Sante Messe in rito antico in Puglia

Visualizzazione post con etichetta Siria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Siria. Mostra tutti i post

lunedì 26 dicembre 2016

La tenacia cristiana nonostante la tempesta persecutoria degli islamici, amici dell'Occidente ateo e laicista: è Natale, nonostante tutto










Divina Liturgia di Natale nella Chiesa maronita di S. Elia, nel centro storico di Aleppo, in Siria! 
Un popolo cristiano che, nonostante il freddo e la cessazione della persecuzione, non si arrende e rinasce sempre!




Pulizie ed allestimento del presepe da parte di giovani cristiani nella distrutta Cattedrale di S. Elia, in Aleppo




Presepe allestito dai giovani cristiani di Aleppo nella chiesa di Nostra Signora, dopo la liberazione di Aleppo

La gioia cristiana trionfa nonostante l'Occidente, ateo e laicista, pianga i terroristi ed i sedicenti profughi (in verità famiglie di terroristi e di collaborazionisti con i tagliagole islamici), facendo credere che i carnefici fossero le vittime e che i liberatori, invece, fossero carnefici (cfr. Giorgio Bernardelli, Natale ad Aleppo gioia nel quartiere cristiano, in LNBQ, 25.12.2016).
In Francia, ad es., la tour Eiffel si spegne e si riveste di nero, in segno di solidarietà per i militanti islamici e terroristici di Aleppo Est:

giovedì 26 novembre 2015

Storia di fede e massacri. Il peccato mortale di essere cristiani

Nella memoria liturgica di S. Silvestro Guzzolini, abate, e S. Pietro Alessandrino, vescovo, e compagni, martiri, rilancio quest’articolo sullo sterminio silenzioso dei cristiani in terra islamica … (v. anche, dello stesso autore, La bomba durante la messa, la fede che resiste. Cronaca da Aleppo, in Il Foglio, 23.11.2015 e lo Speciale dedicato allo Sterminio dei cristiani). A dimostrazione come non possa parlarsi di un islam integralista ed un islam moderato ...., ma semplicemente dell'islam, come affermato di recente dal presidente turco Erdogan (v. qui e qui).

Apparizione di Cristo con la veste strappata a S. Pietro di Alessandria

Icona di S. Pietro d'Alessandria

Storia di fede e massacri. Il peccato mortale di essere cristiani

Inchiesta su uno sterminio silenzioso

di Matteo Matzuzzi

In Nigeria, solo a Maiduguri, centomila cristiani costretti alla fuga nell'ultimo biennio

“Nella notte tra il 18 e il 19 luglio del 2014, dei pick-up muniti di altoparlante circolavano nei quartieri di Mosul annunciando un ultimatum e distribuendo un volantino in cui si leggeva: i cristiani devono convertirsi all’islam, pagare la tassa, lasciare la città senza prendere nulla con sé entro il mezzogiorno del giorno seguente. O saranno decapitati. ‘Fra voi e noi non ci sarà che la spada’, precisava il volantino. Il risultato? Sono partiti tutti”.
Louis Raphaël I Sako,
Patriarca di Babilonia dei caldei

È un genocidio, punto. Bisogna chiamare le cose con il loro nome”. Bashar Warda, vescovo caldeo di Erbil, Kurdistan, primo punto d’approdo per i cristiani e yazidi cacciati dalle loro case nella piana di Ninive, sfrattati dall’avanzare dell’orda nera del Califfato islamico, scandisce e ripete ogni volta che può quella parola che imbarazza gli storici e pure tanti uomini di chiesa. Definizione controversa, quella di genocidio, basti pensare all’eterna disputa su quel che accadde nell’Impero ottomano in via di disfacimento un secolo fa, quando gli armeni furono condotti a tappe forzate da un capo all’altro dell’Anatolia, con i turchi che ancora oggi negano tutto e parlano di semplici “trasferimenti”. Per Warda “ci sono tutti gli elementi, gli eventi, le storie e le esperienze che soddisfano la definizione di genocidio”, e solo usando la corretta definizione “queste esperienze non saranno dimenticate, i sacrifici di questa gente non saranno dimenticati. Non si aspettino altri vent’anni per guardarsi indietro e dire ‘mi dispiace se non abbiamo fatto qualcosa di veramente decisivo’”, prosegue citando implicitamente la vergogna di Srebrenica e delle sue fosse comuni. Il patriarca di Baghdad, mar Louis Raphaël I Sako, nel suo ultimo libro “Più forti del terrore” (Emi), aveva chiarito perché a suo giudizio è corretto parlare di genocidio: “Se si confrontano gli avvenimenti passati con ciò che accade oggi, è l’ampiezza del dramma che cambia. Decine di migliaia di cristiani sono stati scacciati dalla piana di Ninive in un colpo solo. Nelle guerre precedenti, alcuni individui erano uccisi, oggi tutta la popolazione è colpita”. Questo, aggiungeva Sako, “è un attacco di massa il cui scopo è di far partire tutti i cristiani. Qui si può veramente parlare di epurazione religiosa e addirittura di genocidio”.
Fare stime è difficile, i numeri ballano e i censimenti non sono sempre possibili, data la situazione sul terreno sconvolto da anni di guerre e tensioni etniche e religiose. Quel che si può dire, è che rispetto a un paio d’anni fa il numero di paesi dove la persecuzione nei confronti dei cristiani è considerata estrema (cioè a livello massimo) è passato da sei a dieci, ha scritto di recente in un rapporto la Fondazione di diritto pontificio Aiuto alla chiesa che soffre. A Cina, Eritrea, Iran, Arabia Saudita, Pakistan e Corea del nord si sono infatti aggiunti Iraq, Nigeria, Sudan e Siria. Certo, a Pechino le croci vengono rimosse dalle chiese perché considerate “troppo vistose”; i cristiani non allineati ai vescovi di nomina governativa pregano nella clandestinità, come i loro precursori duemila anni fa nelle catacombe. Nell’ultimo anno, nel solo Zhejiang, il restyling delle chiese (che è nient’altro che la rimozione della croce) ha coinvolto 425 edifici. “Ci sono troppe croci”, ha detto il segretario locale del Partito, preoccupato dalla poca armonia nello skyline cittadino. “La croce è il simbolo della nostra fede. Rimuovendo le croci, le autorità insultano la nostra fede, violano i nostri diritti che pure sono garantiti dalla Costituzione cinese”, diceva qualche tempo fa il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, arcivescovo emerito di Hong Kong. “All’inizio pensavo che la campagna derivasse da una decisione del governo locale. Poi sono giunto alla conclusione che la linea è quella dello Stato centrale. Ciò è una terribile regressione della politica religiosa” della Cina, chiosava.
Dal rapporto, però, balza subito all’occhio che “le nuove entrate sono tutte segnate dall’ascesa dell’estremismo islamico, che si conferma come una delle principali minacce alla comunità cristiana”. Emblematico è il caso dell’Iraq, dove le case dei cristiani sono state marchiate con la “N” di nazareno. Qui oltre centoventimila cristiani sono stati obbligati a scegliere se convertirsi o morire passati per la spada dei jihadisti. Le immagini diffuse nei mesi scorsi dai network del Califfato hanno testimoniato il ritorno delle enclave di dhimmi, dove i non musulmani tollerati sono chiamati a firmare contratti e a pagare tasse per aver salva la vita, a patto di non suonare le campane e di non costruire nuove chiese. In Nigeria, nella sola diocesi di Maiduguri centomila cristiani sono stati costretti alla fuga nell’ultimo biennio. Trecentocinquanta le chiese distrutte, date alle fiamme o rase al suolo. È di martedì sera l’ultimo attacco per mano di Boko Haram, a Yola, capitale dello stato di Adamawa, nel martoriato nord-est del paese. Quarantanove morti secondo gli ultimi bollettini della Croce Rossa (in continuo aggiornamento), cento feriti, dopo che un attentatore suicida si è fatto esplodere in una stazione di servizio, vicino a un mercato di frutta e verdura. L’arcivescovo di Jos, mons. Ignatius Kaigama, presidente della Conferenza episcopale nigeriana, diceva la scorsa estate che per i combattenti di Boko Haram “la vita è niente; non gli importa nulla della loro vita: è inutile. Prendono, però, altre vite, questo è il problema. Vanno in chiesa, vanno al ristorante, vanno al mercato, vanno a scuola e mettono le bombe. Ciò significa che la loro filosofia di vita è irrazionale”. Il cardinale John Onaiyekan, arcivescovo di Abuja, chiedeva anche l’uso delle armi per proteggere il popolo. Il governo “finora ha fatto poco. Ora dicono che lo faranno. Ci spero, ma sono un po’ scettico. A ogni modo, non basta condannare Boko Haram, perché che cosa insegna l’islam nelle sue scuole in Nigeria? A non rispettare le altre religioni. Se questo è il discorso normale, se i bambini crescono così, poi è chiaro che si crea un terreno fertile per l’emergere di Boko Haram o dell’Isis o di al Qaida”.
Davanti all’inferno sulla terra, tra i cadaveri bruciati che riempiono le strade, rimane la speranza che solo la fede può dare. Può sembrare paradossale, ma tutte le testimonianze dai luoghi della persecuzione narrano di una fede che si fa sempre più forte, nonché di una volontà ferma e sempre più convinta di rimanere nelle proprie terre, se necessario fino al martirio. “Nella mia diocesi di Aleppo, nel nord della Siria, siamo sulla linea del fronte di questa sofferenza. La mia cattedrale è stata bombardata sei volte e ora è inagibile. La mia casa è stata colpita più di dieci volte. Stiamo affrontando la furia di un jihad estremista. Potremmo scomparire presto”, ha scritto Jean-Clément Jeanbart, arcivescovo greco-melkita di Aleppo. Noi, aggiungeva, “siamo il primo obiettivo della campagna di pulizia religiosa del cosiddetto Califfato. Veniamo massacrati quotidianamente e anche altri cristiani subiscono lo stesso trattamento”.
I mesi tra il 2013 e il 2015 sono stati catastrofici per i cristiani in diverse regioni del mondo. Non sono gli unici ad aver sofferto, certo. Ma tutti i dati mostrano come essi siano stati quelli più colpiti rispetto ai fedeli di altre religioni. L’International Society for Human Rights, con base a Francoforte, già nel 2012 sosteneva che l’ottanta per cento di tutti gli attacchi di discriminazione religiosa aveva come bersaglio proprio i cristiani. L’Unione europea – non certo entità d’emanazione pontificia – aggiustava la cifra, ma neanche più di tanto: settantacinque per cento. David Brooks, sul New York Times di martedì scorso, snocciolava qualche numero per dare l’idea del massacro silenzioso e spesso tollerato: “Nel novembre del 2014, prendendo un mese a caso, ci sono stati 664 attacchi jihadisti in quattordici paesi, che hanno causato la morte di 5.042 persone. Dal 1984 – aggiungeva Brooks – si stima che un milione e mezzo di cristiani sia stato ucciso dalle milizie islamiste in Sudan”. Una mappa del terrore che già un anno e mezzo fa, a Pasqua, aveva fatto dire al premier britannico David Cameron che “la cristianità è oggi la religione più perseguitata nel mondo”.

sabato 31 ottobre 2015

Il continuo martirio dei cristiani in Siria

Continua la testimonianza di sangue dei martiri cristiani in terra siriana e nel Vicino Oriente per mano del sedicente califfato islamico (v. qui e qui), sostenuto da alcuni governi … (v. qui), dagli errori e malefatte di molti occidentali (v. qui),  e dimenticati, più o meno volutamente, pressoché da tutti (v. quiqui e qui). 
Tutti? Non proprio. Tranne da il vituperato - in Occidente - governo russo, che sta offrendo un aiuto concreto alle popolazioni di quelle terre (v. qui e qui). 
Nella sofferenza, la fede di quei cristiani si rafforza (v. qui).
E questo avviene mentre l’Occidente, imbelle ed impregnato dal pensiero debole e debosciato (v. qui), sta morendo abbandonandosi a scempi, profanazioni e demolizioni anche per far posto .... a moschee (v. quiqui e qui). Giustificate addirittura per legge e dai giudici (v. qui). Nell'Occidente opulento, laico ed ateo, a parte le questioni gender, una delle preoccupazioni è decidere se lo scimpanzé sia o no una persona (v. qui) o "delocalizzare" i presepi (v. qui). Il che la dice lunga come sia messo. 
A differenza di quanto avviene in terra russa (v. qui), dove con lungimiranza, e con maggior senso storico delle origini della religione islamica (v. qui), si è compreso, ad es., pure che il fenomeno immigratorio di questi tempi è orchestrato ed è una vera e propria invasione musulmana, che bisogna contrastare adeguatamente, rinviando indietro i c.d. profughi islamici (v. qui), evitandosi di fare discorsi sull'accoglienza come ha anche ricordato, peraltro, in ambito cattolico il patriarca della chiesa cattolica greco-melkita, Gregorio III Laham (v. qui).
Nella vigilia della festa di Ognissanti e nella memoria di S. Alfonso Rodriguez, confessore, rilancio quest’articolo de Il Foglio.

Francisco de Zurbarán, Visione di S. Alfonso Rodríguez, 1630, Academia de Bellas Artes de San Fernando, Madrid


Artista sconosciuto posteriore ad Anton Wierix II, S. Alfonso Rodríguez, XVII sec., Philadelphia Museum of Art, Philadelphia

Undici cristiani decapitati e crocifissi in Siria. 
Sulle croci il cartello “infedele”

di Matteo Matzuzzi

I dettagli circa la strage degli undici cristiani nei dintorni di Aleppo sono stati divulgati da Christian Aid Mission

Undici cristiani siriani, appartenenti a un gruppo attivo nell’assistenza delle popolazioni locali, sono stati decapitati e crocifissi lo scorso mese nei dintorni di Aleppo. Ne ha dato notizia l’organizzazione no profit statunitense Christian Aid Mission, con sede a Charlottesville, in Virginia. Agli undici era stata offerta la possibilità di salvarsi, lasciando la propria casa e rinnegando la fede in Cristo. Dieci di loro hanno rifiutato, mentre il più piccolo del gruppo (un dodicenne) è stato prima torturato e poi ucciso davanti al padre, il capo missione, che si era rifiutato di “tornare all’islam”. Il direttore del gruppo, 41 anni, in cui erano impegnati gli undici (il cui nome non è stato divulgato per ragioni di sicurezza) ha confermato a Christian Aid Mission l’accaduto, spiegando che aveva suggerito loro di abbandonare al più presto la regione, considerata l’avanzata delle milizie del califfo Abu Bakr al Baghdadi. La risposta era stata semplice: “Noi vogliamo stare qui, questo è ciò che Dio ci ha detto di fare e questo è ciò che noi vogliamo fare”.
Stando alle ricostruzioni e le testimonianze delle famiglie dei decapitati, gli undici sono stati catturati lo scorso 7 agosto in un piccolo villaggio non distante dalla periferia di Aleppo. Il 28 dello stesso mese, i miliziani hanno chiesto loro cosa avessero deciso di fare, se rinunciare al Cristianesimo e tornare alla religione islamica. Davanti al rifiuto, i prigionieri sarebbero stati trascinati in mezzo alla folla. Il primo a essere brutalizzato è stato (sempre secondo quanto dichiarato dai testimoni presenti in loco) il figlio dodicenne del campo missione: dopo il taglio delle dita è stato picchiato. Al padre è stato spiegato che la tortura si sarebbe fermata solo se avesse rinnegato Cristo. Dinanzi all’ennesimo rifiuto, tutti i membri del gruppo avrebbero quindi incontrato la morte per decapitazione, prima di essere messi in croce, dove “sono stati lasciati per due giorni e a nessuno era permesso di tirarli giù da lì”, ha aggiunto il capo missione. Sulle croci era stato attaccato il cartello con la scritta “infedele”.

lunedì 7 settembre 2015

L’islam moderato non esiste!!!

Mentre nella laica/atea Europa si fa propaganda al laicismo ed addirittura in quella che fu la figlia primogenita della Chiesa, cioè la Francia, si fa «evangelizzazione laica» a scuola per liberare il paese dalla fede cattolica (v. qui e qui), l’islam, che non è possibile distinguere in moderato ed integralista, avanza, preparando la distruzione dell’antico continente. Ed in Occidente c'è chi disprezza chi, al Meeting di Rimini, ha avuto il coraggio di affermarlo (v. qui)!
L'articolo oggi da noi rilanciato è stato tradotto in inglese da Rorate caeli. Una sintesi in francese è qui.


“L’islam moderato non esiste”

Padre Douglas al Bazi racconta il genocidio cristiano in Iraq

di Matteo Matzuzzi


Roma. “Per favore, se c’è qualcuno che ancora pensa che l’Isis non rappresenta l’islam, sappia che ha torto. L’Isis rappresenta l’islam, al cento per cento”. Ha alzato la voce, intervenendo al Meeting di Rimini, padre Douglas al Bazi, sacerdote cattolico iracheno e parroco a Erbil, formulando – a mo’ di provocazione e con toni duri – un’equazione che ben pochi si erano spinti a  sostenere. Porta sul corpo i segni delle torture subite nove anni fa, quando una banda di jihadisti lo sequestrò per nove giorni, tenendolo bendato e in catene, con il setto nasale fracassato da una ginocchiata: “Per i primi quattro giorni non m’hanno dato neanche da bere. Mi passavano davanti e mi dicevano ‘padre, vuoi dell’acqua?’. Ascoltavano tutto il giorno la lettura del Corano per far sentire ai vicini quanto fossero bravi credenti”. A padre Douglas non appartiene il felpato linguaggio della diplomazia, il perbenismo di gran moda di cui si fa gran uso per non urtare sensibilità  varie. Nessuno spazio, nelle sue parole, neppure per le discettazioni sul grado più o meno alto di moderazione insito nelle religioni e per gli appelli al dialogo a tutti i costi con i tagliatori di teste, gli impiccatori di vecchi studiosi in pensione e, perché no, con il califfo in persona. Più che con i salotti e con certi pulpiti occidentali, l’intervento di padre Douglas è in sintonia con quel che dicono da tempo i presuli locali, a partire dal patriarca di Baghdad, mar Louis Raphaël I Sako, che nel suo libro “Più forti del terrore” (Emi) ha accusato l’ayatollah al Sistani – la massima autorità sciita irachena – di non aver aperto bocca sulle persecuzioni dei jihadisti contro le minoranze perché “tanto non mi ascoltano”.

Padre Douglas al Bazi è responsabile di due centri di accoglienza per cristiani scampati all’avanzata dell’orda nera, non distante da Ankawa. Dopo la marcatura delle case cristiane dislocate nella piana di Ninive con la “n” di nazareno, un anno fa, “dalla mattina alla sera abbiamo ricevuto migliaia di profughi” e l’esodo ancora continua. “Io sono orgoglioso di essere iracheno, amo il mio paese. Ma il mio paese non è orgoglioso che io sia parte di esso. Quello che è successo alla mia gente è un genocidio. Vi imploro: non parlate di conflitto. E’ un genocidio”, ha detto il sacerdote, che di islam moderato non vuol sentire nemmeno parlare: “Quando l’islam vive in mezzo a voi, la situazione potrebbe apparire accettabile. Ma quando uno vive tra i musulmani, tutto diventa impossibile. Io qui non sono a spingervi all’odio verso l’islam. Io sono nato tra i musulmani, e tra essi ho più amici che tra i cristiani. Ma la gente cambia e se noi ce ne andremo nel mio paese nessuno più potrà distinguere la luce dalle tenebre. C’è chi dice ‘ma io ho tanti amici musulmani che sono simpatici’. Sì, certo. Sono simpatici, qui. Là la situazione è ben diversa”. Una situazione riguardo la quale aveva speso parole dure anche il vicepresidente della conferenza degli imam di Francia (e imam di Nimes) Hocine Drouiche, intervenuto lo scorso luglio al Parlamento europeo: “Nel mondo i cristiani sono perseguitati, braccati, privati del lavoro, imprigionati, torturati, assassinati. Tutti i mezzi sono usati per costringerli a rinnegare la loro fede, compreso il rituale dello stupro collettivo, considerato in certi stati come una forma di sanzione penale. Possedere una Bibbia è diventato un crimine, proibita è la celebrazione del culto, si è tornati ai tempi delle messe nelle caverne e dei primi martiri”. E la colpa, aveva aggiunto Drouiche in un discorso che ben poco risalto aveva avuto sui media europei, è “dell’islam contemporaneo”, che è molto più vicino “al settarismo, piuttosto che a una religione universale e aperta”.

“Credo che alla fine ci distruggeranno”
Il racconto di padre al Bazi è poi quello di chi rischia quotidianamente di essere assassinato per strada: “Noi non sappiamo mai se, uscendo da una chiesa, avremo la possibilità di rientrarci da vivi. A Baghdad hanno fatto esplodere la mia chiesa davanti ai miei occhi. Mi hanno sparato alle gambe con un AK-47, una specie di Kalashnikov, e probabilmente prima o poi mi ammazzeranno”. Eppure, la fede è solida: “Quando mi hanno incatenato, nei giorni del mio sequestro, hanno stretto ai polsi un grosso lucchetto. Dalla catena avanzavano dieci anelli, che ho usato per recitare il Rosario. Non l’ho mai fatto in maniera tanto profonda come in quella circostanza”. “Io – ha aggiunto padre Douglas – non imploro il vostro aiuto. Non sono spaventato, così come non è spaventata la mia gente. Credo ci distruggeranno, alla fine. Ma credo anche che l’ultima parola sarà la nostra. Gesù ci ha detto che bisogna portare la propria croce, ed è quello che noi in medio oriente stiamo facendo. Ma la cosa più importante non è di portare la croce, bensì di seguirla. E seguirla significa accettare, sfidare e impegnarsi fino alla fine. A questo noi non rinunceremo mai”. “Bisogna avere pazienza e portare la croce ogni giorno, ma dobbiamo anche reagire”, gli ha fatto eco padre Ibrahim Alsabagh, parroco ad Aleppo che ha ricordato come la città sia ora “divisa in decine di parti, ognuna delle quali è in mano a un gruppo jihadista diverso. La nostra chiesa di San Francesco è a sessanta metri dalla linea di fuoco. Hanno già colpito tante chiese, non sappiamo quando toccherà alla nostra”. Ecco perché padre Douglas, a conclusione del suo intervento, ha lanciato un monito all’occidente infiacchito: “Svegliatevi! Il cancro è alla vostra porta. Vi distruggeranno. Noi, cristiani del medio oriente, siamo l’unico gruppo che ha visto il volto del male: l’islam”.

Fonte: Il Foglio, 26.8.2015

giovedì 25 giugno 2015

Rinnegare la fede? Impensabile. Per noi cristiani iracheni credere è essere

Rilancio volentieri la bella testimonianza del patriarca di Baghdad, il quale racconta in un libro – recentemente edito in Italia – la situazione dei cristiani caldei in mano all’Isis; regime che gode le simpatie dei sauditi - come emerge da alcuni dati (v. qui) - e che, nell'indifferenza dell'Occidente, continua a mietere vittime (v. qui) e drammi umani (v. qui). L'Occidente, infatti, anziché occuparsi di questa realtà, pensa solo ad erigere monumenti al diavolo (v. qui)!

«Rinnegare la fede? Impensabile. Per noi cristiani iracheni credere è essere»

di Emanuele Boffi

In un libro-intervista (Più forti del terrore, Emi) il patriarca di Baghdad Louis R. Sako racconta in modo mirabile e toccante la situazione del suo popolo


È passato un anno da quando centinaia di uomini vestiti di nero entrarono a Mosul, l’antica Ninive. In un libro-intervista appena uscito (Più forti del terrore, Emi) il patriarca di Baghdad Louis R. Sako racconta in modo mirabile e toccante la situazione dei cristiani iracheni.
Ricorda quei primi giorni, quando i jihadisti distribuirono volantini in cui avvertivano i nazareni: o vi convertite o lasciate la città, pena la decapitazione. «Fra voi e noi, non ci sarà che la spada», c’era scritto. Sako ripercorre con la memoria l’esodo dei fedeli, lo spostarsi lento e angosciato di uomini, donne e bambini, e i vecchi portati a spalla lungo strade senz’ombra e con temperature vicine ai cinquanta gradi. Oggi, dice Sako, non c’è alternativa all’intervento armato di terra perché i raid aerei sono necessari, «ma non bastano» a fermare l’Isis.
Fra le mille perle contenute in questo libro, ve ne è una che, da sola, basterebbe a turbare la sonnolenta fede occidentale. Al suo interlocutore che gli chiede come sia stato possibile che gli iracheni abbiano preferito perdere tutto piuttosto che abiurare, Sako risponde: «In Iraq è semplicemente impensabile rinnegare la propria fede. Fa parte dell’identità della persona. La fede da noi non è speculativa, è una questione d’amore e di attaccamento alla persona di Cristo. La religione è come la farina nel pane, non si può estrarla. È un’esistenza mistica. Per noi cristiani, la fede è la cosa più grande, per la quale si è pronti a sacrificarsi. Credere è essere».

Fonte: Tempi, 22.6.2015

sabato 11 aprile 2015

148 nuovi martiri nel firmamento della Chiesa

Quest’oggi, oltre alla memoria di San Leone Magno, che abbiamo già ricordato, la Chiesa celebra anche la vergine Santa Gemma Galgani.





In onore di questa Santa giovane mistica, stigmatizzata, innamorata della Passione di Cristo, rilancio questo contributo del prof. De Mattei, il quale sottolinea come, ancor oggi, come ricordato anche da noi in diverse occasioni (v. ad es. qui), continui il martirio di tanti cristiani per mano dell’Islam, in molte parti del mondo: dal vicino Oriente all’Africa, che ci lasciano una limpida ed intrepida testimonianza di fede (v. «Non ci resta che affidarci a Dio». L’ultimo sms di Ayub prima di essere massacrato a GarissaCosì ho abbracciato il mio fratello carnefice, che mi aveva tagliato le dita con il macheteSiria, circa 300 cristiani sono ancora nelle mani dell’Isis. «Ci hanno chiesto un riscatto di 30 milioni di dollari»).
L'articolo del prof. De Mattei è tradotto in inglese dall'immancabile Rorate coeli.



148 nuovi martiri nel firmamento della Chiesa

di Roberto de Mattei

Nel firmamento della Chiesa brillano le stelle di 148 nuovi martiri. I giovani cristiani vittime dell’Islam, lo scorso Giovedì santo in Kenya, non devono essere commiserati, ma invidiati, perché hanno avuto la grazia immensa del martirio. Essi sono martiri perché sono stati uccisi in quanto cristiani dai soldati di Allah.

Ciò che rende il martire tale non è la morte violenta, ma il fatto che essa sia inflitta in odio alla fede cristiana. Non è la morte che fa il martire, dice sant’Agostino, ma il fatto che la sua sofferenza e la sua morte siano ordinate alla verità. Non tutte le vittime di una persecuzione si possono dire martiri, soltanto quelle che abbiano ricevuto la morte per odio alla fede da parte degli uccisori.

I martiri del campus universitario di Garissa, si aggiungono alla innumerevole legione di testimoni della fede massacrati negli ultimi due secoli dai persecutori della Chiesa. Il primo genocidio dei tempi moderni è quello della Rivoluzione Francese. Ben 438 religiosi, religiose e semplici laici sono già venerati come beati e per altri 591 sono in corsi i processi per il riconoscimento del martirio «in odium fidei». A questo olocausto si aggiunge quello della guerra di Spagna (1936-1939), dove sono 1.512 i martiri beatificati e 11 quelli canonizzati, ma il numero delle vittime di anarchici e comunisti è di molte decine di migliaia.

Il 13 ottobre 2013 a Tarragona, in Catalogna, sono state beatificate 522 persone uccise in odio alla fede prima e durante la guerra religiosa di Spagna. Si è trattato della cerimonia con il maggior numero di Beati, 522, che ha superato quella svoltasi a Roma, in piazza San Pietro, il 27 ottobre 2007. I loro nomi si aggiungono agli innumerevoli martiri del comunismo, del laicismo e oggi dell’Islam, in tutti i paesi del mondo.

Bisogna avere il coraggio di pronunciare il nome degli assassini. Si continua a tacere sul fatto che è in atto da tempo una sistematica e planetaria persecuzione islamica contro i cristiani. Papa Francesco, dopo i fatti del Kenia, ha letto questa bella preghiera: «nel Tuo viso schiaffeggiato vediamo il nostro peccato, in Te vediamo i nostri fratelli perseguitati, decapitati e crocifissi per la loro fede in Te, sotto i nostri occhi e spesso con il nostro silenzio complice». Antonio Socci, che ha spesso denunciato il “silenzio complice” delle supreme autorità ecclesiastiche, scrive su “Libero” del 5 aprile: «Ci aspettiamo che – affacciato a quella finestra – papa Bergoglio, con tutto il prestigio di cui gode sui media, svegli tutti i potenti della terra, mobiliti la sua diplomazia, che faccia sentire a tutti il grido di dolore dei cristiani perseguitati, che indica preghiere continue di tutta la Chiesa, che lanci una grande iniziativa umanitaria per i cristiani perseguitati».

L’appello sembra essere stato raccolto da Ernesto Galli della Loggia che su “Il Corriere della Sera” del 5 aprile ha proposto al governo italiano una sottoscrizione nazionale tra tutti gli italiani, tra tutte le istituzioni pubbliche e private del Paese, per raccogliere i fondi necessari a un cospicuo invio di aiuti ai cristiani perseguitati. Tutto questo però non è sufficiente, quando è in corso una guerra. E bisogna prendere atto che esiste una guerra di religione contro Gesù Cristo e contro la sua Chiesa combattuta in nome di quella Sura del Corano che recita: «Uccidete gli infedeli ovunque li incontriate. Questa è la ricompensa dei miscredenti» (2, 191). Questa guerra non è stata dichiarata dai cristiani, ma è stata intrapresa contro di essi. Perché i governi dell’Occidente non la combattono? La ragione è che l’Occidente condivide il medesimo odio dei persecutori contro le proprie radici cristiane.

Il laicismo occidentale non solo processa, perseguita, ridicolizza coloro che difendono l’ordine naturale e cristiano, ma pratica anch’esso il genocidio di massa. Mons. Luc Ravel, Vescovo delle forze armate francesi, ha affermato: «Scopriamo di dover scegliere in quale campo collocarci; scopriamo di armarci contro il male manifesto senza prender posizione contro quello subdolo. Il cristiano si sente preso come in una tenaglia tra due ideologie: da una parte, quella che fa la caricatura di Dio sino a disprezzare l’uomo; dall’altra, quella che manipola l’uomo sino a disprezzare Dio. Da una parte, avversari dichiarati e riconosciuti: i terroristi della bomba, i vendicatori del profeta; dall’altra, avversari non dichiarati però ben noti: i terroristi del pensiero, promotori della laicità, gli adoratori della Repubblica. In quale campo situarsi come cristiani? Noi non vogliamo essere presi in ostaggio dagli islamici. Ma non ci auguriamo nemmeno d’esser presi in ostaggio dai benpensanti. L’ideologia islamica ha fatto 17 vittime in Francia. Ma l’ideologia dei benpensanti fa ogni anno 200 mila vittime nei grembi delle loro madri. L’aborto inteso come ”diritto” fondamentale è un’arma di distruzione di massa».

L’odio che l’Occidente nutre verso la Chiesa e la Civiltà cristiana è l’odio verso la propria anima e la propria identità. «Un odio di sé dell’Occidente  ha scritto Benedetto XVI che si può considerare solo come qualcosa di patologico»l’Occidente si apre pieno di comprensione ai valori esterni, «ma non ama più se stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro».

Oggi l’Occidente rifiuta i valori attorno a cui ha costruito la sua identità e raccoglie solo l’eredità distruttiva dell’illuminismo, del marxismo e del freudismo. La teoria del gender rappresenta l’ultimo passaggio intellettuale di questa dissociazione dell’intelligenza dalla realtà che diventa odio patologico verso la stessa natura umana. Il gesto di Andreas Lubitz, che ha voluto schiantare contro le Alpi il suo Airbus con 150 passeggeri, è l’espressione di questo spirito di autodistruzione. Il suicidio è un’espressione estrema, ma coerente, della depressione occidentale: uno stato d’animo in cui l’anima sprofonda nel nulla, dopo aver perso ogni ragione di vivere. Quando si professa il relativismo assoluto ci si realizza solo nella morte.

La strage di Gorissa non è una “brutalità senza senso”, così come il suicidio del pilota tedesco non è un atto di pura follia. Questi gesti, distruttivi o autodistruttivi, hanno una loro aberrante logica. All’esaltazione dei fanatici di Allah corrisponde la depressione degli apostati del Cristianesimo: L’equilibrio nel mondo si è spezzato, quando si sono voltate le spalle ai princìpi cristiani. E un medesimo impulso preternaturale muove il furore omicida dell’Islam e il nichilismo suicida dell’Occidente. Il principe delle tenebre, non riuscendo a farsi Dio, vuole distruggere tutto ciò che è di Dio e della Civiltà cristiana porta l’orma. Senza quest’infestazione diabolica è difficile comprendere quanto sta accadendo nel mondo. E senza un intervento angelico è impossibile combattere una battaglia che ha il suo primo atto nel momento della creazione, quando il fronte degli Angeli si divise in due schiere perennemente contrapposte nella storia dell’universo creato.

Il messaggio di Fatima vede la Madonna preceduta e accompagnata dagli Angeli. E chi ha letto il Terzo Segreto ricorda la tragica visione di una grande croce, ai piedi della quale anche il Papa viene ucciso: «Sotto i due bracci della Croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio». Come agli inizi del Cristianesimo, il sangue dei cristiani è seme di rinascita nella storia e di vittoria nell’eternità.

lunedì 23 marzo 2015

I martiri cristiani, i boia jihadisti e noi che abbiamo dimenticato la lezione di Otranto

Delle innumerevoli vittime cristiane del sedicente califfato, i cui prodromi sono nelle sedicenti primavere arabe come ricordato di recente anche dal vescovo emerito di Aleppo (v. qui), abbiamo avuto modo di parlarne nuovamente alcuni giorni fa (v. in questo blog qui). Una vicenda – quella dei 21 cristiani copti, rapiti ed uccisi (qui il video integrale della loro uccisione: le immagini sono molto forti!) – che riecheggia il martirio dei primi secoli della fede cristiana (v. qui) e che non ha lasciati sgomenti i parenti delle vittime, ma che, come ha dichiarato anche il fratello di due degli uccisi, ha rafforzato la loro fede.


Ecco ora un interessante contributo di Alfredo Mantovano, il quale ci ricorda il martirio – simile – dei cristiani idruntini (su questo martirio v. in questo blog qui), ma che rammenta come quanto sta accadendo obbliga le nazioni a reagire – pure militarmente – come del resto stanno facendo molte milizie cristiane di quelle terre (v. qui e qui), difendendo concretamente quelle popolazioni inermi uccise perché cristiane (v. qui) e che portano con coraggio la croce (v. qui). L'Occidente, invece, è perso nel nichilismo dei "diritti".

I martiri cristiani, i boia jihadisti e noi che abbiamo dimenticato la lezione di Otranto


Alfredo Mantovano


Oggi come allora la comunità internazionale deve decidere se, come insegna la dottrina sociale della Chiesa e come ha ricordato papa Francesco, non sia urgente esercitare il diritto e il dovere di «fermare l’aggressore ingiusto»

Pubblichiamo l’editoriale del numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

La storia non è mai uguale a sé stessa. Riesce a essere maestra, se si decide di prenderne gli insegnamenti e di cogliere le analogie con quanto accaduto in altre epoche. Nel 1480 Otranto, città italiana all’epoca fra le più importanti, è distrutta, i suoi abitanti sono uccisi in combattimento e i sopravvissuti martirizzati uno per uno, tagliando loro la testa, esattamente come fanno oggi i boia dello Stato islamico, dall’esercito ottomano di Maometto II. La distruzione di Otranto non avviene per caso: segue di 27 anni la presa di Costantinopoli ed è l’esito della ritrosia dei governanti dell’Occidente a unire le forze contro la minaccia proveniente da Oriente. Vi è chi giunge all’intelligenza col nemico: in un conflitto che vede schierati da una parte il Papato e Napoli e dall’altra Firenze, Milano, Venezia e la Francia, costellato da omicidi e congiure, Lorenzo de’ Medici e la Serenissima spingono i Turchi ad aggredire le sponde adriatiche del Regno partenopeo.
Novant’anni dopo, nel 1571, la ruota gira diversamente: una flotta di Stati cristiani ferma la minaccia turco-islamica nel Mediterraneo al largo di Lepanto. Lo scenario europeo non è migliorato rispetto al 1480: la Francia fa lega con i principati protestanti per contrapporsi agli Asburgo e si compiace della pressione che i turchi esercitano contro l’Impero nel Mediterraneo; Parigi e Venezia non muovono un dito per difendere i Cavalieri di Malta nell’assedio condotto contro di loro da Solimano il Magnifico.
La vittoria di Lepanto non è quindi il frutto della convergenza di interessi politici; al contrario, è un inaspettato trionfo che si realizza nonostante le divergenze: per una volta principi, politici e comandanti militari sanno accantonare le divisioni e unirsi per difendere l’Europa, grazie a un residuo di visione del mondo sostanzialmente comune, fondata sul rispetto del cristianesimo e del diritto naturale.

L’indifferenza è una resa

Oggi la minaccia terroristica e la persecuzione delle comunità cristiane non risparmia nessuna zona del globo. Recarsi a Messa la domenica in Pakistan o in Nigeria è andare incontro al martirio; lo stesso accade se non si fugge dai luoghi dove si parla ancora l’aramaico, l’antica lingua di Gesù. Le stragi e le decapitazioni dei fedeli di Cristo in diretta tv sono pianificate e puntano, come si voleva fare a Otranto nel 1480 o come sarebbe accaduto all’Italia e alla Spagna se non ci fosse stata Lepanto, a eliminare la Croce come segno di speranza e di salvezza. Oggi come allora ogni comunità cristiana è chiamata alla preghiera perché la fede dei martiri resti salda, ma la comunità internazionale deve decidere se, come insegna la dottrina sociale della Chiesa e come ha ricordato papa Francesco, non sia urgente esercitare il diritto e il dovere di «fermare l’aggressore ingiusto».
Certo, lo stesso Pontefice aggiunge che la soluzione non sta nella sola opzione militare, che «una sola nazione non può giudicare come si ferma un aggressore ingiusto», che la difesa deve essere multilaterale, possibilmente sotto l’egida di organizzazioni internazionali. Ma la scelta è fra Otranto e Lepanto, fra l’indifferenza che concorre ai massacri e il sentire come una lesione a sé stessi l’uccisione di migliaia di fedeli mentre assistono alla Messa. Non scegliere significa aver deciso che i boia vadano avanti.