Sante Messe in rito antico in Puglia

domenica 24 aprile 2011

AUGURI

Resurrexi, et adhuc tecum sum. Alleluia! 
Sono risorto, sono sempre con te. Alleluia! 

Cari fratelli e sorelle, Gesù crocifisso e risorto ci ripete oggi quest’annuncio di gioia: è l’annuncio pasquale. Accogliamolo con intimo stupore e gratitudine! 
                                Buona Pasqua! 

(dal Messaggio Urbi et Orbi di S.S. Benedetto XVI, Pasqua 2008)

venerdì 15 aprile 2011

La velazione delle croci e delle immagini nel tempo di Passione

di Antonio Alò

É stata consuetudine della Chiesa romana, almeno nei tempi moderni (s'intende dal XVII secolo in avanti), quella di velare le croci e le immagini dei Santi, dalla V Domenica di Quaresima fino alla Pasqua. Questa è stata, e deve continuare ad essere, una delle caratteristiche che definiscono il tempo di Passione – un Tempo che, se dopo la riforma liturgica postconciliare ha perso tale nome, non deve perderne lo spirito. 
Ancora in molte chiese di tutto l'Occidente, croci e statue sono velate e rimangono velate per due settimane intere. 
L'Enciclopedia Cattolica descrive questa usanza come segue: "nei Primi Vespri della Domenica di Passione [cioè la V Domenica di Quaresima] le croci, statue e le immagini di Nostro Signore e dei Santi sull'altare e in tutta la Chiesa, con la sola eccezione delle croci e le immagini della Via Crucis, devono essere coperte con un velo viola, non traslucido, né in alcun modo ornato. Le croci rimangono coperte fino a dopo la denudazione solenne della Croce, nella sua adorazione il Venerdì Santo. Le statue e le immagini conservano la loro copertura, non importa quale festa si può verificare nel contempo, fino a quando s'intona il Gloria in Excelsis del Sabato Santo. Tuttavia, va notato che la statua di San Giuseppe può rimanere scoperta, se è al di fuori del presbiterio, nel mese di marzo, che è dedicato al suo onore. 
Naturalmente, tale pratica non è più obbligatoria nel Novus Ordo, ma certamente è permessa. 
Quindi, se si vuol tornare a velare le immagini, sarà necessario comprendere il significato di tale “rito”. 
Perché la Chiesa vela la croce in questi ultimi giorni di Quaresima, cioè nel Tempo in cui essa è più intenta a meditare la dolorosa Passione del Signore ? 


L'interpretazione mistica
L'Abate Guéranger ci illumina con una interpretazione mistica del Vangelo che veniva letto in questa Domenica: Come Cristo si nascose dalla furia delle autorità ebraiche (Giovanni 8:59), così ora è nascosto al mondo per la preparazione del mistero della sua passione. “Il presentimento di quell'ora terribile (della passione del nostro Salvatore) porta la madre afflitta (la Chiesa) a velare l'immagine del suo Gesù: la croce è nascosta agli occhi dei fedeli. 

Le statue dei santi, sono coperte, perché se la gloria del Maestro è eclissata, il servo non deve apparire”. 
Gli interpreti della liturgia ci dicono che questa cerimonia di velare il crocifisso durante il Tempo di Passione, esprime l'umiliazione a cui il nostro Salvatore stesso fu soggetto: di nascondersi, quando gli ebrei hanno minacciato di lapidarlo, come è scritto nel Vangelo della Domenica di Passione [Giovanni 8:46-59, Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di Lui. Ma Gesù si nascose e uscì dal tempio (Giovanni 8:59)]. 


L'interpretazione spirituale 
Dom Guéranger continua e ci orienta ad atti di devozione per la Croce: “Due volte durante il corso dell'anno, cioè, nelle feste di sua Invenzione e della sua Esaltazione, questo sacro legno sarà offerto a noi perché possiamo onorare il trofeo della vittoria del nostro Gesù; ora, invece, ci parla delle sue sofferenze; essa porta con sé un' altra idea, cioè quella della sua umiliazione”.
Considerando che, nel Tempo della Passione del Signore, tutte le forze della nostra devozione devono essere indirizzate alla Croce di Cristo, possiamo essere sorpresi che le immagini della Croce sono da coprire in questi giorni. Tuttavia, venerare la Croce non tanto come un emblema di vittoria (come nel Trionfo della Croce), ma come uno strumento di umiliazione e sofferenza, ci fa render presto conto delle realtà spirituali che sono rappresentate attraverso la velazione di essa.
Nella sua Passione, la divinità del Salvatore nostro è stata quasi del tutto eclissata, tanto grande era la sua sofferenza. Allo stesso modo, anche la sua umanità è stata oscurata - tanto da poter affermare attraverso il suo profeta: Io sono un verme, non uomo (Salmo 21:7).  
Il suo volto e il corpo intero erano così sfigurato dai colpi dei flagelli che il nostro Gesù era appena riconoscibile! Così, le ferite subito nascondono la sua divinità e la sua umanità. 
Per questo motivo i veli sulle croci in questi ultimi giorni di Quaresima, stanno a nascondere il nostro Salvatore sotto il triste panno viola. 

L'interpretazione storica 
Riproduciamo qui lo studio storico offerto da fr. Edward McNamara, professore di liturgia presso il Pontificio Regina Apostolorum (tratto da Zenit ): 
"Probabilmente deriva da una consuetudine, in uso in Germania dal IX secolo, di stendere un grande panno davanti all'altare dall'inizio della Quaresima. Questo tessuto, chiamato “Hungertuch” (stoffa della fame), nascondeva l'altare interamente ai fedeli durante la Quaresima e non veniva rimosso, se non durante la lettura della Passione il Mercoledì Santo alle parole “il velo del tempio si squarciò in due”. 
Alcuni autori dicono che c'era un motivo pratico per questa prassi, in quanto i fedeli, spesso analfabeti, avevano bisogno di un modo per sapere che si era in tempo di Quaresima. 
Altri, invece, sostengono che si trattava di un residuo dell'antica pratica della penitenza pubblica, a norma della quale i penitenti erano ritualmente espulsi dalla chiesa all'inizio della Quaresima. 
Successivamente il rito della penitenza pubblica, cadde in disuso. [...] “Per motivi analoghi, più tardi nel Medio Evo, le immagini di croci e santi venivano velati fin dall'inizio della Quaresima. La regola di limitare tale pratica al tempo di Passione è venuta più tardi e non sembra prima della pubblicazione del Cerimoniale dei Vescovi del XVII secolo.” 

Un'altra possibilità? 
Vorremmo proporre un'altra possibilità, che non necessariamente entra in conflitto con una di quelle di cui sopra. 
Può essere possibile che la Chiesa copra le immagini della Croce in questi giorni, per lo stesso motivo per il quale essa si astiene dall'offrire il sacrificio della Messa, nel Venerdì Santo. 
Vale a dire che, in questo tempo in cui noi misticamente entriamo nella realtà storica degli ultimi giorni di Gesù , non è corretto avere il segno sacramentale o l'immagine della Croce presentati ai fedeli. 
In effetti, San Tommaso ci dice che "la figurazione cessa con l'avvento della realtà. Ma questo sacramento [cioè l'Eucaristia] è una figura e una rappresentazione della Passione di Nostro Signore, come sopra indicato. E quindi il giorno in cui si ricorda la passione di nostro Signore, come fatto realmente avvenuto, questo Sacramento non viene consacrato." ( ST III, q.83, a.2, ad 2) 
Allo stesso modo è bene che, quando l'anno liturgico ricorda gli eventi che portarono alla Crocifissione, la Chiesa nasconda le effigi della Croce alla visione dei suoi fedeli.

lunedì 11 aprile 2011

Il sacro silenzio nella celebrazione liturgica

di Nicola Bux

«Nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa… il tuo Verbo onnipotente, o Signore, è sceso dal cielo» (cf. Sap 18,14-15). Così un’antifona nell’ottava del Natale ricorda, con straordinaria libertà, come nella notte dell’Esodo sia avvenuta la liberazione dell’uomo e l’affrancamento dal peccato. Per riconoscerlo presente nel mondo, anzi nell’opera pubblica che è la liturgia – sacra proprio a motivo della Presenza – è necessario «silere», cioè tacere. Bisogna tacere per ascoltare, come all’inizio di un concerto, altrimenti il culto, ossia la relazione coltivata, profonda con Dio, non può incominciare, non si può «celebrare» Lui. 
Ciò è indispensabile per pregare: «Entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto» (Mt 6,6). La camera è l’anima, ma anche il tempio, dicono i Padri. Quale segreto può essere mantenuto senza silenzio? Il segreto della coscienza in cui si può udire la voce di Dio, nella notte silenziosa come per Samuele. Ci vuole silenzio perché Dio possa parlare e noi ascoltarlo. Per questo andiamo in chiesa, per celebrare il culto divino, sacro perché scende dal silenzio eterno nel tempo così rumoroso, per placarlo e orientarlo all’Eterno. Non c’è dubbio che la posizione frontale del sacerdote all’altare verso il popolo induca alla distrazione lui e i fedeli, disorientando la direzione della preghiera: imitiamo il Santo Padre che guarda al Crocifisso. 
Il silenzio va recuperato, limitando al minimo le parole da parte di chi deve dare indicazioni preparatorie alla celebrazione. I sacerdoti, le religiose addette al servizio, i ministri limitino parole e movimenti, perché sono alla presenza di Colui che è la Parola. Questo silenzio è chiesto all’inizio della Santa Messa per l’esame di coscienza, pur breve, onde riconoscere i nostri peccati «prima di celebrare i Santi Misteri».
Dopo l’invito a pregare con l’Oremus, il sacerdote si raccoglie in silenzio, per pregare e per dare il tempo ai fedeli di fare altrettanto e unire così la propria intenzione a quell’orazione che il sacerdote pronuncerà «raccogliendo» – perciò si chiama orazione «colletta» – e presentandola al Signore. Con questa orazione, comincia nella Messa la funzione sacerdotale di mediazione tra il popolo santo e il Signore.
Dalla preghiera a Dio si passa all’ascolto di Dio. 
Il Sinodo sulla Parola di Dio non ha trascurato di insistere sul silenzio come spazio privilegiato per riceverla. I misteri di Cristo – il Papa lo ricorda nell’Esortazione apostolica post-sinodale Verbum Domini – sono legati al silenzio, come dicono i Padri della Chiesa. Così, più che moltiplicare gli incontri biblici, bisogna aver «realmente a cuore l’incontro personale con Cristo che si comunica a noi nella sua Parola» (n. 73). La liturgia della Parola è tale perché avviene nel silenzio sacro.
L’Ordo Missae suggerisce, a questo punto, che vi sia stata o no l’omelia, ancora silenzio. Sembra un esercizio «all’incontro spoglio, silenzioso, austero… al colloquio spontaneo, lieto, adorante con la divina Maestà, come trascinati nella scia della preghiera stessa di Cristo» (Paolo VI, Discorso agli Abati della Confederazione Benedettina, 30 Settembre 1970, n. 3). È un invito ai monaci: ma ogni cristiano deve essere in qualche misura monaco, cioè abitare da solo col Signore. La liturgia sacra abilita a questo. La Regola benedettina esorta il monaco a far sì che la sua mente sia in armonia con la voce (cf. 19,7): «Sembra una cosa semplicissima, diremmo naturale – sottolinea ancora Paolo VI – ma l’avere questa armonia interna tra la voce e la mente, è una delle cose più difficili» (Discorso agli Abati, cit.). Proprio la dinamica del rapporto tra Dio che parla e il fedele che ascolta e risponde con il salmo o la preghiera – secondo la classica tripartizione conservatasi nella settimana santa: lettura, responsorio, orazione – costituisce l’esercizio necessario, la ruminatio dei Padri, per assimilare e far sì che voce e mente si armonizzino. Questo è particolarmente utile in vista dell’offerta di sé, dei nostri corpi in sacrificio spirituale «come culto secondo la ragione», che per questo «rinnova la mente» al fine di distinguere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto (cf. Rm 12,1-2). Il rinnovamento della mente è il giudizio secondo Dio e non secondo il mondo. La liturgia deve favorire la conversione dalla mentalità mondana e carnale, che tende sempre ad infeudare chierici e laici. Rinnovare la mente significa guardare la realtà e non inseguire le proprie idee – l’ideologia –, perché Egli fa nuove tutte le cose.
Il silenzio può riaffiorare all’offertorio, ove non è necessario né obbligatorio che le formule previste di offerta siano dette ad alta voce. Si potrebbe poi suggerire che, in futuro, la Preghiera Eucaristica, anche nella Messa di Paolo VI, possa essere recitata submissa voce, quasi in silenzio, per favorire il raccoglimento: come si faceva e si continua a fare nella celebrazione in «forma straordinaria». È sempre necessario sentire parole così arcane, in specie quelle della consacrazione? Se il sacerdote abbassasse il tono della voce, non reciterebbe, ma pregherebbe davvero lui e favorirebbe il raccoglimento e l’unione dei fedeli alla sua preghiera di mediazione sacerdotale. Analogo silenzio è raccomandato specialmente al ringraziamento dopo la Comunione. 
Ma, al di là dei momenti specifici, è tutta la liturgia, anzi la chiesa stessa come spazio sacro, che necessita di recuperare il clima di silenzio. Tale esigenza portava a preordinare spazi di raccordo come narteci e atrii per passare dall’esterno all’interno, dalla dispersione al raccoglimento. Non servirebbe anche ai nostri giorni? «La capacità di interiorità, una maggiore apertura dello spirito, uno stile di vita che sappia sottrarsi a quanto è chiassoso e invadente, devono tornare ad apparirci mete da annoverare tra le nostre priorità. In Paolo troviamo l’esortazione a rafforzarsi nell’uomo interiore (Ef 3,16). Siamo onesti: oggi v’è una ipertrofia dell’uomo esteriore e un indebolimento preoccupante della sua energia interiore» (J. Ratzinger, Fede, Verità, Tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli, Siena 2003, p. 167). 
Ci avvolga in questa Quaresima il sacro silenzio!