Sante Messe in rito antico in Puglia

lunedì 30 settembre 2013

POPULUS SUMMORUM PONTIFICUM: intervista a Guillaume Ferluc, segretario generale del C.I.S.P.

da da pax-liturgique



Intervista a Guillaume Ferluc, segretario del Coetus Internationalis Summorum Pontificum, promotore del secondo pellegrinaggio Summorum Pontificum.

Dopo il successo a sorpresa dell’anno scorso, il popolo del Summorum Pontificum è in piena effervescenza per il nuovo pellegrinaggio che si svolgerà a Roma, dal 24 al 27 ottobre. Vi proponiamo questa settimana le parti più interessanti dell’intervista rilasciata dal segretario generale del pellegrinaggio alla rivista americana The Remnant, a conclusione della quale pubblichiamo un vademecum del pellegrino.

1) A che punto siete con l’organizzazione?
CISP: Abbiamo appena completato la stesura del programma con l’annuncio del celebrante della messa pontificale in San Pietro, sabato 26 ottobre alle 11: il cardinale Darìo Castrillón Hoyos che festeggerà proprio quel giorno il 61esimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale. La presenza del card. Castrillón Hoyos in un tale giorno è una grande gioia ed un onore per tutto il popolo Summorum Pontificum. In veste di presidente della Commissione Ecclesia Dei, il Cardinale non si è risparmiato per i diritti dei fedeli e dei sacerdoti legati alla liturgia tradizionale ed ha accompagnato con grande entusiasmo e lealtà la promulgazione del motu proprio voluto da Papa Benedetto XVI. 
Come prima cosa, riguardo alla dinamica generale del pellegrinaggio, si può dire che quest’anno c’è una grande tranquillità nei confronti del Coetus da parte di tutti: pellegrini, religiosi e singoli istituti. L’anno scorso ad alcuni era parso che venissimo un po’ dal nulla per provare a rappresentare una nuova realtà, così, anche appartenendo alla stessa famiglia tradizionale, erano rimasti sorpresi. Lo stupore è stato anche forse dovuto al fatto che noi stessi non eravamo stati capaci di comunicare la nostra iniziativa efficacemente. Inoltre c’era stato poco tempo per preparare il pellegrinaggio. Quest’anno c’è una maggiore apertura da parte di tutti, almeno di tutti coloro che ritengono importante testimoniare la nostra fede cattolica, apostolica e romana – romana nel senso di manifestarla anche “ad Petri sedem, cum Petro et sub Petro”. Ovviamente ci sono anche delle resistenze, in particolare da parte di quegli ecclesiastici che vorrebbero approfittare della rinuncia di Benedetto XVI per rimandare la messa di San Pio V – mai abrogata! – nel dimenticatoio.

2) Oltre a mons. Athanasius Schneider, avrete come altro celebrante mons. Rifan, ordinario dell’Amministrazione apostolica San Giovanni Maria Vianney di Campos, nel Brasile: perché questa scelta? 
CISP: Vediamo in mons. Rifan una realtà che vorremmo maggiormente presente nella Chiesa, ossia un vescovo che ha come missione celebrare, insegnare, custodire la liturgia tradizionale della Chiesa e anche la facoltà e il dovere di ordinare preti secondo e per la forma straordinaria del rito romano. Per poter portare avanti la nostra pratica religiosa, poter andare a messa col rito tradizionale nelle nostre parrocchie, ci servono preti e dunque seminari che li formino e, di conseguenza, vescovi che li possano ordinare: siccome mons. Rifan è finora l’unico vescovo il cui impegno pastorale è proprio questo, ci sembrava ovvio averlo con noi.
Inoltre, posso dire che ci sono giunte ottime testimonianze delle recenti giornate mondiali della gioventù a Rio de Janeiro, dove mons. Rifan è stato incaricato della catechesi per i giovani di Juventutem, gruppo che basa il suo apostolato sulla liturgia tradizionale. La chiesa era gremitissima, i pontificali molto degni e le prediche sono state apprezzate.
Chi avrebbe mai potuto pensare solo fino a poco tempo fa che in Brasile centinaia di ragazzi potessero seguire per tre giorni prediche, messe e confessarsi con preti legati alla tradizione della Chiesa? E tutto questo con l’imprimatur ufficiale della Chiesa apostolica romana? Certo qualcuno potrebbe obiettare che era solo un vescovo su 300, ma è già un traguardo importante; anche il luogo era molto suggestivo: la chiesa assegnata per questa catechesi era l’antica cattedrale di Rio de Janeiro, un posto quanto mai carico di storia e di fede delle passate generazioni e quindi simbolicamente molto importante e significativo.
Le GMG illustrano in particolare quanto la liturgia tradizionale attiri i giovani. Perciò non possiamo rimanere nel nostro fortino ma dobbiamo andare incontro a tutti coloro che cercano una maggior solennità e una maggior sacralità nella loro vita di fede.

3) A questo proposito, è notizia recente che addirittura nella cattedrale di Helsinki è stata istituita una messa in rito straordinario con cadenza regolare, cui partecipano normalmente un’ottantina di persone, un numero enorme se si pensa che su quasi 6 milioni di abitanti, i cattolici finlandesi sono circa lo 0,2 – 0,3%.
CISP: Un’altra prova a testimonianza della crescita della forma straordinaria del rito romano è che di anno in anno aumentano i novelli sacerdoti che scelgono di celebrare la loro prima messa nella forma straordinaria: non solo quelli degli istituti tradizionali legati all’Ecclesia Dei, ma anche quelli formati nei seminari diocesani. Ad esempio, nello scorso mese di giugno, per la prima volta in Croazia, un sacerdote diocesano dei dintorni di Zagabria ha scelto di celebrare la sua prima messa secondo il rito tradizionale. È un modo per tanti preti di affermare la loro appartenenza a quella che potremmo chiamare la “generazione Benedetto XVI”, così come si è parlato di una “generazione Giovanni Paolo II”. Questa generazione di papa Benedetto potremmo anche chiamarla “generazione Summorum Pontificum”.
Dall’anno prossimo poi i seminaristi che verranno ordinati saranno per la stragrande maggioranza giovani entrati in seminario successivamente alla promulgazione del Summorum Pontificum. E anche qui sono convinto che vedremo un’ulteriore crescita della liturgia tradizionale. Ovviamente speriamo che questi preti potranno avvalersi del diritto loro conferito di celebrare nelle loro parrocchie la messa secondo il messale del Beato Giovanni XXIII.
Vi è da aggiungere anche la bella scelta fatta da tanti sacerdoti ordinati dagli istituti dell’Ecclesia Dei di celebrare una prima messa nella loro parrocchia o diocesi di origine. Penso per esempio al novello sacerdote don Massimo Botta della Fraternità San Pietro che ha celebrato la sua prima messa il 23 giugno 2013 nella cattedrale di Velletri, riportandovi una liturgia non più celebrata da quarant’anni.

4) Quale potrebbero essere secondo lei le sfide per il mondo tradizionale rappresentate dal nuovo pontificato?
CISP: Noi siamo convinti che la storia della Chiesa non è finita nel 1962, così come non sia finita con il pontificato di papa Benedetto. Il nuovo pontificato di papa Francesco forse ci invita a una riflessione su quanto la liturgia e la tradizione della Chiesa non siano solo di un piccolo gruppo, di un’elite, come equivocato da molti.
Si potrebbe anche sostenere, seguendo l’appello di papa Francesco, che la liturgia tradizionale della Chiesa, con tutto il suo splendore che ci manifesta la presenza di Dio, è in realtà una liturgia che ci porta all’umiltà. Nella liturgia tradizionale, l’actuosa participatio dei fedeli è una partecipazione umile, fatta di silenzio, di adorazione, d’inginocchiarsi, di suppliche, di ringraziamenti: tanti atteggiamenti che non sono molto diversi dall’uomo in difficoltà che chiede aiuto, della persona che soffre. E non dimentichiamo che tra i grandi Santi sacerdoti tanti sono stati semplici parroci – diciamo – di campagna, nel senso che erano strettamente a contatto con le classi più umili della nazione, a cominciare dal santo Curato d’Ars, da don Orione o da Padre Pio. Comunque anche se questi Santi parroci davano la massima solennità alla liturgia, si trattava sempre di una liturgia che coinvolgeva tutti, dal contadino alla casalinga, persone che non avevano di certo studiato il latino alla Sorbona o in chissà quali altre scuole di grande cultura, ma che si sentivano parte integrante di questa liturgia e quindi di questo culto reso a Dio.
Infine, c’è un’altra sfida da raccogliere: smentire chi ritiene erroneamente che Papa Benedetto abbia fatto risorgere un morto e ci vorrebbe relegare non alle periferie della Chiesa ma addirittura fuori dalla Chiesa. Da 50 anni, i fedeli, i religiosi e i preti legati alla tradizione della Chiesa sono stati derisi, disprezzati ed emarginati. Il 7 luglio 2007, Papa Benedetto ha posto fine a questa situazione che ha turbato tante anime, ricucendo la tunica stracciata della Chiesa, la tunica stracciata di Cristo.
Tocca a noi rifiutare ogni nuovo strappo all’unità della Chiesa e farci valere come una delle pecorelle del gregge. Siamo ben consapevoli di non essere tutto il gregge e accettiamo volentieri di essere solo una pecorella su cento ma riteniamo di meritarci non minor cura e attenzione da parte dei nostri pastori di quanto ne godano le altre. Alcuni temono una presunta nostra ideologizzazione ma li posso subito rassicurare, non abbiamo altra “ideologia” che l’amore per Gesù Eucaristia, Crocefisso e Risorto.

5) Alcuni ritengono che il pellegrinaggio si sovrapponga ad altri eventi promossi da ambienti legati alla tradizione in quello stesso periodo. Che cosa ci può dire al riguardo?
CISP: Quando abbiamo deciso di riproporre un pellegrinaggio anche per quest’anno, ci siamo posti il problema della vicinanza di date con altri eventi della comunità tradizionale, come la biennale assemblea della Federazione Una Voce Internazionale, evento importante ma che coinvolge essenzialmente i responsabili dei vari capitoli dell’associazione sparsi nel mondo. Abbiamo chiesto alla FIUV se fosse opportuno operare insieme, ma hanno risposto – e si capisce bene – di avere un preciso ed intenso programma di lavoro e che non potevano inserire altri appuntamenti proprio nello stesso momento. Visto che da parte nostra volevamo essere in sintonia con la chiusura dell’Anno della Fede e che dovevamo tenere conto anche delle numerose attività previste dalla Santa Sede, abbiamo scelto di operare in maniera indipendente. Lo stesso problema si è posto anche con la fraternità S. Pietro, che a metà ottobre verrà a Roma per festeggiare il suo giubileo, a 25 anni dalla sua fondazione con il motu proprio Ecclesia Dei del 1988.
Poi non dobbiamo dimenticare che ci sono ancora problemi e resistenze, con tante persone ostili alla messa tradizionale e che vogliono ostacolarci: quindi, più iniziative ci sono, meglio è, poiché aumenta per così dire il peso della nostra presenza; ed inoltre, venendo in contatto per le esigenze organizzative, si potranno incontrare anche tante persone aperte e favorevoli. Se invece si fa sempre tutto insieme, si rischia di finire nella solita routine in una sorta di ghetto e non mi sembra il massimo dei risultati cui aspirare. Ora non dico che dobbiamo essere dei missionari, ma almeno dobbiamo farci conoscere e far conoscere la realtà che rappresentiamo e soprattutto la liturgia che è il collante che ci aggrega e ci dà coesione.

6) C’è un messaggio particolare che vorrebbe comunicare?
CISP: Vorrei semplicemente ricordare che un pellegrinaggio può essere visto sotto varie angolazioni. Innanzitutto è un’opportunità penitenziale, nel senso che in qualche modo costa fatica e sacrificio. Certo non è Compostella e quindi non c’è da camminare così tanto, però comunque questo pellegrinaggio, seppure in piccolo, comporta qualche fatica che può essere interpretata come una sorta di penitenza o fioretto da offrire al Signore.
In realtà, ciò che ci ha spinti a ripetere il pellegrinaggio a distanza di un anno, è stato il successo tanto sperato ma inatteso dell’anno scorso, perché tutti coloro che hanno partecipato sono ripartiti felici di aver preso parte ad una esperienza che si è rivelata spiritualmente proficua: sono tornati a casa portandosi un piccolo tesoro spirituale, che è ovviamente il frutto più importante del pellegrinaggio. E noi quest’anno vorremmo che si verificasse la stessa cosa: anche noi siamo chiamati a dare il nostro contributo alla nuova evangelizzazione con l’ausilio della sempre giovane tradizione liturgica; penso che per molti, questa delle celebrazioni e degli eventi legati al pellegrinaggio, potrebbe essere l’occasione per scoprire che cos’è la realtà del mondo della spiritualità tradizionale: e non parlo soltanto della liturgia ma anche dei fedeli che sono ad essa legati; infatti spesso le critiche rivolte al mondo tradizionale sono critiche rivolte agli stessi fedeli, dipinti come personaggi che pensano più a far politica che a pregare, e che, se poi veramente pregano, lo fanno indirizzando preghiere a tutt’altri scopi invece che alla propria santificazione, o che, ancora, sono soltanto un gruppo sociale attento soltanto ai propri interessi, che non sono certo in primo luogo spirituali, e via dicendo. Per tanti anni si è pensato che ci fossero solo i francesi ad essere tradizionalisti, poi, soltanto gli europei, e adesso si scopre, grazie al motu proprio Summorum Pontificum, che – dalle Filippine al Sudamerica, dall’Australia alla Finlandia, fino a Terranova – si tratta di una realtà universale. Niente di strano visto che il messale di San Pio V è stato il messale della Chiesa universale per secoli.
Dunque, venire a Roma per questo pellegrinaggio è l’occasione per chi non la conosce, di scoprire la liturgia tradizionale, ma forse anche l’occasione di incontrare i suoi fratelli in Cristo, e noi saremmo molto lieti di vedere persone che non sono quelle che normalmente vediamo alle nostre messe domenicali. Dobbiamo dire che noi soffriamo molto di questa idea di essere ghettizzati. Recentemente papa Francesco ha rivolto un invito a tutti i cattolici affinché si esaminino per vedere se sono chiusi e tristi, un atteggiamento questo che ha poco di cristiano; magari può anche capitare a volte a noi, fedeli tradizionali, di essere così nella nostra vita quotidiana, di avere un atteggiamento un po’ freddo e chiuso, ma spesso siamo stati anche spinti ad essere così, perché quando abbiamo bussato ad una porta all’interno della nostra madre Chiesa, il più delle volte ce l’hanno sbattuta in faccia.
Ecco quindi che ci farebbe piacere riuscire anche a farci conoscere meglio, perché la realtà della famiglia Summorum Pontificum è una realtà che sta evolvendo pian piano, con un’età media abbastanza giovane: la stragrande maggioranza delle persone che la compongono sono nate e cresciute nella fede e nella pratica religiosa dopo il Concilio, dunque spesso senza conoscere la liturgia tradizionale fino al 2007; alcuni di coloro che hanno fatto la scelta di aderire al Summorum Pontificum si stupiscono di ritrovarsi collocati un po’ alla periferia della Chiesa o delle loro parrocchie. Sarebbe bello – ripeto – che questo pellegrinaggio fosse anche un’occasione di incontro: come l’anno scorso il card. Comastri aveva spalancato le porte di San Pietro per noi, così sarà quest’anno; ma spero che sia anche un’opportunità per noi di portare più persone, tra le quali speriamo che tante reciteranno le loro preghiere in latino per la prima volta.


giovedì 5 settembre 2013

Lampi di genio. Un’omelia extra di Joseph Ratzinger

fonte: Settimo Cielo di Sandro Magister



Il professor Joseph Ratzinger ha rinunciato, quest’anno, a prender parte all’annuale seminario estivo dei suoi ex allievi di teologia che si è tenuto a Castel Gandolfo sul tema “La questione di Dio sullo sfondo della secolarizzazione” alla luce della produzione filosofica e teologica di Rémi Brague.
Ma il 1 settembre ha celebrato con loro la messa, nella cappella del Governatorato, non lontano dal monastero nel quale risiede, sul colle Vaticano.
Era la XXII domenica del tempo ordinario, anno C, dove nel Vangelo di Luca (14, 1.7-14) Gesù dice: “Va’ a metterti all’ultimo posto… perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”, e: “Quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti”.
Ecco qui di seguito come Ratzinger ha commentato queste parole di Gesù nell’omelia, secondo il resoconto che ne ha fatto la Radio Vaticana.

Ognuno nella vita vuole trovare il suo posto buono. Ma qual è veramente il posto giusto? L’omelia di Benedetto XVI nella messa celebrata in occasione dell’incontro dei suoi ex-allievi è, in fondo, una risposta a questa domanda e parte dal Vangelo di oggi, nel quale Gesù invita a prendere l’ultimo posto.
“Un posto che può sembrare molto buono può rivelarsi per essere un posto molto brutto”, nota il papa emerito facendo riferimento a quanto accaduto già in questo mondo, anche negli ultimi decenni, dove vediamo come “i primi” sono stati rovesciati e improvvisamente sono diventati “ultimi” e quel posto che sembrava buono era invece “sbagliato”. Anche nei discorsi che si tennero durante l’Ultima Cena, i discepoli si litigano i posti migliori. Gesù si presenta invece come Colui che serve. Lui “nato nella stalla” e “morto sulla Croce” ci dice – afferma Benedetto XVI – che il posto giusto è quello vicino a Lui, “il posto secondo la sua misura”. E l’apostolo, in quanto inviato di Cristo “è l’ultimo nell’opinione del mondo”, e proprio per questo è vicino a Gesù:
“Chi, in questo mondo e in questa Storia forse viene spinto in avanti e arriva ai primi posti, deve sapere di essere in pericolo; deve guardare ancora di più al Signore, misurarsi a Lui, misurarsi alla responsabilità per l’altro, deve diventare colui che serve, quello che nella realtà è seduto ai piedi dell’altro, e così benedice e a sua volta diventa benedetto”.

E, dunque, qualunque sia il posto che la Storia vorrà assegnarci, quello che è determinante – sottolinea il papa emerito – è “la responsabilità davanti a Lui, e la responsabilità per l’amore, per la giustizia e per la verità”. Nel Vangelo di oggi il Signore ricorda che chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato. E Benedetto XVI fa notare che “Cristo, il Figlio di Dio, scende per servire noi e questo fa l’essenza di Dio” che “consiste nel piegarsi verso di noi: l’amore, il ‘sì’ ai sofferenti, l’elevazione dall’umiliazione”:
“Noi ci troviamo sulla via di Cristo, sulla giusta via se in Sua vece e come Lui proviamo a diventare persone che ’scendono’ per entrare nella vera grandezza, nella grandezza di Dio che è la grandezza dell’amore”.

Benedetto XVI fa dunque nell’omelia una catechesi sul senso dell’abbassamento di Cristo e sull’essenza dell’amore di Dio. “La Croce, nella Storia, è l’ultimo posto” e il “Crocifisso non ha nessun posto, è un ‘non-posto’”, è stato spogliato, “è un nessuno” eppure – nota Benedetto XVI – Giovanni nel Vangelo vede “questa umiliazione estrema” come “la vera esaltazione”:
“Così, Gesù è più alto; sì, è all’altezza di Dio perché l’altezza della Croce è l’altezza dell’amore di Dio, l’altezza della rinuncia di se stesso e la dedizione agli altri. Così, questo è il posto divino, e noi vogliamo pregare Dio che ci doni di comprendere questo sempre di più e di accettare con umiltà, ciascuno a modo proprio, questo mistero dell’esaltazione e dell’umiliazione”.

Infine il Papa emerito ricorda che Gesù esorta a “invitare” a prescindere dai vantaggi, cioè a invitare i paralitici, gli storpi, i poveri perché Lui stesso lo ha fatto invitando “noi alla mensa di Dio”, e in questo modo mostrandoci cosa sia la gratuità. Giustamente l’economia si poggia sulla “giustizia commutativa”, sul “do ut des”, ma perfino in questo ambito rimane qualcosa di gratuito, ricorda Benedetto XVI sottolineando che “senza la gratuità del perdono nessuna società può crescere”, tanto è vero che le più grandi cose della vita, cioè “l’amore, l’amicizia, la bontà, il perdono”, “non le possiamo pagare”, “sono gratis, nello stesso modo che in cui Dio ci dona a titolo gratuito”:
“Così, pur nella lotta per la giustizia nel mondo, non dobbiamo mai dimenticare la ‘gratuità’ di Dio, il continuo dare e ricevere, e dobbiamo costruire sul fatto che il Signore dona a noi, che ci sono persone buone che ci donano ‘gratis’ la loro bontà, che ci sopportano a titolo gratuito, ci amano e sono buone con noi ‘gratis’; e poi, a nostra volta, donare questa ‘gratuità’ per avvicinare così il mondo a Dio, per diventare simili a Lui, per aprirci a Lui”.

Quindi Benedetto XVI si sofferma sulla liturgia, sull’umiltà della liturgia cristiana che è insieme “incommensurabilmente grande” perché ci si unisce alle schiere degli angeli e dei santi nella festosa gioia di Dio. E il sangue di Cristo, che è al centro dell’Eucaristia, significa proprio “entrare nello splendore del raduno gioioso di Dio”. “Questo Sangue è il suo amore”, conclude Benedetto XVI. “È il Monte di Dio e ci apre alla gloria di Dio”.

mercoledì 28 agosto 2013

“Sentire una cum Ecclesia”: un momento di riflessione, un punto di incontro.





In seguito alla vicenda del commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata, il Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum si è attivato presso i suoi aderenti per monitorare la situazione di quei coetus fidelium che potessero in qualche modo risentirne della vicenda.

La Congregazione dei Francescani dell’Immacolata da anni assicura la regolarità della celebrazione nella forma straordinaria a molti fedeli. Un meritevole apostolato fondamentale per la vita spirituale ed ecclesiale di quanti hanno fatto la loro scelta liturgica secondo le opzioni proposte dal Magistero benedettiano.

Nel Decreto di commissariamento  improvvisamente si subordina la libera celebrazione dei riti nella forma straordinaria – concessi da S.S. Benedetto XVI nel Motu Proprio Summorum Pontificum del 2007 – ad un’autorizzazione esplicita da parte dei Superiori.

Questo provvedimento sappiamo potrebbe causare notevoli disagi a quei gruppi del Summorum Pontificum che avevano l’opportunità di appoggiarsi all’apostolato di quei Padri. In alcuni casi si è addirittura parlato di soppressione della celebrazione della S. Messa in EF.

Il Coordinamento ha già inoltrato ai Coordinatori regionali una bozza di lettera affinché  venga diffusa agli interessati e possa, in qualche modo, essere usata dai responsabili di coetus fidelium per sollecitare negli opportuni modi la richiesta di ripresa delle celebrazioni. Chi avesse necessità di averne copia può scrivere a info@summorumpontificum.org

A oggi sappiamo che alcune emergenze sono rientrate risolvendo la situazione direttamente con i Padri preposti alla celebrazione. Altre situazioni rimangono critiche a troveranno da parte del CNSP la massima attenzione e tutto il più fraterno sostegno. Segnalazioni epistolari e telefoniche ci sono giunte da tutta Italia, e anche altre organizzazioni nel mondo legate al Summorum Pontificum ci hanno dimostrato il loro sostegno e osservano con attenzione la vicenda.

E’ stato immediatamente aperto un fronte interlocutorio con le Autorità Vaticane competenti anche attraverso una formale segnalazione scritta nella quale abbiamo manifestato la nostra viva preoccupazione per le possibili conseguenze che possono ricadere sui fedeli.

Crediamo che l’attuale momento di riflessione chiesto alla Congregazione dei Frati Francescani dell’Immacolata sia l’occasione opportuna perché tutta quanta la Chiesa consapevolizzi maggiormente le scelte che essa stessa – nel Suo Capo visibile – fece sei anni fa.

La liturgia nella forma straordinaria è una risorsa – così ci è stato insegnato – ed é imprescindibile non solo per la nuova evangelizzazione ma la riforma stessa della Chiesa che è semper reformanda.

In vicende come queste, pertanto, dobbiamo tutti chinarci a riflettere sulla ricchezza di quel venerabile patrimonio liturgico che la mente di Papa Benedetto ha voluto dischiudere: chi lo comprende e anche chi non lo comprende.

Per gli uni si vedrà come tanta bellezza sia estremamente delicata e quindi meriti maggior impegno nella sua tutela. Per gli altri si vedrà che il Summorum Pontificum é segno profetico di pace. In entrambe in casi l’amore per quell’atto magisteriale é amore per la medesima unità che incarna.

Il Coordinamento non ha grandi mezzi ma sta lavorando perché la libertà di ogni fedele di aderire ad un preciso progetto di vita spirituale attraverso la liturgia venga salvaguardata. Solo in tal modo, come ricorda papa Francesco, saremo anche noi buoni servitori del “sentire cum Ecclesia”.

Certamente, questo “sentire cum” resta il punto di incontro cui tutti dobbiamo convergere e nessuno può dirsi arrivato.

martedì 20 agosto 2013

La chiesa di Civita (CS): un esempio di autentico adeguamento liturgico

di Vito Abbruzzi


(tratto da Bashkë - Insieme, Rivista italo-albanese di cultura e attualità dell’Associazione “Bashkë” - Insieme di Plataci, numero di Giugno - Luglio 2013, p. 2).

Nell’estate dello scorso anno ho piacevolmente trascorso con la mia famiglia qualche giorno di vacanza a Civita (CS), amena cittadina a 450 m. sul livello del mare, nella incantevole cornice del Parco Nazionale del Pollino. Lì il tempo scorre, ma senza la frenesia delle nostre città, riassaporando il gusto per le cose semplici, che vanno in decisa controtendenza ai nostri stili di vita.
Civita, poi, merita un discorso a parte, per le sue pregevolezze paesaggistiche ed artistiche: sorge sopra le suggestive gole del Raganello ed è circondata da “montagne verdi e rocciose dalle modellazioni variegate ad aperture visuali verso il mare Jonio”; offre al visitatore delle originalità difficilmente riscontrabili altrove, a motivo delle sua marcata identità albanese, fedelmente conservata da oltre cinquecento anni e nella lingua (chiamata arbëresh, l’antico albanese) e nella “Divina Liturgia”: in tutto e per tutto simile a quella greco-ortodossa, sebbene di fede cattolica. Gli abitanti di Civita (Çifti), infatti, non senza orgoglio, amano definire la loro piccola ma tenace comunità italo-albanese (katund arbëresh) “luogo di spiritualità bizantina”. Ed invero è così! Lo si capisce non solo dalle tradizioni religiose che i Civitesi hanno conservato inalterate sino ai giorni nostri, ma anche e soprattutto dalla unica e suggestiva chiesa parrocchiale del paese, dedicata a Santa Maria Assunta: una seicentesca costruzione imponente, ma dai volumi semplici, a struttura basilicale, illuminata da ampie finestre in vetri policromi. Ciò che stupisce e suscita ammirazione sono gli adattamenti strutturali dell’edificio sacro negli anni ’90 del secolo scorso: adattamenti che hanno permesso il suo adeguamento al culto di rito bizantino-greco in uso a Civita. Questi adattamenti hanno riguardato: pavimento, copertura, intonaci, decorazione interna, altare, iconostasi. Si è voluto accrescere, così, lo splendore della chiesa, giacché, secondo gli Orientali, “lo splendore suscita lo stupore, che, a sua volta, spinge a dare lode al Signore per le sue grandi mirabilia”. E ciò grazie alla perizia dell’iconografo bizantino, che, “con il fine linguaggio pittorico antico, ma sempre nuovo, ha espresso il mondo invisibile della fede in forme più comprensibili all’intelligenza ed al cuore dell’uomo”.
Bisogna dire che questi adeguamenti sono stati anche favoriti da vari furti di cui la chiesa parrocchiale di Civita è stata fatta oggetto negli anni passati; furti che l’hanno spogliata di statue e dipinti, sapientemente rimpiazzati da icone, affreschi e mosaici di fine gusto bizantino. Proprio vera la frase paolina: “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5, 20). 

Non così, ahimé!, in casa nostra dove “quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini”. Mi riferisco ai Barberini dei giorni nostri: architetti da strapazzo che, in nome dell’essenzialità, offendono l’Arte (tanto sacra che profana) con il loro stolido gusto minimalista. Ragion per cui si può perdonare ai responsabili del restauro della chiesa di Civita la discutibile scelta di demolire il “vecchio altare latino centrale barocco, risalente all’epoca della edificazione della Chiesa, in muratura”, perché secondo loro – ma non secondo altri – “di scarso valore artistico”. Al suo posto, invece, “è stata innalzata una elegante Iconostasi”, in perfetta simbiosi con “i motivi decorativi barocchi della Chiesa”, oltre cui si “apre lo spazio dell’abside, cuore della Sacralità e del Mistero”. E qui il pensiero va inevitabilmente alle nostre chiese barocche o tardobarocche o, comunque, edificate prima del Concilio Vaticano II, private delle artistiche e simboliche balaustre, che, come ha giustamente scritto l’architetto Andrea De Meo, costituiscono “argine del sacro” (vedi Il Timone, maggio 2012, p. 47). “Le balaustre, infatti, non furono che l’ultima mutazione di quegli elementi separatori che assunsero di volta in volta la forma della transenna lapidea, della tenda, del cancello e dell’iconostasi” (ivi).
Spero che la chiesa di Santa Maria Assunta di Civita rappresenti un valido e magistrale esempio per i tanti che, per ignoranza e presunzione, spogliano le nostre chiese antiche di tutti quegli elementi artistici ed architettonici che rimandano al Sacro. Il problema, lo denunciava già tanti anni fa l’abate benedettino Don Emanuele Caronti, è che “i preti non hanno gusto e gli artisti non hanno fede”. Proprio per questa assenza di gusto e di fede ci ritroviamo oggi chiese edificate o restaurate allo scopo di essere spazi funzionali per eventi che non siano solo cultuali, ma anche concertistici, teatrali, convegnistici e, financo conviviali. Poi non lamentiamoci se la gente ci crede sempre meno, disertando le funzioni religiose, che molto ormai hanno di profano; e seriamente chiediamoci: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18, 8). Spero tanto di sì. 

domenica 11 agosto 2013

"Arte sacra - Arte religiosa" da Papa Paolo VI a Papa Benedetto XVI

Arch. Angelo La Notte

In un momento storico di grande confusione intellettuale e culturale dove la propria opinione e interpretazione dei termini si confonde con quei punti che restano i capisaldi della corretta lettura che distingue da sempre l’arte religiosa dall’arte sacra, mi è sembrato opportuno riportare una sintesi degli interventi, riguardanti la materia, che vanno da Papa Paolo VI a Papa Benedetto XVI.

Papa Paolo VI scriveva: “(…), l’arte sacra si trova davanti al problema di esprimere l’ineffabile”;
- Nel 1973, nel discorso di inaugurazione del museo di arte religiosa moderna, afferma ulteriormente la sua riflessione distinguendo tra arte sacra e arte religiosa.
Se la prima ha una precisa connotazione di ruolo e di funzione perché è destinata a qualificare il culto divino; la seconda offre all’artista uno spettro di possibilità operative virtualmente infinito. Tutto ciò che esprime una spiritualità (stupore davanti al miracolo della vita, della natura, culto degli affetti, ascolto e riflessione difronte ai supremi interrogativi della vita, della morte, dell’assoluto e dell’altrove) può essere argomento di arte religiosa.

- Il Cardinale Joseph Ratzinger nell’” Introduzione alla Spirito della Liturgia”.
“(…) Resta però una differenza tra l’arte sacra (quella che si riferisce alla liturgia, che appartiene all’ambito ecclesiastico) e l’arte religiosa in generale.
Nell’arte sacra non c’è spazio per l’arbitrarietà pura le forme artistiche che negano la presenza del logos nella realtà e fissano l’attenzione dell’uomo sull’apparenza sensibile, non sono conciliabili con il senso dell’immagine nella chiesa. Dalla soggettività isolata non può venire alcuna arte sacra. Essa suppone piuttosto che il soggetto interiormente formato dalla chiesa e aperto verso il noi. Solo così l’arte rende visibile la fede comune e torna a parlare ai cuori credenti.
La libertà dell’arte, che deve esserci anche nell’ambito delimitato dell’arte sacra, non coincide con l’arbitrarietà”.
- Dichiarazione che pone dei punti fermi, ristabilendo equilibri messi in discussione da quanto Papa Paolo VI dichiarava nel discorso agli artisti tenutosi nella Cappella Sistina il 7 Maggio 1964, dove veniva affermata la libertà dell’artista e il rispetto per la forza innovativa dei linguaggi espressivi: “(…) l’artista ha la missione, di rendere visibile nella pienezza della sua libertà espressiva e quindi nell’esercizio delle sue responsabilità di creatore, ciò che è trascendente, inesprimibile, ineffabile”.

Mentre il Cardinal Ratzinger sottolinea che senza fede non c’è arte adeguata alla liturgia. 
L’arte sacra si trova sotto l’imperativo della seconda lettera ai corinzi: “…Guardando a Cristo, noi “veniamo” trasformati nella Sua immagine, di gloria in gloria, mediante lo spirito del Signore” (3, 18).
“ (…) l’arte…è sempre un dono. L’ispirazione non la si può decidere, la si riceve gratuitamente…presuppone il dono di una nuova visione.
Per questo tutti noi dovremmo essere preoccupati di giungere nuovamente a una fede capace di vedere, dove questo avviene, anche l’arte trova la sua giusta espressione”.

Quattro sono i punti indicati nel testo del Cardinal Ratzinger che ritengo siano fondamentali per comprendere l’arte sacra:
1) La totale assenza di immagini non è conciliabile con la fede nell’incarnazione di Dio…Le immagini del bello, in cui si rende visibile il mistero del Dio invisibile sono parte integrante del culto cristiano.
2) L’arte sacra trova i suoi contenuti nelle immagini della storia della salvezza, a cominciare dalla creazione e dal primo giorno fino all’ottavo.
3) Le immagini della storia di Dio con gli uomini non mostrano solo una sequenza di eventi passati, ma fanno veder in essi l’unità interiore dell’agire di Dio. Esse rimandano al Sacramento e soprattutto al Battesimo a all’Eucaristia…quindi,…strettamente e intimamente legate all’azione liturgica. La storia diventa sacramento in Gesù che è la fonte dei sacramenti.
4) L’immagine di Cristo e le immagini dei santi non sono delle fotografia. La loro essenza è quella di condurre al disopra di ciò che è puramente constatabile sul piano materiale e di insegnare un nuovo modo di vedere, che percepisca l’invisibile dentro il visibile. La sacralità dell’immagine consiste proprio nel fatto che proviene da una visione interiore e proprio per questo conduce, a sua volta, a una visione interiore.

- Lettera agli artisti di Papa Giovanni Paolo II del 1999.
Si rivolge a coloro i quali Dio ha dato il compito di essere “artefici”, ma anche “creatori” essi stessi, tanto che è vero che “nella creazione artistica” l’uomo si rivela più che mai “immagine di Dio”, e realizza questo compito prima di tutto plasmando la stupenda “materia” della propria umanità e poi esercitando un dominio creativo sull’universo che lo circonda.
L’artista Divino, con amorevole condiscendenza, trasmette una scintilla della sua trascendente sapienza all’artista umano, chiamandolo a condividere la sua potenza creatrice. E ovviamente una partecipazione, che lascia intatta l’infinita distanza tra il Creatore e la creatura”.
“…L’artista, infatti, quando plasma un capolavoro, non soltanto chiama in vita la sua opera, ma per mezzo di essa, in un certo modo, svela anche la propria personalità. Nell’arte egli trova una dimensione nuova e uno straordinario canale d’espressione per la sua crescita spirituale”.

- Papa Benedetto XVI nel discorso agli artisti tenutosi nella Cappella Sistina nell’anno 2009:
Arte sacra: “…L’autentica bellezza, schiude il cuore umano alla nostalgia, al desiderio profondo del conoscere, di amare, di andare verso l’altro, verso l’oltre di sé. Se accettiamo che la bellezza ci tocchi intimamente, ci ferisca, ci apra gli occhi, allora riscopriamo la gioia della visione, della capacità di cogliere il senso profondo del nostro esistere, il mistero di cui siamo parte e da cui possiamo attingere la pienezza, la felicità, la passione dell’impeto quotidiano”.
Arte religiosa: “…Le creazioni artistiche, proprio per la loro caratteristica di aprire e allargare gli orizzonti della coscienza umana, di rimandarla oltre se stessa, di affacciarla sull’abisso dell’infinito, può diventare una via verso il trascendente, verso il mistero ultimo, verso Dio. L’arte, in tutte le sue espressioni, nel momento in cui si confronta con i grandi interrogativi dell’esistenza, con i temi fondamentali da cui deriva il senso del vivere, può assumere una valenza religiosa e trasformarsi in un percorso di profonda riflessione interiore e di spiritualità…”.


- SINTESI:
Papa Paolo VI definì gli artisti “CUSTODI DELLA BELLEZZA”;
Papa Giovanni Paolo II rivolse la sua lettera “ a quanti, con appassionata dedizione, cercano nuove “epifanie” della bellezza”;
Papa Benedetto XVI, sviscerando una teologia della bellezza, suggerisce che “la via della bellezza ci conduce a cogliere il tutto nel frammento, l’infinito nel finito, Dio nella storia dell’umanità”, tanto più che, citando Hermann Hesse, “l’arte significa, dentro a ogni cosa mostrare Dio”.

sabato 3 agosto 2013

Comunicato stampa del Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum

Foto dal web

Il Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum (CNSP) preso atto con filiale rispetto del particolare momento di riflessione chiesto dalla Sede Apostolica alla Congregazione dei Frati Francescani dell'Immacolata, volendo evitare ogni indebito giudizio in questioni interne ad un Istituto Religioso di diritto pontificio, esprime, tuttavia, viva preoccupazione che le nuove disposizioni relative alla celebrazione della forma straordinaria del rito romano da parte dei RR. Padri della Congregazione possano in qualche modo privare numerosi coetus fidelium del prezioso servizio liturgico sin qui loro assicurato.

Una simile circostanza rischierebbe, in concreto, di ostacolare l’esercizio di un diritto dei fedeli - riconosciuto e regolato dalle norme generali del Motu Proprio Summorum Pontificum e dall'Istruzione Universae Ecclesiae - a suo tempo disposto dalla mente di S.S. Benedetto XVI a maggior gloria di Dio e a santificazione del Suo Popolo, "discordiam vitando et totius Ecclesiae unitatem fovendo" (SP - art. 5, § 1).

Il CNSP confida, pertanto, che gli Ecc.mi Vescovi e le altre Autorità Ecclesiastiche competenti vogliano provvedere con paterna sollecitudine ad assicurare la regolarità delle celebrazioni delle SS. Messe nella forma straordinaria e in particolare per quei coetus fidelium finora affidati al fecondo apostolato della Congregazione dei Frati Francescani dell'Immacolata, affinché tutti i fedeli che lo desiderano possano continuare a vivere la loro Fede secondo il ritmo della forma straordinaria della Sacra Liturgia, in un vero sentire cum Ecclesia.

Per sostenere questo impegno, il Coordinamento invita ad elevare fervide preghiere alla SS.ma Vergine Maria Immacolata perché i tanti coetus fidelium che si stanno costituendo ricevano sempre l'attenta cura pastorale dei loro Ordinari e il Motu Proprio sia pienamente applicato in ogni diocesi.

Piacenza, 30 Luglio 2013.

Per il Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum
Emanuele Fiocchi
Portavoce Nazionale

lunedì 29 luglio 2013

Defensor Civitatis: il Beato Card. Schuster e Milano

di Daniele Premoli

Al lungo episcopato (1894 – 1921) di Andrea Carlo Ferrari, di notevole importanza per la storia della Chiesa e della società ambrosiana, seguirono i due episcopati “di transizione” di Achille Ratti (poi Papa Pio XI), che resse l’Arcidiocesi per meno di un anno, e di Eugenio Tosi, il mite “cardinale della bontà”, ma dalla
salute malferma e oggetto di gravi mancanze da parte di esponenti del suo clero. (1)
In realtà, già durante l’episcopato del card. Tosi iniziò a distinguersi, all’interno della grande diocesi ambrosiana, l’esile figura dell’abate benedettino Alfredo Ildefonso Schuster, apprezzato studioso, storico e liturgista, collaboratore della Curia Romana e particolarmente apprezzato dai papi Benedetto XV e Pio XI (2) , che mai cessò di occuparsi della sua ‘carissima’ (3) Chiesa di Milano. Fu infatti papa Ratti a nominare Schuster Visitatore Apostolico del Seminario di Milano, compito che l’Abate portò a termine con fermezza, ma sempre rispettando il card. Tosi, il quale non nascondeva un certo comprensibile disagio. (4)
Alla morte del card. Tosi, fu proprio lui ad essere creato cardinale dopo e nominato Arcivescovo di Milano, consacrato personalmente dal papa (fatto insolito per l’epoca) pochi giorni dopo. La sua nomina venne ufficializzata il 26 giugno 1929, anche se da parecchio tempo le voci si rincorrevano incalzanti. «Quando mi tireranno fuori dal mio monastero, io ne uscirò piangendo e tutti vedranno che io amavo la mia vocazione»: per il monaco amante del raccoglimento e del silenzio si apriva una nuova stagione, l’ultima della sua vita, che avrebbe svolto in un periodo certamente non facile. L’8 settembre dello stesso anno, festa di Maria Nascente, il cardinale faceva il suo ingresso in una delle più grandi diocesi del mondo.

«Pax huic domui. Sia pace su questo popolo» (5)

La Diocesi nella quale il cardinale si apprestava ad iniziare il suo episcopato portava ancora indelebile l’impronta dell’azione pastorale di San Carlo Borromeo, che riguardava non solo l’organizzazione istituzionale, ma soprattutto lo spirito di fondo che ne animava le opere. Alla sua figura si ispirò, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del successivo, il cardinal Andrea Carlo Ferrari (6). «Amò il suo popolo, animò la catechesi»: così recita l’iscrizione sulla sua urna, conservata nel Duomo di Milano: ed è una sintesi perfetta del suo ministero. A lui, infatti, si deve un forte impegno nel rilanciare l’istruzione religiosa, mediante l’attenzione alla catechesi, all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole e alla formazione dei sacerdoti. Vescovo all’epoca dei grandi problemi sociali di fine Ottocento, affidò al beato Giuseppe Toniolo la cattedra di economia sociale presso il seminario; numerosi furono anche i suoi interventi pubblici in difesa degli operai. Questi due ambiti – sociale e culturale – vennero portati avanti anche dai suoi successori, Achille Ratti ed Eugenio Tosi: basti qui menzionare l’apertura della “Casa del Popolo” (più conosciuta come Opera card. Ferrari) e la nascita dell’Università Cattolica.

Il card. Schuster, dunque, nella Diocesi di Milano troverà un ambiente «mosso e articolato, ricco di iniziative e di fermenti, animato da forme di partecipazione del laicato forse inaspettate, sorretto da una tensione di confronto dialettico col mondo» . (7)
«Chi insomma esclude dalla vita dell’uomo la dimensione trascendente non può sicuramente intendere la figura del card. Schuster. Suo supremo obiettivo fu infatti quello di garantire, anche attraverso la stabilità e l’efficienza delle strutture ecclesiali, la crescita spirituale della comunità cristiana, quello di far sì che in mezzo alle traversie di un tragico presente i fedeli non perdessero di mira ciò che giova per l’acquisizione dei beni eterni. Gli aspetti più significativi quindi della sua opera non sono quelli che toccano la sfera politico-civile ma quelli intesi a confermare la fede del popolo cristiano, a suscitarne anche nelle ore più buie la speranza, a infondervi uno slancio di carità capace di una sempre rinnovata vitalità» . (8)
Nel considerare l’episcopato del card. Schuster non occorre dimenticare che egli fu innanzitutto vescovo, e in tal modo concepiva la sua missione. Giunto a Milano con la fama di essere «insigne per pietà e multiforme dottrina» (9) , grande liturgista, storico e intellettuale, il neo-cardinale dedicò tutto se stesso al ministero che il Papa gli aveva affiato: come san Carlo, si spenderà sino a consumarsi totalmente.

«Che dire della laboriosità di questo monaco pastore? Monaco significa essere un isolato. Oh, il Cardinale Arcivescovo Schuster non lo fu davvero: o lo fu a tal punto, secondo testimonianze verbali e scritte di mia conoscenza, da superare l’attività di San Carlo, l’attività esteriore dello stesso Cardinal Ferrari» (10) : così si esprimeva il Patriarca di Venezia, Angelo Roncalli, il giorno dei funerali di Schuster. Straordinariamente intensa fu la sua attività pastorale. Al cardinale Ferrari era stato mosso l’appunto di essere troppo spesso fuori sede: la necessità di riorganizzare e dirigere, dopo anni difficili, la grande Diocesi, lo portava a percorrerla in tutta la sua estensione; il cardinale Tosi, al contrario, per la sua debole salute non poté allontanarsi da Milano. Schuster volle così visitare la sua Diocesi: compì in venticinque anni ben cinque Visite Pastorali, consacrò 280 nuove chiese (la prima fu la parrocchiale di Cortenova, la domenica successiva al suo ingresso in diocesi) e oltre 170 altari. Tornato a Milano, poi, riprendeva le udienze e, nei giorni festivi, partecipava all’ufficiatura in Duomo.
Non è ovviamente possibile esporre qui con completezza un episcopato ricco di avvenimenti, ecclesiali e civili, durato ben venticinque anni (anni particolarmente significativi: sono gli anni della dittatura e della guerra, della Liberazione e del dopoguerra, del referendum e delle elezioni del 1948); è tuttavia mia intenzione cercare di delineare almeno le linee di fondo e i rapporti che il cardinale ebbe con la sua città e con i milanesi.

«Ergo nihil Operi Dei praeponatur»

Lungo tutti gli anni del suo episcopato e sino a pochi giorni prima della sua morte, ogni fedele poteva vedere il suo Arcivescovo in Duomo, dove il cardinale partecipava alla Messa Capitolare di ogni domenica e di ogni festa. Era un compito a lui particolarmente caro, cui per nessuna ragione, neppure per malattia o freddo, si sottraeva. Per partecipare alle funzioni, interrompeva qualsiasi lavoro, e persino le Visite Pastorali erano programmate in modo da potervi essere sempre presente. Attraverso la sua presenza, intendeva anche aumentare il numero di coloro che avrebbero partecipato alle celebrazioni: ed ottenne l’effetto sperato: quando si seppe che l’Arcivescovo scendeva in Duomo tutte le domeniche, la folla che assisteva alle Messe andò crescendo.
Amava il decoro delle celebrazioni liturgiche. Quando riteneva che la recita della salmodia fosse troppo affrettata e poco curata, dal suo scranno faceva segno di rallentare. Affermò mons. Pini, da lui nominato maestro di coro:
«Non saprei quante volte mi abbia mandato i maestri delle cerimonie ad avvertirmi di rallentare, di fare attenzione alle pause e di mantenere una tonalità unica! […] Ogni qualvolta una voce ben nota prolungava le ultime sillabe dei versetti delle ore canoniche, sorrideva, sorrideva! Compresi quanto fosse attenta e vigilante la sua partecipazione al coro e il perché dei suoi sorrisi nelle finali di taluni versetti. […] La salmodia era in lui vita vissuta, amata, fatta amare: il gusto trasfondeva e rivelava il raccoglimento interiore del suo spirito» . (11)
La sua figura ed il suo raccoglimento impressionarono anche taluni protestanti.
Quando i bombardamenti del 1943 obbligarono alla chiusura della Cattedrale, l’Ufficiatura domenicale venne spostata alla vicina chiesa di San Bernardino alle Ossa, dove il cardinale si recava con alcuni canonici. All’Arcivescovo si stringeva il cuore quando, entrando in Duomo, lo vedeva deserto e muto «quasi una cosa che ormai non abbia più scopo» (12) , e decise quindi di incaricare le Benedettine di Viboldone di supplire all’interrotta ufficiatura del Capitolo.

Per Schuster, così come per i Milanesi, Milano (inteso come «quel complesso di bontà, di fede, di generosità, di vitalità, di opere cattoliche che caratterizza d’innanzi a tutto il mondo la Chiesa di sant’Ambrogio») (13) è anche sinonimo del Rito Ambrosiano. Fu così che l’autore del monumentale Liber Sacramentorum, divenuto Arcivescovo di Milano si dedicò allo studio e alla promozione di quello che era divenuto non soltanto “il Rito Ambrosiano”, ma “il nostro Rito” . (14)
Al rito della Chiesa di Milano è collegato anche un canto tutto proprio, cui il cardinale iniziò subito ad applicarsi:
«Pochi giorni dopo che aveva fatto il suo ingresso ebbi in mano un foglio scritto di suo pugno su cui era in notazione ambrosiana e moderna per esteso il canto dell’orazione “Deus qui nobis”, che si canta alla benedizione del Santissimo, e che sta a testimoniare come si era preparato anche perché il canto ambrosiano fosse da lui eseguito bene» . (15)
Nel corso delle visite pastorali ebbe modo di accorgersi con dispiacere della scomparsa del canto ambrosiano. Non si limitò a esortare i suoi preti a istruirsi e ad istruire i fedeli, ma decise di «imitare in Milano, all’ombra del Duomo, quanto colla benedizione di Pio X già da tanto tempo fiorisce nell’Urbe e rende lieti frutti per tutto l’Orbe Cattolico. Sì, Noi vagheggiamo una vera e propria Scuola Ecclesiastica Superiore di canto Ambrosiano e di Musica liturgica» . (16)
Il 12 marzo 1931, a pochi mesi dal suo ingresso come Arcivescovo, il card. Schuster istituì così la “Scuola Superiore di canto ambrosiano e di musica sacra”, giuridicamente riconosciuta dalla Santa Sede come “Pontificio Istituto Ambrosiano di Musica Sacra” dieci anni dopo, e tuttora esistente ed attivo. Essa venne affidata alle cure dei monaci di Solesmes, eredi del grande dom Prosper Gueranger, i quali indicarono al cardinale il priore di Montserrat, padre Gregorio Suñol. È a lui che si devono le edizioni scientifiche del Preconio Pasquale (1934), dell’Antifonale (1935) e del Vesperale Ambrosiano (1939).

«Veritatem facere in caritate»

Dopo il servizio di Dio, la vita del cardinal Schuster venne spesa per il popolo lui affidato. Egli non si “limitò” ad incoraggiare e sostenere le associazioni già esistenti o fondate durante il suo episcopato (per citarne solo alcune: le Conferenze di S. Vincenzo, le Dame di Carità, il Piccolo Cottolengo, la Pro Juventute e la Nostra Famiglia), ma si spese in prima persona per cercare di alleviare le sofferenze di quegli anni difficili.
Non risulta facile conoscere le famiglie aiutate direttamente dal cardinal Schuster, anche perché lui stesso non voleva che si conservassero annotazioni sul denaro che privatamente entrava e usciva, né che si dessero notizie in merito all’assistenza, perché – diceva lui stesso - «il povero non deve essere umiliato con la pubblicità». Egli stesso, poi, si recava personalmente per chiedere tessuti e alimenti da distribuire ai poveri che spesso, ricevuti durante le visite pastorali, non riuscivano nemmeno a giungere a Milano: già lungo la strada venivano distribuiti alle parrocchie che sapeva bisognose. Dell’assistenza alla popolazione si fecero carico particolarmente la Charitas Ambrosiana, che iniziò la sua attività nel 1943, e l’Opera del “Pane di San Galdino” la cui gestione, a fronte dell’impossibilità di continuare ad essere condotta dalle Dame di S. Vincenzo, nel 1944 venne assunta dal cardinale. Fu sempre a Schuster che, il 19 ottobre 1944, si rivolse la Santa Sede per il rifornimento di abiti per gli italiani internati in Germania.
È qui impossibile tracciare un bilancio dell’attività svolta dalla diocesi ambrosiana, ovviamente sotto le indicazioni e la protezione del card. Schuster, per ottenere la liberazione dal carcere di detenuti politici, per aiutarli ad evadere o a sfuggire alle rappresaglie nazifasciste, per assistere i deportati e gli ebrei.

A quanti, dopo il 25 aprile, chiedevano cosa avesse fatto la Chiesa Cattolica, il card. Schuster così rispondeva:
«Osserviamo però subito che non riteniamo punto necessario di dare una risposta, che il popolo già conosce. La Chiesa durante questi anni ha continuato a predicare con fervore il Santo Vangelo, soffrendo per questo persecuzioni, violenze e carcerazioni. Ne è prova la lunga lista di sacerdoti e di suore usciti di prigione, di ecclesiastici ammoniti, di giornali cattolici sequestrati, diffidati e sospesi non so quante volte […]
Mentre subivamo tutte queste cose, noi intanto provvedevamo a raccogliere e dispensare ai sinistrati ed ai poveri dei sussidi in danaro, in generi alimentari, in indumenti che, a fare oggi il conto esatto di ciò che dai cattolici è stato distribuito in questo quinquennio, ne verrebbe fuori la bella cifra d’oltre cinquanta milioni se non più!
Popolo di Lombardia! Se i fatti valgono assai più delle parole, ora giudica tu stesso e deciditi: di fronte a migliaia di parole e di vane promesse, ti vedi d’innanzi una cifra colossale di beneficenza presso una sorgente inesauribile di carità. Tale sorgente, sappilo, sgorga dal cuore stesso del Verbo Incarnato e trafitto per noi sulla Croce» . (17)
Da osservare che tali precisazioni venivano solo come risposte ad accuse di assenteismo rivolte alla Chiesa o alla stessa persona dell’Arcivescovo; accuse tuttavia estranee all’opinione pubblica, che anzi ringraziò pubblicamente il cardinal Schuster (esemplari i riconoscimenti del Rettore dell’Università Statale (18) e della Comunità Israelitica ). (19)

L’attività di assistenza continuò anche nell’immediato dopoguerra. Anzitutto nei confronti dei reduci e dei profughi, per i quali il cardinale promosse la raccolta di generi aiuti da inviare al confine. Fu così che l’Arcivescovado si trasformò in ufficio di assistenza per i rimpatriati e gli indigenti di ogni condizione; portici, sale, cortili divennero magazzini di generi alimentari, di medicinali, di vestiario . (20)
Lo stesso cardinal Schuster testimoniava che
«le scale dell'Arcivescovado da mattino a sera sono ingombre di persone cariche di sacchi, balle e casse di generi commestibili, vini prelibati, liquori, vesti, scarpe ecc. da destinarsi ai nostri ex prigionieri in Germania» . (21)
Il segretario del cardinale, don Ecclesio Terraneo, testimoniò che in Arcivescovado arrivò anche un camion pieno di grano, ma sul quale svettava la bandiera rossa dei comunisti. «Noi dell’Arcivescovo ci fidiamo», risposero al cardinale stupito.
L’ufficio prima destinato ai familiari dei prigionieri di guerra, ora assisteva i rimpatriati che fino a sera tarda giungevano per chiedere aiuto, consigli, indirizzi.
Anche le opere assistenziali degli Alleati fecero capo all’Arcivescovo, che certamente esercitava un fascino incredibile sui capi e sulle stesse truppe, in gran parte formate da protestanti. Gli venne così affidata l’organizzazione della distribuzione degli aiuti americani, suscitando meraviglia in molti.

Il maggior problema che nel dopoguerra tormentava i sopravvissuti era la mancanza di una casa: dopo quattro anni, migliaia di famiglie erano ancora costrette a coabitare, o a cercare riparo in abbaini o cantinati. Di fronte a questa situazione, il 1° gennaio 1949, il cardinal Schuster rivolse ai fedeli della diocesi un vigoroso appello, affinché «quanti possono disporre del superfluo, banchieri, industriali, finanzieri milanesi e della Diocesi» finanziassero la costruzione di case «semplici, ma accoglienti e robuste» per quanti ne erano privi. Egli, che anche da Arcivescovo era povero e tale voleva rimanere – tanto che la sua povertà del cardinale divenne proverbiale – destinò a tale progetto, che volle intitolato a S. Ambrogio e sotto la protezione di S. Benedetto, il proprio anello episcopale. Il 21 marzo venne posta la prima pietra di due edifici iniziali; nella periferia di Milano, la “Domus Ambrosiana” realizzò tre quartieri di 13 fabbricati, dove trovarono alloggio, ad affitti simbolici, 239 famiglie. Ovviamente, non bastava dare alla popolazione una casa: fu così che nel 1950, riprendendo un’iniziativa avviata prima della guerra, lanciò un appello per dotare la periferia di Milano delle necessarie chiese parrocchiali con i luoghi (oratori, biblioteche, centri di assistenza…) annessi.
Numerosi furono poi quanti trovarono lavoro grazie all’intermediazione della segreteria del cardinale, che da mattina a sera accoglieva persone di ogni condizione per dare un’indicazione.

Molti altri sarebbero gli argomenti da affrontare per delineare la figura del card. Schuster, riguardo al suo indelebile rapporto con quella che fu la sua Sede. Per ragioni di spazio, non è possibile qui delinearli con esaustività.
Come sintesi di questo percorso, non è possibile non ricordare la grande folla che accompagnò la salma del suo Arcivescovo nell’ultimo tragitto, da Venegono (dove il card. Schuster morì, il 30 agosto 1954), a Milano, dove tuttora riposa. Concludo con le parole dello stesso Schuster, da lui dettate per le celebrazioni in occasione del XXV anniversario di ordinazione episcopale: festeggiamenti che non ebbe occasione di vedere in questa terra.
«A Dio Ottimo, Massimo / che in questo venticinquennio di Episcopato / traducendomi incolume attraverso le dittature, / i bombardamenti e gli incendi di Milano, / le occupazioni straniere, la catastrofe nazionale / e poi finalmente le lotte di liberazione e la / restaurazione della repubblica Italiana, / mi ha fatto passare per il fuoco e per la tempesta, / e per quindi ricondurmi sulla riva della sua salvezza, siano grazie di tanti benefici, / primo dei quali la devota fedeltà del gregge, / al tribolato Pastore» (22)






  1.   A. RIMOLDI, La visita apostolica dell’abate Ildefonso Schuster ai seminari milanesi (1926-1928), in AA.VV., Il cardinale Alfredo Ildefonso Schuster. Avvio allo studio, NED, Milano 1979, p. 147.
  2.   «Il nuovo Papa, estraneo all’ambiente di Curia, non tardò anche egli a notare quella dimessa persona che celava tanta forza ed energia. Prese a stimarlo moltissimo e a servirsene, forse ancor più del suo Predecessore, affidandogli incarichi sempre più delicati e gravi che, se finirono col portarlo molto in alto, furono pure per lui alle volte fonte di viva sofferenza». T. LECCISOTTI, Il cardinale Schuster, I, Milano 1969, p. 205.
  3.   AAS 21 (1929), p. 458.
  4.   «Delicata al massimo la sua posizione, nei riguardi del cardinale Tosi, verso cui usò ogni riguardo. Giunse anche a prospettargli che la scelta del S. Padre fatta nella sua persona, era dovuta alla considerazione che un umile monaco, a preferenza di più alti prelati o di vescovi, avrebbe avuto maggiore deferenza per l’Arcivescovo di Milano». Schuster si recava a Milano almeno due o tre volte al mese; sino a quando, messo a conoscenza del disagio provato dal card. Tosi (che in una occasione si sarebbe lasciato sfuggire un: «È ancora qui sto santo uomo!»), ridusse la sua presenza. Indicativo della situazione milanese sembra essere il fatto che Schuster «voleva vedere tutto e non si fidava di quello che gli facevano vedere, ma andava improvvisamente di propria iniziativa a far visita nelle scuole, in cucina etc». T. LECCISOTTI, op.cit., I, p. 213-215.
  5.   A. I. SCHUSTER, Omelia per l’ingresso nella Diocesi di Milano, 8 settembre 1929, citata in T. LECCISOTTI, op.cit., I, p. 254.
  6.   Di lui scriverà Schuster: «Quando il card. Ferrari fu in visita ad Alzate, per devozione verso il suo grande predecessore, volle indossare la veste di San Carlo. Siccome però questa gli strusciava per terra, così la dovette subito deporre, osservando graziosamente: San Carlo era più alto di me! Se io mi fossi trovato presente alla scena, avrei soggiunto: di poco! Infatti il card. Ferrari fu l’Arcivescovo di Milano che più d’ogni altro emulò lo zelo e le fatiche apostoliche di San Carlo». A. I. SCHUSTER, Odoporicon 1939. Note di visita pastorale, I, Milano 1940, p. 118.
  7.   G. RUMI, Vertice e base in terra ambrosiana, in G. RUMI - A. MAJO, Il cardinal Schuster e il suo tempo, NED, Milano 1979, p. 25.
  8.   A. MAJO, Gli anni difficili dell’episcopato del card. A. I. Schuster, NED, Milano1978, p. 10.
  9.   La definizione è di Pio XI. AAS 21 (1929), p. 458
  10.   A. G. RONCALLI, Orazione funebre, in Scritti del Card. A. Ildefonso Schuster, La Scuola Cattolica, Venegono Inferiore, 1959, p. 20.
  11.   Cit. in T. LECCISOTTI, op.cit., I, p. 493.
  12.   A. MAJO – BENEDETTINE DI VIBOLDONE (a cura di), Schuster e le Benedettine del monastero di Viboldone. Lettere 1941-1954, Milano 1994, p. 25.
  13.   A. I. SCHUSTER, Rivista Diocesana Milanese, XXIII (1932), p. 194.
  14.   Il cardinale Ildefonso Schuster: cenni biografici, Abbazia di Viboldone, 1954, p. 63
  15.   Testimonianza di mons. Pini, cit. in T. LECCISOTTI, op.cit., I, p. 486.
  16.   A. I. SCHUSTER, Rivista Diocesana Milanese, XXI (1930), p. 316.
  17.   A. I. SCHUSTER, Rivista Diocesana Milanese, XXXIV (1945), p. 91ss.
  18.   A. I. SCHUSTER, Gli ultimi tempi di un regime, Daverio, Milano 1960, p. 173.
  19.   Ibid., p. 174.
  20.    A. MAJO, L’attività caritativa e assistenziale, in G. RUMI - A. MAJO, Il cardinal Schuster e il suo tempo, cit., p. 91.
  21.   Rivista Diocesana Milanese, XXXIV (1945), p. 100.
  22.   RDM, XLIII (1954), p. 316.

domenica 21 luglio 2013

Considerazioni sulla "forma Chiesa"

Arch. Angelo La Notte


L’occasione è data dagli interventi, su quotidiani e riviste, nelle ultime settimane del Prof. Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani, in merito alla produzione di arte e architettura sacra che và dagli inizi degli anni novanta ai nostri giorni, voluto dall’allora Cardinale Vicario Camillo Ruini attraverso la campagna battezzata “50 NUOVE CHIESE NELLE PERIFIERIE ROMANE”.
Raccolte nel volume “CHIESE DELLA PERIFERIA ROMANA” edito da Electa, curato da Monsignor Liberio Andreatta, Direttore dell’Opera Romana per la Preservazione delle Nuove Chiese, e dagli architetti Marco Petreschi, docente della Facoltà di Architettura di Valle Giulia, e Nilda Valentin.

Il Prof. Paolucci si pone due domande:
“Quando un edificio destinato al culto è “giusto”?
Quando cioè lo possiamo definire allo stesso tempo bello, funzionale e simbolicamente efficace?
Da queste domande scaturisce la risposta: “UN EDIFICIO DESTINATO AL CULTO SI PUO’ DIRE
RIUSCITO E DIVENTARE PERCIO’ UN’OPERA D’ARTE QUANDO LA CULTURA DELL’EPOCA CHE LO HA VOLUTO SI IDENTIFICA CON LE FORME ARCHITETTONICHE E ARTISTICHE TIPICHE DI QUEL CULTO, QUANDO NE SOSTANZIA E NE SOSTIENE, SIGNIFICANDOLI E TRASFIGURANDOLI, I SENTIMENTI, LE IDEE E LA DOTTRINA”.
Tornando alle opere contenute nel testo ci troviamo di fronte a edifici che a volte toccano punte di grande pregevolezza come la chiesa di “Dio Padre Misericordioso” dell’architetto Meier, mentre il più delle volte, a mio parere, sono strutture perfettamente anonime, che si “amalgamano” con il contesto, tutte “mancano però della “FORMA CHIESA”.

Situazione che ha radici antiche riportandoci al Discorso agli Artisti, tenutosi nella Cappella Sistina il 7 Maggio 1964, da Papa Paolo VI, che cercando di elaborare e proporre una dottrina estetica, non fa altro che porre le basi per una “interpretazione” dell’arte e dell’architettura sacra che sempre più va secolarizzandosi, quando lo stesso Papa dichiara: “…L’arte sacra si affranca così da ogni vincolo puramente formale al passato che più non la sovrasta, che più non le intima l’irritazione ammirata…Il compito dell’arte sacra è esprimere l’ineffabile, allora il peso della tradizione e delle convinzioni va rimosso come inutile ingombro ed è aperta la strada alle potenzialità espressive del fare artistico contemporaneo…”.
Posizione questa che ha nell’interpretazione degli scritti, quando questi si prestano a letture che ne danno un valore di libero arbitrio, che ritroviamo in quella “ideologia postconciliare” che il Cardinale Giacomo Biffi evidenzia nel suo saggio teologico intitolato “La bella, la bestia e il cavaliere” (1984), l’autore denuncia quella operazione che attraverso un processo di “distillazione fraudolenta”, immediatamente posta in atto all’indomani dell’assise ecumenica, arriva a sostenere che la vera dottrina del Concilio non è quella di fatto canonicamente approvata ma quella che avrebbe dovuto essere approvata se i Padri fossero stati più illuminanti, più coraggiosi, più coerenti.

Posizione razionalista che ha portato a dimenticare, bollandoli come concetti tradizionalisti quei passi, che nella storia secolare, hanno portato alla definizione delle cattedrali in tutta Europa, che rispondono ad una nuova coscienza che l’uomo ha di sé, ad una dimensione della realtà profondamente ancorata alla vita ed alle sue esigenze dove anima e corpo, visibile ed invisibile, materiale ed immateriale, sacro e profano, convivono.
Le cattedrali con la loro presenza nella città hanno rappresentato una precisa intenzionalità di chi ci abita, opere di uomini che vivono con altri uomini.
Necessità degli uomini di identificarsi comunemente e dare una struttura alla liturgia, definendo un luogo dove ospitarla.
Mentre oggi agli edifici sacri viene dato il compito, di riqualificare una periferia il più delle volte pianificata con il solo scopo della cementificazione incondizionata e selvaggia, che si pone il problema della socializzazione dei residenti marginalmente, relegandolo a spazi a volte abbandonati all’incuria, in cui si è cercato di calare strutture architettoniche che se pur pregevoli, perché questo deve essere riconosciuto alla Chiesa che della bellezza ne è custode secolare, mancano ormai di quella essenza che fa dichiarare al Prof. Paolucci “manca la forma della chiesa”.
Ci auguriamo che la “commissione per la tutela estetica delle nuove chiese”, promessa dal Cardinale Vallini, possa giungere a dare se non delle precise regole almeno ad individuare quelli edifici che del sacro non hanno traccia. 


BIBLIOGRAFIA:
- JOSEPH RATZINGER, Introduzione allo spirito della Liturgia, San Paolo 2001
- N.BUX,Come andare a Messa e non perdere la fede,Piemme,Milano 2010.
- R.L.BURKE-N.BUX-R.COPPOLA, La Danza vuota intorno al Vitello d'Oro. Liturgie secolarizzate e diritto, Lindau, Torino 2012.
- D.NIGRO, I diritti di Dio. La liturgia dopo il Vaticano II, Sugarco, Milano  2012. 
- N.BUX,La riforma di Benedetto XVI,Piemme,Milano 2008- II ed.2009.
- W.BRANDMUELLER-A.MARCHETTO.N.BUX, Le “chiavi” di Benedetto XVI per interpretare il Vaticano II, Cantagalli 2012.
- U.M.LANG, "Il latino vincolo di unità tra popoli e culture",Osservatore Romano, 15 novembre 2007.   
- A.DE MEO,Fonti dell'arte sacra occidentale(on line)
- M.DE MEO, Osservazioni alle Norme Cei per l'adeguamento degli edifici di culto(on line)
- N.BUX-E.MAZZA-E.GARZILLO, Liturgia Romana e Arte Sacra tra innovazione e tradizione. Il caso della Cattedrale di Reggio Emilia. Opinioni. 2011. 
- V.SGARBI, L'ombra del divino nell'arte contemporanea, Cantagalli 2012.
- Aa.Vv.,L'Arte,la Bellezza e il Magistero della Chiesa,Atti del Convegno di Cosenza, 14 Novembre 2008, ed.Verbo Incarnato & ed.Settecolori,Segni-LameziaT. 2013.
Articoli di Liturgia,Musica e Arte Sacra, nella Rubrica mensile “Mondo del Sacro” diretta da N.Bux sul Timone.

domenica 7 luglio 2013

2007 - 2012: sei anni del "Summorum Pontificum"

Oggi ricorre il sesto anniversario della promulgazione del Motu Proprio Summorum Pontificum. Vogliamo tenere viva l’attenzione sull’importanza epocale di questo documento, riportando per intero l’articolo pubblicato il 16 novembre 2012 sul numero 1287 de Il Venerdì di Repubblica, a pagina 37. E ci fa piacere farlo per i toni di approvazione con cui l’articolista, Filippo Di Giacomo, ne parla… ben conoscendo gli orientamenti ideologici della sua testata giornalistica, alquanto critica verso la Chiesa di Roma.


LA MESSA È IN LATINO: 
L’APERTURA DEL PAPA SPIAZZA I LEFEVRIANI


di Filippo Di Giacomo
(tratto da Il Venerdì di Repubblica del 16 novembre 2012, n. 1287, p. 37)

Tanto tuonò, ma non piovve. Quando Benedetto XVI promulgò il motu proprio Summorum Pontificum, si sperò che il torto potesse essere corretto. Il documento infatti, permetteva ai fedeli desiderosi di celebrare la vita liturgica secondo la forma «extra ordinaria», cioè quella secolare in uso prima delle riforme, di essere sciolti dall’obbligo di un’autorizzazione preventiva da parte dei propri vescovi. Nella Chiesa, si celebrano liturgie eucaristiche variamente acculturate e tradotte in lingue di ogni continente, dunque non si capiva perché solo a coloro che chiedevano di celebrarla in latino, con gli stilemi liturgici dell’Occidente cristiano, dovessero essere inflitte restrizioni non attuate per nessun altro «esperimento liturgico».

Per chi prima di giudicarlo l’ha anche letto, il motu proprio Summorum Pontificum risulta un documento chiaramente ispirato al pluralismo del Concilio Vaticano II, caratteristica non sempre attribuibile a diversi documenti dell’era wojtylana. Il documento papale porta la data del 7 luglio 2007, ma in Francia, nel numero del 5 luglio dello stesso anno, quindi in anticipo sulla pubblicazione del testo pontificio, Témoignoge Chrétien, il più vivace settimanale europeo di informazione religiosa, pubblicava nella lingua di Cicerone (e senza errori, mentre ai latinisti di curia era sfuggito un «conditiones» al posto di «condiciones») un manifesto di «resistenza» contro la decisione di Benedetto XVI.

I motivi? Il rito della tradizione cattolica presupporrebbe uno sguardo negativo verso il mondo non cattolico, basato sul convincimento che la Chiesa sia l’unica detentrice della verità; il biritualismo permesso da papa Ratzinger segnerebbe la vittoria dei tradizionalisti e la sconfitta dei conciliaristi. I primi sarebbero presto in condizione di imporre le nomine episcopali; anzi, e peggio, «episcopos Galliae cras regent», domani governeranno l’episcopato francese. In realtà, ciò che dopo cinque anni appare chiaro è un fatto certo: Benedetto XVI ha tolto di mano ai lefevriani l’esclusiva della messa tridentina presentata volentieri come celebrazione identitaria. L’editorialista di Témoignage Chrétien concludeva il suo scritto dicendo: «Juvet fortuna omnes qui repugnabunt», buona fortuna a chi vorrà resistere. L’iniziativa ha causato ai fedeli che hanno fatto ricorso alle disposizioni papali una quantità di ingiurie e pessime accoglienze in diverse diocesi. Tuttavia il 3 novembre [2012], con una messa celebrata in San Pietro, hanno concluso una tre giorni romana fatta di pellegrinaggi e preghiere.
Qualche giorno prima, il 29 ottobre, dalle fila dei lefevriani è stato espulso il vescovo negazionista Richard Williamson: un calcio che val bene una messa, anche se in latino.




venerdì 5 luglio 2013

Don Bux, il messale latino non sarà ostacolato

fonte: Vatican Insider

Il liturgista in un'intervista afferma che il Papa non andrà contro la celebrazione tradizionalista

La Messa in rito romano antico secondo il Messale del 1962 precedente alla riforma del Concilio Vaticano II continuerà ad essere celebrata senza alcuna limitazione da parte di Papa Francesco. Lo afferma il teologo e liturgista don Nicola Bux in un' intervista al «Roma».

«Il movimento in favore della liturgia tradizionale continuerà sicuramente - afferma il Consultore della Congregazione per il Culto Divino - perché il succedersi dei Pontefici non infrange la continuità della tradizione e chi succede ad un predecessore non `inventa´ di nuovo la Chiesa. Talvolta si crede che il Papa, nel suo ufficio debba fare prevalere la sua sensibilità, ma questo sarebbe molto grave. È evidente che ogni Pontefice ha un proprio temperamento ed una propria storia, però non sono questi a dover prevalere, ma sempre il bene della Chiesa. Il Papa è un ministro, ma non ne è il padrone, come ha ribadito anche l' attuale Pontefice». 

Quanto all'atteggiamento verso il Motu Proprio «Summorum Pontificum» dell'attuale Papa quando era Vescovo di Buenos Aires, per don Bux il cardinale Bergoglio «non ha ostacolato l' applicazione del Motu Proprio». 

L' interesse per la liturgia tradizionale - secondo don Bux - si lega alla nuova evangelizzazione. «Nel momento attuale di grave crisi della fede una liturgia mistica dignitosamente celebrata può aiutare molto le persone in ricerca a trovare Dio. Nella storia grandi convertiti sono stati colpiti dalla Grazia assistendo a riti solenni e ascoltando canti straordinario».

martedì 2 luglio 2013

29 giugno: la Messa di don Bux a Napoli

29 giugno 2013
Solennità dei Santi
Pietro e Paolo
Chiesa di San Ferdinando
- Napoli -




Sabato 29 giugno si è tenuta a Napoli la riunione dei Coetus Fidelium dell'Italia Meridionale. A conclusione dell'incontro, i convenuti si sono ritrovati presso la chiesa di San Ferdinando dove don Nicola Bux ha celebrato la Santa Messa.