Sante Messe in rito antico in Puglia

martedì 14 agosto 2012

L'Assunzione di Maria in cielo: Il fondatore dei Francescani dell'Immacolata spiega come guadagnarsi il paradiso

di padre Stefano M. Manelli F.I.

Fonte: ZENIT.org, domenica, 12 agosto 2012

Oronzo Tiso, "Assunta", Cattedrale di Lecce
Contemplando l’Assunzione di Maria Santissima in anima e corpo al Cielo, noi contempliamo il nostro ultimo destino secondo il progetto di Dio: il Paradiso. 

Per meritare il Paradiso, però, dobbiamo sforzarci di vivere come visse la Madonna, praticando le virtù nel sacrificio quotidiano della nostra vita. «Non verrà premiato se non chi avrà legittimamente combattuto», dice l’Apostolo Paolo (2 Tm 2,5).
L’Assunzione della Madonna al Paradiso ci ricorda le sue sante virtù, brillanti come stelle nel firmamento della sua vita. Tutta la vita della Madonna è stata una celeste costellazione di virtù, un Eden di Grazia sulla terra, trasportato poi nell’Eden infinito ed eterno dei cieli. E noi, contemplando Lei, dobbiamo imparare a vivere come Lei per essere accolti un giorno in Paradiso.

Per questo la Chiesa dice che sulla terra gli uomini «innalzano gli occhi a Maria, la quale rifulge come il modello della virtù davanti a tutta la comunità degli eletti» (Lumen gentium) e il papa Paolo VI afferma che le virtù della Madonna sono il modello per tutti, e che «di queste virtù della Madre si orneranno i figli, che con tenace proposito guardano i suoi esempi per riprodurli nella propria vita» (Marialis cultus).

Ma quali virtù soprattutto dobbiamo imitare nella Madonna?
Il grande apostolo della Madonna, san Luigi Grignion di Montfort, c’insegna che «la vera devozione alla Santa Vergine porta un’anima ad evitare il peccato e ad imitare le virtù della Santissima Vergine, in particolare modo la sua profonda umiltà, la sua fede viva, la sua ubbidienza cieca, la sua orazione continua, la sua mortificazione universale, la sua purezza divina, la sua ardente carità, la sua pazienza eroica e la sua sapienza divina». Quale tesoro immenso di virtù sublimi è la Madonna!
Ebbene, se questa strada delle virtù e stata la via della Madonna al Paradiso, deve essere anche la nostra strada. Altra via non c’è per passare dalla terra al cielo, senza passare per il Purgatorio, che è luogo di purificazione dolorosa, al cui confronto impallidiscono anche le più atroci sofferenze di questa terra.

Tutti i Santi, infatti, sono tali perché hanno praticato le virtù in modo perfetto, brillando di più, alcuni, per qualche virtù particolare che li caratterizza: così, san Francesco d’Assisi per la povertà; santa Chiara d’Assisi per l’amore all’Eucaristia; san Luigi Gonzaga per la purezza; santa Teresa di Gesù per la preghiera; san Francesco Saverio per l’amore alle anime nelle Missioni; santa Gemma Galgani per l’amore al Crocifisso e all’Addolorata; san Massimiliano Maria Kolbe per l’amore all’Immacolata; san Pio da Pietrelcina per l’amore al Rosario.

Fatima, poi, ci parla anche del Purgatorio, e in termini per nulla confortanti. A Lucia che chiedeva dove si trovasse l’anima di una sua compagna morta da poco, la Madonna rispose: «È in Purgatorio, e vi resterà fino alla fine del mondo». È terribile. Ma perché non pensiamo che potrebbe essere così anche per noi?
In Paradiso si entra perfetti, con tutte le virtù. I tre pastorelli capirono bene ciò, e si applicarono con tutto l’ardore all’esercizio delle virtù. La piccola Giacinta, ad esempio, ci incanta per il candore e la sua mortificazione, la sua preghiera e la sua pazienza nelle terribili sofferenze dell’operazione chirurgica che dovette subire in carne viva, senza anestetico; soprattutto, ci incanta per la sua carità eroica verso i poveri peccatori che erano la passione del suo cuore innocente.
Il piccolo Francesco di Fatima ugualmente ci incanta per il suo raccoglimento, il suo riserbo e la sua capacità di contemplazione e di adorazione. Sono cose sbalorditive in un ragazzo di dieci anni, che dovrebbe sopratutto appassionarsi al gioco e a corse spensierate.
Quanta maturità, invece, e quale passione amorosa egli rivela nel voler sempre «consolare Gesù», magari trascorrendo ore intere vicino al Tabernacolo, dove c’è «Gesù nascosto»!

È così che si entra in Paradiso. Solo così. Contemplando la Madonna che viene assunta in cielo, quindi, possiamo riscoprire ogni volta il vero cammino della vita cristiana, sulla scia splendente e sublime della Celeste Madre: un cammino di virtù che portano lassù.

Virtù da praticare: Imitazione di Maria.

* Per ogni approfondimento: Padre Stefano Maria Manelli, “O Rosario
benedetto di Maria!” (Casa Mariana Editrice)

sabato 4 agosto 2012

"L'ombra del divino nell'arte contemporanea" di Vittorio Sgarbi

Arch. Angelo Lanotte
prof. Toni Bux



Tralasciando tutto quello che appartiene alle estemporanee mediatiche, Vittorio Sgarbi ha da sempre avuto ben chiaro il rapporto misterioso che esiste tra l’arte ed il sacro.

Il libro si interroga su due aspetti fondamentali del rapporto tra sacro e arte contemporanea, ponendosi due domande:
- In che modo gli artisti contemporanei percepiscono il rapporto con il divino?
- Da dove nasce la difficoltà di rappresentare oggi i temi della cristianità, che per secoli son stati la prima fonte di ispirazione artistica?

Rivolgendo l’attenzione su quel rapporto drammatico tra artista – tradizione – fede, dove il rapporto tra fede e tradizione è inscindibile, perché solo attraverso la memoria storica dei padri della chiesa Cristo è presenza viva.
Partendo dall’attenta analisi di quello che riporta Papa Benedetto XVI nel suo libro “Teologia della liturgia”:
“… la fede ha a che fare con Dio, e solo dove la sua presenza si fa vicina, solo dove il timore reverenziale nei suoi confronti le intenzioni umane passano in seconda linea, si crea quella credibilità, quell’atmosfera degna della fede che fa sbocciare la fede”, 
arrivando ad affermare che la fede è un elemento essenziale nella creazione di un edificio sacro, e in sua assenza, si manifesta l’impossibilità di realizzare arte e architettura credibile.

Un rapporto, quello tra arte e sacro, ormai mancante di “regole”, dove le indicazioni dettate dal Concilio Vaticano II, sono state interpretate con perfetto spirito di liberismo, una “umanizzazione della chiesa” che ha portato all’abolizione del latino dalla liturgia,  una necessità di semplificazione che ha compromesso il mistero della Parola, con le quali l’autore è profondamente in disaccordo affermando quanto segue:
“…il latino ecclesiastico però non è solo una lingua, ma anche espressione di regole precise, di codici che vigevano nella pittura, così come nella scultura e nell’architettura…”.
Ritrovandosi in pieno accordo con il “Motu Proprio Summorum Pontificium” di Papa Benedetto XVI, attraverso cui è stato ripristinato il latino nelle cerimonie ufficiali, coniando l’espressione di “Forma Straordinaria del Rito Romano”, non intaccando il culto quotidiano e le funzioni ordinarie.
Quelle regole che portano a non smantellare altari, balaustre, riportando l’attenzione su Cristo Sacramentato e non sul sacerdote, rivolto verso il popolo per cercare un dialogo più stretto con quest’ultimo, dimenticando il vero senso del dialogo totale, quello con Dio.
Occasione che porta a citare l’introduzione dell’allora cardinale Ratzinger, nell’anno 2004, al libro di padre Uwe Michael Lang “Rivolti al Signore. L’orientamento nella preghiera liturgica”, nel quale si sostiene il ritorno e soprattutto la valenza dell’edificare l’edifico sacro con l’abside rivolto ad oriente, dove sorge il sole, il sorgere del sole è infatti metafora di Dio e della Risurrezione. 
Il sacerdote guarda in quella direzione ed è guida e modello per i fedeli. 
Egli è il primo fedele. 
Egli precede i fedeli semplicemente perché ne è guida.
Chiarendo che l’uso di orientare l’altare verso il popolo non è affatto una Direttiva Conciliare ma una norma contenuta nella “Introduzione Generale” al Nuovo Messale Romano del 1969, dove si legge: ”L’altare maggiore sia costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo (versum populum)”. Norma da non intendere come imposizione, perché nelle “Istruzioni Generali” per il Messale del 2002 viene specificato che questo cambiamento strutturale “è desiderabile ovunque sia possibile”.
Riflessioni che, attraverso l’esempio di interventi del tutto infelici, come quelli del Duomo di Pisa, di Reggio Emilia, alla chiesa di Foligno progettata dall’architetto Massimiliano Fuksas, arrivando ad interventi più in linea con la tradizione dell’arte sacra, come il grande cantiere della ricostruzione della cattedrale di Noto in Sicilia, attraverso i quali viene esplicitato il senso del titolo del libro “L’ombra del divino”, condizione in cui gli artisti si muovono quando si confrontano con il sacro. 
Il rifarsi alla tradizione, una tradizione profondamente viva, ragionata, calandosi nel tempo e nello spazio, nell’ambiente e nei mezzi e cogliendone lo spirito.
Quella tradizione tramandata a noi attraverso la figura dei grandi maestri dell’arte e dell’architettura, fatta propria dagli artisti e architetti contemporanei, che attraverso la loro fede la rivelano a noi, una esperienza estetica già data in cui si percepisce ciò che è stato.
Condizione essenziale attraverso cui il progettare un edificio sacro non è puro esercizio formale – funzionale, cosa che ha fatto proliferare soprattutto nel secolo scorso migliaia di edifici sacri – depositi/garage, mentre uno spazio – sacro deve essere carico del Mistero della Chiesa “Corpo di Cristo e Tempio di Dio” nel suo cammino verso la pienezza della vita eterna e della gloria nel cielo.
In questo il libro Vittorio Sgarbi è rivelatore ad un pubblico, anche di fedeli, poco attenti al bello, 
il bello quello della “bellezza divina”. 
Dove si deve sentire la presenza del Mistero, perché la bellezza che si tocca con mano parla di noi.
Dio è bellezza e dove esiste lì è più semplice riconoscere la sua infinita presenza.


“L’OMBRA DEL DIVINO NELL’ARTE CONTEMPORANEA” 
DI VITTORIO SGARBI 
– EDIZIONE CANTAGALLI –  2011; Pag. 230




domenica 29 luglio 2012

L'uso di dare la Comunione in bocca può risalire a Gesù?


di Nicola Bux


Il Santo Padre, non solo pronunziò il noto discorso del 22 dicembre sull' interpretazione del concilio ecumenico Vaticano II, che invitava a compiere nel senso della riforma in continuità con la tradizione della Chiesa (Ecclesia semper reformanda), ma lo ha pure messo in pratica nella liturgia. In primis, facendo ricollocare il Crocifisso dinanzi a sè sull'altare, in modo che la preghiera del sacerdote e dei fedeli sia "rivolta al Signore". 

Qui però, mi soffermo sulla seconda 'innovazione' di Benedetto XVI: l'amministrazione della S.Comunione ai fedeli, in ginocchio e in bocca. Dico 'innovazione', rispetto al noto indulto che in diverse nazioni consente di riceverla sulla mano.Infatti, si ritiene da non pochi, che solo nella tarda antichità-alto medioevo, la Chiesa d'Oriente e d'Occidente abbia preferito amministrarla in tal modo. Allora, Gesù ha dato la Comunione agli Apostoli sulla mano o chiedendo di prenderla con le proprie mani?

Visitando la mostra del Tintoretto a Roma, ho osservato alcune 'Ultime Cene' in cui Gesù dà la Comunione in bocca agli Apostoli: si potrebbe pensare che si tratti di una interpretazione del pittore ex post, un po' come la postura di Gesù e degli apostoli a tavola nel Cenacolo di Leonardo, che 'aggiorna' alla maniera occidentale l'uso giudaico dello stare invece reclinati a mensa. Però, riflettendo ulteriormente, l'uso di dare la S.Comunione direttamente in bocca al fedele, può essere ritenuto non solo di tradizione giudaica e quindi apostolica, ma anche risalente al Signore Gesù. Gli ebrei e gli orientali in genere, avevano ed hanno ancor oggi l'usanza di prendere il cibo con le mani e di metterlo direttamente in bocca all'amata o all'amico. Anche in occidente lo si fa tra innamorati e da parte della mamma verso il piccolo ancora inesperto.Si capisce così  il testo di Giovanni 13,26-27: "Gesù allora gli (a Giovanni) rispose: 'E' quello a cui darò un pezzetto di pane intinto'. Poi, intinto un pezzetto di pane, lo diede a Giuda di Simone Iscariota. E appena preso il boccone il satana entrò da lui". Mons.Athanasius Schneider ha compiuto ottimi approfondimenti nel suo libro Dominus est, Lev 2009.

Che dire però dell'invito di Gesù: "Prendete e mangiate"..."Prendete e bevete" ?
Prendete (in greco: lavete; in latino: accipite), significa anche "ricevete". Se il boccone è intinto, non lo si può prendere con le mani, ma ricevere direttamente in bocca. Vero è che Gesù ha consacrato separatamente pane e vino, ma, se durante il Mistico Convito - come lo chiama l'Oriente - ossia l'Ultima Cena, i due gesti consacratori avvennero, come sembra, in tempi diversi della Cena pasquale - quando gli Apostoli, forse aiutati dai sacerdoti giudaici che si erano convertiti (Atti 6,7) quali esperti diremmo così nel culto, li unirono all'interno della grande preghiera eucaristica - la distribuzione del pane e del vino consacrati fu collocata dopo l'anafora, dando origine al rito di Comunione. Agli inizi, le comunità cristiane erano piccole e i fedeli facilmente identificabili. Con l'estendersi della cristianità, nacquero le esigenze di precauzione: affinchè le sacre specie fossero amministrate con riverenza e evitando la dispersione dei frammenti, che contengono il Signore realmente e interamente. Pian piano prende forma la Comunione sotto le due specie, date consecutivamente o per intinzione.
Infine in occidente, ordinariamente sotto la sola specie del pane, perchè la dottrina cattolica, garante san Tommaso, insegna che il Signore Gesù è tutto intero in ciascuna specie (Catechismo della Chiesa Cattolica 1377). 

Però, dai sostenitori della Comunione sulla mano, si fa appello a san Cirillo di Gerusalemme, il quale, chiedendo ai fedeli di fare della mano un trono al momento di ricevere la Comunione, vuol dire che consegnava la specie del pane sulla mano. Ritengo sommessamente che l'invito a disporre le mani in tal modo, possa essere inteso non al fine di riceverla in esse, ma a protenderle, anche inchinando il capo, in un unico atto di adorazione, oltre che per prevenire la caduta di frammenti. Infatti, per l'innato senso del sacro, molto forte in Oriente, si affermava sempre più la riverenza verso il Sacramento con le precauzioni nell'assumere la Comunione in bocca, per molteplici ragioni, tra cui quella di non poter garantire mani pure e in specie la salvaguardia dei frammenti. Questo nella Catechesi Mistagogica 21.
Ciò rende più comprensibile la sentenza di sant'Agostino: "nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit; peccemus non adorando". Non si deve mangiare il Corpo del Signore senza averlo prima adorato. Benedetto XVI l'ha richiamata significativamente proprio nel suaccennato discorso sull'interpretazione del Vaticano II e poi nell'Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis 67.

Ancora Cirillo o i suoi successori, nella Catechesi Mistagogica 5,22, invita a "Non stendere le mani, ma in un gesto di adorazione e venerazione (tropo proskyniseos ke sevasmatos) accostati al calice del sangue di Cristo". Di modo che, l'apostolo fa proskinesis, la prostrazione o inchino fino a terra - simile alla nostra genuflessione - protendendo allo stesso tempo le mani come un trono, mentre dalla mano del Signore riceve in bocca la Comunione. Così sembra efficacemente raffigurato dal Codice purpureo di Rossano, risalente tra la fine del V e l'inizio del VI secolo d.C., un Evangelario greco miniato composto sicuramente in ambiente siriaco.
Dunque, non deve meravigliare il fatto che la tradizione pittorica orientale e occidentale,dal V al XVI secolo abbia raffigurato Cristo che fa la Comunione agli apostoli direttamente sulla bocca. 
Il Santo Padre, in continuità con la tradizione universale della Chiesa, ha ripreso il gesto. Perchè non imitarlo? Ne guadagnerà la fede e la devozione di molti verso il Sacramento della Presenza, specialmente in un tempo dissacratorio come quello odierno.




sabato 21 luglio 2012

Quando celebrare? /1: Il tempo liturgico (CCC 1163-1165)



Rubrica di teologia liturgica a cura di Don Mauro Gagliardi

di Nicola Bux*


CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 2 maggio 2012 (ZENIT.org).- La Chiesa celebra ogni anno la redenzione compiuta da Gesù Cristo, a cominciare dalla domenica, il giorno della settimana che prende il nome dal Signore risorto, fino a culminare nella grande solennità nella Pasqua annuale. Ma sono tutti i misteri della vita di Cristo ad essere passati in rassegna e a farsi presenti: in che senso? Se Cristo è contemporaneo ad ogni uomo in ogni tempo, le sue azioni, in quanto Figlio di Dio, non sono fatti del passato ma atti sempre presenti in ogni tempo, con tutti i loro meriti, che perciò arrecano salvezza a quanti ne fanno memoria (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica [CCC], 1163). Le azioni di Gesù Cristo sono eterne come le sue parole: comunicano e spiegano la vita; perciò non passano, a cominciare dall’atto supremo del suo sacrificio sulla croce; questo è ripresentato o rinnovato, come dice ancora il Catechismo, in quanto non è mai passato, ma è sempre presente. E noi ne facciamo memoria, obbedendo all’invito di Lui: «Fate questo in memoria di me».

Forse è cruciale comprendere il concetto di memoria per capire il tempo liturgico: esso non significa il ricordo del passato, ma la capacità dell’uomo, da Dio donata, di comprendere in unità nell’oggi il passato e il futuro. In effetti, l’uomo che perde la memoria, non solo dimentica il passato, ma non comprende chi egli è al presente, e tanto meno può proiettarsi nel futuro.

Poi, nel fluire del tempo vi sono le feste cristiane – festum sta a ricordare qualcosa a cui si accorre, ci si affretta, si celebra, ossia si frequenta numerosi – ma anche i giorni feriali nei quali non si è necessariamente in molti, eppure ugualmente si fa memoria di Cristo, il quale è oggi e sempre. Le feste sono in gran parte la continuazione e il compimento di quelle giudaiche, a cominciare dalla Pasqua.
Non basta commemorarle, o meglio le si commemora rendendo grazie – perciò le feste si celebrano essenzialmente con l’Eucaristia –, ma è necessario anche tramandarle alle nuove generazioni e conformare ad esse la propria vita. La moralità dell’uomo dipende dalla memoria di Dio, dice sant’Agostino nelle Confessioni: più si festeggia il Signore, potremmo dire, e più si diventa morali. Il tempo liturgico si rivela così tempo della Chiesa, collocato tra la Pasqua storica e l’avvento del Signore alla fine dei tempi. Il mistero di Cristo, attraversando il tempo, fa nuove tutte le cose. Perciò ogni volta che facciamo festa, riceviamo la grazia che ci rinnova e ci trasforma (cf. CCC, 1164).

Ma nel lessico teologico-liturgico c’è un avverbio temporale che racchiude bene il tempo liturgico: «oggi», in latino hodie, in greco kairòs. La liturgia, specialmente nelle grandi feste, afferma che Cristo oggi è nato, oggi è risorto, oggi è asceso al cielo. Non è una trovata: Gesù stesso diceva: «oggi è entrata la salvezza in questa casa...», «oggi sarai con me in paradiso». Con Gesù, Figlio di Dio, il tempo dell’uomo è «oggi», è presente. È lo Spirito Santo che fa questo, con la sua irruzione nel tempo e nello spazio. In Terra Santa, la liturgia aggiunge anche l’avverbio di luogo: «qui», hic. Lo Spirito di Gesù risorto fa entrare l’uomo nell’«ora» di Dio che è venuta in Cristo e che attraversa il cosmo e la storia. Con la citazione dello Pseudo-Ippolito, il Catechismo ricorda che, per noi che crediamo in Cristo, è sorto un giorno di luce, lungo, eterno, che non si spegnerà più: la Pasqua mistica (CCC, 1165).

Abbiamo esordito affermando che Gesù è nostro contemporaneo: perché è il Figlio di Dio, il Vivente entrato nella storia. Senza di Lui l’anno e le feste liturgiche sarebbero vuote di senso e prive di efficacia per la nostra vita. «Cosa significa affermare che Gesù di Nazaret, vissuto tra la Galilea e la Giudea duemila anni fa, è “contemporaneo” di ciascun uomo e donna che vive oggi e in ogni tempo? Ce lo spiega Romano Guardini, con parole che rimangono attuali come quando furono scritte: “La sua vita terrena è entrata nell’eternità e in tal modo è correlata ad ogni ora del tempo redento dal suo sacrificio... Nel credente si compie un mistero ineffabile: Cristo che è ‘lassù’, ‘assiso alla destra del Padre’ (Col 3,1), è anche ‘in’ quest’uomo, con la pienezza della sua redenzione; poiché in ogni cristiano si compie di nuovo la vita di Cristo, la sua crescita, la sua maturità, la sua passione, morte e risurrezione, che ne costituisce la vera vita”(R. Guardini, Il testamento di Gesù, Milano 1993, p. 141)» (Benedetto XVI, Messaggio al Convegno “Gesù nostro contemporaneo”, 09.02.2012).

Il giorno di Cristo, il giorno che è Cristo, costituisce il tempo liturgico. Chiunque segue Lui, si offre a Lui, si unisce al suo sacrificio vivente con tutto se stesso, compie l’opera di Dio, cioè fa liturgia.
Il tempo liturgico richiama la dimensione cosmica della creazione e della redenzione del Signore che ha ricapitolato in sé tutte le cose, tutto il tempo e lo spazio. Per questo la preghiera cristiana, la preghiera di coloro che adorano il vero Dio, è rivolta a Oriente, punto cosmico dell’apparizione della Presenza. E il tempo e lo spazio liturgici l’hanno fissato specialmente nella Croce, a cui rivolgersi per guardare al Signore. Come ripristineremo la percezione tra noi del tempo liturgico? Guardando a Cristo, principio e fine, alfa e omega dell’Apocalisse, che fa nuove continuamente tutte le cose. Proprio il simbolismo della Pasqua, con l’accensione del cero, sta a ricordarlo.

* Don Nicola Bux è Professore di Liturgia orientale a Bari e Consultore delle Congregazioni per la Dottrina della Fede, per le Cause dei Santi, per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti; nonché dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.

venerdì 13 luglio 2012

Don Nicola Bux: "La Chiesa non è un concilio permanente"

fonte: la rivista francese "Risposte catholique"

traduzione dal francese

In un'intervista esclusiva concessa a “Riposte catholique”, don Nicola Bux, Consultore di diverse congregazioni romane, uomo vicino al Santo Padre, conferma che "l'analisi critica" del Vaticano II è legittima e che il Papa desidera con tutto il cuore la riconciliazione con Ecône.




1 - Don Nicola Bux, assieme al cardinale Brandmuller e a Monsignor Marchetto, lei ha recentemente pubblicato un opera in cui espone le chiavi interpretative del Concilio da parte di Benedetto XVI (1). Ora è precisamente la questione dell'interpretazione del Concilio e del valore del suo magistero che il mese scorso ha rallentato la regolarizzazione canonica della Fraternità San Pio X. Nell'ultimo documento sottoposto a Monsignor Fellay il 13 giugno, gli incaricati alla sua redazione avrebbero in effetti reintrodotto l'esigenza di riconoscere da parte della Fraternità l'autorità del Concilio nella sua interezza. Sembra dunque che a Roma ci siano molti modi differenti di intendere l'"ermeneutica della continuità": se da parte di alcuni si pone come principio base il riconoscimento preliminare del Vaticano II, altri fanno del Concilio stesso l'oggetto della critica (De Mattei), mentre una terza interpretazione sarebbe quella di ragionare sul
valore del magistero del Concilio (in questa linea l'abbé Barthe parla di "magistero incompiuto"). E' davvero così e si può sperare che Roma faccia un passo indietro sull'esigenza di un riconoscimento integrale del Concilio? Possiamo accostare Monsignor Di Noia, il nuovo vicepresidente della PCED, a questa terza linea interpretativa?Lui ha infatti dichiarato all'agenzia CNS che "I testi conciliari non si devono leggere secondo il punto di vista dei liberali presenti al Concilio"e che "È possibile avere dissensi ed essere comunque in comunione col Papa"ha spiegato anche di avere il compito di dover "aiutarli a trovare una formula che rispetti la loro specifica integrità teologica. È vicina l'intesa finale?

Il Concilio Ecumenico Vaticano II, va innanzitutto collocato nella lunga storia della Chiesa, da cui risulta la continuità con quelli che l'hanno preceduto, pur con le sue caratteristiche proprie, che costituiscono anche una novità. In che senso? Innanzitutto perché lo Spirito che assiste la Chiesa fa nuove tutte le cose. Poi, perché la tradizione è ricevere e trasmettere.  
Il rinnovamento, o riforma, dunque, avviene nella continuità, tema trattato alla luce del binomio inscindibile, per la Chiesa Cattolica, "nova et vetera". E' del resto la corretta ermeneutica la prima “chiave” indicata da Sua Santità Benedetto XVI nel famoso discorso alla Curia Romana per quel che concerne l'interpretazione e l'ecumenicità del Vaticano II. 
I suoi documenti sono stati decontestualizzati  rispetto alla Tradizione della Chiesa e spesso usati come espressione dell' “aggiornamento”(che avrebbe dovuto mettere insieme nova et vetera), mitizzandolo però e facendo valere solo il nuovo. Così lo si trasformava in una sorta di ideologia, in un “superdogma”, come ebbe a dire l'allora cardinal Joseph Ratzinger ai vescovi cileni.   
Dunque occorre una veritiera presentazione storica del Vaticano II,  inteso come strumento di “aggiornamento, [cioè] di rinnovamento nella Tradizione”. 
Un punto piuttosto trascurato nel discorso sul Vaticano II è quello del consenso, ossia come si forma, il percorso che per raggiungerlo si deve compiere attraverso il dialogo tra opinioni, giungendo a scegliere una via di sintesi, si intende  sulla dottrina non definita e in  legittimo sviluppo; le nuove acquisizioni non necessariamente sono definitive e irreformabili, ma sono orientamenti o precetti del magistero straordinario per la Chiesa in sé e per la sua missione nel mondo. Non a caso, il magistero ordinario pontificio successivo le ha interpretate, chiarite e ulteriormente sviluppate. 
Si deve tener conto anche del diverso genere  dei documenti, che non sono tutti, nell'insieme e al loro interno, della stessa natura. Credo che in tal senso opererà Mons.Di Noia.  Perché non dovrebbe essere consentito anche per il Vaticano II quello studio critico che si è applicato del resto a tutti i concili?

2 - Un altro elemento che potrebbe lasciar pensare ad un ritardo nella riconciliazione tra Roma ed Écône, è la nomina di Monsignor Müller a Prefetto della Dottrina della Fede. Allo stesso tempo si è avuta però la nomina del Monsignor Di Noia come vicepresidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei. Nella nota di spiegazione della nomina di Müller emessa dalla Congregazione della Fede si affermava che: "La nomina di un Presule di alto rango (arcivescovo, NdR) a tale incarico è segno della sollecitudine pastorale del Santo Padre per i cattolici tradizionalisti in comunione con la Santa Sede e del suo grande desiderio di riconciliazione con le comunità tradizionaliste non in unione con la Sede di Pietro." E' Monsignor Di Noia l'uomo preposto dal Santo Padre per giungere finalmente al riconoscimento della Fraternità San Pio X? Gli uomini riusciranno a arrivare laddove lo Spirito Santo sembra aver così bene operato?


Sicuramente è questo l'intento del Santo Padre, al quale sta a cuore la riconciliazione e l'unità dei cristiani. Ogni cristiano, in base a quanto ho detto prima, deve amare la tradizione, quindi è “tradizionale” – meglio che tradizionalista. Nella Chiesa, chiunque riceve un incarico, non promuove le sue idee ma deve servire la verità, fedele all'insegnamento del Romano Pontefice. 
Perciò, abbiamo bisogno di una seconda 'chiave' per interpretare non solo il concilio Vaticano II, ma tutta la vita della Chiesa: la 'chiave' della fede, indicataci anche questa da Benedetto XVI con l'indizione dell'Anno della Fede. Infatti, tutto  il dibattito sul Vaticano II a cosa deve servire?  A riscoprire la natura del cristianesimo, che è necessario alla salvezza dell'uomo. Così, i cristiani con l'intelligenza della fede devono contribuire all'intelligenza della realtà. Questo è il contenuto essenziale della fede, e il Papa avverte l'urgenza di riannunciarlo di fronte a concezioni che la riducono a discorso o a sentimento o a etica. 
Bisogna pregare perché tutti nella Chiesa siano docili allo Spirito Santo, Spiritus unitatis.

3 - Monsignor Fellay si è molto esposto per favorire le condizioni per la riconciliazione. Come Superiore generale della Fraternità San Pio X, è depositario del carisma specifico di questa, ma anche dell'eredità di Monsignor Lefebvre, suo fondatore, ed è tenuto dunque a vegliare che l'uno e l'altra siano preservati. La Chiesa, d'altra parte, ha tutto l'interesse a che questo carisma particolare si eserciti pienamente al suo interno, come lei ha avuto già l'occasione di sottolineare facendosi interprete del pensiero del Papa. Qualche volta si ha però l'impressione che Roma non faciliti molto le cose a Monsignor Fellay attraverso decisioni che sembrano non tenere conto di questa sua doppia responsabilità. Non è semplicemente perché a Roma non si conosce quasi per niente l'universo tradizionalista e, in particolare, la FSSPX, la sua storia e i suoi protagonisti? Può essere anche una certa misconoscenza del pensiero del Papa che non desidera "spegnere" il vigore della FSSPX, ma soltanto indirizzarlo correttamente nella Chiesa?

Nella Lettera ai Vescovi, che Benedetto XVI scrisse per la revoca della scomunica, ha dimostrato di conoscere bene e amare questa ampia parte di fedeli, che sono pure suoi figli. I passi che ha compiuto sono ispirati dalla “pazienza dell'amore”, quella che secondo l'Apostolo deve caratterizzare tutti i discepoli di Gesù. Ritengo che anche il Superiore generale, Mons.Fellay, abbia operato nella medesima direzione e come tale tutta la Fraternità dovrebbe  seguirlo, in primis i Vescovi e sacerdoti, vincendo l'orgoglio che viene dal Maligno. Impariamo da Gesù che è mite e umile di cuore. Un vescovo, un sacerdote, un cristiano deve avere a cuore l'unità come il bene più prezioso, dice san Giovanni Crisostomo, che è costato il Sangue preziosissimo del Signore. Proprio prima della Passione, Egli che ha pregato: ut unum sint! 
Poi, anche se alcuni uomini errano, la Chiesa è indefettibile, perché Gesù l'ha fondata sulla roccia di fede costituita da Pietro, che “viene da pietra”, dice sant'Agostino. La sua unità è inamissibilis, non si potrà mai perdere, perché è come la tunica di Gesù, senza cuciture, tutta d'un pezzo, che proprio quest'anno è stata venerata solennemente a Treviri. Le divisioni dei cristiani non possono distruggere l'unità della Chiesa. 
Il primato del Papa è superiore al concilio. Né la Chiesa è un concilio permanente. A Pietro e ai suoi successori il Signore ha dato il “potere delle chiavi” di legare e sciogliere sulla terra e ciò simultaneamente Egli fa in cielo.  
Per fortuna, insieme alla Scrittura i cristiani hanno nel Papa un antivirus visibile contro il conformismo: il  «pastor de la Chiesa che vi guida», ammonisce Dante nel V canto del “Paradiso” – «questo vi basti a vostro salvamento». 

Dunque, la Fraternità Sacerdotale di San Pio X – proprio questo Santo Pontefice  lo sta chiedendo alla Beata Vergine Maria – accolga la riconciliazione e si fidi del Santo Padre, e così conoscerà un rinnovato sviluppo che andrà a beneficio di tutta la Chiesa cattolica. 



giovedì 12 luglio 2012

Taranto. Festa della Madonna del Carmine, Santa Messa in Rito Antico e nuovo Inno composto da Mons. Valentino Miserachs


Domenica prossima, 15 luglio, sarà celebrata a Taranto la Santa Messa in forma straordinaria, alle ore 20,15, nella piazza antistante la Chiesa del Carmine a Taranto.
Si tratta di un evento per diverse ragioni: si celebrerà all'aperto, su un palco appositamente predisposto, nella centralissima piazza Giovanni XXIII e la celebrazione interesserà un numero di fedeli grandemente superiore al già cospicuo gruppo stabile che abitualmente segue a Taranto la Messa "tradizionale". 
Per la prima volta inoltre dall'inizio dell'applicazione a Taranto del "Summorum Pontificum", la Santa Messa in forma extra ordinaria "entra" - o sarebbe meglio dire "torna" dopo più di 40 anni - nell'ambito dei festeggiamenti che l'Arciconfraternita del Carmine organizza in onore della propria Titolare. 
Sono festeggiamenti che, in ogni occasione e appuntamento, sin dall'inizio della novena di preparazione, vedono un gran concorso di fedeli: per moltissimi di loro si tratterà quindi del primo "incontro" con la Santa Messa "tradizionale". 
L'Arciconfraternita del Carmine, che conta attualmente circa 1800 componenti, fra Confratelli e Consorelle, è un sodalizio che sin dalla sua erezione canonica (nel 1675; ma la fondazione risale probabilmente a circa un secolo prima), si è reso benemerito nella città di Taranto, per le opere di carità e per la difesa e la conservazione delle tradizioni della pietà popolare, in particolare quelle legate al culto mariano ed eucaristico, e alla Settimana Santa. 
La sera del 15 luglio, la Santa Messa nella forma straordinaria sarà preceduta dalla solenne cerimonia di professione delle nuove Consorelle. 
La celebrazione della Santa Messa sarà curata come sempre dall'Ufficio Diocesano per la Liturgia.
Celebra mons. Marco Gerardo, Direttore dell'Ufficio e Padre Spirituale della Confraternita. I canti liturgici saranno eseguiti dalla Cappella Musicale "Una cum Angelis", della stessa Arciconfraternita, diretta da Antonio Perrella.
Nell'occasione, come antifona Mariana, a conclusione della Santa Messa, sarà eseguito l'Inno alla Madonna del Carmine, composto appositamente da Mons. Valentino Miserachs, e da lui donato alla nostra Cappella Musicale. 


sabato 7 luglio 2012

“Non praevalebunt”. I primi cinque anni della Summorum Pontificum

di Vito Abbruzzi

Il prossimo sette luglio la Lettera Apostolica “Motu Proprio data” sull’uso della Liturgia Romana anteriore alla Riforma effettuata nel 1970, più comunemente conosciuta come Summorum Pontificum, compie cinque anni. Fu, infatti, data il sette luglio del 2007 dall'attuale Sommo Pontefice Benedetto XVI e da allora essa, in soli cinque anni, per dirla con una espressione felice della Universae Ecclesiae (la Istruzione del 30 aprile 2011 sull'applicazione della Summorum Pontificum), “ha reso più accessibile alla Chiesa universale la ricchezza della Liturgia Romana” (n. 1).
Adattando una frase del papa San Gregorio Magno, possiamo affermare che la scelta del 7 luglio 2007 (7.7.7) “non avvenne a caso, ma per divina disposizione” (Omelia, n. 26), se pensiamo che persino gli Acta Apostolicae Sedis riportano il testo della Summorum Pontificum alla pagina 777 e seguenti del volume 99 (anno 2007). Ed in vero è così! Il sette è il numero che esprime la perfezione divina e, dunque, “completa”; a differenza del sei (7–1), che indica la perfezione creaturale: una “perfezione non raggiunta” e non raggiungibile. A dircelo è il noto Dizionario di Teologia Biblica, di Xavier Leon-Dufour, alla voce Numeri, facendo esplicito riferimento ad Apocalisse 13, 18, in cui si parla del numero della famigerata “bestia”: 666. A ciò fa da contraltare l’invitto e vittorioso 777. Il sette luglio del 2007, difatti, segna la sconfitta di chi voleva l’affermazione assoluta di una Liturgia desacralizzata, così come è quella del Novus Ordo, con tutte le aberrazioni che tristemente conosciamo. È il caso qui di citare per intero quanto pubblicato sull’ANSA del 19 giugno scorso a proposito della “Liturgia oggi degradata a intrattenimento, a sorta di riunione di famiglia”: «Il mio auspicio è che il Papa scriva un’enciclica sulla Liturgia, proprio a partire dalla fede, e che i cardinali, i vescovi e i sacerdoti, lo assecondino di più su questi temi”. Così mons. Nicola Bux, docente alla Facoltà teologica pugliese e consultore presso le Congregazioni per la Dottrina della Fede e per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, commenta alla Radio Vaticana quanto detto dal Papa nel videomessaggio per la cerimonia conclusiva del Congresso Eucaristico internazionale di Dublino sul fatto che i desideri dei Padri Conciliari circa il rinnovamento liturgico sono stati oggetto di “molte incomprensioni ed irregolarità” e che “la revisione è rimasta ad un livello esteriore”. “Nonostante le indicazioni del Concilio – spiega Bux –, la liturgia è stata degradata da ‘atto di culto’ a una sorta di intrattenimento, a una riunione di famiglia. Ma non si tratta di un bene a nostra disposizione, è un ‘atto pubblico della Chiesa’ che viene regolato dalla Santa Sede e – come ricordava il Concilio – nessun altro, anche se sacerdote, può aggiungere, togliere o mutare alcunché di sua iniziativa in materia liturgica”. Quello che è avvenuto, “e che il Papa in qualche modo denuncia, è esattamente ciò che i Padri Conciliari non volevano. Molti hanno inteso la riforma come una rivoluzione e hanno messo al centro l’uomo, con la sua immancabile volontà di protagonismo, anziché Dio”. Secondo il docente, “abbiamo tolto dal centro il Santissimo Sacramento per mettere al suo posto noi chierici, in un momento in cui – come si vede dalle cronache – faremmo bene a metterci di lato, come ministri. Non lamentiamoci poi del decadimento dell’etica, anche nella Chiesa” – conclude Bux –. “Come ha ricordato Benedetto XVI con un’espressione forte, la crisi della Chiesa nasce proprio da una crisi della Liturgia”».
E, allora, per dirla coll’azzeccato titolo del fortunato libro di Bux, “come andare a Messa e non perdere la fede”? Ce lo spiega quel maestro inascoltato che fu l’abate Emanuele Caronti, primo e vero paladino del Movimento Liturgico in Italia, il quale aveva collaborato alla stesura della Mediator Dei di Pio XII, l’enciclica che in materia di Liturgia rappresentava, a suo dire, “il punto di arrivo invalicabile, la voce definitiva della Chiesa” (G. Lunardi, Uomo di Dio e della Chiesa. Ab. Emanuele Caronti O.S.B., ed. La Scala, Noci 1982, p. 168): «Nella Messa […] prevale il raccoglimento, e perciò la Chiesa ha sapientemente stabilito che i fedeli vi assistano stando sempre in ginocchio, eccettuato il tempo in cui si legge il santo Vangelo, che si deve ascoltare in piedi. Purtroppo l’uso prevalso presso i cristiani trascura quasi completamente questa prescrizione. Le nature odierne, deboli più nella fede che nella complessione fisica, stimano troppo grave fatica rimanersene in ginocchio durante una breve mezz’ora. Sull’altare si compie il grande sacrificio di espiazione per i tuoi peccati: non ti deve sembrare eccessivo un disagio corporale. D’altronde il sacrificio che tu farai, ti verrà abbondantemente ricompensato dai frutti spirituali che ritrarrai, qualora in unione colla Vittima divina potrai offrire al Padre le tue pene e i tuoi piccoli incomodi. […] Solo al momento augusto, quando il Verbo Incarnato nascondendosi sotto i veli eucaristici viene a visitare l’umanità ed offrirsi nuovamente Vittima per i di lei peccati, e cibo per le anime fedeli, la Chiesa domanda le tue profonde adorazioni e i tuoi pii raccoglimenti. Per norma della tua condotta troverai notate […] le varie posizioni da prendersi durante la Messa […]: tu le eseguirai fedelmente, perché nella liturgia tutto è venerabile e pieno di mistero» (E. Caronti, Il Messale festivo per i fedeli, ed. L.I.C.E., Torino 1932, pp. XV-XVI).
“Chi ha orecchi per intendere intenda!” (Mc 4, 9); “ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2, 29) attraverso la voce autorevole di Pietro, il Romano Pontefice, che il 29 giugno scorso nella Basilica vaticana, durante l’omelia della “Santa Messa e imposizione del Pallio ai nuovi Metropoliti” ha ribadito la forte e «chiara promessa di Gesù: “le porte degli inferi”, cioè le forze del male, non potranno avere il sopravvento, “non praevalebunt”». Crediamoci, dunque, tornando a “celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni”, così come chiede il Santo Padre nella Lettera ai Vescovi in occasione della pubblicazione della Summorum Pontificum: soltanto così potrà finalmente “manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all'antico uso”.

martedì 3 luglio 2012

Monopoli: un giorno con Maria




Chiesa San Francesco d’Assisi  
Largo Plebiscito 15- Monopoli (Ba)
Sabato 7 Luglio 2012
15.00  Proiezione di un filmato a colori sulla storia di Fatima: I TRE PASTORELLI
           (Auditorium S. Pietro in Piazza Palmieri, da dove partirà la processione per
           Largo Plebiscito – Chiesa S. Francesco - )
           Benvenuto del parroco Don Vito Maria Schiavone.
           Incoronazione della Madonna.
           Misteri gaudiosi con litanie.
16.00  Esposizione del Santissimo Sacramento. Meditazione Mariana di P. Pietro M.
            Luongo, FI + Processione del SS. Mo Sacramento (in chiesa) + (Coroncina della
           D.M.)
Adorazione silenziosa.
18.00  Misteri Dolorosi. Benedizione Eucaristica. Riposizione del SS. mo  Sacramento.
19.00  S. Messa solenne: Celebrante: Padre Pietro FI 
            Consacrazione della parrocchia alla Madonna: Parroco: Don Vito
           Ringraziamento dopo la S. Comunione. Imposizione Scapolare Medaglia
           Miracolosa.

    *Durante la giornata: Possibilità  di  confessarsi e      
                                                 lucrare l’indulgenza plenaria 

lunedì 25 giugno 2012

La musica sacra ed il canto liturgico nel Vaticano II

di don Enrico Finotti


Oggi occorre ritornare alle sorgenti autentiche della riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II. Si devono però superare molti pregiudizi, invalsi negli anni postconciliari e oggi ancora persistenti, che hanno oscurato i principi basilari sui quali l’edificio liturgico rinnovato doveva poggiare. 

Su interpretazioni riduttive si è sviluppata una pastorale liturgica mancante e difforme da ciò che il Vaticano II intendeva promuovere. Anche il settore della musica sacra è certamente segnato dai danni di una scorretta e parziale applicazione dei principi ispiratori. Per questo è necessario ritornare a rileggere le inequivocabili indicazioni della Costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium. [...] 

Nell’arco degli anni post-concilari possiamo osservare che, nel campo della musica e del canto sacro, si sono delineati due fenomeni ben definiti: 

I) è stato fatto e continua ancora uno sforzo notevole di creazione di canti in lingua parlata per l’uso liturgico. I vari repertori ne sono eloquente testimonianza. Tuttavia, dopo un primo inizio di fedele applicazione secondo i criteri liturgici e in comunione con la Chiesa, si è intrapresa la via di una creatività continua, talvolta eccessiva, senza più considerazione dei principi liturgici e della necessaria verifica e approvazione dell’autorità della Chiesa. In tal modo sembra che oggi chiunque possa comporre musica e testi per la liturgia e ogni comunità e gruppo esegue un ventaglio incontrollabile di canti, che, sia per la palese inabilità del testo o della musica o della loro funzione rituale, sia per la mancanza di un esplicito riconoscimento e assunzione da parte dell’autorità della Chiesa, non possono dirsi propriamente liturgici. Così le celebrazioni subiscono una larga invasione quasi ovunque di testi e musiche di composizione privata, che non godono perciò della grazia specifica della liturgia e non possono quindi mirare pienamente al fine della Musica sacra, che è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli (SC 112). 

Mentre l’eucologia, il lezionario e le sequenze rituali sono ancora fissate dalla Chiesa, i canti sono per lo più alla mercé di compositori, maestri di coro, gruppi o singoli fedeli committenti. In tal modo il settore del canto non soggiace più al controllo della Chiesa, né può dirsi espressione della sua preghiera, essendo ormai diventato appannaggio di un comunità o di una spiritualità sociologicamente più o meno estesa. In questo stato di cose i fedeli rischiano di non riconoscere più quali siano i canti liturgici, propri della Chiesa, ed essere, in questo settore, travolti dai gusti e dai contenuti di alcuni, di quelli cioè che volta a volta gestiscono le liturgie. Si deve pure constatare che è prevalsa la tendenza a ‘cantare nella liturgia’ anziché ‘cantare la liturgia’. Questa scelta, infatti, offre maggior libertà creativa. è evidente che a queste condizioni non può affermarsi e aver stabilità una raccolta valida di canti liturgici, comune al popolo di Dio nella sua globalità, né possono risuonare le voci dei fedeli (SC 118). Anche il repertorio nazionale diluisce nella concessione di poter ricorrere agli altri repertori, regionali, diocesani, parrocchiali, ecc. 

Su questa strada si può arrivare alla situazione dell’antica gnosi, quando si fece la scelta radicale di eliminare dalla liturgia ogni composizione umana, inficiata di concetti gnostici, e di usare soltanto il salterio, quale testo sicuro per il canto liturgico. Tale situazione – dopo una ulteriore riduzione di sequenze e tropi in eccesso all’epoca del Concilio Tridentino – è giunta fino al Vaticano II. 

II) Vi è poi un secondo versante. Nella ‘pastorale’ liturgica postconciliare si è operata di fatto una scelta di parte: si è considerato solo il canto popolare religioso (SC 118) tacendo quasi totalmente sul canto gregoriano e sulla polifonia classica (SC 116). Anche la pubblicazione del Graduale simplex, ad uso delle chiese minori (SC 117) “allo scopo di ottenere più efficacemente una partecipazione attiva di tutto il popolo nelle sacre azioni celebrate in canto” (SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Graduale semplice ad uso delle chiese minori, 3 settembre 1967, in Enchiridion Vaticanum, EDB, vol. 2°, n. 1677), - libro liturgico di nuova creazione - non ha sortito nessun significativo e stabile ricorso all’uso del canto gregoriano nelle normali assemblee parrocchiali. 

Il silenzio sul gregoriano e la polifonia classica ha privato i riti di un patrimonio liturgico, artistico e spirituale gran-dioso, ha ristretto negli effimeri confini del presente e ha tagliato le radici con la tradizione dei secoli. Le nuove generazioni si sono così trovate a realizzare il prodotto recente delle ultime ‘trovate’ e il loro orizzonte è costretto all’asfissia dell’istante mo-mentaneo e del locale. La loro stessa creatività, priva dell’ossigeno della Tradizione secolare e universale della Chiesa, ne è rattrappita e si chiude davanti a loro la possibilità di un esercizio musicale a servizio della liturgia di alto profilo artistico e di profonda spiritualità. Non può essere normale, né onorevole per la Chiesa che i giovani scoprano il gregoriano e la grande musica polifonica in ambienti profani, come in scuole e concerti, mentre il grembo originale che ha generato tale esperienza offre un livello ormai basso e sterile. La Chiesa Madre e Maestra avrebbe così perduto la sua capacita di educatrice e di guida verso le alte vette dello spirito? 

* * * 

Occorre ritornare al Concilio vero e integrale. Una normale corale di parrocchia non può assolvere il suo servizio riducendo le sue prestazioni musicali all’esecuzione della solo musica d’uso in una estenuante girandola di continue variazioni. Essa deve essere capace di proporre all’assemblea cristiana il canto gregoriano nelle sue principali espressioni, sia quello sillabico della cantillatio e dei salmi, sia quello melismatico degli inni e degli altri testi liturgici. Il novus Ordo Missae è stato riformato in totale continuità con l’Ordo precedente. Infatti rimangono inalterati nel testo e nella loro posizione rituale i canti classici dell’ordinario: Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei. Essi quindi possono e devono poter essere riproposti secondo le modalità gregoriane e polifoniche di sempre. Nessuna parte del rito precedente è stata tolta, ma tutto coincide e questo perché nella mente della Chiesa non si doveva in nulla sacrificare il patrimonio musicale dei secoli codificato nel Graduale Romano, che deve essere tenuto “in sommo onore nella Chiesa per le sue meravigliose espressioni d’arte e di pietà” e deve conservare “integro il suo valore” (SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Graduale semplice ad uso delle chiese minori, 3 settembre 1967, in Enchiridion Vaticanum, EDB, vol. 2°, n. 1677). Il Graduale simplex poi offre possibilità più semplici - adatte ai vari tempi liturgici e alle principali solennità e feste e ai comuni dei Santi - per i canti del proprio: ingresso, salmo responsoriale, presentazione delle offerte, comunione. Non è necessario allora ricorrere alla forma precedente del Messale per ricuperare il canto sacro classico, ma esso è in piena conformità col Messale riformato dal Vaticano II. Questo fatto, nonostante i continui richiami del Magistero della Chiesa, è stato disatteso per decenni e ancor oggi con grande sospetto ci si apre a questa prospettiva. 

In questo più vasto orizzonte le Messe gregoriane e quelle polifoniche potranno debitamente continuare a impreziosire la celebrazione liturgica e, da loro formati, i nostri contemporanei potranno procedere ad una autentica creatività, che, fondata sui principi perenni della musica sacra - la santità, la bontà delle forme e l’universalità (Pio X, Motu proprio sulla musica sacra, n. 2) - potrà ancora produrre splendidi frutti e geniali espressioni religiose. La composizione equilibrata tra antico e moderno, dunque, deve ispirare la ricerca e la prassi liturgica, senza elidere alcuno dei due termini. 

Che nella Commemorazione di Tutti Fedeli Defunti (2 nov.) si esegua la Messa da requiem gregoriana nella sua completezza, oppure che in talune feste della Madonna si esegua la Missa cum jubilo e in altre occasioni la Missa de Angelis e in altre ancora si ricorra ad una valida Messa polifonica, non può costituire motivo di meraviglia e di contesa nella comunità cristiana. Se questo succede è perché l’interpretazione distorta del Concilio è diventata mentalità comune. Per le grandi composizioni polifoniche si dovrà tuttavia tener sempre presente il principio: “è da condannare come abuso gravissimo, che nelle funzioni ecclesiastiche la liturgia apparisca secondaria e quasi a servizio della musica, mentre la musica è semplicemente parte della liturgia e sua umile ancella” (Pio X, Motu proprio “Tra le sollecitudini” sulla musica sacra, n. 23). Occorre perciò che il solenne principio conciliare - “La Musica sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica, sia esprimendo più dolcemente la preghiera o favorendo l’unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri” (SC 112) - sia debitamente osservato. Ma siccome il testo liturgico (soprattutto nelle lingue volgari) potrebbe essere rivestito con una musica inadatta e anche banale, giustificata non in base alla sua qualità musicale, ma soltanto per il fatto che rispetta e assume in modo integro il testo previsto dalla liturgia, ecco che l’indicazione di S. Pio X ritorna sempre attuale: “Il canto gregoriano fu sempre considerato come il supremo modello della musica sacra, potendosi stabilire con ogni ragione la seguente legge generale: tanto una composizione per chiesa è più sacra e liturgica, quanto più nell’andamento, nella ispirazione e nel sapore si accosta alla melodia gregoriana, e tanto è meno degna del tempio, quanto più da quel supremo modello si riconosce difforme”(Pio X, Motu proprio “Tra le sollecitudini” sulla musica sacra, II n. 3). 

Alla luce di queste parole il canto gregoriano allora non è soltanto un corpus prezioso di canti accanto ad altri generi di musica sacra, ma, secondo la mente della Chiesa latina, ne è il referente e la base interiore che deve costituire l’anima per ogni musica autenticamente sacra e liturgica. Dobbiamo convenire che oggi nella realtà quotidiana delle nostre parrocchie non è facile impostare questo ragionamento. Tuttavia se si vuole una vera ed efficace verifica nel campo della musica liturgica si deve serenamente affrontare quello che in realtà è il pensiero ufficiale della Chiesa e il tenore dei suoi documenti.

pubblicato su ZENIT.org del 22 agosto 2011

martedì 19 giugno 2012

L’incapacità di aspettare, ovvero l’impotenza dello spirito

di Carlo Maria Barile 

E’ sempre più aberrante la frenesia della vita quotidiana, frenesia alla quale siamo sempre più piegati, della quale siamo sempre più succubi; essa molto spesso non è neanche da noi desiderata, ma costituisce un problema, le cui ricadute sono gravi e ben presenti. Non esiste più il tempo per pensare, per ragionare, per meditare: camminando si lavora, oppure si è al telefono, demandando alla sera ogni possibile riflessione interiore, puntualmente annullata dal sonno che piomba sovrano; insomma, ciò che ci hanno insegnato i Peripatetici va direttamente “a farsi friggere”. Tale interminabile corsa è viva anche nei ritmi della vita, siano essi esteriori ed estetici che interiori e fisici o etici. 

Uno dei risultati più raccapriccianti di tutto ciò, anche se apparentemente potrebbe non notarsi alcuna connessione logica, è che non si sa più nemmeno ascoltare. Spiegherò tale tesi ponendo una domanda: se noi non abbiamo più il tempo letteralmente di respirare, come possiamo pretendere che anche in musica si respiri, sia suonando che ascoltando? E’ questo uno dei motivi per cui la musica sacra è decaduta, piombando in un baratro profondo e difficile da percorrere in senso inverso: nel Canto Gregoriano, nel quale testo e suono sono impossibili da scindere, la costruzione segue la frase e la frase, guarda caso, il respiro, per altro indicato in notazione con segni grafici talmente chiari da suggerirne persino la durata. Niente di più facile di eseguire magistralmente un’antifona gregoriana e sentire commenti che stigmatizzino la lentezza o, per usare parole rudi come coloro che le pensano, la “pesantezza” di questa musica. Esiste un motivo se al giorno d’oggi non si è nemmeno più in grado di fermarsi e inginocchiarsi in una chiesa, esiste un motivo se durante la Messa squilla il telefono e si abbandona Cristo per rispondere, come se Colui che è morto in croce per salvarci fosse un qualunque signor nessuno. La vera crisi di cui oggi fin troppo si sente parlare, a volte in maniera anche banale, risiede nella scissione – probabilmente dovuta alle tecnologie non connaturate all’essere primigenio del genere umano – dei nostri due elementi fondamentali: quello fisico e quello spirituale. Un corpo che corre troppo soverchia uno spirito che ha bisogno di elaborare; un musicista che, improvvisando un brano, lascia che la velocità con cui suona superi quella con cui elabora, sbaglia; un uomo che non sa nemmeno più inginocchiarsi e spendere per la sua anima il tempo giusto da dedicare allo spirito non sa più pregare, non sa più ascoltare, non sa più vivere e probabilmente (dati i suicidi sempre più frequenti) non sa neanche più morire.

giovedì 14 giugno 2012

Innovazione e tradizione si coniugano senza rotture

Intervistato da ZENIT, il prof. Nicola Bux fa il punto sullo stato di attuazione del Motu proprio "Summorum Pontificum" a cinque anni dalla promulgazione. 

di David Taglieri 


Con il motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007 il Pontefice ha liberalizzato la celebrazione della Messa tridentina secondo l'uso del Messale del Beato Giovanni XXIII. A quasi cinque anni da tale provvedimento come descriverebbe la situazione nell'urbe cattolica? 
Direi che siamo di fronte a un movimento di sicuro interesse, che si allarga pian piano, convincendo e avvicinando molti, in specie giovani, chierici e fedeli. Le vere riforme liturgiche hanno conquistato i cuori pian piano e in tal modo innovazione e tradizione si sono coniugate senza rotture. 

Intorno al Concilio Ecumenico Vaticano II, dentro e fuori la Chiesa, attualmente ferve un dibattito molto vivace. Molti ne parlano, ma pochi sembrano aver letto i testi. Il rischio è che si finisca così per perdere la consapevolezza dell'unità nella storia della Chiesa, rendendo sempre più difficile un'ermeneutica della continuità tra Chiesa pre- e Chiesa post-conciliare, come auspicato invece da tempo da Benedetto XVI. In breve, che cosa statuiva esattamente il Concilio sulla celebrazione della liturgia? 
E' tutto scritto nella prima “costituzione” – quindi un documento statutario, 'giuridico' del 1963 – che sulla scia dell'enciclica Mediator Dei di Papa Pio XII, del 1947 (quindici anni prima) descrive la natura della “sacra” - ossia divina - liturgia, cioè, dal greco, opera pubblica, della Chiesa. Pertanto,nessuno, anche se sacerdote, può aggiungere, togliere o mutare alcunchè (cfr. 22 c). E' esattamente quello che non è stato osservato. 

E' vero che il Concilio raccomandava poi particolarmente lo studio e la promozione della lingua ordinaria della Chiesa, il latino, anche e soprattutto per la formazione dei giovani sacerdoti? Non era stato addirittura il Papa che volle il Concilio, il beato Giovanni XXIII, a scriverlo nella costituzione apostolica Veterum Sapientia oggi pressochè dimenticata? 
La Costituzione liturgica, sulla scia del documento giovanneo, - diremmo oggi in continuità - chiedeva anche questo. Prova ne è l'esortazione apostolica Sacramentum caritatis dopo il sinodo del 2005: rilancia il latino come lingua della Chiesa universale. Del resto, perchè dovremmo rassegnarci all'inglese? Abbiamo bisogno o no della lingua comune noi cattolici almeno nella liturgia? E non toglie certo spazio alle lingue nazionali. 

Che cosa risponderebbe a chi ancora oggi sostiene che la Messa tridentina - sia per la lingua che per i gesti, non agevolerebbe la comprensione del culto divino da parte del popolo né la sua partecipazione attiva? 
Che cos'è il 'sentire odierno' ? L'uomo per parlare a Dio deve servirsi della Sua Parola e non della propria: noi preghiamo infatti con le parole dei Salmi, vecchi di tremila anni, e della liturgia che, unita al culto del tempio e sinagogale, ne fa altrettanti. La 'partecipazione' consiste innanzitutto nel sentirsi parte del corpo mistico di Gesù, e solo secondariamente nel 'partecipare' con gesti e parole. La liturgia è mistica e non si comprenderà mai pienamente in questo mondo. Questo è anche il motivo della 'durata' della Messa nella forma straordinaria, come la chiama Benedetto XVI, che ancor prima che tridentina è gregoriana ed apostolica. La Messa in forma ordinaria, può consolidarsi davvero solo se si riscopre il legame con l'antico rito e se ne lascia arricchire, come auspica il Motu proprio Summorum Pontificum e l'Istruzione Universae Ecclesiae. 

Uno dei suoi ultimi libri, che si avvale anche di un contributo di Vittorio Messori, reca come titolo una vera e propria provocazione:Come andare a Messa e non perdere la fede (Piemme 2010). E' successo forse a qualcuno di sua conoscenza? con chi ce l'aveva esattamente? 
E' un titolo suggerito dall'editore, che ho accettato in ragione del “crollo” che ha conosciuto la liturgia negli ultimi decenni causando in buona parte la “crisi” della Chiesa – parole di Benedetto XVI – che invece di parlare all'uomo di Dio, ha parlato dell'uomo. Di qui la noia e l'abbandono della Messa – e della Chiesa – da parte di tanti. Si rimedia restaurando “l'affresco” liturgico dalle deformazioni al limite del sopportabile, mediante la rinascita del sacro nei cuori, come ha appena ricordato nell'Omelia del Corpus Domini Benedetto XVI. Dio ha diritto di essere adorato come egli ha stabilito (su questo aspetto in particolare, se mi permette, consiglierei il libro del cardinal Raymond Burke, 'La Danza vuota intorno al Vitello d'oro', pubblicato dall'editore Lindau di Torino, appena uscito). Se ne avvantaggerà la Chiesa e la società, che non diventerà più giusta se non riscoprirà il “giusto” culto (in greco: ortho-doxia) al Signore. 

Sono in corso i colloqui tra Santa Sede e Fraternità Sacerdotale San Pio X per ricomporre lo scisma consumato nel 1988. Secondo alcuni osservatori, la conclusione sarebbe solo questione di tempo. Lei che cosa si aspetta ? 
Solo e sempre la riconciliazione dei cristiani nella verità e nell'amore. Non ha detto Gesù: che siano uno, affinché il mondo creda? Nessuno è di troppo nella Chiesa, che è 'una e multiforme'. 

pubblicato il 12.6.2012 sul sito www.ZENIT.org

sabato 9 giugno 2012

Il Papa denuncia gli errori post-conciliari sull'Eucarestia


Un commento all'omelia tenuta dal Santo Padre nella Solennità del "Corpus Domini".

di Massimo Introvigne

Proseguendo nella sua opera di correzione di un’interpretazione erronea del Concilio Ecumenico Vaticano II secondo una «ermeneutica della discontinuità e della rottura», che ha letto il Concilio come ripudio di tutto il Magistero precedente, Benedetto XVI ha tratto occasione il 7 giugno 2012 dalla Solennità del Corpus Domini per pronunciare a San Giovanni in Laterano un’importante omelia sull’Eucarestia, tutta intesa a denunciare «visioni non complete del Mistero stesso, come quelle che si sono riscontrate nel recente passato». 

Il Papa ha preso in esame in particolare due errori. Il primo è la vera e propria guerra alla pratica dell’adorazione eucaristica scatenata in nome della centralità esclusiva della celebrazione. «Una interpretazione unilaterale del Concilio Vaticano II – ha detto il Pontefice – aveva penalizzato questa dimensione, restringendo in pratica l’Eucaristia al momento celebrativo». Certo, «è stato molto importante riconoscere la centralità della celebrazione», ma questa centralità «va ricollocata nel giusto equilibrio». Altrimenti «per sottolineare un aspetto si finisce per sacrificarne un altro». E nel post-Concilio è successo proprio così: l’accentuazione «posta sulla celebrazione dell’Eucaristia è andata a scapito dell’adorazione». Ma questo «ha avuto ripercussioni anche sulla vita spirituale dei fedeli» e ha provocato gravi danni. «Infatti, concentrando tutto il rapporto con Gesù Eucaristia nel solo momento della Santa Messa, si rischia di svuotare della sua presenza il resto del tempo e dello spazio esistenziali. E così si percepisce meno il senso della presenza costante di Gesù in mezzo a noi e con noi, una presenza concreta, vicina, tra le nostre case, come “Cuore pulsante” della città, del paese, del territorio con le sue varie espressioni e attività». 

In effetti, «è sbagliato contrapporre la celebrazione e l’adorazione, come se fossero in concorrenza l’una con l’altra. È proprio il contrario: il culto del Santissimo Sacramento costituisce come l’“ambiente” spirituale entro il quale la comunità può celebrare bene e in verità l’Eucaristia». Senza adorazione si rischia di capire male la stessa Messa. «Solo se è preceduta, accompagnata e seguita da questo atteggiamento interiore di fede e di adorazione, l’azione liturgica può esprimere il suo pieno significato e valore. L’incontro con Gesù nella Santa Messa si attua veramente e pienamente quando la comunità è in grado di riconoscere che Egli, nel Sacramento, abita la sua casa, ci attende, ci invita alla sua mensa, e poi, dopo che l’assemblea si è sciolta, rimane con noi, con la sua presenza discreta e silenziosa, e ci accompagna con la sua intercessione, continuando a raccogliere i nostri sacrifici spirituali e ad offrirli al Padre». 

Ricordando le grandi esperienze di adorazione eucaristica con i giovani alle Giornate Mondiali della Gioventù, Benedetto XVI ha osservato che «comunione e contemplazione non si possono separare, vanno insieme. Per comunicare veramente con un’altra persona devo conoscerla, saper stare in silenzio vicino a lei, ascoltarla, guardarla con amore. Il vero amore e la vera amicizia vivono sempre di questa reciprocità di sguardi, di silenzi intensi, eloquenti, pieni di rispetto e di venerazione, così che l’incontro sia vissuto profondamente, in modo personale e non superficiale. E purtroppo, se manca questa dimensione, anche la stessa comunione sacramentale può diventare, da parte nostra, un gesto superficiale». Chi combatte l’adorazione eucaristica finisce per sottovalutare e negare la presenza reale anche nella Messa. 

E questo ci porta al secondo errore post-conciliare che il Papa ha denunciato: la negazione della «sacralità dell’Eucaristia». Anche qui «abbiamo risentito nel passato recente di un certo fraintendimento del messaggio autentico della Sacra Scrittura» e del Vaticano II. «La novità cristiana riguardo al culto è stata influenzata da una certa mentalità secolaristica degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso». Anche in questo caso, non tutto è falso nelle sottolineature degli ultimi decenni: con la venuta del Signore «è vero, e rimane sempre valido, che il centro del culto ormai non sta più nei riti e nei sacrifici antichi, ma in Cristo stesso, nella sua persona, nella sua vita, nel suo mistero pasquale». Ma attenzione: «da questa novità fondamentale non si deve concludere che il sacro non esista più, ma che esso ha trovato il suo compimento in Gesù Cristo». 

La cosiddetta de-sacralizzazione dimentica che la Lettera agli Ebrei presenta Gesù Cristo come «sommo sacerdote dei beni futuri» (Eb 9,11), «ma non dice che il sacerdozio sia finito». Cristo non ha abolito il sacerdozio e «non ha abolito il sacro, ma lo ha portato a compimento, inaugurando un nuovo culto, che è sì pienamente spirituale, ma che tuttavia, finché siamo in cammino nel tempo, si serve ancora di segni e di riti, che verranno meno solo alla fine, nella Gerusalemme celeste, dove non ci sarà più alcun tempio». Sbaglia quindi chi pensa che il sacro, i simboli, i riti, siano finiti con Gesù Cristo. No: «grazie a Cristo, la sacralità è più vera, più intensa, e, come avviene per i comandamenti, anche più esigente!». 

Anche qui, i danni di una certa vulgata post-conciliare sono stati notevoli. Infatti, «il sacro ha una funzione educativa, e la sua scomparsa inevitabilmente impoverisce la cultura, in particolare la formazione delle nuove generazioni. Se, per esempio, in nome di una fede secolarizzata e non più bisognosa di segni sacri, venisse abolita questa processione cittadina del Corpus Domini, il profilo spirituale di Roma risulterebbe “appiattito”, e la nostra coscienza personale e comunitaria ne resterebbe indebolita». E in quante città le processioni del Corpus Domini sono state abolite! 

O ancora – ha detto il Papa – «pensiamo a una mamma e a un papà che, in nome di una fede desacralizzata, privassero i loro figli di ogni ritualità religiosa: in realtà finirebbero per lasciare campo libero ai tanti surrogati presenti nella società dei consumi, ad altri riti e altri segni, che più facilmente potrebbero diventare idoli». Ogni nuova generazione ha bisogno di riti e di simboli. Se le si tolgono quelli cattolici, cercherà altre esperienze religiose. Dio non ha tolto i riti, «non ha fatto così con l’umanità: ha mandato il suo Figlio nel mondo non per abolire, ma per dare il compimento anche al sacro. Al culmine di questa missione, nell’Ultima Cena, Gesù istituì il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue, il Memoriale del suo Sacrificio pasquale. Così facendo Egli pose se stesso al posto dei sacrifici antichi, ma lo fece all’interno di un rito, che comandò agli Apostoli di perpetuare, quale segno supremo del vero Sacro, che è Lui stesso». «Con questa fede – ha concluso il Pontefice – noi celebriamo oggi e ogni giorno il Mistero eucaristico e lo adoriamo quale centro della nostra vita e cuore del mondo». 

tratto dal sito web ZENIT.org dell’8 giugno 2012