Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 28 marzo 2021

Egeria e la festa dei rami di ulivo

Con la Domenica delle Palme, inizia la Settimana Santa, la “Grande Settimana” come veniva chiamata sin dal IV sec.

Per entrare in sintonia con i misteri che mediteremo in questo periodo, rilanciamo questo contributo storico sulla testimonianza storica della pellegrina Egeria intorno alla commemorazione dell'ingresso trionfale di Gesù nella Città Santa, Gerusalemme, celebrata nell’odierna domenica.

Una testimonianza su come si celebrava la Domenica delle palme a Gerusalemme

Egeria e la festa dei rami di ulivo

di Fabrizio Bisconti



La nobildonna Egeria, o Silvia, o Eteria, probabilmente originaria della Galizia, ci ha lasciato uno dei più dettagliati e preziosi Diari di viaggio in Terra Santa, riferibile al 381-384 d.C. Il suo celebre Itinerarium o Peregrinatio ad loca sanc-ta si propone come una sorta di lettera indirizzata alle consorelle per raccontare, in maniera puntuale e suggestiva, il percorso e le tappe salienti del suo viaggio, che interessò l’Egitto e la Palestina, la Mesopotamia e Costantinopoli.

L’opera è conservata per circa un terzo ed è stata tramandata da un unico manoscritto dell’undicesimo secolo, redatto nell’Abbazia di Montecassino e rinvenuto ad Arezzo nel 1884 da Gian Francesco Gamurrini, che lo pubblicò nel 1887.

Il nome dell’autrice — come si diceva — è incerto e, a seconda delle versioni del testo, viene definita Aetheria o Egeria, ma alcuni indizi sull’identità della nobildonna vengono dal monaco Valerio, che, nel settimo secolo scrisse una lettera, che (insieme ad altri testi) completa il manoscritto aretino.

Da tutti questi elementi, che lasciano indefinito il ruolo della donna, sicuramente di altissimo rango, di elevato potenziale economico e di grande cultura, tanto da potersi permettere un viaggio lungo e costoso, ma difficilmente compatibile con una monaca, si evince che la «eccezionale pellegrina» si trattiene per più di tre anni a Gerusalemme, tanto da venire a conoscenza di tutte le celebrazioni della Settimana santa nella città santa, con le relative manifestazioni liturgiche.

La pellegrina spagnola ricorda — tra l’altro — la festosa celebrazione della Domenica delle palme: «La domenica in cui si entra nella settimana pasquale […] tutto il popolo sale sul monte degli olivi […] e quando arriva l’ora undicesima (cioè le cinque del pomeriggio) si legge quel passo del vangelo, dove i fanciulli vanno incontro al Signore con rami di olivo o palme […]. Allora il vescovo si alza in piedi e con lui tutto il popolo. Di là, ossia dalla sommità del monte degli olivi, si fa tutto il percorso a piedi mentre il popolo, procedendo dinanzi al vescovo, al canto di inni e antifone, risponde continuamente: Benedetto colui che viene nel nome del Signore. E tutti quanti i bambini di quei luoghi, anche coloro che non possono camminare per la tenera età e sono tenuti sulle spalle dai loro genitori, tengono in mano dei rami, chi di palma e chi di olivo, nello stesso modo con cui fu accompagnato il Signore, così viene festeggiato anche il vescovo. Dalla cima del monte si va fino alla città e, poi, attraverso la città fino all’Anastasi» (Diario di viaggio XXXI , 1-4).

La festosa processione, che è giunta sino ai nostri giorni, rievoca il momento in cui il Cristo, proveniente da Betania, entra trionfalmente in Gerusalemme, secondo il racconto dei quattro vangeli canonici (Matteo 21, 1-11; Marco 11, 1-11; Luca 19, 28-44; Giovanni 12, 12-19). Il Cristo si ferma nel piccolo villaggio di Betfage che, in aramaico, significa “casa dei fichi verdi” o “dei frutti verdi”, alludendo alla maledizione che Gesù pronunciò il giorno dopo, prima di cacciare i mercanti dal Tempio.

Il piccolo villaggio doveva situarsi sul versante orientale del monte degli olivi, proprio sulla strada, che conduceva a Betania e dove si ambienta l’incontro di Gesù con Marta e Maria, prima della risurrezione del loro fratello Lazzaro. Il fortuito ritrovamento nel 1876 da parte di un contadino di un brano di affresco medievale con le scene della resurrezione di Lazzaro e dell’ingresso di Cristo a Gerusalemme spinse la Custodia di Terra Santa ad acquistare il terreno in corrispondenza del villaggio, già nel 1883, e a commissionare all’architetto Antonio Barluzzi il restauro del piccolo santuario nel 1954.

La piccola chiesa rende memoria dei fatti raccontati dai vangeli. Nei sinottici, infatti, Gesù inviò due discepoli a prendere un asino. Matteo riferisce che portarono un puledro e un’asina; Marco e Luca che gli portarono solo il puledro; Giovanni, più succintamente, racconta che Gesù, trovato un asinello, vi sedette sopra.

Ma andiamo con ordine e ascoltiamo la narrazione di Marco: «Quando si avvicinarono a Gerusalemme, verso Betfage e Betania, presso il monte degli olivi, mandò due dei discepoli e disse loro: «Andate nel villaggio che vi sta di fronte e subito entrati in esso troverete un asinello legato, sul quale nessuno è mai salito. Scioglietelo e conducetelo e se qualcuno vi dirà: “Perché fate questo?”, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”. Andarono e trovarono un asinello legato vicino ad una porta, fuori sulla strada, e lo sciolsero. Ed alcuni dei presenti però dissero loro: “Che cosa fate sciogliendo questo asinello?” Ed essi risposero come aveva detto loro il Signore. E li lasciarono fare. Essi condussero l’asinello da Gesù e vi gettarono sopra i mantelli, ed egli vi montò sopra» (Marco 1, 1-7).

Ed ecco che il Cristo diede avvio all’ingresso trionfale in Gerusalemme, tra i discepoli e il popolo in festa. Persino i giovani e i bambini agitavano fronde di palma e di olivo ed alcuni salirono sugli alberi, tanto da ricordare il piccolo pubblicano ebreo che, a Gerico — secondo quanto riferisce Luca (19, 1-10) — salì sul sicomoro per avvistare il Cristo.

L’episodio dell’ingresso festoso in Gerusalemme va letto in chiave messianica, sottolineata dal richiamo profetico di Zaccaria (9, 9), relativamente al re pacifico, che entra nella sua capitale. Ma il tutto rimanda anche alla festa gioiosa delle capanne, celebrata in autunno al canto del Salmo 118, che rievoca la salvezza, con una processione di ringraziamento, per la salvezza operata inaspettatamente dal Signore.

Ebbene, l’ingresso di Cristo in Gerusalemme avviene montando un’asina, cavalcatura in tempo di pace, rispetto ai cavalli, che trainano i carri da guerra. Il Cristo, in questo senso, è come Salomone, che venne fatto salire sulla mula del re Davide al momento della sua incoronazione (1 Re 1, 38-40). E mentre il Cristo incedeva sull’umile asina, pura, in quanto mai cavalcata, venivano stesi mantelli, al suo passaggio, per renderlo ancora più regale, per sottolineare la valenza messianica e per aprire la Settimana della Passione con tutti i segni suggeriti dalle profezie.

Fonte: L’Osservatore romano, 27.3.2021, p. 7

domenica 19 aprile 2015

Il batterio Xylella: una punizione di Dio per i peccati dell'uomo?

Ricevuto quest'articolo, volentieri lo pubblichiamo.

IL BATTERIO XYLELLA: PUNIZIONE DI DIO PER I PECCATI DELL’UOMO?

di Fabio Iannone

Da un paio di anni nella zona del Salento pugliese è apparso uno strano batterio, la xylella fastidiosa, il quale sta attaccando in particolar modo gli ulivi.
L’origine del batterio è centroamericana: probabilmente giunto in Italia attraverso i numerosi spostamenti di uomini e merci nel mondo globalizzato, la xylella è diventato ormai un problema di rilevanza nazionale e non solo.
È notizia infatti di pochi giorni fa che la Francia ha posto un embargo su diverse specie vegetali coltivate in Puglia.
La xylella sta ora provocando l’abbattimento di diversi alberi di ulivo, il cui olio, una delle risorse più preziose della Puglia e dell’export italiano, è conosciuto in tutto il mondo.
Questa piaga non è certo la prima del genere: morbo della “mucca pazza”, influenza aviaria, influenza suina, etc.
Non vogliamo in questa sede analizzare scientificamente cause e conseguenze del batterio, ma solo “spiritualmente” e ci poniamo le seguenti domande: 1) perché Dio permette tutto questo? Anche piante ed animali sono sue creature seppur al servizio dell’uomo.
2) Perché l’uomo, nonostante i suoi avanzamenti scientifici non riesce a contrastare queste epidemie? E soprattutto: 3) cosa possiamo fare per ripristinare lo status quo ante?
Per rispondere a queste domande basta chiedere ai nostri nonni su casi simili del passato: siccità e diverse altre gravi calamità, che hanno sempre colpito ciclicamente gli esseri umani. In molti, ancora oggi, risponderebbero che tutto ciò accade “per i molti peccati dell’uomo”.
A tal proposito sembra profetico il Salmo 39: “castigando la sua iniquità tu correggi l’uomo, distruggi come tarlo ciò che ha di più caro”. Dio è nostro padre e come padre punisce i suoi figli per ricondurli a sé (“Beato l’uomo che tu castighi, Signore, e a cui insegni la tua legge” – Salmo 93).
Ma, soprattutto, domandiamoci: se è così, se cioè Dio ci sta punendo per i nostri peccati, quali sono questi peccati? Ci aiuta nella comprensione il succitato Salmo 39 (“ciò che ha di più caro”). Gli ulivi in Puglia significano economia florida, che non conosce crisi, perché basata su un bene di prima necessità.
Dio sta forse colpendo la nostra cupidigia?
Cerchiamo di rispondere ora alla seconda domanda che ci siamo posti: perché l’uomo non riesce a trovare soluzione a questa e ad altre piaghe? Qui il ragionamento è più complesso: non sarebbe una novità se le inchieste giudiziarie appena aperte dai tribunali locali portassero a scoprire che è l’uomo stesso ad agevolare la proliferazione del batterio. Ci chiediamo: perché alcuni paesi europei, come la Francia, quest’ultima, guarda caso, produttrice di olio, hanno affrettato così tanto i tempi per l’embargo di 102 specie vegetali pugliesi? Suscita  sempre stupore che molti settori importanti dell’economia italiana (Alitalia, Ilva, Fiat, ecc…) siano sistematicamente attaccati e poi fagocitati da potenze economiche straniere!
Ed infine ci domandiamo: è davvero utile (v. anche qui) l'estirpazione degli ulivi - alcuni dei quali centenari - per fermare il batterio? davvero la pianta non è in grado di autorigenerasi una volta colpita dalla malattia? e poi che fine faranno i campi ormai privi degli ulivi che si vogliono estirpare? Verranno impiantati nuovi ulivi? E da dove essi proverranno? Verranno impiantate nuove colture meno concorrenziali? I campi rimarranno a destinazione agricola  o verranno convertiti in edificabili?
Un politico italiano avrebbe detto che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca!
L'olivo non muore, scriveva Plinio. Ma a causa dell'uomo forse sì.
Ancora una volta è la cupidigia degli uomini che spinge a non intervenire con la dovuta prudenza e giusta energia in questa vicenda.
La risposta alla terza domanda può darsi anch’essa riferendosi alla memoria dei nostri anziani: di fronte alle gravi calamità, la supplica fiduciosa a Dio da parte della chiesa orante immediatamente ristabiliva la pace naturale delle cose (Distogli il tuo sguardo, perché io respiri, prima di andarmene e  scomparire – Salmo 39, 13).
Anticamente per tre giorni prima della solennità dell’Ascensione, il lunedì, martedì e mercoledì antecedenti, o in altri giorni adatti, si svolgevano tre giorni di penitenza con digiuno e canto delle Rogazioni (o Litanie minori) e venivano benedetti i campi, come a voler propiziare con l’aiuto di Dio il raccolto e a preparare di già un ringraziamento per il medesimo aiuto (“se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori” – Salmo 126,1; e ancora: “ecco dono del Signore sono i figli” – Salmo 126,3).
Certamente le processioni sono, e da cattolici dobbiamo crederlo sul serio, più efficaci di “fiaccolate” e “marce”, le quali ultime altro non fanno che rendere visibile la nostra impotenza.
Riprendiamo, dunque, a pregare Dio per il perdono della nostra cupidigia ed idolatria del denaro e facciamo benedire i campi.
E, soprattutto, cerchiamo di capire che l’economia serve per costruire il futuro dei nostri figli (Salmo 126,3) e non per guadagni sfrenati e ad ogni costo o lotte di potere fra i popoli!