struttura e la competenza di alcuni Dicasteri per meglio rispondere alle mutate esigenze.
Nelle presenti circostanze è parso conveniente che la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti si dedichi principalmente a dare nuovo impulso alla promozione della Sacra Liturgia nella Chiesa, secondo il rinnovamento voluto dal Concilio Vaticano II a partire dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium.”

Ecco, dunque, la ragion d’essere del riassetto delle competenze: l’indicazione esplicita di una riforma liturgica “a partire dalla Costituzione Sacrosantum Concilium”, quasi a voler sottolineare che molto di quanto è venuto dopo non pare conforme alla decisione dei Padri conciliari che avevano disposto uno sviluppo organico nel solco della tradizione: “non si introducano innovazioni...” (SC, 23).

giovedì 29 settembre 2011

Una lodevole iniziativa a Brindisi

Un nostro amico di Brindisi 
ci chiede di pubblicare l'indirizzo e-mail
vetusordo.brindisi@libero.it 
attraverso il quale chiunque sia interessato 
alla promozione della celebrazione 
della santa Messa nella forma straordinaria 
a Brindisi potrà manifestare la propria adesione 
alla formazione di un gruppo di fedeli
per sostenere l'iniziativa.

giovedì 22 settembre 2011

padre Vincenzo Nuara op torna a visitare Lecce

A quasi un anno dalla sua precedente visita a Lecce, domenica prossima 25 settembre, alle ore 11,00 nella Chiesa di Santa Chiara, padre Vincenzo Nuara op, officiale della Pontifica Commissione “Ecclesia Dei”, celebrerà la Santa Messa nella forma straordinaria del rito romano.

Nuara trascorrerà qualche giorno nella città salentina, ospite della Scuola Ecclesia Mater, ed incontrerà i componenti del gruppo stabile che sin dal 2009 contribuisce a Lecce alla celebrazione domenicale della Santa Messa nella forma straordinaria. 

Lunedì 26 settembre, alle ore 18,00 celebrerà la Santa Messa in rito antico nella  splendida Chiesa di San Giovanni Evangelista, presso il Monastero delle Benedettine.

 
Nello scorso maggio, la Commissione “Ecclesia Dei” ha emanato l’Istruzione “Universae Ecclesiae” che, con l’espressa approvazione del Santo Padre, ha stabilito una serie di disposizioni per l’applicazione del Motu proprio "Summorum Pontificum", al fine di superare le difficoltà e le incertezze riscontrate nel primo triennio di vigenza.

sabato 17 settembre 2011

Stanno estromettendo Gesù dalle chiese

di Antonio Socci 

Un giorno, conversando con amici, Ratzinger (ancora cardinale) se ne uscì con una battuta: “Per me una conferma della divinità della fede viene dal fatto che sopravvive a qualche milione di omelie ogni domenica”.

Se ne sentono infatti di tutti i colori. Non c’è solo il prete che – è notizia di ieri – in una basilica della Brianza diffonde una preghiera islamica in cui si inneggia ad Allah. Ci sono quelli che consigliano la lettura di Mancuso o Augias… E si trovano “installazioni” di arte contemporanea nelle cattedrali che fanno accapponare la pelle.

D’altra parte pure i cardinali di Milano hanno dato sfogo alla “creatività”.
Leggo dal sito di Sandro Magister: “Nel 2005, l’11 maggio, per introdurre un ciclo dedicato al libro di Giobbe è stato chiamato a parlare in Duomo il professor Massimo Cacciari: oltre che sindaco di Venezia, filosofo ‘non credente’ come altri che in anni precedenti avevano preso parte a incontri promossi dal cardinale Martini col titolo, appunto, di ‘Cattedra dei non credenti’. Cacciari ha tessuto l’elogio del vivere senza fede e senza certezze”.

Insomma nelle chiese si può trovare di tutto. Tranne la centralità di Gesù Cristo.
Infatti – nella disattenzione generale – i vescovi italiani hanno estromesso dalle chiese (o almeno vistosamente allontanato dall’altare centrale e accantonato in qualche angolo) proprio Colui che ne sarebbe il legittimo “proprietario”, cioè il Figlio di Dio, presente nel Santissimo Sacramento.
Non sembri una banale battuta. Al Congresso eucaristico nazionale che si sta aprendo ad Ancona dovrebbero considerare gli effetti devastanti prodotti dall’incredibile documento della Commissione Episcopale per la liturgia del 1996 che è il vademecum in base al quale sono state progettate le nuove chiese italiane e i relativi tabernacoli, o sono state “ripensate” le chiese più antiche.
Non si capisce quale sia lo statuto teologico di cui gode una Commissione della Cei (a mio avviso nessuno). Ma la cosa singolare è questa: che nell’ambiente ecclesiastico – a partire da seminari e facoltà teologiche – trovi legioni di teologi pronti (senza alcuna ragione seria) a mettere in discussione i Vangeli (nella loro attendibilità storica) e le parole del Papa, ma se si tratta di testi partoriti dalle loro sapienti meningi, e firmati da qualche commissione episcopale, ti dicono che quelli devono essere considerati sacri e intoccabili.
Dunque in quel testo del 1996, fra le altre cose discutibili, si “consiglia vivamente” di collocare il tabernacolo non solo lontano dall’altare su cui si celebra, ma pure dalla cosiddetta area presbiterale. Relegandolo “in un luogo a parte”.
Le motivazioni – come sempre – sono apparentemente “devote”. Si dice infatti che il tabernacolo potrebbe distrarre dalla celebrazione eucaristica.
Motivazione ridicola e – nella sua enfasi sull’evento celebrativo a discapito della presenza nel tabernacolo – anche pericolosamente somigliante alle tesi di Lutero.

L’effetto inaudito di queste norme è il seguente: nelle chiese si assiste da qualche anno a un accantonamento progressivo del tabernacolo, cioè del luogo più importante della chiesa, quello in cui è presente il Signore.
Prima lo si è collocato in un posto defilato (una colonna o un altare laterale), quindi in una cappella, parzialmente visibile. Alla fine probabilmente sarà del tutto estromesso dalle chiese.
Come risulta essere nell’incredibile edificio di San Giovanni Rotondo in cui è stato portato il corpo di san Pio.
L’edificio, progettato da Renzo Piano, non ha inginocchiatoi e la figura centrale e incombente è l’enorme e spaventoso drago rosso dell’apocalisse rappresentato trionfante nell’immensa vetrata: ebbene il tabernacolo lì non c’è.
Non so a chi sia venuto in mente questo progressivo occultamento dei tabernacoli nelle chiese (che avrebbe fatto inorridire padre Pio). Esso non corrisponde affatto all’insegnamento del Concilio Vaticano II, visto che l’istruzione post-conciliare “Inter Oecumenici” del 1964 affermava che il luogo ordinario del tabernacolo deve essere l’altare maggiore.
E non piace nemmeno al Papa come si vede nell’Esortazione post sinodale “Sacramentum Caritatis” dove egli sottolinea il legame strettissimo che deve esserci fra celebrazione eucaristica e adorazione.
Sottolineatura emersa dall’XI Sinodo dei Vescovi dell’ottobre 2005 che ha richiesto la centralità ed eminenza del tabernacolo.
Basterà per tornare sulla retta via? Nient’affatto. Come dimostra il comportamento – a volte di aperta contestazione al Papa – tenuto da certi vescovi quando il suo famoso “Motu proprio” ha restaurato la libertà di celebrare anche con l’antico messale.
Purtroppo le idee sbagliate dei liturgisti “creativi” continueranno a prevalere sul papa, sul Concilio e sul Sinodo (forse faranno strada anche altre balordaggini come la “prima comunione” a 13 anni). Fa da corollario a questa estromissione di Gesù eucaristico dalle chiese, la stupefacente pratica del biglietto di ingresso istituito perfino per alcune Cattedrali. Degradate così a musei. 

La protestantizzazione o la museizzazione delle chiese è un fenomeno dagli effetti spaventosi per la Chiesa Cattolica. Si dovrebbero prendere subito provvedimenti.

Per capire cosa era – e cosa dovrebbe essere – una chiesa cattolica voglio ricordare la storia di due persone significative.

La prima è Edith Stein, una donna straordinaria, filosofa agnostica, di famiglia ebrea, che divenne cattolica, si fece suora carmelitana ed è morta nel lager nazista di Auschwitz.
E’ stata proclamata santa da Giovanni Paolo II nel 1998 e nell’anno successivo compatrona d’Europa.
La Stein ha raccontato che un primo episodio che la portò verso la conversione accadde nel 1917 quando lei, giovinetta, vide una popolana, con la cesta della spesa, entrare nel Duomo di Francoforte e fermarsi per una preghiera:
“Ciò fu per me qualcosa di completamente nuovo. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti, che ho frequentato, i credenti si recano alle funzioni. Qui però entrò una persona nella chiesa deserta, come se si recasse ad un intimo colloquio. Non ho mai potuto dimenticare l’accaduto”.
Lì infatti c’era Gesù eucaristico.

Un altro caso riguarda il famoso intellettuale francese André Frossard. Era il figlio del segretario del Partito comunista francese. Era ateo, aveva vent’anni e quel giorno aveva un appuntamento con una ragazza. L’amico con cui stava camminando, essendo cattolico, gli chiese di aspettarlo qualche istante mentre entrava in una chiesa. Dopo alcuni minuti Frossard decise di andare a chiamarlo perché aveva fretta di incontrare “la nuova fiamma”. Lo scrittore sottolinea che lui non aveva proprio nessuno dei tormenti religiosi che hanno tanti altri.
Per loro, giovani comunisti, la religione era un vecchio rottame della storia e Dio un problema “risolto in senso negativo da due o tre secoli”. Eppure quando entrò in quella chiesa era in corso un’adorazione eucaristica e, racconta, “è allora che è accaduto l’imprevedibile”. Dice: “il ragazzo che ero allora non ha dimenticato lo stupore che si impadronì di lui quando, dal fondo di quella cappella, priva di particolare bellezza, vide sorgere all’improvviso davanti a sé un mondo, un altro mondo di splendore insopportabile, di densità pazzesca, la cui luce rivelava e nascondeva a un tempo la presenza di Dio, di quel Dio, di cui, un istante prima, avrebbe giurato che mai era esistito se non nell’immaginazione degli uomini; nello stesso tempo era sommerso da un’onda, da cui dilagavano insieme gioia e dolcezza, un flutto la cui potenza spezzava il cuore e di cui mai ha perso il ricordo”.
La sua vita ne fu capovolta. “Insisto. Fu un’esperienza oggettiva, fu quasi un esperimento di fisica”, ha scritto. Frossard è diventato il più celebre giornalista cattolico. In una chiesa di oggi non avrebbe incontrato il Verbo fatto carne, ma le chiacchiere di carta.

tratto da Libero del 3 settembre 2011