Sante Messe in rito antico in Puglia

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giovedì 1 settembre 2016

La Chiesa povera – Editoriale di settembre 2016 di “Radicati nella fede”

Rilanciamo, come di consueto, l’editoriale del mese di settembre di Radicati nella fede, pubblicato anche da Riscossa cristiana, nella festa di S. Egidio, abate e confessore.


Ambito Italia centrale, S. Egidio, XVII sec., Città di Castello

Andrea Camassei, S. Egidio e la cerva, 1600 circa, Civitavecchia

Ambito marchigiano, S. Egidio intercede presso la Vergine ed il Bambino per le anime purganti, XVIII sec., Ancona

Melchiorre Jeli, S. Egidio colpito dagli arcieri del re, 1814, Ancona

Luigi Giannantonj, S. Egidio, 1868, Avezzano


Bottega napoletana, busto argenteo di S. Egidio, 1892, Basilica di S. Egidio abate, Latronico

Salvatore Frangiamore, S. Egidio, 1903, Caltanissetta

Ambito dell'Italia meridionale, S. Egidio, 1904, Bari

LA CHIESA POVERA


Editoriale di "Radicati nella fede"
Anno IX n. 9 - Settembre 2016

Ogni tanto torna di moda parlare di chiesa povera, per i poveri.
Si sa che, normalmente, quelli che amano parlare di chiesa povera sono i ricchi, sono quelli che poveri non sono. Chi ha assaggiato la fatica della povertà economica, non ama la povertà e non la augura a nessuno, nemmeno alla chiesa. 
Sono i borghesi che, per rifarsi un'anima a buon prezzo, hanno bisogno di un fremito di commozione sulla povertà altrui, e per un'invidia mista a un laicismo acido pretendono che la chiesa sia economicamente povera.
Così dicendo non vogliamo affermare che la povertà, non la miseria!, non sia un valore; la povertà è uno dei consigli evangelici, che con la castità e l'obbedienza segna il cammino di perfezione della vita religiosa. E per tutti, anche per chi non è in convento, è da coltivare con estrema attenzione: la sobrietà, la modestia e la morigeratezza quanto sono necessarie alla vita cristiana di tutti!
Ma a che serve la povertà? A non sperare in se stessi, ma unicamente nella Grazia di Dio.
Questo è il punto. La povertà, con anche il suo aspetto di sobrietà economica, non serve in se stessa, serve perché rimette l'uomo nella posizione più vera, quella della sua totale dipendenza da Dio. Ed è innegabile che chi è in difficoltà economica, il povero, può capire di più cosa sia questa dipendenza, questo dover sperare in un Altro; e Dio diventa per lui più concretamente Provvidenza.
Ma questo non è mai automatico; e lo è meno che mai nel mondo odierno post-comunista, che ahimè comunista resta, che ha chiuso la povertà nella prigione della lotta di classe e della lotta per i diritti personali, e così facendo ha ucciso con l'ateismo la povertà; l’ha uccisa, non l'ha risolta! 
Anche la Chiesa non può vivere la questione della povertà come il mondo post-comunista, che resta malato di comunismo.
Chiesa povera vuol dire chiesa semplice, che non ha altra sicurezza che quella che le viene dalla grazia di Cristo e dalla Divina Rivelazione.
I poveri non hanno tempo da perdere, non hanno voglia di elucubrazioni pseudo-intellettuali. Per loro la vita urge, devono arrivare al dunque e presto, per mangiare e vivere.
E non è così anche del cristiano, quando è seriamente impegnato con la vita? Quando si è coscienti che la vita è una lotta drammatica, non si perde tempo, non ci si intrattiene sull'inutile o sul futile, si vuole giungere subito alla questione della salvezza, alla questione della grazia che salva.
Chiesa povera è allora quella impegnata sul fronte della grazia, sul fronte della salvezza delle anime, con gli strumenti dati da Dio: predicazione e sacramenti.
Ma l'orizzonte si fa sempre più scuro: dov'è questa Chiesa preoccupata della salvezza delle anime? Sembra che la maggiore parte del clero e del laicato impegnato sia occupata nel servizio al mondo. La predicazione ufficiale parla di pace del mondo, di fraternità universale, di umanità consapevole... un linguaggio degno del mondo massonico e della propaganda marxista di decenni fa.
No, questa chiesa impegnata in qualcosa d'altro non è una chiesa povera, anche se fa volontariato per i poveri. Non è una chiesa povera, anche se apre a dismisura centri di accoglienza, perché  ha perso la radice della vera povertà, che è sperare solo in Dio.
“Non possiedo né oro né argento, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo alzati e cammina” (At 3,6) Nel nome di Gesù Cristo... così agisce San Pietro con lo storpio alla porta del tempio, così agisce la Chiesa di sempre difronte ai mali del mondo: dona la grazia che salva, invitando alla conversione, quella vera.
Quando invece la chiesa si imborghesisce parla dei poveri, ma non vive la povertà che ha come cuore il miracolo della grazia. Parla dei poveri la chiesa ammodernata, ma è borghese nel midollo, perché cerca i mezzi umani per essere come gli altri club sociali. E anche quando parla di grazia di Dio, ne parla come un cappello aggiunto al suo pelagiano impegno tutto umano. Non è una chiesa povera, perché la grazia di Dio, quella che discende dalla Croce di Cristo e dai sacramenti, non diventa mai il principio di giudizio e di azione.
Eppure saremo salvi se accoglieremo la grazia di Dio, e vivremo di conseguenza.
Domandiamo a Dio la grazia di vedere tornare la chiesa a questa nobile povertà. Alla povertà coraggiosa che domanda ai peccatori di tornare a Cristo, e a coloro che non lo conoscono ancora di convertirsi a lui, unico Redentore.
E supplichiamo i pastori legittimi della Chiesa perché ci lascino vivere così: non ci interessano i borghesi che amano avere un po' di commozione per i poveri, no - non ci interessano davvero. Vogliamo vivere da poveri, cioè integralmente cattolici, credendo pienamente nell'efficacia della grazia di Dio; credendo nell'assoluta necessità dei sacramenti; posando la vita sulla potenza della preghiera vissuta e insegnata.
Ci interessa vivere di questo, e non di altre elucubrazioni pastorali.
La mia casa sarà casa di preghiera: ecco la chiesa povera.

martedì 1 settembre 2015

“Sed multis deínceps clárior miráculis, timens sui nóminis celebritátem, Arelátem ad beátum Cæsárium conténdit. A quo post biénnium discédens, secéssit in erémum; ubi diútius herbárum radícibus et cervæ lacte, quæ státis ad eum horis veniébat, admirábili sanctitáte vixit. Quæ cerva, insequéntibus quodam die cánibus régiis, cum in antrum Ægídii refugísset, Gálliæ regem ímpulit, ut ab eo summis précibus péteret, ut in loco spelúncæ monastérium éxstrui paterétur” (Lect. III – II Noct.) - SANCTI ÆGIDII, ABBATIS

Il culto di quest’illustre Santo fu introdotto in Italia verso il IX sec. In effetti, il nome di sant’Egidio comparve soltanto nella seconda recensione del martirologio di Usuardo verso l’anno 875.
Lo si trova in seguito negli Addimenta del Geronimiano, poiché il culto del fondatore dell’abbazia di Saint-Gilles, in Linguadoca, doveva diffondersi a partire dal X sec., e soprattutto nei secc. XI e XII. L’importanza dell’abbazia, che costituiva una tappa per i pellegrini di Roma e di Compostella, contribuì parecchio al culto del Santo, tanto quanto la leggenda dello stesso, così elevata nei colori in cui si presenta (cfr. Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, p. 284).
La devozione al Santo si sviluppò largamente in Italia, dove numerose chiese gli furono dedicate. A Roma se ne trova una in Vaticano (chiesa di Sant’Egidio a Borgo) attestata letterariamente solo nel XIII sec., sebbene certamente di epoca anteriore; Bonifacio VIII l’unì al Capitolo di San Pietro (cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 788-789; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 164). Si celebrava un tempo in questo giorno una grande festa, con fuochi d’artificio, musica, corse di cavalli attraverso il quartiere; questa chiesa era la sede di un’importante confraternita. Attualmente la chiesa è affidata alle cure delle Suore Francescane Missionarie di Maria, che, dal 1926, sovrintendono al Laboratorio per il restauro degli arazzi del Vaticano.
A Trastevere esiste ancora un’altra chiesa sotto il nome di sant’Egidio, che occupa lo spazio dell’antico tempio di San Lorenzo in Janiculo o de curtibus. Essa, concessa dal capitolo di Santa Maria in Trastevere nel 1610 ad un pio macellaio, tale Agostino Lancellotti, perché la restaurasse, fu aiutato dalle generose offerte della principessa di Venafro, agli inizi del XVII sec. ed affidata alle Carmelitane della riforma di santa Teresa e dedicata a Sant’Egidio (cfr. Mariano Armellini, op. cit., pp. 650-651). Sempre nel XVII sec., le Carmelitane Scalze lasciarono il convento, trasferendosi ad un altro poco distante. La chiesa è ora dedicata alla Madonna del Carmine. Dell’ex convento delle Carmelitane, oggi, una parte ospita un Museo del folklore e dei poeti romaneschi; mentre un’altra parte è sede principale dell’associazione laicale Comunità di Sant’Egidio.
L’autenticità degli Acta di sant’Egidio (Vita Ægidii) è dubbia. Egli visse probabilmente nella seconda metà del VII sec. e fondò, nella diocesi di Nîmes, un celebre monastero in onore dei santi Apostoli Pietro e Paolo, dove, dopo la sua morte, fu sepolto con onore. Urbano IV estese la festa di sant’Egidio alla Chiesa universale.
La messa è interamente quella del Comune degli Abati, come per san Saba, il 5 dicembre.
Una delle rappresentazioni più famose di sant’Egidio lo raffigurano che, mentre celebra la messa, un angelo dal Cielo gli porge un libro aperto (o una pergamena srotolata), il libro dei peccati di Carlo Magno (o forse  di Carlo Martello, prima della battaglia dei Poitiers contro i saraceni), sul quale il santo lesse il delitto che l’imperatore non aveva il coraggio di confessargli. Si trattava probabilmente di una relazione incestuosa del sovrano carolingio con la sorella Gisella da cui sarebbe nato il famoso conte Rolando/Orlando (per riferimenti sul peccato di Carlo Magno v. qui). Il Santo intercedé, offrendo il divin sacrificio in espiazione del re, e vide via via cancellato il peccato sino a scomparire del tutto dal libro dei peccati (v. Auctore Anonymo, Vita S. Ægidii abbatis, Caput III. Regimen monasterii; accessus ad Carolum regem et reditus ad monasterium, quod brevi subvertendum prædicit: iter Roman, ubi monasterium offert Pontifici, a quo exemptionis privilegium et dona impetrat, dein redit ad suos: beata Sancti mors, et sepultura, §§ 20-21, in Bollandisti, Acta Sanctorum, vol. XLI, Septembris, t. I, Die Prima, Parigi-Roma, 1868, pp. 302-303).


Maestro di S. Egidio, Messa di S. Egidioa favore di Carlo Martello, 1470-1500 circa, National Gallery, Londra



Maestro di S. Egidio, S. Egidio e la cerva, 1470-1500 circa, National Gallery, Londra




Hans Memling, Trittico della famiglia Moreel (famiglia Moreel con i SS. Guglielmo di Malavalle, Mauro, Cristoforo, Egidio e Barbara), 1484, Groeninge Museum, Bruges

Hans Memling, SS. Girolamo ed Egidio, 1491, St. Annen-Museum, Lubecca

Bartolomé Román, S. Egidio, 1616, museo del Prado, Madrid