Sante Messe in rito antico in Puglia

lunedì 4 aprile 2016

No, non è terrorismo. È jihad

Nella festa dell’Annunciazione (traslata quest’anno dal 25 marzo, in cui cadeva il Venerdì Santo), rilancio questo contributo da Tempi, che mostra, come conclude l’autore, «la vera natura del terrorismo risiede non tanto nell’azione jihadista sul territorio europeo, quanto semmai nell’ostinazione degli europei a negare la realtà aumentando così più che il baratro tra se stessi e i propri torturatori, quello tra se stessi e la verità delle cose e del mondo che, letteralmente, li circondano». Ciò in coerenza con quanto ha sostenuto il patriarca cattolico della chiesa greco-melchita siriana Gregorio III Laham, e cioè «Molti di coloro che sono emigrati erano dei terroristi. Vogliono distruggere: non solo la Siria, ma anche l’Europa. Il nostro più grande problema è l’emigrazione. Cinquanta dottori sono partiti solo dalla nostra comunità. Noi dobbiamo aiutare la gente a restare, a non partire» (cfr. Giorgio Nigra, Il patriarca di Siria: “Molti immigrati vogliono distruggere l’Europa”, in Il primato nazionale, 30.3.2016).
Invochiamo, perciò, la protezione della Vergine, che, come nei tempi passati, salvò l’Europa dall’incipiente pericolo islamico.

Jacopo Torriti, Annunciazione, 1296, abside, Basilica di S. Maria Maggiore, Roma





Beato Angelico, Annunciazione o Pala di Cortona, 1433-34, Museo diocesano, Cortona

Emmanuel Tzanfournaris, Annunciazione, 1570-1625, Museo Benaki, Atene


Caravagggio, Annunciazione, 1608-10, Musée des Beaux-Arts, Nancy

Luca Giordano, Annunciazione, 1672, Metropolitan Museum, New York 

Matthias Stom o Stomer, Annunciazione, XVII sec., Galleria degli Uffizi, Firenze

Placido Costanzi, Annunciazione, XVII sec., collezione privata

Francesco de Mura, Annunciazione, XVIII sec., collezione privata

Arthur Hacker, L'Annunciazione, 1892, Tate Gallery, Londra

William Brassey Hole, Annunciazione, XX sec. 

Basilica dell'Annunciazione intorno al 1925

Paolo VI nella Basilica dell'Annunciazione a Nazaret il 5 gennaio 1964. La Basilica è com'era prima delle trasformazioni/deformazioni dell'arch. Muzio del 1969.

No, non è terrorismo. È jihad

di Aldo Vitale

Se esaminati in un’ottica storica, gli attacchi all’Occidente da New York 2001 a Bruxelles 2016 non sono che fasi di una guerra islamica contro la “miscredenza”


«Era necessario ripigliare ogni cinque anni lo Stato, altrimenti era difficile mantenerlo: e chiamavano ripigliare lo Stato mettere quel terrore e quella paura negli uomini che vi avevano messo nel pigliarlo»: così scriveva Niccolò Machiavelli nei suoi Discorsi sulla prima deca di Tito Livio (III,1), lasciando intendere appunto che il terrore è lo strumento di chi governa per conservare e mantenere il potere.
La rivoluzione francese, il socialismo sovietico, il nazionalsocialismo e molteplici altri casi lungo il corso della storia occidentale hanno sempre mostrato che il terrore consiste nella pratica della violenza messa in atto dal potere in carica per tutelare se medesimo oltre ogni ragionevolezza, anche a costo di colpire se stesso: celebre in tal senso il caso del commissario per gli affari interni dell’Unione Sovietica Nikolaj Ezov, che dopo aver messo in piedi la macchina delle purghe fu a sua volta dalla stessa colpito e sostituito dall’ancora più temibile Lavrentij Berija; più celebre ancora, e quasi prototipico, il caso di Robespierre, che dopo aver praticato il terrore tramite l’uso indiscriminato della ghigliottina fu, in una specie di esemplare contrappasso dantesco, decapitato a sua volta.
Soprattutto con l’avvento del marxismo prima e del leninismo poi, che hanno rovesciato i mezzi di oppressione della borghesia contro il sistema borghese medesimo, il terrore è divenuto il perfetto strumento di lotta politica, non più in vista del semplice mantenimento dell’ordine costituito, ma al fine dell’abbattimento e del sovvertimento dell’ordine stesso.
Il terrore si consolida nell’alveo del marxismo come prediletto strumento di lotta diventando vero e proprio terrorismo, fino alle note ed articolate teorizzazioni sul tema di Ernesto Che Guevara e fino alla pratica delle Brigate rosse esemplarmente offerta nei convulsi italiani “anni di piombo” e anche nei primi anni del XXI secolo con gli assassini di Massimo D’Antona e Marco Biagi.
Il terrorismo di lotta sviluppatosi all’interno di un contesto politico per sovvertirne la struttura, è divenuto presto, tuttavia, un terrorismo diverso, mutagene, che ha acquisito la velleità di essere dimostrativo, come nel caso del cosiddetto terrorismo internazionale di cui il XX secolo abbonda in macabri esempi in tutto il mondo.
Il terrorismo, tuttavia, possiede in sostanza almeno tre requisiti: la oppositività, cioè l’essere messo in pratica per opporsi al sistema costituito, sia esso statale o internazionale; la dimostratività, cioè l’essere messo in pratica per dimostrare l’esistenza di una fazione diversa ed eterogenea rispetto al contesto politico e giuridico circostante (si pensi all’Eta); la episodicità, cioè l’essere condotto in singoli momenti, tra loro non consequenziali, che sfruttano determinate circostanze favorevoli di luogo e di tempo, e che proprio per questo possono mutare ponendo fine alla realizzabilità di un nuovo attacco terroristico.
Tutto ciò premesso, occorre riconoscere che quello islamico non è terrorismo, ma si tratta di vero e proprio jihad, cioè dello sforzo di ricondurre al “Dar al-Islam”, cioè ai “territori sottomessi”, ovvero già islamizzati, il “Dar al-Harb”, cioè i “territori della guerra”, ossia quelli che ancora devono essere islamizzati.
Lo si deduce da diversi elementi che prescindono dalle mere dichiarazioni, lapalissiane, di coloro che partecipano a questo tipo di scontro al quale, per l’appunto, mancano quei suddetti requisiti che invece caratterizzano il terrorismo.
Le prove in tal senso possono essere molteplici, ma su tutte quella storica sembra imporsi con preponderante evidenza.
Con un sintetico excursus di date ed eventi si può già cogliere ciò che qui s’intende, cioè il fatto che gli attacchi condotti dai vari gruppi islamici non sono attacchi terroristici, ma operazioni belliche a tutti gli effetti che trovano nella dottrina e nella prassi del jihad la loro naturale collocazione.
Si consideri, del resto, che l’Islam da secoli, dopo una veloce “blitzkrieg” di sottomissione della penisola arabica, del nord-Africa e dei territori balcanici, ha tentato e tenta, talvolta anche con alterne fortune, di conquistare l’Europa.
Nel 622 Maometto si reca a Yathrib e già appena nel 635 la Siria e la Palestina diventano islamiche: ha così inizio la lunga e paziente lotta di conquista ed espansione armata dell’islam. Nella primavera del 638 viene conquistata Gerusalemme che rimarrà islamica ininterrottamente per tre secoli, cioè fino alla prima crociata. Nel 640 Mesopotamia, Armenia, Persia, Egitto, Tunisia, Marocco, Algeria sono sottomesse. Nel 711 è la volta della Penisola iberica, che nel 773 vedrà la proclamazione dell’emirato di Cordova divenuto poi califfato nel 929. Nel 721 le truppe islamiche attraversano i Pirenei penetrando nella Francia meridionale, arrivando a conquistare Avignone e Arles, e a pochi chilometri da Lione. Nel 732 la marcia di conquista trova una battuta d’arresto a Poitiers-Tours in cui le truppe minoritarie di Carlo martello riescono ad avere la meglio sulle quattro volte più numerose truppe moresche. Il 17 giugno 827 le truppe moresche sbarcano in Sicilia a Mazara del Vallo, conquistando in breve Marsala e Agrigento; nell’estate dell’831 vengono espugnate Palermo, Messina, Modica e Ragusa; Enna cade nell’859; ultima Siracusa la cui popolazione viene trucidata nella primavera dell’878 dopo un estenuante assedio. Nel 1444 gli eserciti europei si radunano a Varna, in Bulgaria, per fermare l’avanzata moresca. Nel maggio del 1453 Costantinopoli viene soggiogata all’islam dopo mesi di assedio. Il 28 luglio 1480 la flotta del Sultano Maometto II sbarca ad Otranto, e il 14 agosto vengono sterminate 12 mila persone e soprattutto sono decapitati gli 813 otrantini che si sono rifugiati nella cattedrale con il vescovo Stefano Pendinelli rifiutandosi di rinnegare la propria fede. Il 18 maggio 1565 viene assediata Malta dalla flotta ottomana. Nel luglio del 1571 è la volta di Cipro. Il 7 ottobre 1571 la flotta ottomana viene fermata a Lepanto dalla provvidenziale flotta radunata nel Mediterraneo tramite la partecipazioni di quasi tutte le potenze navali europee dell’epoca. L’11 settembre 1683 ben 140 mila ottomani assediano Vienna difesa da uomini di ogni culto cristiano (cattolici, protestanti e ortodossi) provenienti da tutta Europa. L’11 settembre 2001 vengono distrutte le torri gemelle di New York. A Madrid nel 2004 e a Londra nel 2005 vengono condotti attacchi dinamitardi, rispettivamente, sulla linea ferroviaria e nelle linee della metropolitana. Tra l’1 e il 3 settembre 2004 1.200 persone nella scuola di Beslan, in Russia, vengono prese in ostaggio da 32 militanti islamici che ne uccidono 331 in tre giorni. Nel gennaio 2015 a Parigi si consuma l’attacco armato alla redazione di Charlie Hebdo. Il 13 novembre 2015 ben 7 attacchi dinamitardi e armati per le strade di Parigi causano 150 morti e il doppio dei feriti. Infine, il 22 marzo 2016 il Belgio subisce l’attacco che provoca una trentina di morti e più di 200 feriti negli attentati all’aeroporto Zaventem di Bruxelles e alla metropolitana della stessa capitale belga.
Appare evidente, dunque, che non si tratta di meri atti terroristici, ma di ulteriori fasi di una vera e propria guerra, il jihad, che l’islam ha dichiarato e conduce da secoli contro tutti coloro che non sono islamici in genere e contro l’Occidente in particolare.
Se tutto ciò non fosse ancora sufficiente, si possono e si devono considerare le riflessioni di uno dei più grandi studiosi del fenomeno del jihad come David Cook, che per l’appunto cita le stesse fonti islamiche e tanto chiarisce: «Al-Ghunaymi si sofferma su questo punto. I musulmani non combattono per respingere un’aggressione; combattono per porre fine alla miscredenza […]. Il jihad è la tematica maggiore che attraversa l’intera civiltà musulmana ed è, perlomeno, uno dei fattori principali dello stupefacente successo della fede nell’islam […]. Il jihad praticato dai gruppi contemporanei rientra nelle definizioni classiche: è comprovato dalla scrupolosa attenzione che questi gruppi mostrano nei confronti delle norme giuridiche classiche e contemporanee, dalla forte accentuazione delle ricompense spirituali del jihad, dall’affermazione frequentemente ribadita di combattere per la gloria dell’islam […]. Il jihad combattente non scomparirà mai del tutto, semplicemente perché troppo ben attestato nelle fonti musulmane in lingua araba e perché costituisce, per i musulmani, per le conquiste che ha loro consentito, una delle prove più importanti della verità dell’islam».
Ciò nonostante, l’Occidente in genere e l’Europa in particolare continuano a negare l’evidenza, cioè che si tratti di jihad e si trincerano dietro l’ipocrisia dell’atto terroristico dimostrando la propria mancanza di consapevolezza circa l’effettività della tragica realtà, in ciò, paradossalmente, dando forse ragione a Leo Löwenthal per il quale proprio in una mancanza di consapevolezza consiste il terrorismo: «Un sistema terroristico raggiunge il suo apice quando la vittima non è più consapevole del baratro che c’è tra sé e i propri torturatori».
In tale evenienza, tuttavia, occorre ammettere amaramente che la vera natura del terrorismo risiede non tanto nell’azione jihadista sul territorio europeo, quanto semmai nell’ostinazione degli europei a negare la realtà aumentando così più che il baratro tra se stessi e i propri torturatori, quello tra se stessi e la verità delle cose e del mondo che, letteralmente, li circondano.
Foto Ansa

Anticristo, "amore", piacere in un aforisma di S. Ildegarda di Bingen


domenica 3 aprile 2016

La miracolosa reliquia delle Sacre Spine di Cristo

Abbiamo già avuto modo di parlare delle reliquie della Corona di Spine di Gesù (v. qui, qui e qui).
In occasione dell’ultima coincidenza della festa dell’Annunciazione col Venerdì Santo diverse Sacre Spine, sparse per l’Italia ed anche all’estero, sono “fiorite” o si sono insaguinate o si sono semplicemente arrossate.
Tra queste, oltre a quella di Andria, che abbiamo già segnalato, vi è stata in particolare quella di San Giovanni Bianco, in Val Brembana, nel bergamasco: qui l’ultima volta che si verificò il prodigio della Spina, che approdò in questo luogo nel 1495, fu nel 1932 (giacché nel 2005 nulla sarebbe avvenuto). La particolarità è che qui il prodigio non si è verificato il Venerdì Santo, ma la sera di Pasqua, come è stato anche annunciato ufficialmente dal vescovo di Bergamo: v. Andrea Lavelli, La Sacra Spina della Passione è tornata a fiorire, in La nuova bussola quotidiana, 31.3.2016; Mad. Ber., Mesi sotto osservazione (dal notaio) Poi sulla Sacra Spina sono comparse le prime gemme, in Corriere della sera – Bergamo, 29.3.2016 (per le foto v. Le gemme della Sacra Spina, ivi); Davide Agazzi, La Sacra Spina fiorisce, campane a festa a San Giovanni Bianco: “È miracolo” come nel 1932, in Bergamonews, 28.3.2016; Fabio Paravisi, Sacra Spina, la biologa: «Fatto inspiegabile che non lascia indifferenti», in Corriere della sera – Bergamo, 30.3.2016. V. anche il comunicato ufficiale del Vescovo di Bergamo, in Diocesi di Bergamo, 28.3.2016.

















Rilanciamo, in questa Domenica in Albis, un contributo di Cristina Siccardi.

La miracolosa reliquia delle Sacre Spine di Cristo

di Cristina Siccardi

Nella Basilica di San Nicola, nel cuore della città antica di Bari, e nella Cattedrale di Andria, sempre in Puglia, sono conservate due Sacre Spine della Corona di Cristo ed entrambe sono legate ad un evento miracoloso, che anche quest’anno, il 25 marzo u.s. si è puntualmente verificato, ma con fenomeni singolari, rispetto alle volte precedenti, per entrambi i casi.
Si tratta di un prodigio divino straordinario: ogni volta che il 25 marzo, giorno in cui ricorre la memoria liturgica dell’Annunciazione, cade nel giorno del Venerdì Santo, le Spine rosseggiano nella tonalità del rubino. Ad Andria il miracolo fu osservato per la prima volta nel 1633: le macchie violacee, presenti nella Spina, si ravvivarono, fino a farsi «fresco sangue». La scorsa volta il fatto celeste era avvenuto il Venerdì Santo del 2005, mentre le due date coincideranno nuovamente nel 2157.
Nella Legenda aurea (raccolta medievale di biografie agiografiche) di Jacopo da Varagine, frate domenicano e Vescovo di Genova, si narra che la Croce sulla quale morì Gesù Cristo, come pure la Corona di spine e altri strumenti della Passione, furono raccolti e nascosti da alcuni discepoli. Intorno al 320 la madre dell’Imperatore Costantino, Elena, fece sgomberare, a Gerusalemme, le macerie che si erano accumulate intorno al Golgota e fu proprio allora che tornarono alla luce le reliquie della Passione di Nostro Signore.
Sempre secondo Jacopo da Varagine, Elena avrebbe portato a Roma una parte della Croce, un chiodo, una spina della Corona e un frammento dell’iscrizione che Pilato aveva fatto affiggere alla Croce. A Gerusalemme restarono altre reliquie, fra le quali l’intera Corona di spine. Intorno al 1063 essa fu portata a Costantinopoli, dove rimase fino al 1237, quando l’Imperatore latino Baldovino II la consegnò ad alcuni mercanti veneziani, ottenendo un considerevole prestito (13.134 monete d’oro). Alla scadenza del prestito, San Luigi IX, Re di Francia, sollecitato da Baldovino II, acquistò la Corona e la custodì a Parigi, ospitandola nel proprio Palazzo fino a quando fu terminata la Sainte-Chapelle, inaugurata nel 1248.
Il tesoro della Sainte-Chapelle fu in gran parte distrutto durante la Rivoluzione Francese e con esso anche la Corona, privata di quasi tutte le sue Spine. Tuttavia, durante il viaggio verso Parigi, ne erano state tolte molte per essere donate a chiese e santuari per ragioni meritorie particolari; altre spine furono donate dai successivi sovrani francesi a principi ed ecclesiastici come segno d’amicizia. Per tali ragioni, in Francia e soprattutto in Italia, si trovano sparse in diverse chiese.
Leggiamo, nel verbale redatto dal notaio Francesco Saverio Perchinunno che, insieme ad una Commissione scientifica ha osservato i fatti di Bari del 25 marzo: «Si è rilevata fra le ore venti e minuti quaranta (h 20,40) e le ore ventuno e minuti quaranta (h 21,40) una lieve modificazione cromatica tendente al rosso in corrispondenza della base della scheggiatura apicale della Spina. Tale cromatismo soggettivamente rilevato da ciascun membro della Commissione trova supporto in documentazione oggettiva fotografica digitale. Inoltre, rivisitando i fotogrammi a forte ingrandimento, si è rilevata nella porzione centrale del fusto della Spina la presenza di macchie cromatiche che complessivamente lasciano intravedere un’immagine assimilabile ad un volto umano maschile. In precedenza non si è rilevata alcuna significativa variazione cromatica. Il presente verbale viene chiuso essendo le ore ventitré e minuti trenta (h 23,30)».
Ad Andria, invece, il notaio Paolo Porziotta ha redatto un verbale nel quale si dichiara: «Verso le ore 16.10, si è rilevata la presenza di un lieve rigonfiamento di colore bianco a forma sferica, a mo’ di gemma, posto a 3mm. circa dall’apice, lato destro della Spina, più precisamente sul bordo della scheggiatura apicale. Successivamente, verso le ore 17.10, si sono rilevate a occhio nudo, una seconda gemma, posta all’apice della Spina, e una terza gemma, posta 4/5 mm. sotto la prima; ancora più verso la base della Spina, il residuo del precedente prodigio dell’anno 2005 è sembrato rifiorire. Tanto è stato constatato direttamente, oltre che dalla Speciale Commissione, anche da mons. Raffaele Calabro, il quale alle 17.40, durante l’omelia dell’azione liturgica del Venerdì Santo ha annunciato ai fedeli: In questa circostanza ho il piacere di annunciare a voi tutti in maniera solenne che il miracolo ha avuto inizio».
Il mondo soprannaturale comunica con il mondo naturale, spesso e volentieri, attraverso i segni, miliardi di segni, personali e pubblici. Un universo di tracce e indicazioni che raggiungono la collettività oppure le singole persone; alcune le accolgono come bene prezioso e le fanno proprie: questi “doni” celesti confortano, offrono sostegno, coraggio, fiducia e speranza nei combattimenti quotidiani; altri individui, che resistono ai cenni e ai segnali paterni di Dio, dimostrandosi indifferenti, scettici e a volte amaramente ostili, o non se ne avvedono o li disprezzano, e così facendo non solo non possono usufruire della consolazione celeste, ma rigettano anche il buon “seme” che può derivare da essi. Come raccontano le migliaia di pagine scritte nel corso dei secoli, ai Santi e, in particolare, ai mistici, è dato il privilegio di colloquiare direttamente, senza intercapedini, con Gesù, la Madonna, gli Angeli o altri Santi.
Gli esempi agiografici sono innumerevoli: sperimentano visioni, apparizioni, sogni, rivelazioni, voci esterne o interne a sé. I segni, invece, sono comunicazioni indirette: il Cielo si fa presente ai peccatori, più distanti da Dio rispetto ai Santi, con segnali più o meno palesi, più o meno velati. A Bari e Andria il Signore ha nuovamente comunicato, ha manifestato la sua presenza attraverso segni sensibili, che contengono più significati, ma la cui decodificazione resta arcana: nella Basilica di San Nicola le macchie cromatiche rossastre hanno creato addirittura un’immagine dal volto umano; mentre nella Cattedrale della seconda città la Sacra Spina ha gemmato di bianco… Che cosa vorrà dire tutto ciò? Autorità religiose, notai, illustri professori, medici, esperti, tecnici alla guida di una tecnologia d’ultima generazione sono convenuti per monitorare prodigi che restano misteriosi, ma che avvengono e che la scienza può soltanto diligentemente osservare.
A Bari, per esempio, il colore della Sacra Spina è stata documentata, minuto per minuto, mediante una telecamera iperspettrale colorimetrica, mentre l’illuminazione è stata fornita da una sorgente a led a luce fredda. Tutto è ora perfettamente registrato e per chi ha Fede, ancora una volta, viene confermata la presenza d’amore costante del Redentore in mezzo a noi, attraverso fatti eccezionali, e in noi, quando quotidianamente si fa Carne e Sangue.

Non è qui! E' Risorto ! Nel cuore della cristianità: la Basilica del Santo Sepolcro tra archeologia, storia e religione

(cliccare sull'immagine per il video)

sabato 2 aprile 2016

“Rudi amíctu, nudis pédibus incédens, humi cubábat. Cibi abstinéntia fuit admirábili: semel in die post solis occásum reficiebátur, et ad panem et aquæ potum, vix áliquid ejúsmodi obsónii adhibébat, quo vesci in Quadragésima licet: quam consuetúdinem, ut fratres sui toto anni témpore retinérent, quarto eos voto adstrínxit” (Lect. V – II Noct.) - SANCTI FRANCISCI DE PAULA, CONFESSORIS ET ORDINIS MINIMORUM INSTITUTORIS

Questa festa in onore dell’umile taumaturgo della «Carità» addormentatosi nel Signore a Plessis-lès-Tours, in Francia, il 2 aprile 1507, beatificato nel 1513 e canonizzato nel 1519 dal papa Leone X, ebbe vicende travagliate. In effetti, fu dapprima introdotta nel 1557 come semidoppia. Soppressa da san Pio V nel 1568, Sisto V la ristabilì nel 1585 come doppia; Clemente VII la riportò al rito semidoppio nel 1602. Paolo V la elevò nuovamente al rito doppio nel 1613 come festa di fondatore di ordine religioso.
Due templi insigni, nella Città santa, ricordano il soggiorno che vi fece san Francesco di Paola, quando, per ordine di Sisto IV, si recò in Francia alla corte di Luigi XI, all’epoca morente, colpito da grave malattia, ed il quale aveva richiesto al Pontefice che gli inviasse qualche uomo santo in grado di guarirlo. La chiesa dedicata alla Santissima Trinità sull’antico Collis ortorum o Pincio, fu costruita nel 1495, da Carlo VIII, re di Francia, per i religiosi Minimi (cfr. Giuseppe Caridi, Francesco di Paola. Un Santo europeo degli umili e dei potenti, Salerno editrice, Roma, 2016, p. 199), laddove il loro Fondatore avrebbe predetto che sarebbe divenuta un giorno la sede della sua famiglia a Roma. È la famosa chiesa di Trinità dei Monti (Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 339-341; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 543. Sulla predizione di san Francesco di Paola, cfr. Bollandisti, Supplementum historicum ad Acta S. Francisci de Paula, collectum ex variis auctoribus, cap. IV, S. Francisci de Paula discessus ex Italia miraculis illustratus, § 32, in Acta Sanctorum, Aprilis, vol. X, Dies II, Paris-Roma 1865, p. 204).
Un secondo tempio, sotto il titolo di San Francesco da Paola, si eleva sull’Esquilino, vicino al titolo di Eudossia e, come la Santa Trinità sul Pincio, è rimarchevole per le sue opere d’arte e la ricchezza dei suoi marmi (Armellini, op. cit., pp. 207-208). Nel suo convento vicino abitò, per molti anni, il venerabile Bernardo Maria Clausi.
Il nostro Santo è famoso, oltre che per gli strepitosi miracoli ottenuti per sua intercessione, anche per la pratica penitenziale. Per l’ordine che fondò, egli impose, oltre ai classici voti di povertà, obbedienza e castità, anche un quarto voto, il c.d. voto quaresimale perpetuo, cioè la promessa solenne di nutrirsi dei soli cibi previsti nelle regole antiche dalla Chiesa per il tempo di Quaresima (e che sono tuttora in uso nella Chiesa orientale), ossia niente carne e suoi derivati, latticini, uova e grasso animale sia dentro che fuori il convento. Il Santo non specifica altri cibi di cui nutrirsi. Dai processi di canonizzazione, tuttavia, si comprendono gli alimenti di cui l’eremita si nutriva: vegetali vari come fave, ceci, piselli, lattuga, minestre di legumi, pane, frutta come fichi, castagne, melograni, noci, prugne, acqua fresca, qualche sorso di vino, quando stava male interrompeva questa dieta e si nutriva di pesce. Nelle Regole per i suoi frati prescrive appunto il pesce, a condizione che sia molto semplice, e di poter nutrirsi di carne in caso di malattia grave e con prescrizione del medico (cfr. Debora Ruffolo – Angela Altomare, A tavola con San Francesco di Paola, in PdV – Parola di Vita, 23.11.2015).
Tali regole sono state modificate – ahimé – alterando lo spirito del Santo Fondatore con le innovazioni del Vaticano II negli anni ’80 del secolo scorso, prevedendosi la possibilità di cibarsi dei latticini e di tutti i derivati della carne ed una maggiore libertà per i frati di cibarsi di carne quando sono fuori convento.
La messa di san Francesco di Paola è quella del Comune dei semplici Confessori, come il 31 gennaio, ma le collette e la prima lettura sono proprie.
La prima preghiera mette in rilievo l’umiltà profonda del taumaturgo di Paola, umiltà che attribuì alla famiglia religiosa istituita da lui il titolo di Ordine dei Minimi.
La prima lettura è simile a quella assegnata alla festa di san Paolo, primo eremita, il 15 gennaio. Bisogna donare tutto per possedere tutto, cioè dare tutto il creato e la creatura per guadagnare così il Creatore.
La colletta seguente s’ispira ad un testo antico e fa allusione all’uso primitivo dei fedeli che, all’offertorio, presentavano essi stessi al sacerdote celebrante il pane ed il vino necessari al sacrificio.
L’umile semplicità ed il candore dell’anima sono le condizioni più propizie perché la grazia di Dio possa agire senza incontrare ostacoli. Così si spiega il numero straordinario di prodigi operati da san Francesco di Paola, anche di quelli senza uno scopo di grande importanza apparente, come, per es., il giorno in cui, a tavola del re di Napoli, risuscitò dei pesci già cotti e serviti (cfr. Bollandisti, op. cit., § 30, p. 203. Cfr. anche Libellus De vita et miraculis S. Francisci, scriptus ab uno ex disciplis, quadriennio ante Sancti obitum, ex Ms. Gallico Conventus Bruxellensis, cap. II, Conventus Pauliani exordia: Virtutes S. Francisci: miracula in dicto conventu facta, § 12, ivi, p. 110. L’A. anonimo ambienta l’episodio della resurrezione dei pesci non a Napoli, ma nel convento calabrese del Santo, dinanzi ai suoi confratelli. Comunque, del miracolo vi sono le deposizioni rese da vari testimoni, tra i quali quella di tale Maestro Pietro Gennensio, resa nel processo informativo canonico cosentino, il 18 luglio 1512: Processus informativi ad Canonizationem, cap. VI, Alii Pauliani testes eodem die auditi, § 48, ivi, p. 131) e dall’abate basiliano del monastero di S. Gregorio, tale Ambrogio Copula, nel 1517 (Leone X, Bulla beatificationis, Processus Calabricus, cap. IX, Processus factus in casati S. Blasii, § 128, ivi, p. 183). Nel suo amore umile e fiducioso, il nostro Santo possedeva il cuore di Dio ed, ispirandosi alla carità, la piegava dove voleva.


Autore ignoto, S. Francesco di Paola, XVI sec., Chiesa del SS. Salvatore, Bologna

Lavinia Fontana, S. Francesco di Paola benedice il figlio di Luisa di Savoia, 1590, Pinacoteca nazionale, Bologna


Pietr Paul Rubens, Miracoli di S. Francesco di Paola, 1627-28, Paul Getty Museum, Malibu


Bartolomé Esteban Murillo, Visione di S. Francesco di Paola, 1670 circa, Paul Getty Museum, Malibu

Bartolomé Esteban Murillo, S. Francesco di Paola, XVII sec., museo del Prado, Madrid


José Jiménez Donoso, Visione di S. Francesco di Paola, 1690, museo del Prado, Madrid

Juan de Parla, S. Francesco di Paola in preghiera, 1691, museo del Prado, Madrid

Ambito di Jusepe de Ribera, S. Francesco di Paola, 1640 circa, Hermitage, San Pietroburgo

Ambito di Jusepe de Ribera, S. Francesco di Paola, XVII sec.


Benedetto Luti, S. Francesco di Paola attraversa lo stretto di Messina sul mantello, 1694, Museo Regionale, Messina

Juan de Espinal, Gli ugonotti bruciano il corpo di S. Francesco di Paola il 13 aprile 1562, XVII sec.

Lucas Valdés, Gli ugonotti bruciano il corpo di S. Francesco di Paola il 13 aprile 1562, XVIII sec., Museo de Bellas Artes de Sevilla, Siviglia


Lucas Valdés, Ritratto miracoloso di S. Francesco di Paola completato da un angelo, 1700-10, Museo de Bellas Artes de Sevilla, Siviglia

Pietro Bianchi (detto Il Creatura), Estasi di S. Francesco di Paola, 1728 circa, musée du Louvre, Parigi


Sebastiano Ricci, S. Francesco risuscita il bambino morto di sua sorella, 1733, San Rocco, Venezia

Giandomenico Tiepolo, Vergine in gloria tra i SS. Francesco di Paola e Lorenzo, 1775-80, Musée des Beaux-Arts, Strasburgo

Fundone (attrib.), Lactatio di S. Francesco di Paola alla presenza di S. Leonardo, 1706 circa, Castello, Melfi

Paolo de Matteis (attrib.), S. Francesco di Paola, XVIII sec., collezione privata



Anonimo, S. Francesco di Paola riceve la Charitas, XVIII sec., collezione privata

Francesco Fontebasso, S. Francesco di Paola in meditazione ed un suo confratello, XVIII sec., Musée des Beaux-Arts, Bordeaux

Nicolas Gosse, Luigi XI ai piedi di S. Francesco di Paola, 1843, Musée Anne-de-Beaujeu, Moulins

Antonio Cifrondi, S. Francesco di Paola, XVIII sec., collezione privata

S. Francesco di Paola ed un suo compagno attraversano lo stretto di Messina a bordo del mantello del Santo

Giovanni Gasparro, I miracoli di S. Francesco di Paola, 2015, collezione privata, Roma