Sante Messe in rito antico in Puglia

domenica 21 ottobre 2012

L'Organo nella liturgia: fra primazia e compromessi sul Re degl'istromenti


II Colloquio sulla Musica Sacra
Cinquant’anni dopo il Vaticano II
alla luce del Magistero di Benedetto XVI
Verona 6 ottobre 2012 



Intervento di don Gilberto Sessantini

Dall’anatema di San Girolamo (347-420)  che, ancora alla fine del IV secolo, invitava a stare lontani dall’organo perché culturalmente legato ad un mondo pagano e dai costumi disdicevoli (1) all’affermazione che esso è il “re degli strumenti” fatta da Guillaume de Machaut (1300ca.-1377) (2) sancendo così la sua definitiva consacrazione a strumento per eccellenza – secondo il suo significato etimologico (3)  – e a strumento ecclesiastico per definizione – per il suo uso peculiare – molto tempo è passato. Un millennio in cui, l’organo di fatto è divenuto lo strumento principe, non esclusivo certo, ma preferenziale della liturgia cristiana occidentale.  E tale è rimasto, indisturbato, fino all’immediato postconcilio, quando il suo trono ha cominciato a scricchiolare e la sua peculiarità ad essere messa in discussione. 

Cinquant’anni dopo il Vaticano II

Non possiamo non cogliere impressionanti analogie tra quanto è avvenuto per il canto gregoriano e quanto accadde e accade tuttora per l’organo. Mentre il Vaticano II indicava nel canto gregoriano il canto proprio della liturgia latina, esso veniva di fatto estromesso dalla liturgia fino a farlo diventare “un estraneo a casa sua” (4) . Nonostante un dettato conciliare limpido e chiaro, che additava nell’organo lo strumento principe della liturgia per le sue intrinseche capacità in ordine al rito e ai suoi scopi (5) , le applicazioni concrete aprivano la strada ad altri strumenti. I criteri di ammissibilità non erano certo quelli ritenuti tali dall’assise conciliare (6) , ma un criterio, vago e soggettivo, di ammodernamento e di corrispondenza ai gusti del momento, soprattutto, si diceva, dei giovani. Alla massima espressione di lode nei confronti dell’organo corrispose, nella realtà dei fatti, l’inizio del suo declino. E se anche non possiamo prescindere dall’ambiente culturale in cui tali applicazioni concrete sorsero - il ’68 - e collocare in quella temperie culturale gli eccessi assunti a paradigma, certo non possiamo fare a meno di chiederci come si è potuti giungere a tal punto, ora che l’ubriacatura del’68  è finita, l’euforia è passata e ci rimane solo un gran mal di testa da post-sbornia. 
Il peccato originale, mi si permetta l’espressione, mi pare lo si possa scorgere nella “Settimana internazionale di Friburgo” (22-28 agosto 1965) avente come tema “Il canto nel rinnovamento liturgico” (7), durante la quale diversi relatori, applicando alla liturgia e alla sua musica i principi della teologia della secolarizzazione (8), giunsero ad affermare che “dopo Cristo ogni arte è fondamentalmente profana” e che “ogni musica integrata al culto , per il fatto stesso che può esercitarvi una funzione rituale diviene ‘sacra’. Non vi sono più limiti , specificazioni, sacralizzazioni, se non quelli richiesti dalla funzionalità di ogni arte nella liturgia”. Nella dialettica rinnovamento-tradizione con la quale ci si pose e si impostò il dibattito, finì triturato il buon senso e quanto il Vaticano II aveva disposto. Invano il noto liturgista Jungmann, cui in quel convegno spettò la prima relazione, insistette nel “tornare ai principi” e alla prudenza conciliare che ammetteva innovazioni solo se dimostrate veramente utili, in modo tale che le “nuove forme risultino come uno sviluppo organico delle forme già esistenti” per cui – concludeva Jungmann – per costruire l’avvenire “occorre soltanto risfogliare la storia della liturgia”.   Con buona pace di Jeannetteau, insigne gregorianista, che aveva insistito sul carattere esemplare del gregoriano per giungere ad una sintesi verbo-melodica anche nei nuovi canti nelle lingue nazionali e che aveva ammonito a non abbandonare il gregoriano perché “non è da questo abbandono che nascerebbe il rinnovamento desiderato”, le sue e le posizioni degli altri “grandi vecchi” vennero tacciate come appartenenti a “buon senso cauteloso” e, nel contesto della discussione comune, apparivano velate di “un tono esoterico e insieme perentorio” e dettate dalle “ragioni del cuore che mal si adattano a misurarsi con la logica”. In questa linea auto-distruttiva che prese il sopravvento, anche l’organo venne declassato a strumento qualunque, giungendo anzi a venirgli negata (!) la patente di strumento ideale per accompagnare il canto “a causa del suono fisso che lo caratterizza, in totale contrasto con la flessibilità della voce umana. Meglio altri strumenti, più duttili e idonei a sostenere le voci e a marcare la ritmica” così il Reboud (9). Ciò che fino a qualche decennio prima, come ad esempio asseriva C.M. Widor, era la caratteristica principale che qualificava l’organo come strumento “sacro” per eccellenza e particolarmente adatto al sostegno del canto, veniva ora  utilizzato per denigrarlo ed estrometterlo dalla chiesa e dalla liturgia. Per Widor infatti, i suoni prodotti e  tenuti teoricamente anche per una durata illimitata danno un’idea dell’infinito e possono risvegliare in noi l’idea religiosa; il suono “inerte” dell’organo significa  omogeneità, durata, stabilità infinite e questa inerzia non è un difetto ma la base della bellezza dell’organo e la sua perfetta idoneità a sostenere il canto di pochi o di tanti (10) . E questa è anche l’esperienza plurisecolare che caratterizza il servizio organistico nella liturgia. Ma la pervicacia innovativa e distruttiva giungeva a mistificare la realtà. Ciò che secoli di storia della musica e di prassi consolidata sostenevano e provavano, veniva praticamente misconosciuto e, peggio, ridicolizzato. Esaltando le istanze innovatrici del Vaticano II, tali prese di posizione calpestavano il dettato conciliare stesso, reo di pagare lo scotto ad “esaltazioni romantiche” del concetto di musica sacra, del canto gregoriano e dell’organo. Il problema non è certo che a quel convegno si espressero queste opinioni, ma il fatto che queste opinioni sostituirono il Magistero e condizionarono la prassi. Da quel convegno, infatti, sorse il gruppo Universa Laus i cui membri, o i loro epigoni,  ancora oggi, dopo quasi cinquant’anni, siedono a “consulere” i vari uffici liturgici nazionali, impedendo pure un legittimo ricambio generazionale e di pensiero. Perché il resto del mondo, ma non se ne sono ancora accorti, non la pensa più come loro.  Non fu più , quindi, la Sacrosanctum Concilium a guidare la riforma liturgica, ma l’interpretazione che alcuni le davano.  

Paradossalmente sono le stesse armi usate da costoro che ora li condannano. Infatti, uno dei loro cavalli di battaglia riguarda il trinomio musica-liturgia-cultura (11)  dove è la cultura che determina quale musica e quale liturgia sia possibile ed auspicabile per una data assemblea celebrante. Questa impostazione “dal basso” è già stata sufficientemente contestata da uno scritto di Ratzinger che  criticava la  voce “Canto e Musica” del “Nuovo Dizionario di Liturgia” edito dalle Paoline e non mi dilungo ad esporla (12)  . Ma è proprio il concetto di cultura che occorre approfondire. Di quale cultura si tratta? Di una vera, reale, constatabile espressione dei nostri e degli altri tempi, oppure di una cultura falsa, che non esiste, inventata a tavolino per giustificare i propri assunti? Perché la cultura “qua talis” vede ancor oggi e da secoli nell’organo uno strumento “sacro” per eccellenza, chiamato a commentare i riti, a  sostenere il canto, a creare clima di preghiera e di sacralità. Ne fanno fede le innumerevoli citazioni sia musicali che cinematografiche, teatrali o televisive, pubblicitarie, d’intrattenimento o di contenuto. Due o tre accordi d’organo segnalano immediatamente (nel senso letterale del termine e cioè senza altre mediazioni culturali) l’irrompere del sacro, non solo all’opera ma anche in musiche rock ben lontane dal volere portare a Dio; e non solo per gli occidentali, ma, nel villaggio globalizzato, anche per chi appartiene ad altri mondi culturali. Lo stesso avviene per l’immagine televisiva o cinematografica del prete: sempre in abito talare (Don Matteo docet). E per il canto gregoriano. Prescindendo pure dalle innumerevoli pagine di letteratura organistica, veri monumenti musicali (ma forse essi non sono o non fanno cultura!?!), basterebbero citare le numerose pagine in cui la letteratura fa riferimento all’organo come strumento “sacro”: da Virgilio, Teocrito, Lucrezio, Dante, Guillame de Machaut, a Jean Froissart, Michel de Montaigne, John Milton, Robert Browning, Victor Hugo, Honoré de Balzac, Erasmo, Rabelais e Pascal (13) . E allora?  Non sono forse, queste, espressioni della cultura e, per quanto riguarda gli esempi citati più vicini a noi, espressioni della cultura dominante?
Un altro cavallo di battaglia è costituito dal demonizzare il concetto di sacro applicato alla musica e all’organo, oltre che a tutto ciò che la Chiesa considera il suo tesoro più sacro: la Divina Liturgia. Non potrebbe essere diversamente provenendo il loro pensiero dalla teologia della secolarizzazione. Ma questa posizione, a prescindere dai discutibili contenuti teologici, pecca di nominalismo. Infatti, comunque, la si voglia chiamare: “musica per la liturgia, musica liturgica, musica ecclesiastica, musica spirituale, musica religiosa, musica sacra …”  (14) la sostanza è che la Chiesa si è sempre sentita in diritto/dovere di ammettere o non ammettere musica e strumenti a seconda della rispondenza o meno al proprio “progetto rituale”, marcando un linea di confine ben netta ed individuabile, che solo chi è in mala fede non può non vedere e accogliere come tale. Non possiamo dimenticare, inoltre, che la musica è sacra ancor più che per una funzione per la sua origine; origine che, come dimostra qualsiasi trattato di etnologia musicale, è di tipo religioso. Già nella riflessione musicologica di Boezio (475–525) con la sua tripartizione tra musica mundana-humana-instrumentalis vengono poste le basi filosofiche e teologiche di quella che è divenuta poi la musica sacra/musica liturgica dei documenti ecclesiastici (15). Nella trattatistica medievale, inoltre, musica misurata (sacra) e musica non misurata (profana) si rispecchiano in strumenti che sono sacri o profani a seconda che rispecchino la mensura stabilita in base ai rapporti pitagorici propri del monocordo e tra questi e la mensura del cosmo e l’organo è posto tra gli strumenti sacri proprio perché produce suoni misurabili da canne che rispondono a misura prestabilite le cui proporzioni richiamano modelli matematici universali (16). Comprendiamo, quindi, il livello di profondità raggiunta dalla riflessione su questi temi che non si possono sbrigativamente e grossolanamente catalogare come “mito” e “suggestione del sacro” (17) e sciogliere la valenza del sacro musicale solo nella dimensione prettamente funzionale.

La primazia

 L’organo, quindi, culturalmente parlando è ancora uno strumento che all’interno di ciò che chiamiamo “sacro”  e liturgia ha ancora un ruolo ben definito, anzi, una primazia.
Quale primazia?
Il tempo non ci concede una disamina approfondita delle motivazioni per cui la Chiesa si è espressa nei termini che conosciamo riguardo all’organo “il cui suono è in grado di aggiungere un notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti.” (SC120) . Bastino alcune osservazioni.
Di certo, c’è una primazia derivata dalle possibilità tecniche e foniche dello strumento. Sono di due tipi: una riguarda la capacità di sostenere il canto di uno, di pochi o di tanti, capacità legata alla amplissima gamma dinamica di cui l’organo è capace e che nessun altro strumento possiede, neppure se amplificato; l’altra riguarda la capacità di colorare diversamente i singoli momenti del rito e le varie sfaccettature di cui la liturgia è ricca. Nessun altro strumento, da solo, è in grado di esprimere tutto questo e non a caso vi è molta analogia tra un organo e l’orchestra, anzi con tutti i suoni della creazione. Lo ha ricordato Benedetto XVI nel discorso per la benedizione dell’organo della Alte-Kapelle di Ratisbona: 

“L'organo, da sempre e con buona ragione, viene qualificato come il re degli strumenti musicali, perché riprende tutti i suoni della creazione e – come poco fa è stato detto – dà risonanza alla pienezza dei sentimenti umani, dalla gioia alla tristezza, dalla lode fino al lamento. Inoltre, trascendendo come ogni musica di qualità la sfera semplicemente umana, rimanda al divino. La grande varietà dei timbri dell'organo, dal piano fino al fortissimo travolgente, ne fa uno strumento superiore a tutti gli altri. Esso è in grado di dare risonanza a tutti gli ambiti dell'esistenza umana. Le molteplici possibilità dell'organo ci ricordano in qualche modo l'immensità e la magnificenza di Dio”.  (18)

In secondo luogo c’è una primazia di carattere simbolico. Anche in questo caso due sono gli ambiti. Uno ecclesiologico, l’altro liturgico-sacrale. Il primo l’ha espresso molto bene Benedetto XVI sempre nel discorso per la benedizione dell’organo della Alte-Kapelle di Ratisbona: 

“In un organo, le numerose canne e i registri devono formare un'unità. Se qua o là qualcosa si blocca, se una canna è stonata, questo in un primo momento è percettibile forse soltanto da un orecchio esercitato. Ma se più canne non sono più ben intonate, allora si hanno delle stonature e la cosa comincia a divenire insopportabile. Anche le canne di quest'organo sono esposte a cambiamenti di temperatura e a fattori di affaticamento. È questa un'immagine della nostra comunità nella Chiesa. Come nell'organo una mano esperta deve sempre di nuovo riportare le disarmonie alla retta consonanza, così dobbiamo anche nella Chiesa, nella varietà dei doni e dei carismi, trovare mediante la comunione nella fede sempre di nuovo l'accordo nella lode di Dio e nell'amore fraterno. Quanto più, attraverso la Liturgia,  ci lasciamo trasformare in Cristo, tanto più saremo capaci di trasformare anche il mondo, irradiando la bontà, la misericordia e l'amore per gli uomini di Cristo.”  (19)

L’analogia con il corpus ecclesiae è mirabile anche nella sua attualità.
Il secondo ambito in cui l’organo esprime la sua primazia di carattere simbolico è quello liturgico-sacrale. Come avviene per gli altri luoghi liturgici (altare, ambone, cattedra...) pure l’organo “parla” e rimanda alla sua funzione anche quando la liturgia non è in atto. La sua presenza, il suo esser-ci, è simbolo di quel canto che esso sostiene, di quella musica che, come affermava Victor Hugo, “unisce ai Cieli la terra” (20). La sua presenza connota ancor più un edificio ecclesiastico per quello che è: luogo di culto, luogo di preghiera, luogo di vita. Anche senza emettere una nota. Cosa che non farebbe una chitarra, una batteria o un flauto posti in un canto della chiesa: nella nostra cultura essi hanno un’altra valenza culturale, appunto. 

I compromessi

Se tali sono i caratteri che definiscono la primazia dell’organo nella liturgia, è ancor vero che la situazione odierna costringe a dei compromessi.
Quali compromessi?
Innanzitutto con il repertorio dei canti. A parte i due secoli (Sette e Ottocento) in cui la maggior parte della letteratura organistica (italiana si badi bene) si è allontanata dal gregoriano per ricercare in ambito profano la propria ispirazione, il connubio tra organo e repertorio vocale sacro è sempre stato stretto. Pensiamo a quanto hanno suggerito le melodie dei corali o dei temi gregoriani lungo i secoli. Oggi a cosa può ispirarsi un organista se non a ciò che si canta in chiesa, perché tale è la sua funzione? Purtroppo la situazione la conosciamo tutti e non è certo continuando sulla linea del cosiddetto Repertorio Nazionale, che si può dare una svolta  al canto liturgico. Ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano. All’organista serio non resta che nobilitare con la sua arte ciò che nobile non è e che solo la protervia di certo clero e di certi animatori musicali continua a propinare durante i divini misteri. 
In secondo luogo, con gli altri strumenti. La primazia non è supremazia. E la storia della musica e dei documenti ecclesiastici ci conferma che sempre, accanto all’organo, hanno preso posto anche altri strumenti, non nell’ordinarietà sempre riservata all’organo, ma nella straordinarietà. Le principali feste vedevano aggiungersi all’organo archi e ottoni, non in modo indiscriminato, ma secondo necessità musicali, coloristiche o simboliche (trombe a Pasqua, oboi a Natale), così come si ingrossavano le fila dei cantori. Si metteva in pratica già allora quella solennizzazione progressiva che Musica Sacram nel 1967 suggeriva per differenziare anche con canto e musica i gradi liturgici delle celebrazioni (21).  Se gli strumenti sono suonati da professionisti e  se sono scelti con criteri musicali essi contribuiscono alla riuscita del “progetto liturgico”. Se sono un’accozzaglia di strumenti disomogenei scelti per “far partecipare” i ragazzi, allora il discorso cambia. Ma anche in un caso-limite come quest’ultimo all’organista serio spetta il compito di fare da orchestratore, distribuendo le parti secondo le regole della musica e del buon senso.   
Infine il compromesso con la liturgia. Essa è quella che è, anzi essa è come viene celebrata, spesso senza quel necessario “spirito della liturgia” (22) che aiuta sacerdote e fedeli ad entrare e a mettersi  alla presenza del Signore;  e se prima della riforma il Caeremoniale Episcoporum assegnava minuziosamente all’organo numerosi interventi solistici (23), ora, per dirla con i nostri “amici”, la presenza dell’organo è tutta da inventare. Nel senso positivo del termine e proprio a partire dalle dinamiche interne della liturgia e a partire dagli “spazi di libertà” che il rito stesso prevede direttamente o indirettamente. Qui l’organo può molto, addirittura può supplire la mancanza di spiritualità liturgica di preti e assemblee. Ecco quindi che, circolarmente,  da un compromesso scaturisce di nuovo per l’organo una primazia.
Non ho volutamente considerato tra i compromessi la questione economica, perché più che un compromesso essa è un’ingiustizia.

Tra primazia e compromessi anche oggi la liturgia non può fare a meno dell’organo e l’organo non può fare a meno della liturgia. Il dettato conciliare è chiaro, la sua mens (il cosiddetto spirito) altrettanto; sono i cuori di chi deve metterlo in pratica che han bisogno di conversione.

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Note:

[1 ]SAN GIROLAMO, Lettera 107, 8  a Laeta sull’educazione di sua figlia Paola: “Che ella sia sorda all’organo, al flauto, alla lira e alla cetra; che ella ignori perché questi strumenti sono stati inventati” . 
[2] Cfr. CECIL CLUTTON, L’organo, in ANTONHY BAINES (a cura di), Storia degli strumenti musicali, Milano 1983, p.50. In RENÉ BRANCOUR, Histoire des instruments de musique, Paris 1921, p. 210 viene anche riportato il distico di de Machaut “Et de tous instruments le roi/ Dirai-je ici, comme je croi, orgue.”
[3] Organo infatti in greco significa strumento.
[4] Cfr. FULVIO RAMPI, Il canto gregoriano: un estraneo in casa sua,  relazione tenuta il 19 maggio 2012 a Lecce nel primo convegno: "Colloqui sulla musica sacra. Cinquant'anni dal Concilio Vaticano II alla luce del magistero di Benedetto XVI"
[5]“ Nella Chiesa latina si abbia in grande onore l'organo a canne, strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di aggiungere un notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti.” SC 120a.
[6] “Altri strumenti, poi, si possono ammettere nel culto divino, a giudizio e con il consenso della competente autorità ecclesiastica territoriale, a norma degli articoli 22-2, 37 e 40, purché siano adatti all'uso sacro o vi si possano adattare, convengano alla dignità del tempio e favoriscano veramente l'edificazione dei fedeli.” SC 120b.
[7] Cfr. GINO STEFANI, “Friburgo: Prima settimana mondiale della nuova musica sacra”, in Rivista Liturgica, anno 1965,n°4, pp.492-498, da cui sono tratte le citazioni delle relazioni e dei giudizi di Stefani.
[8] Questa teologia afferma che il Cristianesimo, per effetto dell’ Incarnazione, si ridurrebbe a “religione secolare”, ovvero una religione che non ha più nulla da dire sul piano della salvezza del mondo ma solo su quello del giusto funzionamento del mondo stesso. Ogni realtà mondana sarebbe già salvata, ciò che occorre fare è solo operare socialmente nel mondo. La storia non è più il luogo della manifestazione della Rivelazione e della Verità, ma diviene essa stessa Rivelazione  e Verità. Accettando in toto il percorso della filosofia contemporanea e dello sviluppo scientifico-tecnologico moderno questa teologia  svaluta da un lato la metafisica e dall'altro toglie alla fede qualsiasi segno di sacralità. Partendo dal presupposto che solo accettando pienamente la secolarizzazione della Chiesa - il suo perdere qualsiasi significato mitico-metafisico, la sua pretesa teologico-epistemica che pretendeva di vincolare l'uomo al soprannaturale - si può riaprire finalmente un orizzonte autentico entro il quale sviluppare un rapporto più genuino tra Dio e l'uomo. Contro tale “teologia” si è ben espresso il Sinodo dei Vescovi del 2005 nei cui Lineamenta così troviamo scritto: “Il sacro è segno dello Spirito Santo. Dice S. Basilio Magno: “Tutto ciò che ha un carattere sacro è da lui che lo deriva”.[208] Malgrado nel tempo della desacralizzazione si sia pensato che il confine tra il sacro e il profano fosse infranto, Dio non si ritira dal mondo per abbandonarlo alla sua mondanità. Finché il mondo non è trasformato e Dio non è ancora tutto in tutti (1 Cor 15,28), si conserva anche la distinzione tra sacro e profano.” Sinodo dei Vescovi,
XI Assemblea generale ordinaria su: L’Eucaristia: fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa, Lineamenta n° 61.
[9] Così sintetizza lo STEFANI: “La relazione Reboud è stata tra le più documentate e lungimiranti: Dopo aver ricordato le origini profane dell’organo e il suo recentissimo (sec. 19°) [sic!] impiego come strumento d’accompagnamento, il relatore osserva che questo non è affatto lo strumento ideale per accompagnare il canto, e suggerisce esempi concreti in cui esso può venire sostituito utilmente da altri strumenti. Nella relazione, e poi nella discussione del gruppo italiano, si precisa che il suono fisso e l’emissione rigida dell’organo non sono vocali ma che invece si sovrappongono e si impongono all’intonazione e al vibrato ben più flessibili e propri della voce, con il risultato frequente di irrigidire e meccanizzare questa. Inoltre, il tessuto armonico organistico, per quanto esile, basta per costituire una fascia sonora che spesso finisce per incorporare a sé la voce degradandola al semplice ruolo di parte polifonica. In questo caso la musica prevale sul canto, e la priorità della parola è perduta”.  Cfr. G. STEFANI, op. cit. p.497.
[10] Cfr. GIUSEPPE CLERICETTI, Charles-Marie Widor. La Francia organistica tra Otto e Novecento”, Varese 2010, p.40.
[11] Esso costituisce anche il titolo del documento fondativo del gruppo, documento stilato nel 1980. In esso significativamente non si parla mai di Chiesa Cattolica ma sempre di Chiese, mai di culto cattolico ma di culti cristiani, non si cita mai un documento del Magistero, ma sempre opinioni assurte a dogmi e presentate in modo apodittico, con la supponenza tipica di un certo modo di fare cultura. 
[12] Cfr. JOSEPH RATZINGER, Opera Omnia, volume XI,  Teologia della liturgia, Città del Vaticano 2008, pp. 605ss. Il lemma del Nuovo Dizionario di Liturgia è scritto da Eugenio Costa e Felice Rainoldi.
[13] Cfr. RENÉ BRANCOUR, op. cit., pp 209-213.
[14] Tutti nomi che si possono ritrovare anche nella letteratura vocale od organistica, oltre che nei documenti ecclesiastici, e che al di là delle sfumature di significato che assumono nella propria area linguistica denotano una volontà di demarcazione specifica.
[15] Cfr. BOEZIO, De institutione musica, trad. G. Marzi, Roma, 1990.
[16] ELENA FERRARI BARASSI, La materia prima sonora: gli strumenti musicali, in Atlante storico della musica nel Medioevo, Milano 2011, pp. 198ss.
[17] Cfr. NICOLAS SCHALZ, La nozione di musica sacra, in Rivista Liturgica, 1972-2, p.183-207. In particolare sull’organo la pag. 203, in cui l’autore afferma: “Sfortunatamente la Costituzione conciliare sulla Liturgia e la stessa Istruzione del 1967 sulla musica nella Liturgia conservano questo atteggiamento nei confronti dell’orgao. I capitoli che ne trattano sono i meno felici di questi documenti”.
[18]BENEDETTO XVI,  Saluto per la Benedizione del nuovo organo della Alte Kapelle di Regensburg, 13 settembre 2006, in :  http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2006/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20060913_alte-kapelle-regensburg_it.html
[19] Ibidem.
[20] “L’orgue, le seul concert, le seul gémissement / Qui mêle aux Cieux la terre”.  In VICTOR HUGO, Les Chants du crépuscule, XXXIII: Dans l’eglise de ***, I. (1835) .
[21] A proposito degli strumenti musicali nella liturgia Musica sacram aggiunge ulteriori specificazioni rispetto al dettato conciliare: “Nel permettere l'uso degli strumenti musicali e nella loro utilizzazione si deve tener conto dell'indole e del
le tradizioni dei singoli popoli. Tuttavia gli strumenti che, secondo il giudizio e l'uso comune, sono propri della musica profana, siano tenuti completamente al di fuori di ogni azione liturgica e dai pii e sacri esercizi. Tutti gli strumenti musicali, ammessi al culto divino, si usino in modo da rispondere alle esigenze dell'azione sacra e servire al decoro del culto divino e alla edificazione dei fedeli.” (n° 63). Ancora una volta la connotazione culturale è determinante per l’ammissione o meno di uno strumento nella liturgia.
[22] Cfr. JOSEPH RATZINGER, Introduzione allo spirito della liturgia, Cinisello Balsamo 2001.
[23] Cfr. GILBERTO SESSANTINI, L’organo nella liturgia tra Cinque e Seicento, in AA.VV. , L’Organo Antegnati 1558-1996, Almenno S. Salvatore (BG), 1996, pp. 61-67.

giovedì 18 ottobre 2012

la liturgia si celebra per Dio e non per noi stessi; è opera sua; è Lui il soggetto


Catechesi di Benedetto XVI durante l'Udienza Generale del 3 ottobre 2012
Sintesi a cura di Giuseppe Capoccia.
Sottolineature nostre


[…] Nel Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo: «Nella liturgia della Nuova Alleanza, ogni azione liturgica, specialmente la celebrazione dell’Eucaristia e dei sacramenti, è un incontro tra Cristo e la Chiesa» (n. 1097); quindi è il «Cristo totale», tutta la Comunità, il Corpo di Cristo unito al suo Capo che celebra. La liturgia allora non è una specie di «auto-manifestazione» di una comunità, ma è invece l’uscire dal semplice «essere-se-stessi», essere chiusi in se stessi, e l’accedere al grande banchetto, l’entrare nella grande comunità vivente, nella quale Dio stesso ci nutre. La liturgia implica universalità e questo carattere universale deve entrare sempre di nuovo nella consapevolezza di tutti. La liturgia cristiana è il culto del tempio universale che è Cristo Risorto, le cui braccia sono distese sulla croce per attirare tutti nell’abbraccio dell’amore eterno di Dio. E’ il culto del cielo aperto. Non è mai solamente l’evento di una comunità singola, con una sua collocazione nel tempo e nello spazio. E’ importante che ogni cristiano si senta e sia realmente inserito in questo «noi» universale, che fornisce il fondamento e il rifugio all’«io», nel Corpo di Cristo che è la Chiesa.

In questo dobbiamo tenere presente e accettare la logica dell’incarnazione di Dio: Egli si è fatto vicino, presente, entrando nella storia e nella natura umana, facendosi uno di noi. E questa presenza continua nella Chiesa, suo Corpo. La liturgia allora non è il ricordo di eventi passati, ma è la presenza viva del Mistero Pasquale di Cristo che trascende e unisce i tempi e gli spazi. Se nella celebrazione non emerge la centralità di Cristo non avremo liturgia cristiana, totalmente dipendente dal Signore e sostenuta dalla sua presenza creatrice. Dio agisce per mezzo di Cristo e noi non possiamo agire che per mezzo suo e in Lui. Ogni giorno deve crescere in noi la convinzione che la liturgia non è un nostro, un mio «fare», ma è azione di Dio in noi e con noi.
Quindi, non è il singolo - sacerdote o fedele - o il gruppo che celebra la liturgia, ma essa è primariamente azione di Dio attraverso la Chiesa, che ha la sua storia, la sua ricca tradizione e la sua creatività. Questa universalità ed apertura fondamentale, che è propria di tutta la liturgia, è una delle ragioni per cui essa non può essere ideata o modificata dalla singola comunità o dagli esperti, ma deve essere fedele alle forme della Chiesa universale.

Anche nella liturgia della più piccola comunità è sempre presente la Chiesa intera. Per questo non esistono «stranieri» nella comunità liturgica. In ogni celebrazione liturgica partecipa assieme tutta la Chiesa, cielo e terra, Dio e gli uomini. La liturgia cristiana, anche se si celebra in un luogo e uno spazio concreto ed esprime il «sì» di una determinata comunità, è per sua natura cattolica, proviene dal tutto e conduce al tutto, in unità con il Papa, con i Vescovi, con i credenti di tutte le epoche e di tutti i luoghi. Quanto più una celebrazione è animata da questa coscienza, tanto più fruttuosamente in essa si realizza il senso autentico della liturgia.

La Chiesa si rende visibile in molti modi: nell’azione caritativa, nei progetti di missione, nell’apostolato personale che ogni cristiano deve realizzare nel proprio ambiente. Però il luogo in cui la si sperimenta pienamente come Chiesa è nella liturgia: essa è l’atto nel quale crediamo che Dio entra nella nostra realtà e noi lo possiamo incontrare, lo possiamo toccare. È l’atto nel quale entriamo in contatto con Dio: Egli viene a noi, e noi siamo illuminati da Lui. Per questo, quando nelle riflessioni sulla liturgia noi centriamo la nostra attenzione soltanto su come renderla attraente, interessante bella, rischiamo di dimenticare l’essenziale: la liturgia si celebra per Dio e non per noi stessi; è opera sua; è Lui il soggetto; e noi dobbiamo aprirci a Lui e lasciarci guidare da Lui e dal suo Corpo che è la Chiesa.

domenica 14 ottobre 2012

L’abbé Barthe sulla messa del Cardinal Cañizares in San Pietro a Roma: «Una riunione di famiglia»




Il Coetus Internationalis Summorum Pontificum ha recentemente annunciato il programma della giornata conclusiva del Pellegrinaggio "Una cum Papa nostro", che si terrà a Roma dal 1° al 3 novembre 2012. Senza eccessivo clamore, il CISP svela così anche il nome del celebrante della messa di chiusura del pellegrinaggio, sabato 3 novembre alle h. 15 nella basilica di San Pietro a Roma: niente meno che il Prefetto del Culto Divino, il Cardinale Antonio Cañizares Llovera.

Per comprendere la portata di tale celebrazione, abbiamo chiesto al cappellano del pellegrinaggio, l’abbé Claude Barthe, il senso della partecipazione del Prefetto del Culto Divino al pellegrinaggio stesso.
Abbè Barthe: Considerati i fini spirituali della celebrazione nella Basilica Vaticana, il fatto che il celebrante sia il Cardinale Antonio Cañizares Llovera è particolarmente commovente. Sappiamo, infatti, che la celebrazione è destinata:

 - ad offrire una S. Messa nella forma straordinaria di ringraziamento e di supporto filiale al Santo Padre nel quinto anniversario del Motu Proprio Summorum Pontificum;

-a manifestare l'amore dei pellegrini per la Chiesa e la loro fedeltà alla Sede di Pietro;

- ad esprimere visibilmente il contributo della liturgia tradizionale alla nuova evangelizzazione che il Santo Padre intende promuovere con l'Anno della Fede.

Ora, la qualità del celebrante, che è il responsabile della Liturgia romana in nome del Papa, dà a questo omaggio un particolare rilievo. Il Card. Cañizares Llovera, infatti, ha già celebrato più volte e in diversi luoghi la Messa nella forma straordinaria, segnatamente in occasione di ordinazioni sacerdotali, nella maggior parte dei casi su invito delle Comunità Ecclesia Dei, ma anche per i Francescani dell’Immacolata, e sempre con grande benevolenza. Ma oggi c’è di più: la messa sulla Tomba di Pietro sarà certamente solenne, ma anche “popolare”. Infatti, la folla di coloro che, grazie al Motu Proprio Summorum Pontificum, possono beneficiare nelle loro parrocchie della messa nella forma straordinaria - sacerdoti in cura d’anime, fedeli e seminaristi diocesani - si ritroverà intorno al card. Canizares che, in quanto delegato del Santo Padre per la liturgia, in quel giorno sarà un po’ come il “parroco” universale di tutti loro. Sacerdoti, fedeli e seminaristi canteranno la Missa de Angelis in San Pietro a Roma, proprio come fanno, o dovrebbero ormai poter fare, ogni domenica nelle loro parrocchie.

Per chi conosce il carattere sensibile e affettuoso del cardinale, nonché il credo liturgico che questi semplici e comuni fedeli testimonieranno riconoscenti al Santo Padre, la celebrazione accanto a Don Antonio assume l’aspetto di una calorosa riunione di famiglia.



Fonte: Risposte catholique (www.riposte-catholique.fr).

giovedì 11 ottobre 2012

Cronaca scaligera

Colloqui sulla musica sacra: 
cinquant'anni dal Concilio Vaticano II
alla luce del magistero di Benedetto XVI

6 ottobre 2012
- Verona -

di Giannicola D'Amico


Alla presenza di numerosi studiosi e di un folto pubblico, si è svolto il 6 ottobre scorso presso la Biblioteca Capitolare di Verona, luogo simbolo per la cultura italiana ed europea, il secondo incontro nazionale promosso dalla nostra Scuola, fra i previsti «Colloqui sulla musica sacra: cinquant'anni dal Concilio Vaticano II alla luce del magistero di Benedetto XVI» che, diversamente dal primo, celebrato a Lecce il 19 maggio scorso, dal taglio più storico-estetico, ha proposto un momento di confronto sulla questione giuridico- teologica del rapporto musica/liturgia, nel Magistero della Chiesa.
I lavori, dopo i saluti del Vescovo mons. Giuseppe Zenti e del direttore del Conservatorio (ente fra i patrocinatori dell'evento) M° Hugh Ward Perkins, hanno preso avvio dall'esteso contributo circa le radici giuridiche della musica sacra e liturgica di S.Em. il card. Raymond L. Burke, Prefetto del Supremo tribunale della Segnatura Apostolica. 

Dopo una breve premessa di ordine generale, alla luce dell’ancor attuale magistero di San Pio X e delle direttive di Papa Benedetto XVI, S.Em. Burke si è soprattutto soffermato sui criteri cui deve rispondere una «giusta» musica per il servizio divino, e cioè di non essere arte a sé stante, ma sempre al servizio della liturgia, nella triplice dimensione di qualità che risponda allo stesso tempo a dettami di santità, bellezza (arte vera) e universalità, aliena da quegli eccessivi estetismi che negli ultimi tempi hanno portato la composizione contemporanea ad essere una produzione per un ristrettissimo numero di specialisti. 
Dopo ripetuti richiami alle Scritture, il card. Burke ha richiamato il profondo legame che la musica deve mantenere con la Parola, creatrice e datrice di Senso, aggiungendo che il lavoro dell'artista in ambito sacro è sempre un atto di obbedienza al Magistero. 

Don Nicola Bux, consultore dell'Ufficio delle Celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice, nel rammentare i profondi legami teologici fra musica e liturgia, soprattutto nelle opere di Joseph Ratzinger, ha sottolineato la difficoltà, dopo il Concilio, da parte della Chiesa, di avere un repertorio unificato, e ha ribadito fortemente il concetto per cui non ogni forma o stile musicale sia adatto a rendere il servizio liturgico, invitando con vibrati accenti a rivalutare  l'immenso patrimonio del canto gregoriano, depositario della più perfetta identità musico-liturgica che la storia della Chiesa ci abbia consegnato in venti secoli di storia. 

S.Em. il card. Raymond L. Burke. Alla sua sinistra,
don Nicola Bux; alla sua destra, il m. Giannicola D'Amico
Don Gilberto Sessantini, maestro di cappella del Duomo di Bergamo, ha tenuto una applauditissima relazione circa l'importanza del recupero dell'organo come strumento principe della liturgia, soppiantato, a seguito di malaugurate spinte innovative post sessantottesche, da strumenti non sempre adatti a supportare degnamente la sacralità degli atti di culto, come a volte irrispettosi della santità dei luoghi in cui viene celebrata la divina Liturgia. 
Ha ribadito che già soltanto in ambito puramente culturale il timbro dell'organo suggerisce il concetto di sacro, anche in contesti «altri», per questo l'aerofono a tastiera conserva una primazia di carattere tecnico, ma anche simbolico, che la Chiesa dovrebbe maggiormente rivalutare. 

Mario Lanaro, compositore e docente presso il Conservatorio scaligero, ha parlato delle programmazioni concertistiche e musicali nelle chiese, lamentando l'urgenza di un ritorno alla competenza e al livello qualitativo delle scelte e di maggiore rispetto per i luoghi e i tempi liturgici, anche perché esistono precise direttive di legge canonica e di amministrazione ecclesiastica in materia. 
Richiamandosi agli scritti del cardinale Ratzinger, il M° Lanaro ha raccomandato una maggiore responsabilizzazione dei vari gestori dei concerti sacri, dai presentatori, agli organizzatori, dagli esecutori allo stesso pubblico, quasi mai adeguatamente “catechizzato” circa questi momenti di elevazione culturale e spirituale. 

Ha chiuso il convegno P. Marco Repeto, prefetto della Musica dell'Oratorio di Verona, il quale  ha caldeggiato l'assoluta necessità del ripristino del recitativo liturgico nell'educazione dei chierici, della formazione canora dei ministri e dei futuri sacerdoti che rappresenteranno, all’Altare di Dio, la persona di Cristo: la cantillazione, forma antichissima di espressione liturgica, è tuttora fondamentale perché, attraverso di essa, la Parola di Dio proferita conserva e trasmette un sommo rispetto della sacralità del testo.
Padre Repeto ha insistito in tal senso sullo sforzo didattico che si deve intraprendere  nella formazione dei seminaristi, parlando di un clero italiano "accidioso" dal punto di vista musicale, così suscitando un po’ di (amara) ilarità nel pubblico presente.

La giornata, come consuetudine della manifestazioni promosse dalla Scuola Ecclesia Mater, si è conclusa con la celebrazione pomeridiana nella chiesa di San Fermo Minore della Messa solenne in latino, secondo la forma ordinaria del Rito romano, presieduta da S.Em. il card. Burke.
Una nobile, ma al contempo semplice celebrazione (come desiderava il Concilio), impreziosita dal degnissimo allestimento dell’altar maggiore e dai preziosi paramenti custoditi dalla Sagrestia dell’Oratorio scaligero, dal servizio all’altare sovrinteso da p. Samuele Berta (il quale ha dovuto sostituire mons. Marco Agostini, precettato fuori tempo massimo dalla preparazione del Sinodo dei Vescovi), come dalla musica preparata dal gruppo musicale brillantemente diretto da Letizia Butterin, che ha eseguito la Missa IX “Orbis factor”, oltre a brani di Palestrina, Bartolucci e Giovanni Geraci (giovane compositore già allievo del PIMS, ente fra i patrocinatori dell’evento).
Ognuno ha cantato la sua parte: il celebrante, il diacono – in maniera molto efficace -, il salmista, la schola, il popolo, nel rispetto della Liturgia e senza “appropriazioni indebite”!

L’appuntamento è ora a Roma, a fine anno, per il terzo conclusivo Colloquio nazionale fra quelli previsti nell’occasione del Giubileo conciliare.


mercoledì 3 ottobre 2012

“Al termine del giorno…..” In memoria di p. Anselmo Susca


di Giannicola D'Amico

Nella serata del 1° ottobre, all’ora di Compieta, padre Anselmo Susca ha concluso la sua battaglia terrena e si è addormentato nel Signore: il padre Abate, in ossequio a quella Regola di S. Benedetto che è supremo modello di umanità, mentre gli portava la buonanotte, lo ha trovato serenamente spirato.

Uomo tenace, docente esperto e monaco esemplare, padre Anselmo sarà da tutti ricordato quale autentico apostolo del canto liturgico, custode zelante e promotore instancabile del canto gregoriano di cui è stato interprete raffinato e maestro esigente.

Monaco dell’Abbazia della Madonna della Scala a Noci, con oltre settant’anni di professione religiosa nell’obbedienza sublacense, fu per molti anni docente presso il Conservatorio di Bari e fiduciario del M° Nino Rota, quando fu aperta la sezione distaccata di quell’istituto a Monopoli, con gli auspici dell’indimenticato sen. Russo.

Instancabile promotore, anche con la collaborazione del grande Nino Rota, di memorabili corsi di canto gregoriano durante gli anni Sessanta, presso l’abbazia nocese, che raccolsero il fiore degli esperti europei di musica sacra e liturgica di quegli anni, fra cui Agustoni, Eccher, Bartolucci, Baratta, Celeghin, Migliavacca, Altisent, Haberl, Wiesli, Arendt, Carraiz, Biella, Cardine, li rievocò negli anni Ottanta e ultimamente, con infaticabile forza di volontà, nell’estate 2011 e 2012, con la collaborazione del Centro Studi J. Claire di Verona di mons. Turco e il patrocinio della nostra scuola.

Autore di numerose pubblicazioni specialistiche sul canto gregoriano, oltre che di una miriade di articoli e contributi di vario genere, fondò e diresse fino a tempi recenti il Coro Novum Gaudium e l’omonimo centro studi, nel contempo portando la formazione corale a intervenire ad importanti rassegne internazionali ed eventi culturali di spicco (come la “sperimentale” partecipazione a Time zones nel 1994), facendola divenire un punto di riferimento in tutto il Meridione, per lo studio e l’esecuzione del canto gregoriano: una autentica fucina di formazione al vero canto liturgico ed alla Bellezza suprema che da esso promana.

Oltre a numerose incisioni, ad altrettanto molteplici trascrizioni di autori antichi, ed alla instancabile collaborazione con sodalizi musicali importanti per la nostra regione, come l’Ass. “Traetta” di Bitonto ed il Festival Organistico Internazionale di Lecce, a lui si deve l’educazione di diverse generazioni di musicisti pugliesi alla musica antica e al canto gregoriano.

Voce alquanto inascoltata dagli Uffici Liturgici che raramente hanno accolto negli ultimi decenni i suoi preziosi suggerimenti, egli trovava supremo conforto nel vedere in tanti giovani ancora ardente la passione per il gregoriano: quest’estate con incrollabile volontà di sfidare l’ingravescente malattia, ha offerto l’ultimo suo contributo di docente e di gregorianista. 
Una sorta di vero e proprio testamento spirituale.

Appena lo scorso 28 settembre noi della Scuola Ecclesia Mater lo avevamo incontrato presso il  Monastero, perché da tempo desideravamo che l’atto costitutivo della Scuola lo avesse quale testimone d’eccezione, modello straordinario di una vita dedicata a render gloria a Dio attraverso il canto gregoriano: ed in quella occasione, padre Anselmo, seppur con un filo di voce, ma con fermezza ci aveva incoraggiati a proseguire nell’impegno per difendere e promuovere la musica sacra.

martedì 2 ottobre 2012

Requiem

Comunicazione da parte dei Monaci dell'Abbazia Madonna della Scala - Noci


Comunichiamo dall'Abbazia Madonna della Scala in Noci (Ba) che ieri sera 1 ottobre 2012 alle ore 21 circa è morto il
p. Anselmo Susca

La Messa esequiale sarà celebrata domani 3 ott. alle ore 16



martedì 25 settembre 2012

Il Santo Padre ha nominato mons. Filippo Santoro Padre Sinodale



Il Santo Padre Benedetto XVI ha nominato l’Arcivescovo Metropolita di Taranto, monsignor Filippo Santoro, Padre Sinodale della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si terrà a Roma dal 7 al 28 ottobre 2012. Così si apprende dal bollettino della sala stampa vaticana di oggi 18 settembre alle ore 12,00. Il Sinodo verterà su La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana.
L’Arcivescovo Santoro, designato dal Papa nella rappresentanza di tutto il mondo, reca al Sinodo la sua grande esperienza nel campo della formazione giovanile e universitaria, in ambito missionario per i 27 anni di missione in Brasile, prima come sacerdote fidei donum, poi come vescovo ausiliare di Rio de Janeiro, quindi come vescovo della sede di Petropolis.
Oggi Mons. Santoro è Arcivescovo di una Chiesa del Sud Italia, che in pochi mesi dal suo insediamento lo ha visto, oltre ad assolvere i numerosi impegni di carattere pastorale, in prima linea per i problemi del capoluogo ionico,  difendendo il diritto alla salute e il diritto al lavoro.
Al Santo Padre va la gratitudine dell’intera Arcidiocesi di Taranto per questo ulteriore attestato di stima e di fiducia verso l’amata persona di Mons. Filippo Santoro.
La Chiesa locale assicura la preghiera per le prospettive, che sicuramente traccerà il prossimo Sinodo, e sostiene, gioiosa, la partecipazione, il lavoro, e i contributi che certamente monsignor Santoro porterà al Sinodo.

il Pro Vicario Generale
Mons. Emanuele Tagliente

martedì 18 settembre 2012

Legge e Verità


SANTA MESSA A CONCLUSIONE DELL’INCONTRO CON IL "RATZINGER SCHÜLERKREIS"

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Centro Mariapoli, Castel Gandolfo
Domenica, 2 settembre 2012

“La legge è un dono che viene da Dio” 
“La verità ci viene incontro e ci afferra”

[…] la «gioia della legge»: legge non come vincolo, come qualcosa che ci toglie la libertà, ma come regalo e dono. […] E’ questa la gioia umile di Israele: ricevere un dono da Dio. Questo è diverso dal trionfalismo, dall’orgoglio di ciò che viene da se stessi: Israele non è orgoglioso della propria legge come Roma poteva esserlo del diritto romano quale dono all’umanità, come la Francia forse del «Code Napoléon» ecc. […] Ma Israele sa: questa legge non l’ha fatta egli stesso, non è frutto della sua genialità, è dono. Dio gli ha mostrato che cos’è il diritto. Dio gli ha dato saggezza. La legge è saggezza. Saggezza è l’arte dell’essere uomini, l’arte di poter vivere bene e di poter morire bene. E si può vivere e morire bene solo quando si è ricevuta la verità e quando la verità ci indica il cammino. Essere grati per il dono che noi non abbiamo inventato, ma che ci è stato dato in dono, e vivere nella saggezza; imparare, grazie al dono di Dio, ad essere uomini in modo retto.
[…] c’è anche un pericolo: «non aggiungere, non togliere nulla». Con il passare del tempo, al dono di Dio si sono aggiunti applicazioni, opere, costumi umani, che crescendo nascondono ciò che è proprio della saggezza donata da Dio, così da diventare un vero vincolo che bisogna spezzare, oppure da portare alla presunzione: noi l’abbiamo inventato!
[…] Secondo la nostra fede la Chiesa è l’Israele che è diventato universale, nel quale tutti diventano, attraverso il Signore, figli di Abramo; l’Israele diventato universale, nel quale persiste il nucleo essenziale della legge, privo delle contingenze del tempo e del popolo. Questo nucleo è semplicemente Cristo stesso, l’amore di Dio per noi ed il nostro amore per Lui e per gli uomini. Egli è la Torah vivente, è il dono di Dio per noi, nel quale, ora, riceviamo tutti la saggezza di Dio. […]
Conviene, quindi, alla Chiesa, come per Israele, essere piena di gratitudine e di gioia. «Quale popolo può dire che Dio gli sia così vicino? Quale popolo ha ricevuto questo dono?». Non lo abbiamo fatto noi, ci è stato donato. Gioia e gratitudine per il fatto che lo possiamo conoscere, che abbiamo ricevuto la saggezza del vivere bene, che è ciò che dovrebbe caratterizzare il cristiano. […]

Ma anche nella Chiesa c’è lo stesso fenomeno: elementi umani si aggiungono e conducono o alla presunzione, al cosiddetto trionfalismo che vanta se stesso invece di dare la lode a Dio, o al vincolo, che bisogna togliere, spezzare e schiacciare. Che dobbiamo fare? Che dobbiamo dire? Penso che ci troviamo proprio in questa fase, in cui vediamo nella Chiesa solo ciò che è fatto da se stessi, e ci viene guastata la gioia della fede; che non crediamo più e non osiamo più dire: Egli ci ha indicato chi è la verità, che cos’è la verità, ci ha mostrato che cos’è l`uomo, ci ha donato la giustizia della vita retta. Noi siamo preoccupati di lodare solo noi stessi, e temiamo di farci legare da regolamenti che ci ostacolano nella libertà e nella novità della vita.
Se leggiamo, ad esempio, nella Lettera di Giacomo: «Siete generati per mezzo di una parola di verità», chi di noi oserebbe gioire della verità che ci è stata donata? Ci viene subito la domanda: ma come si può avere la verità? Questo è intolleranza! L’idea di verità e di intolleranza oggi sono quasi completamente fuse tra di loro, e così non osiamo più credere affatto alla verità o parlare della verità. Sembra essere lontana, sembra qualcosa a cui è meglio non fare ricorso. Nessuno può dire: ho la verità – questa è l’obiezione che si muove – e, giustamente, nessuno può avere la verità. E’ la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei. Solo se ci lasciamo guidare e muovere da lei, rimaniamo in lei, solo se siamo, con lei e in lei, pellegrini della verità, allora è in noi e per noi. Penso che dobbiamo imparare di nuovo questo «non-avere-la-verità». Come nessuno può dire: ho dei figli – non sono un nostro possesso, sono un dono, e come dono di Dio ci sono dati per un compito - così non possiamo dire: ho la verità, ma la verità è venuta verso di noi e ci spinge. Dobbiamo imparare a farci muovere da lei, a farci condurre da lei. E allora brillerà di nuovo: se essa stessa ci conduce e ci compenetra.

venerdì 14 settembre 2012

Colloqui sulla Musica Sacra

Verona, Sabato 6 ottobre

Colloqui sulla Musica Sacra:
cinquant'anni dal Concilio Vaticano II
alla luce del Magistero di Benedetto XVI




mercoledì 12 settembre 2012

Una cum Papa nostro: Pellegrinaggio internazionale a Roma





Conferenza Stampa del Coetus Internationalis Summorum Pontificum


(sottolineature nostre) 


Roma, 10 settembre 2012, Ss.ma Trinità dei Pellegrini

Intervento di don Claude Barthe, cappellano del Pellegrinaggio


Il pellegrinaggio Summorum Pontificum di Ognissanti 2012, all’inizio dell’Anno della fede, che culminerà in una messa nella Basilica Vaticana, ha un quadruplice scopo:

1°. Sarà un rendimento di grazie. I pellegrini offriranno innanzi tutto una messa nella forma straordinaria di ringraziamento e di sostegno filiale al Santo Padre in occasione del 5° anniversario del Motu Proprio Summorum Pontificum, che, come è noto, è entrato in vigore il 14 settembre 2007. Per moltissimi sacerdoti, diocesani e religiosi, che ormai celebrano la loro messa quotidiana nella forma straordinaria, è un beneficio spirituale davvero immenso, come pure per i fedeli di quelle parrocchie – sfortunatamente ancora troppo rare – che possono così godere di questa liturgia e della sua mistica. Si può dire che questo atto di Benedetto XVI ha fatto nascere un vero popolo Summorum Pontificum. Questo popolo vuole ringraziarlo di tutto ciò.

2°. Sarà una dimostrazione di fedeltà a Pietro. Il secondo scopo è manifestare in questo modo il nostro amore per la Chiesa e la nostra fedeltà alla Sede di Pietro, particolarmente nell’attuale amara e difficile congiuntura. Siamo ben consapevoli che le fatiche che oggi affronta il Santo Padre sono pesanti. La messa romana tradizionale, in particolare nel Canone, è sempre stata considerata di per sé stessa una magnifica professione di fede della Chiesa Mater et Magistra: è questo credo liturgico che vorremmo esprimere sulla Tomba degli Apostoli, presso il Successore di Pietro.

3°. Sarà un’offerta e una supplica. Vogliamo fare questo particolare dono al Signore soprattutto per domandarGli le grazie necessarie al Sovrano Pontefice per proseguire nell’opera meravigliosa che egli compie sin dall’inizio del suo pontificato, e, specialmente oggi, in mezzo a croci e prove.

4°. Infine, sarà un’espressione di partecipazione alla missione della Chiesa. Vorremmo apportare alla nuova evangelizzazione che il Santo Padre intende promuovere con l’Anno della Fede il contributo della sempre giovane liturgia tradizionale. È ben chiaro che essa è il sostegno di un gran numero di famiglie cosi come di tante organizzazioni e iniziative cattoliche, specialmente rivolte ai giovani (oratori, scuole, corsi di catechismo) e che è fonte di vocazioni religiose e sacerdotali in costante crescita, cosa che oggi, nel mondo occidentale, si rivela estremamente preziosa.

Mi sembra che occorra insistere su quest’ultimo punto. Per grazia di Dio, in certi paesi come la Francia e gli Stati Uniti – ma il fenomeno potrebbe estendersi – la liturgia tradizionale, purtroppo senza colmare tutti i vuoti, conserva una crescita vocazionale importante. In Francia, per esempio, a fronte di 710 seminaristi diocesani, ci sono 140 seminaristi francesi (di cui 50 della FSSPX) in seminari dedicati alla forma straordinaria, vale a dire il 16%. Questo rapporto si ritrova nel numero delle ordinazioni: quest’anno 21 novelli sacerdoti straordinari contro 97 diocesani. Inoltre, la configurazione spirituale di questo nuovo clero diocesano è in piena mutazione: i giovani preti delle diocesi e i seminaristi diocesani sono attratti dalla celebrazione delle due forme del rito e lo dicono espressamente (in Francia, non è esagerato sostenere che almeno un terzo dei candidati al sacerdozio diocesano possa essere considerato come Summorum Pontificum).

È proprio questo che vorremmo esprimere religiosamente con il pellegrinaggio e la messa a San Pietro del 3 novembre: quello che si può chiamare il popolo Summorum Pontificum, il popolino (le petit peuple) come si dice in francese per indicare la gente comune, è oggi a disposizione del Santo Padre per la missione della Chiesa.

martedì 4 settembre 2012

Pellegrinaggio internazionale del 3 novembre a Roma: intervista a Emanuele Fiocchi



In vista della conferenza stampa del prossimo 10 Settembre che annuncerà ufficialmente il pellegrinaggio dei pro Summorum Pontificum di tutto il mondo a Roma, vi proponiamo l’intervista a Emanuele Fiocchi, portavoce del Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum.


Qual è il ruolo del CNSP nel pellegrinaggio del 3 novembre a Roma?

    Il “Coordinamento nazionale del Summorum Pontificum”, è solo uno dei promotori dell’iniziativa, la quale va ben oltre i confini nazionali ed ha un respiro davvero “cattolico”. Al nostro fianco sono scesi in campo organizzazioni di assoluto prestigio come la Fedezione Internazionale “Una Voce”, la Federazione Internazionale dei giovani di “Juventutem” e la grande “Notre-Dame-de-Chrétienté” di Versailles che organizza il pellegrinaggio a Chartres con decine di migliaia di fedeli ogni anno.

Le opinioni contro il Coordinamento a cosa si devono?

    Credo ad una interpretazione parziale dello spirito con cui il Coordinamento è stato concepito. Il Coordinamento nasce per coordinare quei gruppi di fedeli che si ritrovano nell’interpretrazione “benedettiana” della questione liturgica ereditata dall’ultima riforma. Una questione da riaprire con carità, coraggio e pazienza sotto la guida di questo Papa.

    L’unione che gli aderenti cercano nel Coordinamento è per far la loro piccola parte in questo nuovo e profondo movimento liturgico che è in atto nella Chiesa. Ora, tener viva la fiamma della liturgia nella forma straordinaria davanti ai quei fratelli che non capiscono questa scelta e non la condividono – quando proprio non la ostacolano, cioè spessissimo – è la nostra personale testimonianza di fede, il nostro contributo a questo movimento.

Perché questa scelta, diciamolo pure, difficile e controcorrente?

    Perché scegliere di celebrare in rito antico è un martirio bianco che risponde alla grande domanda del Papa.

Quale domanda?

    “La crisi della Chiesa nasce dalla liturgia”.

Ma questa non è una domanda, fu una affermazione di Benedetto XVI!

    Certo, ma rimase una frase sospesa nel vuoto, molti la rubricarono a semplice provocazione, perchè sottintendeva un pragmatico “quindi adesso che facciamo?” che spaventava. In realtà il Papa ha posto una domanda teologica fondamentale che picchia in testa ad ogni Vescovo, ad ogni prete e ad ogni laico ogni giorno: se l’Eucarestia, nella liturgia, genera la Chiesa allora perché certa parte di Chiesa trascura liturgia ed Eucarestia?

Già, perché?

    Forse perché quella non è più Chiesa, ma un’altra cosa: una specie di mutazione genetica della fede, che ha mantenuto il nome di “cattolica” ma dopo anni di brage trascurate ha spento il fuoco dello Spirito e celebra altro.

E perché quella parte di Chiesa ce l’ha tanto con il rito antico?

    Perché quella cosa mutante che s’aggira nella Chiesa Cattolica digrigna i denti contro la splendente luce di milleseicento anni di sacri riti e sante preghiere, come un demonio contro un esorcismo. La liturgia cattolica celebra una Presenza e quando celebra questa Presenza con la devotio, ovvero con quella pia virtù di cui molte liturgie sono prive, irrita a morte il Nemico, perché vede che l’uomo riconosce con onore e decoro la Maestà del suo vero Dio. Il rito antico favorisce in maniera certissima – per la postura, la teologia e la sacralità di cui è intriso – questa sacra devozione e qualcuno proprio non lo sopporta.

E quindi?

    E quindi la forma straordinaria della Sacra Liturgia, laddove viene celebrata, diventa la pietra di scandalo che rivela il pensiero di molti. Un pensiero per niente cattolico, mi creda.

Ma la Messa di Paolo VI, che viene chiamata ora “forma ordinaria” della liturgia, non bastava?

    Quella è la forma ordinaria, appunto. Eppure secondo il Papa era necessario riaccendere anche l’altra fiamma, quella delle radici da cui proveniamo, perché era stata quasi spenta e nemmeno il beato Giovanni Paolo II era riuscito a riaccenderla con la Quattuor abhinc annos e l’Ecclesia Dei adflicta, a causa delle ostilità di molti vescovi. Ecco, allora, che Benedetto XVI ha donato alla Chiesa il Summorum Pontificum, un documento che dona d’autorità il diritto universale e permanente a celebrare anche secondo la forma antica. Noi ci appelliamo a questo diritto e lo difendiamo per tenere accesa quella fiamma.

Ma questo non crea divisioni tra i fedeli? In fondo anche nelle critiche al Coordinamento c’è l’accusa di voler dividere il tradizionalismo tra posizioni “concilianti” e posizioni “puriste”…

    Come mi dice sempre un carissimo amico: il pensiero del Papa è chiaro, chi la pensa come il Papa sia il benvenuto.

    Nella Chiesa, se si presta fede al Magistero di Benedetto XVI – soprattutto quello liturgico –, queste divisioni non dovrebbero sussistere: ciò che è sempre stato continua a valere anche oggi. Ciò che si fa oggi, invece, potrebbe non essersi sempre fatto, pertanto “nihil innovetur nisi in Traditione”…

    Eventuali divisioni, invece, del cosiddetto “tradizionalismo” (che, detto per inciso, credo non dispiacciano affatto a qualcuno), non saranno certo provocate dal Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum. Questa è una iniziativa che non pretende né di dare patenti di cattolicità, né di comandare sui gruppi stabili che celebrano il rito antico, né di imporre loro alcun “pensiero unico”. Per due semplicissimi motivi.

    Primo, perché – e lo diciamo espressamente – non siamo un’associazione con delle tessere o dei capi. Abbiamo una struttura ultraleggera, fatta al massimo di alcuni portavoce e moderatori; ci basiamo su una libera e spontanea partecipazione dei gruppi stabili; proponiamo lavori e progetti che il Coordinamento sviluppa su input dei gruppi stessi. Per questo, pur augurandoci di crescere, – già oggi abbiamo una rappresentanza in tutte le regioni italiane – non abbiamo pretese di esclusività, e siamo pronti ad affiancarci ad ogni realtà che sia sulla nostra stessa lunghezza d’onda, come avviene – per fare un esempio – con il Coordinamento Toscano Benedetto XVI.

    Secondo motivo: i nostri contenuti sono quelli espressi da Benedetto XVI nel Summorum Pontificum e nel suo Magistero, noi lavoriamo su quello, e ci confrontiamo strenuamente con gli oppositori della liturgia tradizionale. E’ per questo che proponiamo agli aderenti la condivisione di un patto di punti in comune che si richiama pressoché testualmente al Summorum Pontificum e alla Universae Ecclesiae. La nostra unione non vuol far la nostra forza, ma la forza del Papa.

Non c’è il rischio di costruire l’ennesima sovrastruttura?

    No, perchè il nostro scopo è pratico e non ideologico. Il coetus fidelium è e rimane l’unità di misura del Summorum Pontificum: solo il coetus, infatti, può “chiedere una Messa” o appellarsi alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei. Noi come Coordinamento regionale e nazionale affianchiamo, consigliamo, uniamo gli sforzi, soprattutto quando il coetus incontra difficoltà od opposizioni, ma nulla più.

E chi vi accusa di edulcorare la liturgia antica, di favorire le contaminazioni tra i riti?

    Una grande falsità nata da un grande equivoco. Il Coordinamento è costruito sul testo del Summorum Pontificum così come esso è stato impostato: possono non star bene certi termini o certe scelte, ma il documento papale è quello. Un solo rito, due forme separate. Da nessuna parte si parla di sperimentare sulla pelle del rito antico, riabilitare messali del ’65 o legittimare contaminazioni casalinghe tra vecchio e nuovo. Potrei affermare, in concreto, che l’idea del Coordinamento è nata anche dalla necessità di alcuni gruppi di resistere a pressioni che invitavano a far strane commistioni dei messali.

    Questi abusi hanno la stessa radice di tutti gli abusi: si profana lo ius divinum. Ci si impadronisce delle cose sante di Dio, anche con le migliori intenzioni, e si finisce per violare il Suo sacro diritto ad essere adorato come Egli ha stabilito. Ed Egli lo ha stabilito attraverso la Sua Chiesa.

Niente pasticci insomma…

    La forma ordinaria è “ordinaria”, quella straordinaria è “straordinaria”: sul campo nessuna contaminazione è accettabile.

    Messe in rito antico con le letture nuove “così il prete prepara una sola predica”, preti che per negligenza rasano allegramente le rubriche per evitare la fatica di impararle, quelli che hanno deciso che nel Summorum Pontificum c’è scritto 1920 o 1965 e non 1962 – per quanto la discussione è assolutamente legittima e deve rimanere aperta – sono di una creatività liturgica di segno contrario che non è ammissibile neanche per l’Ecclesia Dei, figuriamoci per il Coordinamento.

    Il nostro principale dovere è di dare sostegno e decoro alla forma straordinaria, che spesso ha bisogno ancora di un’adeguata catechesi tra i fedeli e tra gli organizzatori, ed a questo che stiamo lavorando.

Eppure nella lettera introduttiva al SP si dice che “le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda ”…

    Sì, ma subito dopo dice anche “nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. La Commissione Ecclesia Dei, in contatto con i diversi enti dedicati all’usus antiquior, studierà le possibilità pratiche”, limitando espressamente i campi e la competenza di questi eventuali interventi. Sono auspici ragionevoli, ma senza arbitrii.

    Sinceramente, io non starei a fasciarmi troppo la testa su quella frase: a noi preme che la forma straordinaria della Sacra Liturgia arricchisca la nostra fede e quella delle realtà ecclesiali in cui viviamo. Per questo auspichiamo che la liturgia tradizionale si diffonda sempre più e i gruppi si inseriscano pienamente nella vita delle diocesi.

    Quanto al resto, mettiamoci in braccio allo Spirito Santo come dei bambini, convinti che, quando e come la Provvidenza vorrà, anche la crisi liturgica che affligge la Chiesa verrà riassorbita.

    Per ora, felicitiamoci, piuttosto, dei sapienti interventi che il Santo Padre ha chiesto all’ultima edizione del Messale della forma ordinaria, come l’aggiustamento del “pro multis” nella traduzione, per esempio. Per questo grande Papa la “dottrina della Fede”, innazitutto. © 2012 La Paix Liturgique



lunedì 27 agosto 2012

Santa Messa in latino e "actuosa participatio"


Ma poi è proprio vero che la Messa "in latino" impedisce la partecipazione dei fedeli?
Secondo noi è vero il contrario!
Vediamo perchè


di Giovanni Schinaia

Una delle obiezioni più frequenti a una maggiore diffusione della Santa Messa “more antiquo”, è che essa non favorirebbe la partecipazione attiva dei fedeli, così come giustamente auspicata dai Padri del Concilio Vaticano II. I fedeli sarebbero solo degli spettatori più o meno muti e più o meno inconsapevoli rispetto ad una “actio” che riguarda il solo sacerdote celebrante.

Nel 2007, al n. 52 dell'Esortazione Postsinodale “Sacramentum Caritatis” il Santo Padre Benedetto XVI, feliciter regans, così scrive:
Il Concilio Vaticano II aveva posto giustamente una particolare enfasi sulla partecipazione attiva, piena e fruttuosa dell'intero Popolo di Dio alla Celebrazione eucaristica. Certamente, il rinnovamento attuato in questi anni ha favorito notevoli progressi nella direzione auspicata dai Padri conciliari. 

Taranto, 15 luglio 2012: Santa Messa celebrata
in piazza Carmine da mons. Marco Gerardo
Il Papa ricorda la Sacrosanctum Concilium e ricorda che la partecipazione dei fedeli alla Messa deve giustamente essere actuosa, plena, fructuosa! Questo è l'auspicio dei Padri conciliari, e questo deve essere quindi il nostro impegno, la direzione che dobbiamo seguire.  Prosegue dunque il Santo Padre:
Tuttavia, non dobbiamo nasconderci il fatto che a volte si è manifestata qualche incomprensione precisamente circa il senso di questa partecipazione. Conviene pertanto mettere in chiaro che con tale parola non si intende fare riferimento ad una semplice attività esterna durante la celebrazione.

E' importante la precisazione del Papa, quasi a prevenire una legittima domanda: cos'è questa "partecipazione attiva, piena e fruttuosa"? Anzitutto il Papa ci dice cosa NON è. Per "partecipazione" non si deve intendere un "fare" qualcosa mentre il sacerdote dice le sue orazioni o compie le sue abluzioni o quant'altro presso l'Altare.
Ricordo che anni fa, i terribili, avvilenti, tristissimi, angosciosi, truculenti anni '80 - parlo ora da ex chitarraro/bonghista/applauditore - prima della Messa ci facevamo il nostro programmino: all'offertorio ci suoniamo "nebbia e freddo", alla comunione "servo per amore", ma a tre voci così viene meglio; se il prete si siede ci facciamo un bel "Dove sei perche non rispondi", che nel silenzio viene bene, tutti ci sentono perchè non sono distratti dal prete e poi ci dicono che siamo stati bravi; alla fine serve qualcosa di rumoroso perchè - sai - la Messa è la festa della comunità!....
Ci si ritirava a casa come se si fosse tornati da un buon concerto: avevamo fatto il nostro!! Ed eravamo convinti di aver partecipato!! E si, più partecipazione attiva di così!!
Chissà se i catechisti ci avessero detto che la Messa è il Santo Sacrificio di Cristo in Croce che si rinnova in modo incruento sull'Altare, nelle mani del Sacerdote, alter Christus....
Chissà se le cose sarebbe andate diversamente.
Allora ce lo spiega il Papa cosa si debba intendere per "partecipazione", e cosa intendevano i Padri conciliari, nessuno dei quali, a dispetto di quanto in molti possano pensare, era un rockettaro, un alternativo o un hippy in partenza per woodstock. Scrive Benedetto XVI, ricordando quindi il Vaticano II:
In realtà, l'attiva partecipazione auspicata dal Concilio deve essere compresa in termini più sostanziali, a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato e del suo rapporto con l'esistenza quotidiana. Ancora pienamente valida è la raccomandazione della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, che esortava i fedeli a non assistere alla liturgia eucaristica « come estranei o muti spettatori », ma a partecipare « all'azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente ».

Norcia, 11 agosto 2012: Santa Messa con
professione dei nuovi Monaci Benedettini
Ecco il punto centrale.  Alla Messa, spiegano i Padri Conciliari e ribadisce papa Benedetto XVI, non si sta come estranei, come spettatori muti. Forse estranei lo eravamo un po' noi altri, che pensavamo - in buona fede - al nostro concertino domenicale, che ci preoccupavamo che le chitarre fossero ben accordate, che i bonghi si sentissero fino in fondo alla chiesa e che le maracas andassero a tempo. Per la comunione pazienza, non si poteva mica rischiare di non terminare il canto, di non fare la parte con le 3 voci, chè lì sì, facevamo una gran bella figura! Estranei lo eravamo un po' noi altri con tutte le comunioni saltate... del resto catechisti ed educatori, nella loro colpevole e bieca ignoranza, ci confermavano nella bestialità della nostra teologia da bar sport. Chissà se invece di quel libercolo indistinguibile da un fumettaccio disegnato male, chissà se avessimo avuto un libro "vero" di catechismo, un libro che, senza perdersi in chiacchiere,  fosse stato in grado di rispondere in modo chiaro, preciso e inequivocabile alle 1000 domande di ogni giorno, senza lasciare che a farlo fossero la televisione, e poi la rete e i cattivi maestri in genere.
Quanto all'essere spettatori muti, fin troppo facile e onestamente semplicistica la critica all'antico rito, nel quale i fedeli sarebbero stati solo degli spettatori quasi sempre muti. C'è da capirsi anzitutto sul senso della parola "muti". Dopo 2000 anni di Cristianesimo e dopo una schiera interminabile di Santi che hanno insegnato il valore del silenzio, davvero confondere il mutismo con il silenzio, e il silenzio con l'assenza di parole, sarebbe una leggerezza di imperdonabile superficialità.

Cosa avviene sull'Altare? Si compie un mistero ineffabile: nelle Specie del Pane e del Vino, si rende presente Gesù Cristo. Non si tratta di un simbolo, non è una rappresentazione! Cristo è lì fisicamente, nelle mani del Sacerdote, è veramanete lì, presente in Anima, Corpo, Spirito e Divinità! E' un Mistero grande, indicibile, "scandaloso", così assurdo che nessun falsario avrebbe potuto concepirlo, così inaudito che l'unica possibilità che si offre all'intelligenza umana, la possibilità incredibilmente più ragionevole, è quella di ammetterne l'autenticità. L'unica possibilità accettabile.
E' solo in relazione e al cospetto di cotanto e cotale Mistero, che dobbiamo chiederci cosa significhi essere spettatori "muti" e cosa significhi "partecipazione attiva, piena e fruttuosa". E' evidente che che qui, il concetto di "partecipazione" può avere un valore esclusivamente relativo e non assoluto. Per un tifoso che assiste ad una partita, "partecipazione" significherà sbraitare e applaudire la propria squadra, magari inveire verbalmente contro l'arbitro, e smanarsi con bandiere e vuvuzelas. Pensiamo ora cosa succederebbe se lo stesso tifoso si recasse il giorno dopo in un'aula scolastica, e pensasse di "partecipare" alla lezione, allo stesso modo in cui ha partecipato alla partita....
A teatro, all'opera, a scuola, a una conferenza...: è sempre richiesta una partecipazione attiva; si partecipa col silenzio, con l'attenzione. Un silenzio che non è mai "mutismo".  Il mutismo è l'arresto dell'intelligenza, la rinuncia per manifesta incompetenza, mutismo è la rassegnazione, è l'umiliazione del genio umano, della sua scintilla divina. Il silenzio è il contrario del mutismo: silenzio è ascolto, è adesione, è riflessione. Di fronte al Mistero, il silenzio è partecipazione; il chiasso può essere solo distrazione. E la distrazione può nascere solo dall'incomprensione, e quindi dall'umilante rinuncia a comprendere. Può sembrare un paradosso, ma di fronte al Mistero, se il silenzio è partecipazione, il chiasso è l'autentico mutismo, il mutismo dell'anima che si cela dietro la ridondanza e la rumorosità delle parole.
La dotta ignoranza dei filosofi che ammettono di non sapere e di non poter sapere, quella produce il mutismo; nell'illusione della sconfinatezza delle possibilità dell'intelligenza, ci si scontra con la realtà che leva le parole, che lascia muti. Ecco cos'è il mutismo.
Dall'altra parte, abbiamo invece l'intelligenza che si lascia illuminare dalla Grazia e nella consapevole percezione dei propri limiti sublima se stessa nel silenzio che è abbandono fiducioso in Dio, adorazione, preghiera. Ecco invece cos'è la partecipazione.

Mi piace adoperare quel po' di latino che conosco, quel po' di linguistica e di retorica che ho studiato, per assaporare fino in fondo il gusto sublime di certi loci, soprattutto del Canone, il cui ignoto compositore attinge di certo alle alte sfere della divina ispirazione. Ma non mi illudo: quel po' di latino che conosco, non farà di me un cristiano migliore, nè un fedele più partecipe alla Santa Messa, che sia in latino o che sia in volgare. Anzi, la comprensione della lettera del testo rischia di creare l'illusione che la ragione possa comprendere finalmente il Mistero. E' l'illusione del giovinetto che pensava di raccogliere con una conchiglia l'acqua del mare nella buca che aveva scavato. L'intelligenza, si diceva, sublima se stessa non nella comprensione del Mistero, ma nella comprensione del proprio limite; e solo a quel punto che, illuminata dalla Grazia, nel filiale e olistico abbandono in Dio, può travalicare se stessa per porsi, di fronte al Mistero, non più in termini di illusoria e fallimentare comprensione, bensì di intuizione, contemplazione, adorazione.

"Il latino non si capisce"! - sentenziano i pelandroni. Ma se sono i gesti, i segni, i simboli a parlare al cuore, cosa mai potrebbe aggiungere la lettera del latino che deve limitarsi a parlare alla testa?
Non credo, in tutta onestà, che la Santa Messa con cui la Chiesa ha celebrato fruttuosamente per secoli e secoli, abbia tutti quei difetti che in tanti, forse per pigrizia, forse per il terrore di doversi rimettere in discussione, si ostinano ad appiopparle - certo che tanta pervicacia pare avere un non so che, una certa qual puzza di zolfo... - . Di sicuro ha un pregio: non si corre il rischio di abituarcisi: ogni Messa è come se fosse quella della Prima Comunione; come se fosse la prima, come se fosse l'ultima, come se fosse l'unica! Ogni singola Messa. Nessuna esclusa. Che grazia sarebbe se si potesse recuperare sempre questo senso del sacro anche nella Santa Messa nella forma "ordinaria", senza lasciarsi distrarre dallo one-man-show che troppe volte, si compie sull'Altare... Di sicuro nessuno dei Padri Conciliari avrebbe voluto che accadesse niente del genere.

Prosegue il Papa, sempre al n.52 della Sacramentum Caritatis:
Il Concilio proseguiva sviluppando la riflessione: i fedeli « formati dalla Parola di Dio, si nutrano alla mensa del Corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per mezzo di Cristo Mediatore siano perfezionati nell'unità con Dio e tra di loro »

Il Papa, che anche qui richiama la Sacrosanctum Concilium, esorta i fedeli a formarsi alla Parola di Dio, a nutrirsi alla Mensa Eucaristica, quindi a imparare a offrire se stessi di giorno in giorno. Già al n. 51 il Papa aveva richiamato il legame intrinseco fra la Liturgia e la missione, la natura missionaria della Chiesa. Un legame che si offre all'immediata evidenza di chiunque nell'espressione di congedo: Ite, Missa est! Un'espressione di cui, per ragioni incomprensibili, si è imposta per anni una traduzione ingiustificata e fuorviante: La Messa è finita, andate in pace... come se la Messa potesse mai "finire"....

Ma sul discorso della lingua sacra, il Latino, dovremo tornarci con più calma e attenzione…

sabato 18 agosto 2012

La Santa Messa in forma "straordinaria": una testimonianza


 di Vincenzo Sasso*


Grazie alla Messa "antica", autentico dono del nostro Pontefice, ho potuto sperimentare quel silenzio, quella sacralità e bellezza e atmosfera di preghiera e adorazione che ho sempre ricercato. Ho sempre avvertito l'attrazione per i tesori della nostra tradizione. Ma si trattava di qualcosa che intravedevo solo grazie a qualche film e alla preziosa risorsa di Internet in quanto, in contrasto con le prescrizioni del Concilio Vaticano II del Magistero ordinario, cose come la musica sacra antica, come il canto gregoriano, e le preghiere in latino sono state quasi completamente rimosse dalle nostre celebrazioni.

Grazie alla Messa antica ho imparato a contemplare i misteri della nostra salvezza e ad adorare Cristo nell'Eucaristia con più profondità e con calma. I testi della Liturgia sono dotati di una densità meravigliosa e mi aiutano a comprendere meglio la mia fede e a pregare meglio.

Spesso i detrattori del restauro e del rinnovamento della Liturgia leggono tali proposte con lenti preconfenzionate, attraverso i commenti denigratori di chi, tra le alte schiere, è contrario. Ma questo approccio manca di ragionevolezza e le critiche mosse sembrano alla fine poco consistenti, poco adeguate alla realtà dei fatti, poco argomentate dal punto di vista teologico e dottrinale, in contrasto con le indicazioni autoritative del Magistero papale e anche conciliare, ma piuttosto frutto di impostazioni di un cattolicesimo vecchio, in voga negli '70 del secolo scorso. 
Spero invece che, come il Concilio Vaticano II ci insegna a fare, si possano leggere i segni dei tempi: molti adulti e giovani adulti, attraverso la Messa antica, a cui magari si accostano inizialmente per semplice curiosità, sperimentano un incontro autentico con il Signore, grazie al clima di silenzio che essa favorisce e al denso patrimonio di gesti e testi che la Tradizione romana ci consegna; notiamo come molti lontani, grazie alla Messa antica, avvertono il bisogno di tornare tanti alla fede o perlomeno recuperano un po' di interesse per essa. E sappiamo tutti che l'albero si giudica dai frutti. 

E' opportuno avviare serene discussioni attorno a tutti i temi caldi della Liturgia e della teologia in genere e giungere a delle conclusioni comuni, per quanto possibile.
Da parte dei teologi è richiesta l'umiltà dell'autentico dialogo, che si attua attraverso uno studio attento e spregiudicato del pensiero di ognuno, senza chiudersi alla possibilità di accettare e confessare pubblicamente di avere sbagliato e di essere pronti a cambiare opinione. E questo invito lo rivolgerei a tutti, perché può capitare che vi siano idee speculari tra loro, ma che entrambe siano in parte sbagliate. Bisogna trovare sempre un equilibrio, che poi è quello dell'autentica Fede Cattolica, che è e sarà sempre la stessa.

Nessuno obbliga i fedeli o i sacerdoti e vescovi non interessati al rito antico di frequentare o celebrare questa Messa. Non si capisce allora perché tanto livore nel voler contestare chi ad essa è legato e nel contrastare chi la promuove. Davvero un comportamento del genere, non ho paura di dirlo, è in realtà la negazione di uno dei principi più importanti che il Concilio ha voluto proclamare e in cui tali persone dicono, a parole, di credere: la centralità della persona, del Popolo di Dio e l'autonomia del laicato dall'interventismo clericale. 
Noi siamo tutti cattolici e abbiamo la stessa fede in Gesù, Maria, i santi, l'Eucaristia e il Papa, quindi dovremmo essere uniti nel tentativo di portare Cristo al mondo, trasmettendo l'autentica fede della Chiesa.


* Studente di Teologia, Corato (Bari)