Sante Messe in rito antico in Puglia

venerdì 5 febbraio 2016

Intervista di mons. Athanasius Schneider a Rorate Caeli: "Chiesa post-sinodale e i non credenti nella gerarchia"

Nella festa di S. Agata, vergine e martire, rilancio la traduzione italiana dell’intervista di mons. Schneider a Rorate Caeli.


Αγία Αγάθη



Giovanni Andrea Coppola, Martirio di S. Agata, 1650 circa, Basilica Concattedrale di S. Agata, Gallipoli

Giambattista Tiepolo, Martirio di S. Agata, 1736, Basilica di S. Antonio, Padova

Anonimo, Apparizione della Vergine col Bambino a S. Agata, XVIII sec., museo del Prado, Madrid

Ambito di Giannandrea Lazzarino, S. Agata in carcere, XVIII sec., Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

Giuseppe Barone, Martirio di S. Agata, 1938, Chiesa di Sant'Agata alla Fornace (Chiesa di San Biagio), Catania


Replica del Reliquiario di S. Agata, Chiesa di S. Agata la Vetere, Catania

Intervista di mons. Athanasius Schneider a Rorate Caeli: Chiesa post-sinodale e i non credenti nella gerarchia

Testo integrale dell’intervista di Mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, pubblicata il 2 febbraio dal sito Rorate Caeli

Rorate Caeli: Per qualche tempo non conosceremo l’impatto giuridico che avrà sulla Chiesa il recente Sinodo poiché la prossima mossa spetta a Papa Francesco. Indipendentemente dal risultato finale, esiste già  a tutti gli effetti uno scisma nella Chiesa? In caso affermativo, cosa significa concretamente? Come si manifesterà per i cattolici praticanti comuni?

S.E. Schneider: Secondo il can. 751 del Codice di Diritto Canonico, scisma significa il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti. Occorre distinguere il difetto nel credere o eresia dallo scisma. Il difetto nel credere o eresia è in effetti un peccato più grave dello scisma, come dice San Tommaso d’Aquino: «La mancanza di fede (infidelitas nella Summa - ndT) è un peccato commesso contro Dio stesso, in quanto Egli stesso è la Verità Prima, sulla quale la fede si fonda; mentre lo scisma si oppone all’unità della Chiesa, che è un bene minore rispetto a Dio stesso. È dunque evidente che il peccato di eresia  è per suo genere un peccato più grave di quello dello scisma» (II-II, q.39, a.2c). La vera crisi della Chiesa di oggi consiste nel fenomeno ingravescente che coloro che non credono pienamente e non professano l’integralità della fede cattolica occupano spesso posizioni strategiche nella vita della Chiesa, come professori di teologia, formatori nei seminari, superiori religiosi, parroci e persino vescovi e cardinali. E queste persone con la loro fede manchevole si professano sottomessi al Papa.
Il colmo della confusione e dell’assurdità si manifesta quando questi religiosi semi-eretici accusano coloro che difendono la purezza e l’integrità della fede cattolica di essere contro il Papa, di essere, secondo loro, in qualche modo scismatici. Per i semplici cattolici praticanti, una tale situazione di confusione rappresenta una vera sfida alla loro fede secondo l’indistruttibilità della Chiesa. Devono mantenere salda l’integrità della loro fede secondo le immutabili verità cattoliche trasmesse dai nostri padri, che ritroviamo nel catechismo tradizionale e nelle opere dei Padri e dei Dottori della Chiesa.

Parlando di cattolici comuni, cosa deve affrontare ora un parroco che già non dovesse affrontare prima del Sinodo? Quali pressioni, come la lavanda dei piedi delle donne il Giovedì Santo a seguito dell’esempio di Francesco, graveranno sul parroco più di quanto non sia accaduto fino ad oggi?

Un normale parroco cattolico dovrebbe conoscere bene il significato perenne della fede cattolica, nonché quello delle norme della liturgia cattolica e, conoscendolo, dovrebbe avere fermezza e sicurezza interiore. Dovrebbe sempre ricordare il principio fondamentale di discernimento: «Quod semper, quod ubique, quod ab omnibus», ossia «Ciò che è stato creduto e praticato sempre, ovunque e da tutti».
Le categorie «sempre, ovunque, tutti» non devono esser intese in un senso aritmetico, ma morale. Un criterio concreto di discernimento è questo: Questo cambiamento in una affermazione dottrinale, in una pratica pastorale o liturgica rappresenta una rottura rispetto al passato dei secoli e millenni trascorsi? Questa innovazione fa sì che la fede risplenda più chiara e luminosa? Questa innovazione liturgica ci immette sempre più vicini alla santità di Dio, o esprime in modo più profondo e meraviglioso i divini misteri? Questa innovazione disciplinare favorisce davvero uno zelo maggiore per la santità di vita?
Riguardo, concretamente, alla lavanda dei piedi delle donne durante la Santa Messa dell’Ultima Cena del Giovedì Santo: questa Santa Messa celebra la commemorazione dell’istituzione dei sacramenti dell’Eucarestia e del Sacerdozio. Cosicché la lavanda dei piedi delle donne insieme agli uomini, non solo distrae dal focus principale sull’Eucarestia e sul Sacerdozio, ma genera confusione riguardo al simbolismo storico dei “dodici” e dal fatto che gli apostoli sono di sesso maschile. La tradizione universale della Chiesa non ha mai consentito la lavanda dei piedi durante la Santa Messa, ma piuttosto al di fuori di essa, in una cerimonia speciale.
In ogni caso: la lavanda pubblica e in generale anche il bacio dei piedi delle donne da parte di un uomo, nel nostro caso di un prete o di un vescovo, è considerato da qualunque persona di buon senso in tutte le culture come improprio e anche indecente. Grazie a Dio nessun vescovo è obbligato a lavare pubblicamente i piedi delle donne il Giovedì Santo, perché non vi è una norma che lo vincoli a ciò, e la stessa lavanda dei piedi è facoltativa.

La Fraternità Sacerdotale di San Pio X (FSSPX)

Una situazione atipica della Chiesa è quella della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX). Casa pensa Sua Eccellenza, del perché tanti cattolici temono la FSSPX o sono titubanti dall’associarsi ad essa? Dalla sua esperienza, quali doni ritiene che la FSSPX possa apportare alla Chiesa corrente?

Se qualcuno o qualcosa è senza importanza e debole, nessuno lo teme. Coloro che temono la Fraternità Sacerdotale San Pio X in definitiva temono le verità cattoliche perenni e le loro esigenze in campo morale e liturgico.
Quando la FSSPX cerca di credere, praticare il culto e vivere moralmente come i nostri progenitori e i Santi più famosi nel corso di millenni, allora dobbiamo considerare la vita e l’opera di questi sacerdoti cattolici e fedeli della FSSPX come un dono per la Chiesa di oggi, ed anche come uno dei numerosi strumenti di cui si serve la Divina Provvidenza per rimediare all’enormità dell’attuale crisi generale della fede, della morale e della liturgia in seno alla Chiesa.
In alcuni settori della FSSPX vi sono tuttavia, come accade in tutte le società umane, alcune personalità eccentriche. Esse hanno un metodo e mentalità carenti di giustizia e carità e quindi del vero “sentire cum ecclesia”, e c’è il pericolo di un’autocefalia ecclesiastica e di essere l’ultima istanza giuridica nella Chiesa. Tuttavia, a mia conoscenza, la parte sana corrisponde alla parte maggiore della FSSPX e considero il Superiore Generale, Sua Eccellenza Monsignor Bernard Fellay, come un vero ed esemplare vescovo cattolico. Ci sono speranze per un riconoscimento canonico della FSSPX.

Il Sinodo e la papolatria

Tornando al Sinodo, e focalizzandoci sulla tradizione, Sua Eccellenza ritiene che i cambiamenti nella liturgia romana successivi al Vaticano II abbiano contribuito alla crisi attuale nella Chiesa, alla crisi del matrimonio, della famiglia e della morale sociale in generale?

Non lo affermerei proprio così. In realtà la vera origine dell’attuale crisi nella Chiesa, della crisi del matrimonio, della famiglia e della morale in generale non è la riforma liturgica, ma la mancanza di fede, il relativismo dottrinale, da cui scaturisce il relativismo morale e liturgico. Se credo in modo carente, vivrò una vita morale carente e praticherò il culto in modo carente e indifferente. È necessario in primo luogo ripristinare la chiarezza e la fermezza della dottrina della fede e della morale a tutti i livelli e da lì cominciare a migliorare la liturgia. L’integrità e la bellezza della fede esigono l’integrità e la bellezza della propria vita morale e ciò richiede l’integrità e la bellezza del culto pubblico.

Ancora sul Sinodo, è evidente, per coloro che hanno occhi per vedere, che Papa Francesco, nell’andamento del sinodo ha creato confusione invece che chiarezza, ed ha incoraggiato una svolta verso la rottura con l’innalzare il ruolo dei Cardinali Kasper e Danneels, dell’Arcivescovo Cupic, ecc. Qual è il giusto atteggiamento che un cattolico dovrebbe avere nei confronti del Papa in questi tempi difficili? I cattolici sono obbligati a far conoscere le loro vedute ed a “resistere” come aveva detto il Cardinale Burke lo scorso anno in una nostra intervista [qui -qui], anche quando i loro punti di vista sono critici nei confronti del papa?

Fin da molte passate generazioni regna nella vita della Chiesa una sorta di “papo-centrismo” o di “papolatria” che è senza dubbio eccessiva se paragonata con la visione moderata e soprannaturale della persona del Papa e la venerazione a lui dovuta, com’era in passato. Un simile atteggiamento eccessivo verso la persona del Papa genera nella pratica un significato teologico eccessivo ed errato riguardo al dogma dell’infallibilità papale.
Se il Papa dicesse a tutta la Chiesa di fare qualcosa che danneggiasse direttamente una verità divina immutabile o un comandamento divino, ogni cattolico avrebbe il diritto di correggerlo, col dovuto rispetto, mosso da riverenza e amore per la sacra funzione, e per la persona del Papa. La Chiesa non è proprietà privata del Papa. Il Papa non può dire “Io sono la Chiesa”, come aveva detto il re francese Luigi XIV: “Lo Stato sono io”. Il Papa è solo il Vicario, non il successore di Cristo.
Quanto riguarda la purezza della fede è in definitiva una questione che interessa tutti i membri della Chiesa, che è una, ed è un corpo vivente unico. Anticamente, prima di affidare a qualcuno l’ufficio di sacerdote o di vescovo, i fedeli erano chiamati a garantire che il candidato avesse una fede retta ed una elevata condotta morale. Il vecchio Pontificale Romano dice: “Il capitano di una nave, così come i passeggeri, hanno uguale motivo di sentirsi al sicuro o in pericolo in un viaggio, e perciò dovrebbero quindi essere unanimi nel loro comune interesse”. Fu il Concilio Vaticano II ad incoraggiare fortemente i fedeli laici a contribuire al vero bene della Chiesa, al rafforzamento della fede. 
Ritengo che in un’epoca in cui gran parte dei detentori dell’officio del Magistero sono negligenti nel loro sacro compito, lo Spirito Santo chiama oggi, particolarmente i fedeli, a intervenire e a difendere coraggiosamente la fede cattolica con un autentico «sentire cum ecclesia».

La Tradizione ed i suoi nemici interni

Il Papa è la misura della tradizione o è moderato dalla tradizione? Ed i fedeli cattolici dovrebbero pregare perché venga presto un papa tradizionale?

Certamente il Papa non è la misura della tradizione, ma piuttosto il contrario. Dobbiamo sempre tenere a mente il seguente insegnamento dogmatico del Concilio Vaticano I: L’ufficio del successore di Pietro non consiste nel rivelare qualche nuova dottrina, ma nel per custodire con scrupolo e per far conoscere con fedeltà il deposito di fede trasmesso dagli apostoli (v. Costituzione dogmatica Pastor aeternus, cap. 4)
Nell’adempimento di uno dei suoi compiti più importanti, il Papa deve mirare a che “l’intero gregge di Cristo sia tenuto al riparo dal cibo avvelenato dell’errore” (Concilio Vaticano I, ibid.). La seguente espressione che era in uso fin dai primi secoli della Chiesa è una delle espressioni più evidenti dell’ufficio papale, e deve in qualche modo essere una seconda natura di ogni Papa: “Aderire fedelmente alla tradizione ricevuta fin dall’inizio della Fede cristiana” (Concilio Vaticano I, ibid.).
Dobbiamo sempre pregare affinché Dio doni alla Sua Chiesa Papi di orientamento tradizionale. Tuttavia dobbiamo credere in queste parole: «Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta». (Atti, 1, 7).

Sappiamo che numerosi vescovi e cardinali, probabilmente la maggioranza, vogliono cambiare il linguaggio dottrinale della Chiesa e la sua disciplina di lunga data, col pretesto della “evoluzione della dottrina” e della “compassione pastorale”. Cos’è sbagliato nel loro argomento?

Espressioni come “sviluppo della dottrina” e “compassione pastorale” in genere sono di fatto un pretesto per cambiare l’insegnamento di Cristo, contro il suo significato e la sua perenne integrità così come gli Apostoli l’hanno trasmessa a tutta la Chiesa e come è stata fedelmente preservata dai Padri della Chiesa e dagli insegnamenti dogmatici dei Concili Ecumenici e dei Papi.
In definitiva questi chierici vogliono un’altra Chiesa, ed anche un’altra religione: una religione naturalistica, adattata allo spirito del tempo. Dei simili chierici sono veri lupi travestiti da agnelli, e flirtano spesso col mondo. Non già pastori coraggiosi, ma vili conigli.

Il ruolo delle donne nella Chiesa

Oggi si sente parlare molto del ruolo delle donne nella Chiesa, del cosiddetto “genio femminile”. Le donne hanno giocato un ruolo fondamentale nella Chiesa fin dall’inizio, a cominciare dalla Beata Vergine Maria. Ma liturgicamente Cristo ha reso chiarissima la Sua posizione, così come hanno fatto i papi pre-conciliari. Sua Eccellenza considera che il coinvolgimento femminile nella liturgia, sia le stesse donne nella Messa Novus Ordo sia le bambine-chierichette, abbia avuto un ruolo positivo o negativo nella Chiesa durante gli ultimi quattro decenni?

Non c’è dubbio che il coinvolgimento femminile nei servizi liturgici all’altare (lettura dei Testi, servizio all’altare, distribuzione della Santa Comunione) rappresenti una rottura radicale con l’intera e universale tradizione della Chiesa. Una simile pratica è contraria alla Tradizione apostolica.
Questa pratica ha dato alla liturgia della Santa Messa una evidente forma protestante, e la caratteristica di un incontro informale di preghiera o di un evento catechetico. È una pratica del tutto contraria alle intenzioni dei Padri del Concilio Vaticano II e non se ne trova la minima indicazione nella Costituzione sulla Sacra Liturgia.

La Messa Latina Tradizionale

Sua Eccellenza è ben nota per celebrare la Messa Latina tradizionale in tanti luoghi in tutto il mondo. Quali pensa siano le lezioni più profonde che ha appreso, come prete e come vescovo, dalla celebrazione del Rito Latino, e che altri preti e vescovi possono sperare di acquisire dicendo essi stessi la Messa tradizionale?

La lezione più profonda che ho appreso dalla celebrazione della forma tradizionale della Messa è questa: sono solo un povero strumento di un’azione soprannaturale e sommamente sacra, il cui celebrante principale è Gesù Cristo, l’Eterno Sommo Sacerdote. Sento che durante la celebrazione della Messa perdo in qualche modo la mia libertà individuale, poiché le parole e i gesti sono stabiliti fin nei minimi dettagli, e non posso disporne. Sento nel più profondo del cuore che sono solo un servo ed un ministro, che ancora con libera volontà, con fede e amore, compio non la mia volontà ma quella di Un Altro.
Il Rito tradizionale e antico di millenni della Santa Messa, che neppure il Concilio di Trento aveva cambiato, poiché l’Ordo Missae prima e dopo quel Concilio era pressoché identico, proclama ed evangelizza con forza l’Incarnazione e l’Epifania del Dio ineffabilmente santo ed immenso, che nella liturgia del “Dio è con noi,” come “Emanuele”, si fa così piccolo e così vicino a noi. Il rito tradizionale della Messa è di un’alta sapienza e al tempo stesso una potente proclamazione del Vangelo, che compie l’opera della nostra salvezza.

Se Papa Benedetto è nel giusto quando dice che il Rito Romano attualmente esiste (benché in modo strano) in due forme piuttosto che in una, perché non avviene ancora che a tutti i seminaristi sia richiesto di studiare ed apprendere la Messa Latina tradizionale, come parte della loro formazione di Seminario? Come mai un parroco della Chiesa Romana può non conoscere entrambe le forme dell’unico rito della sua Chiesa? E come possono tanti cattolici essere ancora privati della Messa tradizionale e dei sacramenti se si tratta di una forma equivalente?

Secondo l’intenzione del Papa Benedetto XVI, e le chiare norme dell’Istruzione “Universae Ecclesiae“, tutti i seminaristi cattolici devono conoscere la forma tradizionale della Messa ed essere capaci di celebrarla. Lo stesso documento afferma che questa forma della Messa è un tesoro per l’intera Chiesa, e dunque lo è per tutti i fedeli.
Papa Giovanni Paolo II aveva rivolto un appello urgente a tutti i vescovi di accogliere generosamente il desiderio dei fedeli di celebrare la forma tradizionale della Messa. Quando il clero ed i vescovi ostacolano o limitano la celebrazione della Messa tradizionale, essi non obbediscono a ciò che lo Spirito Santo dice alla Chiesa, e si comportano in maniera anti-pastorale. Si comportano come se fossero i possessori del tesoro della liturgia, che non appartiene loro, perché essi sono solamente gli amministratori.
Negando la celebrazione della Messa tradizionale o facendo ostruzione e discriminazione nei suoi confronti, si comportano come un amministratore infedele ed inaffidabile che, contrariamente agli ordini del padrone di casa,  tiene la dispensa chiusa a chiave oppure come una cattiva matrigna che dà ai bambini un cibo insufficiente.
Forse questi chierici temono che il grande potere della verità s’irradi dalla celebrazione della Messa tradizionale. Possiamo paragonare la Messa tradizionale ad un leone: lasciatelo libero e saprà difendersi.

La Russia non è stata esplicitamente consacrata

Dove vive Sua Eccellenza ci sono molti Russi Ortodossi. Aleksandr di Astana o chiunque altro del Patriarcato di Mosca l’ha forse interrogata sul recente Sinodo o su quello che avviene nella Chiesa sotto Francesco? Sono interessati fino a questo punto?

I Prelati Ortodossi con i quali ho dei contatti non sono in genere bene informati sulle dispute interne che intercorrono nella Chiesa Cattolica, o almeno non mi hanno mai parlato di queste questioni. Anche se non riconoscono il primato giurisdizionale del Papa, vedono tuttavia nel Papa la prima carica gerarchica della Chiesa, dal punto di vista dell’ordine protocollare.

Siamo ad un anno dal centesimo anniversario di Fatima. La Russia non è stata, attendibilmente, consacrata al Cuore Immacolato di Maria e certamente non convertita. La Chiesa, per quanto sempre senza macchia, è in grande disordine, forse peggio che durante l’Eresia Ariana. Le cose sono destinate a peggiorare ancora prima di poter migliorare e come devono prepararsi i cattolici veramente fedeli a ciò che deve succedere?

Dobbiamo credere fermamente: la Chiesa non è nostra, e neanche del Papa. La Chiesa è di Cristo e Lui solo la tiene e la conduce in modo indefettibile anche attraverso i periodi più oscuri di crisi, come appunto nella nostra attuale situazione.
È una dimostrazione del carattere divino della Chiesa. La Chiesa è essenzialmente un mistero, un mistero soprannaturale, e non possiamo avere con essa lo stesso approccio che possiamo avere con un partito politico o una società puramente umana. Nello stesso tempo, la Chiesa è umana ed al suo livello umano oggi sopporta una passione dolorosa, che la rende partecipe della Passione di Gesù.
Si può pensare che oggi la Chiesa è flagellata come Nostro Signore, è spogliata come lo è stato Nostro Signore, alla decima stazione della Croce. La Chiesa, nostra madre, è tenuta legata non solo dai nemici di Gesù ma anche da alcuni suoi collaboratori nei ranghi del clero, talvolta anche dell’alto clero.
Noi tutti buoni figli della Madre Chiesa, come soldati valorosi, dobbiamo cercare di liberare questa madre, con le armi spirituali della difesa e della proclamazione della verità, col promuovere la liturgia tradizionale, l’Adorazione Eucaristica, la Crociata del Santo Rosario, la lotta contro il peccato nella nostra vita privata e l’aspirazione alla santità.
Dobbiamo pregare affinché il Papa consacri presto esplicitamente la Russia al Cuore Immacolato di Maria, ed allora Essa vincerà, come la Chiesa ha pregato fin dai tempi antichi : “Rallegrati, o Vergine Maria, perché da sola hai distrutto tutte le eresie nel mondo intero” (Gaude, Maria Virgo, cunctas haereses sola interemisti in universo mundo).

[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

martedì 2 febbraio 2016

Poveri della tradizione, non borghesi della tradizione - - Editoriale di febbraio 2016 di “Radicati nella fede”

Nella festa della Purificazione della beata Vergine Maria o Presentazione del Signore al Tempio secondo la carne, che dai Greci viene chiamata Hypapante (cioè l’Incontro) del Signore, rilancio quest’editoriale di Radicati nella fede del mese di febbraio 2016.


Pietro Cavallini, Presentazione del Signore al Tempio, 1293 circa, Basilica di S. Maria in Trastevere, Roma

Jacopo Torriti, Presentazione al Tempio, 1296, Basilica di S. Maria Maggiore, Roma

Giovanni Agostino da Lodi - Ambrogio da Fossano, detto il Bergognone, Presentazione al Tempio, 151-20, collezione privata, Parma


Vittore Carpaccio, Presentazione di Gesù al Tempio, 1510, Gallerie dell’Accademia, Venezia

Fabrizio Boschi, Presentazione al Tempio, 1616, chiesa di san Carlo dei Lombardi, Firenze

Pompeo Batoni, Presentazione al Tempio, XVIII sec., chiesa di Santa Maria della Pace, Brescia

Raffaele Postiglione, Presentazione al Tempio di Gesù, XIX sec., museo diocesano, Napoli

Giovanni Bruni, Presentazione al Tempio, 1837, Collegiata di Santa Maria in Provenzano, Siena

Pietro Favaro, Presentazione al Tempio, XX sec.

Η Υπαπαντή του Κυρίου




POVERI DELLA TRADIZIONE, NON BORGHESI DELLA TRADIZIONE

Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno IX n. 2 - Febbraio 2016


Sapete bene quante volte, su questo foglio di collegamento, abbiamo messo in guardia contro i pericoli del modernismo. Quante volte abbiamo reagito contro la maldestra modernizzazione della Chiesa, che sta ormai compiendosi nella più acuta crisi che la Chiesa abbia mai conosciuto nella sua storia.
Abbiamo reagito, ne sentiamo tutto il dovere; abbiamo detto di “no”; abbiamo detto di non accettare questo stravolgimento della vita cristiana che si amplifica sotto i nostri occhi.
È bene, però, ricordare che non abbiamo fatto solo questo, e che non abbiamo fatto innanzitutto questo: ci siamo prima preoccupati di assicurare tra noi una vita stabilmente cristiana.
Sì, perché “essere contro” non equivale a fare il cristianesimo. È un’illusione mortale quella di pensare che essere contro qualcosa equivalga automaticamente a costruirne l’alternativa.
Sarebbe per noi un gravissimo inganno quello di pensare che basti reagire al modernismo teologico, al pastoralismo ingannevole del post-concilio, alla mania di mettere al passo con le ultime mode del mondo la vita cristiana, per vedere sorgere un Cattolicesimo sano, secondo Tradizione.
Il père Emmanuel Andrè, di cui tanto riferiamo sul nostro bollettino e che costituisce certamente uno dei più fulgidi esempi sacerdotali nella Chiesa dei tempi moderni, disse ai suoi monaci, difronte al dilagante Naturalismo: “Siate uomini di Dio, siate uomini di reazione”.
Verissimo! Per essere di Dio, occorre reagire contro il male dilagante. Occorre dire di “no” all’errore che è in te, e al veleno che circola nel mondo.
Ma non basta dire di no, occorre essere di Dio: “Siate uomini di Dio...”. La reazione, quella sana, nasce solo dall’ “essere di Dio”. Occorre preoccuparsi dunque di fare il cristianesimo; l’interesse dev’essere concentrato sul vivere una vita autenticamente cristiana, sul lavorare perché molti abbiano i mezzi e la possibilità di “essere di Dio”.
Ci sono alcuni, in certo mondo tradizionalista o conservatore, che sono permanentemente in reazione, in perenne accusa, rischiando di esaurire i propri sforzi nello scovare il male attorno a loro.
E quando reagiscono contro i cristiani ammodernati, sembrano attendere il cattolicesimo vero dai “modernisti” stessi, pretendendo da loro una conversione che forse attenderanno invano.
No! Occorre fare il cristianesimo, questo attende Dio da noi; per questo ci da la sua grazia.
Un grande benedettino, il Card. Schuster, difronte alla grave crisi di qualche monastero, consigliava di non perdere tempo nel tentare la sua riforma, ma di fondarne a fianco un altro, dove regnassero l’osservanza della Regola di San Benedetto e uno spirito autenticamente monastico: nel momento più forte della crisi, questi nuovi monasteri osservanti sarebbero stati l’anima della rinascita cristiana e monastica.
Così anche per noi: occorre impiantare una vita veramente cristiana dove viviamo, attorno alla Messa tradizionale, fonte di inaudite grazie. Occorre fare il cristianesimo senza perdere nemmeno un minuto, là dove sacerdoti di retta intenzione tornano ad assicurare la Tradizione, nei sacramenti e nella dottrina. I preti, almeno quelli che hanno capito, hanno il dovere di garantire la Tradizione, e i fedeli di riconoscerla e di muoversi!
Ci resta da ricordare però un fatto non secondario: per fare il cristianesimo occorre “dare la vita”.
Dare la vita, è questa l’obbedienza vera che Dio attende da noi.
Dare la vita, cioè tutto, perché se Dio non può chiederci tutto, vuol dire che per noi non è.
Questo dare tutto, va vissuto in una coscienza limpida, unita ad una concretezza estrema, operativa.
L’impiantare il cristianesimo inizia dalla grazia, cioè dall’altare del Signore: è dalla messa cattolica, dal sacrificio di Cristo, che tutto ha vita, dottrina, preghiera, opere, carità, cultura...
Per assicurare il culto e la vita cattolica, secondo tradizione, occorre dare la vita: siamo disposti a questo, o ci basta essere contro?
Se, improvvisamente, fosse data piena libertà all’esperienza della Tradizione, se nella Chiesa ci fosse data questa libertà totale, sorgerebbero questi luoghi di grazia intorno all’altare grazie a noi? Oppure, questo miracolo di libertà per la Tradizione ci troverebbe ancora impegnati ad assicurarci le nostre libertà, i nostri umori alterni? Un siffatto miracolo non ci coglierebbe forse preoccupati di garantirci ancora il nostro “tempo libero”, come fa il resto del mondo?
Solo perché ogni Domenica, e sottolineiamo ogni, ci sia la messa cantata, occorre che molti diano la vita! Il prete che la celebra, l’organista che accompagna il canto, la schola che sostiene la lode del popolo, i fedeli che stabilmente si riferiscono a quella chiesa.
Vedete, la nuova liturgia, miseramente ridotta, di fatto ha garantito, favorendole, le “libertà” e il disimpegno dei fedeli. Sembra nata per intrattenere e non per fare il cristianesimo.
Per fare il cristianesimo occorre non essere liberali, ma uomini impegnati con Dio, consegnanti tutto a Dio: solo i poveri, quelli veri, lo capiscono, non i “borghesi” della tradizione.
Poveri sono quelli che non sperano la salvezza da sé, dal proprio giudizio e azione. Poveri sono quelli che si consegnano a Dio, disposti a dare tutto perché la Chiesa Cattolica continui ad esserci.
Borghesi sono, invece, quelli impegnati a salvare i propri spazi di libertà. Sono liberali nell’anima; vogliono amare Dio, ma non consegnando tutto: loro si illudono e la Chiesa scompare.
Che questa Quaresima ci insegni la vera obbedienza al Signore.

lunedì 1 febbraio 2016

Immagini da meditare: in difesa delle proprie radici

Miguel Jacinto Meléndez, S. Raimondo abate di Fitero, fondatore dell'Ordine di Calatrava, a cavallo contro i Mori, 1730 circa, Iglesia de San Andrés, Calahorra

“Nunc incípio Christi esse discípulus, nihil de his quæ vidéntur, desíderans, ut Jesum Christum invéniam. Ignis, crux, béstiæ, confráctio óssium, membrórum divísio, et totíus córporis contrítio, et tota torménta diáboli in me véniant; tantum ut Christo fruar” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI IGNATII ANTIOCHENI EPISCOPI ET MARTYRIS (THEOPHORI)

La festa di sant’Ignazio, che gli orientali chiamano Ο Άγιος ιερομάρτυς Ιγνάτιος ο Θεοφόρος, nel Messale romano realizza il voto supremo del suo martirio. Egli, infatti, scrivendo ai Romani, si augurava che la notizia della sua testimonianza giungesse loro nel momento stesso in cui si sarebbe preparato l’altare per il sacrificio, affinché nel loro cuore potesse elevarsi un inno di azione di grazie a Dio, per essersi degnato di chiamare, alla città dei Cesari e all’insaguinato anfiteatro di Roma, l’«episcopus Syriæ», il «Vescovo della Siria»: «Nolite plus mihi præbere, quam ut immoler Deo, dum adhuc altare paratum est; ut in charitate chorus effecti canatis Patri in Christo Jesu, quod Deus episcopum Syriæ dignum judicaverit, qui ab Oriente in Occidentem arcessitus inveniretur»; «Non procuratemi di più che essere immolato a Dio, sino a quando è pronto l’altare, per cantare uniti in coro nella carità al Padre in Gesù Cristo, poiché Iddio si è degnato che il vescovo di Siria si sia trovato qui facendolo venire dall’oriente all’occidente» (Sant’Ignazio di Antiochia, Epistola Ad Romanos, cap. II, in PG 5, col. 687B-688B, ora in Id., Lettera ai Romani, in Lettere di Ignazio di Antiochia, Lettere e Martirio di Policarpo di Smirne, trad. it. e note a cura di Antonio Quacquarelli ed introduzione di Dag Tessore, Roma 2009, p. 38).
Ignazio, che venne detto oltre che Teoforo pure l’Illuminatore, fu divorato dai leoni il 17 ottobre a Roma in un anno compreso tra il 110 ed il 118, la Chiesa romana non ha ritenuto la data del suo natale, poiché in Occidente il culto dei martiri non cominciò che all’inizio del III sec. Essa dovette, tuttavia, iscrivere il nome del magnanimo vescovo nei dittici della messa fin dall’antichità più remota e comunque fin dal VI sec., ma come ne fu per tutti i martiri dei due primi secoli, se ne celebrò molto più tardi un ufficio speciale.
In Oriente, nella seconda metà del IV sec., il martirologio di Nicomedia lega il martirio di Ignazio al 17 ottobre e è in questo giorno che esso è commemorato dalla Chiesa di Siria. La data è molto plausibile, poiché Ignazio si trovava a Smirne il 24 agosto, allorché fu condotto a Roma per morirvi (Sant’Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, 10, 3: «Io vi scrivo il IX giorno delle Calende di settembre (24 agosto)», in H. Hemmer - P. Lejay, Les Pères apostoliques, t. III, Paris 1927, p. 69). I Copti ed i bizantini festeggiano S. Ignazio il 20 dicembre, anniversario di una traslazione delle sue reliquie ad Antiochia. Questo del 20 dicembre è anche il giorno in cui il calendario di Napoli menziona la P(assio) S. Ignati de Syria. Il calendario di San Willibrordo (datato tra il 701 ed il 705), seguito dal Geronimiano, mantengono la stessa data per introdurre il ricordo di Ignazio in Occidente. Si ignora perché Beda anticipò questa memoria al 17 dicembre.
Adone conservò la data del 17 dicembre per la traslazione, ma fissò il natale del martire al 1° febbraio, fidandosi di una traduzione latina erronea degli Atti greci di S. Ignazio.
Introdotta in Inghilterra alla data del 20 dicembre all’inizio dell’VIII sec. (H.A. Wilson (a cura di), The Calendar of St. Willibrord, London 1918, p. 14), la festa di S. Ignazio vi si diffuse tra il IX e l’XI sec., scegliendo i calendari il 20 dicembre o il 17 come ritenuto da Beda.
Nel Continente, presso i latini, nel basso Medioevo, è il 1° febbraio che dovette prevalere. La memoria di S. Ignazio si diffuse poco nei Paesi germanici ed in Italia, ma Cluny l’accolse verso la fine dell’XI sec. ed essa conobbe un’assai larga diffusione in Francia nella seconda metà del XII sec. È a quest’epoca che essa apparve nell’Ordo del Laterano. Si consideri che il XII sec. è il secolo del Principato latino d’Antiochia (1098-1268). Non è impossibile, dunque, che le alterne vicende tra l’Occidente e la Siria abbiano ravvivato il ricordo del vecchio vescovo martire (Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, p. 221).
Il papa beato Pio IX elevò la festa di sant’Ignazio al rito doppio.
La Chiesa romana commemora ogni giorno il nome di Ignazio in quella che si chiama «Grande intercessione», prima del Pater, senza che, del resto, i sacramentari del medioevo indichino alcuna stazione o sinassi specifica in onore di Ignazio. La ragione ne è chiara: la base materiale di questo culto liturgico, cioè la sua tomba, mancava.
L’identificazione dell’anfiteatro in cui sant’Ignazio, a Roma, fu esposto alle bestie feroci, con quello del Vespasiano-Flavio (Colosseo), è molto probabile, ma non può essere assolutamente provato, poiché la città imperiale aveva all’epoca molti anfiteatri. Quanto al culto speciale attribuito al martire nella basilica di San Clemente, in cui una tardiva tradizione vuole precisamente che fosse stato sepolto il grande vescovo di Antiochia, il primo documento che ne parla non risale che, al più, all’inizio del XII sec. e quest’iscrizione, tracciata sotto il mosaico dell’abside, fa menzione soltanto di una piccola reliquia di Ignazio, nascosta nel muro sul quale sarebbe rappresentato il Crocifisso (Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 201-202; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 133):
+ DE • LIGNO • CRVCIS • IACOBI • DENTE • IGNATIIQVE
IN • SVPRASCRIPTI • REQVIESCVNT • CORPORE • CHRISTI
Al nostro santo, la Roma cristiana ha dedicato una chiesetta, oggi non è più esistente, che, secondo taluno, si trovava in Campo Marzio (Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo. Cataloghi ed appunti, Firenze 1927, p. 269), ma che significativamente il noto storico e catalogatore delle chiese romane, Mariano Armellini, non menziona.
Nel 1957, poi, al nostro Santo fu dedicata una chiesa nel quartiere Appio Claudio, sulla via Appia Nuova.
La lettura evangelica (Gv 12, 24-26) è comune, in parte, al sabato prima della domenica delle Palme. Gesù paragona la vita cristiana ad un chicco di grano che, per germogliare, deve prima marcire in terra. Un tale esempio si adatta molto bene alla festa di sant’Ignazio che, ispirandosi precisamente a questa immagine evangelica, e forse anche ad un passo della Didaché, scriveva: «Sono il frumento del Cristo. Ah! possa essere stritolato sotto i denti dei leoni, per diventare un pane bianco».
L’antifona del salmo che si cantava durante la distribuzione della Comunione ricorda l’ultimo grido del martire, quando, ormai imbarcato verso il circo romano, udendo quasi già i ruggiti dei leoni frementi, scrisse «frumentum sum Dei, et per ferarum dentes molar, ut purus panis Christi inveniar»; «Sono il frumento di Dio e, macinato dai denti delle fiere, [possa] diventare un pane puro di Cristo» (ibidem, cap. IV, in PG 5, col. 689A-690A, ora in Id., Lettera ai Romani, cit., p. 39).
Questo grido supremo di Ignazio trovò profonda eco nella Chiesa, tanto che lo ricorda anche sant’Ireneo di Lione, «Quemadmodum quidam de nostris dixit, profiter martyrium in Deum adjudicatus ad bestias: Quoniam frumentum sum Christi, et per dentes bestiarum molar, ut mundus panis Dei inveniar»; «Come ha detto uno dei nostri, condannato alle bestie, a causa della sua testimonianza verso Dio: “Io sono il frumento di Cristo, macinato alla mola dai denti delle bestie, per essere trovato mondo come pane di Dio”» (Sant’Ireneo di Lione, Adversus hæreses libri quinques, lib. V, cap. 28, § 4, in PG 7, col. 1200C-1201A, ora trad. it. e note di Augusto Cosentino (a cura di), Contro le eresie. Smascheramento e confutazione della falsa gnosi, vol. II, Roma 2009, p. 389).

Άγιος Ιγνάτιος ο Θεοφόρος και Ιερομάρτυρας

Martirio di S. Ignazio, Menologio di Basilio II, a. 1000 circa


Cesare Fracanzaro (attrib.), Martirio di sant’Ignazio, XVII sec., Galleria Borghese, Roma

Fabrizio Boschi, S. Ignazio di Antiochia, XVII sec., museo diocesano, Firenze

Pittore cusiano, Martirio di S. Ignazio, XVIII sec., museo diocesano, Novara

Giovanni Domenico Piastrini, Condanna a morte di S. Ignazio da parte di Traiano, XVIII sec., Palazzo Barberini, Roma

Giovanni Triga, Incontro dei SS. Ignazio e Policarpo a Smirne, XVIII sec., Palazzo Barberini, Roma

Pier Leone Ghezzi, Martirio di S. Ignazio, XVIII sec., Palazzo Barberini, Roma


Tomba di sant’Ignazio con busto reliquiario di S. Flavio Clemente, Basilica di San Clemente, Roma