Sante Messe in rito antico in Puglia

venerdì 31 dicembre 2010

Gli auguri di Nicola Bux

Carissimi,
mentre l'anno 2010 sta per chiudersi, vi partecipo alcune riflessioni al fine di una maggiore consapevolezza della chiamata e della missione di ciascuno.
"Ciò che ha fondato la cultura dell'Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarlo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura" (Benedetto XVI a Parigi nel 2008). L'obiettivo della liturgia è far incontrare Dio, la cosa più essenziale della vita perchè è il Bene che la nostra anima desidera - il desiderium naturale videndi Deum di san Tommaso d'Aquino - perchè da Lui creata e grazie al quale permane in eterno; è la cosiddetta dimensione escatologica della liturgia; per questo, ancor prima, la liturgia con la musica e l'arte sacre deve favorire il quaerere Deum (cercare Dio). Così, la liturgia alimenta la sete di un altro mondo, fatto di verità e bellezza, verso cui orientare lo sguardo: la realtà di Cristo che non passa mai. Un altro mondo annunciato e prefigurato dalla liturgia che perciò è un bene non negoziabile. I segni della liturgia sono in certo senso piantati dal Signore stesso, nella "selva" che il cammino della nostra vita attraversa, al fine di poterlo incontrare più facilmente: Gesù è nato perché per mezzo Suo dalle realtà visibili fossimo rapiti all'amore di quelle invisibili (per visibilia ad invisibilia) come dice il prefazio di Natale.
"La liturgia è la tradizione stessa nel suo più alto grado di potenza e solennità" (P.Guèranger). Questo, come dice il beato John Henry Newman, fa della Chiesa un organismo vivente continuamente in crescita. Mentre si odono le solite prediche contro il consumismo del Natale, noi siamo chiamati a non lamentarci perchè il mondo non crede, ma a risvegliare negli altri il fascino per il cristianesimo.Nella nostra compagnia e amicizia, dobbiamo fare esperienza dell'incontro con Cristo, al punto che chi si imbatte in noi dica: "Non ho mai visto nulla di simile".
Pertanto la nostra scuola poggia come su tre colonne:
  • formazione sulla filosofia dell'essere aristotelico-tomista;
  • ispirazione alla Regola di san Benedetto;
  • fedeltà alla preghiera liturgica specialmente nella forma straordinaria del rito romano, da aiutare a scoprire e diffondere con la musica e l'arte sacre.
in Domino Iesu
Nicola Bux

lunedì 27 dicembre 2010

Una Messa da manuale


In una bella e ampia intervista   concessa al settimanale TEMPI il teologo Nicola Bux spiega perché in cima alle preoccupazioni di Benedetto XVI c’è il «crollo della liturgia». E perché il restauro delle forme di culto passa necessariamente per il Motu proprio "Summorum Pontificum" sul rito gregoriano.

sabato 25 dicembre 2010

La vera data del Natale. Le falsità degli altri.

di Vito Abbruzzi

Non so perché, ma ogni anno, con l’avvicinarsi della festa del Santo Natale, noi cristiani (particolarmente noi cattolici) veniamo messi in crisi da chi non si fa scrupoli ad irridere la nostra buona fede sul giorno della nascita di Cristo, celebrata da sempre in tutto il mondo il 25 dicembre. Secondo qualcuno, infatti, questa data “non ha fondamenti storici”; sarebbe stata “scelta per sostituire il culto pagano del Sol invictus”, “fino a rendere l’invenzione d’un giorno il mito più persistente del nostro tempo”. Ciò che inquieta e indispone (me soprattutto) è che questo “qualcuno” non è il solito testimone di Geova che va in giro accusandoci di essere inconsapevolmente pagani, ma un archeologo, di nome Maurizio Zuccari, che sulla rivista Archeo di Dicembre 2009 (pp. 24-25) parla di “difficoltà sulla storicizzazione della vita di Gesù”. E ciò non senza pregiudizi (cosa grave per un archeologo), dal momento che egli afferma: « Il 25 dicembre marca, con la nascita del Cristo a Betlemme, l’ora zero del nostro tempo, le radici stesse della cultura di una metà del globo, che ha imposto all’altra metà tempi e costumi ».
Non a caso ho tirato in ballo “il solito testimone di Geova” e ho parlato di “pregiudizi”. L’archeologo in questione, infatti, similmente al testimone di Geova, argomenta le sue “difficoltà […] su tempi, luoghi e modalità del Natale di Cristo”, citando, tra gli altri, “l’episodio dei pastori” narrato in Luca 2, 8-20. Questo dato, secondo lui, lascerebbe “supporre che [il periodo più probabile della nascita di Gesù] fosse primavera o autunno, visto che a Betlemme nei mesi invernali, quando la temperatura scende vicino allo zero, non può tenersi bestiame all’aperto”. Ma nel Vangelo di San Luca non si dice affatto che il bestiame fosse all’aperto; si fa cenno soltanto ad “alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al proprio gregge (vigilantes et custodientes vigilias noctis super gregem suum)” (Lc 2, 8). E qui un altro madornale errore: la scarsa conoscenza dei mestieri, tra cui quello del pastore. Si tratta di un mestiere tra i più duri inventati dall’uomo, perché comporta, sin da bambini, un grande spirito di sacrificio e di rinuncia, nonché di enorme responsabilità. Si è pastori non soltanto quando si portano al pascolo le greggi, ma anche quando le si governano all’interno dell’ovile (compresi i mesi invernali); di giorno e, soprattutto, di notte, quando più facilmente il ladro può rubare le pecore. Ciò spiega perché Gesù ama definirsi il “pastore buono” che “offre la propria vita per le sue pecore (animam suam dat pro ovibus suis)” (Gv 10, 11), non permettendo al lupo che le rapisca e le disperda (cf Gv 10, 12).
Per quanto riguarda poi la festa del Sol invictus, il capodanno degli antichi Romani, l’archeologo in questione scrive: « Nel III secolo il dies natalis Sol invicti diventa il culto ufficiale dell’impero e su questa credenza Costantino opera magistralmente, unendo in un solo giorno due fedi e unificando i simboli solari a quelli del nascente cristianesimo, fecendosene corifeo. […] Non è un caso che la data del Natale venga ufficializzata alla vigilia della morte dell’imperatore (nel 337), […] per collocare la nascita di un uomo chiamato Gesù dall’umile mangiatoia in una grotta ai ruderi di un impero in sfacelo di cui si raccoglieva l’eredità universale ». Questo suo giudizio è condiviso da altri storici del Cristianesimo, ma quella del Sol invictus – secondo lui “un mito astronomico comune a molte popolazioni, culmine del solstizio d’inverno [23 dicembre] e della festività dei Saturnalia, che celebrava il rinnovarsi della natura” – è solo una felice coincidenza con la nascita del Messia, quale “luce per illuminare le genti” (Lc 2, 32) vaticinato dai Profeti (cf Is 42, 6; 49, 6).
Bisogna, in definitiva, stare attenti a non fare del dubbio una certezza: cosa deontologicamente molto scorretta per un ricercatore storico! Il rischio che si corre è proprio quello di pensarla esattamente alla maniera del curioso personaggio eduardiano di Luca di Natale in casa Cupiello, il quale, rimproverando a sua moglie di avergli comprato dei pedalini di lana giudicata non vera, vede intorno a sé “tutta una mistificazione”. E per questo consiglio la lettura del bel libro di Nicola Bux, Gesù il Salvatore. Tempi e luoghi della sua venuta nella storia, Cantagalli, 2009.

venerdì 24 dicembre 2010

AUGURI PER UN SANTO NATALE


Stefano da Putignano (1491 - 1538)
Natività
Chiesa matrice di San Pietro in Putignano

Lux fulgebit hodie super nos: quia natus est nobis Dominus:
et vocabitur Admirabilis, Deus, Princeps pacis,
Pater futuri seculi: cujus regni non erit finis.

(Missale romanum: introitus alla Messa dell'aurora)









martedì 21 dicembre 2010

Arte e bellezza nella Chiesa. Una scatola nella scatola

di Rodolfo Papa

È […] a Foligno la nuova chiesa progettata dall’architetto Massimiliano Fuksas, […] intitolata a San Paolo. La chiesa è “Un monolite criptico chiuso all’intorno, quasi inaccessibile, astratto. Due volumi, due parallelepipedi che tendono al cubo, quello esterno largo 22,50, lungo 30 e alto 26 metri, quello interno posto a 3 metri dal pavimento e dalle pareti del volume esterno” che si presenta come una scatola nella scatola sospesa nel vuoto.
Si possono fare molti confronti da un punto di vista semplicemente “linguistico” con gli approdi dell’architettura dell’ultimo secolo, riconducendo i tagli informali sulle facciate laterali del parallelepipedo a Le Corbousier, ma ciò che sinceramente sconcerta di più è la straordinaria somiglianza con il parallelepipedo nero della Mecca. Forse è solo un caso, ma questa strana somiglianza che l’edificio propone, soprattutto se visto in lontananza nel suo contesto urbano, è impressionante. Certo qualcuno potrebbe dire che le geometrie e le forme non sono direttamente espressione di una visione teologica e spirituale, ma che esse influenzano “liberamente” l’artista nelle sue scelte progettuali, ma allora che cosa significa progettare una chiesa? Il Santo Padre Benedetto XVI ci ha ricordato molte volte che tutto deve essere interpretato nel senso di “continuità” con il passato, che chiamiamo “tradizione”, e che in nessun modo si deve pensare nei termini di “rottura” con il passato, poiché questo creerebbe solo un effetto di scostamento dalla tradizione apostolica e di fatto dal Magistero della Chiesa.
Un edificio liturgico, come tutte le forme della Chiesa, accompagna l’uomo nel suo corso storico; e come mutano le condizioni storiche e culturali dell’uomo, anche esso può mutare, e di fatto è mutato. Ma deve mutare in modo “organico”. II termine è del Concilio Vaticano II, che lo introduce normativamente al n. 23 della costituzione Sacrosanctum Concilium: « Non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa, e con l’avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti ».
L’“organicità” del cambiamento sembra essere per Benedetto XVI l’unico e vero criterio di legittimità liturgica. Nell’Introduzione allo spirito della liturgia, che scrisse quando era ancora cardinale, afferma: « La liturgia non è paragonabile a una apparecchiatura tecnica, a qualcosa che si fa, ma a una pianta, a qualcosa, cioè, di organico, che cresce e le cui leggi di crescita determinano le possibilità di un ulteriore sviluppo ».
In tal senso si deve inten­dere anche la architettura e l’arte che si producono per la Liturgia. In altre parole, non è giustificabile in nessun modo un travisamento del senso liturgico e di conseguenza artistico nel segno della “discontinuità” con la tradizione, perché verrebbe meno il senso ecclesiale ed ecclesiologico di questa. Le chiese che sono state costruite nel corso della lunghissima storia della Chiesa, possiedono degli elementi che, al di là delle forme, rimangono quasi inalterati nel corso del tempo. Una cattedrale romanica o gotica non si distacca molto dalle strutture proposte da quelle rinascimentali o barocche. Innanzitutto, possiamo vedere come l’intento sia sempre quello di costruire un edificio unico nel suo genere, completamente diverso da tutti gli altri edifici pubblici e privati.
La chiesa è la casa di Dio e come tale ha sempre destato ammirazione e meraviglia nel fedele, che avvolto dalla bellezza degli ornamenti è sempre stato messo nella condizione spirituale di pregustare la gloria del paradiso. In più, una chiesa deve saper affermare, a partire dalla facciata, la fede del popolo che la erige a gloria del Signore, tanto che appunto già nelle facciate si può leggere la più completa formula del Credo. Ad esempio, le facciate delle cattedrali gotiche educano il fedele alla visione della centralità di Cristo che è re dell’Universo e Signore della storia, degli uomini e della loro salvezza. Negli archi d’ingresso, infatti, si possono vedere diversi archi concentrici che degradano verso il centro in archi sempre più piccoli, abitati da santi, profeti ed apostoli; quegli archi, solitamente in numero di sei, indicano i cieli che si aprono e che conducono, secondo una antichissima tradizione iconografica, al più alto dei cieli, appunto il settimo, dove risiede Dio stesso e che coincide con l’ingresso stesso della chiesa. Una volta entrati nell’edificio, i nostri occhi sono rapiti dalla bellezza complessa delle multiformi decorazioni, dalla ricchezza degli ori e degli argenti, in modo che risulta rappresentato non un luogo di raduno popolare, ma la dimora rilucente del Signore. Benedetto XVI scrive, a tal proposito, nel Rapporto sulla fede: « “L’abbandono della bellezza” si è dimostrato, alla prova dei fatti, un motivo di sconfitta pastorale ». Il testo continua: « È divenuto sempre più percepibile il pauroso impoverimento che si manifesta dove si scaccia la bellezza e ci si assoggetta solo all’utile. L’esperienza ha mostrato come il ripiegamento sull’unica categoria del ‘comprensibile a tutti’ non ha reso le liturgie davvero più comprensibili, più aperte, ma solo più povere. Liturgia “semplice” non significa misera o a buon mercato: c’è la semplicità che viene dal banale e quella che deriva dalla ricchezza spirituale, culturale, storica ».
Giovanni Paolo II, nella Lettera agli artisti, scrisse profeticamente e misticamente “la bellezza salverà il mondo” intendendo con questo parlare di Cristo, il “bel pastore” colui che in virtù della sua gloriosa maestà deve essere il modello e il fine delle nostre opere, anche e soprattutto artistiche e architettoniche.
Anche un altro tema si presenta nell’analisi dell’edificio di Fuksas, ovvero il tema dell’annuncio, del kerigma, che l’edificio-chiesa per sua natura svolge all’interno della città degli uomini. La fede è un fatto eminentemente pubblico e per questo tutte le chiese nel corso della storia si sono fatte tramite dell’annuncio, attraverso la bellezza delle forme artistiche e dei segni sempre riconoscibili, della fede cristiana. Da qualche tempo, si è andata invece diffondendo una visione “liberale” della fede come fatto privato che questo tipo chiese, al di là della loro evidente “incongruenza” artistica, veicolano attraverso una programmata visione “iconoclasta”, che elimina ogni possibile segno cristiano, riducendole esclusivamente a luogo di raduno come fossero sale per congressi.

(tratto da Gesù confido in Te, anno 2, n. 9, giugno-luglio 2009, pp. 14-15)

domenica 19 dicembre 2010

La novena del Natale negli anni 60 a Conversano


V. - Deus, in adjutorium meum intende;
R. - Domine, ad adjuvandum me festina.
V. - Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto.
R. - Sicut erat in principio, et nunc et semper, et in sæcula sæculorum. Amen.


PRIMA POSTA
Venite, Gesù Bambino, nel cuore mio e santificatelo.
Venite, Gesù Bambino, nell’anima mia e sanatela.
Venite, Gesù Bambino, nella mente mia e purificatela.
Venite, Gesù Bambino, nella volontà mia ed infervoratela.
Venite, Gesù Bambino, nell’intelletto mio ed illuminatelo.
Venite, Gesù Bambino, nella memoria mia e beneditela.
Venite, Gesù Bambino, negli affetti miei e regolateli.
Venite, Gesù Bambino, nei desideri miei e dirigeteli.
Venite, Gesù Bambino, nei pensieri miei e purgateli.
Venite, Gesù Bambino, nelle operazioni mie e santificale.
V. - Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto.
R. - Sicut erat in principio, et nunc et semper, et in sæcula sæculorum. Amen.
Gesù, Giuseppe e Maria, venite ad abitare nel cuore mio.

O DOLCE VITA MIA
O dolce vita mia, Bel figlio di Maria,
Tu sol mio caro bene, Sei tutto il mio tesor.
Tu sol mio caro bene, Sei tutto il mio tesor.
Vorrei per te, Signore, Morir ognor d’amore,
Per te, Bambino mio Che m’hai rapito il cor.
Per te, Bambino mio, Che m’hai rapito il cor.

SECONDA POSTA
Gesù Bambino, datemi il vostro santo amore.
Gesù Bambino, datemi le vostre sante virtù.
Gesù Bambino, datemi la vera umiltà del cuore.
Gesù Bambino, fatemi essere mansueto di cuore.
Gesù Bambino, fatemi essere di animo e spirito pacifico.
Gesù Bambino, datemi lo spirito di santa compunzione.
Gesù Bambino, datemi la vera fame e sete della giustizia.
Gesù Bambino, datemi la dolcezza dello spirito.
Gesù Bambino, datemi un cuore puro e mondo.
Gesù Bambino, datemi amore ai vostri santi patimenti.
V. - Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto.
R. - Sicut erat in principio, et nunc et semper, et in sæcula sæculorum. Amen.
Gesù, Giuseppe e Maria, venite ad abitare nel cuore mio.

O DOLCE VITA MIA

TERZA POSTA
Gesù Bambino, insegnatemi la vostra santa dottrina.
Gesù Bambino, tiratemi al bene colla vostra grazia.
Gesù Bambino, datemi amore a portar la croce.
Gesù Bambino, fate che io vi segua dappresso.
Gesù Bambino, distaccatemi dai beni di questa terra.
Gesù Bambino, conducetemi per la via stretta del cielo.
Gesù Bambino, datemi un odio al mondo.
Gesù Bambino, datemi un santo odio di me stesso.
Gesù Bambino, liberatemi dalle tre concupiscenze di questo mondo.
Gesù Bambino, ispiratemi un santo amore del Paradiso.
V. - Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto.
R. - Sicut erat in principio, et nunc et semper, et in sæcula sæculorum. Amen.
Gesù, Giuseppe e Maria, venite ad abitare nel cuore mio.

O DOLCE VITA MIA

SI CANTANO LE LITANIE

V. - Rorate, coeli, desuper et nubes pluant Justum.
R. - Aperìatur terra et germinet Salvatorem.

OREMUS
Excita, Domine, corda nostra ad præparandas Unigeniti tui vias: ut per eius adventum purificatis tibi mentibus servire mereamur, Qui tecum vivit, et regnat in sæcula sæculorum. Amen.

TU SCENDI DALLE STELLE

giovedì 16 dicembre 2010

Esiste un progresso nella Liturgia?

di Padre Giovanni Cavalcoli, OP
L’atteggiamento di certi cattolici nei confronti della Messa di rito romano antico, detta di rito “straordinario”, è quello di vederla come un qualcosa di vecchio e superato, non più praticabile, e sostituito da una forma moderna, che appare quindi migliore e più progredita, un po’ come avviene nella pratica medica, per la quale nessuno oggi si curerebbe come ci si curava nel ‘600 o nel ‘700 o nei prodotti della tecnica, per i quali nessuno oggi andrebbe da Bologna a Roma con un tiro di cavalli o attraverserebbe l’oceano con una caravella, se non forse per fare l’originale.
Ma nel caso della Messa tridentina il suddetto rifiuto è spesso esasperato da un’atmosfera di emotività, che in certi casi non esiterei a chiamare psicotica a causa della sua irrazionalità, in una società pluralistica e libera come quella moderna, nella quale convivono le religioni più diverse e i riti anche a volte più strani per non dire dubbi o pericolosi.
Per certi cattolici toccare il tema “Messa tridentina” suscita una irritazione indispettita, quasi di ripugnanza o di orrore, simile a quella che nel medioevo era provocata dal contatto con l’appestato o l’eretico. Naturalmente parlo di casi estremi, ma oggi non infrequenti. Nei casi migliori si preferisce coprire gli eventi delle Messe antiche, pur liberalizzate di recente dal Papa, con un imbarazzato silenzio, come di cosa vergognosa o che può creare disturbo o disordine o che comunque va contro il proprio “moderno” vivere tranquillo.
E non basta che sia intervenuto d’autorità il Papa col suo orami famoso Motu proprio nell’intento di metter pace e rassicurare tutti. Si osa invece inveire anche contro il Papa quasi sia stato circonvenuto o pressato da chissaquali gruppi conservatori o retrogradi che farebbero bene a scomparire dalla storia. In questo clima, come sappiamo, certi vescovi sono contrari alla celebrazione della Messa tridentina nella loro diocesi. Ma c’è anche da domandarsi quanti vescovi si adoperano sinceramente per far sì che il decreto del Papa sia rispettato ed esista tra i cattolici autentica libertà religiosa.
Non cerco di spiegarmi i motivi psicologici - certo anormali - dello stato di agitazione emotiva dei cattolici contrari alla Messa di S.Pio V, quando magari non hanno difficoltà a guardare con simpatia o quanto meno con rispetto altri riti, compresi quelli protestanti. Difficile capire perché siano fissati proprio solo con la Messa di Pio V, del tutto ortodossa, dal passato splendido e perfettamente in linea, per riconoscimento stesso della Chiesa, con la Chiesa di oggi.
Mi accontento qui di dare, del fenomeno anomalo, una spiegazione di tipo meramente teoretico. Dietro alla suddetta reazione, che non risparmia certi liturgisti, si dà a mio avviso un concetto sbagliato della liturgia, che appunto viene omologata a un fenomeno come la storia della tecnica o della medicina.
Si pensa cioè che nella storia le forme della liturgia, e quindi della Messa vadano soggette ad un progresso, per il quale le forme vecchie e superate diventano inservibili, così come oggi nessuno si servirebbe della meridiana quando ci sono gli orologi o delle vecchie locomotive a vapore quando esistono i treni ad alta velocità. A parte il fatto, come ho detto, che certi prodotti o metodi antichi possono continuare ad essere adottati accanto ai nuovi e moderni.
In realtà la liturgia cattolica, e quindi penso in modo speciale alla Messa, non può andar soggetta in se stessa ad un vero e proprio progresso. La Messa, fondata sulla istituzione di Gesù Cristo, è nella sua essenza un tutto divino in sé perfetto, completo ed immutabile, che quindi non può essere migliorato o perfezionato; il che non toglie certo la mutabilità, la contingenza e la varietà degli aspetti facoltativi, cerimoniali e rubricistici.
Se di progresso si può parlare in liturgia, esso va riferito a quello che dev’essere un miglioramento continuo nella diligenza, devozione e pietà con le quali fedeli e celebrante devono partecipare dei divini Misteri, onde trarre da essi sempre più abbondanti frutti spirituali di santità e di opere buone.
Per questo il considerare la Messa di rito ordinario o di Paolo VI come sostituzione più avanzata di quella di S. Pio V, giudicata, quest’ultima, ormai non più fruibile o celebrabile, non ha senso. E lo dimostra precisamente il recente Motu proprio del Papa sull’argomento.
A proposito delle variazioni e mutazioni della liturgia, se proprio vogliamo trovare un referente umano ad un valore di per sé soprannaturale e di fede, converrebbe paragonarle piuttosto alla varietà ed evoluzione delle forme della grande arte, per le quali non esiste alcun problema, in un museo o in una chiesa, ritenere parimenti valide ed attuali, anche se per motivi diversi, un’opera d’arte del medioevo o del ‘500 o nel ‘900. Certo esiste un progresso nelle tecniche dell’arte, ma la poesia o la grande arte hanno sempre lo stesso valore, non importa se dell’antichità o della modernità.
Le pitture di Giotto non sono più “progredite” degli affreschi dell’antica Roma o dell’antico Egitto; i quadri di Raffaello non sono più “progrediti” rispetto alle pitture di Giotto; e i quadri di Monet o di Matisse non sono più “progrediti” rispetto a quelli di Raffaello: sono semplicemente diversi e rispondono a gusti diversi, parimenti legittimi. Per questo tutte queste opere devono poter coesistere nel gran mondo della cultura di tutti i tempi: sono sempre attuali.
Similmente, come si sta dimostrando sempre più chiaramente da parte dei liturgisti seri, equilibrati ed imparziali le due modalità di Messa sono di per sé reciprocamente complementari, avendo l’una qualità dove l’altra ha limiti e viceversa. Il mistero della liturgia di per sè è troppo ricco di aspetti per poter essere attuato in un’unica forma di rito e solo in un dato tempo. Da qui la tradizionale molteplicità e varietà di riti ammessi da sempre nella Chiesa cattolica romana.
Quanto all’opposizione dei lefevriani alla Messa di rito ordinario o di Paolo VI, essa sorge da un malinteso senso della tradizione liturgica, che non distingue ciò che nella Messa non può mutare da ciò che può mutare e non riesce a vedere che la Messa nata dal Vaticano II è sostanzialmente la Messa di sempre, l’unica Messa del rito cattolico, solamente modificata in alcuni aspetti accidentali per renderla pastoralmente più efficace nel mondo moderno. Certo si tratta di celebrarla bene, nel rispetto delle attuali norme cerimoniali e liturgiche. Per questo i lefevriani non sono giustificati nel prendere a pretesto certi modi modernisti ed indisciplinati di celebrare per respingere la Messa di rito ordinario come tale.
La faziosità dei lefevriani e dei modernisti riguardo alla Messa è segno che né gli uni né gli altri hanno la percezione della cattolicità della liturgia e che mancano di obbedienza alla Chiesa, mostrandosi attaccati ad un concetto di liturgia non come accoglienza, nella fede, del mistero di Cristo Redentore e sommo Sacerdote unito nel suo Sacrificio alla Chiesa sua sposa, ma come culto “tutto umano” nel quale in fin dei conti non ci si fonda sulla cattolicità che unisce nella pluralità, al di là dello spazio e del tempo, ma su di un’arbitraria ed arrogante presa di posizione ideologica e particolaristica che pretende di imporsi, sotto diversi pretesti, alla Chiesa anziché obbedirle, e che quindi rischia di finire nella superstizione o nella magia.
Le tensioni esistenti fra i sostenitori dei due modi del rito della Messa devono pertanto cessare al più presto, perché è scandaloso ed inconcepibile che si litighi e ci si escluda a vicenda proprio su quel sommo valore della pietà cristiana, appunto la S. Messa, che è costata il Sangue divino di Cristo e che di per sé dovrebbe essere il principio, la sorgente, il fulcro, il vertice e l’apice della comunione con Dio e tra i fratelli. La faziosità e il settarismo esistenti nei due partiti contrapposti è il segno sconfortante e sconcertante che né gli uni né gli altri capiscono qual è il significato profondo della Messa e della stessa virtù di religione.
Indubbiamente la questione del rapporto concreto e giuridico che deve esistere tra le due forme d celebrazione è ancora sotto discussione e, data la gravità del problema, sarebbe auspicabile un documento della S.Sede che regolamentasse puntualmente la coesistenza delle due modalità di rito. Ciò secondo me contribuirebbe alla pacificazione, porterebbe a ragionare e garantirebbe, almeno per i cattolici di buona volontà, la necessaria e benefica coesistenza pacifica tra i due modi di dir Messa.
Mi auguro che questa chiarificazione avvenga quanto prima. Ne va infatti della dignità e della credibilità dello stesso nome cattolico, che vede ora scandalosamente la divisione e la reciproca mancanza di rispetto proprio là dove dovrebbe aversi la manifestazione massima dell’unità, della concordia e della comunione.

lunedì 13 dicembre 2010

L’eucaristia domenicale e la testimonianza della carità

di Sua Santità Benedetto XVI


La fede non può mai essere presupposta, perché ogni generazione ha bisogno di ricevere questo dono mediante l’annuncio del Vangelo e di conoscere la verità che Cristo ci ha rivelato. La Chiesa, pertanto, è sempre impegnata a proporre a tutti il deposito della fede; in esso è contenuta anche la dottrina sull’Eucaristia – mistero centrale in cui "è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua"; dottrina che oggi, purtroppo, non è sufficientemente compresa nel suo valore profondo e nella sua rilevanza per l’esistenza dei credenti. Per questo è importante che una conoscenza più approfondita del mistero del Corpo e del Sangue del Signore sia avvertita come un’esigenza dalle diverse comunità della nostra diocesi di Roma. Al tempo stesso, nello spirito missionario che vogliamo alimentare, è necessario che si diffonda l’impegno di annunciare tale fede eucaristica, perché ogni uomo incontri Gesù Cristo che ci ha rivelato il Dio "vicino", amico dell’umanità, e di testimoniarla con una eloquente vita di carità.
In tutta la sua vita pubblica Gesù, mediante la predicazione del Vangelo e i segni miracolosi, ha annunciato la bontà e la misericordia del Padre verso l’uomo. Questa missione ha raggiunto il culmine sul Golgota, dove Cristo crocifisso ha rivelato il volto di Dio, perché l’uomo, contemplando la Croce, possa riconoscere la pienezza dell’amore. Il Sacrificio del Calvario viene mistericamente anticipato nell’Ultima Cena, quando Gesù, condividendo con i Dodici il pane e il vino, li trasforma nel suo corpo e nel suo sangue, che poco dopo avrebbe offerto come Agnello immolato. L’Eucaristia è il memoriale della morte e risurrezione di Gesù Cristo, del suo amore fino alla fine per ciascuno di noi, memoriale che Egli ha voluto affidare alla Chiesa perché fosse celebrato nei secoli. Secondo il significato del verbo ebraico zakar, il "memoriale" non è semplice ricordo di qualcosa che è avvenuto nel passato, ma celebrazione che attualizza quell’evento, in modo da riprodurne la forza e l’efficacia salvifica. Così "si rende presente e attuale il sacrificio che Cristo ha offerto al Padre, una volta per tutte, sulla Croce in favore dell’umanità". Cari fratelli e sorelle, nel nostro tempo la parola sacrificio non è amata, anzi essa sembra appartenere ad altre epoche e a un altro modo di intendere la vita. Essa, però, ben compresa, è e rimane fondamentale, perché ci rivela di quale amore Dio, in Cristo, ci ama.
Nell’offerta che Gesù fa di se stesso troviamo tutta la novità del culto cristiano. Nell’antichità gli uomini offrivano in sacrificio alle divinità gli animali o le primizie della terra. Gesù, invece, offre se stesso, il suo corpo e l’intera sua esistenza: Egli stesso in persona diventa quel sacrificio che la liturgia offre nella Santa Messa. Infatti, con la consacrazione il pane e il vino diventano il suo vero corpo e sangue. Sant’Agostino invitava i suoi fedeli a non soffermarsi su ciò che appariva alla loro vista, ma ad andare oltre: "Riconoscete nel pane – diceva – quello stesso corpo che pendette sulla croce, e nel calice quello stesso sangue che sgorgò dal suo fianco". Per spiegare questa trasformazione, la teologia ha coniato la parola "transustanziazione", parola che risuonò per la prima volta in questa Basilica durante il IV Concilio Lateranense, di cui fra cinque anni ricorrerà l’VIII centenario. In quell’occasione furono inserite nella professione di fede le seguenti espressioni: "il suo corpo e il suo sangue sono contenuti veramente nel sacramento dell’altare, sotto le specie del pane e del vino, poiché il pane è transustanziato nel corpo, e il sangue nel vino per divino potere". È dunque fondamentale che negli itinerari di educazione alla fede dei bambini, degli adolescenti e dei giovani, come pure nei "centri di ascolto" della Parola di Dio, si sottolinei che nel sacramento dell’Eucaristia Cristo è veramente, realmente e sostanzialmente presente.
La Santa Messa, celebrata nel rispetto delle norme liturgiche e con un’adeguata valorizzazione della ricchezza dei segni e dei gesti, favorisce e promuove la crescita della fede eucaristica. Nella celebrazione eucaristica noi non inventiamo qualcosa, ma entriamo in una realtà che ci precede, anzi che abbraccia cielo e terra e quindi anche passato, futuro e presente. Questa apertura universale, questo incontro con tutti i figli e le figlie di Dio è la grandezza dell’eucaristia: andiamo incontro alla realtà di Dio presente nel corpo e sangue del Risorto tra di noi. Quindi, le prescrizioni liturgiche dettate dalla Chiesa non sono cose esteriori, ma esprimono concretamente questa realtà della rivelazione del corpo e sangue di Cristo e così la preghiera rivela la fede secondo l’antico principio ‘lex orandi, lex credendi’. E per questo possiamo dire che ‘la migliore catechesi sull’eucaristia è la stessa eucaristia ben celebrata’. È necessario che nella liturgia emerga con chiarezza la dimensione trascendente, quella del mistero, dell’incontro con il divino, che illumina ed eleva anche quella ‘orizzontale’, ossia il legame di comunione e di solidarietà che esiste fra quanti appartengono alla Chiesa. Infatti, quando prevale quest’ultima non si comprende pienamente la bellezza, la profondità e l’importanza del mistero celebrato.
Cari fratelli nel sacerdozio, a voi il Vescovo ha affidato, nel giorno dell’Ordinazione sacerdotale, il compito di presiedere l’Eucaristia. Abbiate sempre a cuore l’esercizio di questa missione: celebrate i divini misteri con intensa partecipazione interiore, perché gli uomini e le donne della nostra Città possano essere santificati, messi in contatto con Dio, verità assoluta e amore eterno.
E teniamo anche presente che l’Eucaristia, legata alla croce legata alla croce alla risurrezione del Signore, ha dettato una nuova struttura al nostro tempo. Il Risorto si era manifestato il giorno dopo il sabato, il primo giorno della settimana, giorno del sole e della creazione. Dall’inizio i cristiani hanno celebrato il loro incontro con il Risorto, l’Eucaristia, in questo primo giorno, in questo nuovo giorno del vero sole della storia, il Cristo Risorto. E così il tempo inizia sempre di nuovo con l’incontro con il Risorto e questo incontro dà contenuto e forza alla vita di ogni giorno. Perciò è molto importante per noi cristiani, seguire questo ritmo nuovo del tempo, incontrarci col Risorto nella domenica e così ‘prendere’ con noi questa sua presenza, che ci trasformi e trasformi il nostro tempo”.
E così il tempo inizia sempre di nuovo con l’incontro con il Risorto e questo incontro dà contenuto e forza alla vita di ogni giorno. Perciò è molto importante per noi cristiani, seguire questo ritmo nuovo del tempo, incontrarci col Risorto nella domenica e così "prendere" con noi questa sua presenza, che ci trasformi e trasformi il nostro tempo. Inoltre, invito tutti a riscoprire la fecondità dell’adorazione eucaristica: davanti al Santissimo Sacramento sperimentiamo in modo del tutto particolare quel "rimanere" di Gesù, che Egli stesso, nel Vangelo di Giovanni, pone come condizione necessaria per portare molto frutto ed evitare che la nostra azione apostolica si riduca a uno sterile attivismo, ma sia invece testimonianza dell’amore di Dio.
La comunione con Cristo è sempre anche comunione con il suo corpo che è la Chiesa, come ricorda l’apostolo Paolo dicendo: "Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane". È, infatti, l’Eucaristia che trasforma un semplice gruppo di persone in comunità ecclesiale: l’Eucaristia fa Chiesa. È dunque fondamentale che la celebrazione della Santa Messa sia effettivamente il culmine, la "struttura portante" della vita di ogni comunità parrocchiale. Esorto tutti a curare al meglio, anche attraverso appositi gruppi liturgici, la preparazione e la celebrazione dell’Eucaristia, perché quanti vi partecipano possano incontrare il Signore. È Cristo risorto, che si rende presente nel nostro oggi e ci raduna intorno a sé. Nutrendoci di Lui siamo liberati dai vincoli dell’individualismo e, per mezzo della comunione con Lui, diventiamo noi stessi, insieme, una cosa sola, il suo Corpo mistico. Vengono così superate le differenze dovute alla professione, al ceto, alla nazionalità, perché ci scopriamo membri di un’unica grande famiglia, quella dei figli di Dio, nella quale a ciascuno è donata una grazia particolare per l’utilità comune. Il mondo e gli uomini non hanno bisogno di un’ulteriore aggregazione sociale, ma hanno bisogno della Chiesa, che è in Cristo come un sacramento, "cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano", chiamata a far risplendere su tutte le genti la luce del Signore risorto.

domenica 12 dicembre 2010

Le ragioni della crisi sono culturali e morali

di Ettore Gotti Tedeschi

Da tempi non sospetti Gotti Tedeschi è uno dei più strenui avversari della population bomb, la teoria neomalthusiana diffusa verso la fine degli anni ’60 dall’Università di Stanford e dal Massachussets Institute of Technology, e ripresa poco dopo dal Club di Roma attraverso il pamphlet I limiti dello sviluppo. «Si teorizzava che lo sviluppo demografico avrebbe portato migliaia di persone alla fame – ha affermato il presidente IOR –. In particolare l’Asia, secondo queste stime, sarebbe sprofondata nella miseria: a distanza di quarant’anni abbiamo visto come, al contrario, questo continente stia vivendo un boom economico senza precedenti».

La crisi economica è infatti un fenomeno soprattutto europeo e nordamericano: non è un caso che proprio in Occidente la crescita demografica sia prossima allo zero. «L’impatto economico della crisi demografica – ha spiegato Gotti Tedeschi – si spiega nei seguenti termini: se non aumenta la popolazione, l’unica maniera per aumentare il Prodotto Interno Lordo è accrescere i consumi. Il risultato è stato l’indebitamento dei privati e la crescita della spesa pubblica, in modo particolare quella previdenziale, pensionistica e sanitaria, in considerazione dell’aumento degli ultrasessantenni».

Negli ultimi vent’anni l’obiettivo dell’aumento della produttività è stato conseguito in due modi: «investendo in tecnologia, oppure trasferendo all’estero capitali e mezzi di produzione per risparmiare sulla manodopera e, in ultima analisi, sul potere d’acquisto occidentale. In questo modo abbiamo tolto dalla fame i Paesi asiatici ma, non essendosi dato una propria strategia, l’Occidente non è riuscito a prevederne le conseguenze».

Conseguenze che sono state il fallimento di molte banche ed imprese ed «un aumento dell’indebitamento che, solo negli USA, è cresciuto del 96% in dieci anni (1998-2008). È solo grazie all’indebitamento delle famiglie che il PIL è potuto aumentare del 2%. Il debito privato è stato quindi nazionalizzato per salvare le banche». Diverso è invece lo scenario in Europa «dove il debito è per lo più pubblico. In Italia, ad esempio, il debito pubblico è intorno al 33%, mentre quello privato è prossimo allo zero». L’analisi del presidente dello IOR si è poi spostata da una dimensione economica ad una dimensione etica ed antropologica. «Non sono i mezzi economici che vanno incolpati ma l’uso che se ne fa. L’uomo nichilista è di per sé inetto ad utilizzare gli strumenti che ha in mano», ha osservato Gotti Tedeschi.

«L’uomo è fatto di spirito e materia, quindi lo sviluppo non può limitarsi esclusivamente alla sfera materiale, come si è pensato per troppo tempo. L’errore è stato quello di confondere fini e mezzi. Non esistono in sé una “finanza etica” o un “ospedale etico”: è soltanto l’uomo che li rende tali. Stesso discorso per la tecnologia: è l’uomo che deve gestirla, altrimenti avverrà il contrario e questo per l’umanità sarebbe fatale», ha poi concluso l’economista.


(tratto da Corrispondenza Romana dell'11.12.2010)

venerdì 10 dicembre 2010

chi non ama la bellezza non ama Dio

di Domenico Bartolucci


(dall'omelia dell'8 dicembre 2010)

[...] Nel mio sacerdozio non sono stato un predicatore, un teologo, né un pastore di una diocesi e non ho pronunciato mai grandi discorsi, tuttavia ho cercato di mettere a frutto i doni che il Signore mi ha dato e l’ho fatto attraverso la musica sacra, una nobile arte capace di penetrare efficacemente nell’animo dei fedeli, invitandoli alla conversione, alla gioia, alla preghiera.
In particolare nella civiltà occidentale la musica è l’arte che più di ogni altra deve ringraziare la Chiesa. In essa infatti è nata, è cresciuta e si è sviluppata. Come ebbi modo di dire già in occasione del concerto offerto al Santo Padre nella Cappella Sistina, le cantorie hanno rappresentato la culla dell’arte musicale. La Chiesa stessa dei primi secoli non appena ebbe la possibilità di rendere gloria al Signore pubblicamente si impegnò nella creazione delle “scholae cantorum” che via via nei secoli ci hanno lasciato in eredità il patrimonio del canto sacro, il canto gregoriano e la polifonia, strumenti autentici di predicazione, che spesso proprio per la loro intensità riescono a far percepire il messaggio contenuto nella parola di Dio.
Questo patrimonio che oggi dobbiamo necessariamente recuperare e che purtroppo è stato trascurato, non ha mai inteso costituirsi come “ornamento” della celebrazione liturgica. Il cantore, come ci hanno insegnato i nostri maestri del passato, è semplicemente un ministro che esprime e rende vivo al meglio il testo sacro e la parola di Dio. Troppo spesso noi musicisti di Chiesa siamo stati accusati di voler impedire la partecipazione dei fedeli ai sacri riti e io stesso come direttore della Cappella Sistina ho dovuto affrontare momenti difficili nei quali la santa liturgia subiva banalizzazioni e aride sperimentazioni. Oggi più che mai dobbiamo assumerci la responsabilità di analizzare criticamente quanto è stato fatto e dobbiamo avere il coraggio di ribadire l’importanza delle nostre tradizioni di bellezza che esaltano e danno gloria a Dio e sono anche efficaci mezzi di conversione. Ricordo in occasione dei concerti della Cappella Sistina l’entusiasmo della gente, addirittura in paesi come la Turchia ed il Giappone dove furono registrare diverse conversioni al cattolicesimo.  “Chi non ama la bellezza non ama Dio!” ha detto il Santo Padre in una delle sue omelie. Dobbiamo perciò saperci riappropriare di noi stessi e di quanto la tradizione ecclesiale ci ha donato.
Come ha scritto Benedetto XVI alla vigilia dell’assemblea generale dei vescovi italiani riunita ad Assisi lo scorso mese di novembre: “Ogni vero riformatore è un obbediente della fede: non si muove in maniera arbitraria, né si arroga alcuna discrezionalità sul rito; non è il padrone, ma il custode del tesoro istituito dal Signore e a noi affidato”.
Volendo seguire questa descrizione possiamo guardare proprio la figura di Maria: fu lei la prima custode del Verbo incarnato, la serva del Signore che seppe agire sempre secondo la sua volontà.
Come Maria, anche noi siamo chiamati ad essere obbedienti nella fede, senza muoverci in modo arbitrario, ma sapendo accogliere quanto ci è stato consegnato. Questa è la nostra forza, questa è la forza sempre nuova del cristiano che come San Paolo trasmette ciò che ha ricevuto dalla sorgente di grazia che per lui come per noi è l’incontro con il Signore.
Anche per questo trovarmi qui, nella chiesa della Trinità dei Pellegrini, dove è vivo l’impegno in favore della diffusione della liturgia tradizionale, è per me motivo di gioia e di speranza che mi fa toccare con mano alcuni frutti seguiti alla pubblicazione del motu proprio “Summorum Pontificum”.
In un momento difficile siamo tutti chiamati nel nostro servizio ad unirci al successore di Pietro: come Pietro anche noi dobbiamo convertirci al Signore crocifisso e risorto, non scoraggiandoci mai davanti alla realtà della croce e con la certezza di condividere un giorno la sua stessa resurrezione.
Questo, prima del nostro, è stato il cammino di Maria, un cammino che la Chiesa ha cercato di proporre come modello e che proprio i fedeli hanno voluto esaltare ed esprimere nella ricchissima devozione popolare. Anche io, tra le musiche composte fin da quando ero giovane seminarista, ho dedicato larga parte proprio a Maria. La festa dell’Immacolata mi fa pensare a tanta musica scritta in onore della Madonna: messe, laudi, mottetti, magnificat, stabat mater, ma mi fa pensare soprattutto alle numerose antifone mariane che il popolo aveva saputo far proprie e che cantava in onore della Madre celeste trovando in lei l’icona della fede. [...]

mercoledì 8 dicembre 2010

Ma Dio, a cosa bada?

di Giuseppe Capoccia

Dio a queste cose non bada!
Ma come puoi pensare che Dio faccia caso a queste cose!
Figurati se Dio sta a guardare queste cose!
Quante volte abbiamo ascoltato frasi del genere in replica al richiamo ad osservare un precetto, un principio, una regola della nostra Liturgia.
Non entrate in chiesa come si scende in spiaggia...
Non impiegate la chiesa come una sala multiuso…
Fate la genuflessione davanti al Santissimo Sacramento…
Non applaudiamo all’ingresso della salma in chiesa...

Ad ognuna di queste affermazioni si replica, in genere, con espressioni come sopra ricordate: ma vedi tu se Dio sta a preoccuparsi di questi formalismi; chi poi si vuol distinguere come cattolico adulto - di quelli che hanno capito tutto, mentre Roma è indietro - aggiunge “Dio bada al cuore, alla buona intenzione, non certo alle forme.
Dietro questa frase c'è un credo contrabbandato per fede cattolica, ma che non lo è affatto; l'idea che aleggia è che vi è nella storia un percorso evolutivo verso una religione sempre più spirituale, che progressivamente si depura degli aspetti rituali, delle credenze devozionali, delle osservanze cultuali, per sfociare in pura spiritualità, dove il culto è tutto celebrato nel foro interno di ciascuno o - se proprio deve assumere forme visibili - dev'essere conferma comunitaria di un comune sentire.
Ma questa non è la fede cattolica: noi crediamo in Dio che per salvarci ha prescelto la via dell'incarnazione; in Dio che non ha odiato il mondo da Lui creato, ma addirittura si è fatto carne per portarci la salvezza e condurre la Sua creatura alla gloria; l'Ascensione, oltre la Resurrezione, indica l'elevazione del creato al piano del suo Creatore.
Ma se Dio ha tanto amato il mondo da mandare il Suo unico Figlio perché il mondo avesse la vita, è bestemmia ritenere che il culto dovuto a Dio per essere puro dovrebbe disdegnare la materialità del nostro essere creato che si esprime anche nei gesti, negli atteggiamenti, nelle posture.
La Santa Messa è la rinnovazione sempre attuale del sacrificio della Croce e dell'offerta di Sé che Gesù prefigurò la sera del giovedì santo: è il supremo atto d'amore di Dio che si dona a noi per ricondurci nella patria celeste, dalla quale, per il peccato d'orgoglio, fummo scacciati; la liturgia è la risposta dell'uomo a questa offerta che Dio continuamente rinnova.
Ma quale amante regalerebbe mai all'amato calcinacci raccolti per strada?
Quale amato, ricolmato d'affetto e dedizione dall'amante, gli darebbe in contraccambio un mozzicone di sigaretta accompagnato dalla frase: “per darti prova del mio amore, basta il pensiero!
Banali paradossi che mostrano come l'uomo ci bada (eccome!) alla materialità delle proprie condotte e se deve manifestare amore, promessa di fedeltà, si adopera per procurare doni preziosi, doni graditi, emblemi di un pegno forte e duraturo.
Perché, dunque, una tale basilare regola di comportamento dovrebbe essere disattesa quando trattiamo del culto dovuto a Dio che si immolato per noi: la liturgia deve risplendere non già perché Dio ne ha bisogno o perché ciò aggiunga qualcosa alla Sua perfettissima pienezza; la liturgia è il culto dovuto a Dio perché noi manifestiamo la nostra risposta alla donazione di Dio, utilizzando tutto noi stessi, le parole, il pensiero, i gesti e le forme; non è Dio che necessita delle cerimonie di culto; siamo noi che attraverso lo zelo del culto proviamo (quasi balbettando) a manifestare a Dio il nostro grazie per la Sua mirabile opera di salvezza compiuta nostro beneficio.
Così diviene facile svelare il pericoloso inganno che si cela dietro la frase “Dio a queste cose non ci bada”; in realtà, sto dicendo: “io non bado o non voglio badare a queste cose, perché in realtà mi sono fabbricato un dio a mia misura.”
L’eccesso di intimismo spacciato come rinascita di una sensibilità religiosa è quanto di più deleterio si possa proporre e fomentare; questo sentimentalismo d’accatto, non ha nulla a che spartire con la Fede della Chiesa fondata da Gesù Cristo. Dilaga la New Age, proliferano le meditazioni d'ispirazione buddista, tanti “recitano”; ed anche qui, al fondo, potremmo vederci opporre la frase: “Ma Dio a questo non ci bada”, in una melliflua equivalenza delle forme.
Ma se a questo non ci bada, a cosa poi baderà Dio; e addirittura: ma che ci sta fare Dio? è un dio che non si importa di nulla, il dio di Aristotele, motore immobile, pensiero di se stesso, immenso Narciso che contempla se stesso.
Se Dio di questo non se ne importa, occorre concludere che bada solo a se stesso.
Ma, dite, che senso ha un Dio che non si cura della Sua creazione; tamquam non esset; che ci sia o non ci sia, nulla cambia per noi; ed infatti è questa la tragica conclusione dell’agnosticismo: l’esistenza o meno di dio nulla cambia nella mia vita, nel mio orizzonte, nelle mie determinazioni.
E’ quindi un germe demoniaco quello che si cela dietro la frase banale e ricorrente: “Ma Dio a questo non ci bada”. Dio bada a noi, eccome; Dio ci ama tanto da aver donato se stesso per la nostra redenzione, scegliendo, tra le infinite possibilità, quella del sacrificio personale, della donazione totale di Sé, “fino alla morte ed alla morte di croce”.
Ma se, certo, Dio non ha bisogno di badare a quelle cose… siamo noi che abbiamo disperato bisogno di badare a tutto questo, di cercare i modi più adeguati per adorare, lodare e servire Dio e per tal via salvare l’anima nostra. Il sentimento religioso soggettivo, che proditoriamente si spaccia per coscienza
Dio a queste cose non ci bada!
Ma Dio non è un anziano signore che guarda le nostre condotte con paciosa benevolenza, come un nonno guarda il nipotino disubbidiente. Dio ci bada e ci ha sempre badato da dare il Suo unico Figlio per noi.
E davanti all’infinita misericordia di Dio che a tutto bada e tutto dispone, noi dovremmo rispondere con amore e zelo fervente.
Ecco, sì, dovremmo poter dire “io a Dio ci bado!

domenica 5 dicembre 2010

Durante la notte

di Giulio Colucci

Durante la notte, una squadra di volontari aveva ricollocato l’altare là dove era stato per secoli, tutti vecchi, giovani, donne e uomini nessuno escluso attendeva l’uscita di don Camillo. Dietro la banda, un miliardo di bambini, dietro ai bambini don Camillo che reggeva il grande Cristo crocifisso e avanzava con passo lento e sicuro. Via via che il corteo avanzava, la gente ai lati della strada si accodava. Il grande crocifisso di legno era pesante e le cinghia della tasca di cuoio che reggeva il piede della croce segava le spalle a don Camillo. E la strada era lunga.
Signore”, sussurrò don Camillo a un certo punto “prima che mi si spacchi il cuore vorrei poter arrivare in chiesa e rivederVi là , sull’altare.”
Ci arriveremo, don Camillo, ci arriveremo” rispose il Cristo che oramai pareva a tutti più bello.
E arrivarono.

In questo racconto di Guareschi vedo quella parte della Chiesa che insieme al Papa sta virando verso i sereni porti della Tradizione; pur con molte difficoltà, già si scorgono alcune luci della costa.
Anch'io mi sento un umile membro di questo equipaggio.
Guareschi già anticipa quello che si sta realizzando adesso, un “profeta” insomma e anche noi siamo come quella squadra di volontari che è costretta a lavorare di notte, nel silenzio, nel nascondimento, come se fossimo dei malfattori, pur di ritornare “all’altare che stava lì da secoli” ...siamo un po’ come il lievito che non si vede ma che svolge il suo ruolo fondamentale o come il sale, se vogliamo rimanere in termini evangelici.
Ma il buio non ci scoraggia, perchè, nonostante le avversità che incontriamo, tutti vecchi, giovani, donne, uomini sono con noi. Ebbene si, non solo gli anziani (come molti vogliono farci credere) ma soprattutto i giovani sono la maggioranza in questa barca che è la Chiesa, che grazie al buon timoniere sta ritornando alla Fede immutata dei Padri.
E’ proprio la vista dei giovani che atterrisce quello sparuto gruppo che rema contro.
E in quel don Camillo, stanco, affaticato per il peso della Croce, da ricollocare sull’altare maggiore, vediamo il nostro Papa,che seppur sofferente “procede con passo lento ma sicuro” e ha fiducia in me, in te, in noi e come un atleta ci lascia il testimone, a noi che siamo più forti, e nel lasciarcelo sembra quasi di sentire la rassicurante voce di Nostro Signore che dice: “Ci arriveremo, ci arriveremo”.
E arriveremo.

martedì 30 novembre 2010

Esperienza in salita


di Riccardo Rodelli

Anche quest'anno ho potuto partecipare all’esperienza degli esercizi spirituali, secondo il metodo di S. Ignazio. Metodo che prevede una preghiera fondata  sull’utilizzo delle tre potenze dell’anima: memoria, intelletto e volontà. Queste forze vengono incanalate, dopo l’orazione preparatoria (breve preghiera con cui si chiede a Dio la grazia, perché tutte le nostre facoltà siano dirette a Lui) in quella che è la composizione di luogo,cioè l’immaginazione dei luoghi, dei posti, dei colori e rumori, dei profumi e delle voci in cui Gesù ha vissuto.

Ritornando alla vita di tutti i giorni, quella composizione di luogo che facevo facilmente durante gli esercizi e che mi permetteva di “vedere” con gli occhi del cuore Gesù nei momenti focali della sua venuta sulla terra, sembrava inefficace perché distratta da mille problemi, da mille persone, da mille immagini.

E così è stato finchè non sono tornato in Chiesa.

Ho l’onore di servire messa nella forma straordinaria del rito “antico”, come se la Chiesa fosse antica o moderna, passata o futura; la Chiesa è presente! Così come Cristo è quello di ieri, di oggi,di sempre.

La messa nel rito tridentino, facilita quella composizione di luogo e questa facilita la preghiera. Quello che ho notato, anche a mie spese,  è che serpeggia una presunzione nella preghiera,  come se di quest’arma potentissima potessimo disporne a nostro piacimento con semplici e poveri mezzi. La preghiera viene dall’alto (come tutto del resto). Gesù nel discorso della montagna (Matteo 5,1-7,28) insegnò ai discepoli a pregare, così con la Trasfigurazione sul monte Tabor (Luca 9,29-31.33.35) Gesù nel mostrarsi con Mosè ed Elia, mostra la continuazione tra il vecchio e il nuovo testamento. Si sale per pregare, si sale per contemplare, e nella strada del Golgota, si sale per soffrire…

Ed è proprio nella messa “in latino” che questo avviene, avviene in questa processione di anime all’altare di Cristo, dove il sacerdote/pastore  sul “monte” o il celebrante/Cristo sul “Golgota”, conduce il pascolo al punto più alto per il contatto con Dio per compiere il più alto dei sacrifici. Questo è il compito del Sacerdote, condurre le pecore al buon pastore e lo fa stando davanti a loro per mostrare meglio la via.

Tanto il monte, quanto il Golgota, quanto l’altare stesso non sono punti di rottura con l’assemblea, ma sono punti di unione con Dio. Se il sacerdote ci volge le spalle e si pone su qualche scalino più in alto, non è per staccarsi dall’assemblea, ma per avvicinarsi di più a Dio. Bisogna pensare che la Messa non è per noi, ma per la gloria di Cristo per due ordini di motivi. Per quanto riguarda il primo, la Santa Messa viene celebrata indipendentemente dalla presenza o meno dell’assemblea; per quanto riguarda il secondo, Cristo non ha bisogno di noi, così come non aveva bisogno di noi sulla croce, ma siamo noi che necessitiamo di Lui.

La messa per come spesso viene concepita  è una piramide rovesciata, dove al vertice si pone un’assemblea che per la maggior parte ritiene che la messa della domenica sia una rivisitazione della cena del giovedì santo, dove ci sono dei commensali un po’ scocciati di essere invitati sempre lo stesso giorno, allo stesso pranzo. E’ ovvio che dopo un po’ tutto perde  il più alto e sublime significato.
La messa tridentina, offre la facilità della preghiera attraverso la composizione di luogo, perché ci permette di comprendere quello che realmente è accaduto il Venerdì Santo e che realmente accade in modo incruento quella domenica, nel  momento in cui il Sacerdote pronuncia l’Hanc igitur.

Come i dieci comandamenti non devono essere considerati un fine, ma un mezzo, così la celebrazione deve essere concepita, come del resto tutti i sacramenti, il mezzo per il fine ultimo, Dio.

Immaginare che su quell’altare ci sia Cristo in croce, non è una piacevole suggestione dello spirito, un dolce sussulto del cuore, ma la reale presenza cui ci troviamo ad essere spettatori. Noi rimaniamo spettatori dell’unico sacrificio che ha salvato l’umanità. Come Renè Girard disse più volte e cioè che tutte le religioni esigevano per la salvezza dei popoli, sacrifici di vittime innocenti, così qui è Dio stesso che si fa sacrificio. La salvezza passa attraverso questo sentiero in salita, tortuoso, scivoloso  e impervio. Riflettiamo sul fatto che il dono che ricevettero gli apostoli, nello stare sotto la Croce con Maria spetta anche a noi, pensiamo che neanche gli angeli, possono godere del ricevere il corpo di Cristo, pensiamo che quel Dio che muore e che risorge, quel Dio che soffre e si umilia, è quell’Ostia che il sacerdote consacra e consegna nella vera comunione, vera non perché fatta da commensali, ma perché voluta e retta da Cristo.