Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 17 aprile 2017

Prima il Cristianesimo: l’Autorità e il potere – Editoriale di marzo 2017 di “Radicati nella fede”

In questo lunedì dell’Angelo, rilanciamo – sebbene con un po’ di ritardo - l’editoriale di marzo di Radicati nella fede, ripreso da Riscossa cristiana.

Pieter Paul Rubens, Le Sante donne al Sepolcro, 1611-14, Norton Simon Museum, Pasadena


Peter von Cornelius, Le tre Marie al sepolcro, 1815-22, Neue Pinakothek, Monaco

Salviati & Co. di Venezia, Sante donne al Sepolcro, 1868-71, Cappella di San Dunstano, Cattedrale di S. Paolo, Londra

Bernardo Strozzi, La cena di Emmaus, XVII sec.

Adeodato Malatesta, Cena di Emmaus, XIX sec., Cattedrale, Legnago

Michele Rapisardi, Cena di Emmaus, 1840-60, Catania

PRIMA IL CRISTIANESIMO: L’AUTORITÀ E IL POTERE


Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno X n. 3 - Marzo 2017

Un Cristianesimo debole, che ha dimenticato la Rivelazione Divina nella sua interezza, o che parla di Rivelazione in maniera generale ma non crede più fermamente nei contenuti puntuali della rivelazione, finisce con l’essere attento solo all’aspetto di potere presente nella Chiesa.
Una Chiesa che dice a parole che Dio si è rivelato, ma, nello stesso tempo, pensa di fatto che Dio sia ancora così nascosto, da puntare tutto solo sulla ricerca umana; da pensare che Dio debba essere rincorso in una estenuante ricerca dell’uomo, poi deve appoggiarsi completamente sull’uomo, e per non esplodere nella completa confusione e anarchia, deve fondarsi sul potere. E questo potere ha la funzione di regolamentare questa ricerca umana, con il quasi esclusivo criterio di fermare, arginare, stigmatizzare chi - obbedendo cattolicamente al contenuto della rivelazione - pensa che si debba obbedire a Dio che ha parlato e non cercarlo come se non si fosse rivelato.
È il potere interno a una neo-chiesa che, caduta nel puro naturalismo, punta tutta sull’uomo in ricerca ed è strutturalmente nemica della Rivelazione Divina.
Questo neo-potere della neo-chiesa non ha autorità.
Sì, perché il potere non è esattamente l’autorità.
L’autorità è serva della verità, il potere è servo di se stesso.
L’autorità è di Dio da cui tutto deriva, ed è partecipata da Dio a coloro che sono posti a custodire l’opera di Dio, naturale e soprannaturale.
Padre e madre sono autorità per i figli; Dio ha suggellato nel quarto comandamento questo rapporto autorevole; ha legato all’onore dato al padre e alla madre la benedizione o la maledizione; ma anche quest’autorità, così naturale, viene da Dio che ha fatto la vita e non potrà mai essere esercitata sui figli in contrasto con la legge di Dio: se tuo padre e tua madre ti comandassero qualcosa contro la legge di Dio, contro la sua rivelazione, tu obbedirai a Dio e non al comando ingiusto e falso dei tuoi genitori.
Deriva da Dio anche l’autorità dei reggitori del mondo. Re e Capi di Stato hanno un’autorità voluta da Dio, anche quando non sono cristiani, ma pagani o atei. San Pietro raccomanda questo riconoscimento di autorità: “State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni. Perché questa è la volontà di Dio...” (1 Pt 2,13 e ss.).
Questa è la dottrina cattolica, quella non inventata dagli uomini ma frutto della rivelazione divina: Dio creatore e governatore del mondo, ha disposto che l’umano consorzio, composto di essere ragionevoli e sociali, avesse un ordinamento fondamentale idoneo a loro; e tale “ordinamento di Dio” consiste radicalmente nell’autorità e nella fratellanza. (…) (Il potere di queste autorità) non deriva da qualche loro privilegio e superiorità naturale, ma proviene da Dio, vero ed unico padrone di tutto e di tutti, il quale per il bene della società ha posto il principio di autorità. - Onde chi resiste a questa, resiste all’ordinamento di Dio (Umberto Benigni, Storia sociale della Chiesa, ed. 2016, vol. I, pg. 58).
Ma va aggiunto subito che quest’autorità non può essere esercitata contro Dio e la sua volontà: Siccome tutta la base dell’autorità e del suo potere sociale sta nell’ordinamento divino, quell’autorità che comanda cose contrarie alla legge del Signore, perde la propria base; ed il suo comando è nullo. Donde consegue che, nel bivio di disobbedire a Dio o agli uomini, non vi può essere dubbio di scelta (Umberto Benigni, Storia Sociale della Chiesa, ed. 2016, vol. I, pg. 59).
Se questo riferimento a Dio è essenziale per le autorità naturali, cosa si dovrà dire di quelle che sono preposte alla vita della Chiesa, che è vita soprannaturale, vita di grazia? L’autorità nella Chiesa e il potere che ne è emanazione sono totalmente relative all’opera di Dio, alla salvezza delle anime. Staccare in qualche modo, nella Chiesa, l’autorità da Dio è pura assurdità, questo lo capiscono tutti!
Ma c’è un modo discreto e tremendo di staccare l’autorità ecclesiastica dal suo fondamento che è Dio, ed è quello di non dare contenuto preciso alla rivelazione.
Le autorità civili si sono separate da Dio dichiarando lo stato aconfessionale, agnostico o ateo; si sono separate da Dio inventando la loro autonomia nel libera Chiesa in libero Stato; e fondandosi su se stesse, e non su Dio, sono diventate troppe volte incivili.
Le autorità ecclesiastiche, invece, si sono emancipate da Dio relativizzando la rivelazione: ciò che Dio ha detto è stato storicizzato, reinterpretato, riformulato, ammodernato e alla fine relativizzato. Tutto ciò ha dato il via libera ad una autorità che pensa di fare un cristianesimo nuovo in ogni stagione del mondo, senza vincoli con il deposito della fede. La conseguenza è che questa autorità diventa dispotica, perché resta la sola capace di giudicare se tu sei cattolico o no. Non è più la Rivelazione che ti giudica attraverso l’autorità, ma è l’autorità sola, vedova di una rivelazione relativizzata.
Questa operazione alla fine distruggerà l’autorità, anzi lo sta già facendo da tempo.
Gli uomini prima rigetteranno un’autorità senza riferimenti vincolanti, che cambia le verità a piacimento; poi abbandonerà una chiesa terribilmente vuota, senza contenuto divino.
Solo nell’autorità della Rivelazione, nell’interezza delle fonti – Scrittura e Tradizione – si può salvare l’autorità della Chiesa e nella Chiesa.
Ecco perché il richiamo alla Tradizione non è mai contro l’autorità, ma fonda l’autorità, la salva.
Senza la Scrittura e la Tradizione non c’è autorità possibile.
L’insistenza sull’autorità sganciata dalla Tradizione, ma legata all’innovazione ha posto mano all’opera anarchica nella Chiesa. L’autorità per l’aggiornamento e non per la custodia del deposito divino è la cosa più assurda che sia mai capitata nella storia della Chiesa.
I nemici lo sapevano: la massoneria, il comunismo ecc... hanno sempre fatto l’occhiolino ai teologi modernisti e li hanno utilizzati per annullare la Chiesa. 
I preti, la maggior parte, non l’hanno capito... così come i clericali: a furia di sottolineare l’autorità piuttosto che la verità, hanno dimenticato quest’ultima per strada.
I semplici lo intuirono e continuarono in un cristianesimo umile, lasciando blaterare le nuove guide ecclesiastiche.
Per questo crediamo fermamente che il migliore servizio alla Chiesa sia la fedeltà alla Messa di sempre, sintesi della Rivelazione, unica salvaguardia possibile dell’autorità nella Chiesa e nella società.
I semplici l’hanno capito; un giorno, dopo l’ubriacatura, anche l’autorità ci ringrazierà.

lunedì 28 marzo 2016

Le numerose apparizioni di Gesù risorto provano la Resurrezione

Tra le numerose apparizioni e manifestazioni del risorto, vi è stata senz’altro quella a sua Madre.
I Vangeli non menzionano, è vero, alcuna apparizione alla Vergine. Ma si tratta nondimeno di una verità da sempre creduta dal popolo cristiano. Scriveva il grande biblista domenicano Marie-Joseph Lagrange: « La piété des enfants de l’Église tient pour assuré que le Christ ressuscité apparut d’abord à sa très sainte Mère. Elle l’a nourri de son lait, elle a guidé son enfance, elle l’a comme présenté au monde aux noces de Cana, pour ne reparaître guère qu’auprès de sa croix. Mais Jésus a consacré à elle seule avec Joseph trente ans de sa vie cachée : comment n’aurait-il pas eu pour elle seule le premier instant de sa vie cachée en Dieu ? Cela n’intéressait pas la promulgation de l’Évangile ; Marie appartient à un ordre transcendant où elle est associée comme Mère à la Paternité du Père sur Jésus » ; «La pietà dei figli della Chiesa ritiene come certo che Cristo risorto apparve prima alla sua Santissima Madre. Lei Lo alimentò col suo latte, guidò durante la sua infanzia, per così dire, Lo presentò al mondo nelle Nozze di Cana, e non riapparve se non ai piedi della Croce. Ma Gesù consacrò solo a Lei e a San Giuseppe trent’anni della sua vita nascosta: come avrebbe potuto non dedicare solo a Lei il primo istante della sua vita nascosta in Dio? Non c’era interesse a divulgare questo dato nei Vangeli; Maria appartiene a un ordine trascendente, nel quale è associata, come Madre, alla paternità del Padre, in relazione a Gesù» (Marie-Joseph Lagrange, OP, L’Évangile de Jésus-Christ avec la Synopse évangélique, trad. a cura di P. C. Lavergne o.p., Librairie Lecoffre-Gabalda et Cie, Paris, 1954, p. 648-649).
Vi sarebbero, a fondamento, di questo convincimento almeno due ragioni: 1. la prima di ordine, diciamo, affettivo e naturale: Cristo amava profondamente sua Madre e, dunque, non poteva non renderla partecipe (così come del resto l’aveva resa socia e compartecipe della Passione), prima di ogni altra persona, della gioia della Resurrezione; 2. la seconda ragione possiamo definirla di ordine teologico: Maria è stata la prima redenta (in virtù del suo immacolato concepimento) e la prima credente, la quale meditava nel suo cuore, sin dalla divina Infanzia del Redentore, tutti gli avvenimenti che l’hanno interessato. Per questo, essendo la prima credente, anzi, diciamo, il prototipo della perfetta credente, il Signore non poteva far a meno di manifestarsi, prima che alla Maddalena ed agli altri discepoli, a sua Madre.
Anche l’apocrifo Vangelo di Gamaliele (risalente al VI sec.) ed i Padri hanno fortemente sostenuto quest’opinione. Abbiamo testimonianze di sant’Efrem Siro e di san Giovanni Crisostomo. Essi fondavano questa convinzione su un passo del Vangelo matteano (Matth. XXVIII, 1), secondo cui Gesù sarebbe apparso a «Maria Maddalena e l’altra Maria», intendendo per «altra Maria» la Madre di Gesù.
Il santo ortodosso Gregorio di Palamas, nella sua XVIII Omelia sulle Mirofore, ovverosia per la c.d. domenica delle mirofore, nega decisamente che la prima apparizione del Risorto sia stata per la Maddalena, bensì fu a favore della Madre: «… l’annuncio della Resurrezione del Signore prima fra tutti gli uomini, com’era del resto conveniente e giusto, l’ebbe dal Signore la Madre di Dio, ed ella prima di tutti lo vide risorto e godette della sua divina familiarità: né lo vide solo con gli occhi e lo sentì con le proprie orecchie, ma per prima ella sola toccò con le mani i suoi santi piedi, benché gli evangelisti non dicano in modo chiaro tutte queste cose, per non addurre come testimone la Madre e offrire occasione di sospetto agli increduli» (San Gregorio di Palamas, Omelia XVIII sulle Mirofore, § 3, in Georges Gharib – Ermanno M. Toniolo, Testi mariani del secondo millennio. 1. Autori orientali (secc. XI-XX), ed. Città Nuova, Roma, 2008, p. 350).
Con lui anche altri Padri, sia latini sia orientali, hanno affermato questa verità (S. Paolino di Nola, Isacco di Antiochia, Cesario di Arles, Eadmero, Amedeo di Losanno, Onorio di Autun, Giovanni Euchaita, S. Massimo il Confessore, Giorgio di Nicomedia, Simeone Metafraste, S. Bruno di Segni, Ruperto di Deutz, Sicardo da Cremona, S, Gregorio di Nissa, S. Giovanni di Tessalonica, ecc.), sebbene con varie argomentazioni, hanno sostenuto tale verità (cfr. Aristide Serra, Dimensioni mariane del mistero pasquale. Con Maria, dalla Pasqua all’Assunta, ed. Paoline, Milano, 1995, pp. 38 ss. Per riferimenti, v. anche Sergio Gaspari, Testimone privilegiata del Risorto, in Madre di Dio, 2007, fasc.  4; George Gharib, L’Apparizione del Risorto alla Madre e la festa della Risurrezione, ivi, 2006, fasc. 4, che offre anche interessanti spunti legati alla liturgia siro-occidentale).
Anche la Chiesa latina celebra, poi, sin dal termine della grande veglia di Pasqua, il saluto pasquale del Risorto alla Madre con il canto dell’antifona del Regina Coeli (come prescrive la terza Editio Typica del Missale Romanum approvato da Giovanni Paolo II e pubblicato nel 2002).
Il papa Giovanni Paolo II, a sua volta, ha sostenuto in diverse occasioni questa consolante verità (cfr. Omelia della Santa Messa nel Santuario di Nostra Signora de La Alborada, 31 gennaio 1985, § 6; Regina Coeli, 4 aprile 1994; Udienza generale, 21 maggio 1997. V. anche Salvatore Maria Perrella, Maria nel Mistero Pasquale, in L’Osservatore romano, 9.4.2009).
Pure i mistici l’hanno confermata. Ci narra, ad es., dom Prosper de Gueranger che «Nostro Signore ha voluto descrivere, egli stesso, quella scena in una rivelazione fatta a santa Teresa. Si degnò di confidarle che la sua divina Mamma era così profondamente abbattuta, da non resistere ancora molto senza soccombere al suo martirio e che, quando si mostrò a lei, appena uscito dal sepolcro, ebbe bisogno di qualche istante per ritornare in se stessa, prima di ritrovarsi in istato di godere una tale gioia; e il Signore aggiunge che le restò non poco vicino, perché questa sua prolungata presenza le era necessaria».
Nell’odierna festa del Lunedì dell’Angelo, perciò, è indicato rilanciare questo contributo di don Morselli sul tema delle apparizioni del Risorto.





Rogier van der Weyden, Pala di Maria o Miraflores, con scene della Natività, della Deposizione di Cristo e di Cristo risorto appare alla Vergine, 1440 circa, Staatliche Museen, Berlino

Filippino Lippi, Et prima vidit ... - Cristo risorto appare alla Vergine - Intervento di Cristo e della Madre, 1493 circa, Alte Pinakothek, Monaco

Guido Reni, Cristo risorto appare alla Vergine, 1608 circa, Fitzwilliam Museum, Cambridge


Guercino, Cristo risorto appare alla Vergine, 1629, Pinacoteca Comunale, Cento

Le numerose apparizioni di Gesù risorto provano la Resurrezione

di don Alfredo Morselli


Gesù, dopo la sua resurrezione, era apparso molte volte: negli anni successivi, i numerosi testimoni di queste apparizioni, erano rimasti in vita e la loro testimonianza, verificabile e credibile, rafforzava la fede dei primi cristiani. 
Esaminiamo, a questo proposito, 1 Cor 15, 1-28: 
[1] Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, [2] e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano!
[3] Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, [4] fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, [5] e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. [6] In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. [7] Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. [8] Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. [9] Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. [10] Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. [11] Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto. 

Ad una prima occhiata, potrebbe sembrare che S. Paolo si preoccupi della fede nella Resurrezione di Gesù a Corinto, che volesse rafforzare questo punto della fede: ma i versetti successivi ci indicano che il dubbio di alcuni Corinti è un altro; si tratta della resurrezione dei morti: 
[12] Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti?

Il v. 12b, evidenziato in grassetto, rivela chiaramente il dubbio di alcuni (quindi non di tutti) Corinti. 
Tutta l’argomentazione paolina successiva tende a dare una vera e proria dimostrazione teologica del fatto che i morti risorgono. Notiamo bene che la resurrezione dei morti è uno degli articoli della nostra fede “esistenzialmente” più difficile a credersi. Quando ci troviamo davanti ad un cadavere, con i tragici resti di una malattia o di un incidente, bisogna proprio farsi forza per credere che i nostri defunti risorgeranno! 
Detto questo, precisiamo ancora che, per sciogliere un dubbio, è necessario fondare il nostro ragionamento su delle certezze: non possiamo fondarci su un altro dubbio. E qual è la certezza su cui S. Paolo si appoggia per dimostrare che i morti risorgono? Vediamo che l’apostolo parte da due certezze; la prima è un fatto storico; la seconda un principio teologico.
Il fatto storico è la resurrezione di Cristo, il principio teologico è che Cristo è la “primizia” di coloro che risorgono, cioè il primo di una serie. 
Esaminiamo dunque ora lo sviluppo dell’argomentazione paolina: i morti risorgono perché…
1) Cristo è veramente risorto - la Resurrezione di Gesù è certa;
2) Cristo “è primizia di coloro che sono morti” (il primo “frutto” di un intero raccolto).
Se Cristo è veramente risorto - ed è risorto perché lo hanno visto in tanti, molti ancora viventi - e Cristo non risorge solo per conto suo, ma è il primo di una serie, allora tutti i morti risorgono. 
Fatte queste premesse, possiamo ora leggere il seguito di 1 Cor 15: dal v. 13 al 18 vediamo l’insistenza sul primo argomento (Cristo è veramente risorto - la Resurrezione di Gesù) 
[13] Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! [14] Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. [15] Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. [16] Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è veramente risorto - la Resurrezione di Gesù; [17] ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. [18] E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. [19] Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini. 

A partire dal v. 20 troviamo il secondo argomento (Cristo primizia) 
[20] Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. [21] Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; [22] e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. [23] Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; [24] poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. [25] Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. [26] L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, [27] perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. Però quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa. [28] E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti. 

La teologia paolina sull’unità del genere umano in Adamo e sulla nuova unità in Cristo ci interessa meno, in vista del fine di questo scritto, che è quello di constatare che a Corinto, per provare teologicamente la resurrezione dei morti, viene presentato il fatto della resurrezione di Gesù, un fatto certo, accreditato da molte testimonianze, a più riprese, verificabili, credibili, autorevoli. Per provare il più incredibile dei misteri (la resurrezione dei morti) non può essere portato un argomento dubbio, o un mito; ci vuole una prova certa.
Capiamo allora come l’insistenza sulla parola “apparve” (4 volte) dei primi versetti serve a rafforzare la credibilità dell’argomento decisivo.

Conclusioni 

Siccome per provare la resurrezione dei morti è necessaria una prova certissima, e, per questo scopo, S. Paolo usa come argomento la resurrezione di Gesù, se ne conclude che a Corinto, circa 20 anni dopo la Resurrezione di Gesù, tutti erano sicuri che questa fosse storicamente accaduta
Perché tutti (anche “alcuni” che non credevano nella resurrezione dei morti) ne erano così sicuri?
Perché erano ancora vivi e rintracciabili i testimoni: alcuni Apostoli e “più di cinquecento fratelli” a cui Gesù era apparso “in una sola volta”.

lunedì 6 aprile 2015

Card. Burke: «[…] Vogliono screditare chi difende l’insegnamento della Chiesa»

In questo lunedì dell'Angelo o nell'Ottava di Pasqua, nel quale la Chiesa celebra la manifestazione del Risorto ai due discepoli in cammino verso Emmaus, dopo il nostro sostanziale silenzio durante il Sacro Triduo della Settimana Santa, nel corso del quale abbiamo omesso di rilanciare e pubblicare post che distraessero dal Mistero che si è celebrato, ricominciamo le nostre consuete pubblicazioni.

Melone Altobello, Sulla strada di Emmaus, XV sec.

Matthias Stomer, Cena di Emmaus, XVII sec., Musée de Grenoble, Grenoble

Jean-Baptiste de Champaigne, I pellegrini di Emmaus, 1665 circa, Musée des Beaux-Arts, Nantes

Joseph von Führich, Sulla strada di Emmaus, 1837



Otto Mengelberg, Sulla strada di Emmaus, XIX sec., 1925 circa

E ripartiamo con una recente intervista “a tutto tondo”, rilasciata nei giorni scorsi dal card. Burke al giornalista Riccardo Cascioli. Questa è stata poi rilanciata anche da altri blog, come Corrispondenza romana, Chiesa e postconcilio.
Il card. Burke – lo ricordiamo – è particolarmente impegnato, oltre sul fronte liturgico a difesa della Messa di sempre, anche su quello dottrinale a difesa del matrimonio, della famiglia e della vita. Abbiamo già ricordato alcuni suoi interventi sia in Italia sia all’estero. In Inghilterra, ha avuto modo di soffermarsi sul significato del matrimonio. L’ottimo Chiesa e postconcilio ne ha curato la traduzione in lingua italiana (v. qui).
Per questa sua opera, il prelato è al centro di campagne di screditamento e denigratorie di cui abbiamo parlato, nonché di veri e propri inviti al … boicottaggio …. (v. qui e qui).

Burke: «Non sono contro il Papa. Vogliono screditare chi difende l’insegnamento della Chiesa»

di Riccardo Cascioli

«Non sono contro il Papa, non ho mai parlato contro il Papa, ho sempre concepito la mia attività come appoggio al ministero petrino. Io vorrei soltanto servire la verità». È amareggiato il cardinale Raymond Leo Burke per la campagna negativa che si è scatenata nei suoi confronti. Sessantasei anni, ordinato vescovo da Giovanni Paolo II nel 1995, stimato esperto di Diritto canonico è chiamato a Roma da Benedetto XVI nel 2008 come prefetto del Tribunale della Segnatura apostolica, per poi essere nominato cardinale nel 2010. 

In questi mesi è stato dipinto come un fanatico ultraconservatore, anticonciliarista, complottista contro papa Francesco, addirittura pronto a uno scisma nel caso il Sinodo aprisse a cambiamenti sgraditi. La campagna è così forte che anche in Italia diversi vescovi si sono rifiutati di ospitare sue conferenze nelle proprie diocesi. E quando invece da qualche parte gli è consentito di tenere un incontro – come recentemente in alcune città del Nord Italia - trova immancabilmente dei sacerdoti che lo contestano, accusandolo di fare propaganda contro il Papa. «Sono tutte sciocchezze, proprio non capisco questo atteggiamento. Non ho mai detto una sola parola contro il Papa, mi sforzo solo di servire la verità, compito che abbiamo tutti. Ho sempre visto i miei interventi, le mie attività come un appoggio al ministero petrino. Le persone che mi conoscono possono testimoniare che non sono affatto un antipapista. Al contrario sono sempre stato molto leale e ho sempre voluto servire il santo Padre, cosa che faccio anche ora».
In effetti, incontrandolo nel suo appartamento a due passi da piazza San Pietro, con quei suoi modi affabili e il suo parlare molto spontaneo appare distante mille miglia dall’immagine di arcigno difensore della “fredda dottrina”, come viene descritto dalla grande stampa.

Cardinale Burke, eppure nel dibattito che ha preceduto e seguito il primo Sinodo sulla famiglia certe sue dichiarazioni sono effettivamente suonate come una critica a papa Francesco, o almeno così sono state interpretate. Ad esempio, recentemente ha fatto molto rumore quel suo “Resisterò, resisterò” come risposta a una eventuale decisione del Papa a concedere la comunione ai divorziati risposati.

Ma è stata una frase travisata, non c’era alcun riferimento a papa Francesco. Io credo che siccome ho sempre parlato molto chiaramente sulla questione del matrimonio e della famiglia, c’è chi vuole neutralizzarmi dipingendomi come nemico del Papa, o addirittura pronto allo scisma, proprio usando quella risposta che ho dato in una intervista a una rete televisiva francese.

E allora come va interpretata quella risposta?

È molto semplice. La giornalista mi ha chiesto cosa farei se ipoteticamente – non riferendosi a papa Francesco – un pontefice prendesse decisioni contro la dottrina e contro la prassi della Chiesa. Io ho detto che dovrei resistere, perché tutti siamo a servizio della verità, a cominciare dal Papa. La Chiesa non è un organismo politico nel senso del potere. Il potere è Gesù Cristo e il suo vangelo. Per questo ho risposto che resisterò e non sarebbe la prima volta che questo accade nella Chiesa. Ci sono stati nella storia diversi momenti in cui qualcuno ha dovuto resistere al Papa, a cominciare da San Paolo nei confronti di San Pietro, nella vicenda dei giudeizzanti, che volevano imporre la circoncisione ai convertiti ellenici. Ma nel mio caso io non sto affatto facendo resistenza a papa Francesco, perché lui non ha fatto nulla contro la dottrina. E io non mi vedo affatto in lotta contro il Papa, come vogliono dipingermi. Io non sto portando avanti gli interessi di un gruppo o di un partito, cerco solo come cardinale di essere maestro della fede.

Un altro “capo di imputazione” nei suoi confronti è la sua presunta passione per “pizzi e merletti”, come si dice in modo spregiativo, cosa che il Papa non sopporta.

Il Papa non mi ha mai fatto sapere di essere dispiaciuto del mio modo di vestire, che peraltro è stato sempre entro la norma della Chiesa. Io celebro la liturgia anche nella forma straordinaria del rito romano e ci sono per questo paramenti che non esistono per la celebrazione nella forma ordinaria, ma io indosso sempre quello che la norma prevede per il rito che sto celebrando. Non faccio politica contro il modo di vestirsi del Papa. Poi si deve anche dire che ogni Papa ha un suo stile, ma non è che poi impone questo a tutti gli altri vescovi. Non capisco perché questo deve essere un motivo di polemica.

Però sui giornali spesso viene usata una foto in cui lei indossa un copricapo decisamente fuori tempo…

Ah, quella, ma è incredibile. Posso spiegarle. È una foto che si è diffusa dopo che il Foglio l’ha utilizzata per pubblicare una mia intervista durante il Sinodo. L’intervista era stata fatta bene, ma purtroppo hanno scelto una foto fuori contesto, e mi dispiace perché in questo modo hanno dato l’impressione sbagliata di una persona che vive nel passato. Era infatti successo che, dopo essere stato nominato cardinale, sono stato invitato in una diocesi del Sud Italia per una conferenza sulla liturgia. Per l’occasione l’organizzatore ha voluto darmi in dono un antico cappello cardinalizio che non so dove avesse trovato. Ovviamente lo tenevo in mano e non avevo alcuna intenzione di indossarlo regolarmente, ma lui mi ha chiesto di poter fare almeno una foto con il cappello indosso. Questa è stata l’unica volta che ho messo quel cappello sulla mia testa, ma purtroppo quella foto ha girato tutto il mondo e qualcuno la usa per dare l’impressione che io vado in giro così. Ma io non l’ho mai indossato, neanche a una cerimonia. 

Lei è stato anche indicato come l’ispiratore se non il promotore della “Supplica a papa Francesco sulla famiglia”, che è stata diffusa per la raccolta firme attraverso alcuni siti del mondo tradizionalista.

Io ho firmato quel documento, ma non è affatto una mia iniziativa o una mia idea. Tantomeno ho scritto o collaborato alla stesura del testo. Chi dice il contrario afferma il falso. Per quel che ne so è una iniziativa di laici, a me è stato mostrato il testo e l’ho firmato, come hanno fatto molti altri cardinali. 

Un’altra delle accuse che le viene rivolta è quella di essere anti-conciliarista, contro il Concilio Vaticano II.


Sono etichette che si applicano facilmente, ma non c’è alcun riscontro nella realtà. Tutta la mia educazione teologica nel seminario maggiore è stata basata sui documenti del Vaticano II, e mi sforzo ancora oggi di studiare più profondamente questi documenti. Non sono affatto contrario al Concilio, e se uno legge i miei scritti troverà che cito molte volte i documenti del Vaticano II. Quello su cui invece non sono d’accordo è il cosiddetto “Spirito del Concilio”, questa realizzazione del Concilio che non è fedele al testo dei documenti ma che ha la pretesa di creare qualcosa di totalmente nuovo, una nuova Chiesa che non ha niente da fare con tutte le cosiddette aberrazioni del passato. In questo io seguo pienamente la luminosa presentazione che ha fatto Benedetto XVI nel suo discorso alla Curia Romana per il Natale 2005. È il famoso discorso in cui spiega la corretta ermeneutica che è quella della riforma nella continuità, contrapposta all’ermeneutica della rottura nella discontinuità che tanti settori portano avanti. L’intervento di Benedetto XVI è davvero brillante e spiega tutto. Molte cose che sono successe dopo il Concilio e attribuite al Concilio non hanno niente a che fare con il Concilio. Questa è la semplice verità.

Però resta il fatto che papa Francesco l’ha “punita” rimuovendola dalla Segnatura apostolica e affidandole il patronato del Sovrano Militare Ordine di Malta.

Il Papa ha dato un’intervista al quotidiano argentino La Nacion in cui ha già risposto a questa domanda spiegando le ragioni di questa scelta. Questo già dice tutto e non spetta a me commentare. Io posso solo dire, senza violare alcun segreto, che il Papa non mi ha mai detto né dato l’impressione che volesse punirmi per qualcosa.

Certo è che la sua “cattiva immagine” ha a che fare con quella che anche il cardinale Kasper, nei giorni scorsi, ha definito la “battaglia sinodale”. Che sembra crescere d’intensità man mano che ci si avvicina al Sinodo ordinario del prossimo ottobre. A che punto siamo?

Direi che adesso c’è una discussione molto più estesa sui temi trattati dal Sinodo e questo è un bene. C’è un numero maggiore di cardinali, vescovi e laici che stanno intervenendo e questo è molto positivo. Per questo non capisco tutto il rumore che è stato creato l’anno scorso attorno al libro “Permanere nella Verità di Cristo”, a cui io ho contribuito insieme ad altri 4 cardinali e 4 specialisti sul matrimonio. 

È lì che è nata la tesi del complotto contro il Papa, tesi ribadita recentemente da Alberto Melloni sul Corriere della Sera e che gli è costata una querela dall’editore italiano Cantagalli.

È semplicemente assurdo. Come è possibile accusare di complotto contro il Papa coloro che presentano quello che la Chiesa ha sempre insegnato e praticato sul matrimonio e sulla comunione? È certo che il libro è stato scritto come aiuto in vista del Sinodo per rispondere alla tesi del cardinale Kasper. Ma non è polemico, è una presentazione fedelissima alla tradizione, ed è anche della più alta qualità scientifica possibile. Sono assolutamente disponibile a ricevere critiche sui contenuti, ma dire che noi abbiamo partecipato a un complotto contro il Papa è inaccettabile.

Ma chi è che sta fomentando questa caccia alle streghe?

Non ho alcuna informazione diretta ma sicuramente c’è un gruppo che vuole imporre alla Chiesa non solo questa tesi del cardinale Kasper sulla comunione per i divorziati risposati o per persone in situazioni irregolari, ma anche altre posizioni su questioni connesse ai temi del Sinodo. Penso ad esempio all’idea di trovare gli elementi positivi nei rapporti sessuali extramatrimoniali o omosessuali. È evidente che ci sono forze che spingono in questa direzione, e per questo vogliono screditare noi che stiamo tentando di difendere l’insegnamento della Chiesa. Io non ho nulla di personale contro il cardinale Kasper, per me la questione è solo presentare l’insegnamento della Chiesa, che in questo caso è legato a parole pronunciate dal Signore. 

Guardando ad alcuni temi emersi con forza al Sinodo, si è tornato a parlare di lobby gay.


Non sono in grado di individuare con precisione, ma vedo sempre di più che c’è una forza che va in questo senso. Vedo individui che, consciamente o inconsciamente, stanno portando avanti un’agenda omosessualista. Come questo sia organizzato non lo so, ma è evidente che c’è una forza di questo genere. Al Sinodo abbiamo detto che parlare di omosessualità non c’entrava nulla con la famiglia, piuttosto si sarebbe dovuto convocare un Sinodo apposito se si voleva parlare di questo tema. E invece abbiamo ritrovato nella Relatio post disceptationem questo tema che non era stato discusso dai padri.

Una delle giustificazioni teologiche a sostegno del cardinale Kasper che oggi viene molto ripetuta è quella dello “sviluppo della dottrina”. Non un cambiamento, ma un approfondimento che può portare a una nuova prassi. 

Qui c’è un grande equivoco. Lo sviluppo della dottrina, come è stato per esempio presentato dal beato cardinale Newman o da altri buoni teologi, significa un approfondimento nell’apprezzamento, nella conoscenza di una dottrina, non il cambiamento della dottrina. Lo sviluppo in nessun caso porta al cambiamento. Un esempio è quello dell’esortazione post-sinodale sull’Eucarestia scritta da papa Benedetto XVI, la “Sacramentum Caritatis”, in cui è presentato lo sviluppo della conoscenza della presenza reale di Gesù nell’Eucaristia, espresso anche nell’adorazione eucaristica. Ci sono stati alcuni infatti contrari all’adorazione eucaristica perché l’Eucarestia è da ricevere dentro. Ma Benedetto XVI ha spiegato - anche citando s. Agostino - che se è vero che il Signore ci dà se stesso nell’Eucarestia per essere consumato, è anche vero che non si può riconoscere questa realtà della presenza di Gesù sotto le specie eucaristiche senza adorare queste specie. Questo è un esempio dello sviluppo della dottrina, ma non è che la dottrina sulla presenza di Gesù nell’Eucarestia è cambiata.

Uno dei motivi che tornano nelle polemiche sul Sinodo è la presunta contrapposizione tra dottrina e prassi, dottrina e misericordia. Anche il papa insiste spesso sull’atteggiamento farisaico di chi usa la dottrina impedendo che passi l’amore.

Credo che bisogna distinguere tra quello che il Papa dice in alcune occasioni e coloro che affermano una contrapposizione tra dottrina e prassi. Non si può mai ammettere nella Chiesa un contrasto tra dottrina e prassi perché noi viviamo la verità che Cristo ci comunica nella sua santa Chiesa e la verità non è mai una cosa fredda. È la verità che apre a noi lo spazio per l’amore, per amare veramente si deve rispettare la verità della persona, e della persona nelle situazioni particolari in cui si trova. Così stabilire un tipo di contrasto tra dottrina e prassi non rispecchia la realtà della nostra fede. Chi sostiene le tesi del cardinale Kasper – cambiamento della disciplina che non tocca la dottrina – dovrebbe spiegare come sia possibile. Se la Chiesa ammette alla comunione una persona che è legata in un matrimonio ma sta vivendo con un’altra persona un altro rapporto matrimoniale, cioè è in stato di adulterio, come si può permettere questo e ritenere nello stesso tempo che il matrimonio sia indissolubile? Quello tra dottrina e prassi è un falso contrasto che dobbiamo rigettare.

Però è vero che si può usare la dottrina senza amore.

Certo, ed è questo che il papa sta denunciando, un uso della legge o della dottrina per avanzare un’agenda personale, per dominare le persone. Ma questo non significa che c’è un problema con la dottrina e la disciplina; soltanto ci sono persone di cattiva volontà che possono commettere abusi per esempio interpretando la legge in un modo che danneggia le persone. O applicando la legge senza amore, insistere sulla verità della situazione della persona ma senza amore. Anche quando una persona si trova in peccato grave noi dobbiamo amare la persona e aiutare come ha fatto il Signore con l’adultera e la samaritana. Lui è stato molto chiaro nell’annunciare lo stato di peccato in cui loro stavano, ma nello stesso tempo ha dimostrato un grande amore invitandole a uscire da questa situazione. Ciò che non facevano i farisei, che invece dimostravano un legalismo crudele: denunciavano la violazione della legge ma senza dare nessun aiuto alla persona per uscire dal peccato, così da ritrovare pace nella sua vita.


Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 1.4.2015

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