Sante Messe in rito antico in Puglia

Visualizzazione post con etichetta Sacra Spina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sacra Spina. Mostra tutti i post

domenica 3 aprile 2016

La miracolosa reliquia delle Sacre Spine di Cristo

Abbiamo già avuto modo di parlare delle reliquie della Corona di Spine di Gesù (v. qui, qui e qui).
In occasione dell’ultima coincidenza della festa dell’Annunciazione col Venerdì Santo diverse Sacre Spine, sparse per l’Italia ed anche all’estero, sono “fiorite” o si sono insaguinate o si sono semplicemente arrossate.
Tra queste, oltre a quella di Andria, che abbiamo già segnalato, vi è stata in particolare quella di San Giovanni Bianco, in Val Brembana, nel bergamasco: qui l’ultima volta che si verificò il prodigio della Spina, che approdò in questo luogo nel 1495, fu nel 1932 (giacché nel 2005 nulla sarebbe avvenuto). La particolarità è che qui il prodigio non si è verificato il Venerdì Santo, ma la sera di Pasqua, come è stato anche annunciato ufficialmente dal vescovo di Bergamo: v. Andrea Lavelli, La Sacra Spina della Passione è tornata a fiorire, in La nuova bussola quotidiana, 31.3.2016; Mad. Ber., Mesi sotto osservazione (dal notaio) Poi sulla Sacra Spina sono comparse le prime gemme, in Corriere della sera – Bergamo, 29.3.2016 (per le foto v. Le gemme della Sacra Spina, ivi); Davide Agazzi, La Sacra Spina fiorisce, campane a festa a San Giovanni Bianco: “È miracolo” come nel 1932, in Bergamonews, 28.3.2016; Fabio ParavisiSacra Spina, la biologa: «Fatto inspiegabile che non lascia indifferenti», in Corriere della sera – Bergamo, 30.3.2016. V. anche il comunicato ufficiale del Vescovo di Bergamo, in Diocesi di Bergamo, 28.3.2016.

















Rilanciamo, in questa Domenica in Albis, un contributo di Cristina Siccardi.

La miracolosa reliquia delle Sacre Spine di Cristo

di Cristina Siccardi

Nella Basilica di San Nicola, nel cuore della città antica di Bari, e nella Cattedrale di Andria, sempre in Puglia, sono conservate due Sacre Spine della Corona di Cristo ed entrambe sono legate ad un evento miracoloso, che anche quest’anno, il 25 marzo u.s. si è puntualmente verificato, ma con fenomeni singolari, rispetto alle volte precedenti, per entrambi i casi.
Si tratta di un prodigio divino straordinario: ogni volta che il 25 marzo, giorno in cui ricorre la memoria liturgica dell’Annunciazione, cade nel giorno del Venerdì Santo, le Spine rosseggiano nella tonalità del rubino. Ad Andria il miracolo fu osservato per la prima volta nel 1633: le macchie violacee, presenti nella Spina, si ravvivarono, fino a farsi «fresco sangue». La scorsa volta il fatto celeste era avvenuto il Venerdì Santo del 2005, mentre le due date coincideranno nuovamente nel 2157.
Nella Legenda aurea (raccolta medievale di biografie agiografiche) di Jacopo da Varagine, frate domenicano e Vescovo di Genova, si narra che la Croce sulla quale morì Gesù Cristo, come pure la Corona di spine e altri strumenti della Passione, furono raccolti e nascosti da alcuni discepoli. Intorno al 320 la madre dell’Imperatore Costantino, Elena, fece sgomberare, a Gerusalemme, le macerie che si erano accumulate intorno al Golgota e fu proprio allora che tornarono alla luce le reliquie della Passione di Nostro Signore.
Sempre secondo Jacopo da Varagine, Elena avrebbe portato a Roma una parte della Croce, un chiodo, una spina della Corona e un frammento dell’iscrizione che Pilato aveva fatto affiggere alla Croce. A Gerusalemme restarono altre reliquie, fra le quali l’intera Corona di spine. Intorno al 1063 essa fu portata a Costantinopoli, dove rimase fino al 1237, quando l’Imperatore latino Baldovino II la consegnò ad alcuni mercanti veneziani, ottenendo un considerevole prestito (13.134 monete d’oro). Alla scadenza del prestito, San Luigi IX, Re di Francia, sollecitato da Baldovino II, acquistò la Corona e la custodì a Parigi, ospitandola nel proprio Palazzo fino a quando fu terminata la Sainte-Chapelle, inaugurata nel 1248.
Il tesoro della Sainte-Chapelle fu in gran parte distrutto durante la Rivoluzione Francese e con esso anche la Corona, privata di quasi tutte le sue Spine. Tuttavia, durante il viaggio verso Parigi, ne erano state tolte molte per essere donate a chiese e santuari per ragioni meritorie particolari; altre spine furono donate dai successivi sovrani francesi a principi ed ecclesiastici come segno d’amicizia. Per tali ragioni, in Francia e soprattutto in Italia, si trovano sparse in diverse chiese.
Leggiamo, nel verbale redatto dal notaio Francesco Saverio Perchinunno che, insieme ad una Commissione scientifica ha osservato i fatti di Bari del 25 marzo: «Si è rilevata fra le ore venti e minuti quaranta (h 20,40) e le ore ventuno e minuti quaranta (h 21,40) una lieve modificazione cromatica tendente al rosso in corrispondenza della base della scheggiatura apicale della Spina. Tale cromatismo soggettivamente rilevato da ciascun membro della Commissione trova supporto in documentazione oggettiva fotografica digitale. Inoltre, rivisitando i fotogrammi a forte ingrandimento, si è rilevata nella porzione centrale del fusto della Spina la presenza di macchie cromatiche che complessivamente lasciano intravedere un’immagine assimilabile ad un volto umano maschile. In precedenza non si è rilevata alcuna significativa variazione cromaticaIl presente verbale viene chiuso essendo le ore ventitré e minuti trenta (h 23,30)».
Ad Andria, invece, il notaio Paolo Porziotta ha redatto un verbale nel quale si dichiara: «Verso le ore 16.10, si è rilevata la presenza di un lieve rigonfiamento di colore bianco a forma sferica, a mo’ di gemma, posto a 3mm. circa dall’apice, lato destro della Spina, più precisamente sul bordo della scheggiatura apicale. Successivamente, verso le ore 17.10, si sono rilevate a occhio nudo, una seconda gemma, posta all’apice della Spina, e una terza gemma, posta 4/5 mm. sotto la prima; ancora più verso la base della Spina, il residuo del precedente prodigio dell’anno 2005 è sembrato rifiorire. Tanto è stato constatato direttamente, oltre che dalla Speciale Commissione, anche da mons. Raffaele Calabro, il quale alle 17.40, durante l’omelia dell’azione liturgica del Venerdì Santo ha annunciato ai fedeli: In questa circostanza ho il piacere di annunciare a voi tutti in maniera solenne che il miracolo ha avuto inizio».
Il mondo soprannaturale comunica con il mondo naturale, spesso e volentieri, attraverso i segni, miliardi di segni, personali e pubblici. Un universo di tracce e indicazioni che raggiungono la collettività oppure le singole persone; alcune le accolgono come bene prezioso e le fanno proprie: questi “doni” celesti confortano, offrono sostegno, coraggio, fiducia e speranza nei combattimenti quotidiani; altri individui, che resistono ai cenni e ai segnali paterni di Dio, dimostrandosi indifferenti, scettici e a volte amaramente ostili, o non se ne avvedono o li disprezzano, e così facendo non solo non possono usufruire della consolazione celeste, ma rigettano anche il buon “seme” che può derivare da essi. Come raccontano le migliaia di pagine scritte nel corso dei secoli, ai Santi e, in particolare, ai mistici, è dato il privilegio di colloquiare direttamente, senza intercapedini, con Gesù, la Madonna, gli Angeli o altri Santi.
Gli esempi agiografici sono innumerevoli: sperimentano visioni, apparizioni, sogni, rivelazioni, voci esterne o interne a sé. I segni, invece, sono comunicazioni indirette: il Cielo si fa presente ai peccatori, più distanti da Dio rispetto ai Santi, con segnali più o meno palesi, più o meno velati. A Bari e Andria il Signore ha nuovamente comunicato, ha manifestato la sua presenza attraverso segni sensibili, che contengono più significati, ma la cui decodificazione resta arcana: nella Basilica di San Nicola le macchie cromatiche rossastre hanno creato addirittura un’immagine dal volto umano; mentre nella Cattedrale della seconda città la Sacra Spina ha gemmato di bianco… Che cosa vorrà dire tutto ciò? Autorità religiose, notai, illustri professori, medici, esperti, tecnici alla guida di una tecnologia d’ultima generazione sono convenuti per monitorare prodigi che restano misteriosi, ma che avvengono e che la scienza può soltanto diligentemente osservare.
A Bari, per esempio, il colore della Sacra Spina è stata documentata, minuto per minuto, mediante una telecamera iperspettrale colorimetrica, mentre l’illuminazione è stata fornita da una sorgente a led a luce fredda. Tutto è ora perfettamente registrato e per chi ha Fede, ancora una volta, viene confermata la presenza d’amore costante del Redentore in mezzo a noi, attraverso fatti eccezionali, e in noi, quando quotidianamente si fa Carne e Sangue.

sabato 26 marzo 2016

Verificatosi il prodigio della Spina Santa in Andria ed in altri luoghi

Abbiamo avuto modo di parlare delle Sacre Spine della corona di Cristo e del miracolo del “rinverdimento” di alcune di esse (vqui e qui). 
Tali spine, alla luce degli studi fatti, dovrebbero appartenere ad un rovo denominato Zizyphus vulgaris lam, conosciuto anche con il nome di Zizyphus spina-Christi.

Verosimile ricostruzione della corona di spine

Giulio Ricci, Ricostruzione della coronazione di spine

In particolar modo va segnalata quella conservata nella Cattedrale di Andria, nota come la “Grande Spina” sia per le dimensioni sia per i fenomeni che l’interessano allorché il Venerdì Santo viene a coincidere con la festa dell’Annunciazione nella quale si fa memoria dell’Incarnazione del Verbo ed in cui, secondo calendari e fonti medievali, si commemora la creazione di Adamo da parte di Dio. Essa ha una storia davvero affascinante, che la lega a S. Ludovico (Luigi) IX d'Angiò, re di Francia: una sua discendente, andata in sposa al duca di Andria, la portò nella città pugliese quale dote nuziale (vqui e qui. Per approfondimenti storici, vquiquiqui e qui).
Anche in quest’anno 2016, dopo quello del 2005, in un contesto di preghiera (vqui) e di fede del popolo di Dio (che manifesta una sorta di "divorzio" tra la sua fede e lo scetticismo di stampo simil-protestante di gran parte dell'attuale clero), il Signore ci ha fatto la grazia di contemplare la sua Potenza, con il rinnovarsi del prodigio della Spina Santa conservata nella città di Andria.
Quest’anno il prodigio si è manifestato in forma diversa rispetto alla volta precedente. Mentre nel 2005, all’apice della Spina comparve una gemma di color rubino che sembrava volesse sgorgare e tracimare dalla stessa, per poi rientrare e scomparire, e ricoprirsi, lungo tutta la superficie, di una peluria mucillaginosa bianco-argenteo o cenere, con delle escrescenze e protuberanze, quest’anno, invece, la Spina ha conosciuto un certo cambiamento di colore, ma nondimeno la comparsa improvvisa delle escrescenze. La particolarità è che quest’anno il fenomeno, a differenza di quello precedente, ha manifestato una certa durata. L'inizio del prodigio era stato annunciato ufficialmente da Mons. Raffaele Calabro, amministratore diocesano della Diocesi (il nuovo vescovo Mons. Mansi entrerà ufficialmente in diocesi il prossimo 3 aprile), durante la celebrazione pomeridiana del Venerdì Santo della Passione di N. S. Gesù Cristo (vquiqui la cronistoria dell'evento, qui la sequenza delle foto).

L'annuncio dell'inizio del miracolo durante la celebrazione della Passione del Signore



Mons. Mansi, neo-vescovo di Andria, in preghiera dinanzi alla Spina

Il fenomeno è stato accertato ufficialmente dalla Commissione scientifico-pastorale appositamente costituita che, dell’evento, ha redatto apposito verbale notarile. Peraltro va ricordato che la stessa Spina era stata sottoposta a ricognizione canonica nel febbraio scorso, onde poterne rilevare i crismi dell’ufficialità il colore e lo stato, al fine di evidenziare in maniera rigorosa e scientificamente ineccepibile il prodigio (v. quiqui, qui, qui e qui. Le immagini sono tratte dal sito della Diocesi di Andria).










Nel tardo pomeriggio di ieri era dato il seguente comunicato stampa: «Verso le ore 16.10, si è rilevata la presenza di un lieve rigonfiamento di colore bianco a forma sferica, a mo’ di gemma, posto a 3mm. circa dall’apice, lato destro della Spina, più precisamente sul bordo della scheggiatura apicale. Successivamente, verso le ore 17.10, si sono rilevate a occhio nudo, una seconda gemma, posta all’apice della Spina, e una terza gemma, posta 4/5 mm. sotto la prima; ancora più verso la base della Spina, il residuo del precedente prodigio dell’anno 2005 è sembrato rifiorire. Tanto è stato constatato direttamente, oltre che dalla Speciale Commissione, anche da mons. Raffaele Calabro, il quale alle 17.40, durante l’omelia dell’azione liturgica del Venerdì Santo ha annunciato ai fedeli: “In questa circostanza ho il piacere di annunciare a voi tutti in maniera solenne che il miracolo ha avuto inizio”» (v. qui, qui, qui, qui e qui. Cfr. qui il servizio televisivo di un'emittente locale).
L'evento è stato celebrato con l'emissione di un francobollo e di un annullo speciale delle Poste italiane (v. qui).
Pure a Bari, secondo notizie Ansa, si sarebbe verificato, sebbene di minor portata, un analogo fenomeno prodigioso sulla Sacra Spina conservata nella Basilica di S. Nicola: vi sarebbero state su questa variazioni cromatiche ed addirittura il delinearsi di un volto umano maschile (v. qui e qui). Pure di esso è stato redatto apposito verbale notarile. Anche per questa Spina era stata costituita una Commissione scientifica (v. qui). 
Altro fenomeno, a quanto si sa, si è verificato anche ad Umbriatico in Calabria (v. qui, qui, qui. Il video è qui. Per riferimenti storici, v. qui). Grande attesa vi è stata pure per la Spina di Castellammare di Stabia (v. qui, qui, qui, qui), sebbene pare che alcun fenomeno di rilievo si sia ivi verificato (v. qui). Pure Vasto ha una Spina analoga (v. qui) e così Aversa (v. qui, qui, qui e qui) e San Giovanni Bianco (v. qui e qui).
Siano rese grazie a Dio per queste conferme alla fede cattolica! Il prossimo appuntamento è per il lontanissimo 2157, vale a dire tra 141 anni!

Volto Santo conservato nella Cappella della Sacra Spina della Cattedrale di Andria











venerdì 25 marzo 2016

La Corona di spine. Dal Golgota fino a noi

Abbiamo avuto modo di parlare delle sacre spine che rinverdiscono (v. qui).
Ecco un interessante studio storico su di esse.

La Corona di spine. 
Dal Golgota fino a noi

di Giovanni Battista Alfano

Una costellazione di luoghi, date e volti ben illustrata e documentata permette di seguire idealmente, ma in modo storicamente certo, le tappe del viaggio della Corona di Spine dalla Terra di Gesù fino alla sua attuale collocazione a Notre-Dame di Parigi. Anche la storia incrementa la devozione verso una Reliquia di così estrema importanza.

La storia della Santa Corona di Spine di Nostro Signore Gesù Cristo può dividersi in quattro periodi.
1) Dalla Passione di Nostro Signore sino a tutta la permanenza della Sacra Reliquia in Gerusalemme (ossia dall’inizio dell’Era volgare fino al 1092).
2) Traslazione della Corona da Gerusalemme a Costantinopoli e permanenza in questa città (dal 1092 al 1238).
3) Traslazione della Corona da Costantinopoli a Parigi e sua deposizione nella Sainte-Chapelle del Palazzo Reale (dal 1238 al 1799).
4) Traslazione della Corona dalla Sainte-Chapelle di Parigi alla Biblioteca Imperiale e poi a Notre-Dame, ove si trova tuttora (1799 - 1806 - epoca presente).

La Santa Corona a Gerusalemme. I testimoni

È opinione che la Santa Corona di Spine che trafisse il venerato Capo di Nostro Signore Gesù Cristo sia stata riposta, insieme ai chiodi, nel sepolcro in cui fu messo il Corpo del Redentore, come si soleva praticare dagli Ebrei, che col cadavere interravano tutto ciò che era servito a giustiziare il condannato.
È anche opinione, ed è da ritenersi che sia stato proprio così, che, dopo la Risurrezione di Gesù, quelle sacre reliquie, insieme alla Sindone, siano state raccolte dalla Vergine Maria o dagli Apostoli o dalle pie donne, e custodite a Gerusalemme per essere oggetto di venerazione presso i primi cristiani.
Documenti dei primi tre secoli dell’Era volgare non ne abbiamo. Essi incominciano col IV secolo e ci assicurano che la Santa Corona nel primo millennio del Cristianesimo era conservata a Gerusalemme e vi rimase almeno fino al 1092.
Una prima testimonianza di quell’epoca remota, la più antica, a quanto pare, è data da un passo di una lettera di san Paolino[1]. L’insigne Vescovo di Nola ne parla in una lettera che porta il n. 49 della raccolta. La lettera fu scritta quando san Paolino era già vescovo; poiché egli vi si chiama «exigui gregis pastor» (n. 14). Dunque non prima del 409; ma, in quale anno preciso è impossibile dire. È una delle lettere più belle e, senza dubbio, sotto vari aspetti, molto interessante. San Paolino la scrisse per implorare l’interessamento di un suo amico potente a Roma, Macario, in favore di un tal Secondiniano, padrone di una nave danneggiata gravemente da una tempesta, e di un certo Valgio, scampato miracolosamente dal naufragio, contro l’avidità rapace di un uomo che voleva impadronirsi del vascello. Una nave di questo Secondiniano era partita dalla Sardegna, carica di grano. Violenta tempesta l’aveva colta, e sbattuta per 23 giorni dalla Sardegna a Roma, da Roma in Campania, dalla Campania in Africa, dall’Africa in Sicilia, dalla Sicilia finalmente nel Bruzio. Dell’equipaggio, tranne il vecchio Valgio, non c’era più nessuno sulla nave. L’equipaggio s’era buttato in mare, sperando di salvarsi, ma si annegò. Valgio, abbandonato dai compagni, nella sentina, non fu solo. Con lui, che da tempo anelava al Battesimo, fu sensibilmente il Salvatore, mentre il martire di Nola, Felice, sedeva a poppa. Valgio, approdato nel Bruzio, accorse a Nola per ringraziare san Felice, e raccontò la storia meravigliosa a san Paolino. E san Paolino la riproduce in questa lettera con particolari estremamente pittoreschi. Il Salvatore che lavora per Valgio, e con Valgio, vuole che egli lavori di giorno, ma lo lascia andare a riposare la notte; e poi, quando è ora di svegliarlo, gli si accosta adagio, lo tocca teneramente perché non si ridesti con un soprassalto spaventoso, arriva a accarezzargli delicatamente l’orecchio. È tanto l’entusiasmo da cui è preso Paolino a questi particolari del racconto, che se non fosse per il timore di una ferita egli taglierebbe la sommità dell’orecchio a Valgio, per conservarla come reliquia. È a questo punto che vien fuori, per analogia, il ricordo dei luoghi santi della Palestina e delle reliquie della Passione. Scrive san Paolino: «Si va a Gerusalemme per vedere e toccare i luoghi nei quali fu corporalmente presente Cristo, e ove si ammirano i ricordi della sua Passione; ebbene, se è motivo di consolazione e di frutto spirituale il solo vedere quei luoghi, il riportarne un po’ di polvere o una scheggia minuta del legno della croce, che grazia maggiore e più abbondante non è quella di vedere quell’uomo [Valgio] a cui il Salvatore ha parlato, che ha riscaldato col suo seno, adagiato sulle sue ginocchia, di carezzare colui che Cristo ha toccato con le sue mani?
“Si ergo religiosa cupiditas est loca videre in quibus Christus ingressus et passus est, et resurrexit, et unde conscendit, et, aut de ipsis locis exiguum pulverem, aut de ipso crucis ligno aliquid saltem festucae simile sumere et habere benedictio est, considera quanto maior et plenior grafia sit, vivum senem vel testimonio divinae veritatis inspicere.
Si praesepe nati, si fluvius baptizati, si hortus orantis Magistri, si atrium iudicati, si columna districti, si spina coronati, si lignum suspensi, si saxum sepulti, si locus resuscitati evectique, memoria divinae quondam praesentiae celebratur, quam religiose aspiciendus est hic, quem alloqui Dei sermo dignatus est, cui se facies divina non texit”» (n. 14 - col. 407 della PL, vol. LXI). Dunque nei primi anni del secolo V la Corona di Spine doveva trovarsi in Gerusalemme esposta alla venerazione dei fedeli. Altra testimonianza della presenza della Corona di Spine in Gerusalemme in questa epoca è data dal Breviarium de Hierosolyma, dove si legge esistere «Corona de spinis [...] in media basilica».
Così anche quella di Antonino Piacentino, del secolo VI, che nel suo Itinerarium ricorda la Corona di Spina «in ipsa ecclesia Sion»[2]. Ecco perché da questa città, fin dal 323, sant’Elena avrebbe inviato due Spine alla Chiesa di Santa Croce di Gerusalemme in Roma e altre a Trèves, città antica nella Gallia, ora compresa nella Prussia Renana.
Cassiodoro, verso il 575, nel suo Commentarium ad Psalm. LXXXVII, accenna alla Corona di Spine in Gerusalemme.
In questo stesso VI secolo san Gregorio di Tours, pur non indicando la località ove si trovava la Reliquia, già accennava ai segni straordinari su di essa riscontrati, e scriveva: «Ferunt etiam ipsos Coronae sentes quasi virides apparare; quae tamen si videantur aruisse foliis, quotidie tamen revirescere virtute divina» (De Gloria Martyrum, Lib. I., cap. VII).
Nell’801 Hassan, governatore di Gerusalemme, dava una Spina a Carlo Magno. Nell’870, Bernardo il Monaco, ci assicura che la Corona era venerata nella città di Gesù. Foucher, abbate di San Benigno, nel 944 porta da Gerusalemme una Spina nel suo monastero a Digione. Nel 1044, la città di Avignone riceve una Spina dal Vescovo Benedetto I, reduce da Terra Santa. Intanto nel 1092 l’imperatore Alessio I Comneno, in una lettera a Roberto di Fiandra, fra le reliquie allora conservate a Costantinopoli, cita la Corona di Spine (Exuviae Sacrae Const. II, p. 203). Dunque in tale anno la Santa Reliquia è già passata da Gerusalemme a Costantinopoli.

La diaspora delle Spine

Nondimeno in questo primo periodo è da ritenere che varie Spine già si trovassero anche presso gli Imperatori d’Oriente, o perché avevano visitato i Luoghi Santi, o perché le avevano ricevute in omaggio. Il certo è che gli stessi Imperatori o Patriarchi di Gerusalemme ne facevano dono. Se non si pensa così, le notizie si imbrogliano in tal modo che non si riesce a trovare una via di uscita. Difatti si dice che nel 565, san Germano, vescovo di Parigi, avesse avuto in dono una Santa Spina dall’Imperatore d’Oriente, quando passò per Bisanzio (Baron. Ann. 561, n. 14); tale reliquia nel Medioevo si trovava a Saint-Germain-des-Prés di Parigi. Ma si tratta di una testimonianza poco attendibile, perché non è affatto sicura la peregrinazione di san Germano. Nel 770 vi è notizia che Costantino Copronimo abbia donato a Carlo Magno alcune Spine. Nel 798 l’imperatrice Irene inviò otto Spine a Carlo Magno che furono depositate nella Basilica di Aix-la-Chapelle e poi distribuite ad altre chiese. Nel 799, come riferisce Aimoin, religioso dell’Abbazia di Fleury, Carlo Magno ricevette dal Patriarca di Gerusalemme, Thomas, molte reliquie, tra cui una Santa Spina, che poi passarono al monastero di Charroux. Analogamente, anche dopo la traslazione della Corona da Gerusalemme a Costantinopoli (1090), qualche Spina dovette rimanere in Palestina, o nella stessa città di Gesù o presso privati. Difatti nel 1104, Ugo del Cassero, reduce dalla Terra Santa, portò una Spina a Fano, in Italia. Così anche Enrico il liberale, il fondatore della Chiesa di Saint-Etienne a Troyes, portò da Terra Santa una Spina (1179). E verso il 1290 la cittadina di Megli, presso Genova, ebbe una Santa Spina dall’ammiraglio Ageno, reduce dalla Palestina.

Misterioso approdo a Costantinopoli

Non sappiamo con certezza come, quando, e perché le reliquie della Passione di Nostro Signore, compresa la Santa Corona, siano passate a Costantinopoli; probabilmente affinché fossero state meglio custodite nel tesoro del palazzo imperiale.
È assolutamente sicuro il documento già citato con cui è riferito che Alessio Comneno nel 1392 abbia ricordata la Santa Corona come già presente a Costantinopoli. E nel 1100 lo stesso Imperatore diede un frammento della Corona a Raymond de Saint-Gilles, che lo depositò a Saint-Trophime d’Arles.
Durante la Quarta Crociata (1202-1203) il card. Capuano portò da Costantinopoli ad Amalfi varie reliquie della Passione, tra cui una Santa Spina. Nel 1205, Nivelon de Cherizy, vescovo di Soissons, reduce da Costantinopoli, donava una spina alla sua Cattedrale. Nel 1206, Enrico, imperatore di Costantinopoli, regalò una Spina al Conte Alberto di Moha; poi la reliquia passò alla Chiesa di Huy. Nello stesso anno, il medesimo Imperatore, ne donò un’altra a suo fratello Filippo, marchese di Namur; poi la Reliquia passò alla chiesa di Saint-Antin nella stessa Namur. Tra il 1224 e 1232 un monaco di Clairvaux, a nome Hugues, portò una Spina da Costantinopoli alla sua Abbazia. Ed è in questo periodo che ebbero Spine in Italia la Chiesa di Belluno e qualche altra, tra cui Amalfi.

Da Parigi un felice riscatto

Fondato poi a Costantinopoli l’impero greco-latino dopo la Quarta Crociata, bandita nel 1202, ne fu affidato, nel 1228, il governo a Baldovino di Fiandra che era stato capitano della spedizione.
Dieci anni dopo, Baldovino venne in Francia per chiedere aiuto contro i nemici del suo Impero; e frattanto gli giunse notizia che i suoi ministri a Costantinopoli, per necessità finanziarie, stavano trattando con alcuni stranieri per impegnare la Santa Corona di Nostro Signore. Baldovino ne propose l’acquisto al santo re, Luigi IX, suo cugino; il Re, incoraggiato dalle istanze della sua piissima madre, accettò la proposta e mandò a Costantinopoli, con sua lettera, i domenicani padre Giacomo e padre Andrea per ritirare la Santa Corona. Ma la Corona, almeno come parola data, era già impegnata ai Veneziani, con diritto però di riscatto entro certi limiti di tempo. Si convenne che i domenicani con alcuni ambasciatori di Costantinopoli fossero andati a Venezia per portare la Corona, ma, nello stesso tempo, per riscattarla. Terminato il viaggio, la Santa Corona fu temporaneamente depositata nella Basilica di San Marco. Il riscatto fu eseguito al prezzo di 160.000 lire venete, pari a 135.000 lire torinesi, e la Santa Reliquia partì alla volta di Parigi. Il 10 agosto 1239, i domenicani arrivarono a Villeneuve, dove furono incontrati dal Re, con la madre Bianca, con i fratelli Roberto d’Artois e Carlo d’Angiò e da tutti i grandi di Francia; il giorno seguente entrarono in Sens, ove la Santa Corona fu esposta nella cattedrale[3]. Otto giorni dopo, la preziosa Reliquia faceva il suo ingresso a Parigi tra il tripudio e la devozione del popolo, e fu deposta nella cappella del Palazzo Reale, fino allora detta di San Nicola, che in seguito il Re rifece con ricchezza meravigliosa e che poi fu consacrata nel 1248 sotto il titolo di cappella della Santa Corona di Spine. Arricchita da papa Innocenzo III di moltissimi privilegi, fu chiamata comunemente la Sainte-Chapelle. Pervenuta la Santa Corona a Parigi, molte Spine furono in seguito donate dai Re di Francia alle Chiese di Francia, di Spagna e d’Italia (Exuviae Sacrae Costant., II, pp. 125 ss). Varie Spine furono portate anche nel Napoletano da Carlo I d’Angiò; basterà ricordare quelle donate alla Cattedrale di Napoli, nonché a Bari e ad Andria.
La Santa Corona rimase nella Sainte-Chapelle fino al 1791.
Anche dopo la traslazione della Santa Corona a Parigi dovettero rimanere a Costantinopoli delle reliquie di Spine presso chiese o privati. Difatti una delle Spine di Vicenza (non quella donata da Luigi IX a Bartolomeo di Braganza nel 1259) porta documento di essere venuta da Costantinopoli nel 1343. Così pure le Spine di Pavia furono dono di Manuele II Patologo, nel 1400. La Santa Spina di Belluno è dono di mons. Buffarelli, che verso il 1470 l’aveva ricevuta da un religioso, reduce da Costantinopoli.

Dalle mani degli empi rivoluzionari a Notre-Dame

Nel 1791 il Municipio rivoluzionario di Parigi fece mettere i suggelli al tesoro della Cappella Reale. Nondimeno Luigi XVI poté sottrarre alcune sante reliquie della Passione di Nostro Signore e con esse la Corona, che nel 12 marzo dello stesso 1791 fece trasportare all’Abbazia di Saint-Denis. Ivi le reliquie rimasero fino all’11 novembre 1793. Dopo questa data il Municipio di Saint-Denis le rinviò a Parigi, per farne un omaggio alla Convenzione, qualificandole quali oggetti adatti ad alimentare la superstizione nei popoli (!). Fu rotto il reliquiario e fuso. La Santa Corona venne spezzata in tre parti, che poi furono affidate ad una “Commissione d’arte”, incaricata della conservazione o meno di oggetti di discutibile importanza. Il Segretario di questa commissione, nel 1794, consegnò gli avanzi della Santa Corona all’abate Barthélemi, conservatore di monete antiche alla Biblioteca Nazionale di Parigi. Ivi la Reliquia rimase fino al 1804. In tale anno il card. Belloy, Arcivescovo di Parigi, ne fece richiesta al Ministro dei Culti e degli Interni, che la rilasciò nel 26 ottobre dello stesso 1804. Così la Santa Corona nel 10 agosto 1806 fece il suo ingresso nella Cattedrale di Notre-Dame e l’Arcivescovo la chiuse in un ricco reliquiario che si vede tuttora; non senza averne donato alcuni pezzetti alle autorità ecclesiastiche presenti. Da quell’epoca nei Venerdì Santi la Corona è esposta alla venerazione dei fedeli. Dopo quest’ultima traslazione della Santa Corona pare che sia cessata ogni distribuzione di Spine, poiché non ne è rimasto che il solo serto, su cui si ritiene fossero inseriti i rami spinosi.
Sicché tutte le Sante Spine che sono sparse nelle diverse chiese, e nei conventi e privati, provengono da distribuzioni elargite, sin dai primi anni del Cristianesimo, dai centri di Gerusalemme e da Costantinopoli; molto più poi da Parigi dopo l’arrivo della Corona in questa città. Così la venerazione per le Sante Spine risale fino ai primi secoli del Cristianesimo. Né impari a questo sentimento è stata la venerazione che ad esse ha professata la nostra Italia, che conserva altre preziose reliquie della Passione, tra cui la Sacra Sindone.

[1] Dell’esattezza delle notizie su questo documento sono grato agli illustri professori Domenico Mallardo e Vitale de Rosa.

[2] Itinera Hierosolymitana, Ed. Geyer, 1898, p. 154, 24.

[3] Tutto ciò fu fedelmente descritto da Galter, arcivescovo di Sens, come si legge in Acta Sanctorum. 25 Aug. De S. Ludovico rege, XXX.

mercoledì 23 marzo 2016

La Corona di spine e i prodigi degli aculei verdi

Il prossimo Venerdì Santo, 25 marzo, a Dio piacendo, dovrebbe rinnovarsi il prodigio della spina della Corona di Cristo conservate in Andria (v. qui il sito della diocesi di Andria). L’ultima volta questo si verificò nel 2005, cioè quando il Venerdì Santo venne a coincidere con la festa dell’Annunciazione (v. qui il video. Per altri video dedicati all'evento del 2016, v. qui). La prossima coincidenza cadrà nel 2157.



Sacra Spina conservata nella Cattedrale di Andria

Sequenza del prodigio del 2005

Il prodigio vede quella spina, solitamente secca e con le macchie di sangue color bruno-scuro, ravvivarsi, ricoprirsi di una peluria bianco-argentea e, talora, di esilissime e sottilissime escrescenze e le macchie di sangue assumere una colorazione viva, di un colore rosso vivo, quasi fosse fresco (v. supra il video del prodigio verificatosi nel 2005; v. anche qui). 
Anche Bari, ed in particolare la Basilica di San Nicola, conserva una spina analoga, che in passato ha conosciuto, sempre in occasione della medesima coincidenza temporale, un fenomeno simile, sebbene nel 2005 non si verificasse nulla (v. qui il sito dedicato all’evento di quest’anno 2016 e qui). 



Sacra Spina conservata nella Basilica di S. Nicola, Bari

Al tema lo studioso Michele Loconsole ha dedicato alcuni studi, di cui riproduciamo qui un suo contributo.

La Corona di spine e i prodigi degli aculei verdi

«… e i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo». È questa una delle frasi più celebri che riecheggia nelle chiese e nelle cattedrali di mezzo mondo durante le austere letture delle liturgie quaresimali della Passione di Cristo. La pericope, presente nei vangeli sinottici, descrive il gesto derisorio, da parte della soldataglia romana, dell’incoronazione di Gesù il Nazareno.

Posta una corona di spine sul suo capo, egli viene schernito e proclamato Re dei Giudei. Tuttavia, non si trattò di una semplice corona o di un serto di spine, come verrà raffigurato dagli artisti nelle opere pittoriche, ma di un vero e proprio casco spinoso. Il macabro strumento, imposto sul capo di Gesù, avrebbe dovuto riprodurre la forma della mitria orientale, il copricapo regale dei regnanti giudei, come riportato su alcune monete che raffigurano, in bassorilievo, le effigi dei monarchi della Giudea romana. La Corona di Spine, unitamente alle altre Reliquie della Passione di Cristo, sarà portata alla luce da Elena, la madre dell’Imperatore Costantino, intorno al 326 d.C., allorquando, recatasi pellegrina in Terra Santa, comandò di rintracciare i principali luoghi evangelici della vita di Gesù, tra cui il sepolcro e il Golgota. Ed è proprio nel pressi del Calvario che l’Augusta imperatrice scoprirà la fossa in cui erano stati sepolti gli strumenti della Passione del Maestro galileo, oggi inglobata nella Cappella detta di Sant’Elena, all’interno della monumentale basilica gerosolimitana del Santo Sepolcro. 

Il primo pellegrino a dare testimonianza della presenza e del culto a Gerusalemme di una Corona di Spine, che aveva toccato e ferito il capo di Cristo, è il vescovo napoletano Paolino da Nola. Egli, giunto in Terra Santa nel 409, annota nel suo diario: «Alle spine con cui il nostro Redentore fu incoronato si rendeva omaggio unitamente alla Santa Croce e alla Colonna della flagellazione». Sarà san Vincenzo di Lerins, il pio e colto sacerdote francese, morto tra il 440 e il 445, a informarci che la Corona di Spine di Cristo venerata a Gerusalemme aveva la forma di «un pileus, ossia di un elmo militare romano, che toccava e rivestiva dappertutto il Suo capo». 

L’ipotesi che la Corona imposta a Gesù fosse, dunque, a forma di casco, e non di un semplice serto, è rafforzata anche da alcuni studi scientifici condotti sulla Sacra Sindone di Torino. Sul Telo sindonico, e in specie intorno al capo dell’Uomo della Sindone – l’immagine del corpo di un uomo, sia frontale che dorsale, la cui natura è ad oggi ancora ignota - sono state rinvenute più di settanta macchioline di sangue prodotte da ferite da punte acuminate, presenti sia nella zona frontale, sia occipitale. L’elevato numero dei decalchi fa pensare che l’oggetto in questione avesse proprio la forma di un casco, che ha torturato la testa del condannato fino a ferirne la nuca.  Da questa evidenza si comprende meglio il perché in Europa siano custodite oltre 200 Sacre Spine, tutte ritenute tratte dalla Corona di Spine di Cristo, di cui un centinaio in Italia. 

Se, infatti, sono almeno una settantina gli aculei che hanno insanguinato il capo dell’Uomo della Sindone – il numero sarebbe ancora più alto perché sul Lino torinese non si è potuta imprimere l’intera immagine della testa, a causa del risvolto operato sul tessuto che ne doveva permettere la corretta sepoltura secondo la ritualità vigente – molte altre sarebbero state le spine che formavano il macabro copricapo le cui punte, però, non hanno ferito la sua testa. Tante sono le Sacre Spine, custodite e venerate nelle chiese e nelle basiliche europee, che non presentano tracce di sangue raggrumato sugli steli legnosi. 

Lo studio scientifico sul Sacro Telo, poi, ci aiuta a comprendere se tra le due Reliquie della Passione di Cristo, la Sindone e la Corona di Spine, possano sussistere ulteriori elementi di confronto; ad esempio, se i pollini rinvenuti sul Lenzuolo torinese possono appartenere alle specie botaniche delle Sacre Spine considerate autentiche (1) o se il sangue presente sui Sacri Aculei è dello stesso gruppo sanguigno riscontrato sulla Sacra Sindone, nonché sulle particole dei numerosi Miracoli Eucaristici e sul Sudario di Cristo custodito ad Oviedo. La necessaria brevità di un articolo non permette di argomentare quanto accennato, questioni da me affrontate in un recente lavoro (2). Mi è però sufficiente aggiungere che le Sacre Spine ritenute della Corona di Cristo manifestano prodigi particolari, fenomeno che potrebbe spiegare, da solo, la loro autenticità. (3)

Quando il 25 marzo, festa dell’Annunciazione (o del concepimento di Gesù), coincide con il Venerdì Santo (memoria mobile della morte di Gesù) le Sacre Spine tratte dalla Corona di Cristo mostrano, e solo per quel giorno, una prodigiosa trasformazione fisica, come è stato documentato da numerosi atti notarili negli ultimi quattro secoli e, più recentemente, anche da fotografie e filmati. Alcune di esse rinverdiscono (l’aculeo sembra come ringiovanire o rinvigorirsi), altre prendono a fioreggiare (appaiono gemmazioni o funghi lattiginosi), altre ancora, infine, rosseggiano (le macchioline di sangue raggrumate, ove sono presenti sullo stelo legnoso, prendono a ravvivarsi di un rosso intenso). 

Non mancano casi in cui i fenomeni prodigiosi si manifestano nella duplice o nella triplice forma, come per le Sacre Spine di Andria (Bari), di Montone (Perugia) e di Napoli (Monastero delle Carmelitane Scalze ai Ponti Rossi). La concomitanza liturgica, rarissima, accade due o tre volte ogni cento anni. Nel secolo scorso è accaduto nel marzo del 1910, del 1921 e del 1932. Nel nostro secolo soltanto nel 2005 e nel 2016. In quello successivo, nel 2157 e nel 2168. La motivazione sembra chiara: è la coincidenza liturgica della memoria dell’Incarnazione di Cristo (prima Creazione) con la sua morte (che apre alla seconda Creazione o Risurrezione).  

* Studioso delle reliquie della Passione di Gesù, è autore tra l’altro dei libri “La tela e la spina – Due reliquie a confronto” (Progedit 2014), e “La corona di spine di Cristo. Storia e Mistero” (Cantagalli 2005)

1 Cfr. Michele Loconsole, Il Telo e la Spina. Due Reliquie a confronto, Bari 2016.

2 Cfr. Michele Loconsole, La Corona di Spine di Cristo. Storia e Mistero, Siena 2005, p. 17-22.

3 Cfr. Emanuela Marinelli, La questione dei pollini presenti sulla Sindone di Torino e sul Sudario di Oviedo, in I Congreso Internacional sobre la Sàbana Santa in España, Valencia (Spagna), 28-30 aprile 2012.