Sante Messe in rito antico in Puglia

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martedì 7 marzo 2017

ADESIONE ALLA CAMPAGNA “A RETI UNIFICATE”

Martedì, 7 marzo 2017, festa di S. Tommaso d’Aquino


Anche la Scuola Ecclesia Mater ha aderito convintamente, assieme ad altre associazioni e blog (v. qui), alla campagna “a reti unificate” per chiedere le dimissioni di mons. Vincenzo Paglia dai suoi ruoli di Presidente della Pontificia Accademia per la Vita e di Cancelliere dell'Istituto Giovanni Paolo II per la famiglia, stante l’incompatibilità di questi con le sue recenti – ed assai gravi – affermazioni rese a favore di Giacinto, detto Marco, Pannella nella sede del partito radicale “transnazionale”.
Non a caso abbiamo deciso di farlo oggi, nella festa di S. Tommaso d’Aquino, l’insigne Dottore Angelico, il quale, nella sua esistenza, ha inteso insegnare che non è il pensiero a determinare l’essere, ma è l’essere che determina il pensiero. La superbia infatti fa ritenere che il nostro pensare sia il fondamento dell’essere, mentre invece l’umiltà porta ad osservare e argomentare l’essere delle cose, soprattutto in quelle divine.  «Questa è una mela. Chi non è d’accordo, può andar via»: così iniziava il Doctor Communis le sue lezioni, mostrando ai suoi allievi una mela.
Non si comprende, , come questo prelato possa ricoprire ruoli istituzionalmente preposti alla tutela della vita e della famiglia ed al contempo rilasciare gravi dichiarazioni di elogio sperticato verso il personaggio che fu il Pannella, il quale, in vita, fu promotore, tra le altre cose, di campagne abortiste, divorziste, pro-eutanasia, pro unioni omosessuali.
Se il prelato in questione sente di condividere nell’intimo quegli elogi, bene, lo faccia pure, ma lasci almeno quegli incarichi istituzionali. Per la verità, dovrebbe anche compiere una sorta di coming-out di apostasia (vista l’incompatibilità dell’adesione alle idee che furono del Pannella con la fede cattolica), ma sorvoliamo per il momento: a noi è sufficiente che, almeno per coerenza minima, cessi di ricoprire ruoli istituzionali incompatibili con Pannella ed i radicali.
Se, al contrario, li continuasse a mantenere, le stesse istituzioni, che oggi egli rappresenta, e per la verità anche la stessa Chiesa, ne sarebbero vulnerate nell’autorevolezza acquisita nel corso di alcuni decenni, trasformandosi in consessi ipocriti. Dalla tutela della vita e della famiglia fondata sul matrimonio si passerebbe de facto all’esaltazione della cultura della morte e del libertinismo nei costumi.
Mons. Paglia, quindi, faccia cessare quest’ipocrisia!!!! Vada, dunque, via, come diceva S. Tommaso, se non è d’accordo con il Vangelo della Vita e del Matrimonio. Assuma una decisione coerente con le idee che ha manifestato pubblicamente. 
È in gioco la credibilità della Chiesa, delle istituzioni che rappresenta e, non ultima, pure la  Sua.
Per chi volesse, come singolo, sottoscrivere l'appello, può farlo qui. Se ci fosse bisogno di ulteriori argomenti, v. R. Cascioli, E Paglia andò in cielo con trans e gay, in LNBQ, 8.3.2017Il pittore blasfemo e porno che piace tanto al presidente della Pontificia Accademia per la Vita, in Libertà e persona, 8.3.2017; Matthew Cullinan Hoffman, Vatican archbishop featured in homoerotic painting he commissioned, in Lifesitenews, March 3, 2017.

Scuola Eccl. Mater


lunedì 6 febbraio 2017

Le dieci falsità più frequenti sull’aborto

In occasione della giornata per la vita di ieri, domenica 5 febbraio, festa di sant’Agata, rilanciamo un post apparso qualche tempo fa in lingua spagnola, riguardante la crudele pratica dell’aborto.
Nel corso degli ultimi decenni sono stati creati alcuni “miti” che giustificherebbero un fantomatico diritto di abortire. Usiamo intenzionalmente la parola aborto perché esprime senza alcuna attenuazione estetica la cruda realtà di un crimine che, in questo nostro tempo, sembra diventare sempre più una necessità insostituibile del diritto alla salute e all’autodeterminazione della donna.
Il leader del Foro Español de la Familia, ha avuto modo di elencare i dieci miti e falsità con i quali si cerca, non solo di sminuire la gravità di un crimine contro la vita di creature innocenti, ma di farne addirittura un irrinunciabile segno di progresso e di ascesa del sistema sanitario e del diritto dei popoli.
Il suddetto leader, di nome Benigno Blanco, sopranumerario dell’Opus Dei ha anche ricoperto in Spagna ruoli di alta amministrazione. Infatti, è stato Secretario de Estado (paragonabile a un viceministro) in diversi settori del governo spagnolo e per diversi anni. Tuttavia, al di là dei ruoli amministrativi del Blanco e senza voler indagare quali correnti convergono in una realtà così variegata e che professa esplicitamente la sua aconfesionalidad, come il già citato Foro de la Familia, riteniamo che le dieci falsità di cui qui di seguito si parla siano condivisibili da chiunque desideri maggiore giustizia e rispetto per la vita innocente.
Pubblichiamo, perciò qui di seguito, in una nostra traduzione, il più letterale possibile, la sintesi circa le suddette dieci falsità cui abbiamo appena accennato. Sintesi che è apparsa (qui) su un sito argentino che ha dedicato altri post a temi bioetici come questo.
Sant’Agata è anche protettrice delle donne ammalate. Affidiamo alla grande martire tutte le donne perché si prendano cura non soltanto della salute del loro corpo, ma anche della salute di coloro che esse portano o porteranno in grembo, perché in tal modo esse guadagneranno anche la salute eterna della loro propria anima. Dio è fedele e terrà conto di ogni merito e sacrificio.

Maria Agostina Antezza

Le dieci falsità più frequenti sull’aborto


Benigno Blanco, presidente del Forum delle famiglie nonché una delle persone che più si è impegnata per sradicare l’aborto nel mondo, risponde alle dieci argomentazioni più diffuse sulla soppressione della gravidanza. Con la presentazione della riforma della legge sull’aborto in Spagna, si ravviva un dibattito che non è mai scomparso dalla società.
Sono molti i miti, gli errori e le menzogne riguardo a questa questione, ed è necessario saper rispondere con argomenti chiari. Questo testo pubblicato nel settimanale L’Alfa e l’Omega, diretto da Miguel Angel Velasco, può essere utile.

1. È un diritto delle donne poter decidere
No. Quando la legge consente a chi è libero di disporre della vita degli schiavi, ai genitori di disporre della vita dei neonati, agli uomini della vita delle donne, agli ariani della vita degli ebrei, ai bianchi della vita dei neri, alle donne in stato di gravidanza della vita dei loro bambini non ancora nati ... Non è il diritto di decidere liberamente, dei genitori, degli uomini, degli ariani, dei bianchi o delle donne incinte, ma è invece la negazione del diritto alla vita di schiavi, neonati, donne, ebrei, neri o bimbi non ancora nati.

2. Vi è un ragionevole dubbio riguardo a quando si origina la vita umana
Non è vero. È scientificamente provato che la vita – e non solo nella specie umana – si origina con il concepimento, quando si forma il patrimonio genetico dell’individuo, patrimonio che lo definirà per sempre come un individuo appartenente senza ombra di dubbio alla specie umana. Se qualcuno avesse dubbi a riguardo, la più elementare considerazione etica dovrebbe portare ad applicare una, cosiddetta, presunzione di natura umana o di vita. Come quando si dice che non è ammissibile correre il rischio di uccidere un uomo quando, ad esempio, si ha la presunzione che egli si trovi proprio nella direzione in cui si sta per sparare.

3. Se l’aborto non verrà legalizzato, ci saranno aborti clandestini e molte donne moriranno
Non è vero. Non vi è alcuna prova scientifica che questo sia vero, al contrario:
- Quando qualcosa viene legalizzata, il fenomeno legalizzato aumenta; invece quando qualcosa è proibito, diminuisce. Se così non fosse, il diritto penale non avrebbe alcuna ragion d’essere.
- Nei paesi in cui è proibito l’aborto (per esempio Irlanda) la mortalità femminile per motivi legati alla gravidanza e al parto è più bassa che nei paesi vicini dove l’aborto è legale (ad esempio la Gran Bretagna). Lo stesso succede in Cile, che è l’unico paese sudamericano in cui l’aborto non è consentito per nessun motivo.
- In tutti i paesi in cui l’aborto è stato legalizzato, il numero di aborti è aumentato sempre di più; e nei paesi in cui si ritorna a proteggere la vita, il loro numero diminuisce, come è accaduto in Polonia dal 1993.
In questa argomentazione a difesa della pratica dell’aborto è implicito un errore: che le donne, in ogni caso, abortiranno. E questo non è vero, le donne assumono l’aborto come soluzione ai loro problemi quando questo è legale. Se la legge non permette l’aborto questo acquisisce il carattere che hanno tutte le cose illecite.

4. Le Nazioni Unite riconoscono universalmente il diritto all’aborto
È falso. Nessuno strumento del diritto internazionale in materia di diritti umani riconosce il diritto all’aborto, né universale (ONU), né regionali (trattati europei o latino-americani sui diritti umani). Lo ha stabilito la Corte Europea per quanto riguarda l’Irlanda, per esempio.
Sì, esistono alcune piattaforme, conferenze internazionali o diverse commissioni della comunità internazionale che hanno iniziato a utilizzare negli ultimi anni l’espressione diritti sessuali e riproduttivi, che alcuni vogliono interpretare come comprensiva del diritto all’aborto; però quelle stesse piattaforme, conferenze o comitati non sono giuridicamente vincolanti per gli Stati né tantomeno è stato pacificamente mai ammesso che l’espressione diritti sessuali includa l’aborto.

5. La standardizzazione dell’aborto è l’unica opzione progressista e la sua attuazione è inarrestabile
Non è vero. La legalizzazione dell’aborto è un fenomeno molto recente - sempre discusso e contestato – che venne avviato (se ignoriamo i paesi comunisti che non rispettano alcun diritto umano) negli Stati Uniti nel 1973 e da lì si diffuse in Europa, prima, e poi nel resto del mondo, sotto l’impulso di ideologie, interessi economici e strategie politiche oggi molto contestate (ossessione malthusiana per il controllo della popolazione, rivoluzione sessuale sessantottina, imperialismo americano, pressioni dell’industria dell’aborto e contraccettiva sui governi, ideologia di genere, ecc).
L’aborto non solo non è standardizzato nel mondo, ma la resistenza cresce ovunque e, in primo luogo, negli Stati Uniti, dove iniziò il fenomeno. In questo paese, secondo il sondaggio Gallup, gran parte della popolazione si definisce come pro life, pro-vita, e non come pro choice, “pro-scelta” (di abortire); e più della metà degli Stati dell’Unione hanno in questi ultimi anni adottato leggi restrittive sull’aborto, pur avendo gli USA, in questo momento il presidente più pro-aborto della storia, Obama.
Inoltre, molti paesi dell’ex blocco comunista hanno approvato leggi sull’aborto restrittive a partire dal 1989 (il caso di maggior successo è la Polonia), e in tutta l’America Latina si sta producendo una elevata resistenza all’approvazione di leggi sull’aborto.
In Europa occidentale, l’aborto è oggetto di ampio dibattito sociale in paesi come la Spagna, l’Irlanda, la Francia e l’Italia. Da nessuna parte è qualcosa di standardizzato e pacifico.

6. Senza l’aborto, la bomba demografica sarebbe esplosa e la vita sulla terra sarebbe impossibile
Non esiste nessuna bomba demografica ma, al contrario, un grave problema demografico di invecchiamento della popolazione che mette a rischio la sopravvivenza della nostra società (in Europa e in Spagna in particolare, questo è evidente). Anche paesi come la Cina, che hanno optato per l’aborto come mezzo di controllo della popolazione, fanno un passo indietro visti i terribili traumi che ciò ha causato nella popolazione.
Anche se fosse vero che c’è un problema di incremento della popolazione, risulta chiaro che eliminare vite umane non è il modo più umano per risolvere questo problema. Il fine non giustifica i mezzi, soprattutto se il mezzo è omicida.

7. L’aborto è una conquista femminista a cui non possiamo rinunciare
Non è vero. L’aborto è una soluzione maschilista a un problema di tutti. L’aborto è la garanzia ultima dell’irresponsabilità sessuale di un uomo, il quale lascia nelle mani della donna la piena responsabilità della relazione sessuale: grazie all’aborto, l’uomo ignora le conseguenze del sesso, incoraggiando implicitamente la donna – che porta così tutta sola il peso morale, psicologico e vitale di questa decisione – ad abortire o, in caso, contrario la costringe ad assumersi la responsabilità del bambino.
L’aborto in sé è violenza di genere contro le donne. Quando l’aborto viene legalizzato, le donne possono essere sottomesse a qualunque forma di pressione per far si che interrompano la gravidanza.

8. Senza aborto legale, la rivoluzione sessuale sarebbe in pericolo
Questa argomentazione è vera. Senza l’aborto legale, la sistematica e diffusa irresponsabilità sessuale non sarebbe possibile. La legalizzazione dell’aborto è il prezzo che paghiamo per essere sessualmente irresponsabili, in modo reiterato e sistematico, senza conseguenze a breve termine. Ma questo prezzo è molto alto: milioni di bambini mai nati, milioni di vite di donne spezzate, una sessualità disumanizzata, la conseguenza non è la vita, ma la morte.

9. Le leggi permissive sull’aborto non obbligano nessuno: chi non vuole abortire non è obbligato a farlo
Questo argomento non è vero, perché:
a) leggi permissive sull’aborto creano una spirale di violenza strutturale sulle donne che non esisterebbe se l’aborto non fosse legale. Questa è un’esperienza comune per molte donne che hanno abortito: non erano libere, ma hanno preso questa decisione in quanto sottomesse ad un ambiente che ha offerto loro l’aborto come unica soluzione ai loro problemi.
b) La legalizzazione dell’aborto nel nostro ordinamento giuridico ha introdotto la violenza come un modo legittimo di risolvere i problemi, e questo influenza tutta la società dato l’effetto pedagogico delle leggi.
c) L’aborto legale significa che lo Stato non si assume la responsabilità di proteggere la vita di un gruppo di esseri umani, i bambini mai nati. Si perde così l’impegno etico e umanitario dello Stato, della società nel suo complesso e della legge. Ciò ha sempre conseguenze negative.

10.Esigere il divieto di aborto è un’interferenza inaccettabile della Chiesa nella vita pubblica di una società pluralistica
Ippocrate e Galeno non erano cattolici – perché vissuti secoli prima di Cristo – e avevano già stabilito che l’etica medica impediva la pratica dell’aborto. Se legalizzassimo tutto ciò che la Chiesa proibisce, dovremmo legalizzare l’omicidio, lo stupro, il furto, e praticamente tutto ciò che il codice penale vieta. Questa non è dunque un’argomentazione seria.

sabato 31 dicembre 2016

31 dicembre 1930-2016 - 86° anniversario dell'enciclica "Casti connubi" del Sommo Pontefice Pio XI

Un nostro amico ci ha ricordato un'importante ricorrenza odierna.
Il 31 dicembre 1930, infatti, Sua Santità Papa Pio XI, di v.m., pubblicava l’enciclica “Casti connubii” sul Matrimonio cristiano. Il Sommo Pontefice esponeva con chiarezza adamantina la vera dottrina di Gesù Cristo e della Chiesa sul Sacramento del Matrimonio, sui beni di esso, sui diritti e doveri degli sposi e sulla guerra che ad esso vien mossa dai nemici di Dio. Si condannavano infallibilmente l’abominevole delitto dell’aborto e le pratiche anticoncezionali.

sabato 20 agosto 2016

Così crolla una civiltà

Nella festa di S. Bernardo di Chiaravalle, dottore della Chiesa e confessore, rilanciamo quest’interessante contributo, pubblicato anche da Corrispondenza romana.




Autore sconosciuto, Pala di S. Bernardo con scene della sua vita, 1285-90, Museu de Mallorca, Palma, Majorca

Juan Correa de Vivar, Morte di S. Bernardo con La Vergine ed i SS. Lorenzo e Benedetto, 1566, museo del Prado, Madrid


Anonimo, Madonna con Bambino con i SS. Vincenzo, Bernardo e Defendente, XVI sec., chiesa di S. Bernardo di Cerete Basso, Cerete

Autore ignoto, S. Bernardo, XVII-XVIII sec., Abbazia di Nostra Signora del Sacro Cuore, Westmalle, Malle

Alejandro de Loarte, Miracolo di S. Bernardo, 1620, museo del Prado, Madrid

Vicente Carducho, Miracolo della Lattazione di S. Bernardo, 1634, Museo de Santa Cruz, Toledo

Wouter Crabeth II, S. Bernardo converte il duca Guglielmo d'Aquitania, 1641


Gaspar de Crayer, S. Stefano Harding ammette Bernardo nell’Ordine cistercense, 1660 circa, Art Gallery of Ontario, Toronto

Ambito veneto, Madonna in gloria con S. Bernardo, XVIII sec., Verona

Giovanni Odazzi, Miracolo della Lattazione di S. Bernardo alla presenza di S. Agostino, 1720-31, Palazzo ducale, Gubbio

Jacques Joachim de Soignies, Visione di S. Bernardo, 1757, chiesa di Santa Valdetrude, Mons

Francisco Muntaner Moner, stampa della Lattazione di S. Bernardo da un'opera del Murillo, 1791-1800, museo del Prado, Madrid


Autore ignoto, Il Crocifisso abbraccia S. Bernardo, 1906, Chiesa di San Bernardo, Bornem

Così crolla una civiltà

Denatalità, aborto, celibato, divorzio, malthusianesimo: ecco perché è finito l’Impero romano Lo storico francese De Jaeghere racconta l’epoca del disincanto che tiene di mira l’occidente

di Giulio Meotti


Thomas Cole, “La distruzione dell'Impero romano” (particolare), 1836 (New York, Historical Society). Il dipinto, allegorico, è ispirato al sacco di Roma del 455 a opera dei Vandali

Prima fu Montaigne, che nel freddo inverno del 1580 a Roma si guarda intorno e riflette sulla “grandezza infinita” soffocata sotto quei ruderi. Poi Piranesi e Goethe, che si soffermano davanti alle rovine del Foro romano, alle occhiaie vuote del Colosseo, all’immensità delle Terme di Caracalla. Due secoli dopo, davanti a quella stessa maestà indistruttibile, fu Edward Gibbon a interrogarsi sui motivi che portarono alla fine del maggior impero della storia, a descriverne il rapido declino e l’agonia. Passano altri due secoli e uno storico inglese, Michael Grant, individua le somiglianze fra Roma e l’occidente: i ricchi, come allora, enormemente ricchi, che si distaccano dal tessuto sociale; la borghesia che perde ogni capacità di resistenza; la burocrazia che si estende in modo incontrollabile; la classe politica che vive isolata dai sentimenti delle masse. Le orde dei barbari, i fantasmi delle province periferiche, le ville dei senatori egoisti, i fragori degli scontri religiosi e razziali passano ammonitori, costantemente tenendo di mira il presente.
L’idea del declino occidentale spiegato attraverso la storia di Roma non è affatto nuova. Dopo la Prima guerra mondiale, un insegnante tedesco prematuramente in pensione di nome Oswald Spengler aveva pubblicato il primo volume di uno dei libri più influenti del secolo, “Der Untergang des Abendlandes”, tradotto come “Il tramonto dell’occidente”. Un testo accantonato nella seconda metà del secolo, troppo turgida la sua prosa, troppo acceso il suo debito nei confronti di Nietzsche, troppo evidente la sua influenza sui nazisti. Poi, fino al crollo dell’Unione sovietica, gli storici si sono concentrati su quello che lo storico britannico J. M. Roberts ha chiamato “Il trionfo dell’occidente”, in un libro pubblicato nel 1985. Vi è stata poi la consolidata tradizione liberal espressa da Gore Vidal nel suo “Declino e caduta dell’impero americano”, il rischio che gli Stati Uniti potessero fare la fine di Roma, la paura che le istituzioni repubblicane potessero essere danneggiate da una presidenza imperiale.
Adesso Roger-Pol Droit, classe 1949, accademico francese e filosofo di fama internazionale, affronta l’argomento in uno strepitoso saggio di copertina della rivista Le Point, dove campeggia l’immagine di Roma in rovina. “Francia, Belgio, Germania, si moltiplicano gli attacchi terroristici”, scrive Roger-Pol Droit. “Mentre aumenta il numero delle vittime, l’impotenza e la fragilità della nostra civiltà, la sua usura e il suo declino, hanno cominciato a perseguitarci”. Ovunque ci sono segni di frattura: “I jihadisti hanno condotto l’assalto contro le libertà delle democrazie laiche. Le nostre paure sono innumerevoli: pandemie, invasioni, cambiamenti climatici, veleni alimentari, estinzione delle specie… Il caos e le lacrime occupano l’immaginario collettivo, ormai saturo di confronti simbolici. Forse un giorno parleranno di noi come si parla dei dinosauri: un universo strano, andato, inghiottito. Non appena ci guardiamo indietro, che spettacolo! Civiltà scomparse hanno lasciato dietro di sé macerie, capolavori e domande per lo più senza risposta”.
Roger-Pol Droit fa l’esempio di otto civiltà perdute, oltre a Roma. Come la Mesopotamia, il territorio dell’Iraq moderno, dove più di tremila anni prima di Cristo la civiltà sumera aveva inventato la scrittura, i contratti commerciali, e altri fattori chiave del progresso. “Rivolte e rovesci militari possono essere la causa della sua morte”. C’è la storia di Creta, l’isola del re Minosse, che “ha visto una fiorente civiltà i cui palazzi, scritture, metallurgia, ceramica e terracotta, affreschi e raffinatezza non hanno smesso affascinare Arthur John Evans. Le ragioni della sua scomparsa sono controverse e i terremoti non sono più considerati una spiegazione sufficiente”. Ci sono gli Olmechi del Messico: “Le cause della loro scomparsa rimangono sconosciute”. Si passa dagli Etruschi ai Nabatei di Petra, la capitale scavata nella roccia. Per arrivare al regno Khmer: “Questo vasto impero sembra essere crollato sotto una combinazione di eccessiva burocrazia, immigrazione e impoverimento del suolo”. E per concludere con gli Anasazi in America (“sappiamo solo che i loro villaggi furono abbandonati molto tempo prima dell’arrivo degli europei) e l’Isola di Pasqua nel Pacifico: “Abitata, fiorente, poi abbandonata per ragioni che sono ancora oggetto di discussione”.
Le civiltà muoiono dall’esterno o dall’interno? Questo è il quesito più affascinante e riguarda anche l’occidente contemporaneo. “La loro scomparsa è il frutto di aggressioni esterne (guerre, disastri naturali, epidemie) o la conseguenza di una erosione interna (decadimento, incompetenza, scelta disastrosa)?”, si chiede Roger-Pol Droit. Arnold Toynbee, nel secolo scorso, è stato irremovibile: “Le civiltà muoiono per suicidio, non per omicidio”. Questa formula dello storico britannico, autore di uno studio monumentale di storia in dodici volumi, pubblicati dal 1934 al 1961, è diventata celeberrima. Lo studioso francese René Grousset ha sviluppato la stessa idea: una civiltà è distrutta dalle proprie mani. “Nessuna civiltà viene distrutta dall’esterno senza essersi innanzi tutto essa stessa deteriorata, nessun impero viene conquistato dall’esterno senza essersi precedentemente autodistrutto”, scriveva Grousset. “E una società, una civiltà non si distruggono con le proprie mani che quando hanno cessato di capire la loro ragione d’essere, quando l’idea dominante intorno alla quale si erano dianzi organizzate ridiventa loro estranea”.
Nel 2005, Jared Diamond, professore di geografia presso l’Università della California, nel suo libro “Collapse” indica cinque fattori principali di mortalità delle civiltà, in testa il cambiamento climatico. E’ il caso dei vichinghi, che in Groenlandia prosperarono per quattro secoli, prima di degenerare rapidamente, fra violenze e carestie, rimanendo infine vittime della loro insipienza. C’è invece chi, come l’americano Joseph Tainter, autore del celebrato saggio “The Collapse of Complex Societies”, sostiene che a causare il crollo delle civiltà, come Roma, siano sistemi istituzionali sempre più costosi, la svalutazione monetaria, il debito pubblico, la tassazione e l’eccessiva regolamentazione. “Ogni civiltà ha la tendenza a credersi eterna”, scrive Roger-Pol Droit. “Non prevede la fine, tranne la nostra”. Roma, per esempio, non ha mai pensato che il suo regno si sarebbe estinto. Le generazioni hanno visto un mondo che si stava disintegrando, ma per secoli, nonostante lo scricchiolio, l’edificio sembrava immortale. “Ci sono solo tre possibili ipotesi”, conclude il filosofo francese. “Il più ottimista in cui ci si illude che la nostra sopravvivenza sia altamente probabile. Il più pessimista: la nostra terra un giorno non lontano sarà fredda come la luna. L’ipotesi più plausibile è che i nostri attuali stili di vita periranno, ma tutto il resto vivrà. Come al solito”.
Un altro storico francese, Michel De Jaeghere, direttore del Figaro Histoire, nel suo libro di seicento pagine “Les derniers jours”, gli ultimi giorni, spiega che la vera grande causa della caduta dell’impero fu l’implosione demografica. Il volume è stato appena tradotto in italiano dalla casa editrice Leg, nella bella traduzione di Angelo Molica Franco. De Jaeghere spiega che “a partire dal Terzo secolo il declino demografico divenne evidente”. Non ci fu soltanto la “peste antonina”, che imperversò sotto Marco Aurelio e Commodo. La crisi economica, l’insicurezza, il brigantaggio, scoraggiarono la natalità, che smise di garantire anche il semplice rimpiazzo delle generazioni. In Gallia la popolazione era regredita del venti per cento. “Le famiglie erano fragili e poco feconde. Il concubinato rimaneva la norma, il divorzio era frequente, la mortalità elevata. Le province di frontiera del Reno e del Danubio (Rezia, Norica, Pannonia, Mesia) avevano una densità di popolazione bassissima; per questo avrebbero esercitato sui barbari che vivono dall’altro lato del confine un’attrazione irresistibile. La perdita della pietas si tradusse, da dopo l’apogeo dell’Alto Impero, in uno spopolamento che avrebbe avuto un grande peso sui destini del mondo romano. Se si arrivò a reclutare i barbari nell’esercito, a donare loro delle terre, se si cercò di imprigionare i popoli sotto un giogo fiscale, amministrativo e finanziario, fu in gran parte perché il censo ogni cinque anni costringeva le autorità a constatare che la popolazione romana diminuiva di continuo, persino nelle provincie non esposte all’invasione e alla guerra”. L’archeologia porterà alla luce cimiteri in luoghi dove due secoli prima esistevano alcuni dei più prestigiosi edifici della vita urbana. “L’impero d’occidente non aveva più una popolazione sufficiente e quindi meno ricchezze per affrontare lo sforzo sovrumano che richiedeva, in termini di uomini e di denaro, la difesa del suo vasto territorio e delle sue lunghissime frontiere”. Augusto aveva promulgato delle leggi contro i celibi (riguardavano solo i cittadini romani, quindi in sostanza solo la popolazione italiana). Lucano aveva descritto, sotto Nerone, la desolazione di un’Italia in cui “pochi abitanti vagano per le strade deserte di antiche città”. 
La crisi demografica accasciò l’impero nei primi due secoli della nostra èra: “Nell’età dell’oro dell’Alto Impero, all’apogeo della civiltà. Il divorzio era diventato una pratica comune tra le élites alla fine della Repubblica, sotto l’influsso dei costumi ellenistici”. La contraccezione era praticata in tutta la scala sociale: “Galla – scriveva Marziale in uno dei suoi Epigrammi – vuole essere soddisfatta ma non vuole figli”. “Qui – dichiarava un contadino di Crotone nel ‘Satyricon’ di Petronio – nessuno cresce bambini perché se si hanno degli eredi naturali non si viene invitati ai banchetti, né agli spettacoli, si è esclusi da ogni piacere e si vive in tristezza tra la feccia”. Le fonti letterarie ci informano della varietà dei metodi utilizzati: amuleti e pozioni magiche, periodi di astinenza, impacchi o beveroni a base di noce di galla, di ferola erubescente, di artemisia, di scorza di melograno, di polpa di fico secco. “Nel II secolo l’aborto, che fino ad allora veniva praticato per far sparire bambini nati da amori clandestini, si estese a grande scala tra le coppie dell’alta società. L’infanticidio di una creatura non riconosciuta dal padre non veniva punito dalla legge. L’omosessualità era diffusa”. Se lo spopolamento venne aggravato dalle epidemie di peste scoppiate ai tempi di Marco Aurelio e di Claudio II, oltre che dai cinquant’anni di guerra e di distruzioni del III secolo, questo tuttavia non fu solo la conseguenza della crisi dell’impero, “ma anche lo specchio di un disincanto, il frutto di un materialismo che portava a ritenere la famiglia una forma di schiavitù, il bene comune una chimera e la felicità di vivere senza obblighi, invece, come il fine supremo dell’esistenza”. Per dirla con Papa Benedetto XVI, “il disfacimento degli ordinamenti portanti del diritto e degli atteggiamenti morali di fondo che ad essi davano forza, causavano la rottura degli argini che fino a quel momento avevano protetto la convivenza pacifica tra gli uomini. Un mondo stava tramontando”.  Michel De Jaeghere spiega ancora che “i privilegiati praticavano un malthusianesimo che garantiva loro di soddisfare la propria arte di vivere, i contadini evitavano gravidanze che li avrebbero fatti vivere nell’imbarazzo, le masse urbane li imitavano per preservare il livello di vita che veniva loro assicurato, senza eccessivo sforzo, dagli aiuti e dalle distribuzioni statali”. Una serie di leggi d’ispirazione cristiana tentò, nel IV secolo, di rilanciare la demografia: con impedimenti al divorzio, multe per la rottura dei fidanzamenti, repressione degli stupri, dei rapimenti, dell’omosessualità, dell’adulterio, senza che in apparenza si ottenesse alcun risultato. “Si stima che il tasso di fecondità delle famiglie aristocratiche non fosse superiore a 1,8 figli per donna, nel IV secolo”. Appena un po’ meglio di quello dell’Europa di oggi (1,5).
Michel De Jaeghere conclude indicandoci Roma come un monito: “Possiamo stare tranquilli davanti allo spettacolo della nostra prosperità senza precedenti, delle nostre tecnologie sempre più sofisticate, di un mondo le cui connessioni virtuali danno l’illusione dell’onnipotenza. Possiamo persuaderci del fatto che i sintomi che annunciavano la caduta dell’Impero romano di occidente si erano manifestati in modo chiaro ai loro contemporanei. Che le élites del V secolo (la generazione degli ultimi Romani che fu testimone del sacco di Roma e della perdita della sua potenza) avevano presagito che avrebbero vissuto grandi avvenimenti, che il destino li aveva scelti per assistere all’affondare del più grande impero mai esistito sotto il cielo. Che non soffriremo alcun male finché non noteremo nessuno dei segnali che avevano fatto intuire loro il disastro. Non è così, però. I contemporanei della fine dell’impero romano, infatti, rifiutarono di crederci per tutto il tempo in cui riuscirono ad afferrarsi alle loro chimere. Roma ci serve da avvertimento”.
Edward Gibbon nel suo capolavoro sul crollo dell’Impero romano indica il ruolo decisivo giocato dall’islam, che prima diede un colpo mortale al ramo d’occidente avanzando in Francia fino a Poitiers (732), e che poi fece crollare quello d’oriente con la presa di Costantinopoli (1453). Siamo al terzo capitolo di questa saga?

sabato 12 luglio 2014

La verità non viene meno e noi non verremo meno

Su segnalazione ben volentieri si dà rilievo al discorso - in traduzione italiana - di S. Ecc.za Mons. Salvatore Joseph Cordileone, Arcivescovo di San Francisco tenuto lo scorso 19 giugno a Washington in occasione della "March for Marriage", tratto dal sito vanthuanobservatory.org.


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Pubblichiamo una nostra traduzione italiana del discorso dell’Arcivescovo di San Francisco Salvatore Cordileone, alla “March for Marriage” tenutasi a Washington il 19 giugno 2014 (www.marriagemarch.org). L’Arcivescovo Cordileone è anche Presidente della Sottocommissione episcopale per la difesa del matrimonio e della famiglia.
(Traduzione di Benedetta Cortese)
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La verità non viene meno e noi non verremo meno

Nella tradizione della nostra fede, i ragazzi all’età della scuola media o della scuola superiore ricevono il sacramento della Confermazione, amministrato di solito dal Vescovo. Ad una cerimonia per il sacramento della Confermazione che ho celebrato di recente in una grande parrocchia ispanica, due ragazzi hanno condiviso alcune riflessioni su cosa significasse per loro la Confermazione. Essi dissero che la Confermazione dava loro la grazia di “costruire una civiltà di verità e amore”. Io stesso non avrei potuto dire meglio!  Questo, cari amici, è il motivo per cui siamo qui. Ambedue sono necessarie, tutte e due insieme, se desideriamo avere una società viva e sana: verità e amore.
Questo è il lascito che abbiamo ricevuto dai nostri padri nella fede.  Vorrei attirare l’attenzione dei giovani fedeli in Gesù Cristo sulle prime generazioni di cristiani che nella città di Roma erano spesso  presi come capro espiatorio dal potere pagano del governo romano.  Ma quando una pestilenza colpì la città e le classi benestanti scapparono sulle colline per salvarsi, furono i cristiani a curare gli ammalati a rischio della loro stessa vita. E non solo i malati cristiani: tutti i malati, indipendentemente dalla religione, da dove vivevano ed anche da cosa pensassero dei cristiani stessi. Lo storico Eusebio disse dei cristiani del suo tempo: “Ogni giorno, alcuni di essi assistono nella morte e seppelliscono molte persone che non hanno nessuno che si curi di loro. Atri raccolgono da tutte le parti della città le moltitudini stremate dalla carestia e distribuiscono loro del pane”. Allo stesso modo, L’imperatore Giuliano si lamentava con un sacerdote pagano: “[Essi] aiutano non solo i loro poveri, ma anche i nostri”.
E’ questo amore nel servizio della verità, specialmente la verità della persona umana, che ha caratterizzato le vite dei santi della nostra tradizione di fede: ospedali, orfanatrofi, scuole, accoglienza dei poveri e dei bisognosi – dando senza preoccuparsi di ricevere qualcosa in cambio, cercando in ogni essere umano, specialmente nel povero e nel bisognoso, un figlio amato da Dio, che Dio chiama a volgersi dal peccato a Lui stesso, così da poter essere salvo.  Nel 1839 Jeanne Jugan incontrò uno di questi figli amati da Dio, una vecchia donna cieca e storpia di cui nessuno si curava.  Quella notte,  Jeanne prese quella donna, la portò a casa sua e la fece dormire nel suo letto.  Da questo profondo incontro nacquero le Sorelle dei Poveri che anche oggi amano, curano e aiutano nelle loro case centinaia di anziani bisognosi di cura e dignità. Queste stesse Suore oggi rischiano di essere impedite a diffondere l’amore di Gesù ai bisognosi per il loro rifiuto di accettare disposizioni sanitarie che contrastano con le loro convinzioni morali, convinzioni fondate sula verità della dignità umana.
Prendiamo spunto da quanto di meglio hanno ispirato i nostri predecessori nella fede e non dai frequenti fallimenti e peccati dell’umanità. Come loro, sappiamo proclamare e vivere nel nostro tempo la verità con carità e compassione come ci è richiesto oggi: la verità di una famiglia unita basata sull’unione di un papà e di una mamma nel matrimonio e dei loro bambini come il bene fondamentale della società. Ogni bambino viene da un uomo e una donna ed ha il diritto, un diritto naturale, di conoscere e di essere conosciuto, di amare e di essere amato dalla mamma e dal papà. Questo è un grande bene pubblico che il matrimonio produce e protegge. La domanda allora è: la società ha bisogno di una istituzione che affidi i figli alle mamme e ai papà perché li guidino nel mondo o no?  Se sì, questa istituzione è il matrimonio – nient’altro fornisce questo bene fondamentale ai figli.
Sì, questa è una verità fondamentale, che noi dobbiamo testimoniare mediante le nostre vite vissute in conformità ad essa, e che dobbiamo proclamare con amore. Amore per quei milioni di madri e padri single che si battono per raccogliere i pezzi delle loro vite e riuscire a creare case amorevoli per i loro figli – essi hanno bisogno del nostro amore e del nostro sostegno.  Amore per i mariti che lottano con fedeltà, per le donne che si sentono abbandonate e spinte ad abortire, per i giovani che si sforzano di credere in una visione eroica dell’amore che dia senso alla castità, per ogni singola persona che non riesce a trovare un compagno o una compagna con cui vivere, per le coppie senza figli che provano a convivere con l’infertilità, per la moglie che si trova ad assistere il marito ammalato nel letto matrimoniale, per il giovane che prova a navigare tra i problemi della identità sessuale e può sentirsi abbandonato dalla Chiesa, forse anche per un certo trattamento ricevuto da coloro che si professano credenti. A tutti dico: sappiate che siete figli di Dio, che siete chiamati ad un amore eroico e che con l’aiuto di Dio potete farcela, che noi vi amiamo e vogliamo sostenervi nel vivere la vostra chiamata.
Non dimentichiamo: dobbiamo proclamare questa verità con amore, specialmente verso coloro che non sono d’accordo con noi su questi punti e, soprattutto, verso chi ci è ostile. Dobbiamo essere premurosi, tuttavia, senza dipingere i nostri oppositori con grandi pennellate.  Dobbiamo riconoscere che dall’altra parte di questo dibattito ci sono persone di buona volontà e che stanno sinceramente cercando di promuovere quanto essi ritengono giusto ed equo. E’ una buona volontà indirizzata male. Ma anche coloro dai quali abbiamo ricevuto offese – e io so bene che alcuni di voi hanno avuto molte sofferenze per essere stati dalla parte del matrimonio – noi dobbiamo amarli. Questo è quanto hanno fatto i nostri predecessori nella fede e che anche noi dobbiamo fare. Certo, è facile essere risentito quando sei sistematicamente e ingiustamente dipinto come un bigotto e vieni punito per stare pubblicamente dalla parte della verità del matrimonio come un bene per la società; si è tentati di rispondere allo stesso modo.  No.  Per coloro tra noi che sono cattolici, abbiamo appena sentito il comando del nostro Maestro proclamato alla Messa di ieri l’altro: “amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano” (Mt 5:44).  Non dobbiamo permettere alla retorica del risentimento di catturarci dentro una cultura dell’odio.  
Sì, dobbiamo mostrare l’amore attraverso tutto ciò e anche di più. L’amore è la risposta.  Ma l’amore nella verità. La verità è che ogni bambino deriva da un padre e da una madre, e privare deliberatamente un bambino di conoscere e di essere amato da sua madre e da suo padre è una evidente ingiustizia. Questa è la nostra natura e nessuna legge può cambiarla. Chi detiene il potere può scegliere di cambiare la definizione di matrimonio nella legge anche contro tutto quello che abbiamo realizzato mediante la nostra partecipazione al processo democratico, ma la nostra natura non cambia.  Se la legge non corrisponde alla nostra natura, se c’è un conflitto tra legge e natura, quale prevarrà?
Prendiamo coraggio da quanto abbiamo visto accadere nel movimento pro life. Nei primi anni Settanta, ai tempi  della infausta sentenza Roe vs. Wade della Corte, il sostegno pubblico all’aborto è rapidamente cresciuto.  E’ come oggi con la ridefinizione del matrimonio: i dati hanno mostrato un gap generazionale, sicché molti predicevano l’imminente fine dell’opposizione all’aborto.  Invece, talvolta, accade qualcosa di inaspettato.  Un gruppo relativamente piccolo di fedeli mantenne la linea della santità della vita umana nell’utero materno ed oggi, due generazioni dopo, il movimento pro life è fiorente come mai prima.  Oggi abbiamo la maggiore generazione pro life di giovani adulti dai tempi dell’infame sentenza Roe. La gente è riuscita a capire che è una vita umana quella che sta dentro l’utero della mamma e che l’aborto fa male alle donne; ha anche capito che è bene avere cara la vita umana e che attorniando la mamma di amore e aiuto può essere fatta la scelta più felice, la scelta per la vita.  
La gente ha anche capito che un bambino viene da un papà e da una mamma, è che è un bene per il bambino essere collegato con suo padre e sua madre. Queste verità ci possono sembrare ovvie, ma non lo sono per tutti nella foga della controversia.  La gente capirà che la verità del matrimonio è nella nostra natura ed è una chiave dello sviluppo individuale e sociale. Tutti dobbiamo guardarci intorno e vedere che la nostra società è spaccata e ferita in molte maniere; c’è un grande lavoro da fare per portarla a guarigione. Sì, è molto complesso e ci sono tante cose da fare: dobbiamo sistemare la nostra economia; corrispondere un salario vitale per le famiglie della classe lavoratrice; correggere il nostro sistema dell’immigrazione; migliorare le nostre scuole, specialmente quelle con bambini con insuccessi scolastici e provenienti dalle famiglie più povere. Sì, dobbiamo fare tutto questo e anche di più. Ma nessuna di queste soluzioni avrà effetto duraturo se non ricostruiamo una cultura del matrimonio, una cultura che riconosca e sostenga il bene di famiglie integre, fondate sul matrimonio tra un uomo una donna impegnati ad amarsi fedelmente l’un l’altra e con i loro bambini. Niente giustizia, nessuna pace, nessuna fine della povertà senza una forte cultura del matrimonio e della famiglia.  Questa nobile causa è un invito ad amare che non possiamo tralasciare, a cui non possiamo rinunciare e che alla fine sappiamo trionferà.
Rincuoriamoci: la verità espressa con amore ha un potere sul cuore umano.  Siamo qui oggi per la Marcia per il Matrimonio, per prendere la fiaccola e passare ad una nuova generazione la verità sul matrimonio, non solo l’astratta verità, ma la realtà vissuta che fa la differenza nella vita dei bambini. Così, cari amici, non dobbiamo cedere: la verità non viene meno e noi non verremo meno. Prendiamo esempio dall’eredità che abbiamo ricevuto, poniamo la nostra fiducia in Dio e costruiamo una civiltà della verità e dell’amore.