Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 14 aprile 2017

Il Processo di Cristo e il processo della Chiesa

Nel Venerdì Santo, rilanciamo questo contributo.

Mattheus Borrekens, Ecce homo, XVII sec.

Ambito di Antonio Pereda, Cristo, uomo dei dolori, XVII sec., collezione privata

Anonimo, Cristo uomo dei dolori o Ecce homo, XVII sec., collezione privata


Il Processo di Cristo e il processo della Chiesa

di Cristiana de Magistris

Antonio Ciseri, Ecce homo, 1871, collezione privata

Nel Tempo di Passione, che abbraccia le due settimane che precedono la Pasqua, la Chiesa contempla in lutto i dolorosi avvenimenti che segnarono l’ultimo anno della vita del Redentore del mondo (Settimana di Passione) e l’ultima settimana della Sua vita mortale (Settimana Santa).
Con l’avvicinarsi del Venerdì Santo, la voce di dolore della Chiesa diviene più vibrante e commossa, e tra breve essa farà sentire i suoi lamenti inconsolabili per la morte del suo divino Sposo. «Il Cielo della Santa Chiesa si oscura sempre più», scrive dom Guéranger. Il Redentore divino, fattosi uomo per amore dell’uomo, sta per espiare l’umano peccato sostituendosi ai suoi fratelli colpevoli. Egli si riveste dei nostri peccati, dice il Profeta, come di un mantello, e si fa peccatore per noi per poterlo portare nella sua carne sulla croce e distruggerlo con la sua morte (cf 1 Pt 2,24).
Nell’Orto degli Ulivi, tutti i peccati commessi dall’umanità colpevole, dagli albori del mondo fino alla consumazione dei secoli, affluiscono come flutti melmosi nell’anima purissima del Salvatore del mondo, che diviene così «il ricettacolo di tutto il fango umano e il rifiuto della creazione» (Mons. Gay). Il Padre deve allora trattarlo come maledetto, poiché è scritto: «Sia maledetto chiunque è appeso al legno» (Gal 3,11). Per la nostra salvezza bisognava davvero che Gesù fosse appeso al legno della Croce, affinché la vita ci fosse resa dal legno che ci aveva dato la morte, e che colui che in un albero aveva trionfato, da un albero – a sua volta – fosse vinto (Prefazio della Croce).
La Sacra Liturgia nota che, «poiché i nostri progenitori erano stati ingannati da satana, bisognava che uno stratagemma divino sventasse l’artificio del serpente». S. Bernardo lo spiega dicendo che «poiché Gesù non aveva che l’apparenza del peccato, fu appunto quest’apparenza a mascherare la trappola in cui satana cadde». E S. Agostino: «Per un giusto permesso di Dio, Lucifero perdette il diritto di morte che aveva sui peccatori il giorno in cui egli fu abbastanza temerario da usarlo contro il Giusto». Si tratta di una lotta senza precedenti e senza pari tra il principe della morte e il Dio della vita, ma «immolandosi Cristo trionfa» e – col più grande dei divini paradossi – morendo ci dona la vita.
Nella Domenica delle Palme, Egli avanza come un conquistatore, circondato di onori dalla folla che acclama: «Osanna al Figlio di David, benedetto colui che viene nel nome del Signore, il Re d’Israele». Ma dopo una gloria passeggera e fugace, il Figlio dell’uomo è sottoposto ad un infamante e menzognero processo. Condannato al peggiore dei supplizi, voluto non solo per ucciderLo, ma anche per cancellarne la memoria, Egli sale sulla croce, trono prezioso che il suo Sangue «orna della porpora regale».
L’oracolo di Davide si è compiuto: ¥Dio ha regnato dal legno», che da oggetto di ignominia è divenuto il vessillo del re e la nostra sola speranza in questo tempo di Passione. «Noi ci prostriamo davanti alla Croce, poiché è per essa che è venuta la gioia in tutto il mondo» (Liturgia). E per dimostrare che è solo in questa prospettiva salvifica che la Chiesa guarda ed adora la Santa Croce, gli artisti cristiani di un tempo cambiavano la corona di spine in una corona araldica e reale.
La Sacra Liturgia, rovesciando – con il suo linguaggio e suoi simboli – la nostra umana comprensione, non fa che riflettere il sapiente e misterioso disegno di Dio il Quale, nonostante le astuzie degli uomini e gli ostacoli più insormontabili da essi posti, si realizza inesorabilmente nella sua pienezza. Anzi, trionfando dell’umana bassezza, esso rifulge più glorioso, poiché Dio, nella Sua provvidenza, calcola anticipatamente ogni minuto ostacolo che gli uomini possono frapporre ai Suoi divini disegni.
Ecco perché il Salmo canta: «Insorgono i re della terra e i principi congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Messia: Se ne ride chi abita i cieli, li schernisce dall’alto il Signore» (2, 2-9). Dio non solo irride le astute tattiche e i perversi ragionamenti umani, ma li ribalta con sovrana sapienza, facendoli servire ai Suoi imperscrutabili fini. E, difatti, nel corso della vita del Salvatore, mentre gli Scribi e i Farisei avevano tentato di distruggerLo e coprirLo di ignominia, non compresero che, con l’ignominia di cui volevano ricoprirlo, preparavano il Suo più grande trionfo.
Il Salvatore del mondo fu condannato dai Giudei per un meschino opportunismo politico verso l’autorità romana, ma – mai come allora – fecero di Pilato, che quella autorità rappresentava, un misero zimbello nelle loro mani. E lui, che di quel processo infamante pretendeva vigliaccamente di lavarsi le mani, è da 2000 anni ricordato da tutti i cristiani ogni volta che si recita il Credo. I Giudei simularono di condannare Gesù per difendere la loro nazione, e proclamarono solennemente di non avere altro re all’infuori di Cesare.
Essi «Finsero di temere le sedizioni popolari, e vi ricorsero quando vollero che il popolo condannasse Gesù alla morte di croce. Finsero di condannare Gesù per amore alla verità, e ricorsero alle false testimonianze; finsero di ucciderlo per amore della Legge, e violarono la Legge» (D. Ruotolo). Frutto di un processo menzognero, anche il Calvario si presentò come una menzogna. «Il Redentore vi apparve come uomo, ed era Dio, vi apparve come reo, ed era la santità stessa, vi apparve come maledetto, ed era la benedizione del genere umano» (ivi).
Più precisamente, Egli – facendosi maledizione per noi – appese alla croce il chirografo della nostra condanna. Fu in questa apparenza di menzogna che l’uomo ottenne la benedizione e la salvezza. Il Redentore fu coperto di sangue, e la Madre sua fu ai suoi piedi per presentarlo, così sfigurato, al Padre. «Quel sangue sembrava orrore di pena, ed era amore, quelle spine sembravano obbrobrio, ed erano una corona regale, quei chiodi sembravano il sanguinoso vincolo della libertà, ed erano il definitivo affrancamento dalla schiavitù». «Tutto era, ci si perdoni la frase, una menzogna divina, perché in questa divina finzione la benedizione cadde sul Re d’amore per noi, e Maria Immacolata fu la Madre della benedetta umanità rigenerata» (ivi).
Il Tempo di Passione non è un semplice ricordo storico di questi avvenimenti riferentesi alla persona di Gesù; esso è una realtà per tutto il Corpo mistico. Il dramma del Golgota si estende a tutta la Chiesa che, con Cristo suo capo, rivive la Passione del suo Signore. Il Processo infamante di Gesù nostro Signore non è terminato. Pascal diceva giustamente che Gesù è in agonia fino alla fine del mondo.
Ma, in realtà, tutti i misteri della vita del Signore continuano e continueranno fino alla consumazione dei secoli nella sua Chiesa. Anche il Suo processo. Ora come allora assistiamo alla defezione degli apostoli, al tradimento di Pietro, alle menzogne create per distruggere il Suo Corpo e, se fosse possibile, cancellarlo dalla memoria del mondo. Il processo di Gesù fu una farsa e una menzogna, ma una “menzogna divina” perché non sfuggì all’ordine delle cose voluto da Dio.
Nessun dettaglio della Passione del Redentore, come della Sua vita, sfuggì alla divina economia della Sua misteriosa provvidenza. Così avviene per la Sua Chiesa. Se essa, nella sua componente umana, è prona al mondo e alle sue sirene, se il Sinedrio modernista la vende per trenta denari, se Pietro la tradisce e gli apostoli fuggono impauriti davanti ad un vergognoso e infame processo mondano, rimane tuttavia un piccolo gregge attorno alla Vergine Santissima che, ai piedi della Croce, impietrita dal dolore, contempla, ora come allora, non la morte del Figlio ma la salvezza del mondo.

venerdì 25 marzo 2016

Il luogo del processo di Gesù dinanzi a Pilato

È stato scoperto il luogo dove Gesù fu processato da Pilato?
A questo interrogativo nel dicembre 2014, forse, si è data una risposta, venendo resa nota la scoperta dei resti del palazzo di Erode, nel quale Gesù fu processato da Pilato. La notizia è stata diffusa in Italia ed all’estero nei primi giorni del 2015 (cfr. Gerusalemme, gli archeologi scoprono il luogo del processo a Gesù, in La Stampa, 5.1.2015; Ivan Francese, Scoperto il palazzo di Erode: qui venne processato Gesù?, in Il Giornale, 5.1.2015; F.Q., “Gesù fu processato qui?”. Per gli archeologi Usa trovato il palazzo di Erode, in Il Fatto quotidiano, 5.1.2015; Mario Iannacone, Il luogo del processo a Gesù: nuove ipotesi, in Avvenire, 6.1.2015. Cfr. anche Site of Jesus’ trial unearthed? Archaeologists believe they have found remains of Herod’s palace in Jerusalem, under former Turkish prison near Tower of David Museum, in The Columbian, Jan. 9th 2015; Ruth Eglash, Archaeologists find possible site of Jesus’s trial in Jerusalem, in The Washington Post, Jan 4th, 2015; Robin Ngo, Tour Showcases Remains of Herod’s Jerusalem Palace—Possible Site of the Trial of Jesus, in Bible History Daily, Oct. 12, 2015).

«Questo è il luogo dove Gesù è stato processato»

di Chiara Rizzo

Da pochi giorni sono visitabili i resti del palazzo di Erode a Gerusalemme. Intervista all’archeologo statunitense Shimon Gibson, che ci spiega cosa spinge gli studiosi a ritenerlo il luogo del processo a Cristo
Da neanche una settimana nella città vecchia di Gerusalemme, accanto alla porta di Giaffa, sono visibili al pubblico per la prima volta i resti del palazzo di Erode il Grande, scoperti nel 2000 durante gli scavi alla Torre di David. Avvolto per anni nel mistero, quel palazzo (costruito nel 25 a.C.) sarebbe stato occupato all’epoca in cui visse Gesù dal procuratore romano a Gerusalemme Ponzio Pilato, e proprio qui Cristo potrebbe essere stato processato e condannato alla crocifissione. Ne è convinto per esempio l’archeologo statunitense Shimon Gibson, da anni impegnato a Gerusalemme in diversi scavi: «Mancano le iscrizioni che confermino con certezza cosa sia successo in quel luogo, ma tutti gli indizi, archeologici, storici ed evangelici, fanno pensare che fosse proprio questo il luogo del processo a Gesù», dice. Gibson, docente di Archeologia all’Università del North Carolina e capo del dipartimento archeologico dell’Università della Terra Santa, racconta a tempi.it il lungo lavoro con cui ha unito uno per uno, in quindici anni, i tasselli della ricerca storica fino a convincersi che il palazzo di Erode «sia il luogo dove Gesù è stato processato».

Lei ha svolto un’ampia indagine, incrociando testi evangelici e di storici. Quali indizi l’hanno convinta?
Tito Flavio Giuseppe (37-100 d.C.), uno storico romano di origine ebraica, nel 70 d.C. scriveva: «Pilato, dopo aver sentito che costui (Gesù) era accusato dagli uomini di più alto rango, lo aveva condannato». Il più celebre Tacito, intorno al 115 d.C., cioè 80 anni circa dopo la morte di Cristo conferma: «Cristo era stato condannato alla pena di morte durante il regno di Tiberio, per sentenza del procuratore Ponzio Pilato, e la rovinosa superstizione (il cristianesimo, ndr) fu momentaneamente soffocata». Passiamo alla descrizione nei documenti dei luoghi di questa condanna. Anzitutto sappiamo, da tutti i Vangeli, che dopo l’arresto al Getsmani Gesù fu portato nella casa del sacerdote Caifa per essere interrogato. Nel vangelo di Giovanni (18; 15-19) si apprende che «lo condussero prima da Anna: egli era infatti suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno». L’esatta locazione della casa di Caifa non è nota: tuttavia, la tarda tradizione bizantina l’ha collocata nella zona occidentale della città, proprio non lontano dai resti del palazzo abitato dall’allora governatore romano. Il vangelo di Marco non dice molto sul luogo in cui si tenne il processo, se non che la folla «accorse» da Pilato, «mentre egli sedeva in tribunale» (Mc, 15; 8). Matteo aggiunge però che Pilato «sedeva sul suo scranno in tribunale», in greco il “bema”. È un primo indizio. Lo scranno di Pilato potrebbe essere della stessa specie di quello usato dal figlio di Erode il Grande, il tetrarca Filippo, descritto dallo storico romano Flavio Giuseppe che raccontava si trovasse nel palazzo di Erode: «Il trono su cui sedeva quando emetteva giudizi lo seguiva ovunque egli andasse».

Una cartina elaborata dal professor Gibson
mostra sull’angolo a sinistra l’area del palazzo di Erode,
comprendente un 
praetorium.
Con i trattini viene indicato il
probabile percorso della via verso il Golgota

Passiamo al secondo indizio.
Nel Vangelo di Marco si ha l’impressione che il processo a Gesù si sia tenuto in un’area all’aperto, dato che leggiamo: «Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la corte» (Mc 15; 16). La stessa impressione si ha nel testo di Matteo: «Allora i soldati condussero Gesù nel pretorio, e radunarono attorno tutta la coorte» (Mt 27; 27). Alcuni studiosi hanno in passato ritenuto che il pretorium fosse un edificio interno. Ma una coorte romana in media raggruppava 600 soldati e sarebbe servito un luogo più ampio, aperto. In effetti, secondo Flavio Giuseppe il palazzo di Erode aveva un’area residenziale verso nord, protetta da tre alte torri (i resti di una delle quali sono oggi stati recuperati) e da un muro di difesa, con un largo e meraviglioso giardino, e un accampamento militare, cioè proprio un “praetorium”. Accanto al palazzo sono stati ritrovati i resti di una porta, che io ritengo essere quella “degli Esseni”: una porta che avrebbe rappresentato una via d’accesso speciale per il re Erode, poi per il Governatore, e per i soldati e accanto alla quale sono stati ritrovati i resti di un’ampia corte dove potrebbe essersi radunata la folla all’epoca del processo. Il palazzo consisteva di due ali gemelle, cioè due palazzi squadrati. Le zone di servizio, come le cucine o i magazzini, si trovavano a nord del palazzo nell’area attualmente occupata dalla corte della cittadella e corrispondono con i resti visibili oggi. Il palazzo era elevato proprio su un imponente piattaforma, parte della quale ora è stata scoperta con gli scavi archeologici sotto il Giardino Armeno. Si tratta di un terzo importante indizio.

Perché?
I governatori romani, nei territori controllati, dispensavano la giustizia in un’arena pubblica, come una corte, o una piazza adiacente il praetorium, con uno scranno del giudice posto su una piattaforma rialzata, cui si accedeva da una scalinata. È questo che in latino viene definito “tribunale”, con la stessa parola usata nei vangeli. Il palazzo di Erode calzerebbe perfettamente a questa descrizione del tribunale, ma anche a quella evangelica. Il vangelo di Giovanni offre infatti ulteriori informazioni sul luogo in cui si è tenuto il processo: «Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi (i sacerdoti, ndr) non vollero entrare per non contaminarsi. Uscì dunque Pilato verso loro»; «Pilato allora rientrò nel pretorio» (Gv 18; 28-29). Ci suggerisce che il processo ebbe luogo in uno spazio aperto dove si trovava la folla dei Giudei infiammata, con Pilato che interrogava Gesù all’interno del palazzo, al piano del pretorio, dove Cristo fu anche flagellato. Poi Giovanni aggiunge: «Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale (in greco “bema”, cioè lo scranno), nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà». Gabbatà, secondo lo storico Flavio Giuseppe, in aramaico significava “luogo elevato”, ed è così che egli descriveva il tribunale usato dai romani proprio in una parte del palazzo di Erode. Uno strato di roccia su una parte del sito corrisponde esattamente al luogo elevato descritto come tribunale dallo storico e dall’evangelista Giovanni. Litòstroto in greco significa invece pavimento lastricato di pietre. Il luogo scoperto oggi contiene proprio una corte interna pavimentata in pietre. In effetti il palazzo sarebbe stato il luogo ideale per condurre un processo pubblico, seppur sommario, perché l’accampamento militare o “praetorium” e le tre torri consentivano ai romani di monitorare la folla accalorata radunata nella vicina corte. Molto probabilmente Gesù fu caricato della croce nel praetorium accanto al palazzo, e da lì condotto verso la Porta Gennath o del Giardino, da cui fu fatto salire al Golgota.

Tuttavia nella via crucis attuale, sin dal medioevo si considera come tribunale il luogo chiamato “Fortezza Antonia”. Perché secondo lei non sarebbe quello giusto?
È molto difficile che fosse quello dal momento che serviva principalmente come torre di osservazione militare. Si affacciava sul Monte Tempio, l’attuale spianata delle moschee, e i soldati potevano da lì tenere sempre d’occhio la folla dei fedeli, per evitare insurrezioni o proteste. La torre era sì elevata, ma era troppo stretta per servire da residenza del governatore e da quartier generale dei soldati. Della struttura non è sopravvissuto quasi nulla se non la base in roccia, che ho misurato personalmente: 90 metri per 40, contro i 140 metri per 140 del palazzo di Erode che hanno convinto maggiormente la quasi unanimità degli archeologi.

Fonte: Tempi, 12.1.2015

giovedì 24 marzo 2016

"Et egressus foras Petrus flevit amare". A S. Pietro in Gallicantu, dove il gallo cantò: il luogo del rinnegamento di Pietro


(cliccare sull'immagine per il video)

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Heinrich Hofmann, La cattura del Cristo, 1856-58


Carl Heinrich Bloch, Rinnegamento di Pietro, XIX sec.

Perché fu ucciso Gesù?




Rino Cammilleri, dopo essersi soffermato sulle gravi irregolarità del processo di Gesù (v. qui e qui), si sofferma oggi su interrogativo ancora attuale: perché fu ucciso il Divin Maestro? (v. anche qui per una risposta teologica).

Perché fu ucciso Gesù?

di Rino Camilleri

Amara ironia: ma sì, dormite pure; tanto, eccoli qui quelli che vi sveglieranno. I poveri Apostoli avevano bevuto le quattro coppe di vino rituali e forse qualche altra, e non erano neanche abituati a fare le ore piccole. Gesù, per farli scappare, dicendo solo il suo nome (Jahwè: «Io sono»), sbatte a terra la coorte venuta ad arrestarlo. Non è vero che Pietro poi lo rinnega, non è un vile: è il solo che ha tirato fuori la spada e l’ha data in testa al capobranco Malco.

Segue Gesù per vedere se può essergli d’aiuto in qualche modo. Ma una schiava pettegola e intrigante, per arruffianarsi il padrone, fa di tutto per incastrarlo. Lui nega di essere discepolo del Nazareno perché finirebbe preso, inutilmente, anche lui. Lo sguardo di Gesù gli ricorda la profezia e scappa fuori a piangere, ma per la disperazione e l’impotenza: non ci capisce più niente; il suo Maestro fa miracoli e profezie, però si è fatto arrestare senza opporre resistenza. Pietro non sa più che fare, si perde nella notte.

Il processo-farsa, in totale dispregio della rigorose procedure previste dalla Legge, serve solo a spedire Gesù da Pilato con questa accusa: non vogliamo che costui venga a regnare su di noi perché non abbiamo altro re che Cesare, e se non lo crocifiggi platealmente andremo a dirlo a Tiberio, il quale, sapendoti protetto dal traditore Seiano, non aspetta altro per destituirti. Ora, chi conosce la storia sa che quello era, per Israele, il tempo dell’arrivo del Messia, secondo la profezia delle «settanta settimane» di Daniele. E vari Messia spuntavano qua e là, prima e dopo Gesù, regolarmente repressi dai Romani.

Uno, addirittura, (Bar Kokhba) sarà ufficialmente riconosciuto dal Sinedrio e sarà il disastro finale. Invece, Gesù è l’unico per il quale i sinedriti imbastiscono un complotto teso non solo a ucciderlo, ma a farlo giustiziare dai Romani. Perché? Uno potrebbe dire: ma come, con tutti i miracoli che faceva? Ma è proprio il più strepitoso, la resurrezione di Lazzaro, che determina il Sinedrio a chiudere la questione una buona volta. E subito. Gesù è stato acclamato nella Domenica delle Palme mentre a Gerusalemme c’erano almeno un milione di ebrei venuti da ogni dove per la Pasqua.

E i Romani, a ogni Pasqua, facevano affluire truppe in città perché il fervore religioso della festa principale portava sovente a insurrezioni. Quel sedicente Messia aveva un seguito strabocchevole e già altre volte non era stato possibile arrestarlo. Questa è la volta buona, perché Giuda si è messo a disposizione. Gesù lo sa e ricorre a una complicata manovra per non far sapere a Giuda l’indirizzo dell’Ultima Cena prima che sia stata istituita l’Eucarestia («vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua, seguitelo», dice a due discepoli, malgrado sia Giuda quello incaricato della cassa comune).

I Romani si erano riservati la pena di morte, sì, ma solo ufficialmente: in pratica, i sinedriti potevano far lapidare chi volevano (come l’episodio evangelico dell’adultera trascinata davanti a Gesù dimostra).

Solo che il Nazareno doveva essere giustiziato da loro, e in modo ben visibile. Perché? Perché con i suoi miracoli si era procurato, sì, un grandissimo seguito, ma non era l’Atteso che li avrebbe liberati dall’occupazione dei pagani («date a Cesare quel che è di Cesare») e procurato a Israele il dominio mondiale, sennò i sinedriti sarebbero stati primi a sostenerlo. Per giunta, faceva apposta a non rispettare il sabato e le miriadi di prescrizioni rituali, non mancando di additare la classe dirigente al disprezzo del popolo. Un falso Messia ma di vastissima popolarità: i Romani avrebbero distrutto la nazione e il Tempio. Era lo stesso dilemma di Giuda, che perciò aveva cercato di forzare gli eventi costringendo Gesù a chiarire la sua posizione davanti alla massima autorità religiosa e politica, il Sinedrio.

Solo quando si rese conto di essere stato usato come esca per un piano già scritto capì che l’avevano fregato. E, anziché scusarsi con Gesù, si suicidò. I sinedriti, furbi fabbricanti di pentole senza coperchi, vollero Cesare come re e Cesare distrusse davvero la loro nazione e il Tempio. Gesù, invece, rese davvero Gerusalemme il centro del mondo, davvero trionfò sui Romani e davvero divenne il Re di tutte le nazioni. 

Fonte: La nuova bussola quotidiana, 24.3.2016