Sante Messe in rito antico in Puglia

Visualizzazione post con etichetta chiese. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta chiese. Mostra tutti i post

mercoledì 11 luglio 2018

L'apostasia dilaga: eccone un altro: il sig. Nogaro, "vescovo" (si fa per dire) emerito di Caserta .....



"And so the Catholic Church continues on its path of aiding and abetting Europe’s civilizational and cultural suicide — not unwittingly, but with its eyes open. .... The Catholic Church was once one of the foremost bulwarks of defense in the jihad against Europe. But those days are long gone, to the degree that those who call attention to the fact that Europe faces a resurgence today of the same threat that it faced for centuries are ruthlessly harassed and silenced by Catholic authorities" (Steve Skojec, Italian Bishop: Ready to “Turn All the Churches Into Mosques”, in Onepeterfive, July 10, 2018).

Ciò a riprova del tradimento della neo-Chiesa di quella che è stata la Chiesa cattolica per quasi duemila anni, la Chiesa dei martiri iberici, di S. Pio V, dei santi Martiri di Otranto, dei santi crociati .... . Siamo, insomma, di fronte ad un'altra religione. 

domenica 30 aprile 2017

Al Naturalismo non servono le chiese - Editoriale di aprile 2017 di “Radicati nella fede”

Rilanciamo, nella festa di S. Caterina da Siena, Vergine e Patrona principale d’Italia (assieme a S. Francesco d’Assisi) e nella Domenica del Buon Pastore (II Domenica dopo Pasqua) quest’editoriale di Radicati nella fede.

Walter Grassi, S. Caterina dinanzi al Crocifisso, 1763, Casale Monferrato


Alessandro Franchi, S. Caterina da Siena, 1888, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma

Ambito italiano, S. Caterina da Siena, 1890-1910, Trento

Alessandro Franchi, Divino Pastore, XIX sec.

AL NATURALISMO NON SERVONO LE CHIESE


Editoriale di "Radicati nella fede"
Anno X n. 4 - Aprile 2017

Che crisi del Cattolicesimo! Che desolazione ci circonda! Un deserto sconfinato, pieno di ruderi, tra i quali si aggirano anime spaventate in cerca di una guida.
Apparentemente tutto sembra al suo posto... ancora segni della storia cristiana, monumenti che ti parlano del popolo di Gesù Cristo; ancora immagini di santi... ancora croci e altari... ancora chiese, ma senza la vita dentro.
Sì, è proprio questa l'impressione violenta: senza la vita dentro.
Intanto perché la maggioranza delle chiese resta chiusa: ti aggiri nei paesi con al centro, perennemente, la casa di Dio inaccessibile, non si sa per quale prudenza! Fatte per l'incontro degli uomini con Dio, edificate per il culto e per l'adorazione di Nostro Signore Gesù Cristo presente nel Santissimo Sacramento dell'Eucarestia, le chiese restano chiuse. Una parte di esse si apre solo per una veloce messa, il tempo per esplicare il rito scheletrico rinnovato, poi la porta viene di nuovo sprangata, in attesa della prossima volta; e questo solo per i villaggi che hanno, non si sa per quanto tempo ancora, la visita del prete.
La cristianizzazione del mondo si è propagata nei secoli passati con l'apertura di luoghi di culto. In una terra desolata arrivavano i monaci per primi, iniziavano ad edificare una chiesa e una casa, il monastero, e abitandola vi instauravano la lode di Dio, il servizio all'Altissimo, trasformando quel pezzo di mondo da pagano a cristiano.
La conversione dei popoli avveniva intorno ai monasteri, vere scuole del servizio di Dio. Paesi e poi città sono sorte attorno a questi luoghi consacrati; gli uomini hanno imparato dai monaci missionari cosa vuol dire vivere da cristiani, hanno imparato una vita redenta.
Le parrocchie poi, quelle della diffusione capillare della vita cristiana, hanno continuato il lavoro: erano piccoli ma veri e propri monasteri, dove un parroco abitando cristianamente quella porzione di terra assieme ai fedeli, garantiva la possibilità di una vita diversa da quella del mondo senza Dio; una vita ritmata dall'anno liturgico, dalla grazia dei sacramenti, dall'osservanza dei comandamenti. In una parola, garantiva la vita soprannaturale degli uomini.
È la storia della Cristianità.
Della cristianità, non solo del Cristianesimo: cioè la storia della trasfigurazione del mondo che prese la forma di Cristo.
Ne nacque una cultura. Una cultura, cioè una capacità intelligente di affrontare tutto secondo la forma di Cristo: il lavoro, la gioia, i dolori, la vita e la morte, l'arte e lo studio: tutto prese una forma nuova. Il Cristianesimo non solo era nella storia, ma fece la storia.
Oggi non è proprio più così, che tristezza. Oggi i cristiani non fanno storia, la subiscono.
Ma da dove arriva questo rivolgimento, questo terremoto inarrestabile che ha raso tutto al suolo?
Non ne vediamo che una origine: il Naturalismo.
Il Protestantesimo e il suo “cavallo di troia” che lo ha introdotto tra noi, cioè il cattolicesimo liberale, hanno prodotto il cattolicesimo modernizzato che non è nient'altro che naturalismo.
Questo naturalismo “cattolico” crede in Dio, ma in un Dio da guardare da lontano, un Dio che in fondo in fondo non si è rivelato; o meglio, si riduce la rivelazione al fatto che Dio dice che c'è. E con questo Dio gli uomini hanno un semplice rapporto tra creatura e Creatore: tutto qui. Allora questo vuoto nel rapporto tra Dio e gli uomini viene riempito dalle nostre idee e opinioni; viene colmato dalle mode del momento, viene assunto come contenuto religioso quello che il mondo pensa: così si assiste a quella perenne giostra di cambiamenti che tanto piace ai cattolici nuovi, che stanno picconando ciò che resta della cristianità.
Invece Dio si è rivelato.
E ha rivelato un contenuto: ha rivelato la sua vita intima. Dio è Padre; dall'eternità, quando ancora non splendeva la luce creata sul mondo, Dio genera un Figlio, al quale comunica la sua natura, le sue perfezioni, la sua beatitudine, la sua vita. E il Padre e il Figlio sono uniti in un vincolo d'amore potente e sostanziale, da cui procede quella terza persona che la Rivelazione chiama con un nome misterioso: lo Spirito Santo. È il segreto della vita intima di Dio.
Per un trasporto d'amore Dio decreta di chiamare delle creature a dividerla: questa vita traboccherà dal seno della divinità per raggiungere e beatificare elevandoli al di sopra della loro natura, degli esseri tratti dal nulla: gli uomini.
Per questo il Figlio si fa uomo, il Verbo si fa carne: perché in Cristo, nella sua grazia santificante che discende dalla Croce, noi siamo adottati come figli, come veri figli.
“Ecco, voi siete divinizzati” (Gv 10,34): da questa trasformazione dell'uomo, chiamato a partecipare, ad aderire alla vita intima di Dio, nasce la Cristianità, cioè la trasformazione del mondo intero, della storia e della realtà, chiamata a servire l'unica cosa necessaria, cioè la trasformazione dell'uomo nella santità.
Questa è l'opera della vita, l'unica in fondo.
Per questo c'è la Chiesa, per quest'opera hanno lavorato gli operai del vangelo nei secoli, per questo Dio ha voluto la Cristianità, cioè il mondo trasfigurato dalla grazia.
Ma oggi non si parla quasi più della Trinità, della grazia santificante, della vita intima di Dio, della santità di Dio e della nostra santificazione. Si dice solo che Dio c'è, ma per questo non era necessaria la rivelazione, bastava la ragione umana.
Per questo le chiese chiudono: alla religione naturale non servono più.

giovedì 4 agosto 2016

lunedì 1 agosto 2016

sabato 30 luglio 2016

Rispetto dei luoghi sacri e decoro dell’abito sacerdotale

Nella festa dei santi martiri Abdon e Sennen, rilanciamo questo contributo.



  

Ambito romano, Crocifissione con Madonna ed i SS. Maria Maddalena, Giovanni evangelista, Abdon e Sennen, XVIII sec., museo diocesano, Rieti

Guillaume Courtois, Sepoltura dei SS. Abdon e Sennen, 1656-57, Basilica di S. Marco, Roma

Rispetto dei luoghi sacri, decoro dell’abito sacerdotale… qualcuno se ne ricorda?

di Giovanni Lugaresi

“… È perciò un peccato che di fatto, la consacrazione […] venga ai nostri giorni vanificata, proprio ad opera di sacerdoti, con manifestazioni non compatibili col luogo sacro: concerti, spettacoli, balletti, riunioni di ogni tipo, che un tempo si facevano fuori, o ‘di fronte al tempio’, come ricorda la parola latina pro-fanum; sembra inarrestabile il fenomeno delle chiese adibite a concerti non solo di musica sacra ma profana: gli atti non sacri che normalmente si fanno altrove, comportano una profanazione. Nella pubblicità delle cosiddette ‘Notti Sacre’, scorreva in sequenza la scritta ‘musica, preghiera e spettacoli nelle chiese’: una scimmiottatura delle ‘Notti Bianche’, ormai diffuse nelle città secolarizzate europee. Come il cristiano nell’iniziazione consacra se stesso a Dio, dopo l’esorcismo, così il luogo santo con la dedicazione è consacrato a Dio, dopo essere stato sottratto all’influenza del maligno, che deve restare fuori del tempio con tutte le sue azioni. Non si possono ospitare tali o altre azioni profane, laddove si celebrano i divini misteri. Come è possibile che vescovi e preti abbiamo dimenticato che quel luogo, edificato spesso con sacrificio dei fedeli, è stato ‘dedicato’ – parola che ricorda l’atto con cui si offre qualcosa di molto personale a chi si ama – a Dio?…”.
Queste espressioni si leggono nel nuovo libro di don Nicola Bux “Con i sacramenti non si scherza” (Prefazione di Vittorio Messori; Cantagalli Editore; pagine 223, Euro 17,00) che dovrebbe essere letto e meditato soprattutto da certi presbiteri e, naturalmente, da certi vescovi.
Quelle espressioni le abbiamo tratte dalla parte finale del libro, il capitolo “L’estensione del senso sacramentale”, con riferimento alla “Benedizione della chiesa e… profanazione”.
Già, la chiesa, il luogo sacro, la casa di Dio – si diceva una volta. Dove peraltro, a quanto pare (o per lo meno in non pochi casi), Dio viene… dopo.
Viene dopo la vanità e le “fantasie” del prete, che fa quello che vuole, alterando il rituale della messa, per esempio. E non ci si riferisce al vetus ordo, bensì al novus ordo, che pure ha delle “regole”, regolarmente (ci si consenta il bisticcio) disattese dai celebranti.
Facciamo una sola osservazione, secondaria, rispetto a ben altre “alterazioni”, aggiunte, omissioni.
Dopo il saluto finale, di “andare in pace” (non ce n’è uno migliore!) per esempio, occorre dire: “buona domenica”? E che bisogno c’è di affidare la distribuzione delle sacre particole a un laico? Dove sta scritto? Ci risulta, da nessuna parte… Potremmo citare altre cose, ma lasciamo perdere.
Per occuparci invece di altre azioni come l’applauso: non a Dio, bensì ai cresimandi, agli sposi (una volta lo si faceva fuori dalla chiesa insieme al lancio del riso!), ai morti, perfino, dopo certe interminabili testimonianze, sermoni, letture, messaggi, e chi più ne ha più ne metta, spesso una baraonda indescrivibile…
E poi, ecco: ci sia mai nessun prete che controlla come ci si presenta in chiesa? Cioè come ci si va vestiti? Donne e ragazze sbracciate, indossano braghette (si chiamano minishorts?) e da qualche tempo anche i maschi non scherzano. Uomini maturi che vanno a far la comunione (a ricevere il Corpo di Cristo) come andassero in spiaggia: pantaloni corti e infradito ai piedi… Ma dove siamo? Consapevolezza del luogo dove ci si trova? Rispetto per Nostro Signore? – detto per inciso, a volte sembra di trovarci a “ruoli” invertiti: al centro, non più Dio, ma l’uomo (il prete), o gli uomini (i fedeli): ma questo non significa creare degli idoli, nuovi idoli al posto del vero Dio?…
Rispetto per certi preti, no, non lo meritano. Dal momento che sono proprio loro, a dare il cattivo esempio, dal momento e nel momento che li vedi in giro vestiti da tutto, tranne che… da prete.
Ce ne erano sette, sere fa ad una sagra paesana in un paese del Veneto ad aggirarsi fra gli stands, fermarsi davanti ad uno spiedo gigante. E uno degli addetti alla cucina cui si era rivolto uno di questi individui, non conoscendolo ma vedendo i suoi abiti senza alcun “segno di riconoscimento-distintivo” gli ha risposto chiamandolo “capo”, come si usa da certe parti, in certe occasioni, con certe persone.
Non diversamente è andato ad altri che si sono visti pochi giorni fa (siamo a fine luglio) arrivare a casa il parroco a cavallo della bicicletta, maglietta verde a mezze maniche, jeans con robuste tiracche, cappellino da giocatore di baseball in testa… a fare che cosa? Ma a dare la benedizione “pasquale”! Al che, uno di questi laici ha avvertito il parroco… ritardatario e vestito in modo non degno di un sacerdote nell’adempimento delle sue funzioni, che la “benedizione pasquale” era già venuto a impartirla, nel periodo giusto, qualcun altro: un frate amico!
Ora (limitandoci all’abito): possibile che non esista più il concetto del “decoro dell’abito”, appunto, riguardante laici e presbiteri? Non è una questione di forma, è una questione di sostanza, alla base della quale ci sono, secondo noi, due elementi: buona educazione, rispetto del prossimo, ma soprattutto, trattandosi di “cose di religione”, rispetto di Dio, della chiesa, per cui più che mai l’abito deve essere consono al ruolo ricoperto.
E per quel che riguarda poi il vestirsi… da tutto, tranne che da prete (oh, i begli abiti che sembrano tagliati da Caraceni!, oppure vestitacci da sensale di bestiame nei paesi); sovviene un ricordo di giovinezza.
Correva l’anno 1966 e non era ancora estate. Ragazzo di bottega nella redazione del Resto del Carlino di Ravenna, il caposervizio incaricò me, cattolico e conoscitore di tanti preti, di svolgere una piccola inchiesta sulla adozione del clergyman, da poco concessa dalle autorità ecclesiastiche, che prevedeva anche il mantenimento di quel colletto bianco chiamato anche “collare romano”, adesso raramente usato, perché si preferisce tenere aperta al collo la camicia e in tal guisa apparire magari in tv mentre si spiega il Vangelo domenicale… in chiesa!!!
Feci un giro di telefonate e la risposta che mi piacque maggiormente fu quella di don Giovanni Zambotti, colto personaggio, docente di filosofia in seminario, che disse pressappoco: vedi, mio caro, ci sono preti grassi e magrissimi, belli e brutti, piccoli e alti… la veste talare copre tutto e va bene così! Vedrai che robe con il clergyman!!!
In effetti, clergyman prima, abiti vari poi, esaltano pregi e difetti fisici di chi li indossa. Certo, questo è un discorso che riguarda l’estetica, e non gli diamo un peso superiore a quello che ha, però… però… vedere certi preti budelloni, con ventri prominenti, ancorché sostenuti da robuste tiracche, non aiuta ad avere il senso del loro ministero…
Prevediamo la battuta antica: “l’abito non fa il monaco”.
Verissimo, ma noi abbiamo sempre sostenuto che “può aiutare a farlo!”.
E se questi preti (non parliamo di certi vescovi, ignari di quel che fa il loro clero, e che magari non vogliono neppure saperlo – forse perché ciò metterebbe in discussione i loro compiti, anche, di controllo?) sono così, si comportano così, è ovvio che nelle loro chiese si faccia di tutto, tranne che avere rispetto e rendere omaggio al “padrone di casa”, cioè a Nostro Signore, al quale peraltro vengono voltate le spalle nelle celebrazioni liturgiche…
Et de hoc, satis.
PS: Tutto quanto sopra è stato visto, ben osservato da chi scrive.