Sante Messe in rito antico in Puglia

martedì 25 settembre 2012

Il Santo Padre ha nominato mons. Filippo Santoro Padre Sinodale



Il Santo Padre Benedetto XVI ha nominato l’Arcivescovo Metropolita di Taranto, monsignor Filippo Santoro, Padre Sinodale della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si terrà a Roma dal 7 al 28 ottobre 2012. Così si apprende dal bollettino della sala stampa vaticana di oggi 18 settembre alle ore 12,00. Il Sinodo verterà su La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana.
L’Arcivescovo Santoro, designato dal Papa nella rappresentanza di tutto il mondo, reca al Sinodo la sua grande esperienza nel campo della formazione giovanile e universitaria, in ambito missionario per i 27 anni di missione in Brasile, prima come sacerdote fidei donum, poi come vescovo ausiliare di Rio de Janeiro, quindi come vescovo della sede di Petropolis.
Oggi Mons. Santoro è Arcivescovo di una Chiesa del Sud Italia, che in pochi mesi dal suo insediamento lo ha visto, oltre ad assolvere i numerosi impegni di carattere pastorale, in prima linea per i problemi del capoluogo ionico,  difendendo il diritto alla salute e il diritto al lavoro.
Al Santo Padre va la gratitudine dell’intera Arcidiocesi di Taranto per questo ulteriore attestato di stima e di fiducia verso l’amata persona di Mons. Filippo Santoro.
La Chiesa locale assicura la preghiera per le prospettive, che sicuramente traccerà il prossimo Sinodo, e sostiene, gioiosa, la partecipazione, il lavoro, e i contributi che certamente monsignor Santoro porterà al Sinodo.

il Pro Vicario Generale
Mons. Emanuele Tagliente

martedì 18 settembre 2012

Legge e Verità


SANTA MESSA A CONCLUSIONE DELL’INCONTRO CON IL "RATZINGER SCHÜLERKREIS"

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Centro Mariapoli, Castel Gandolfo
Domenica, 2 settembre 2012

“La legge è un dono che viene da Dio” 
“La verità ci viene incontro e ci afferra”

[…] la «gioia della legge»: legge non come vincolo, come qualcosa che ci toglie la libertà, ma come regalo e dono. […] E’ questa la gioia umile di Israele: ricevere un dono da Dio. Questo è diverso dal trionfalismo, dall’orgoglio di ciò che viene da se stessi: Israele non è orgoglioso della propria legge come Roma poteva esserlo del diritto romano quale dono all’umanità, come la Francia forse del «Code Napoléon» ecc. […] Ma Israele sa: questa legge non l’ha fatta egli stesso, non è frutto della sua genialità, è dono. Dio gli ha mostrato che cos’è il diritto. Dio gli ha dato saggezza. La legge è saggezza. Saggezza è l’arte dell’essere uomini, l’arte di poter vivere bene e di poter morire bene. E si può vivere e morire bene solo quando si è ricevuta la verità e quando la verità ci indica il cammino. Essere grati per il dono che noi non abbiamo inventato, ma che ci è stato dato in dono, e vivere nella saggezza; imparare, grazie al dono di Dio, ad essere uomini in modo retto.
[…] c’è anche un pericolo: «non aggiungere, non togliere nulla». Con il passare del tempo, al dono di Dio si sono aggiunti applicazioni, opere, costumi umani, che crescendo nascondono ciò che è proprio della saggezza donata da Dio, così da diventare un vero vincolo che bisogna spezzare, oppure da portare alla presunzione: noi l’abbiamo inventato!
[…] Secondo la nostra fede la Chiesa è l’Israele che è diventato universale, nel quale tutti diventano, attraverso il Signore, figli di Abramo; l’Israele diventato universale, nel quale persiste il nucleo essenziale della legge, privo delle contingenze del tempo e del popolo. Questo nucleo è semplicemente Cristo stesso, l’amore di Dio per noi ed il nostro amore per Lui e per gli uomini. Egli è la Torah vivente, è il dono di Dio per noi, nel quale, ora, riceviamo tutti la saggezza di Dio. […]
Conviene, quindi, alla Chiesa, come per Israele, essere piena di gratitudine e di gioia. «Quale popolo può dire che Dio gli sia così vicino? Quale popolo ha ricevuto questo dono?». Non lo abbiamo fatto noi, ci è stato donato. Gioia e gratitudine per il fatto che lo possiamo conoscere, che abbiamo ricevuto la saggezza del vivere bene, che è ciò che dovrebbe caratterizzare il cristiano. […]

Ma anche nella Chiesa c’è lo stesso fenomeno: elementi umani si aggiungono e conducono o alla presunzione, al cosiddetto trionfalismo che vanta se stesso invece di dare la lode a Dio, o al vincolo, che bisogna togliere, spezzare e schiacciare. Che dobbiamo fare? Che dobbiamo dire? Penso che ci troviamo proprio in questa fase, in cui vediamo nella Chiesa solo ciò che è fatto da se stessi, e ci viene guastata la gioia della fede; che non crediamo più e non osiamo più dire: Egli ci ha indicato chi è la verità, che cos’è la verità, ci ha mostrato che cos’è l`uomo, ci ha donato la giustizia della vita retta. Noi siamo preoccupati di lodare solo noi stessi, e temiamo di farci legare da regolamenti che ci ostacolano nella libertà e nella novità della vita.
Se leggiamo, ad esempio, nella Lettera di Giacomo: «Siete generati per mezzo di una parola di verità», chi di noi oserebbe gioire della verità che ci è stata donata? Ci viene subito la domanda: ma come si può avere la verità? Questo è intolleranza! L’idea di verità e di intolleranza oggi sono quasi completamente fuse tra di loro, e così non osiamo più credere affatto alla verità o parlare della verità. Sembra essere lontana, sembra qualcosa a cui è meglio non fare ricorso. Nessuno può dire: ho la verità – questa è l’obiezione che si muove – e, giustamente, nessuno può avere la verità. E’ la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei. Solo se ci lasciamo guidare e muovere da lei, rimaniamo in lei, solo se siamo, con lei e in lei, pellegrini della verità, allora è in noi e per noi. Penso che dobbiamo imparare di nuovo questo «non-avere-la-verità». Come nessuno può dire: ho dei figli – non sono un nostro possesso, sono un dono, e come dono di Dio ci sono dati per un compito - così non possiamo dire: ho la verità, ma la verità è venuta verso di noi e ci spinge. Dobbiamo imparare a farci muovere da lei, a farci condurre da lei. E allora brillerà di nuovo: se essa stessa ci conduce e ci compenetra.

venerdì 14 settembre 2012

Colloqui sulla Musica Sacra

Verona, Sabato 6 ottobre

Colloqui sulla Musica Sacra:
cinquant'anni dal Concilio Vaticano II
alla luce del Magistero di Benedetto XVI




mercoledì 12 settembre 2012

Una cum Papa nostro: Pellegrinaggio internazionale a Roma





Conferenza Stampa del Coetus Internationalis Summorum Pontificum


(sottolineature nostre) 


Roma, 10 settembre 2012, Ss.ma Trinità dei Pellegrini

Intervento di don Claude Barthe, cappellano del Pellegrinaggio


Il pellegrinaggio Summorum Pontificum di Ognissanti 2012, all’inizio dell’Anno della fede, che culminerà in una messa nella Basilica Vaticana, ha un quadruplice scopo:

1°. Sarà un rendimento di grazie. I pellegrini offriranno innanzi tutto una messa nella forma straordinaria di ringraziamento e di sostegno filiale al Santo Padre in occasione del 5° anniversario del Motu Proprio Summorum Pontificum, che, come è noto, è entrato in vigore il 14 settembre 2007. Per moltissimi sacerdoti, diocesani e religiosi, che ormai celebrano la loro messa quotidiana nella forma straordinaria, è un beneficio spirituale davvero immenso, come pure per i fedeli di quelle parrocchie – sfortunatamente ancora troppo rare – che possono così godere di questa liturgia e della sua mistica. Si può dire che questo atto di Benedetto XVI ha fatto nascere un vero popolo Summorum Pontificum. Questo popolo vuole ringraziarlo di tutto ciò.

2°. Sarà una dimostrazione di fedeltà a Pietro. Il secondo scopo è manifestare in questo modo il nostro amore per la Chiesa e la nostra fedeltà alla Sede di Pietro, particolarmente nell’attuale amara e difficile congiuntura. Siamo ben consapevoli che le fatiche che oggi affronta il Santo Padre sono pesanti. La messa romana tradizionale, in particolare nel Canone, è sempre stata considerata di per sé stessa una magnifica professione di fede della Chiesa Mater et Magistra: è questo credo liturgico che vorremmo esprimere sulla Tomba degli Apostoli, presso il Successore di Pietro.

3°. Sarà un’offerta e una supplica. Vogliamo fare questo particolare dono al Signore soprattutto per domandarGli le grazie necessarie al Sovrano Pontefice per proseguire nell’opera meravigliosa che egli compie sin dall’inizio del suo pontificato, e, specialmente oggi, in mezzo a croci e prove.

4°. Infine, sarà un’espressione di partecipazione alla missione della Chiesa. Vorremmo apportare alla nuova evangelizzazione che il Santo Padre intende promuovere con l’Anno della Fede il contributo della sempre giovane liturgia tradizionale. È ben chiaro che essa è il sostegno di un gran numero di famiglie cosi come di tante organizzazioni e iniziative cattoliche, specialmente rivolte ai giovani (oratori, scuole, corsi di catechismo) e che è fonte di vocazioni religiose e sacerdotali in costante crescita, cosa che oggi, nel mondo occidentale, si rivela estremamente preziosa.

Mi sembra che occorra insistere su quest’ultimo punto. Per grazia di Dio, in certi paesi come la Francia e gli Stati Uniti – ma il fenomeno potrebbe estendersi – la liturgia tradizionale, purtroppo senza colmare tutti i vuoti, conserva una crescita vocazionale importante. In Francia, per esempio, a fronte di 710 seminaristi diocesani, ci sono 140 seminaristi francesi (di cui 50 della FSSPX) in seminari dedicati alla forma straordinaria, vale a dire il 16%. Questo rapporto si ritrova nel numero delle ordinazioni: quest’anno 21 novelli sacerdoti straordinari contro 97 diocesani. Inoltre, la configurazione spirituale di questo nuovo clero diocesano è in piena mutazione: i giovani preti delle diocesi e i seminaristi diocesani sono attratti dalla celebrazione delle due forme del rito e lo dicono espressamente (in Francia, non è esagerato sostenere che almeno un terzo dei candidati al sacerdozio diocesano possa essere considerato come Summorum Pontificum).

È proprio questo che vorremmo esprimere religiosamente con il pellegrinaggio e la messa a San Pietro del 3 novembre: quello che si può chiamare il popolo Summorum Pontificum, il popolino (le petit peuple) come si dice in francese per indicare la gente comune, è oggi a disposizione del Santo Padre per la missione della Chiesa.

martedì 4 settembre 2012

Pellegrinaggio internazionale del 3 novembre a Roma: intervista a Emanuele Fiocchi



In vista della conferenza stampa del prossimo 10 Settembre che annuncerà ufficialmente il pellegrinaggio dei pro Summorum Pontificum di tutto il mondo a Roma, vi proponiamo l’intervista a Emanuele Fiocchi, portavoce del Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum.


Qual è il ruolo del CNSP nel pellegrinaggio del 3 novembre a Roma?

    Il “Coordinamento nazionale del Summorum Pontificum”, è solo uno dei promotori dell’iniziativa, la quale va ben oltre i confini nazionali ed ha un respiro davvero “cattolico”. Al nostro fianco sono scesi in campo organizzazioni di assoluto prestigio come la Fedezione Internazionale “Una Voce”, la Federazione Internazionale dei giovani di “Juventutem” e la grande “Notre-Dame-de-Chrétienté” di Versailles che organizza il pellegrinaggio a Chartres con decine di migliaia di fedeli ogni anno.

Le opinioni contro il Coordinamento a cosa si devono?

    Credo ad una interpretazione parziale dello spirito con cui il Coordinamento è stato concepito. Il Coordinamento nasce per coordinare quei gruppi di fedeli che si ritrovano nell’interpretrazione “benedettiana” della questione liturgica ereditata dall’ultima riforma. Una questione da riaprire con carità, coraggio e pazienza sotto la guida di questo Papa.

    L’unione che gli aderenti cercano nel Coordinamento è per far la loro piccola parte in questo nuovo e profondo movimento liturgico che è in atto nella Chiesa. Ora, tener viva la fiamma della liturgia nella forma straordinaria davanti ai quei fratelli che non capiscono questa scelta e non la condividono – quando proprio non la ostacolano, cioè spessissimo – è la nostra personale testimonianza di fede, il nostro contributo a questo movimento.

Perché questa scelta, diciamolo pure, difficile e controcorrente?

    Perché scegliere di celebrare in rito antico è un martirio bianco che risponde alla grande domanda del Papa.

Quale domanda?

    “La crisi della Chiesa nasce dalla liturgia”.

Ma questa non è una domanda, fu una affermazione di Benedetto XVI!

    Certo, ma rimase una frase sospesa nel vuoto, molti la rubricarono a semplice provocazione, perchè sottintendeva un pragmatico “quindi adesso che facciamo?” che spaventava. In realtà il Papa ha posto una domanda teologica fondamentale che picchia in testa ad ogni Vescovo, ad ogni prete e ad ogni laico ogni giorno: se l’Eucarestia, nella liturgia, genera la Chiesa allora perché certa parte di Chiesa trascura liturgia ed Eucarestia?

Già, perché?

    Forse perché quella non è più Chiesa, ma un’altra cosa: una specie di mutazione genetica della fede, che ha mantenuto il nome di “cattolica” ma dopo anni di brage trascurate ha spento il fuoco dello Spirito e celebra altro.

E perché quella parte di Chiesa ce l’ha tanto con il rito antico?

    Perché quella cosa mutante che s’aggira nella Chiesa Cattolica digrigna i denti contro la splendente luce di milleseicento anni di sacri riti e sante preghiere, come un demonio contro un esorcismo. La liturgia cattolica celebra una Presenza e quando celebra questa Presenza con la devotio, ovvero con quella pia virtù di cui molte liturgie sono prive, irrita a morte il Nemico, perché vede che l’uomo riconosce con onore e decoro la Maestà del suo vero Dio. Il rito antico favorisce in maniera certissima – per la postura, la teologia e la sacralità di cui è intriso – questa sacra devozione e qualcuno proprio non lo sopporta.

E quindi?

    E quindi la forma straordinaria della Sacra Liturgia, laddove viene celebrata, diventa la pietra di scandalo che rivela il pensiero di molti. Un pensiero per niente cattolico, mi creda.

Ma la Messa di Paolo VI, che viene chiamata ora “forma ordinaria” della liturgia, non bastava?

    Quella è la forma ordinaria, appunto. Eppure secondo il Papa era necessario riaccendere anche l’altra fiamma, quella delle radici da cui proveniamo, perché era stata quasi spenta e nemmeno il beato Giovanni Paolo II era riuscito a riaccenderla con la Quattuor abhinc annos e l’Ecclesia Dei adflicta, a causa delle ostilità di molti vescovi. Ecco, allora, che Benedetto XVI ha donato alla Chiesa il Summorum Pontificum, un documento che dona d’autorità il diritto universale e permanente a celebrare anche secondo la forma antica. Noi ci appelliamo a questo diritto e lo difendiamo per tenere accesa quella fiamma.

Ma questo non crea divisioni tra i fedeli? In fondo anche nelle critiche al Coordinamento c’è l’accusa di voler dividere il tradizionalismo tra posizioni “concilianti” e posizioni “puriste”…

    Come mi dice sempre un carissimo amico: il pensiero del Papa è chiaro, chi la pensa come il Papa sia il benvenuto.

    Nella Chiesa, se si presta fede al Magistero di Benedetto XVI – soprattutto quello liturgico –, queste divisioni non dovrebbero sussistere: ciò che è sempre stato continua a valere anche oggi. Ciò che si fa oggi, invece, potrebbe non essersi sempre fatto, pertanto “nihil innovetur nisi in Traditione”…

    Eventuali divisioni, invece, del cosiddetto “tradizionalismo” (che, detto per inciso, credo non dispiacciano affatto a qualcuno), non saranno certo provocate dal Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum. Questa è una iniziativa che non pretende né di dare patenti di cattolicità, né di comandare sui gruppi stabili che celebrano il rito antico, né di imporre loro alcun “pensiero unico”. Per due semplicissimi motivi.

    Primo, perché – e lo diciamo espressamente – non siamo un’associazione con delle tessere o dei capi. Abbiamo una struttura ultraleggera, fatta al massimo di alcuni portavoce e moderatori; ci basiamo su una libera e spontanea partecipazione dei gruppi stabili; proponiamo lavori e progetti che il Coordinamento sviluppa su input dei gruppi stessi. Per questo, pur augurandoci di crescere, – già oggi abbiamo una rappresentanza in tutte le regioni italiane – non abbiamo pretese di esclusività, e siamo pronti ad affiancarci ad ogni realtà che sia sulla nostra stessa lunghezza d’onda, come avviene – per fare un esempio – con il Coordinamento Toscano Benedetto XVI.

    Secondo motivo: i nostri contenuti sono quelli espressi da Benedetto XVI nel Summorum Pontificum e nel suo Magistero, noi lavoriamo su quello, e ci confrontiamo strenuamente con gli oppositori della liturgia tradizionale. E’ per questo che proponiamo agli aderenti la condivisione di un patto di punti in comune che si richiama pressoché testualmente al Summorum Pontificum e alla Universae Ecclesiae. La nostra unione non vuol far la nostra forza, ma la forza del Papa.

Non c’è il rischio di costruire l’ennesima sovrastruttura?

    No, perchè il nostro scopo è pratico e non ideologico. Il coetus fidelium è e rimane l’unità di misura del Summorum Pontificum: solo il coetus, infatti, può “chiedere una Messa” o appellarsi alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei. Noi come Coordinamento regionale e nazionale affianchiamo, consigliamo, uniamo gli sforzi, soprattutto quando il coetus incontra difficoltà od opposizioni, ma nulla più.

E chi vi accusa di edulcorare la liturgia antica, di favorire le contaminazioni tra i riti?

    Una grande falsità nata da un grande equivoco. Il Coordinamento è costruito sul testo del Summorum Pontificum così come esso è stato impostato: possono non star bene certi termini o certe scelte, ma il documento papale è quello. Un solo rito, due forme separate. Da nessuna parte si parla di sperimentare sulla pelle del rito antico, riabilitare messali del ’65 o legittimare contaminazioni casalinghe tra vecchio e nuovo. Potrei affermare, in concreto, che l’idea del Coordinamento è nata anche dalla necessità di alcuni gruppi di resistere a pressioni che invitavano a far strane commistioni dei messali.

    Questi abusi hanno la stessa radice di tutti gli abusi: si profana lo ius divinum. Ci si impadronisce delle cose sante di Dio, anche con le migliori intenzioni, e si finisce per violare il Suo sacro diritto ad essere adorato come Egli ha stabilito. Ed Egli lo ha stabilito attraverso la Sua Chiesa.

Niente pasticci insomma…

    La forma ordinaria è “ordinaria”, quella straordinaria è “straordinaria”: sul campo nessuna contaminazione è accettabile.

    Messe in rito antico con le letture nuove “così il prete prepara una sola predica”, preti che per negligenza rasano allegramente le rubriche per evitare la fatica di impararle, quelli che hanno deciso che nel Summorum Pontificum c’è scritto 1920 o 1965 e non 1962 – per quanto la discussione è assolutamente legittima e deve rimanere aperta – sono di una creatività liturgica di segno contrario che non è ammissibile neanche per l’Ecclesia Dei, figuriamoci per il Coordinamento.

    Il nostro principale dovere è di dare sostegno e decoro alla forma straordinaria, che spesso ha bisogno ancora di un’adeguata catechesi tra i fedeli e tra gli organizzatori, ed a questo che stiamo lavorando.

Eppure nella lettera introduttiva al SP si dice che “le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda ”…

    Sì, ma subito dopo dice anche “nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. La Commissione Ecclesia Dei, in contatto con i diversi enti dedicati all’usus antiquior, studierà le possibilità pratiche”, limitando espressamente i campi e la competenza di questi eventuali interventi. Sono auspici ragionevoli, ma senza arbitrii.

    Sinceramente, io non starei a fasciarmi troppo la testa su quella frase: a noi preme che la forma straordinaria della Sacra Liturgia arricchisca la nostra fede e quella delle realtà ecclesiali in cui viviamo. Per questo auspichiamo che la liturgia tradizionale si diffonda sempre più e i gruppi si inseriscano pienamente nella vita delle diocesi.

    Quanto al resto, mettiamoci in braccio allo Spirito Santo come dei bambini, convinti che, quando e come la Provvidenza vorrà, anche la crisi liturgica che affligge la Chiesa verrà riassorbita.

    Per ora, felicitiamoci, piuttosto, dei sapienti interventi che il Santo Padre ha chiesto all’ultima edizione del Messale della forma ordinaria, come l’aggiustamento del “pro multis” nella traduzione, per esempio. Per questo grande Papa la “dottrina della Fede”, innazitutto. © 2012 La Paix Liturgique



lunedì 27 agosto 2012

Santa Messa in latino e "actuosa participatio"


Ma poi è proprio vero che la Messa "in latino" impedisce la partecipazione dei fedeli?
Secondo noi è vero il contrario!
Vediamo perchè


di Giovanni Schinaia

Una delle obiezioni più frequenti a una maggiore diffusione della Santa Messa “more antiquo”, è che essa non favorirebbe la partecipazione attiva dei fedeli, così come giustamente auspicata dai Padri del Concilio Vaticano II. I fedeli sarebbero solo degli spettatori più o meno muti e più o meno inconsapevoli rispetto ad una “actio” che riguarda il solo sacerdote celebrante.

Nel 2007, al n. 52 dell'Esortazione Postsinodale “Sacramentum Caritatis” il Santo Padre Benedetto XVI, feliciter regans, così scrive:
Il Concilio Vaticano II aveva posto giustamente una particolare enfasi sulla partecipazione attiva, piena e fruttuosa dell'intero Popolo di Dio alla Celebrazione eucaristica. Certamente, il rinnovamento attuato in questi anni ha favorito notevoli progressi nella direzione auspicata dai Padri conciliari. 

Taranto, 15 luglio 2012: Santa Messa celebrata
in piazza Carmine da mons. Marco Gerardo
Il Papa ricorda la Sacrosanctum Concilium e ricorda che la partecipazione dei fedeli alla Messa deve giustamente essere actuosa, plena, fructuosa! Questo è l'auspicio dei Padri conciliari, e questo deve essere quindi il nostro impegno, la direzione che dobbiamo seguire.  Prosegue dunque il Santo Padre:
Tuttavia, non dobbiamo nasconderci il fatto che a volte si è manifestata qualche incomprensione precisamente circa il senso di questa partecipazione. Conviene pertanto mettere in chiaro che con tale parola non si intende fare riferimento ad una semplice attività esterna durante la celebrazione.

E' importante la precisazione del Papa, quasi a prevenire una legittima domanda: cos'è questa "partecipazione attiva, piena e fruttuosa"? Anzitutto il Papa ci dice cosa NON è. Per "partecipazione" non si deve intendere un "fare" qualcosa mentre il sacerdote dice le sue orazioni o compie le sue abluzioni o quant'altro presso l'Altare.
Ricordo che anni fa, i terribili, avvilenti, tristissimi, angosciosi, truculenti anni '80 - parlo ora da ex chitarraro/bonghista/applauditore - prima della Messa ci facevamo il nostro programmino: all'offertorio ci suoniamo "nebbia e freddo", alla comunione "servo per amore", ma a tre voci così viene meglio; se il prete si siede ci facciamo un bel "Dove sei perche non rispondi", che nel silenzio viene bene, tutti ci sentono perchè non sono distratti dal prete e poi ci dicono che siamo stati bravi; alla fine serve qualcosa di rumoroso perchè - sai - la Messa è la festa della comunità!....
Ci si ritirava a casa come se si fosse tornati da un buon concerto: avevamo fatto il nostro!! Ed eravamo convinti di aver partecipato!! E si, più partecipazione attiva di così!!
Chissà se i catechisti ci avessero detto che la Messa è il Santo Sacrificio di Cristo in Croce che si rinnova in modo incruento sull'Altare, nelle mani del Sacerdote, alter Christus....
Chissà se le cose sarebbe andate diversamente.
Allora ce lo spiega il Papa cosa si debba intendere per "partecipazione", e cosa intendevano i Padri conciliari, nessuno dei quali, a dispetto di quanto in molti possano pensare, era un rockettaro, un alternativo o un hippy in partenza per woodstock. Scrive Benedetto XVI, ricordando quindi il Vaticano II:
In realtà, l'attiva partecipazione auspicata dal Concilio deve essere compresa in termini più sostanziali, a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato e del suo rapporto con l'esistenza quotidiana. Ancora pienamente valida è la raccomandazione della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, che esortava i fedeli a non assistere alla liturgia eucaristica « come estranei o muti spettatori », ma a partecipare « all'azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente ».

Norcia, 11 agosto 2012: Santa Messa con
professione dei nuovi Monaci Benedettini
Ecco il punto centrale.  Alla Messa, spiegano i Padri Conciliari e ribadisce papa Benedetto XVI, non si sta come estranei, come spettatori muti. Forse estranei lo eravamo un po' noi altri, che pensavamo - in buona fede - al nostro concertino domenicale, che ci preoccupavamo che le chitarre fossero ben accordate, che i bonghi si sentissero fino in fondo alla chiesa e che le maracas andassero a tempo. Per la comunione pazienza, non si poteva mica rischiare di non terminare il canto, di non fare la parte con le 3 voci, chè lì sì, facevamo una gran bella figura! Estranei lo eravamo un po' noi altri con tutte le comunioni saltate... del resto catechisti ed educatori, nella loro colpevole e bieca ignoranza, ci confermavano nella bestialità della nostra teologia da bar sport. Chissà se invece di quel libercolo indistinguibile da un fumettaccio disegnato male, chissà se avessimo avuto un libro "vero" di catechismo, un libro che, senza perdersi in chiacchiere,  fosse stato in grado di rispondere in modo chiaro, preciso e inequivocabile alle 1000 domande di ogni giorno, senza lasciare che a farlo fossero la televisione, e poi la rete e i cattivi maestri in genere.
Quanto all'essere spettatori muti, fin troppo facile e onestamente semplicistica la critica all'antico rito, nel quale i fedeli sarebbero stati solo degli spettatori quasi sempre muti. C'è da capirsi anzitutto sul senso della parola "muti". Dopo 2000 anni di Cristianesimo e dopo una schiera interminabile di Santi che hanno insegnato il valore del silenzio, davvero confondere il mutismo con il silenzio, e il silenzio con l'assenza di parole, sarebbe una leggerezza di imperdonabile superficialità.

Cosa avviene sull'Altare? Si compie un mistero ineffabile: nelle Specie del Pane e del Vino, si rende presente Gesù Cristo. Non si tratta di un simbolo, non è una rappresentazione! Cristo è lì fisicamente, nelle mani del Sacerdote, è veramanete lì, presente in Anima, Corpo, Spirito e Divinità! E' un Mistero grande, indicibile, "scandaloso", così assurdo che nessun falsario avrebbe potuto concepirlo, così inaudito che l'unica possibilità che si offre all'intelligenza umana, la possibilità incredibilmente più ragionevole, è quella di ammetterne l'autenticità. L'unica possibilità accettabile.
E' solo in relazione e al cospetto di cotanto e cotale Mistero, che dobbiamo chiederci cosa significhi essere spettatori "muti" e cosa significhi "partecipazione attiva, piena e fruttuosa". E' evidente che che qui, il concetto di "partecipazione" può avere un valore esclusivamente relativo e non assoluto. Per un tifoso che assiste ad una partita, "partecipazione" significherà sbraitare e applaudire la propria squadra, magari inveire verbalmente contro l'arbitro, e smanarsi con bandiere e vuvuzelas. Pensiamo ora cosa succederebbe se lo stesso tifoso si recasse il giorno dopo in un'aula scolastica, e pensasse di "partecipare" alla lezione, allo stesso modo in cui ha partecipato alla partita....
A teatro, all'opera, a scuola, a una conferenza...: è sempre richiesta una partecipazione attiva; si partecipa col silenzio, con l'attenzione. Un silenzio che non è mai "mutismo".  Il mutismo è l'arresto dell'intelligenza, la rinuncia per manifesta incompetenza, mutismo è la rassegnazione, è l'umiliazione del genio umano, della sua scintilla divina. Il silenzio è il contrario del mutismo: silenzio è ascolto, è adesione, è riflessione. Di fronte al Mistero, il silenzio è partecipazione; il chiasso può essere solo distrazione. E la distrazione può nascere solo dall'incomprensione, e quindi dall'umilante rinuncia a comprendere. Può sembrare un paradosso, ma di fronte al Mistero, se il silenzio è partecipazione, il chiasso è l'autentico mutismo, il mutismo dell'anima che si cela dietro la ridondanza e la rumorosità delle parole.
La dotta ignoranza dei filosofi che ammettono di non sapere e di non poter sapere, quella produce il mutismo; nell'illusione della sconfinatezza delle possibilità dell'intelligenza, ci si scontra con la realtà che leva le parole, che lascia muti. Ecco cos'è il mutismo.
Dall'altra parte, abbiamo invece l'intelligenza che si lascia illuminare dalla Grazia e nella consapevole percezione dei propri limiti sublima se stessa nel silenzio che è abbandono fiducioso in Dio, adorazione, preghiera. Ecco invece cos'è la partecipazione.

Mi piace adoperare quel po' di latino che conosco, quel po' di linguistica e di retorica che ho studiato, per assaporare fino in fondo il gusto sublime di certi loci, soprattutto del Canone, il cui ignoto compositore attinge di certo alle alte sfere della divina ispirazione. Ma non mi illudo: quel po' di latino che conosco, non farà di me un cristiano migliore, nè un fedele più partecipe alla Santa Messa, che sia in latino o che sia in volgare. Anzi, la comprensione della lettera del testo rischia di creare l'illusione che la ragione possa comprendere finalmente il Mistero. E' l'illusione del giovinetto che pensava di raccogliere con una conchiglia l'acqua del mare nella buca che aveva scavato. L'intelligenza, si diceva, sublima se stessa non nella comprensione del Mistero, ma nella comprensione del proprio limite; e solo a quel punto che, illuminata dalla Grazia, nel filiale e olistico abbandono in Dio, può travalicare se stessa per porsi, di fronte al Mistero, non più in termini di illusoria e fallimentare comprensione, bensì di intuizione, contemplazione, adorazione.

"Il latino non si capisce"! - sentenziano i pelandroni. Ma se sono i gesti, i segni, i simboli a parlare al cuore, cosa mai potrebbe aggiungere la lettera del latino che deve limitarsi a parlare alla testa?
Non credo, in tutta onestà, che la Santa Messa con cui la Chiesa ha celebrato fruttuosamente per secoli e secoli, abbia tutti quei difetti che in tanti, forse per pigrizia, forse per il terrore di doversi rimettere in discussione, si ostinano ad appiopparle - certo che tanta pervicacia pare avere un non so che, una certa qual puzza di zolfo... - . Di sicuro ha un pregio: non si corre il rischio di abituarcisi: ogni Messa è come se fosse quella della Prima Comunione; come se fosse la prima, come se fosse l'ultima, come se fosse l'unica! Ogni singola Messa. Nessuna esclusa. Che grazia sarebbe se si potesse recuperare sempre questo senso del sacro anche nella Santa Messa nella forma "ordinaria", senza lasciarsi distrarre dallo one-man-show che troppe volte, si compie sull'Altare... Di sicuro nessuno dei Padri Conciliari avrebbe voluto che accadesse niente del genere.

Prosegue il Papa, sempre al n.52 della Sacramentum Caritatis:
Il Concilio proseguiva sviluppando la riflessione: i fedeli « formati dalla Parola di Dio, si nutrano alla mensa del Corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per mezzo di Cristo Mediatore siano perfezionati nell'unità con Dio e tra di loro »

Il Papa, che anche qui richiama la Sacrosanctum Concilium, esorta i fedeli a formarsi alla Parola di Dio, a nutrirsi alla Mensa Eucaristica, quindi a imparare a offrire se stessi di giorno in giorno. Già al n. 51 il Papa aveva richiamato il legame intrinseco fra la Liturgia e la missione, la natura missionaria della Chiesa. Un legame che si offre all'immediata evidenza di chiunque nell'espressione di congedo: Ite, Missa est! Un'espressione di cui, per ragioni incomprensibili, si è imposta per anni una traduzione ingiustificata e fuorviante: La Messa è finita, andate in pace... come se la Messa potesse mai "finire"....

Ma sul discorso della lingua sacra, il Latino, dovremo tornarci con più calma e attenzione…

sabato 18 agosto 2012

La Santa Messa in forma "straordinaria": una testimonianza


 di Vincenzo Sasso*


Grazie alla Messa "antica", autentico dono del nostro Pontefice, ho potuto sperimentare quel silenzio, quella sacralità e bellezza e atmosfera di preghiera e adorazione che ho sempre ricercato. Ho sempre avvertito l'attrazione per i tesori della nostra tradizione. Ma si trattava di qualcosa che intravedevo solo grazie a qualche film e alla preziosa risorsa di Internet in quanto, in contrasto con le prescrizioni del Concilio Vaticano II del Magistero ordinario, cose come la musica sacra antica, come il canto gregoriano, e le preghiere in latino sono state quasi completamente rimosse dalle nostre celebrazioni.

Grazie alla Messa antica ho imparato a contemplare i misteri della nostra salvezza e ad adorare Cristo nell'Eucaristia con più profondità e con calma. I testi della Liturgia sono dotati di una densità meravigliosa e mi aiutano a comprendere meglio la mia fede e a pregare meglio.

Spesso i detrattori del restauro e del rinnovamento della Liturgia leggono tali proposte con lenti preconfenzionate, attraverso i commenti denigratori di chi, tra le alte schiere, è contrario. Ma questo approccio manca di ragionevolezza e le critiche mosse sembrano alla fine poco consistenti, poco adeguate alla realtà dei fatti, poco argomentate dal punto di vista teologico e dottrinale, in contrasto con le indicazioni autoritative del Magistero papale e anche conciliare, ma piuttosto frutto di impostazioni di un cattolicesimo vecchio, in voga negli '70 del secolo scorso. 
Spero invece che, come il Concilio Vaticano II ci insegna a fare, si possano leggere i segni dei tempi: molti adulti e giovani adulti, attraverso la Messa antica, a cui magari si accostano inizialmente per semplice curiosità, sperimentano un incontro autentico con il Signore, grazie al clima di silenzio che essa favorisce e al denso patrimonio di gesti e testi che la Tradizione romana ci consegna; notiamo come molti lontani, grazie alla Messa antica, avvertono il bisogno di tornare tanti alla fede o perlomeno recuperano un po' di interesse per essa. E sappiamo tutti che l'albero si giudica dai frutti. 

E' opportuno avviare serene discussioni attorno a tutti i temi caldi della Liturgia e della teologia in genere e giungere a delle conclusioni comuni, per quanto possibile.
Da parte dei teologi è richiesta l'umiltà dell'autentico dialogo, che si attua attraverso uno studio attento e spregiudicato del pensiero di ognuno, senza chiudersi alla possibilità di accettare e confessare pubblicamente di avere sbagliato e di essere pronti a cambiare opinione. E questo invito lo rivolgerei a tutti, perché può capitare che vi siano idee speculari tra loro, ma che entrambe siano in parte sbagliate. Bisogna trovare sempre un equilibrio, che poi è quello dell'autentica Fede Cattolica, che è e sarà sempre la stessa.

Nessuno obbliga i fedeli o i sacerdoti e vescovi non interessati al rito antico di frequentare o celebrare questa Messa. Non si capisce allora perché tanto livore nel voler contestare chi ad essa è legato e nel contrastare chi la promuove. Davvero un comportamento del genere, non ho paura di dirlo, è in realtà la negazione di uno dei principi più importanti che il Concilio ha voluto proclamare e in cui tali persone dicono, a parole, di credere: la centralità della persona, del Popolo di Dio e l'autonomia del laicato dall'interventismo clericale. 
Noi siamo tutti cattolici e abbiamo la stessa fede in Gesù, Maria, i santi, l'Eucaristia e il Papa, quindi dovremmo essere uniti nel tentativo di portare Cristo al mondo, trasmettendo l'autentica fede della Chiesa.


* Studente di Teologia, Corato (Bari)

martedì 14 agosto 2012

L'Assunzione di Maria in cielo: Il fondatore dei Francescani dell'Immacolata spiega come guadagnarsi il paradiso

di padre Stefano M. Manelli F.I.

Fonte: ZENIT.org, domenica, 12 agosto 2012

Oronzo Tiso, "Assunta", Cattedrale di Lecce
Contemplando l’Assunzione di Maria Santissima in anima e corpo al Cielo, noi contempliamo il nostro ultimo destino secondo il progetto di Dio: il Paradiso. 

Per meritare il Paradiso, però, dobbiamo sforzarci di vivere come visse la Madonna, praticando le virtù nel sacrificio quotidiano della nostra vita. «Non verrà premiato se non chi avrà legittimamente combattuto», dice l’Apostolo Paolo (2 Tm 2,5).
L’Assunzione della Madonna al Paradiso ci ricorda le sue sante virtù, brillanti come stelle nel firmamento della sua vita. Tutta la vita della Madonna è stata una celeste costellazione di virtù, un Eden di Grazia sulla terra, trasportato poi nell’Eden infinito ed eterno dei cieli. E noi, contemplando Lei, dobbiamo imparare a vivere come Lei per essere accolti un giorno in Paradiso.

Per questo la Chiesa dice che sulla terra gli uomini «innalzano gli occhi a Maria, la quale rifulge come il modello della virtù davanti a tutta la comunità degli eletti» (Lumen gentium) e il papa Paolo VI afferma che le virtù della Madonna sono il modello per tutti, e che «di queste virtù della Madre si orneranno i figli, che con tenace proposito guardano i suoi esempi per riprodurli nella propria vita» (Marialis cultus).

Ma quali virtù soprattutto dobbiamo imitare nella Madonna?
Il grande apostolo della Madonna, san Luigi Grignion di Montfort, c’insegna che «la vera devozione alla Santa Vergine porta un’anima ad evitare il peccato e ad imitare le virtù della Santissima Vergine, in particolare modo la sua profonda umiltà, la sua fede viva, la sua ubbidienza cieca, la sua orazione continua, la sua mortificazione universale, la sua purezza divina, la sua ardente carità, la sua pazienza eroica e la sua sapienza divina». Quale tesoro immenso di virtù sublimi è la Madonna!
Ebbene, se questa strada delle virtù e stata la via della Madonna al Paradiso, deve essere anche la nostra strada. Altra via non c’è per passare dalla terra al cielo, senza passare per il Purgatorio, che è luogo di purificazione dolorosa, al cui confronto impallidiscono anche le più atroci sofferenze di questa terra.

Tutti i Santi, infatti, sono tali perché hanno praticato le virtù in modo perfetto, brillando di più, alcuni, per qualche virtù particolare che li caratterizza: così, san Francesco d’Assisi per la povertà; santa Chiara d’Assisi per l’amore all’Eucaristia; san Luigi Gonzaga per la purezza; santa Teresa di Gesù per la preghiera; san Francesco Saverio per l’amore alle anime nelle Missioni; santa Gemma Galgani per l’amore al Crocifisso e all’Addolorata; san Massimiliano Maria Kolbe per l’amore all’Immacolata; san Pio da Pietrelcina per l’amore al Rosario.

Fatima, poi, ci parla anche del Purgatorio, e in termini per nulla confortanti. A Lucia che chiedeva dove si trovasse l’anima di una sua compagna morta da poco, la Madonna rispose: «È in Purgatorio, e vi resterà fino alla fine del mondo». È terribile. Ma perché non pensiamo che potrebbe essere così anche per noi?
In Paradiso si entra perfetti, con tutte le virtù. I tre pastorelli capirono bene ciò, e si applicarono con tutto l’ardore all’esercizio delle virtù. La piccola Giacinta, ad esempio, ci incanta per il candore e la sua mortificazione, la sua preghiera e la sua pazienza nelle terribili sofferenze dell’operazione chirurgica che dovette subire in carne viva, senza anestetico; soprattutto, ci incanta per la sua carità eroica verso i poveri peccatori che erano la passione del suo cuore innocente.
Il piccolo Francesco di Fatima ugualmente ci incanta per il suo raccoglimento, il suo riserbo e la sua capacità di contemplazione e di adorazione. Sono cose sbalorditive in un ragazzo di dieci anni, che dovrebbe sopratutto appassionarsi al gioco e a corse spensierate.
Quanta maturità, invece, e quale passione amorosa egli rivela nel voler sempre «consolare Gesù», magari trascorrendo ore intere vicino al Tabernacolo, dove c’è «Gesù nascosto»!

È così che si entra in Paradiso. Solo così. Contemplando la Madonna che viene assunta in cielo, quindi, possiamo riscoprire ogni volta il vero cammino della vita cristiana, sulla scia splendente e sublime della Celeste Madre: un cammino di virtù che portano lassù.

Virtù da praticare: Imitazione di Maria.

* Per ogni approfondimento: Padre Stefano Maria Manelli, “O Rosario
benedetto di Maria!” (Casa Mariana Editrice)

sabato 4 agosto 2012

"L'ombra del divino nell'arte contemporanea" di Vittorio Sgarbi

Arch. Angelo Lanotte
prof. Toni Bux



Tralasciando tutto quello che appartiene alle estemporanee mediatiche, Vittorio Sgarbi ha da sempre avuto ben chiaro il rapporto misterioso che esiste tra l’arte ed il sacro.

Il libro si interroga su due aspetti fondamentali del rapporto tra sacro e arte contemporanea, ponendosi due domande:
- In che modo gli artisti contemporanei percepiscono il rapporto con il divino?
- Da dove nasce la difficoltà di rappresentare oggi i temi della cristianità, che per secoli son stati la prima fonte di ispirazione artistica?

Rivolgendo l’attenzione su quel rapporto drammatico tra artista – tradizione – fede, dove il rapporto tra fede e tradizione è inscindibile, perché solo attraverso la memoria storica dei padri della chiesa Cristo è presenza viva.
Partendo dall’attenta analisi di quello che riporta Papa Benedetto XVI nel suo libro “Teologia della liturgia”:
“… la fede ha a che fare con Dio, e solo dove la sua presenza si fa vicina, solo dove il timore reverenziale nei suoi confronti le intenzioni umane passano in seconda linea, si crea quella credibilità, quell’atmosfera degna della fede che fa sbocciare la fede”, 
arrivando ad affermare che la fede è un elemento essenziale nella creazione di un edificio sacro, e in sua assenza, si manifesta l’impossibilità di realizzare arte e architettura credibile.

Un rapporto, quello tra arte e sacro, ormai mancante di “regole”, dove le indicazioni dettate dal Concilio Vaticano II, sono state interpretate con perfetto spirito di liberismo, una “umanizzazione della chiesa” che ha portato all’abolizione del latino dalla liturgia,  una necessità di semplificazione che ha compromesso il mistero della Parola, con le quali l’autore è profondamente in disaccordo affermando quanto segue:
“…il latino ecclesiastico però non è solo una lingua, ma anche espressione di regole precise, di codici che vigevano nella pittura, così come nella scultura e nell’architettura…”.
Ritrovandosi in pieno accordo con il “Motu Proprio Summorum Pontificium” di Papa Benedetto XVI, attraverso cui è stato ripristinato il latino nelle cerimonie ufficiali, coniando l’espressione di “Forma Straordinaria del Rito Romano”, non intaccando il culto quotidiano e le funzioni ordinarie.
Quelle regole che portano a non smantellare altari, balaustre, riportando l’attenzione su Cristo Sacramentato e non sul sacerdote, rivolto verso il popolo per cercare un dialogo più stretto con quest’ultimo, dimenticando il vero senso del dialogo totale, quello con Dio.
Occasione che porta a citare l’introduzione dell’allora cardinale Ratzinger, nell’anno 2004, al libro di padre Uwe Michael Lang “Rivolti al Signore. L’orientamento nella preghiera liturgica”, nel quale si sostiene il ritorno e soprattutto la valenza dell’edificare l’edifico sacro con l’abside rivolto ad oriente, dove sorge il sole, il sorgere del sole è infatti metafora di Dio e della Risurrezione. 
Il sacerdote guarda in quella direzione ed è guida e modello per i fedeli. 
Egli è il primo fedele. 
Egli precede i fedeli semplicemente perché ne è guida.
Chiarendo che l’uso di orientare l’altare verso il popolo non è affatto una Direttiva Conciliare ma una norma contenuta nella “Introduzione Generale” al Nuovo Messale Romano del 1969, dove si legge: ”L’altare maggiore sia costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo (versum populum)”. Norma da non intendere come imposizione, perché nelle “Istruzioni Generali” per il Messale del 2002 viene specificato che questo cambiamento strutturale “è desiderabile ovunque sia possibile”.
Riflessioni che, attraverso l’esempio di interventi del tutto infelici, come quelli del Duomo di Pisa, di Reggio Emilia, alla chiesa di Foligno progettata dall’architetto Massimiliano Fuksas, arrivando ad interventi più in linea con la tradizione dell’arte sacra, come il grande cantiere della ricostruzione della cattedrale di Noto in Sicilia, attraverso i quali viene esplicitato il senso del titolo del libro “L’ombra del divino”, condizione in cui gli artisti si muovono quando si confrontano con il sacro. 
Il rifarsi alla tradizione, una tradizione profondamente viva, ragionata, calandosi nel tempo e nello spazio, nell’ambiente e nei mezzi e cogliendone lo spirito.
Quella tradizione tramandata a noi attraverso la figura dei grandi maestri dell’arte e dell’architettura, fatta propria dagli artisti e architetti contemporanei, che attraverso la loro fede la rivelano a noi, una esperienza estetica già data in cui si percepisce ciò che è stato.
Condizione essenziale attraverso cui il progettare un edificio sacro non è puro esercizio formale – funzionale, cosa che ha fatto proliferare soprattutto nel secolo scorso migliaia di edifici sacri – depositi/garage, mentre uno spazio – sacro deve essere carico del Mistero della Chiesa “Corpo di Cristo e Tempio di Dio” nel suo cammino verso la pienezza della vita eterna e della gloria nel cielo.
In questo il libro Vittorio Sgarbi è rivelatore ad un pubblico, anche di fedeli, poco attenti al bello, 
il bello quello della “bellezza divina”. 
Dove si deve sentire la presenza del Mistero, perché la bellezza che si tocca con mano parla di noi.
Dio è bellezza e dove esiste lì è più semplice riconoscere la sua infinita presenza.


“L’OMBRA DEL DIVINO NELL’ARTE CONTEMPORANEA” 
DI VITTORIO SGARBI 
– EDIZIONE CANTAGALLI –  2011; Pag. 230




domenica 29 luglio 2012

L'uso di dare la Comunione in bocca può risalire a Gesù?


di Nicola Bux


Il Santo Padre, non solo pronunziò il noto discorso del 22 dicembre sull' interpretazione del concilio ecumenico Vaticano II, che invitava a compiere nel senso della riforma in continuità con la tradizione della Chiesa (Ecclesia semper reformanda), ma lo ha pure messo in pratica nella liturgia. In primis, facendo ricollocare il Crocifisso dinanzi a sè sull'altare, in modo che la preghiera del sacerdote e dei fedeli sia "rivolta al Signore". 

Qui però, mi soffermo sulla seconda 'innovazione' di Benedetto XVI: l'amministrazione della S.Comunione ai fedeli, in ginocchio e in bocca. Dico 'innovazione', rispetto al noto indulto che in diverse nazioni consente di riceverla sulla mano.Infatti, si ritiene da non pochi, che solo nella tarda antichità-alto medioevo, la Chiesa d'Oriente e d'Occidente abbia preferito amministrarla in tal modo. Allora, Gesù ha dato la Comunione agli Apostoli sulla mano o chiedendo di prenderla con le proprie mani?

Visitando la mostra del Tintoretto a Roma, ho osservato alcune 'Ultime Cene' in cui Gesù dà la Comunione in bocca agli Apostoli: si potrebbe pensare che si tratti di una interpretazione del pittore ex post, un po' come la postura di Gesù e degli apostoli a tavola nel Cenacolo di Leonardo, che 'aggiorna' alla maniera occidentale l'uso giudaico dello stare invece reclinati a mensa. Però, riflettendo ulteriormente, l'uso di dare la S.Comunione direttamente in bocca al fedele, può essere ritenuto non solo di tradizione giudaica e quindi apostolica, ma anche risalente al Signore Gesù. Gli ebrei e gli orientali in genere, avevano ed hanno ancor oggi l'usanza di prendere il cibo con le mani e di metterlo direttamente in bocca all'amata o all'amico. Anche in occidente lo si fa tra innamorati e da parte della mamma verso il piccolo ancora inesperto.Si capisce così  il testo di Giovanni 13,26-27: "Gesù allora gli (a Giovanni) rispose: 'E' quello a cui darò un pezzetto di pane intinto'. Poi, intinto un pezzetto di pane, lo diede a Giuda di Simone Iscariota. E appena preso il boccone il satana entrò da lui". Mons.Athanasius Schneider ha compiuto ottimi approfondimenti nel suo libro Dominus est, Lev 2009.

Che dire però dell'invito di Gesù: "Prendete e mangiate"..."Prendete e bevete" ?
Prendete (in greco: lavete; in latino: accipite), significa anche "ricevete". Se il boccone è intinto, non lo si può prendere con le mani, ma ricevere direttamente in bocca. Vero è che Gesù ha consacrato separatamente pane e vino, ma, se durante il Mistico Convito - come lo chiama l'Oriente - ossia l'Ultima Cena, i due gesti consacratori avvennero, come sembra, in tempi diversi della Cena pasquale - quando gli Apostoli, forse aiutati dai sacerdoti giudaici che si erano convertiti (Atti 6,7) quali esperti diremmo così nel culto, li unirono all'interno della grande preghiera eucaristica - la distribuzione del pane e del vino consacrati fu collocata dopo l'anafora, dando origine al rito di Comunione. Agli inizi, le comunità cristiane erano piccole e i fedeli facilmente identificabili. Con l'estendersi della cristianità, nacquero le esigenze di precauzione: affinchè le sacre specie fossero amministrate con riverenza e evitando la dispersione dei frammenti, che contengono il Signore realmente e interamente. Pian piano prende forma la Comunione sotto le due specie, date consecutivamente o per intinzione.
Infine in occidente, ordinariamente sotto la sola specie del pane, perchè la dottrina cattolica, garante san Tommaso, insegna che il Signore Gesù è tutto intero in ciascuna specie (Catechismo della Chiesa Cattolica 1377). 

Però, dai sostenitori della Comunione sulla mano, si fa appello a san Cirillo di Gerusalemme, il quale, chiedendo ai fedeli di fare della mano un trono al momento di ricevere la Comunione, vuol dire che consegnava la specie del pane sulla mano. Ritengo sommessamente che l'invito a disporre le mani in tal modo, possa essere inteso non al fine di riceverla in esse, ma a protenderle, anche inchinando il capo, in un unico atto di adorazione, oltre che per prevenire la caduta di frammenti. Infatti, per l'innato senso del sacro, molto forte in Oriente, si affermava sempre più la riverenza verso il Sacramento con le precauzioni nell'assumere la Comunione in bocca, per molteplici ragioni, tra cui quella di non poter garantire mani pure e in specie la salvaguardia dei frammenti. Questo nella Catechesi Mistagogica 21.
Ciò rende più comprensibile la sentenza di sant'Agostino: "nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit; peccemus non adorando". Non si deve mangiare il Corpo del Signore senza averlo prima adorato. Benedetto XVI l'ha richiamata significativamente proprio nel suaccennato discorso sull'interpretazione del Vaticano II e poi nell'Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis 67.

Ancora Cirillo o i suoi successori, nella Catechesi Mistagogica 5,22, invita a "Non stendere le mani, ma in un gesto di adorazione e venerazione (tropo proskyniseos ke sevasmatos) accostati al calice del sangue di Cristo". Di modo che, l'apostolo fa proskinesis, la prostrazione o inchino fino a terra - simile alla nostra genuflessione - protendendo allo stesso tempo le mani come un trono, mentre dalla mano del Signore riceve in bocca la Comunione. Così sembra efficacemente raffigurato dal Codice purpureo di Rossano, risalente tra la fine del V e l'inizio del VI secolo d.C., un Evangelario greco miniato composto sicuramente in ambiente siriaco.
Dunque, non deve meravigliare il fatto che la tradizione pittorica orientale e occidentale,dal V al XVI secolo abbia raffigurato Cristo che fa la Comunione agli apostoli direttamente sulla bocca. 
Il Santo Padre, in continuità con la tradizione universale della Chiesa, ha ripreso il gesto. Perchè non imitarlo? Ne guadagnerà la fede e la devozione di molti verso il Sacramento della Presenza, specialmente in un tempo dissacratorio come quello odierno.




sabato 21 luglio 2012

Quando celebrare? /1: Il tempo liturgico (CCC 1163-1165)



Rubrica di teologia liturgica a cura di Don Mauro Gagliardi

di Nicola Bux*


CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 2 maggio 2012 (ZENIT.org).- La Chiesa celebra ogni anno la redenzione compiuta da Gesù Cristo, a cominciare dalla domenica, il giorno della settimana che prende il nome dal Signore risorto, fino a culminare nella grande solennità nella Pasqua annuale. Ma sono tutti i misteri della vita di Cristo ad essere passati in rassegna e a farsi presenti: in che senso? Se Cristo è contemporaneo ad ogni uomo in ogni tempo, le sue azioni, in quanto Figlio di Dio, non sono fatti del passato ma atti sempre presenti in ogni tempo, con tutti i loro meriti, che perciò arrecano salvezza a quanti ne fanno memoria (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica [CCC], 1163). Le azioni di Gesù Cristo sono eterne come le sue parole: comunicano e spiegano la vita; perciò non passano, a cominciare dall’atto supremo del suo sacrificio sulla croce; questo è ripresentato o rinnovato, come dice ancora il Catechismo, in quanto non è mai passato, ma è sempre presente. E noi ne facciamo memoria, obbedendo all’invito di Lui: «Fate questo in memoria di me».

Forse è cruciale comprendere il concetto di memoria per capire il tempo liturgico: esso non significa il ricordo del passato, ma la capacità dell’uomo, da Dio donata, di comprendere in unità nell’oggi il passato e il futuro. In effetti, l’uomo che perde la memoria, non solo dimentica il passato, ma non comprende chi egli è al presente, e tanto meno può proiettarsi nel futuro.

Poi, nel fluire del tempo vi sono le feste cristiane – festum sta a ricordare qualcosa a cui si accorre, ci si affretta, si celebra, ossia si frequenta numerosi – ma anche i giorni feriali nei quali non si è necessariamente in molti, eppure ugualmente si fa memoria di Cristo, il quale è oggi e sempre. Le feste sono in gran parte la continuazione e il compimento di quelle giudaiche, a cominciare dalla Pasqua.
Non basta commemorarle, o meglio le si commemora rendendo grazie – perciò le feste si celebrano essenzialmente con l’Eucaristia –, ma è necessario anche tramandarle alle nuove generazioni e conformare ad esse la propria vita. La moralità dell’uomo dipende dalla memoria di Dio, dice sant’Agostino nelle Confessioni: più si festeggia il Signore, potremmo dire, e più si diventa morali. Il tempo liturgico si rivela così tempo della Chiesa, collocato tra la Pasqua storica e l’avvento del Signore alla fine dei tempi. Il mistero di Cristo, attraversando il tempo, fa nuove tutte le cose. Perciò ogni volta che facciamo festa, riceviamo la grazia che ci rinnova e ci trasforma (cf. CCC, 1164).

Ma nel lessico teologico-liturgico c’è un avverbio temporale che racchiude bene il tempo liturgico: «oggi», in latino hodie, in greco kairòs. La liturgia, specialmente nelle grandi feste, afferma che Cristo oggi è nato, oggi è risorto, oggi è asceso al cielo. Non è una trovata: Gesù stesso diceva: «oggi è entrata la salvezza in questa casa...», «oggi sarai con me in paradiso». Con Gesù, Figlio di Dio, il tempo dell’uomo è «oggi», è presente. È lo Spirito Santo che fa questo, con la sua irruzione nel tempo e nello spazio. In Terra Santa, la liturgia aggiunge anche l’avverbio di luogo: «qui», hic. Lo Spirito di Gesù risorto fa entrare l’uomo nell’«ora» di Dio che è venuta in Cristo e che attraversa il cosmo e la storia. Con la citazione dello Pseudo-Ippolito, il Catechismo ricorda che, per noi che crediamo in Cristo, è sorto un giorno di luce, lungo, eterno, che non si spegnerà più: la Pasqua mistica (CCC, 1165).

Abbiamo esordito affermando che Gesù è nostro contemporaneo: perché è il Figlio di Dio, il Vivente entrato nella storia. Senza di Lui l’anno e le feste liturgiche sarebbero vuote di senso e prive di efficacia per la nostra vita. «Cosa significa affermare che Gesù di Nazaret, vissuto tra la Galilea e la Giudea duemila anni fa, è “contemporaneo” di ciascun uomo e donna che vive oggi e in ogni tempo? Ce lo spiega Romano Guardini, con parole che rimangono attuali come quando furono scritte: “La sua vita terrena è entrata nell’eternità e in tal modo è correlata ad ogni ora del tempo redento dal suo sacrificio... Nel credente si compie un mistero ineffabile: Cristo che è ‘lassù’, ‘assiso alla destra del Padre’ (Col 3,1), è anche ‘in’ quest’uomo, con la pienezza della sua redenzione; poiché in ogni cristiano si compie di nuovo la vita di Cristo, la sua crescita, la sua maturità, la sua passione, morte e risurrezione, che ne costituisce la vera vita”(R. Guardini, Il testamento di Gesù, Milano 1993, p. 141)» (Benedetto XVI, Messaggio al Convegno “Gesù nostro contemporaneo”, 09.02.2012).

Il giorno di Cristo, il giorno che è Cristo, costituisce il tempo liturgico. Chiunque segue Lui, si offre a Lui, si unisce al suo sacrificio vivente con tutto se stesso, compie l’opera di Dio, cioè fa liturgia.
Il tempo liturgico richiama la dimensione cosmica della creazione e della redenzione del Signore che ha ricapitolato in sé tutte le cose, tutto il tempo e lo spazio. Per questo la preghiera cristiana, la preghiera di coloro che adorano il vero Dio, è rivolta a Oriente, punto cosmico dell’apparizione della Presenza. E il tempo e lo spazio liturgici l’hanno fissato specialmente nella Croce, a cui rivolgersi per guardare al Signore. Come ripristineremo la percezione tra noi del tempo liturgico? Guardando a Cristo, principio e fine, alfa e omega dell’Apocalisse, che fa nuove continuamente tutte le cose. Proprio il simbolismo della Pasqua, con l’accensione del cero, sta a ricordarlo.

* Don Nicola Bux è Professore di Liturgia orientale a Bari e Consultore delle Congregazioni per la Dottrina della Fede, per le Cause dei Santi, per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti; nonché dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.

venerdì 13 luglio 2012

Don Nicola Bux: "La Chiesa non è un concilio permanente"

fonte: la rivista francese "Risposte catholique"

traduzione dal francese

In un'intervista esclusiva concessa a “Riposte catholique”, don Nicola Bux, Consultore di diverse congregazioni romane, uomo vicino al Santo Padre, conferma che "l'analisi critica" del Vaticano II è legittima e che il Papa desidera con tutto il cuore la riconciliazione con Ecône.




1 - Don Nicola Bux, assieme al cardinale Brandmuller e a Monsignor Marchetto, lei ha recentemente pubblicato un opera in cui espone le chiavi interpretative del Concilio da parte di Benedetto XVI (1). Ora è precisamente la questione dell'interpretazione del Concilio e del valore del suo magistero che il mese scorso ha rallentato la regolarizzazione canonica della Fraternità San Pio X. Nell'ultimo documento sottoposto a Monsignor Fellay il 13 giugno, gli incaricati alla sua redazione avrebbero in effetti reintrodotto l'esigenza di riconoscere da parte della Fraternità l'autorità del Concilio nella sua interezza. Sembra dunque che a Roma ci siano molti modi differenti di intendere l'"ermeneutica della continuità": se da parte di alcuni si pone come principio base il riconoscimento preliminare del Vaticano II, altri fanno del Concilio stesso l'oggetto della critica (De Mattei), mentre una terza interpretazione sarebbe quella di ragionare sul
valore del magistero del Concilio (in questa linea l'abbé Barthe parla di "magistero incompiuto"). E' davvero così e si può sperare che Roma faccia un passo indietro sull'esigenza di un riconoscimento integrale del Concilio? Possiamo accostare Monsignor Di Noia, il nuovo vicepresidente della PCED, a questa terza linea interpretativa?Lui ha infatti dichiarato all'agenzia CNS che "I testi conciliari non si devono leggere secondo il punto di vista dei liberali presenti al Concilio"e che "È possibile avere dissensi ed essere comunque in comunione col Papa"ha spiegato anche di avere il compito di dover "aiutarli a trovare una formula che rispetti la loro specifica integrità teologica. È vicina l'intesa finale?

Il Concilio Ecumenico Vaticano II, va innanzitutto collocato nella lunga storia della Chiesa, da cui risulta la continuità con quelli che l'hanno preceduto, pur con le sue caratteristiche proprie, che costituiscono anche una novità. In che senso? Innanzitutto perché lo Spirito che assiste la Chiesa fa nuove tutte le cose. Poi, perché la tradizione è ricevere e trasmettere.  
Il rinnovamento, o riforma, dunque, avviene nella continuità, tema trattato alla luce del binomio inscindibile, per la Chiesa Cattolica, "nova et vetera". E' del resto la corretta ermeneutica la prima “chiave” indicata da Sua Santità Benedetto XVI nel famoso discorso alla Curia Romana per quel che concerne l'interpretazione e l'ecumenicità del Vaticano II. 
I suoi documenti sono stati decontestualizzati  rispetto alla Tradizione della Chiesa e spesso usati come espressione dell' “aggiornamento”(che avrebbe dovuto mettere insieme nova et vetera), mitizzandolo però e facendo valere solo il nuovo. Così lo si trasformava in una sorta di ideologia, in un “superdogma”, come ebbe a dire l'allora cardinal Joseph Ratzinger ai vescovi cileni.   
Dunque occorre una veritiera presentazione storica del Vaticano II,  inteso come strumento di “aggiornamento, [cioè] di rinnovamento nella Tradizione”. 
Un punto piuttosto trascurato nel discorso sul Vaticano II è quello del consenso, ossia come si forma, il percorso che per raggiungerlo si deve compiere attraverso il dialogo tra opinioni, giungendo a scegliere una via di sintesi, si intende  sulla dottrina non definita e in  legittimo sviluppo; le nuove acquisizioni non necessariamente sono definitive e irreformabili, ma sono orientamenti o precetti del magistero straordinario per la Chiesa in sé e per la sua missione nel mondo. Non a caso, il magistero ordinario pontificio successivo le ha interpretate, chiarite e ulteriormente sviluppate. 
Si deve tener conto anche del diverso genere  dei documenti, che non sono tutti, nell'insieme e al loro interno, della stessa natura. Credo che in tal senso opererà Mons.Di Noia.  Perché non dovrebbe essere consentito anche per il Vaticano II quello studio critico che si è applicato del resto a tutti i concili?

2 - Un altro elemento che potrebbe lasciar pensare ad un ritardo nella riconciliazione tra Roma ed Écône, è la nomina di Monsignor Müller a Prefetto della Dottrina della Fede. Allo stesso tempo si è avuta però la nomina del Monsignor Di Noia come vicepresidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei. Nella nota di spiegazione della nomina di Müller emessa dalla Congregazione della Fede si affermava che: "La nomina di un Presule di alto rango (arcivescovo, NdR) a tale incarico è segno della sollecitudine pastorale del Santo Padre per i cattolici tradizionalisti in comunione con la Santa Sede e del suo grande desiderio di riconciliazione con le comunità tradizionaliste non in unione con la Sede di Pietro." E' Monsignor Di Noia l'uomo preposto dal Santo Padre per giungere finalmente al riconoscimento della Fraternità San Pio X? Gli uomini riusciranno a arrivare laddove lo Spirito Santo sembra aver così bene operato?


Sicuramente è questo l'intento del Santo Padre, al quale sta a cuore la riconciliazione e l'unità dei cristiani. Ogni cristiano, in base a quanto ho detto prima, deve amare la tradizione, quindi è “tradizionale” – meglio che tradizionalista. Nella Chiesa, chiunque riceve un incarico, non promuove le sue idee ma deve servire la verità, fedele all'insegnamento del Romano Pontefice. 
Perciò, abbiamo bisogno di una seconda 'chiave' per interpretare non solo il concilio Vaticano II, ma tutta la vita della Chiesa: la 'chiave' della fede, indicataci anche questa da Benedetto XVI con l'indizione dell'Anno della Fede. Infatti, tutto  il dibattito sul Vaticano II a cosa deve servire?  A riscoprire la natura del cristianesimo, che è necessario alla salvezza dell'uomo. Così, i cristiani con l'intelligenza della fede devono contribuire all'intelligenza della realtà. Questo è il contenuto essenziale della fede, e il Papa avverte l'urgenza di riannunciarlo di fronte a concezioni che la riducono a discorso o a sentimento o a etica. 
Bisogna pregare perché tutti nella Chiesa siano docili allo Spirito Santo, Spiritus unitatis.

3 - Monsignor Fellay si è molto esposto per favorire le condizioni per la riconciliazione. Come Superiore generale della Fraternità San Pio X, è depositario del carisma specifico di questa, ma anche dell'eredità di Monsignor Lefebvre, suo fondatore, ed è tenuto dunque a vegliare che l'uno e l'altra siano preservati. La Chiesa, d'altra parte, ha tutto l'interesse a che questo carisma particolare si eserciti pienamente al suo interno, come lei ha avuto già l'occasione di sottolineare facendosi interprete del pensiero del Papa. Qualche volta si ha però l'impressione che Roma non faciliti molto le cose a Monsignor Fellay attraverso decisioni che sembrano non tenere conto di questa sua doppia responsabilità. Non è semplicemente perché a Roma non si conosce quasi per niente l'universo tradizionalista e, in particolare, la FSSPX, la sua storia e i suoi protagonisti? Può essere anche una certa misconoscenza del pensiero del Papa che non desidera "spegnere" il vigore della FSSPX, ma soltanto indirizzarlo correttamente nella Chiesa?

Nella Lettera ai Vescovi, che Benedetto XVI scrisse per la revoca della scomunica, ha dimostrato di conoscere bene e amare questa ampia parte di fedeli, che sono pure suoi figli. I passi che ha compiuto sono ispirati dalla “pazienza dell'amore”, quella che secondo l'Apostolo deve caratterizzare tutti i discepoli di Gesù. Ritengo che anche il Superiore generale, Mons.Fellay, abbia operato nella medesima direzione e come tale tutta la Fraternità dovrebbe  seguirlo, in primis i Vescovi e sacerdoti, vincendo l'orgoglio che viene dal Maligno. Impariamo da Gesù che è mite e umile di cuore. Un vescovo, un sacerdote, un cristiano deve avere a cuore l'unità come il bene più prezioso, dice san Giovanni Crisostomo, che è costato il Sangue preziosissimo del Signore. Proprio prima della Passione, Egli che ha pregato: ut unum sint! 
Poi, anche se alcuni uomini errano, la Chiesa è indefettibile, perché Gesù l'ha fondata sulla roccia di fede costituita da Pietro, che “viene da pietra”, dice sant'Agostino. La sua unità è inamissibilis, non si potrà mai perdere, perché è come la tunica di Gesù, senza cuciture, tutta d'un pezzo, che proprio quest'anno è stata venerata solennemente a Treviri. Le divisioni dei cristiani non possono distruggere l'unità della Chiesa. 
Il primato del Papa è superiore al concilio. Né la Chiesa è un concilio permanente. A Pietro e ai suoi successori il Signore ha dato il “potere delle chiavi” di legare e sciogliere sulla terra e ciò simultaneamente Egli fa in cielo.  
Per fortuna, insieme alla Scrittura i cristiani hanno nel Papa un antivirus visibile contro il conformismo: il  «pastor de la Chiesa che vi guida», ammonisce Dante nel V canto del “Paradiso” – «questo vi basti a vostro salvamento». 

Dunque, la Fraternità Sacerdotale di San Pio X – proprio questo Santo Pontefice  lo sta chiedendo alla Beata Vergine Maria – accolga la riconciliazione e si fidi del Santo Padre, e così conoscerà un rinnovato sviluppo che andrà a beneficio di tutta la Chiesa cattolica.