Secondo un’antica tradizione registrata nello
pseudo-Abdia, questi due Apostoli, dopo d’aver insieme evangelizzato per
tredici anni l’Armenia e la Persia, avrebbero incontrato il martirio il 1°
luglio 47 nella città di Suanir (per la verità, non si sa bene a quale località oggi corrisponda
la città di Suanir. C’è chi ipotizza che si tratti della città a nord de Il
Cairo chiamata Sannur. Cfr. W. Milton Timmons, Everything about the Bible that you never had time to look up. A Condensed Guide to Biblical
Literature, Xlibris Corporation, s.l., 2003, p. 497).
Alcuni martirologi occidentali celebrano infatti la loro
festa in quel giorno.
Le Chiese d’Oriente
festeggiano, invece, separatamente gli apostoli Simone e Giuda: commemorano,
infatti, Simone lo Zelota il 10 maggio e Giuda Taddeo il 19 giugno.
Questi due Santi esulano un po’ dalle antiche recensioni
dei Sacramentari Romani; se ne ritrova però la solennità nelle edizioni meno
antiche, probabilmente dal X sec.. Due secoli dopo, cioè nel XII sec. la
devozione verso questi gloriosi Apostoli doveva essere alquanto diffusa nella
Città Eterna, dal momento che, come riferisce Benedetto Canonico, si riteneva
che i loro corpi riposassero nella basilica Vaticana sotto due speciali altari,
che perciò nelle solenni vigilie notturne ricevevano l’onore della
turificazione: duo altaria in mediana ad
Crucifixos, ubi ab antiquis patribus audivimus requiescere apostolos Simonem et
Judam(Benedetto
canonico, Ordo
Romanus XI, in PL 78, col. 1029B). Secondo Pietro di Mallio, nella basilica vaticana vi si dedicava ai
due Santi particolare cura ut a nostris
maioribus accepimus, eorum corpora pretiosa requiescunt(Pietrodi Mallio, Descriptio
basilicæ vaticanæ, 10, pubblicato a cura di R. Valentini - G. Zucchetti, Codice Topografico della Città di Roma,
Coll. Fonti per la Storia d’Italia,
vol. 3, Roma 1946, p. 413).
Quando venne riedificata la basilica vaticana, le
Reliquie dei due Apostoli il 27 dicembre 1605 furono trasferite sotto un nuovo
altare eretto in loro onore, e Paolo V concesse agli intervenuti l’indulgenza
plenaria. Quell’altare, sul quale oggi si ammira una tela raffigurante la
crocifissione di san Pietro, è importantissimo, perché corrisponde all’incirca
al punto indicato dalla tradizione – inter
duas metas – come quello dove fu eretta la croce del Principe degli
Apostoli.
In Roma, v’era anche un’altra chiesuola, oggi sconsacrata
sin dai primi del ‘900 ed adibita ad usi civili dopo aver demolito la parte
superiore della facciata (oggi è un teatro), intitolata ai santi Simone e Giuda
(un tempo denominata Santa Maria in Monticellis), e si trovava presso il
monte Giordano, vicino al palazzo degli Orsini, nel rione Ponte, in fondo a vicolo
San Simone (Cfr. M. Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX,
Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 404-407; C.
Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, pp. 349-350).
Esiste poi oggi la piccola chiesa di san Giuda Taddeo nel
quartiere Trieste, in via Rovereto, con annesso istituto delle suore
carmelitane di Santa Teresa di Firenze. Questo tempio fu inaugurato il 2 agosto
1931. Sempre allo stesso Apostolo è dedicata una parrocchia moderna nel
quartiere Appio Latino, denominata San Giuda ai Cessati Spiriti, eretta nel
maggio 1960. San Giuda Taddeo è, poi, particolarmente venerato nel Santuario di
San Salvatore in Lauro, che è il Santuario della Madonna di Loreto a Roma, a
pochi passi da Piazza Navona, dove vi si conserva un’insigne reliquia del corpo
del Santo.
Una parrocchia è dedicata ai due Santi oggi venerati nel
quartiere di Torre Angela (Santi Simone e Giuda Taddeo a Torre Angela).
Oltre la gloria ed il merito dell’apostolato, comune a
tutti e dodici i primi discepoli del Salvatore sui quali, come osserva san
Tommaso, Dio riversò le primizie dello Spirito, Giuda, di cui oggi si celebra
la festa, vanta ancora una prerogativa affatto particolare. Egli dalle Sacre
Scritture è detto fratello di Giacomo primo vescovo di Gerusalemme, e cugino,
secondo la carne, dunque, dello stesso Divin Salvatore.
Questi vincoli strettissimi di sangue con Cristo, gli
valsero da lui un amore più intenso, quale è dovuto fra congiunti, e quindi dei
carismi speciali; in grazia dei quali, nella primitiva chiesa Gerosolimitana i fratres Domini godevano un credito
particolare; tanto che anche Paolo nella prima Epistola ai Corinti si appella
alla loro autorità (1 Cor. 9, 5). Per l’onorabilità del Salvatore innanzi agli
Ebrei, era del tutto conveniente che la sua immediata parentela fosse superiore
ad ogni elogio.
Di san Giuda, che il canone Romano della Messa commemora
giornalmente sotto il nome di Taddeo, noi abbiamo una breve lettera canonica
contro la falsa gnosi allora incipiente. Essa, a cui sembra ispirarsi anche i
capp. II e III della Secunda Petri, rappresenta un modello della
predicazione Evangelica del Frater
Domini, e la si legge perciò, oltre che nei Divini Uffici, anche
nella messa di san Silverio papa il 20 giugno.
Si rileva dalla vita di
san Bernardo, che avendo egli nell’anno stesso in cui morì ricevuto da
Gerusalemme alcune Reliquie dell’apostolo san Giuda, ordinò che queste
venissero deposte sul suo cadavere, perché con questo prezioso tesoro sul petto
fosse rinchiuso nel sepolcro. Sappiamo da Gaufrido, biografo del Santo, che il
voto fu esaudito: «Sed et
pectori ejus ipso tumulo capsula superposita est, in qua beati Thaddæi apostoli
reliquiæ continentur, quas eodem anno ab Jerosolyma sibi missas, suo jusserat
corpori superponi: eo utique fidei et devotionis intuitu, ut eidem apostolo in
die communis resurrectionis adhæreat» (Gaufrido
di Chiaravalle (Gaufridus Clarævallensis), Sancti Bernardi vita et
res gestæ, lib. 5, cap. 2, 15, in PL 185, 360D. Cfr. anche Alano di Auxerre, Vita
secunda Sancti Bernardi Abbatis, cap. 31, 88, ivi, col. 524A). La
notizia della sepoltura con la reliquia di san Giuda Taddeo era riportata anche
nella cronaca del monastero in occasione della morte di san Bernardo nel 1153:
«… Sepultus est ante altare beatissimæ Virginis matris;
ipsoque in tumulo, pectori ejus superposita est capsula reliquias continens
beati Thaddæi apostoli, quas eodem anno ab Jerosolyma sibi missas, suo jusserat
corpori superponi» (Autori Vari, Diatriba
De Illustri Genere S. Bernardi abbatis clarevallensis, Appendix, cap. XX, ivi, col.
1538B-C. Si parla ancora di ciò pure nella lunga lettera-trattato dell’archivista-bibliotecario
di Dijon, corrispondente del ministero dell’istruzione pubblica, per conto dell’Académie
Française, Ph. Guignard, Lettre à M. le Comte
de Montalembert, Sur les reliques de S. Bernard et de S. Malachie, et sur le
premier emplacement de Clairvaux, 5 mars 1855, cap. II, ivi, col.
1674A-B, in cui si riferisce che il santo abate fu interrato «devant l’autel
de la bienheureuse Vierge Marie, dont il avait été le prêtre très-dévot.
Suivant sa volonté, on plaça sur sa poitrine un petit reliquaire contenant
quelques os de saint Thaddée; sa foi et sa dévotion lui faisant désirer d’être
uni à cet apôtre au jour de la résurrection générale».
Più ignoto di san Giuda è invece l’apostolo Simone, che
san Matteo chiama Cananeo, mentre san Luca senz’altro aggiunge: qui vocatur Zelotes (Lc 6, 15).
Egli
quindi, prima d’esser chiamato da Cristo all’apostolato, era entrato nel
partito nazionalista degli zeloti o zelanti, di quelli cioè che, intolleranti
del giogo straniero, sognavano comunque una guerra d’indipendenza. Questa
circostanza della precedente carriera di Simone non venne più dimenticata; così
che, anche dopo gli rimase attaccato il nomignolo derivatogli dal suo antico
partito degli Zeloti. Oltre ai due Santi oggi ricordati dal Calendario romano, i cristiani rammentano anche l'evento, forse decisivo, che mutò la storia del decadente impero romano: vale a dire il celebre sogno di Costantino e vittoria del grande imperatore, contro le truppe di Massenzio, a Ponte Milvio-Saxa Rubra, avvenuta il 28 ottobre 312 (corrispondente, nel calendario gregoriano, al 10 novembre di quell'anno).
Giovanni Maria Butteri, Vergine in trono col Bambino e angeli con i SS. Giovannino, Giuda e Simone, 1586, Norton Museum, Pasadena
Antonio Cavallucci, Martirio dei SS. Giuda e Simone, XVIII sec., Collezione dell'Accademia di San Luca, Roma
Antoon van Dyck, S. Giuda Taddeo, 1618-20, Kunsthistorisches Museum Gemäldegalerie, Vienna
Jusepe de Ribera, S. Giuda Taddeo, 1630-35,
Museo del Prado, Madrid
Anonimo, S. Giuda Taddeo, 1635-65, museo del Prado, Madrid
Lorenzo Ottoni, S. Giuda Taddeo, Basilica di S. Giovanni
in Laterano, Roma
Pieter Pauwel Rubens, S. Simone, 1611, Museo del
Prado, Madrid
Jusepe de Ribera, S.
Simone, 1630-35, Museo del Prado, Madrid
Jusepe de Ribera, S.
Simone, 1630-35 circa, Museo del Prado, Madrid
Francesco Moratti, S.
Simone, 1708-09, Basilica di San Giovanni in Laterano, Roma
Pontifical Mass in St Peter’s, Celebrated by Card. Burke
BY GREGORY DIPIPPO
Yesterday, His
Eminence Raymond Cardinal Burke, Prefect of the Apostolic Segnatura, celebrated
a Pontifical Mass in St Peter’s Basilica for those participating
in the Populus Summorum Pontificum pilgrimage. The day
began with Eucharistic Adoration at the Basilica of San Lorenzo in Damaso,
followed by a long procession through the streets of Rome, which crossed
the bridge at the Ponte Sant’ Angelo to reach the Vatican. The Mass was
the Saturday Votive Mass of the Virgin Mary, and His Eminence preached on
the Virgin Mary as a model of our lives as pilgrims in this world. Music
was provided by a choir of almost 20 seminarians from the North American
College, conducted by Mr Leon Griesbach, accompanied by Mr Garret Ahlers
on the organ. I am very grateful to Mr François Nanceau for providing us
with links to these photos. (I was unable to take any myself, since I was
the 2nd MC!) You can access the complete set on googleplus by clicking here, and on facebook by clicking here. He has also posted photographs of the Vespers
celebrated by Archbishop Guido Pozzo at Trinità dei Pellegrini (here and here), and the Mass celebrated there on Friday for
the feast of St Raphael and the 10th anniversary of the International
Juventutem Federation (here and here). All photographs
copyright François Pierre-Louis for Coetus Internationalis Summorum Pontificum.
1. Ratione
mysterii: a tutte le feste del Signore (Natale, Pentecoste, Trinità,
Esaltazione della Croce, Preziosissimo Sangue, Sacratissimo Cuore,
Trasfigurazione, il giorno della consacrazione della chiesa e dell’altare,
l’anniversario della consacrazione della chiesa), a tutte le feste della Beata
Vergine e di san Giuseppe, alla messa domenicale, anche della domenica
anticipata con messa e ufficio riposti, e la vigilia dell’Epifania. La messa
della domenica da riassumere ha il Credo solo se si tratta di
una messa della domenica da riassumere fra un’ottava privilegiata della Chiesa
universale [1].
2. Ratione
doctrinae: a tutte le feste primarie e secondarie degli apostoli,
evangelisti e dottori della Chiesa, che siano almeno doppie minori, alle feste
degli angeli, di santa Maria Maddalena (apostola degli apostoli), infine alla
festa di Ognissanti.
3. Ratione
celebritatis: a tutte le feste doppie [2] dei
patroni principali di una chiesa, di una diocesi, di un luogo oppure di un
ordine (anche del riformatore dell’ordine) entro il loro rispettivo territorio [3]: vale a dire il titolare ha il Credo nella
sua chiesa [4],
il patrono del luogo in tutti gli oratori pubblici del luogo o della regione
sotto il suo patrocinio; il patrono dell’ordine nelle chiese del rispettivo
ordine, sia alla festa principale e fra la sua ottava, sia anche alle feste
secondarie. Inoltre il Credo c’è a tutte le messe votive
solenni, alle feste delle reliquie, cioè le feste primarie e secondarie di un
santo, una reliquia insigne del quale si conserva nella chiesa, nel caso che
tale festa sia almeno doppia.
N. B. - Quando il
Messale prescrive il Credo per l’anniversario dell’elezione e
della consacrazione del vescovo e del sommo pontefice, ciò è da intendere
limitatamente alla messa votiva solenne.
4. Per
accidens: a tutte le messe delle feste di rito doppio o semidoppio fra
una ottava che come tale ha il Credo[5] anche
quando non si commemora l’ottava e quando si deve commemorare un ufficio
prevalente (per esempio la domenica) [6].
Se si celebrano due o
più differenti messe cantate o conventuali, si ha la modifica di cui si è detto
sopra (§ 42, III)[7].
Nelle messe votive
private, nelle messe della feria, della vigilia comune come nelle messe di rito
semplice (festa semplice, giorno ottavo semplice [8],
messa votiva della festa fra l’ottava semplice, messa delle rogazioni,
messa della domenica da riassumere) il Credo è sempre escluso,
anche se ne avrebbe diritto una delle commemorazioni occorrenti [9].
N. B. - Da quanto
sopra esposto seguono le regole ben note:
1. Muc non
credit (per se), cioè i martiri, le vergini, le vedove, le vigilie, i
confessori non hanno il Credo - quanto meno di per sé, perché
possono averloaccidentalmente, cioè in ragione della solennità o
dell’ottava.
2. Dap credit,
cioè il Signore (Dominus), la Madonna (Domina), la dedicazione,
la domenica, i dottori, gli angeli, gli apostoli, i patroni hanno il Credo.
__________________________
Legenda - Add. Additiones et
variationes in rubricis Missalis ad normam bullae “Divino afflatu”. C.
R. Collectio authentica decretorum Sacrae Rituum Congregationis,
Romae, 5 voll., 2 app. Tit. Rubricae generales Missalis.
* Tit. 11; Add. 7.
[1] Add. VII, 3. Esempio:
quando la messa della domenica fra l’ottava dell’Ascensione è riassunta il
lunedì immediatamente successivo; non invece se il 13 gennaio cade di domenica
e la messa della domenica fra l’ottava dell’Epifania è da riassumere solo il 19
gennaio.
[2] Dove quindi san Giovanni
Battista è patrono, anche la festa della Decollazione ha il Credo;
nell’ordine di san Francesco tutte le feste doppie del serafico Padre hanno il Credo,
non solo la festa principale.
[3] C. R. 4192 ad 4;
Add. VII, 3; se dunque san Giovanni Battista è titolare della cattedrale, alla
sua festa e fra l’ottava il Credodeve essere recitato solo in
cattedrale, non nelle altre chiese.
[5] C. R. n. 4386 ad 3,
dunque non fra l’ottava di san Giovanni Battista e nelle ottave semplici.
[6] Esempio: il 13 dicembre, il
16 agosto, quando il 24 giugno cade di domenica oppure vi è l’adorazione
perpetua.
[7] Pertanto quando sabato 16
agosto oltre alla messa di san Gioacchino si canta la messa votiva solenne
dell’Assunta, la prima è senza Credo, con prefazio comune, ecc. C.
R. n. 4372 ad 10.
[9] Esempio: alla messa delle
rogazioni se vi è una sola messa, e quindi si deve fare la commemorazione di
san Marco o della domenica, nella messa della feria il 7 marzo, in quella della
vigilia il 7 dicembre.
(da G. Kieffer, Rubrizistik
oder Ritus des katholischen Gottesdienstes nach den Regeln der heiligen
römischen Kirche, VIII ed., Paderborn, Schöningh, 1935, pp. 126-128, § 44. Traduzione italiana di Fabio Marino pubblicata in "Una
Voce Notiziario", 51-53, 2013-2014, pp. 15-16, www.unavoceitalia.org)
Il messianismo è essenzialmente un regno universale e glorioso inaugurato dal Cristo per la gloria di Dio e la salvezza del mondo. Su questo punto non c’è alcuna oscurità nella sacra Scrittura, che, allorquando si mostra così laconina nel descrivere il carattere particolare del Servo di Jahvé spezzato dalle nostre iniquità, è al contrario prolissa nella descrizione delle glorie dell’impero di Colui la cui fronte è cinta da mille diademi e che, sul suo mantello regale, porta scritta la sua dignità, Rex regum et Dominus dominantium (Ap. 19, 16).
Il santo Sacrificio e l’Ufficio divino costituiscono il tributo solenne e quotidiano che la Chiesa rende al Cristo nella sua qualità di Pontefice e Re. Le feste liturgiche dell’Epifania, della Pasqua, dell’Ascensione hanno esse stesse per oggetto i misteri in cui il Cristo si presenta a noi in particolare sotto la forma di Re.
Nell’Epifania, in qualità di monarca, si fa cercare dai Magi venuti dal lontano Oriente e riceve le primizie dell’adorazione dei potenti della terra.
Nella Pasqua, piega sotto i suoi piedi tutti gli imperi che gli sono avversi, curvat imperia, ed inaugura il regno messianico trionfando della morte e del demonio. È in qualità di Re e di arbitro supremo dei destini del mondo che il Cristo, senza tener conto dell’autorità civile, invia i suoi Apostoli a predicare liberamente l’Evangelium Regninel mondo intero: Data est mihi omnis potestas in cælo et in terra. Ite ergo; docete omnes gentes, baptizantes eos.
Infine, al tempo della sua Ascensione, egli si asside definitivamente sul trono della divinità alla destra del Padre e del suo regno, che, come canta il simbolo della fede, non finirà mai, cujus regni non erit finis.
Malgrado le affermazioni così numerose e solenni della potenza regale del Cristo, contenute nella sacra Scrittura e nella divina liturgia, imperversa, da più di due secoli, nel mondo civilizzato, una funesta eresia chiamata liberismo dagli uni e laicismo dagli altri. Quest’errore è multiforme, ma consiste tutto sommato nel negare la supremazia di Dio e della Chiesa sulla società civile e sugli Stati, i quali, ufficialmente, si proclamano indipendenti da ogni altra autorità superiore: Ecclesia libera in libera patria; libera Chiesa in libero Stato. Questa celebre formula, erroneamente attribuita a Camillo Benso conte di Cavour, in realtà risale al "cattolico" liberale Charles Forbes René, conte de Montalembert, che fu amico e collaboratore di Lamennais (sebbene poi rompesse con questi) e fu ospite pure del Manzoni. Ancora oggi è possibile leggere questo motto inciso all’interno della cappella del suo castello di La-Roche-en-Breuil in un'iscrizione latina, composta da Théophile Foisset, che commemora la nascita dei liberali cattolici francesi riunitisi attorno a Mons. Félix Dupanloup, vescovo di Orléans, per una messa che segnò l'avvio di quell'esperienza (In hoc sacello, Felix, Aurelianensis episcopus, panem verbi tribuit et panem vitae christianae amicorum, pusillo gregi, qui pro Ecclesia libera in libera patria commilitare jamdudum soliti, annos vitae reliquos ibidem Deo et libertati devovendi pactum instaurare. Die Octobris XIII, A.D. M.DCCC.LXII. Aderant Alfredus comes de Falloux, Theophilus Foisset, Augustinus Cochin, Carolus comes de Montalembert, absens quidem corpore praesens autem spiritu, Albertus princeps de Broglie).
Pierre-Auguste Pichon, Charles Forbes René de Montalembert, XIX sec., castello di Versailles, Versailles
Mons. Félix Dupanloup, 1860-70, Bibliothèque nationale de France, Parigi
In seguito fu il conte di Cavour ad utilizzare quella formula in occasione di un suo intervento al parlamento del 27 marzo 1861, che portò alla proclamazione di Roma come capitale del regno d’Italia. In quel discorso, il capo del governo piemontese avanzò l’idea di indipendenza del neo-Stato da Dio e dalla Chiesa. Eppure la storia, che è maestra di vita, dovrebbe non far dimenticare che tale convincimento era persino giunto, in epoche storiche antiche, ma anche a noi più vicine, fino al punto di rivendicare persino delle prerogative divine per lo Stato, a cui dovrebbe essere sacrificato ogni altro diritto, individuale e familiare, come era un tempo per il dio Moloch. Lo Stato era ed è per costoro la suprema espressione dell’assoluto. Contro questa pretesa si sono schierati innumerevoli uomini di buona volontà, martiri e santi come furono, ad es., molti cristeros o i martiri di Barbastro (v. anche qui) o il beato P. Miguel Pro (v. qui), che hanno versato il loro sangue per "Cristo Rey", inneggiando, mutuandone la melodia dal popolare "Noi vogliam Dio", Tú reinarás, il cui ritornello ripete "Reine Jesús por siempre/Reine su corazón,/en nuestra patria, en nuestro suelo/es de María, la nación".
Come in passato parecchie feste liturgiche nacquero dalla viva fede della Chiesa, in vista di confutare allora alcuni errori particolari molto in voga, così in epoca contemporanea, nello stesso secolo breve, la Sede Apostolica non ha creduto poter rendere più popolare la condanna della peste del laicismo che istituendo una festa solenne e specifica del regno messianico del Cristo, in protesta, ammenda onorevole e riparazione, di fronte alle usurpazioni della statolatria, che ha riunito in una vasta congiura, reges terræ et principes ... in unum, adversus Dominum et adversus Christum ejus. È in fondo quest’errore dei tempi moderni la concretizzazione dell’antico grido dei giudei dinanzi all’Ecce Homo nel pretorio di Pilato: Nolumus hunc regnare super nos(Lc. 19, 14). Essi preferirono al Regno di Cristo quello terreno e mondano di Cesare. E cosa fece Cesare meno di quarant’anni dopo? Cinse d’assedio la Città Santa e, con la sua ferocia e tracotanza, la rase al suolo, distrusse il Tempio, abolì materialmente l’antico culto giudaico, stese l’abominio della desolazione su quel luogo, calpestato dai pagani, uccise una parte dei suoi abitanti ed un’altra parte fu deportata in schiavitù o dispersa tra le nazioni.
Proprio a Pilato, un pagano, Gesù aveva chiarito come quello del governatore non fosse altro che un piccolo, transeunte potere ed il fatto che Egli, l’Eterno, si sia degnato di stargli di fronte tenendo una lezione sul valore ed il significato dell’autentica autorità prova che la regalità rivendicata da Nostro Signore, non trae i suoi diritti da questo mondo, regnum meum non est hinc, comprende tuttavia anche questo mondo, agisce sugli uomini, su individui e nazioni e ogni elemento della natura, poiché «tutto attraverso [il Verbo] è stato fatto e senza di Lui non è stato fatto nulla di ciò che è [creato]» (Gv. 1, 3). Gesù non viene a detronizzare i sovrani della terra né a contender loro i territori sui quali esercitano il loro potere. Viene a dare, al contrario, alla società umana, l’ultima e più perfetta ordinanza, decretando nel suo Vangelo le regole supreme del vero e del giusto che devono dirigere i governanti ed i sudditi nell’esercizio dei loro doveri reciproci. Dio è il fine soprannaturale dell’uomo. Ora è il compito proprio della società civile e di quelli che la presiedono collaborare con la Chiesa ed aiutarla nel campo proprio, beninteso, all’autorità civile, affinché la Chiesa stessa possa con più facilità e sicurezza compiere la sua divina missione di illuminare, di santificare e di governare le anime, stabilendo in esse il regno del Cristo.
Questa suprema autorità della Chiesa cattolica e del Pontefice romano sugli Stati e sui loro monarchi faceva parte, nel Medioevo, del diritto internazionale dei popoli cristiani, così che parecchie volte si vide dei Papi deporre dal loro trono dei re indegni delle loro funzioni, e sciogliere i loro sudditi dal giuramento di fedeltà un tempo prestato ad essi.
Questa è l’interpretazione costantemente supportata dalla tradizione, dai Padri e dai Dottori della Chiesa, che hanno sempre considerato come eretica ogni differente ermeneutica, come quella che si è, ahimè, oggi, imposta. San Giovanni Crisostomo, ad es., affermava:
«Forse che il regno di Cristo non è di questo mondo? Certo che lo è. “Come mai allora — tu obietterai — non è?”. Non perché egli non regni anche qui, ma perché regna anche in cielo, e il suo regno non è umano, ma molto più grande e splendido. Ma se è più grande, perché lui si è fatto arrestare da quello? Perché si è consegnato spontaneamente. Veramente non tace questa verità, ma che cosa dice? “Se fossi di questo mondo, i miei servi avrebbero certo combattuto, perché io non fossi consegnato”. Con queste parole mostra la debolezza dei regni terreni, in quanto hanno bisogno del sostegno dei servi; mentre il regno dei cieli basta a se stesso, e non ha bisogno di nessuno. Prendendo occasione di qui, gli eretici affermano che egli è estraneo al Creatore. Che significa allora, quando l’Evangelista dice: “è venuto nella sua casa” (Gv 1, 1), e quando egli stesso dichiara: “essi non sono del mondo, come io non sono del mondo” (Gv 17, 14)? Cosi dice anche che il suo regno non è di questo mondo, non per privare il mondo della sua provvidenza e della sua alta sovranità, ma per far capire, come ho già osservato, che il suo regno non è umano né effimero» (San Giovanni Crisostomo, Homilia LXXXIII, § 4, in Id., Homiliæ in Joannem, in PG 59, col. 453B).
Sostenere il contrario significherebbe d’altronde dubitare dell’onestà del Salvatore, a cui «ogni potere [...] è stato dato in cielo ed in terra» (Mt28, 18).
Non si tratta, d’altronde, di confondere i due poteri, di sovrapporre in maniera caotica la sfera spirituale a quella temporale; ma da una opportuna distinzione non si deve, per assurdo, far seguire una completa scissione o rottura, tanto da mettere i rappresentanti di un’istituzione contro quelli dell’altra. Ogni separazione, in questo campo, porta all’aberrazione, la gravità della quale si può facilmente riscontrare nella società contemporanea. Del resto, la società civile sta a Dio ed alla religione come il corpo sta all’anima. Privando il corpo dell’anima, lo stesso è morto. Analogamente, privando la società e lo Stato di Dio e della religione, essi inevitabilmente sono destinati a morire, divenendo autentici corpi morti.
Molte date furono proposte all’inizio per questa festa dai liturgisti: la domenica nell’ottava dell’Epifania, dell’Ascensione, l’ottava del Sacro Cuore, ma è parso preferibile di non fondere questa festa con alcune altre già esistenti, per darle, al contrario, un carattere tutto particolare ed un posto speciale nel Messale. Finalmente si assegnò alla nuova solennità, come già ricordato da noi, la domenica che precede la festa di Ognissanti, per metterla in relazione con l’ufficio del 1° Novembre, con l’idea che informa questa celebrazione collettiva di tutti i santi nella quale veneriamo la Gerusalemme celeste e la nobile corte del Re di gloria. È ben giusto, quindi, che la liturgia, quasi al termine del suo ciclo delle domeniche dopo la Pentecoste, che esprimono i travagli e le lotte della vita del tempo, prima di dirigere i suoi sguardi verso i differenti cori che ornanol’ecclesia primitivorum e la città del cielo, presenti la sua adorazione a Colui che è la fine e la causa di una sì grande gloria ed a cui tutti i santi offrono la loro corona ed intonano il gioioso Alleluja. Questa è la ragione profonda per la quale, nell’ufficio di Ognissanti, il primo responsorio del Mattutino ci mostra il trono dell’Onnipotente e lo strascico della sua veste, che riempie, in segno di santificazione, tutto il Tempio: Vidi Dominum sedentem super solium excelsum et elevatum ... et ea quæ sub ipso erant replebant templum.
Purtroppo quest’alto significato è stato mutato da Paolo VI, il quale, non potendo eliminare la festa introdotta da Pio XI, ha inteso “depotenziarla”, assegnandole, in sostanza, solo un significato puramente escatologico, portandola al termine dell’anno liturgico, alla sua ultima domenica. Si ha chiara percezione quest’impostazione di fondo, tra l’altro, laddove si esaminino le tre orazioni del messale di Paolo VI e le si confrontino con quelle anteriori. Nel messale del 1970, infatti, benché si riprendano i testi anteriori, nondimeno vi sono significativi cambiamenti nella colletta, in cui non si chiede più la «sottomissione delle genti al soavissimo impero» di Cristo Re, ma che «ogni creatura, libera dalla schiavitù del peccato, ti serva e ti lodi senza fine». Il mutamento di significato è sostanziale e denota la volontà del legislatore liturgico post-conciliare di confinare l’impero di Cristo solo al tempo escatologico, escludendo la signoria di Gesù sul tempo, sulla storia e su tutti gli uomini e le società umane.
Ma per quanto possa agire l’uomo, il Cristo non può essere spodestato. Se non può regnare con il suo amore e la sua misericordia a causa dell’opposizione umana, Egli regnerà con la sua temibile giustizia. Il Divino Redentore stesso, d’altronde, l’assicurò alla sua eletta discepola, santa Margherita Maria Alacoque, la cui memoria liturgica è stata celebrata alcuni giorni fa. Ella, abbattuta dalle difficoltà e dalle diffidenze che la circondavano, ebbe questo consolante incoraggiamento da Gesù stesso: «Ne crains rien, je régnerai malgré mes ennemis et tous ceux qui s’y voudront opposer!». «Ce qui meconsolait beaucoup», aggiungeva la santa nella sua autobiografia, «puisque je ne désirais que de le voir régner. Je lui remis donc le soin [de] défendre sa cause et ce pendant que je souffrirais en silence» (Santa Margherita M. Alacoque, Autobiographie écrite par elle-même, § 95, in François Léon Gauthey, Vie et œuvres de la bienheureuse Marguerite-Marie Alacoque3, t. II, Paris 1915, p. 104. Cfr. anche Ibidem., t. I, pp. 218-219; Louis-Victor-Emile Bougaud, Histoire de labienheureuse Marguerite-Marie et des origines de la Dévotion ai Cœur de Jésus6, Paris 1882, p. 339). Il medesimo pensiero, la nostra Santa lo esprimerà più volte nelle sue lettere alle consorelle ed al Padre Jean Croiset, nonché nelle sue preghiere (cfr. Santa Margherita M. Alacoque, Lettre LXV, A la mère De Saumaise, à Dijon, 1687, in François Léon Gauthey, op. cit., p. 355; Id., Lettre LXXXVIII, A la mère De Saumaise, à Dijon, 6 juin 1688, ivi, p. 402; Id., Lettre XCVII, A la mère De Saumaise, à Dijon, Fin de février 1689, ivi, p. 426; Id., Lettre C, A la mère De Saumaise, à Dijon, Après la fête du sacré Cœur, juin 1689, ivi, p. 434; Id., Lettre CVI, A Sœur F. M. De La Barge, à Moulins, De notre monastère de Paray, ce 21 août 1689, ivi, p. 454; Id., Lettre CVI, A Sœur Jeanne-Madeleine Joly, à Dijon, 28 août 1689, ivi, p. 462; Id., Lettre CXI, A la mère De Saumaise, à Dijon, 3 novembre 1689, ivi, pp. 473-474; Id., Lettre CXVIII, A Sœur Jeanne-Madeleine Joly, à Dijon, 10 avril 1690, ivi, p. 484; Id., Lettre CXXXI, 2e Lettre Au R. P. Jean Croiset, Ce 10me août 1689, ivi, pp. 526 e 533; Id., Lettre CXXXII, Au R. P. Jean Croiset, Ce 15 septembre 1689, ivi, p. 544; Id., Lettre CXXXIX, Au R. P. Jean Croiset, Du 21 août 1690, ivi, p. 616; Id., Petit livret Tout dédié à rendre hommage au Sacré Cœur de Notre-Seigneur Jésus-Christ, cap. XXIX, Pacte avec le sacré Cœur de Jésus, ivi, p. 814).
La festa odierna, dunque, vuole ricordare ai fedeli l’idea del Cristo-pontefice e Re, che riconquista – mediante la Croce – e rende al Padre il regno della creazione, allontanatosi da Lui a causa del peccato, affinché Dio sia eternamente tutto in tutti. Per questo lo stendardo del Gran Re è la Croce: Dicite in nationibus: regnavit a ligno Deus; poiché il regno di Cristo è obbedienza, umiltà e sacrificio.
Ciò spiega la feroce opposizione, specie in questi ultimi anni, di coloro che, invocando un malinteso significato di laicità, non sopportano anche solo la vista di questo vessillo regale, chiedendo a più riprese che venga rimosso da ogni luogo pubblico, preferendo addirittura al suo posto che siano messe gigantografie di autorità umane, del Cesare di turno … .
Cristo Re, Santuario della Madonna di Jasna Gora, Czestochowa
Cristo in trono tra quattro angeli, Basilica di S. Apollinare Nuovo, Ravenna