Sante Messe in rito antico in Puglia

Visualizzazione post con etichetta Madonna del Perpetuo Soccorso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Madonna del Perpetuo Soccorso. Mostra tutti i post

domenica 2 agosto 2015

Uno scheletro di messa per una chiesa scheletrica - Editoriale di agosto di "Radicati nella fede"

Nella memoria liturgica di S. Alfonso Maria de’ Liguori, vescovo, confessore e dottore della Chiesa, rilancio quest’editoriale di Radicati nella fede.



V. Zingaropoli, Il beato Alfonso mostra la sua Theologia Moralis, XIX sec., casa redentorista, Francavilla Fontana

Autore anonimo, Benedetto XIV approva il 25 febbraio 1749 l'istituto dei Redentoristi, XVIII sec., museo alfonsiano, Pagani

G. Gagliardi, S. Alfonso interroga S. Gerardo Maiella, XX sec.

Autore anonimo, S. Alfonso appare a Mons. Amici, avvocato nella causa di canonizzazione del Santo, XIX sec., museo alfonsiano, Pagani

Enrico Marchiani, S. Alfonso in preghiera dinanzi al Crocifisso, 1849, museo diocesano, Vasto


Urna col corpo di S. Alfonso, Basilica di S. Alfonso, Pagani



UNO SCHELETRO DI MESSA PER UNA CHIESA SCHELETRICA

Editoriale "Radicati nella fede" 
Anno VIII n. 8 - Agosto 2015


Attendevano una nuova Chiesa, per questo si sono messi a cambiare la messa.
Volevano una chiesa con nuovi dogmi e nuova morale, allora hanno dovuto ritoccare la messa cattolica, così tanto da renderla uno scheletro di se stessa.
E a messa scheletrica, corrisponde uno scheletro di Chiesa, fatta di una dogmatica e una morale scheletriche.
Lo dicevamo il mese scorso: la nuova liturgia ha preteso di saltare due millenni di storia cristiana, con l'illusione di ricollegarsi ad un mitico inizio del cristianesimo. Hanno detto, i signori della riforma post-conciliare, che occorreva semplificare, per far emergere la nobile essenzialità del rito cattolico. Hanno ritenuto sostanzialmente negativo tutto il lavoro di secoli e secoli che la Chiesa aveva fatto, per rendere sempre più limpido ed educativo il rito cattolico. Hanno tolto e tolto, considerando quasi tutto aggiunta negativa, e ne è venuto fuori uno scheletro di messa. Una messa piena di vuoti e di non-detto, vuoti e non-detto riempiti dalla fantasia del celebrante e dei fedeli. E le fantasie si sono moltiplicate quante sono le chiese del mondo, perché si sa che non si può vivere di uno scheletro: gli uomini lo rimpolpano lo scheletro, ma la carne e il sangue che gli danno non sono quelli di Dio, ma quelli normalmente della dittatura della mentalità comune. Così, a seconda delle stagioni, abbiamo avuto le messe socialiste, le messe impegnate, le messe intimiste, le messe allegre, le messe verbose, le messe catechistiche, le messe di guarigione, le messe carismatiche, le messe missionarie, le messe veloci e cosi via... insomma, la messa la costruisci tu, perché corrisponda a te e al tuo cristianesimo.
La messa così impoverita non ha nutrito più, e ci si è dovuti volgere alle varie ideologie del momento per rimpolparla. Togliendo molto di Dio, la messa la si è dovuta riempire molto dell'uomo, per ritenerla ancora utile: una tragedia, la perdita del cuore cattolico, cioè la redenzione operata da Cristo Crocifisso.
E la tragedia si propaga a tutto l'organismo cattolico: la messa nuova, scheletrica, piena di vuoti, è diventata così tanto ambigua da produrre un cristianesimo scheletrico, dal dogma e dalla morale scheletriche; un cristianesimo ambiguo.
I sacerdoti, ridotti a celebrare uno scheletro di messa, non sono stati più nutriti e difesi dalla messa stessa, così che a loro volta non hanno nutrito e difeso il popolo.
Dicevamo di un Cristianesimo dal dogma scheletrico:
cosa è rimasto, nella maggioranza dei cristiani di oggi, del dogma cattolico che sorge dalla Divina Rivelazione? Quasi nulla. Forse resta che esiste Dio, e che alla fine ci salverà: non c'è che dire, di tutta la Rivelazione, di tutto il dogma, di tutto il catechismo non resta quasi nulla, nel vissuto della maggioranza dei cristiani; ma allora, perché Dio si è rivelato, perché ha parlato nell'Antico e nel Nuovo Testamento, perché ha portato a compimento la Rivelazione in Gesù Cristo? Certamente non lo ha fatto per vedersi “semplificare” orrendamente nel cristianesimo moderno.
Qualcuno dirà che dimentichiamo la ricchezza biblica della riforma liturgica! Certo, di Bibbia se ne è letta tanta, ma ha vinto la messa scheletrica anche sulla Bibbia, tanto è vero che mai i cristiani sono stati tanto ignoranti come oggi nella Storia Sacra e nella Sacra Scrittura. Hanno letto sì la Bibbia in ogni occasione, ma sono stati formati come mentalità dall'ideologia di turno, che rimpolpava la messa scheletrica.
Dicevamo di un Cristianesimo dalla morale scheletrica:
cosa resta, nella maggioranza dei cristiani di oggi, della ricchezza morale cattolica? Sanno forse che Dio è amore, che dobbiamo volerci bene, e poco più: non c'è che dire, resta un po' poco. Della Morale Cattolica, della legge e della grazia, non si sa quasi più nulla. Ecco perché siamo terribilmente indifesi di fronte alla dilagante immoralità e di fronte, soprattutto, all’ideologia dell'immoralità, che vuole ammettere tutto sotto la scusa del voler bene. Assisteremo al compimento dell’apostasia: saranno varate le leggi più immorali con il silenzio dei cattolici, con il plauso di alcuni, e con la falsa prudenza dei pastori, che taceranno in nome della libertà e del rispetto umano. Più che morale scheletrica, è la sua morte vera e propria.
Tutto è cominciato con la scarnificazione della messa, svuotandola delle sue difese dogmatiche nelle parole e nei gesti.
E la rinascita inizierà con il ritorno alla vera e totale messa cattolica.
I riformatori post-conciliari volevano un nuovo cristianesimo più libero, più umanamente accattivante, per far questo hanno privato la messa delle sue difese, e non hanno voluto difendere il Cristianesimo di Dio.
Forse Paolo VI non aveva previsto questa tragedia, forse si era illuso di fermare la semplificazione e l'ammodernamento al solo linguaggio, forse... ma il linguaggio è contenuto; e i vuoti di linguaggio sono vuoti di contenuto, che il mondo si premura di riempire come vuole.
Forse Paolo VI non aveva immaginato tanto, ma è certo che oggi un Papa non potrà più fermare la deriva, senza accettare il martirio. Sì, dovrà accettare il martirio, perché se tenterà veramente di porre rimedio, sarà attaccato dal mondo e da quel mondo che si è infiltrato nella casa di Dio. Ma se non accetterà il martirio, rischierà di non fare il Papa.

sabato 27 giugno 2015

“Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre beátæ Maríæ Vírginis: de cujus solemnitáte gaudent Angeli, et colláudant Fílium Dei” (Intr.) – BEATÆ MARIÆ VIRGINIS A PERPETUO SUCCURSU

Il 27 giugno, oltre ad essere – quest’anno – la Vigilia (anticipata) della festa dei SS. Pietro Paolo, è anche la festa della Madonna del Perpetuo Soccorso.
Sotto questo titolo glorioso, si venera a Roma un’immagine bizantina della Santa Vergine Maria, risalente al XIII o XIV sec. Conservata una volta nella chiesa di San Matteo in Merulana, sul colle Esquilino, l’immagine miracolosa fu poco a poco dimenticata, quando, nel 1866, il papa Pio IX l’affidò ai redentoristi, che ne celebravano la festa e la venerano nella chiesa sorta sul luogo della precedente chiesa di San Matteo, cioè Sant’Alfonso all’Esquilino, sulla via Merulana. Nostra Signora del Perpetuo Soccorso è invocata oggi in molte chiese dell’Occidente (per riferimenti storici, v. qui).
La messa si trova nel supplemento del messale intitolato Pro aliquibus locis, cioè Proprio di certi luoghi (Infrascriptae Missae de Mysterio vel Sancto elogium in Martyrologio eo die habente, dici possunt ut festivae ubicumque, ad libitum sacerdotis, iuxta rubricas. Similiter huiusmodi Missae dici possunt etiam ut votivae, nisi aliqua expresse excipiatur). Dopo il codice delle rubriche di Giovanni XXIII, ogni sacerdote può utilizzare questo formulario delle messe.






De l’icône miraculeuse de Notre-Dame du Perpétuel Secours.

En ce 27 juin, tous les dévots enfants de Marie ont à coeur de fêter Notre-Dame du Perpétuel Secours.

Histoire de l’icône de Notre-Dame du Perpétuel Secours :

L’image connue sous le nom de Notre-Dame du Perpétuel Secours est une icône réalisée dans un style byzantin relativement tardif (du XIIIe ou du XIVe siècle), qui s’inspire du modèle dit « Madone de saint Luc » mais plus exactement selon un type iconographique connu en Orient sous le nom de Mère de Dieu de la Passion (il s’agit donc d’une Vierge de Compassion, ce pourquoi nous avons une très grande vénération pour elle en notre Mesnil-Marie).





Cette icône qui se trouve aujourd’hui à Rome (dans l’église Saint-Alphonse, via Merulana, photo ci-dessus), n’y a pas toujours été : elle était préalablement honorée dans une église de Crète.
Lorsque, au XVe siècle, l’île fut envahie par les Turcs, persécuteurs de chrétiens et destructeurs de nombreuses églises, beaucoup s’enfuirent. L’un d’eux – un marchand, selon la tradition – prit la sainte image, et s’embarqua avec son trésor pour l’Italie. Il fut reçu à Rome par un ami, marchand lui aussi, chez lequel il tomba malade et mourut. Avant de rendre le dernier soupir, il confia l’icône à cet ami en lui demandant de la donner à une église où elle serait convenablement honorée.
Le marchand romain, sous la pression de son épouse (qui souhaitait garder le précieux tableau chez elle), tarda à accomplir la dernière demande de son ami, et il fallut que la Vierge Marie Elle-même se manifestât par des apparitions. Elle fit savoir qu’elle voulait être honorée sous le vocable de « Notre-Dame du Perpétuel Secours », et désigna l’endroit où elle voulait que la sainte icône fût exposée : l’église Saint-Matthieu, sur le Mont Esquilin, toute proche de la Basilique de Sainte Marie Majeure, et desservie par les moines de Saint Augustin.
Elle y fut placée avec de grands honneurs en 1499 et y demeura pendant trois siècles, objet d’une grande vénération.
En 1798, les troupes de la révolution française envahirent et occupèrent Rome, où 45 églises furent détruites. L’église Saint-Matthieu était de ce nombre et la communauté des moines augustins, desservants du sanctuaire, fut chassée.
Les religieux emportèrent le tableau mais les malheurs de ce temps, la persécution, puis l’extinction progressive des religieux qui connaissaient l’histoire du tableau, eurent pour conséquence qu’on en perdit la trace… au point qu’on le crut à jamais disparu.
En 1863, un prêtre rédemptoriste qui, lorsqu’il était enfant, avait servi la messe du dernier moine augustin survivant de la communauté de Saint-Matthieu, réalisa à la suite d’un providentiel concours de circonstances que l’antique image dont on déplorait la perte était celle qu’il avait vue dans son enfance dans le petit oratoire du vieux moine ; il se souvint que celui-ci lui avait un jour dit qu’elle avait été très vénérée et avait accompli de grands miracles.
Le Bienheureux Pie IX en fut instruit : il la fit rechercher pour qu’elle soit confiée aux religieux rédemptoristes dont l’église, placée sous le vocable de Saint Alphonse de Ligori, avait été édifiée précisément sur l’ancien emplacement de l’église Saint-Matthieu.


Eglise Saint-Alphonse sur l’Esquilin (via Merulana) édifiée de 1855 à 1859 à l’emplacement de l’église Saint-Matthieu détruite par les révolutionnaires français.

Lors de la cérémonie d’installation du tableau de Notre-Dame du Perpétuel Secours dans l’église Saint-Alphonse, deux guérisons miraculeuses furent dûment constatées : celle d’un garçon de quatre ans, et celle d’une fillette de huit ans.
Depuis lors le culte de l’icône miraculeuse reprit de l’essor et de nombreuses faveurs spirituelles et temporelles en furent la conséquence.

Description et explication de la Sainte Image :

Le tableau n’a guère que cinquante centimètres de haut et quarante de large. Sur un fond d’or éclatant, est représentée la Vierge Marie, portant sur son bras gauche l’Enfant Jésus.
Un voile bleu foncé couvre sa tête et s’avance de manière à ne laisser entrevoir que la partie extrême du bandeau qui entoure son front. Sa tunique est de couleur rouge, avec des ourlets brodés d’or, comme ceux du voile. L’auréole assez large qui enveloppe sa tête, est ornée de dessins finement travaillés. Au-dessous de l’auréole, sur la partie supérieure du voile, apparaît une étoile rayonnante. Les plis et les ombres des vêtements sont indiqués par les filets d’or. Au-dessus de la Madone, on lit ces quatre lettres, MP. ThV., initiales et finales des mots grecs signifiant : Mère de Dieu. La robe pourpre de la Vierge est le symbole de son ardent amour, alors que le manteau sombre qui l’enveloppe est le signe de sa douloureuse union aux souffrances de son Fils.
Le divin Enfant est dans les bras de sa Mère ; mais, au lieu d’arrêter sur elle son regard, il rejette la tête un peu en arrière et tourne les yeux du côté gauche, vers un objet qui, en le préoccupant vivement, répand sur son doux visage un certain sentiment de frayeur. Ses deux petites mains serrent la main droite de sa mère, comme pour implorer sa protection. Il est revêtu d’une robe verte, retenue par une ceinture rouge, et cachée en partie sous un grand manteau d’un jaune presque brun. La couleur verte représente l’éternité et la divinité du Verbe tandis que le manteau symbolise son humanité, qui a en quelque sorte enveloppé et voilé cette divinité aux yeux de ses contemporains.
Sa tête est aussi entourée d’une auréole, un peu moins large et moins ouvragée que celle de la Madone. Au-dessus de son épaule gauche, on lit ces autres lettres grecquesIs. Xs., c’est-à-dire Jésus-Christ. La pose de l’Enfant Jésus ainsi que le sentiment d’effroi peint dans tous ses traits, sont motivés par la présence d’un ange placé un peu plus haut, à gauche, et tenant dans les mains une croix surmontée d’un titre, qu’il présente à l’Enfant avec quatre clous. Au-dessus de l’envoyé céleste on trouve aussi les initiales de son nom : O. A. G. Elles signifient : L’Archange Gabriel. A la même hauteur, à droite de la Madone, on voit un autre ange portant dans ses mains un vase, d’où s’élèvent la lance et le roseau surmonté de l’éponge. Au-dessus de sa tête, on lit : O. A. M., c’est-à-dire : L’Archange Michel. Les deux Archanges porteurs des instruments de la Passion sont là pour montrer que le Christ, dès le premier instant de son Incarnation, était résolument orienté vers le mystère de la Rédemption, qu’il accomplirait le Vendredi Saint. Toutefois dans la sensibilité de sa nature humaine, Jésus-Christ était effrayé par les horribles supplices de la Passion et c’est ce qu’exprime son attitude : il a couru – tellement que sa sandale s’est détachée – chercher refuge dans les bras de sa Mère… non pas pour se dérober à sa mission, mais parce qu’il veut aussi pour cette mission recevoir l’aide et la compassion des âmes aimantes.



L’élan de Jésus vers sa Mère, et la tendre pression de leurs mains unies, nous disent que Marie fut pleinement associée par son divin Fils, dès avant le Calvaire, à ses souffrances et à son œuvre de rédemption. Jésus, de son côté, en se réfugiant dans les bras de sa Mère, nous apprend que ce cœur maternel est notre refuge assuré, perpétuellement offert à nos craintes et à nos afflictions. Ses mains abandonnées entre les mains de Marie nous disent que celles-ci disposent de sa toute-puissance. Dans le regard de Marie dirigé vers les assistants, comme dans toute sa physionomie, on sent je ne sais quelle indéfinissable et douce tristesse, mêlée à une tendre compassion. Elle aussi a vu la croix qu’on présente à son Fils ; son cœur souffre, mais avec calme, sérénité, et avec une compréhension pleinement surnaturelle des événements de la vie de son Fils! L’effroi du divin Enfant, en présence des instruments de supplice qu’on lui montre, ont rappelé à Marie ses autres enfants de la terre, qui cheminent péniblement, « dans cette vallée de larmes« , et que leur croix de chaque jour accable si souvent. Pénétrée de compassion, la Vierge semble nous adresser ces consolantes paroles : » Ayez confiance en moi ! J’ai souffert, et je sais compatir ; je suis forte, et je puis secourir. Vous tous qui suivez, sur la terre, la voie qu’a suivie mon Fils, ayez confiance : je suis la toute compatissante, je suis la Mère du Perpétuel-Secours ! »
Et comme il l’a souvent été dit : pour bénéficier largement de ce perpétuel secours, il ne faut pas se lasser de le demander par un perpétuel recours.

Prière à Notre-Dame du Perpétuel Secours :

O Très Sainte Vierge Marie, qui, pour nous inspirer une confiance sans bornes, avez voulu prendre le nom si doux de Mère du Perpétuel-Secours, je vous supplie de me secourir en tout temps et en tout lieu : dans mes tentations, après mes chutes, dans mes difficultés, dans toutes les misères de la vie et surtout au moment de ma mort.
Donnez-moi, ô charitable Mère, la pensée et l’habitude de recourir toujours à vous, car je suis sûr que, si je vous invoque fidèlement, vous serez fidèle à me secourir.
Procurez-moi donc cette grâce des grâces : la grâce de vous prier sans cesse et avec la confiance d’un enfant, afin que, par la vertu de cette prière fidèle, j’obtienne votre Perpétuel Secours et la persévérance finale.
Bénissez-moi, ô tendre et secourable mère, et priez pour moi, maintenant et à l’heure de ma mort.
Ainsi soit-il !







martedì 24 marzo 2015

“In illo témpore: Missus est Angelus Gábriel a Deo in civitátem Galilææ, cui nomen Názareth, ad Vírginem desponsátam viro, cui nomen erat Joseph, de domo David, et nomen Vírginis María” (Luc. 1, 26-27 – Ev.) - SANCTI GABRIELIS ARCHANGELI

La festa di san Gabriele, posta alla Vigilia dell’Annunciazione a Maria, è entrata in questa data nel Messale romano soltanto sotto Benedetto XV. Essa rivendicava nondimeno in suo favore dei precedenti storici, poiché apparve già nel più antico Calendario copto il 18 dicembre e nel Lezionario siriano essa è menzionata il 26 marzo. Nell’uno e nell’altro caso, essa è, come si vede, in relazione con la festa dell’Annunciazione della Santissima Vergine ed è così che il giorno assegnato finalmente a san Gabriele nel Calendario romano si lega alla tradizione orientale più antica.
Questo santo arcangelo che noi vediamo, nelle Scritture, annunciare il mistero dell’incarnazione al profeta Daniele, al sacerdote Zaccaria ed alla Beata Vergine, ebbe anticamente una certa popolarità nel mondo bizantino ed in Occidente, tanto che le sigle formate con le iniziali del suo nome e quelle del nome di Michele, o più spesso le immagini dei due arcangeli, circondano il bambino Gesù, seduto, alla moda bizantina, tra le braccia della Madre di Dio. 
Tra le immagini più conosciute, è sufficiente menzionare qui quella che si venera a Roma sull’Esquilino, nella chiesa redentorista di Sant’Alfonso all’Esquilino, sotto il titolo di Madonna del Perpetuo Soccorso, in cui, nel cielo, ai lati del Bambino Gesù, appaiono due angeli alati che portano gli strumenti della Passione. Le sigle ci dicono i loro nomi:


Vale a dire, l’arcangelo Michele e l’arcangelo Gabriele.


Icona della Vergine del Perpetuo Soccorso, Chiesa di S. Alfonso all'Esquilino, Roma


Icona della Madre di Dio, detta Madonna Stradalna (Богородица Страдална), XV sec., Chiesa di S. Vlach, Ston



Icona della Madre di Dio, XVIII sec., Mosca

Icona della Madre di Dio guaritrice (Целительница икона Божией Матери), Galleria delle icone, Ščigry 

L’immagine della Theotokos di Farfa è quasi identica a quella dell’Esquilino.




Icona della Madre di Dio con i SS. Gabriele e Michele, XIII sec., Chiesa di Santa Maria, Abbazia, Farfa 

Una bella preghiera latina entrata nel formulario romano della messa solenne, quando, all’offertorio, il sacerdote benedice le oblazioni, invocava originariamente: Intercessionem beati Gabrielis Archangeli, stantis a dextris altaris incensi. Ma in seguito questa preghiera ha subito una deformazione che non trova alcun appiglio nel testo sacro, poiché, accanto all’altare dell’incenso, essa fa apparire non più Gabriele, come vogliono Daniele e san Luca, ma san Michele arcangelo.
Nel 1875, Mariano Armellini fece conoscere la scoperta da lui fatta, sulla via Appia, di un antico oratorio dedicato ai sette martiri di Efeso, chiamati anche i Sette Dormienti, ed all’arcangelo san Gabriele. Questo santuario si ergeva nei pressi della diaconia di San Cesario (San Cæsario in Turrim), e doveva probabilmente la sua origine a qualche comunità orientale (su questa chiesa, cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 596-597; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 198, il quale ricorda la denominazione della Chiesa come Sant’Angelo in Via Appia). Essa non ebbe tuttavia lunga vita, poiché nella lista delle chiese romane del XIV sec. appariva del tutto priva di custode: Ecclesia sancti Archangeli, quæ non habet servitorem (Armellini, op. cit., p. 596). Nella nicchia di fondo si vedeva la santa Vergine scortata dall’arcangelo in atteggiamento orante e con il nome: Gabriele, mentre in alto si trovava il Salvatore tra le armate degli Spiriti celesti che l’adoravano. Lungo i muri laterali apparivano un gran numero di teste scarnificate di monaci e di santi bizantini, tra i quali erano certamente i martiri di Efeso, di cui porta ancora oggi il nome la vigna circostante. Nell’XI-XII sec., quello stesso Beno de Rapiza e la sua sposa Maria Macellaria, che fecero decorare, dopo l’incendio del 1094, con pitture la basilica di San Clemente e sono raffigurati nel celebre affresco della Messa di questo santo Vescovo di Roma, spiegarono anche la loro pietosa generosità verso la piccola chiesa di San Gabriele sulla via Appia.

Artista sconosciuto, Messa di S. Clemente con i donatori in basso a sinistra Beno e Maria, 1100 circa, Cripta, Basilica di S. Clemente, Roma

Difatti, negli angoli della lunetta sull’altare maggiore erano dipinti due ritratti, di uomo e di donna, con i nomi: BENO e MARIA.
Roma ha, a metà degli anni ‘50 del secolo scorso, dedicato una chiesa, nel suburbio della Vittoria, al santo arcangelo, officiata dai padri vocazionisti. Essa è titolo cardinalizio di San Gabriele all’Acqua Traversa dal 1988.
Da un punto di vista liturgico, l’inserzione della festa di san Gabriele arcangelo nel calendario della Chiesa romana da parte del papa Benedetto XV, lungi dal costituire una novità, rappresenta, al contrario, un ritorno alle più antiche tradizioni della Chiesa madre.
La prima lettura odierna è tratta da Daniele (9, 21-26). Alla preghiera accompagnata dai digiuni del profeta, Gabriele scende dal cielo e gli annuncia che oramai solo una dozzina di settimane di anni lo dividono dal Cristo che metterà fine al peccato ed inaugurerà il regno messianico. Tuttavia Gerusalemme, che è sul punto di rialzarsi dalle sue rovine grazie a Ciro, sarà infedele al patto che Dio ha fatto con Israele, perché, dopo sessantadue settimane di anni, il Messia sarà messo a morte, un popolo nuovo, al comando di un capo straniero, distruggerà il Tempio e le rovine ricopriranno il suolo afflitto del Moriah.
Il merito di Gabriele è intimamente legato al mistero dell’Incarnazione annunciato alla Vergine; è il consenso di Questa che l’arcangelo riporta all’Eterno (Lc 1, 28 ss.).
Il brano evangelico (Lc 1, 26-38), in cui l’Angelo, in nome dell’augusta Trinità e di tutta la corte celeste, saluta colei che è benedetta tra tutte le creature e le annuncia la funzione di Madre di Dio alla quale il Signore la chiama, è lo stesso del mercoledì delle Quattro Tempora di Avvento.
Maria corrisponde, docile, alla sua vocazione, ed il fiat che pronuncia in presenza dell’arcangelo rappresenta la formula della sua professione religiosa.
Il frutto della festa di questo giorno, oltre una tenera devozione verso la Regina degli angeli, è un grande rispetto per la presenza di questi spiriti beati ai quali Gesù ha affidato l’assistenza e la protezione della Chiesa. È per questo che san Giovanni, nell’Apocalisse, in luogo di rivolgersi direttamente ai sette vescovi dell’Asia, invia i suoi ammonimenti agli angeli tutelari delle Chiese affidate a ciascuno di essi.

Icona di S. Gabriele, Porta del Re di un'iconostasi, XV sec., Princeton University Art Museum, Princeton

Icona di S. Gabriele, 1385-95, Gosudarstvennaya Tretyâkovskaya Galereya (Galleria Tretyakov), Mosca

Gaudenzio Ferrari, S. Gabriele, 1511 circa, National Gallery, Lodnra


Carlo Dolci, Angelo dell'Annunciazione, 1653-55, Musée du Louvre, Parigi


Vladimir Lukich Borovikovsky, S. Gabriele, 1804-09, iconostasi Cattedrale di Kazan, Hermitage, S. Pietroburgo



Paul Emil Jacobs, S. Gabriele, XIX sec.