Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 25 luglio 2016

"Potéstis bíbere cálicem, quem ego bibitúrus sum? ... Cálicem quidem meum bibétis ..." (Matth. 20, 22-23 - Ev.) - SANCTI JACOBI APOSTOLI

Il primo dei figli del tuono (come il Salvatore chiamò i due fratelli Giacomo e Giovanni) fu anche il protomartire del collegio apostolico, poiché fu decapitato da Erode Agrippa verso l’anno 43 d.C. (At 12, 2-3): fu colui che bevve, primo tra gli Apostoli, il Calice del Signore. La festa di Pasqua era prossima e per questo i Copti celebrano il suo martirio il 12 aprile ed i bizantini il 30 di quel mese, mentre la Chiesa siriana d’Antiochia il 7 maggio.
Non è un azzardo ritenere che, presso i Latini ugualmente, la festa del 1° maggio (dal 1955 l’11 maggio) riguardasse originariamente san Giacomo, figlio di Zebedeo, e quella del 25 luglio il fratello di Giuda, cugino del Salvatore. Alcune ricerche svolte il secolo scorso nei Calendari Cassinensi medievali supporterebbero questa tesi, che sarebbe peraltro data come verosimile anche dal beato card. Schuster.
Ad ogni buon conto, va ricordato che la festa di questo figlio di Zebedeo apparve dapprima al 27 dicembre, data nella quale, fin dalla seconda metà del IV sec., era ricordato congiuntamente al fratello Giovanni nel martirologio di Nicomedia. Nella Chiesa gerosolomitana del V sec. i due fratelli erano, invece, commemorati il 29 dicembre. Essi si trovano ancora abbinati al 27 dicembre nei testi liturgici gallicani del VII sec. In quegli stessi giorni essa continua ad essere celebrata dalla Chiesa armena, assieme ad altri apostoli vedendo quasi riuniti idealmente intorno alla mangiatoia del Salvatore tutto il collegio apostolico.
La data del 25 luglio, in ogni caso, attestata in Occidente fin dall’VIII sec., è senz’altro anteriore all’instaurazione del culto dell’Apostolo a Santiago de Compostela.
Nel VI sec. si conoscevano e veneravano ancora, a Gerusalemme, le tombe dei due apostoli di nome Giacomo. Si sa tuttavia che, nel IX sec., le reliquie di san Giacomo il Maggiore erano già in grande venerazione a Compostela (sarebbero state ivi rinvenute non oltre l’830 d.C.): senza dubbio vi sarebbero state trasportate dopo che gli Arabi si furono impossessati della Città Santa, così com’è successo per altre numerose reliquie.
Durante tutto il Medioevo, il pellegrinaggio in Galizia, alla tomba di san Giacomo, fu uno dei più popolari, venendo lì festeggiato, oltre al 25 luglio, anche al 23 maggio – che commemora la sua leggendaria apparizione alla battaglia di Clavijo – ed al 30 dicembre.

Tale meta fu resa celebre anche dal posto di predilezione occupato da Giacomo, assieme a Pietro e Giovanni, presso il Divin Salvatore. Ad es., fu testimone privilegiato con essi tanto della Trasfigurazione del Signore (Mt. 17, 1; Mc 9, 1; Lc 9, 28) quanto della sua Agonia nell’orto del Getsemani (Mt 26, 37; Mc 14, 33)! Ma anche della resurrezione della figlia di Giairo (Mc 5, 37; Lc 8, 51).


Pietro Perugino, Madonna col Bambino e i SS. Giovanni Battista, Ludovico di Tolosa, Francesco, Pietro, Paolo e Giacomo Maggiore, c.d. Pala di Fano, 1497, Chiesa di santa Maria delle Grazie, Senigallia


Simone Cantarini, Gloria di S. Giacomo, 1640 circa, Museo civico, Rimini


Giovanni Andrea Sirani, con l'aiuto di Elisabetta Sirani, Gesù Cristo è pregato da S. Maria Salome per i figli Giacomo e Giovanni, 1640-54, Pinacoteca Nazionale, Bologna

Guido Reni, S. Giacomo il maggiore, 1618-23, Museo del Prado, Madrid

Francesco De Mura, Madonna col Bambino tra i SS. Nicola e Giacomo, XVIII sec.


Guidobaldo (o Guido Ubaldo) Abbatini, Madonna del Carmelo tra i SS. Giacomo il Maggiore, Rocco, Giovanni evangelista nella pentola dell'olio, Sebastiano e santo vescovo martire, 1644, Chiesa di S. Nicola, Scheggino

Camillo Rusconi, S. Giacomo il Maggiore, 1715-18, Basilica di San Giovanni in Laterano, Roma



Noël Coypel, San Giacomo condotto al supplizio, guarisce un paralitico ed abbraccia il suo accusatore, 1661, Musée du Louvre, Parigi


Johann Boeckhorst detto Jan Lange, Martirio di S. Giacomo, XVII sec., musée des Beaux-Arts, Valenciennes


Francisco de Zurbarán, Martirio de Santiago, 1639-40, Museo del Prado, Madrid

Jusepe de Ribera, S. Giacomo il Maggiore, 1614 circa, collezione privata


Jusepe de Ribera, S. Giacomo il Maggiore, Hermitage, san Pietroburgo

Juan Fernández Navarrete el Mudo, La decollazione di S. Giacomo, 1571, Monastero di San Lorenzo de El Escorial, Madrid

Vicente Requena “il giovane”, S. Giacomo il Maggiore, 1597, Valencia


Cima da Conegliano, SS. Giacomo, Raffaele arcangelo con Tobiolo e Nicola, 1513 circa, Gallerie dell'Accademia, Venezia

Bartolomeo della Gatta, Madonna col Bambino tra i SS. Giacomo e Cristoforo, 1486 circa, Chiesa dei SS. Andrea e Stefano, Marciano della Chiana



Statua di S. Giacomo posta sull'altare della Basilica, al di sopra del sepolcro dell'Apostolo, e che i fedeli sono soliti abbracciare dal retro, Cattedrale, Santiago de Compostela. Sul cartiglio che regge può leggersi: "HIC EST CORPVS DIVI IACOBI APOSTOLI ET ISPANIARV(M) PATRONI".





Lapide posta all'ingresso della Cripta del Sepolcro di S. Giacomo, Cattedrale, Santiago de Compostela




Urna d'argento con le reliquie di S. Giacomo, sec. XIX, Cripta della Cattedrale, Santiago de Compostela.
Le reliquie furono poste in questo reliquiario dopo la loro riscoperta nel 1879. 
Nel 1589, infatti, su iniziativa dell'arcivescovo Juan de San Clemente, esse furono nascoste per sottrarle al pirata Francis Drake, che aveva devastato A Coruña, poiché si temeva potesse giungere sino a qui e rubarle per portarle dalla sua regina, l'empia Elisabetta I. 
Nel XIX sec., l'allora cardinale de Compostela, Payà y Rico, si propose di individuare le reliquie dell'Apostolo organizzando una ricerca sistematica, durata diversi mesi. Nel gennaio 1879, grazie al paziente lavoro dell'archeologo Antonio López Ferreiro (che era anche canonico della Cattedrale e che fu autore di un'importante Historia de la santa A. M. Iglesia de Santiago de Compostela), si trovarono dietro l’altare nella cattedrale, presso il coro, le spoglie di San Giacomo con i suoi due discepoli, Atanasio e Teodoro. Dopo una serie di indagini storiche, archeologiche e di archivio, con decreto arcivescovile fu dichiarata l'autenticità dei resti come appartenenti all'Apostolo ed ai suoi due discepoli. I risultati furono inviati a Roma, chiedendo conferma da Papa Leone XIII. Dopo attento esame, condotto dalla Congregazione dei Riti, il 19 luglio 1884 fu emanato il decreto, approvato dal Papa, che dichiarava la sua vera identità di quei resti. Mesi dopo, lo stesso Leone XIII certificò il ritrovamento (bolla Deus Omnipotentis, 1° novembre 1884).
Nel 1891 le sante reliquie furono poste in un'urna d'argento, all'interno del primitivo sepolcro in una zona particolarmente adatta. Da quel momento s’apriva la nuova cripta della Cattedrale come un nuovo luogo di culto e venerazione delle spoglie dell'apostolo e dei suoi discepoli, così come la si vede oggi.

sabato 27 dicembre 2014

"Sic eum volo manére, donec véniam, quid ad te? tu me séquere" (Joann. 21, 22 - Ev.) - SANCTI JOANNIS APOSTOLI ET EVANGELISTÆ

Di tutte le feste degli Apostoli che facevano anticamente parte del ciclo di Natale, la sola che è sopravvissuta è quella di san Giovanni, un tempo associata, in Oriente, a quella di san Giacomo, primo vescovo di Gerusalemme.
Come indica il martirologio di Nicomedia, si cominciò a festeggiare insieme i due fratelli, Giovanni e Giacomo, il 27 dicembre. Gli Armeni continuano ad onorarli così il 28 o il 29 dicembre. Così era parimenti a Cartagine nel VI sec. ed in Gallia nel VII (P. Salmon, Le Lectionnaire de Luxeuil, Coll. Collectanea biblica latina vol. VII, Roma 1944, p. 15, nota 1), mentre in Spagna si festeggiava il 28 Giacomo, il fratello del Signore, il 29 l’«Assunzione di Giovanni Evangelista» ed il 30 Giacomo il fratello di Giovanni. Il martirologio geronimiano annuncia ugualmente al 27 dicembre: Adsumptio sancti Iohannis evangelistae apud Ephesum et ordinatio episcopatus sancti Iacobi fratris Domini.
I bizantini hanno, a loro volta, due feste dell’Apostolo san Giovanni: il 26 settembre e l’8 maggio. I Copti fanno memoria di Giovanni il 30 dicembre ed i siriaci il 7 maggio. A Roma, fin dal VI sec., si festeggiava il 27 dicembre il natale sancti Iohannis Evangelistae.
La stazione ha luogo nella basilica Liberiana (Santa Maria Maggiore), perché la chiesa del Laterano è dedicata al Salvatore. In effetti, a san Giovanni evangelista ed a san Giovanni Battista erano dedicate solamente due piccoli oratori, a destra ed a sinistra del battistero; il papa Ilario li aveva eretti in memoria del pericolo dal quale era scampato, quando si sottrasse con la fuga alle violenze dei partigiani di Dioscoro I di Alessandria, all’epoca del latrocinium Ephesinum.
La basilica di San Giovanni davanti Porta Latina è di origine posteriore e non fu compresa che molto tardi nella lista delle chiese stazionali; restava dunque il tempio Liberiano, che, sia a causa della Mangiatoia del Salvatore, sia in ragione dei mosaici di Sisto III commemoranti il Concilio di Efeso, tenutosi precisamente presso il sepolcro dell’Evangelista, sembrava la più adatta per la celebrazione della stazione in onore di san Giovanni.
In seguito, l’oratorio del Laterano dedicato all’Evangelista acquistò una grande importanza e non è impossibile che le due messe conservate per questo giorno nel Sacramentario Leoniano non si riferiscano veramente a due stazioni distinte, l’una a Santa Maria Maggiore e l’altra al battistero del Laterano.
Fino all’XI sec., le stazioni romane si svolsero regolarmente con i loro solenni riti tradizionali, ma dopo quest’epoca gli scismi e le lotte tra le fazioni avevano impedito ai papi di prendervi parte di persona; così gli Ordines posteriori prescrivono che la festa di san Giovanni, come molte altre, fosse celebrata semplicemente nella cappella papale. Un cardinale cantava la messa ed uno dei procuratori dei nuovi ordini mendicanti pronunciava l’omelia in presenza del Pontefice, che rivestiva il piviale scarlatto e la mitra. Ai secondi Vespri – ammessi molto tardi a Roma, mentre in origine i vespri erano il preludio dell’ufficio della vigilia, precedendo, e non seguendo, le grandi solennità – intervenivano il clero palatino, i commensali del Papa, gli uditori di Palazzo, i suddiaconi, gli accoliti ed i cappellani (Ordo Romanus XIV, § LXXIV, in PL 78, col. 1195A; Ordo Romanus XV, § 15, ivi, col. 1281B).
La Roma cristiana ha dedicato numerose chiese e santuari all’Evangelista Giovanni.
Oltre al Laterano, la cui denominazione commemora tanto l’Evangelista quanto il Battista, ed alla chiesetta di San Giovanni a Porta Latina ed alla chiesetta di San Giovanni in Oleo, vanno ricordate la chiesa medievale dei Santi Giovanni Evangelista e Petronio (già denominata San Tommaso degli Spagnoli) nel rione Regola, che è la chiesa dei bolognesi a Roma (Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 426; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 492); un’altra nel quartiere Trastevere denominata San Giovanni (evangelista) della Malva in Trastevere (Armellini, op. cit., p. 652; Huelsen, op. cit., p. 275). Un’altra, istituita nel 1969 ed inaugurata dieci anni dopo, nel quartiere Spinaceto, è dedicata sempre all’Evangelista ed è titolo cardinalizio dal 1985.
Le Chiese dell’Asia, che avevano pregato e digiunato affinché l’evangelista componesse il suo libro ispirato, si associano ora a lui e lo presentano al mondo come il vero autore del Quarto Evangelo. È la smentita anticipata data a tutti quei sistemi immaginati dall’esegesi razionalistica che pretende sottrarre a san Giovanni la paternità del santo Vangelo o negargli una base storica seria. Per la verità, a detta dei negatori della paternità del Quarto Vangelo al figlio di Zebedeo celebrato oggi sono stati avanzate una serie di argomentazioni, apparentemente plausibili, dedotte dall’analisi letteraria del testo evangelico. Ad es., si argomenta che l’età avanzata che avrebbe avuto Giovanni all’epoca della stesura del Vangelo e la scarsa conoscenza dell’ambiente galilaico farebbero ritenere improbabile l’attribuzione del Quarto Vangelo a Giovanni. A ciò si aggiungerebbe la circostanza che il basso grado di istruzione dei figli di Zebedeo (che erano pescatori), confermato da At 4, 13, avrebbe impedito a Giovanni di scrivere un Vangelo tra i più raffinati e più densi di insegnamenti teologici. Infine, parrebbe singolare che l’Evangelista abbia trascurato proprio gli episodi nei quali sarebbe stato protagonista, come ad es. la Trasfigurazione (per questi ed altri argomenti, v. Santi Grasso, Il vangelo di Giovanni. Commento esegetico e teologico, Roma 2008, p. 819). Contro queste argomentazioni, in verità, vale notare che esse ignorano l’opera dello Spirito, che conferisce, tra i suoi doni, la sapienza e l’intelletto. Proprio At 4. 13 conferma che i figli di Zebedeo, benché popolani ed illetterati, mostravano una grande sapienza, tanto da destare la meraviglia dei sinedriti. Peraltro, non corrisponde a verità, come acutamente osservato da altri, che il Quarto Vangelo sia impreciso o dimostri una scarsa conoscenza del mondo galilaico e giudaico. Al contrario, tra gli evangelisti è il più preciso, «sia per la cronologia (Giovanni è l’unico che fa salire Gesù tre volte a Gerusalemme in occasione di Pasqua), sia per i riferimenti al calendario liturgico (Giovanni dà indicazioni sulle feste giudaiche molto più precise degli altri), sia soprattutto per i dettagli topografici e geografici degli itinerari di Gesù. Pensiamo alle descrizioni delle acque abbondanti di Ennon presso Salim, del pozzo di Giacobbe in Samaria, poi del tempio di Gerusalemme. ...» (Ignace De La Potterie, Storia e mistero. Esegesi cristiana e teologia giovannea, Torino 1997, pp. 9-12). Indizi questi che fanno supporre una conoscenza tutta personale e diretta dei fatti (Cfr. Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù Cristo4, rist. con Prefazione di Vittorio Messori, Milano 2011, pp. 156-158). Peraltro, non è da escludere che Giovanni avesse una certa cultura. Anzi, si desume dai Vangeli che Zebedeo era piuttosto benestante, avendo in proprietà alcune barche e persino dei garzoni (Mc 1, 20). Ciò non esclude, dunque, che il padre Zebedeo sia riuscito ad assicurare ai figli una certa istruzione metodica. Del resto, al mondo ebraico, non ripugnava il lavoro manuale con l’essere “addottorati” (Ricciotti, op. cit., p. 163).
Più plausibile, invece, pare la tesi che il Vangelo di Giovanni sia stato scritto dal figlio di Zebedeo in una prima versione in aramaico, prima della distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. (così Ibidem. Cfr. anche Julián Carrón, Un caso di ragione applicata. La storicità dei Vangeli, in Il Nuovo Areopago, n. 3, autunno 1994, p. 16; Carsten Peter Thiede, Jesus. La fede, i fatti, Padova 2009, passim). Prova ne sarebbe la circostanza che il Vangelo fa riferimento a luoghi difficilmente rintracciabili dopo la distruzione del Tempio, come, ad es., la struttura della Piscina di Betzaeta (Gv. 5, 2) (cfr. Ricciotti, op. cit., p. 157). Questo testo originario sarebbe stato poi rivisto ed ampliato probabilmente dallo stesso Autore, e comunque su sua indicazione, in periodi successivi.
Il passo evangelico della messa di questo giorno contiene una prova importante dell’autenticità e della storicità del quarto Vangelo, contro la critica razionalistica. Il Loisy, ad es., negava al Vangelo giovanneo qualsiasi valenza storica, ritenendo che lo stesso fossero delle riflessioni teologiche esposte in forma di vangelo (Alfred Firmin Loisy, Le Quatrième Evangile. Les Épitres dites de Jean2, Paris 1921, passim); Ernst Käsemann, L’enigma del quarto Vangelo : Giovanni : una comunità in conflitto con il cattolicesimo nascente?, con Introduzione di Ermanno Genre, traduzione di Katharina Genre – Ermanno Genre (a cura di), Torino 1979, affermò che il Vangelo di Giovanni doveva ritenersi interamente non storico
Se Giovanni doveva sempre rimanere giovane e robusto, fino alla seconda venuta di Gesù – così ragionavano i fedeli degli ultimi decenni del I sec. – ciò voleva dire che il giorno della Parusia lo avrebbe trovato ancora vivente (la facoltà teologica dell’Università di Parigi, va detto, in ogni caso, nel 1530, ritenne la proposizione, secondo la quale san Giovanni evangelista non sarebbe morto, contraria allo spirito della Chiesa che lo invocava come un santo già glorificato in cielo: così ricorda il domenicano Filippo Angelico Becchetti, Istoria degli ultimi quattro secoli della Chiesa dallo scisma d’Occidente al regnante Sommo Pontefice Pio Sesto, t. VIII, Roma 1794, p. 148) o che sarebbe stato risuscitato da morte come la Beata Vergine (questa credenza, resa famosa dalla Legenda Aurea, fu evocata anche da san Tommaso d’Aquino, il quale nel suo commento al Credo, parlando del tempo in cui ci sarà la resurrezione dei morti, afferma per alcuni questa sarebbe stata «anticipata per privilegio, come alla Beata Vergine e, come piamente si crede, al beato Giovanni Evangelista»: San Tommaso d’Aquino, Il Credo. Il terzo giorno risuscitò da morte, in Id., Opuscoli spirituali. Commenti al Credo, al Padre nostro, all’Ave Maria e ai dieci Comandamenti, trad. e note di Pietro Lippini (a cura di), Bologna 1999, p. 78). Ora un simile equivoco non era possibile prima della morte di tutti gli altri apostoli, che non potevano sbagliare certo sul senso delle parole del Maestro, e ne avrebbero rettificato l’interpretazione, né dopo la morte di Giovanni, che avrebbe rovinato tutto il credito di questa credenza. Non resta dunque, come periodo di formazione di questa strana interpretazione, che l’ultimo quarto del I sec., quando san Giovanni poteva avere ancora interesse a denunciare l’equivoco. Donec veniam si riferisce dunque solamente alla parusia in un senso condizionale, cioè se Gesù avesse deciso così.
La robusta vecchiaia dell’Evangelista – che visse, secondo la testimonianza dei Padri, sino all’epoca di Traiano (Cfr. Sant’Ireneo di Lione, Adversus hæreses libri quinques, lib. III, cap. 1, § 1, in PG 7, col. 845A, ora trad. it. e note di Augusto Cosentino (a cura di), Contro le eresie. Smascheramento e confutazione della falsa gnosi, vol. II, Roma 2009, p. 9; lib. II, cap. 22, § 5, in PG 7, col. 785A, ora trad. it. e note di Augusto Cosentino (a cura di), Contro le eresie. Smascheramento e confutazione della falsa gnosi, vol. I, Roma 2009, p. 265; Eusebio di Cesarea, Hist. eccl., lib. III, cap. 23, §§3 e 6, ivi, 20, col. 257A-258B, ora trad. it. e note di Salvatore Borzì (a cura di), Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, Libri I-V, con Introduzione di Franzo Migliore, vol. I, Roma 20052, pp. 164-165) – conveniva del resto molto bene alla sua verginità senza macchia. Se, in effetti, lo stato coniugale è destinato ad assicurare la conservazione della specie contro l’infermità della carne, che tende a cadere in polvere, la verginità, al contrario, esprime lo stato dei santi nella gloria eterna, allorché non essendo più soggetti alla debolezza ed a nessuna corruzione corporale, sono esenti dalla necessità di contrarre alcun legame coniugale: In resurrectione autem non nubent neque nubentur, sed erunt sicut Angeli Dei in cœlo ... .


Ambito di El Greco, SS. Giovanni evangelista e Francesco d'Assisi, dopo il 1600, Museo del Prado, Madrid

El Greco, S. Giovanni evangelista, 1605 circa, Museo del Prado, Madrid

El Greco, SS. Giovanni evangelista e Battista, 1600-10, Museo del Prado, Madrid

Francisco Pacheco, S. Giovanni evangelista, 1608 circa, Museo del Prado, Madrid

Pieter Paul Rubens, S. Giovanni evangelista, 1610-12, Museo del Prado, Madrid

Juan Ribalta, SS. Matteo e Giovanni evangelisti, 1620-30, Museo del Prado, Madrid

Juan Ribalta, S. Giovanni evangelista, 1618-24, Museo del Prado, Madrid

Artus Wolfordt, S. Giovanni evangelista, XVII sec., Museo del Prado, Madrid

Cristobal García Salmerón, S. Giovanni evangelista, XVII sec., Museo del Prado, Madrid

Germán Hernández Amores, Viaggio di Maria e S. Giovanni verso Efeso, 1862, Museo del Prado, Madrid

Guido Reni, S. Giovanni evangelista, 1620 circa, Palazzo Corsini, Roma

Carlo Dolci, S. Giovanni evangelista scrive l'Apocalisse, 1650 circa, Ringling Museum of Art, Florida

Vladimir Lukich Borovikovsky, S. Giovanni, 1804-1809, Hermitage, San Pietroburgo


Camillo Rusconi, S. Giovanni evangelista, 1715-18, Basilica di S. Giovanni in Laterano, Roma

giovedì 24 luglio 2014

La leggenda di Santiago Matamoros

Nella Vigilia della festa di San Giacomo il Maggiore, Apostolo, nel commemorare le innumerevoli vittime cristiane delle persecuzioni islamiche del neo-califfato iracheno, è bello e significativo ricordare che l'autentico spirito del Cristianesimo non si nutra di un vacuo pacifismo. 
Al contrario, la fede cristiana, nei secoli passati, a differenza dell'odierno corso impresso ad essa per ragioni alla medesima estranee, era intesa sì come pacifica, amante della Vera Pace (quella cioè che viene dal Divin Redentore, Pax Christi in Regno Christi, e che nell'inno del Christus vincit si implora: Témpora bona véniant, pax Christi véniat, regnum Christi véniat!). Non è pacifista (o "pacifinta"), che è il risvolto ipocrita della neutralità. I cristiani sapevano, in effetti, ad un tempo, anche combattere a difesa dei loro inermi fratelli di fede contro la soverchiante dominazione islamica, senza trincerarsi in vuoti ed estenuanti dialogogismi ad oltranza (anche quando c'è ben poco su cui "dialogare"), che si traducono quasi sempre in cedimenti ed umiliazioni per la fede cristiana e/o la morale.
Simbolo di questa lotta, ma al contempo della Vera Pace, è San Giacomo, che gli iberici chiamavano emblematicamente "matamoros", "uccisore di Mori", elevato ad emblema della Reconquista, che ebbe il suo culmine il 2 gennaio 1492, allorché Ferdinando II d'Aragona ed Isabella di Castiglia, Los Reyes Católicos, con la conquista di Granada, espulsero dalla Penisola iberica l'ultimo dei governanti musulmani, Boabdil di Granada, unendo gran parte di quella che è la Spagna odierna sotto un unico Regno (la Navarra verrà incorporata solo nel 1512).


Francisco Pradilla, La resa di Granada, 1882, Palacio del Senado, Madrid

Secondo la leggenda, San Giacomo sarebbe apparve in sogno al re Ramiro I delle Asturie, assicurandogli il suo aiuto e la vittoria sui musulmani, condotti dall'emiro Abū l-Muṭarraf ʿAbd al-Raḥmān ibn al-Ḥakam, o più semplicementeʿAbd al-Raḥmān II, nella celebre battaglia di Clavijo, che sarebbe stata combattuta l'indomani, il 23 maggio 844. 
Il giorno della battaglia, il Santo Apostolo, in sella al suo bianco destriero, combatté contro le forze nemiche, riuscendole a sconfiggere, assicurando così alle truppe cristiane il trionfo e risparmiando alle famiglie cristiane il pagamento del pesante tributo delle cento giovinette (o "donzelle"), che era stato imposto dall'emirato di Cordova al discusso sovrano Mauregato delle Asturie circa settant'anni prima per garantirgli la corona.



Santiago matamoros, XVIII sec., Basilica di San Giacomo, Santiago de Compostela

Scuola spagnola, Santiago Matamoros, XVII sec., collezione privata

Giovanni Battista Tiepolo, S. Giacomo il Maggiore conquista i Mori, 1749-50, Szépművészeti Múzeum, Budapest

Paolo di San Leocadio, Santiago Matamoros, 1513-19, Chiesa di San Giacomo, Villa Real

Francisco Camilo, S. Giacomo a cavallo o Matamoros, 1649, museo del Prado, Madrid

Juan Carreño De Miranda, S. Giacomo Maggiore (“matamoros”, cioè “uccisore di mori”) nella battaglia contro i Mori a Clavijo, 1660, Szépművészeti Múzeum, Budapest

Francisco Ribalta, S. Giacomo Maggiore nella battaglia contro i Mori a Clavijo, 1603, Chiesa di San Jaime Apóstol, Algemesí


José Casado del Alisal, S. Giacomo Maggiore nella battaglia contro i Mori a Clavijo, 1889, Chiesa di San Francisco el Grande, Madrid