Sante Messe in rito antico in Puglia

lunedì 9 ottobre 2017

Da un aforisma di un nostro affezionato lettore ed amico:



In memoria di Pio XII alcuni suoi aforismi







Il Crocifisso di Pio XII. In ricordo del pio transito del Grande Pontefice

Per ricordare il pio transito del Venerabile Pio XII, avvenuto nella notte del 9 ottobre 1958, rilanciamo questo contributo tratto dal sito ufficiale della causa di canonizzazione del Venerabile, che spiega l’origine di una celebre immagine del Santo Padre.
Preghiamo Dio affinché voglia accordare alla sua Chiesa il riconoscimento, in terra, dei meriti di questo suo degno Pastore e Vicario di Cristo, mediante la corona della santificazione.






Il Crocifisso del Papa

Il 21 gennaio 1957, Papa Pio XII visita – inaugurandone i nuovi ambienti dopo la ristrutturazione – l’Almo Collegio Capranica, a Roma, nella festa di Sant’Agnese, dal 1457 Patrona dell’istituto romano. Pacelli aveva vissuto lì alcuni mesi, durante gli anni della sua formazione sacerdotale, e a quegli anni risale una particolare devozione del Papa ad un antico crocifisso ligneo, legato alla vita quotidiana degli alunni capranicensi. Pubblichiamo di seguito un articolo già comparso su questo sito web, riguardo proprio a questo crocifisso, ancora conservato presso l’Almo Collegio.

Il culto al Sacratissimo Cuore di Gesù è intimamente connesso al culto della Croce. Sin dalle sue prime apparizioni a Santa Margherita, Gesù mostra il cuore che tanto amò il mondo portando la croce sulle spalle. Proprio Pio XII, nella grande enciclica su questa devozione, osserva: «Una fervida devozione verso il Cuore di Gesù alimenterà e promuoverà specialmente il culto alla sacratissima Croce, come pure l’amore verso l’augustissimo Sacramento dell’altare» (Haurietis aquas, 1956).
Eugenio Pacelli dovette cominciare ad amare Gesù crocifisso sin dalla più tenera età. Non vi sono testimonianza in proposito, ma è facile immaginare che – nelle sue documentate visite alla Madonna della Strada con la mamma, presso la Chiesa del Gesù – diverse volte la donna e il bambino si saranno fermati anche innanzi all’antico Crocifisso Maggiore venerato in quella chiesa della Compagnia di Gesù.
Certamente, invece, il giovane seminarista Pacelli imparò a nutrire una particolare devozione per il crocifisso all’ingresso dell’Almo Collegio Capranica, dove per circa un anno soggiornò insieme ad altri candidati al sacerdozio. Una pia tradizione del Collegio, infatti, vuole che ciascun seminarista entrando ed uscendo dal seminario baci quel crocifisso in legno, posto tra le due rampe di scale che portano al primo piano – ove una volta avevano sede le stanze dei ragazzi.
Doveva esserci un legame particolare tra quel crocifisso e il giovane Eugenio Pacelli, se è vero – come non c’è ragione di dubitare – quello che racconta Suor Pascalina nelle sue memorie, ricordando la visita del Papa all’Almo Collegio, il 21 gennaio 1957, in occasione della riapertura dopo una importate opera di ristrutturazione: «L’ascensore (che prima non esisteva) era già pronto, perché il Santo Padre non dovesse scendere a piedi le scale, quando il suo sguardo cadde sul grande Crocifisso che, al tempo dei suoi studi, ogni alunno, all’entrata e all’uscita, soleva baciare con grande rispetto e venerazione. Si diresse subito verso la scala, la discese e baciò il “suo” Crocefisso, come aveva fatto quando era giovane».
Ancora oggi, il Crocifisso del Collegio Capranica è lì a raccogliere il saluto degli alunni. Il piede è stato recentemente rivestito di metallo prezioso, per nascondere il legno che i baci, nelle diverse generazioni, hanno consumato. Un rescritto del Sommo Pontefice, lì affisso, ricorda il dono dell’indulgenza plenaria, in alcune feste dell’anno, per chi devotamente baci quell’immagine – alla quale, si legge in latino, «hanno spesso volto gli occhi gli alunni che si preparavano al sacerdozio, implorando la grazia della fedeltà al futuro ministero, e ancora oggi guardano gli alunni».
Sull’immagine, è ben visibile il segno della ferita al costato, con la scia di sangue, copioso, che dal quel Cuore aperto uscì, misto ad acqua. Se davvero – come ebbe a scrivere Pio XII nel 1956 – «nessuno capirà davvero il Crocifisso, se non penetra nel suo Cuore», c’è da credere che il giovane Pacelli tante volte avrà guardato quel Cuore trovando rifugio ed intelletto in esso.


LEGGI QUI LA PREGHIERA DI PIO XII AL CROCIFISSO

Fonte: Papa Pio XII, 14.9.2017

sabato 7 ottobre 2017

Immagini per meditare: "Operazione Mare nostrum" edizione 1571

Festum sacratíssimi Rosárii beátæ Maríæ Vírginis; itémque sanctæ Maríæ de Victória commemorátio, quam sanctus Pius quintus, Póntifex Máximus, ob insígnem victóriam a Christiánis bello naváli, ejúsdem sanctíssimæ Dei Genitrícis auxílio, hac ipsa die de Turcis reportátam, quotánnis fíeri instítuit



Lo stendardo benedetto da san Pio V, consegnato a Marcantonio Colonna nel giugno 1570, che sventolava sulla nave ammiraglia a Lepanto

Vergine del Rosario di Granada, 1774

Nuestra Señora del Rosario de Granada, Virgen Vencedora de Lepanto, Capitana general de la Armada Española









El Santo Cristo de Lepanto. L’Effigie quattrocentesca, venerata nella Cappella del Santissimo Sacramento della Cattedrale di Barcellona, si trovava sulla nave di Don Juan de Austria, Comandante Supremo della Lega Santa, alla battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571. Secondo la tradizione, per schivare una cannonata il Cristo si sarebbe curvato su un lato e questo spiegherebbe la particolare inclinazione del suo Corpo rispetto all’asse verticale della Croce. (un nostro amico lettore)

mercoledì 4 ottobre 2017

Una Lepanto culturale – Editoriale di ottobre 2017 di “Radicati nella fede”

Nella festa di S. Francesco d’Assisi, confessore e Patrono d’Italia, vero «vir catholicus, et totus Apostolicus, Ecclesiae teneri fidem Romanae docuit, presbyterosque monuit prae cunctis revereri» (Innocenzo III, cit. in S. Bonaventura, Legenda Maior, III, 10), rilanciamo l’editoriale di Radicati nella fede, ripreso da Riscossa cristiana.



































Gregorio Vázquez de Arce y Ceballos, S. Francesco d'Assisi e Santi (Sacra Famiglia, SS. Teresa d'Avila e Francesco Saverio, Tommaso ed altro santo), 1650, Biblioteca Luis Ángel Arango / Museos y colecciones del Banco de la República,  Bogotà

S. Francesco entra in Paradiso, XIX sec., San Frangisk tal-Pjagi, Rabat (Malta)

Giovanni Gasparro, S. Francesco ricevuto da Innocenzo III, 2017, chiesa di S. Francesco, Trani

Preghiera dei frati davanti alla tomba di San Francesco, anni '50

UNA LEPANTO CULTURALE


Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno X n. 10 - Ottobre 2017

Ci vuole una nuova Lepanto, una Lepanto culturale, ma non contro i Turchi questa volta, ma contro gli effetti devastanti della Protestantizzazione Cattolica.
Nel 1571 il Papa S. Pio V riunì nella Lega Santa le corone cattoliche, perché unite difendessero la Cristianità contro l’invasione mussulmana dell’Impero Ottomano. Cosa sarebbe rimasto del Cristianesimo se questa vittoria della flotta cattolica non fosse avvenuta? I re obbedirono al Papa, la Madonna intervenne e la Cristianità fu salva: da quel 1571, il 7 di ottobre, la Chiesa ricorda quel miracolo, seguito ad un prodigioso impegno, con la festa della Madonna del Rosario, all’origine chiamata Nostra Signora delle Vittorie.
Ma di un’altra Lepanto c’è bisogno, di una Lepanto culturale, che richiede altrettanto prodigioso impegno di lavoro (di battaglia) e di preghiera.
La Chiesa cattolica, dall’epoca conciliare in poi, è entrata in una fase di impressionante avvicinamento al Protestantesimo, che ha come primo effetto il rifiuto del proprio passato, della propria storia.
È come se si volesse tornare a un Gesù “puro”, un Gesù del Vangelo, libero da tutte le “incrostazioni” della storia cristiana successiva, di tutta la storia della Chiesa, vista, ahimè, come un sostanziale tradimento del messaggio autentico di Gesù Cristo.
Il rifiuto della storia cristiana in nome di un Gesù “puro”, è in sostanza il contenuto di tutte le eresie, e in particolare di quella eresia magna e onnicomprensiva rappresentata dal Protestantesimo di Lutero e degli altri infelici suoi compagni.
Questo è il modo più potente per distruggere la Cristianità, cioè la società cristiana, e il Cristianesimo stesso; questo attacco del Protestantesimo è infinitamente più pericoloso dell’invasione mussulmana di ieri e... di oggi. È l’attacco interno che il nemico ha operato perché la Chiesa scompaia.
Per questo occorre una nuova Lepanto, culturale nel senso pieno, che riporti un pensiero corretto sulla Chiesa e la sua storia all’interno del Cattolicesimo stesso.
Sì, occorre proprio un simile lavoro, immane ma necessario, altrimenti perderemo Cristo stesso: non esiste un Gesù separato dalla storia da lui generata. Non esiste un Gesù separato dalla sua Chiesa, l’unica Chiesa Santa Cattolica Apostolica Romana. Ma non può esistere la Chiesa, Una Santa Cattolica Apostolica, separata dalla sua storia, da tutta la sua storia.
Nell’anno 2000 ci furono i devastanti mea culpa di Giovanni Paolo II, con i quali chiese perdono delle colpe storiche della Chiesa. Questi mea culpa furono il colpo di grazia a ciò che restava di una coscienza integralmente cattolica. È come se il gesto del Papa avesse dato via libera a tutte le falsità vomitate sulla storia della Chiesa Romana, falsità che il laicismo, figlio della protestantizzazione, ha propinato per decenni nelle scuole italiane e non solo. Nessuno guarda davvero dentro la storia della chiesa, dentro la storia della cristianità: se ci andassero scoprirebbero, certamente assieme al peccato degli uomini, la meravigliosa continuità storica della presenza di Cristo nel mondo, che ha prodotto cultura, intelligenza, santità e opere, opere soprattutto di carità vera.
Se si nega questa storia di grazia, che si dipana lungo i secoli, se ne si nega il valore come vorrebbe Lutero, si perde il Corpo di Cristo, si perde Cristo stesso.
Sta qui tutta la debolezza del Cattolicesimo che, per essere accettato nei salotti della modernità stancamente laica, deve rifiutare con un giudizio negativo il proprio passato.
È come tagliare il ramo su cui siamo posati: ci attende la caduta e la morte.
Una Chiesa che non difende la sua storia, conosciuta e amata, è una chiesa che vive una sconfinata solitudine difronte al potere del mondo: è sola, perché ha rifiutato quel corpo storico che l’ha generata.
Una chiesa che non difende la sua storia, è una chiesa che deve spiritualizzare il Corpo Mistico e la Comunione dei santi: diventano, queste, parole vuote, non indicanti mai una qualche realizzazione storica, ma solo un puro afflato poeticamente spirituale.
Ma una chiesa così è perfettamente incidente nella realtà, non cambia il mondo in cui il Signore l’ha posta; e se non lo cambia è inutile.
E una chiesa inutile non incontrerà più nessuno, perché quelli che si imbattono nella sua esigua presenza, non sono provocati ad un cambiamento.
L’attaccamento alla Messa Tradizionale, alla Messa della Cristianità, vuole essere anche un commosso canto d’amore alla gloriosa storia della Chiesa, alla storia effettiva della Cristianità, che ha attraversato il fiume di questi 2000 e più anni.
Non possiamo accettare la nuova messa, che invece è il frutto del rifiuto di questa storia, nel nome del ritorno ad un mitico cristianesimo primitivo, proprio come Lutero.
Ma chi si stacca dalla propria storia esce dalla Chiesa, e storia non ne fa.