Sante Messe in rito antico in Puglia

martedì 28 ottobre 2014

"In omnem terram exívit sonus eórum: et in fines orbis terræ verba eórum" (Ps. 18, 5) - SS. SIMONIS ET JUDÆ APOSTOLORUM

Secondo un’antica tradizione registrata nello pseudo-Abdia, questi due Apostoli, dopo d’aver insieme evangelizzato per tredici anni l’Armenia e la Persia, avrebbero incontrato il martirio il 1° luglio 47 nella città di Suanir (per la verità, non si sa bene a quale località oggi corrisponda la città di Suanir. C’è chi ipotizza che si tratti della città a nord de Il Cairo chiamata Sannur. Cfr. W. Milton Timmons, Everything about the Bible that you never had time to look up. A Condensed Guide to Biblical Literature, Xlibris Corporation, s.l., 2003, p. 497).
Alcuni martirologi occidentali celebrano infatti la loro festa in quel giorno.
Le Chiese d’Oriente festeggiano, invece, separatamente gli apostoli Simone e Giuda: commemorano, infatti, Simone lo Zelota il 10 maggio e Giuda Taddeo il 19 giugno.
Questi due Santi esulano un po’ dalle antiche recensioni dei Sacramentari Romani; se ne ritrova però la solennità nelle edizioni meno antiche, probabilmente dal X sec.. Due secoli dopo, cioè nel XII sec. la devozione verso questi gloriosi Apostoli doveva essere alquanto diffusa nella Città Eterna, dal momento che, come riferisce Benedetto Canonico, si riteneva che i loro corpi riposassero nella basilica Vaticana sotto due speciali altari, che perciò nelle solenni vigilie notturne ricevevano l’onore della turificazione: duo altaria in mediana ad Crucifixos, ubi ab antiquis patribus audivimus requiescere apostolos Simonem et Judam (Benedetto canonico, Ordo Romanus XI, in PL 78, col. 1029B). Secondo Pietro di Mallio, nella basilica vaticana vi si dedicava ai due Santi particolare cura ut a nostris maioribus accepimus, eorum corpora pretiosa requiescunt (Pietro di Mallio, Descriptio basilicæ vaticanæ, 10, pubblicato a cura di R. Valentini - G. Zucchetti, Codice Topografico della Città di Roma, Coll. Fonti per la Storia d’Italia, vol. 3, Roma 1946, p. 413).
Quando venne riedificata la basilica vaticana, le Reliquie dei due Apostoli il 27 dicembre 1605 furono trasferite sotto un nuovo altare eretto in loro onore, e Paolo V concesse agli intervenuti l’indulgenza plenaria. Quell’altare, sul quale oggi si ammira una tela raffigurante la crocifissione di san Pietro, è importantissimo, perché corrisponde all’incirca al punto indicato dalla tradizione – inter duas metas – come quello dove fu eretta la croce del Principe degli Apostoli.
In Roma, v’era anche un’altra chiesuola, oggi sconsacrata sin dai primi del ‘900 ed adibita ad usi civili dopo aver demolito la parte superiore della facciata (oggi è un teatro), intitolata ai santi Simone e Giuda (un tempo denominata Santa Maria in Monticellis), e si trovava presso il monte Giordano, vicino al palazzo degli Orsini, nel rione Ponte, in fondo a vicolo San Simone (Cfr. M. Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 404-407; C. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, pp. 349-350).
Esiste poi oggi la piccola chiesa di san Giuda Taddeo nel quartiere Trieste, in via Rovereto, con annesso istituto delle suore carmelitane di Santa Teresa di Firenze. Questo tempio fu inaugurato il 2 agosto 1931. Sempre allo stesso Apostolo è dedicata una parrocchia moderna nel quartiere Appio Latino, denominata San Giuda ai Cessati Spiriti, eretta nel maggio 1960. San Giuda Taddeo è, poi, particolarmente venerato nel Santuario di San Salvatore in Lauro, che è il Santuario della Madonna di Loreto a Roma, a pochi passi da Piazza Navona, dove vi si conserva un’insigne reliquia del corpo del Santo.
Una parrocchia è dedicata ai due Santi oggi venerati nel quartiere di Torre Angela (Santi Simone e Giuda Taddeo a Torre Angela).
Oltre la gloria ed il merito dell’apostolato, comune a tutti e dodici i primi discepoli del Salvatore sui quali, come osserva san Tommaso, Dio riversò le primizie dello Spirito, Giuda, di cui oggi si celebra la festa, vanta ancora una prerogativa affatto particolare. Egli dalle Sacre Scritture è detto fratello di Giacomo primo vescovo di Gerusalemme, e cugino, secondo la carne, dunque, dello stesso Divin Salvatore.
Questi vincoli strettissimi di sangue con Cristo, gli valsero da lui un amore più intenso, quale è dovuto fra congiunti, e quindi dei carismi speciali; in grazia dei quali, nella primitiva chiesa Gerosolimitana i fratres Domini godevano un credito particolare; tanto che anche Paolo nella prima Epistola ai Corinti si appella alla loro autorità (1 Cor. 9, 5). Per l’onorabilità del Salvatore innanzi agli Ebrei, era del tutto conveniente che la sua immediata parentela fosse superiore ad ogni elogio.
Di san Giuda, che il canone Romano della Messa commemora giornalmente sotto il nome di Taddeo, noi abbiamo una breve lettera canonica contro la falsa gnosi allora incipiente. Essa, a cui sembra ispirarsi anche i capp. II e III della Secunda Petri, rappresenta un modello della predicazione Evangelica del Frater Domini, e la si legge perciò, oltre che nei Divini Uffici, anche nella messa di san Silverio papa il 20 giugno.
Si rileva dalla vita di san Bernardo, che avendo egli nell’anno stesso in cui morì ricevuto da Gerusalemme alcune Reliquie dell’apostolo san Giuda, ordinò che queste venissero deposte sul suo cadavere, perché con questo prezioso tesoro sul petto fosse rinchiuso nel sepolcro. Sappiamo da Gaufrido, biografo del Santo, che il voto fu esaudito: «Sed et pectori ejus ipso tumulo capsula superposita est, in qua beati Thaddæi apostoli reliquiæ continentur, quas eodem anno ab Jerosolyma sibi missas, suo jusserat corpori superponi: eo utique fidei et devotionis intuitu, ut eidem apostolo in die communis resurrectionis adhæreat» (Gaufrido di Chiaravalle (Gaufridus Clarævallensis), Sancti Bernardi vita et res gestæ, lib. 5, cap. 2, 15, in PL 185, 360D. Cfr. anche Alano di Auxerre, Vita secunda Sancti Bernardi Abbatis, cap. 31, 88, ivi, col. 524A). La notizia della sepoltura con la reliquia di san Giuda Taddeo era riportata anche nella cronaca del monastero in occasione della morte di san Bernardo nel 1153: «… Sepultus est ante altare beatissimæ Virginis matris; ipsoque in tumulo, pectori ejus superposita est capsula reliquias continens beati Thaddæi apostoli, quas eodem anno ab Jerosolyma sibi missas, suo jusserat corpori superponi» (Autori Vari, Diatriba De Illustri Genere S. Bernardi abbatis clarevallensis, Appendix, cap. XX, ivi, col. 1538B-C. Si parla ancora di ciò pure nella lunga lettera-trattato dell’archivista-bibliotecario di Dijon, corrispondente del ministero dell’istruzione pubblica, per conto dell’Académie Française, Ph. Guignard, Lettre à M. le Comte de Montalembert, Sur les reliques de S. Bernard et de S. Malachie, et sur le premier emplacement de Clairvaux, 5 mars 1855, cap. II, ivi, col. 1674A-B, in cui si riferisce che il santo abate fu interrato «devant l’autel de la bienheureuse Vierge Marie, dont il avait été le prêtre très-dévot. Suivant sa volonté, on plaça sur sa poitrine un petit reliquaire contenant quelques os de saint Thaddée; sa foi et sa dévotion lui faisant désirer d’être uni à cet apôtre au jour de la résurrection générale».
Più ignoto di san Giuda è invece l’apostolo Simone, che san Matteo chiama Cananeo, mentre san Luca senz’altro aggiunge: qui vocatur Zelotes (Lc 6, 15).
Egli quindi, prima d’esser chiamato da Cristo all’apostolato, era entrato nel partito nazionalista degli zeloti o zelanti, di quelli cioè che, intolleranti del giogo straniero, sognavano comunque una guerra d’indipendenza. Questa circostanza della precedente carriera di Simone non venne più dimenticata; così che, anche dopo gli rimase attaccato il nomignolo derivatogli dal suo antico partito degli Zeloti.
Oltre ai due Santi oggi ricordati dal Calendario romano, i cristiani rammentano anche l'evento, forse decisivo, che mutò la storia del decadente impero romano: vale a dire il celebre sogno di Costantino e vittoria del grande imperatore, contro le truppe di Massenzio, a Ponte Milvio-Saxa Rubra, avvenuta il 28 ottobre 312 (corrispondente, nel calendario gregoriano, al 10 novembre di quell'anno).



Giovanni Maria Butteri, Vergine in trono col Bambino e angeli con i SS. Giovannino, Giuda e Simone, 1586, Norton Museum, Pasadena

Antonio Cavallucci, Martirio dei SS. Giuda e Simone, XVIII sec., Collezione dell'Accademia di San Luca, Roma




Antoon van Dyck, S. Giuda Taddeo, 1618-20, Kunsthistorisches Museum Gemäldegalerie, Vienna

Jusepe de Ribera, S. Giuda Taddeo, 1630-35, Museo del Prado, Madrid

Anonimo, S. Giuda Taddeo, 1635-65, museo del Prado, Madrid


Lorenzo Ottoni, S. Giuda Taddeo, Basilica di S. Giovanni in Laterano, Roma


Pieter Pauwel Rubens, S. Simone, 1611, Museo del Prado, Madrid

Jusepe de Ribera, S. Simone, 1630-35, Museo del Prado, Madrid

Jusepe de Ribera, S. Simone, 1630-35 circa, Museo del Prado, Madrid

Francesco Moratti, S. Simone, 1708-09, Basilica di San Giovanni in Laterano, Roma

lunedì 27 ottobre 2014

III Pellegrinaggio del popolo "Summorum Pontificum" - 23-26 ottobre 2014

Pontifical Mass in St Peter’s, Celebrated by Card. Burke

BY GREGORY DIPIPPO

Yesterday, His Eminence Raymond Cardinal Burke, Prefect of the Apostolic Segnatura, celebrated a Pontifical Mass in St Peter’s Basilica for those participating in the Populus Summorum Pontificum pilgrimage. The day began with Eucharistic Adoration at the Basilica of San Lorenzo in Damaso, followed by a long procession through the streets of Rome, which crossed the bridge at the Ponte Sant’ Angelo to reach the Vatican. The Mass was the Saturday Votive Mass of the Virgin Mary, and His Eminence preached on the Virgin Mary as a model of our lives as pilgrims in this world. Music was provided by a choir of almost 20 seminarians from the North American College, conducted by Mr Leon Griesbach, accompanied by Mr Garret Ahlers on the organ. I am very grateful to Mr François Nanceau for providing us with links to these photos. (I was unable to take any myself, since I was the 2nd MC!) You can access the complete set on googleplus by clicking here, and on facebook by clicking here. He has also posted photographs of the Vespers celebrated by Archbishop Guido Pozzo at Trinità dei Pellegrini (here and here), and the Mass celebrated there on Friday for the feast of St Raphael and the 10th anniversary of the International Juventutem Federation (here and here). All photographs copyright François Pierre-Louis for Coetus Internationalis Summorum Pontificum.

The procession

The procession on the Ponte Sant’Angelo

The altar prepared for Mass

The entry of the card. Burke

Prayers before the altar

Introit

The Collect

The Epistle

The Gospel

The Homily

The Offertory



Post-Communion


Quando si recita il "Credo"?

Piccola pillola sulla liturgia V.O.:

QUANDO SI RECITA IL CREDO?*

di G. Kieffer

Il simbolo è recitato:

1. Ratione mysterii: a tutte le feste del Signore (Natale, Pentecoste, Trinità, Esaltazione della Croce, Preziosissimo Sangue, Sacratissimo Cuore, Trasfigurazione, il giorno della consacrazione della chiesa e dell’altare, l’anniversario della consacrazione della chiesa), a tutte le feste della Beata Vergine e di san Giuseppe, alla messa domenicale, anche della domenica anticipata con messa e ufficio riposti, e la vigilia dell’Epifania. La messa della domenica da riassumere ha il Credo solo se si tratta di una messa della domenica da riassumere fra un’ottava privilegiata della Chiesa universale [1].
2. Ratione doctrinae: a tutte le feste primarie e secondarie degli apostoli, evangelisti e dottori della Chiesa, che siano almeno doppie minori, alle feste degli angeli, di santa Maria Maddalena (apostola degli apostoli), infine alla festa di Ognissanti.
3. Ratione celebritatis: a tutte le feste doppie [2] dei patroni principali di una chiesa, di una diocesi, di un luogo oppure di un ordine (anche del riformatore dell’ordine) entro il loro rispettivo territorio [3]: vale a dire il titolare ha il Credo nella sua chiesa [4], il patrono del luogo in tutti gli oratori pubblici del luogo o della regione sotto il suo patrocinio; il patrono dell’ordine nelle chiese del rispettivo ordine, sia alla festa principale e fra la sua ottava, sia anche alle feste secondarie. Inoltre il Credo c’è a tutte le messe votive solenni, alle feste delle reliquie, cioè le feste primarie e secondarie di un santo, una reliquia insigne del quale si conserva nella chiesa, nel caso che tale festa sia almeno doppia.

N. B. - Quando il Messale prescrive il Credo per l’anniversario dell’elezione e della consacrazione del vescovo e del sommo pontefice, ciò è da intendere limitatamente alla messa votiva solenne.

4. Per accidens: a tutte le messe delle feste di rito doppio o semidoppio fra una ottava che come tale ha il Credo[5] anche quando non si commemora l’ottava e quando si deve commemorare un ufficio prevalente (per esempio la domenica) [6].
Se si celebrano due o più differenti messe cantate o conventuali, si ha la modifica di cui si è detto sopra (§ 42, III)[7].
Nelle messe votive private, nelle messe della feria, della vigilia comune come nelle messe di rito semplice (festa semplice, giorno ottavo semplice [8], messa votiva della festa fra l’ottava semplice, messa delle rogazioni, messa della domenica da riassumere) il Credo è sempre escluso, anche se ne avrebbe diritto una delle commemorazioni occorrenti [9].

N. B. - Da quanto sopra esposto seguono le regole ben note:
1. Muc non credit (per se), cioè i martiri, le vergini, le vedove, le vigilie, i confessori non hanno il Credo - quanto meno di per sé, perché possono averlo accidentalmente, cioè in ragione della solennità o dell’ottava.
2. Dap credit, cioè il Signore (Dominus), la Madonna (Domina), la dedicazione, la domenica, i dottori, gli angeli, gli apostoli, i patroni hanno il Credo.
__________________________
Legenda - Add. Additiones et variationes in rubricis Missalis ad normam bullae “Divino afflatu”. C. R. Collectio authentica decretorum Sacrae Rituum Congregationis, Romae, 5 voll., 2 app. Tit. Rubricae generales Missalis.

* Tit. 11; Add. 7.

[1] Add. VII, 3. Esempio: quando la messa della domenica fra l’ottava dell’Ascensione è riassunta il lunedì immediatamente successivo; non invece se il 13 gennaio cade di domenica e la messa della domenica fra l’ottava dell’Epifania è da riassumere solo il 19 gennaio.
[2] Dove quindi san Giovanni Battista è patrono, anche la festa della Decollazione ha il Credo; nell’ordine di san Francesco tutte le feste doppie del serafico Padre hanno il Credo, non solo la festa principale.
[3] C. R. 4192 ad 4; Add. VII, 3; se dunque san Giovanni Battista è titolare della cattedrale, alla sua festa e fra l’ottava il Credodeve essere recitato solo in cattedrale, non nelle altre chiese.
[4] C. R. n. 2189; 4281 ad 3.
[5] C. R. n. 4386 ad 3, dunque non fra l’ottava di san Giovanni Battista e nelle ottave semplici.
[6] Esempio: il 13 dicembre, il 16 agosto, quando il 24 giugno cade di domenica oppure vi è l’adorazione perpetua.
[7] Pertanto quando sabato 16 agosto oltre alla messa di san Gioacchino si canta la messa votiva solenne dell’Assunta, la prima è senza Credo, con prefazio comune, ecc. C. R. n. 4372 ad 10.
[8] C. R. n. 4348 ad 4.
[9] Esempio: alla messa delle rogazioni se vi è una sola messa, e quindi si deve fare la commemorazione di san Marco o della domenica, nella messa della feria il 7 marzo, in quella della vigilia il 7 dicembre.

(da G. KiefferRubrizistik oder Ritus des katholischen Gottesdienstes nach den Regeln der heiligen römischen Kirche, VIII ed., Paderborn, Schöningh, 1935, pp. 126-128, § 44. Traduzione italiana di Fabio Marino pubblicata in "Una Voce Notiziario", 51-53, 2013-2014, pp. 15-16, www.unavoceitalia.org)

sabato 25 ottobre 2014

"Per me reges regnant et legum conditores iusta decernunt" (Prov. 8, 15) - Festa del regno messianico di nostro Signore Gesù Cristo


Il messianismo è essenzialmente un regno universale e glorioso inaugurato dal Cristo per la gloria di Dio e la salvezza del mondo. Su questo punto non c’è alcuna oscurità nella sacra Scrittura, che, allorquando si mostra così laconina nel descrivere il carattere particolare del Servo di Jahvé spezzato dalle nostre iniquità, è al contrario prolissa nella descrizione delle glorie dell’impero di Colui la cui fronte è cinta da mille diademi e che, sul suo mantello regale, porta scritta la sua dignità, Rex regum et Dominus dominantium (Ap. 19, 16).


Il santo Sacrificio e l’Ufficio divino costituiscono il tributo solenne e quotidiano che la Chiesa rende al Cristo nella sua qualità di Pontefice e Re. Le feste liturgiche dell’Epifania, della Pasqua, dell’Ascensione hanno esse stesse per oggetto i misteri in cui il Cristo si presenta a noi in particolare sotto la forma di Re.
Nell’Epifania, in qualità di monarca, si fa cercare dai Magi venuti dal lontano Oriente e riceve le primizie dell’adorazione dei potenti della terra.
Nella Pasqua, piega sotto i suoi piedi tutti gli imperi che gli sono avversi, curvat imperia, ed inaugura il regno messianico trionfando della morte e del demonio. È in qualità di Re e di arbitro supremo dei destini del mondo che il Cristo, senza tener conto dell’autorità civile, invia i suoi Apostoli a predicare liberamente l’Evangelium Regni nel mondo intero: Data est mihi omnis potestas in cælo et in terra. Ite ergo; docete omnes gentes, baptizantes eos.
Infine, al tempo della sua Ascensione, egli si asside definitivamente sul trono della divinità alla destra del Padre e del suo regno, che, come canta il simbolo della fede, non finirà mai, cujus regni non erit finis.
Malgrado le affermazioni così numerose e solenni della potenza regale del Cristo, contenute nella sacra Scrittura e nella divina liturgia, imperversa, da più di due secoli, nel mondo civilizzato, una funesta eresia chiamata liberismo dagli uni e laicismo dagli altri. Quest’errore è multiforme, ma consiste tutto sommato nel negare la supremazia di Dio e della Chiesa sulla società civile e sugli Stati, i quali, ufficialmente, si proclamano indipendenti da ogni altra autorità superiore: Ecclesia libera in libera patria; libera Chiesa in libero Stato. Questa celebre formula, erroneamente attribuita a Camillo Benso conte di Cavour, in realtà risale al "cattolico" liberale Charles Forbes René, conte de Montalembert, che fu amico e collaboratore di Lamennais (sebbene poi rompesse con questi) e fu ospite pure del Manzoni. Ancora oggi è possibile leggere questo motto inciso all’interno della cappella del suo castello di La-Roche-en-Breuil in un'iscrizione latina, composta da Théophile Foisset, che commemora la nascita dei liberali cattolici francesi riunitisi attorno a Mons. Félix Dupanloup, vescovo di Orléans, per una messa che segnò l'avvio di quell'esperienza (In hoc sacello, Felix, Aurelianensis episcopus, panem verbi tribuit et panem vitae christianae amicorum, pusillo gregi, qui pro Ecclesia libera in libera patria commilitare jamdudum soliti, annos vitae reliquos ibidem Deo et libertati devovendi pactum instaurare. Die Octobris XIII, A.D. M.DCCC.LXII.
Aderant Alfredus comes de Falloux, Theophilus Foisset, Augustinus Cochin, Carolus comes de Montalembert, absens quidem corpore praesens autem spiritu, Albertus princeps de Broglie). 

Pierre-Auguste Pichon, Charles Forbes René de Montalembert, XIX sec., castello di Versailles, Versailles

Mons. Félix Dupanloup, 1860-70, Bibliothèque nationale de France, Parigi

In seguito fu il conte di Cavour ad utilizzare quella formula in occasione di un suo intervento al parlamento del 27 marzo 1861, che portò alla proclamazione di Roma come capitale del regno d’Italia. In quel discorso, il capo del governo piemontese avanzò l’idea di indipendenza del neo-Stato da Dio e dalla Chiesa. Eppure la storia, che è maestra di vita, dovrebbe non far dimenticare che tale convincimento era persino giunto, in epoche storiche antiche, ma anche a noi più vicine, fino al punto di rivendicare persino delle prerogative divine per lo Stato, a cui dovrebbe essere sacrificato ogni altro diritto, individuale e familiare, come era un tempo per il dio Moloch. Lo Stato era ed è per costoro la suprema espressione dell’assoluto. Contro questa pretesa si sono schierati innumerevoli uomini di buona volontà, martiri e santi come furono, ad es., molti cristeros o i martiri di Barbastro (v. anche qui)  o il beato P. Miguel Pro (v. qui), che hanno versato il loro sangue per "Cristo Rey", inneggiando, mutuandone la melodia dal popolare "Noi vogliam Dio", Tú reinarás, il cui ritornello ripete "Reine Jesús por siempre/Reine su corazón,/en nuestra patria, en nuestro suelo/es de María, la nación".


Come in passato parecchie feste liturgiche nacquero dalla viva fede della Chiesa, in vista di confutare allora alcuni errori particolari molto in voga, così in epoca contemporanea, nello stesso secolo breve, la Sede Apostolica non ha creduto poter rendere più popolare la condanna della peste del laicismo che istituendo una festa solenne e specifica del regno messianico del Cristo, in protesta, ammenda onorevole e riparazione, di fronte alle usurpazioni della statolatria, che ha riunito in una vasta congiura, reges terræ et principes ... in unum, adversus Dominum et adversus Christum ejus
È in fondo quest’errore dei tempi moderni la concretizzazione dell’antico grido dei giudei dinanzi all’Ecce Homo nel pretorio di Pilato: Nolumus hunc regnare super nos (Lc. 19, 14). Essi preferirono al Regno di Cristo quello terreno e mondano di Cesare. E cosa fece Cesare meno di quarant’anni dopo? Cinse d’assedio la Città Santa e, con la sua ferocia e tracotanza, la rase al suolo, distrusse il Tempio, abolì materialmente l’antico culto giudaico, stese l’abominio della desolazione su quel luogo, calpestato dai pagani, uccise una parte dei suoi abitanti ed un’altra parte fu deportata in schiavitù o dispersa tra le nazioni.
Proprio a Pilato, un pagano, Gesù aveva chiarito come quello del governatore non fosse altro che un piccolo, transeunte potere ed il fatto che Egli, l’Eterno, si sia degnato di stargli di fronte tenendo una lezione sul valore ed il significato dell’autentica autorità prova che la regalità rivendicata da Nostro Signore, non trae i suoi diritti da questo mondo, regnum meum non est hinc, comprende tuttavia anche questo mondo, agisce sugli uomini, su individui e nazioni e ogni elemento della natura, poiché «tutto attraverso [il Verbo] è stato fatto e senza di Lui non è stato fatto nulla di ciò che è [creato]» (Gv. 1, 3). Gesù non viene a detronizzare i sovrani della terra né a contender loro i territori sui quali esercitano il loro potere. Viene a dare, al contrario, alla società umana, l’ultima e più perfetta ordinanza, decretando nel suo Vangelo le regole supreme del vero e del giusto che devono dirigere i governanti ed i sudditi nell’esercizio dei loro doveri reciproci. Dio è il fine soprannaturale dell’uomo. Ora è il compito proprio della società civile e di quelli che la presiedono collaborare con la Chiesa ed aiutarla nel campo proprio, beninteso, all’autorità civile, affinché la Chiesa stessa possa con più facilità e sicurezza compiere la sua divina missione di illuminare, di santificare e di governare le anime, stabilendo in esse il regno del Cristo.
Questa suprema autorità della Chiesa cattolica e del Pontefice romano sugli Stati e sui loro monarchi faceva parte, nel Medioevo, del diritto internazionale dei popoli cristiani, così che parecchie volte si vide dei Papi deporre dal loro trono dei re indegni delle loro funzioni, e sciogliere i loro sudditi dal giuramento di fedeltà un tempo prestato ad essi.
Questa è l’interpretazione costantemente supportata dalla tradizione, dai Padri e dai Dottori della Chiesa, che hanno sempre considerato come eretica ogni differente ermeneutica, come quella che si è, ahimè, oggi, imposta. San Giovanni Crisostomo, ad es., affermava:
«Forse che il regno di Cristo non è di questo mondo? Certo che lo è. “Come mai allora — tu obietterai — non è?”. Non perché egli non regni anche qui, ma perché regna anche in cielo, e il suo regno non è umano, ma molto più grande e splendido. Ma se è più grande, perché lui si è fatto arrestare da quello? Perché si è consegnato spontaneamente. Veramente non tace questa verità, ma che cosa dice? “Se fossi di questo mondo, i miei servi avrebbero certo combattuto, perché io non fossi consegnato”. Con queste parole mostra la debolezza dei regni terreni, in quanto hanno bisogno del sostegno dei servi; mentre il regno dei cieli basta a se stesso, e non ha bisogno di nessuno. Prendendo occasione di qui, gli eretici affermano che egli è estraneo al Creatore. Che significa allora, quando l’Evangelista dice: “è venuto nella sua casa” (Gv 1, 1), e quando egli stesso dichiara: “essi non sono del mondo, come io non sono del mondo” (Gv 17, 14)? Cosi dice anche che il suo regno non è di questo mondo, non per privare il mondo della sua provvidenza e della sua alta sovranità, ma per far capire, come ho già osservato, che il suo regno non è umano né effimero» (San Giovanni Crisostomo, Homilia LXXXIII, § 4, in Id., Homiliæ in Joannem, in PG 59, col. 453B).
Sostenere il contrario significherebbe d’altronde dubitare dell’onestà del Salvatore, a cui «ogni potere [...] è stato dato in cielo ed in terra» (Mt 28, 18).
Non si tratta, d’altronde, di confondere i due poteri, di sovrapporre in maniera caotica la sfera spirituale a quella temporale; ma da una opportuna distinzione non si deve, per assurdo, far seguire una completa scissione o rottura, tanto da mettere i rappresentanti di un’istituzione contro quelli dell’altra. Ogni separazione, in questo campo, porta all’aberrazione, la gravità della quale si può facilmente riscontrare nella società contemporanea. Del resto, la società civile sta a Dio ed alla religione come il corpo sta all’anima. Privando il corpo dell’anima, lo stesso è morto. Analogamente, privando la società e lo Stato di Dio e della religione, essi inevitabilmente sono destinati a morire, divenendo autentici corpi morti.



Molte date furono proposte all’inizio per questa festa dai liturgisti: la domenica nell’ottava dell’Epifania, dell’Ascensione, l’ottava del Sacro Cuore, ma è parso preferibile di non fondere questa festa con alcune altre già esistenti, per darle, al contrario, un carattere tutto particolare ed un posto speciale nel Messale. Finalmente si assegnò alla nuova solennità, come già ricordato da noi, la domenica che precede la festa di Ognissanti, per metterla in relazione con l’ufficio del 1° Novembre, con l’idea che informa questa celebrazione collettiva di tutti i santi nella quale veneriamo la Gerusalemme celeste e la nobile corte del Re di gloria. È ben giusto, quindi, che la liturgia, quasi al termine del suo ciclo delle domeniche dopo la Pentecoste, che esprimono i travagli e le lotte della vita del tempo, prima di dirigere i suoi sguardi verso i differenti cori che ornano l’ecclesia primitivorum e la città del cielo, presenti la sua adorazione a Colui che è la fine e la causa di una sì grande gloria ed a cui tutti i santi offrono la loro corona ed intonano il gioioso Alleluja.
Questa è la ragione profonda per la quale, nell’ufficio di Ognissanti, il primo responsorio del Mattutino ci mostra il trono dell’Onnipotente e lo strascico della sua veste, che riempie, in segno di santificazione, tutto il Tempio: Vidi Dominum sedentem super solium excelsum et elevatum ... et ea quæ sub ipso erant replebant templum.
Purtroppo quest’alto significato è stato mutato da Paolo VI, il quale, non potendo eliminare la festa introdotta da Pio XI, ha inteso “depotenziarla”, assegnandole, in sostanza, solo un significato puramente escatologico, portandola al termine dell’anno liturgico, alla sua ultima domenica. Si ha chiara percezione quest’impostazione di fondo, tra l’altro, laddove si esaminino le tre orazioni del messale di Paolo VI e le si confrontino con quelle anteriori. Nel messale del 1970, infatti, benché si riprendano i testi anteriori, nondimeno vi sono significativi cambiamenti nella colletta, in cui non si chiede più la «sottomissione delle genti al soavissimo impero» di Cristo Re, ma che «ogni creatura, libera dalla schiavitù del peccato, ti serva e ti lodi senza fine». Il mutamento di significato è sostanziale e denota la volontà del legislatore liturgico post-conciliare di confinare l’impero di Cristo solo al tempo escatologico, escludendo la signoria di Gesù sul tempo, sulla storia e su tutti gli uomini e le società umane.
Ma per quanto possa agire l’uomo, il Cristo non può essere spodestato. Se non può regnare con il suo amore e la sua misericordia a causa dell’opposizione umana, Egli regnerà con la sua temibile giustizia. Il Divino Redentore stesso, d’altronde, l’assicurò alla sua eletta discepola, santa Margherita Maria Alacoque, la cui memoria liturgica è stata celebrata alcuni giorni fa. Ella, abbattuta dalle difficoltà e dalle diffidenze che la circondavano, ebbe questo consolante incoraggiamento da Gesù stesso: «Ne crains rien, je régnerai malgré mes ennemis et tous ceux qui s’y voudront opposer!». «Ce qui me consolait beaucoup», aggiungeva la santa nella sua autobiografia, «puisque je ne désirais que de le voir régner. Je lui remis donc le soin [de] défendre sa cause et ce pendant que je souffrirais en silence» (Santa Margherita M. Alacoque, Autobiographie écrite par elle-même, § 95, in François Léon Gauthey, Vie et œuvres de la bienheureuse Marguerite-Marie Alacoque3, t. II, Paris 1915, p. 104. Cfr. anche Ibidem., t. I, pp. 218-219; Louis-Victor-Emile Bougaud, Histoire de la bienheureuse Marguerite-Marie et des origines de la Dévotion ai Cœur de Jésus6, Paris 1882, p. 339). Il medesimo pensiero, la nostra Santa lo esprimerà più volte nelle sue lettere alle consorelle ed al Padre Jean Croiset, nonché nelle sue preghiere (cfr. Santa Margherita M. Alacoque, Lettre LXV, A la mère De Saumaise, à Dijon, 1687, in François Léon Gauthey, op. cit., p. 355; Id., Lettre LXXXVIII, A la mère De Saumaise, à Dijon, 6 juin 1688, ivi, p. 402; Id., Lettre XCVII, A la mère De Saumaise, à Dijon, Fin de février 1689, ivi, p. 426; Id., Lettre C, A la mère De Saumaise, à Dijon, Après la fête du sacré Cœur, juin 1689, ivi, p. 434; Id., Lettre CVI, A Sœur F. M. De La Barge, à Moulins, De notre monastère de Paray, ce 21 août 1689, ivi, p. 454; Id., Lettre CVI, A Sœur Jeanne-Madeleine Joly, à Dijon, 28 août 1689, ivi, p. 462; Id., Lettre CXI, A la mère De Saumaise, à Dijon, 3 novembre 1689, ivi, pp. 473-474; Id., Lettre CXVIII, A Sœur Jeanne-Madeleine Joly, à Dijon, 10 avril 1690, ivi, p. 484; Id., Lettre CXXXI, 2e Lettre Au R. P. Jean Croiset, Ce 10me août 1689, ivi, pp. 526 e 533; Id., Lettre CXXXII, Au R. P. Jean Croiset, Ce 15 septembre 1689, ivi, p. 544; Id., Lettre CXXXIX, Au R. P. Jean Croiset, Du 21 août 1690, ivi, p. 616; Id., Petit livret Tout dédié à rendre hommage au Sacré Cœur de Notre-Seigneur Jésus-Christ, cap. XXIX, Pacte avec le sacré Cœur de Jésus, ivi, p. 814).



La festa odierna, dunque, vuole ricordare ai fedeli l’idea del Cristo-pontefice e Re, che riconquista – mediante la Croce – e rende al Padre il regno della creazione, allontanatosi da Lui a causa del peccato, affinché Dio sia eternamente tutto in tutti. Per questo lo stendardo del Gran Re è la Croce: Dicite in nationibus: regnavit a ligno Deus; poiché il regno di Cristo è obbedienza, umiltà e sacrificio.
Ciò spiega la feroce opposizione, specie in questi ultimi anni, di coloro che, invocando un malinteso significato di laicità, non sopportano anche solo la vista di questo vessillo regale, chiedendo a più riprese che venga rimosso da ogni luogo pubblico, preferendo addirittura al suo posto che siano messe gigantografie di autorità umane, del Cesare di turno … .


Cristo Re, Santuario della Madonna di Jasna Gora, Czestochowa



Cristo in trono tra quattro angeli, Basilica di S. Apollinare Nuovo, Ravenna