Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 13 aprile 2020

Una Pasqua che rimarrà nella storia

Questa Pasqua è davvero storica. Per varie ragioni.
La prima è perché, forse per la prima volta nella storia, la partecipazione del popolo di Dio alla celebrazione dei riti pasquali è stata limitata, a causa della pandemia in corso (v. Congregazione per il culto divino, decr. 25.3.2020). Non interessa a noi indagare se, a torto o a ragione, le autorità abbiano limitato i fedeli alla partecipazione ai riti. Non compete al cristiano tale giudizio, giacché – come ci raccomanda S. Paolo nella sua Epistola ai Romani – esso deve essere «sottomesso alle autorità costituite; poiché non c'è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all'autorità, si oppone all'ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna» (Rm. 13, 1-2). Se questo restringimento sia giusto, o no, lo potrà dire solo la storia. Quel che deve confortare il fedele è che la S. Messa, come anche i sacramenti, sono meri strumenti nella vita del cristiano, non costituiscono il fine della stessa. Per cui, va ricordato con S. Tommaso d’Aquino, che gratia non alligatur sacramentis: i sacramenti e la S. Messa sono strumenti ordinari attraverso cui la grazia ci viene comunicata. Ma a Dio non è impedito di comunicarla per mezzi straordinari, come nelle attuali circostanze davvero eccezionali, attraverso la preghiera e la penitenza, che ci deriva da questo “digiuno eucaristico”.
La seconda ragione della straordinarietà di questa Pasqua è che, non molti giorni fa, è stato pubblicato l’Annuario Pontificio dell’anno 2020, in cui il titolo di “Vicario di Cristo” e “Successore dell’Apostolo Pietro”, attribuiti a Jorge Mario Bergoglio, sono confinati tra i meri “titoli storici”, quasi che essi non abbiano, invece, una valenza profondamente teologica e siano connotanti l’ufficio di colui che siede sul Seggio di Pietro. Su questo tema, ci riserviamo nei prossimi giorni di proporre una nostra riflessione. In ogni caso, perché, dunque, questo confinamento di tali attributi all’ambito dei titoli storici? Ci stiamo avvicinando alla costituzione di un Nuovo Ordine Mondiale, come del resto auspicato da Henry Kissinger in un recente articolo sul Wall Street Journal (vqui e qui) e da Avvenire in un articolo del 10.4.2020? Sì, è pur vero che, in diverse occasioni, sia Giovanni Paolo II (ad es., nel 1986, in occasione della visita al memoriale indiano di Gandhi, Raj Ghat: «Il Mahatma Gandhi insegnava che se tutti gli uomini e le donne, quali che siano le differenze tra loro, aderiranno alla verità, nel rispetto della peculiare dignità di ogni essere umano, sarà possibile realizzare un nuovo ordine del mondo, una civiltà fondata sull’amore. … Voglia Iddio guidarci e benedirci mentre ci sforziamo di camminare insieme, la mano nella mano, e costruire insieme un mondo di pace!») sia Benedetto XVI (ad es., in occasione del messaggio Urbi et orbi del Natale 2005: «Uomo moderno, adulto eppure talora debole nel pensiero e nella volontà, lasciati prender per mano dal Bambino di Betlemme; non temere, fidati di Lui! La forza vivificante della sua luce ti incoraggia ad impegnarti nell’edificazione di un nuovo ordine mondiale, fondato su giusti rapporti etici ed economici») ne hanno parlato, auspicando la costituzione di questo Nuovo Ordine Mondiale. Persino Pio XII nei radiomessaggi natalizi tra il 1940 ed il 1943 ne aveva parlato, sebbene il papa preferisse l’espressione «nuovo ordine internazionale», in cui gli Stati non fossero “assorbiti” e “risucchiati” dal “nuovo ordine”, ma mantenessero le proprie individualità, soggettività e specificità. In ogni caso, papa Pacelli dava all’espressione una connotazione ben diversa, in quanto per quel Venerabile Pontefice tale nuovo ordine avrebbe dovuto fondarsi «sul diritto naturale e sulla rivelazione divina» (v. P. Brezzi, Pio XII papa, in Enciclopedia italianaII Appendice, 1949), ovvero essere  «radicato in un ordine naturale ed oggettivo di giustizia voluto da Dio, che non avrebbe potuto ricalcare quello prebellico»: tale opera sarebbe toccata «agli "uomini animati dalla fede in un Dio personale" nella costruzione della società futura» (F. Traniello, Pio XII, in Enciclopedia dei papi, 2000). Insomma, in Pio XII tale “nuovo ordine” avrebbe dovuto trovare la sua anima, in ultima analisi, in Dio e nella sua Legge e non già essere indipendente da Lui.
La connotazione, in altre parole, data all’espressione nei tempi moderni prescinde da questa tensione trascendentale e metagiuridica come auspicata da papa Pacelli, trovando – al contrario – fondamento unicamente nell’uomo e nella sua autocapacità di regolare tutti i suoi rapporti di ordine politico, sociale ed economico: Dio non avrebbe spazio alcuno in questo “nuovo ordine”. L’altra caratteristica è che in questo “ordine” le individualità dei singoli Stati sarebbero “assorbite” da una superiore autorità, perdendo, dunque, la loro soggettività e specificità. Insomma, l’idea di fondo è la creazione di quel “Padrone del mondo”, vaticinato da Benson. È singolare, ma il confinamento dei titoli di “Vicario di Cristo” e “Successore di Pietro” nell’ambito di quelli meramente storici sembrano trovare ispirazione in quel testo, tanto amato da Jorge Mario Bergoglio. Uno dei protagonisti, Julian Felsenburgh, in effetti, considera appunto la (sua) persona superiore all'ufficio che ricopre, mettendo in primo piano se stesso e relegando i titoli a mere espressioni storiche: del resto, le cariche, per lui, sono strumentali al disegno di diventare il “padrone del mondo”. Si legge nel romanzo: «Felsemburgh era semplice e complesso come la vita: semplice nell'essenza, complesso nella creatività. Ma la prova suprema della sua straordinaria missione si era rivelata in quel messaggio immortale. Non si poteva aggiungere una sola parola a ciò che lui aveva generalo: le linee direttive più divergenti, infatti, convergevano in lui, punto di partenza e punto d'arrivo. Nessuno ancora pensava se egli avrebbe dato o no prova della sua immortalità; sarebbe stato certamente positivo se la vita avesse rivelato in lui il suo sommo segreto: ma non era poi così necessario. Il suo spirito, infatti, riempiva il mondo: l'individuo non era più distinto dai suoi simili e la morte era da ritenersi come un increspamento che si produce qua e là sul placido mare. Dopo tanto tempo l'uomo era giunto a sapere che l'individuo non è nulla e la razza è tutto. La cellula riconosceva la propria totalità al corpo e i più grandi pensatori avevano persino dichiarato che la coscienza individuale doveva cedere il titolo di personalità alla massa degli uomini. Era infatti per questo intenso desiderio d'unità che gli uomini s'erano decisi a riappacificarsi nell'umanità totale. Diversamente, come sarebbe stato possibile spiegare la fine dei conflitti di parte e le rivalità nazionali?» (cap. I, parte III).
Con ciò non vogliamo dire che Jorge Mario Bergoglio voglia diventare “padrone del mondo”. Ci mancherebbe. Anzi, ci sentiamo di escluderlo radicalmente. 
È innegabile, tuttavia, che le sue azioni trovino in quel romanzo la loro precipua ispirazione.
Forse, quella modifica dell’Annuario Pontificio 2020 – senz’altro voluta ed approvata da Francesco - sia un messaggio che si è voluto lanciare perché sia letto ed inteso da chi di dovere, cioè dal futuro Padrone del mondo (cfr. E. Yore, Francis Footnote Follies: Why Francis Dropped the Title of Vicar of Christ…, in Remnant Newspaper, April 5, 2020, in trad. it. Perché Francesco ha rinunciato al titolo di Vicario di Cristo, in Unavox, aprile 2020).
Non sappiamo la risposta. Solo la storia ed il susseguirsi degli eventi, che stiamo vivendo, potranno rivelarcelo.
L’altra ragione di singolarità di questa Pasqua è che, proprio in prossimità di essa, il Vescovo di Roma, approfittando delle dirette streaming delle messe mattutine nella cappella dell’hotel Santa Marta, ha voluto, come dire, riesumare alcuni suoi ever green, come la discussa teoria circa la salvezza di Giuda e l’esclusione del titolo di corredentrice per la Vergine Maria (che sarebbe una tonterías). Ora, riservando anche sul tema dell’asserita salvezza del Traditore di dire la nostra, e appuntando l’attenzione sulla seconda tematica, non possiamo non rilevare come esso trovi, al contrario, il suo pieno fondamento tanto nella Scrittura quanto nella Tradizione della Chiesa (cfr. M. Guarini, Bergoglio: un guazzabuglio su Maria semplice discepola, per di più meticcia e giammai ‘Corredentrice’, in Libertà e persona, 14.12.2019; R. De Mattei, La teologia “meticcia” di papa Francesco, in Corrispondenza romana, 18.12.2019; S. Brachetta, Il valore corredentivo della “compassio” di Maria, in blog Aldo Maria Valli, Duc in altum, 20.12.2019; L. Siniscalchi, L’Addolorata Regina dei martiri, in Settimanale di Padre Piofasc. 36, 14.9.2014; C. Codega, Sulla via della Croce con Mariaivifasc. 44, 12.11.2017; C. Gnerre, Nella commozione … la Corredenzione di Mariaivifasc. 35, 9.9.2018; S. M. Manelli, L’anima trapassata dalla spada. I 7 Dolori della Madreivifasc. 9, 3.3.2019; A. M. Apollonio, I “punti fermi” della Corredenzione marianaivifasc. 5, 2.2.2020).  E proprio su questa problematica della corredenzione mariana, rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei.

Una Pasqua che rimarrà nella storia

di Roberto de Mattei


La settimana di Pasqua del 2020 è destinata ad entrare nella storia, per la sua eccezionalità, come quel giorno di febbraio del 2013 in cui Benedetto XVI annunziò la sua rinunzia al pontificato. Un misterioso filo conduttore sembra legare questi due eventi. Un medesimo senso di vuoto li collega.
Benedetto XVI ha rinunziato al mandato petrino, senza spiegare i legittimi motivi morali che potessero spiegare quel suo gesto estremo. Papa Francesco, da parte sua, conserva giuridicamente questo mandato, ma non lo esercita e sembra addirittura volersi spogliare del più alto titolo che gli compete, quello di Vicario di Cristo, trascritto, nell’ultima edizione dell’Annuario Pontificio, come un appellativo storico, e non costitutivo. Se Benedetto XVI ha rinunciato all’esercizio giuridico del Vicariato di Cristo, sembra quasi che papa Francesco abbia rinunciato all’esercizio morale della sua missione. La sospensione delle cerimonie religiose in tutto il mondo, afflitto dal Coronavirus, sembra essere un’espressione simbolica, ma reale, di un’inedita situazione, in cui la Divina Provvidenza sottrae ai Pastori il popolo che essi hanno abbandonato.
Non sappiamo quali saranno le conseguenze politiche, economiche e sociali del Coronavirus, ma ne misuriamo in questi giorni le sue conseguenze sulla Chiesa. Un velo sembra essersi sollevato: è l’ora del vuoto, del gregge privo dei suoi Pastori. Piazza San Pietro, vuota nella Domenica delle Palme, sarà vuota anche la domenica di Pasqua. «Il Santo Padre – ha comunicato il Vaticano – celebrerà i riti della Settimana Santa all’altare della cattedra, nella basilica di San Pietro, senza concorso di popolo, in seguito alla straordinaria situazione che si è venuta a determinare, a causa della diffusione della pandemia da Covid-19».
Secondo la philosophia perennis, la natura ripudia il vuoto (natura abhorret a vacuo). Nell’ora del vuoto spirituale, l’anima di chi ha la fede si rivolge istintivamente a Colei che non è mai vuota, perché ripiena di tutte le grazie: la Beatissima Vergine Maria. Solo in Lei l’anima può trovare quella pienezza spirituale e morale che la piazza di San Pietro e le innumerevoli chiese chiuse in tutto il mondo non offrono più. E una Messa in streaming può soddisfare gli occhi, ma non riempie l’anima. Ma papa Francesco, invece di alimentare la devozione e il culto a Maria, vuole spogliare anche Lei dai titoli che Le spettano. Il 12 dicembre 2019 il Papa aveva liquidato la possibilità di nuovi dogmi mariani, come quello su Maria corredentrice, affermando: «quando arrivano storie per cui si dovrebbe dichiarare questo, o fare quest’altro dogma o questo, non perdiamoci nelle sciocchezze». E il 3 aprile 2020 ha ribadito che la Madonna «non ha chiesto di essere una quasi redentrice, o una corredentrice. No. Il redentore è uno solo. Soltanto discepola e madre». 
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Queste parole sono state espresse alla vigilia della Settimana Santa, che è quella in cui la Madonna completa sul Calvario la sua missione di corredentrice e mediatrice di tutte le grazie. Papa Benedetto XV ne enuncia così la ragione: «Come ella soffrì e quasi morì con il Figlio suo sofferente e morente, così rinunciò per la salvezza degli uomini ai suoi diritti di madre su questo Figlio e lo immolò per placare la divina giustizia, sicché si può dire, a ragione, che ella abbia redento con Cristo il genere umano. Evidentemente per questa ragione tutte le diverse grazie del tesoro della redenzione vengono anche distribuite attraverso le mani dell’Addolorata» (Lettera Apostolica Inter sodalicia, 22 marzo 1918).
Secondo alcuni teologi, la parola corredentrice assorbe quella di mediatrice; secondo altri, come don Manfred Hauke, la parola mediazione universale di Maria si presta a un significato più ampio di quello di corredenzione, includendone il contenuto (Introduzione alla Mariologia, Eupress FTL, Lugano 2008, pp. 275-277). Essa integra l’aspetto “discendente”, per cui le grazie arrivano agli uomini, con quello “ascendente” espresso dalla corredenzione, attraverso cui la Madonna si unisce al sacrificio di Cristo. I due titoli sono in ogni modo complementari, come insegna mons. Brunero Gherardini nel suo saggio La corredentrice nel mistero di Cristo e della Chiesa (Viverein, Roma 1998), e si collegano a quello di Regina del Cielo e della terra.
Ma è necessario continuare? San Bernardo dice: «De Maria numquam satis» (Sermo de Nativitate Mariae, Patrologia Latina, vol. 183, col. 437D) e sant’Alfonso Maria de’ Liguori afferma: «Quando un’opinione onora in qualche modo la santa Vergine, ha un certo fondamento e non ha nulla di contrario né alla fede né ai decreti della Chiesa, né alla verità, il non accettarla e il contraddirla perché anche l’opinione opposta potrebbe essere vera, denota poca devozione verso la Madre di Dio. Io non voglio essere annoverato fra questi spiriti poco devoti, né vorrei che lo fosse il mio lettore, ma piuttosto vorrei essere annoverato fra coloro che credono pienamente e fermamente tutto ciò che senza errore si può credere delle grandezze di Maria» (Le glorie di Maria, Cap. V, § 1).
I devoti di Maria sono una famiglia spirituale che ha il suo prototipo e patrono in san Giovanni Evangelista, l’apostolo prediletto, che ricevette da Gesù, sul Calvario, una immensa eredità. Tutto è riassunto nelle parole di Gesù, quando sulla Croce, «vedendo sua madre e il discepolo che Egli amava, disse a sua madre: ‘Donna, ecco, il figlio tuo’ e rivolgendosi a san Giovanni: ‘Ecco la madre tua’» (Gv. 19, 26-27). Con queste parole Gesù stabilì un legame divino e indissolubile non solo tra Maria SS.ma e san Giovanni, rappresentante del genere umano, ma tra Lei e tutte le anime che di san Giovanni avessero seguito l’esempio di fede e di fedeltà. San Giovanni è il modello di coloro che nell’ora del tradimento e della rinuncia, rimangono fedeli a Gesù, attraverso Maria. «Dio-Spirito Santo vuol formarsi degli eletti in Lei e per mezzo di Lei e Le dice: ‘in electis meis mitte radices’ (Siracide 24, 12)», scrive san Luigi Grignion di Montfort (Trattato della Vera devozione alla Santa Vergine, n. 34), assicurandoci che i suoi devoti riceveranno una fede ferma e incrollabile che li farà rimanere saldi e costanti in mezzo a tutte le tempeste (ivi, n. 214). Plinio Corrêa de Oliveira ha dimostrato come la devozione mariana, non esteriore e non incostante, ma ferma e perseverante, sia un fattore decisivo, nello scontro tra la Rivoluzione e la Contro-Rivoluzione che si acuirà sempre di più nei tempi oscuri che ci attendono. Maria, mediatrice universale, è infatti il canale attraverso il quale passano tutte le grazie e le grazie pioveranno in abbondanza per chi la prega e lotta per Lei (Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, ed. it. Sugarco, Milano 2009, pp. 319-332).
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Il grande arcidiacono d’Évreux, Henri-Marie Boudon, alla cui spiritualità si formò san Luigi Maria Grignion di Montfort, scriveva che nelle calamità pubbliche, come le guerre o le epidemie, noi ce la prendiamo con gli altri, mentre bisognerebbe prendersela con noi stessi e con i nostri peccati: «Dio ci colpisce per essere contemplato e noi invece non solleviamo gli occhi dalle creature» (La dévotion aux saints anges, Clovis, Condé-su-Noireau 1998, p. 265). In questi giorni inquietanti, non affatichiamoci a cercare quale sia la mano degli uomini dietro la pandemia. Accontentiamoci di scorgervi la mano di Dio. E poiché la Madonna, oltre che corredentrice e mediatrice, è anche regina dell’universo, non dimentichiamo che Dio ha assegnato a Lei il compito di intervenire nella storia, opponendosi all’azione che vi esercita il demonio. Per questo quando il Signore flagella l’umanità l’unico rifugio è Maria. Da Lei attinge la forza chi non abbandona il suo posto, ma resta in campo per combattere l’ultima battaglia: quella per il trionfo del suo Cuore Immacolato.

Il ‘Regina coeli’: preghiera del tempo di Pasqua e della fine delle pestilenze

Secondo la tradizione questa antifona mariana, che sostituisce l’Angelus dal Sabato Santo al Sabato precedente la Domenica della Santissima Trinità, venne cantata dagli Angeli per annunziare a San Gregorio Magno che allora stava conducendo una processione penitenziale la cessazione di una fiera pestilenza (vedi qui). Già recitata nella Chiesa – basti pensare alla menzione che ne fa l’Alighieri nel XXIII canto del Paradiso – e copiosamente arricchita di sante indulgenze, fu consacrata come antifona del tempo pasquale da Benedetto XIV (così ci ricorda Radiospada, 12.4.2020).
Gregorio di Tours, nell’Historiae Francorum (liber X, 1) e Iacopo di Varazze, nella Legenda Aurea, in effetti, raccontano il memorabile prodigio della cessazione della peste del 590 d.C. all’epoca del grande S. Gregorio Magno in modo incalzante e accorato: «Durante la processione, in una sola ora erano morte ben ottanta persone, ma papa Gregorio non smetteva di incoraggiare ad andare avanti con fede. Man mano che il corteo si avvicinava a San Pietro, l’aria diventava più leggera e salubre. Giunti al ponte che collegava la città al Mausoleo di Adriano, allora chiamato Castellum Crescentii, d’improvviso scesero dal cielo schiere di angeli che cantavano quelle che sarebbero diventate le parole del Regina Coeli, l’antifona che in tempo pasquale sostituisce l’Angelus e saluta Maria Regina per la risurrezione del Salvatore: “Regina Coeli, laetare, Alleluja – Quia quemmeruisti portare, Alleluja – Resurrexit sicut dixit, Alleluja!”.
San Gregorio rispose: “Ora pro nobis rogamus, Alleluja!”. Gli angeli planarono ancora più in basso per galleggiare sulle teste dei presenti e infine circondare il dipinto di Maria. Gregorio guardò in alto e sulla cima del castello vide la grande figura armata dell’Arcangelo mentre asciugava la spada dal sangue e la riponeva nel fodero. La peste era finita» (M. Milvia Morciano, Quando san Michele arcangelo apparve a Roma e fermò la peste, in Vatican News, 20.3.2020).
Per nostra edificazione rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei.






Pieter Paul Rubens, Cristo trionfante sulla morte e sul peccato, 1616, Musée des Beaux-Arts, Strasburgo

San Gregorio Magno e il Coronavirus del suo tempo

di Roberto de Mattei


Un alone di mistero avvolge il Coronavirus, o Covid-19, di cui non conosciamo né l’origine, né i reali dati di diffusione, né le possibili conseguenze. Ciò che però sappiamo è che le pandemie sono sempre state considerate nella storia come flagelli divini e che l’unico rimedio che la Chiesa ha opposto ad esse è stata la preghiera e la penitenza. Così accadde a Roma nell’anno 590, quando Gregorio della famiglia senatoriale della gens Anicia, fu eletto Papa con il nome di Gregorio I (540-604).
L’Italia era sconvolta da malattie, carestie, disordini sociali e dall’onda devastatrice dei Longobardi. Tra il 589 e il 590, una violenta epidemia di peste, la terribile luesinguinaria, dopo aver devastato il territorio bizantino ad Oriente e quello dei Franchi ad Occidente, aveva seminato morte e terrore nella penisola e si era abbattuta sulla città di Roma. I cittadini romani interpretarono questa epidemia come un castigo divino per la corruzione della città. La prima vittima mietuta a Roma dalla peste fu papa Pelagio II, che morì il 5 febbraio 590 e fu sepolto in San Pietro. Il clero e il senato romano elessero come suo successore Gregorio che, dopo essere stato praefectus urbis, viveva nella sua cella monacale sul monte Celio. Dopo essere stato consacrato il 3 ottobre 590, il nuovo Papa affrontò subito il flagello della peste. Gregorio di Tours (538-594), che fu contemporaneo e cronista di quegli eventi, racconta che in un memorabile sermone pronunciato nella chiesa di Santa Sabina, Gregorio invitò i romani a seguire, contriti e penitenti, l’esempio degli abitanti di Ninive: «Guardatevi intorno: ecco la spada dell’ira di Dio brandita sopra l’intero popolo. La morte improvvisa ci strappa dal mondo, senza quasi darci un minuto di tempo. In questo stesso momento, oh quanti son presi dal male, qui intorno a noi, senza neppure potere pensare alla penitenza».
Il Papa esortò quindi a sollevare lo sguardo a Dio, il quale permette tali tremendi castighi al fine di correggere i suoi figliuoli e, per placare la collera divina, ordinò una «litania settiforme», cioè una processione dell’intera popolazione romana, divisa in sette cortei, secondo il sesso, l’età e la condizione. La processione mosse dalle varie chiese di Roma verso la Basilica Vaticana, accompagnando il cammino con il canto delle litanie. È questa l’origine delle cosiddette Litanie maggiori della Chiesa, o rogazioni, con cui preghiamo Dio di difenderci dalle avversità. I sette cortei muovevano attraverso gli edifici dell’antica Roma, a piedi nudi, a passo lento, il capo coperto di cenere. Mentre la moltitudine percorreva la città, immersa in un silenzio sepolcrale, la pestilenza arrivò al punto tale di furore che, nel breve spazio di un’ora, ottanta persone caddero a terra morte. Ma Gregorio non cessò un attimo di esortare il popolo perché continuasse a pregare e volle che dinanzi al corteo fosse portato il quadro della Vergine conservata in Santa Maria Maggiore e dipinta dall’evangelista san Luca (Gregorio di Tours, Historiae Francorum, liber X, 1, in Opera omnia, a cura di J.P. Migne, Parigi 1849 p. 528).
La Leggenda aurea, di Jacopo da Varazze, che è un compendio delle tradizioni trasmesse dai primi secoli dell’era cristiana, racconta che man mano che la sacra immagine avanzava, l’aria diventava più sana e limpida ed i miasmi della peste si dissolvevano, come se non potessero sopportarne la presenza. Si era giunti al ponte che unisce la città al Mausoleo di Adriano, conosciuto nel Medioevo come Castellum Crescentii, quando improvvisamente si udì un coro di angeli che cantavano: «Regina Coeli, laetare, Alleluja – Quia quemmeruisti portare, Alleluja – Resurrexit sicut dixit, Alleluja!». Gregorio rispose ad alta voce: «Ora pro nobis rogamus, Alleluja!». Nacque così il Regina Coeli, l’antifona con cui nel tempo pasquale la Chiesa saluta Maria Regina per la risurrezione del Salvatore. Dopo il canto, gli Angeli si disposero in cerchio intorno al quadro della Madonna e Gregorio, alzando gli occhi, vide sulla sommità del Castello un Angelo che, dopo avere asciugato la spada grondante di sangue, la riponeva nel fodero, in segno del cessato castigo. «Tunc Gregorius vidi super Castrum Crescentii angelum Domini qui glaudium cruentatum detergens in vagina revocabat: intellexit que Gregorius quod pestisilla cessasset et sic factum est. Unde et castrum illud castrum Angeli deinceps vocatum est». Comprese Gregorio che la peste era finita e così avvenne: e quel castello fu d’allora in poi chiamato il Castello dell’Angelo (Iacopo da Varazze, Legenda aurea, Edizione critica a cura di Giovanni Paolo Maggioni, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 1998, p. 90).
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Papa Gregorio I fu canonizzato e proclamato Dottore della Chiesa, ed entrò nella storia con l’appellativo di “Magno”. Dopo la sua morte i romani cominciarono a chiamare la Mole Adriana “Castel Sant’Angelo” e, a ricordo del prodigio, posero in cima al castello la statua di san Michele, capo delle milizie celesti, in atto di rinfoderare la spada. Ancora oggi nel Museo Capitolino è conservata una pietra circolare con le impronte dei piedi che, secondo la tradizione, sarebbero state lasciate dall’Arcangelo quando si fermò per annunciare la fine della peste. Anche il cardinale Cesare Baronio (1538-1697), considerato per il rigore della sua ricerca uno dei più grandi storici della Chiesa, conferma l’apparizione dell’Angelo alla sommità del castello (Odorico Ranaldi, Annali ecclesiastici tratti da quelli del cardinal Baronio, anno 590, Appresso Vitale Mascardi, Roma 1643, pp. 175-176).
Osserviamo solo che se l’Angelo, grazie all’appello di san Gregorio, rinfoderò la spada, vuol dire che essa era stata prima sguainata per punire i peccati del popolo romano. Gli Angeli sono infatti gli esecutori dei castighi divini dei popoli, come ci ricorda la drammatica visione del Terzo segreto di Fatima, esortandoci al pentimento: «un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva grandi fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo intero; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo, indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza!».
La diffusione del Coronavirus ha un qualche rapporto con la visione del Terzo Segreto? Il futuro ce lo dirà. Ma l’appello alla penitenza resta la prima urgenza della nostra epoca e il primo rimedio per assicurarci la nostra salvezza, nel tempo e nell’eternità. Le parole di san Gregorio Magno devono risuonare ancora nei nostri cuori: «Cosa diremo degli avvenimenti terribili di cui siamo testimoni se non che sono preannunci dell’ira futura? Pensate dunque fratelli carissimi, con estrema attenzione a quel giorno, correggete la vostra vita, mutate i vostri costumi, sconfiggete con tutta la vostra forza le tentazioni del male, punite con le lacrime i peccati compiuti» (Omelia prima sui Vangeli, in Il Tempo di Natale nella Roma di Gregorio Magno, Acqua Pia Antica Marcia, Roma 2008, pp. 176-177).
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È di queste parole, non del sogno dell’Amazzonia felix, che avrebbe oggi bisogno la Chiesa, che appare oggi come la descriveva san Gregorio ai suoi tempi: «Nave vetusta e terribilmente squarciata; dappertutto infatti entrano i flutti e le tavole marcite; squassate dalla violenta e quotidiana tempesta, fanno presagire il naufragio (Registrum I, 4 ad Ioann. episcop. Constantinop.)». Ma allora la Divina Provvidenza suscitò un nocchiero che, come afferma san Pio X, «tra l’imperversare dei marosi seppe non solo toccare il porto, ma anche mettere al sicuro la nave dalle tempeste future» (Enciclica Jucunda sane del 12 marzo 1904).

mercoledì 1 gennaio 2020

L’incoronazione di Carlo Magno: Natale della Cristianità

In questo giorno dell’Ottava di Natale, in cui si fa memoria della circoncisione di N.S.G.C., rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei.

L’incoronazione di Carlo Magno: Natale della Cristianità

di Roberto de Mattei

Pubblichiamo la versione italiana di un articolo del prof. Roberto de Mattei pubblicato su The Remnant il 27 dicembre 2019.

Se c’è un momento di grazia e di conversione del cuore, questo è il Santo Natale, il giorno della Natività del Signore, il giorno da cui si contano gli anni del mondo. L’atmosfera familiare del giorno di Natale intenerisce i cuori più duri, ma soprattutto la bellezza della liturgia è capace di toccarli, come accadde allo scrittore francese Paul Claudel (1868-1955) il 25 dicembre 1886. Claudel era uno studente di diciotto anni che aveva abbandonato la pratica religiosa e vagava per le strade di Parigi, inquieto e insoddisfatto di sé, quando, la sera di Natale, entrò nella Cattedrale di Notre-Dame, mentre il coro stava cantando ciò che più tardi seppe essere il Magnificat.
«Io – racconta – ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro rispetto all’ingresso del Coro, a destra, dalla parte della Sacrestia. In quel momento capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla. Improvvisamente ebbi il sentimento lacerante dell’innocenza, dell’eterna infanzia di Dio: una rivelazione ineffabile! Cercando – come ho spesso fatto – di ricostruire i momenti che seguirono quell’istante straordinario, ritrovo gli elementi seguenti che, tuttavia, formavano un solo lampo, un’arma sola di cui si serviva la Provvidenza divina per giungere finalmente ad aprire il cuore di un povero figlio disperato: ‘Come sono felici le persone che credono!’ . Ma era vero? Era proprio vero! Dio esiste, è qui. È qualcuno, un essere personale come me. Mi ama, mi chiama. Le lacrime e i singulti erano spuntati, mentre l’emozione era accresciuta ancor più dalla tenera melodia dell’’Adeste, fideles’ […]».
Paul Claudel comprese quella sera, in un lampo, con invincibile evidenza, che la vita di ognuno di noi si spalanca davanti a una inesorabile alternativa: l’amore infinito di Dio o la dannazione eterna. Egli ricorda ancora: «È vero – lo confesso con il Centurione romano -, che Gesù era il Figlio di Dio. Era a me, Paul, che egli si rivolgeva e mi prometteva il suo amore. Ma, nello stesso tempo, se non lo seguivo, mi lasciava la dannazione come unica alternativa. Ah, non avevo bisogno che mi si spiegasse che cosa era l’Inferno: vi avevo trascorso la mia stagione. Quelle poche ore mi erano bastate per farmi capire che l’Inferno è dovunque non c’è Cristo. Che me ne importava del resto del mondo, davanti a quest’Essere nuovo e prodigioso che mi si era svelato?».
La vita di Paul Claudel divenne il tentativo di rimanere fedele alla grazia di quel Natale del 1886, «il giorno di Natale in cui ogni gioia è nata», come egli scriverà nella sua opera più famosa, L’Annonce faite à Marie (1912).

L’aspetto sociale del Santo Natale

Ma la festa del Santo Natale non ha solo un significato individuale e familiare: ha anche, e ha avuto nella storia, un significato sociale. Il grande abate di Solesmes Dom Prosper Guéranger (1805-1875), nel suo Année liturgique, ci ricorda tre momenti del Santo Natale legati alla storia d’Europa, alle sue più profonde radici cristiane.
Il primo di questi momenti è il battesimo di Clodoveo, avvenuto, secondo la tradizione, il 25 dicembre del 496.
Clodoveo era il re dei Franchi, un popolo ancora pagano, mentre il Cristianesimo si andava diffondendo in un’Europa in preda al caos e all’anarchia, dopo la caduta dell’Impero romano di Occidente, avvenuta venti anni prima. Egli aveva sposato una principessa cattolica del popolo dei Burgundi, Clotilde. Fu lei, con l’aiuto del santo vescovo di Reims, Remigio, a portare Clodoveo alla religione cattolica, conquistandone il cuore. Clodoveo si fece battezzare, nella notte di Natale del 496.
Lo storico dei Franchi Gregorio di Tours scrive che Clodoveo «si avvicinò al lavacro come un nuovo Costantino, per essere liberato dalla lebbra antica, per sciogliere in acqua fresca macchie luride createsi lontano nel tempo. E quando Clodoveo fu entrato nel Battistero, il santo di Dio così disse con parole solenni: ‘Piega quieto il tuo capo, o si cauto; adora quello che hai bruciato, brucia quello che hai adorato’».


François Louis Hardy de Juinne, dit Dejuinne, Battesimo di Clodoveo da parte di S. Remigio, 1837, castello di Versailles e Trianon, Versailles

Il battesimo di Clodoveo fu quello di un popolo che, con lui, entrava nella storia: i Franchi. E secondo dom Guéranger il supremo Signore degli eventi volle che il regno dei Franchi nascesse il giorno di Natale per incidere più profondamente l’importanza di un giorno così santo nella memoria dei popoli cristiani dell’Europa. Clodoveo, il fiero barbaro, divenuto mite come l’agnello, fu immerso da san Remigio nel fonte battesimale della salvezza, dal quale uscì purificato per inaugurare la prima monarchia cattolica fra le monarchie nuove, quel regno di Francia, il più bello – è stato detto – dopo quello dei cieli.

La conversione dell’Inghilterra

S. Agostino di Canterbury predica dinanzi al re Etelberto


Battesimo di Etelberto, re del Kent, da parte di S. Agostino di Canterbury



Madox Brown, Battesimo di Edwin (Edvino), re di Northumbria da parte di S. Paolino di Canterbury, 1879, Manchester Town Hall, Manchester

Passarono cento anni dalla conversione di Clodoveo. Salì sul trono pontificio un grande Papa, san Gregorio Magno. Nel 596, secondo quanto si ricorda, Papa Gregorio restò commosso nel vedere un gruppo di giovani biondi e belli come angeli, sul mercato degli schiavi di Roma. Chiese chi fossero. Gli fu risposto: Angli.
«Non Angli, ma Angeli», replicò il Papa, che a partire da quel momento decise di affidare ai monaci benedettini l’evangelizzazione dell’Inghilterra. Un gruppo di quaranta monaci, guidato da Agostino, poi detto di Canterbury, partì per l’isola degli Angli per propagare il Vangelo.
Agostino, dopo aver convertito al vero Dio il re Eteiredo, si diresse verso la città, già romana, di York, vi fece risuonare la Parola di vita, e un intero popolo si unì al proprio re per chiedere il Battesimo. Così allora accadeva: il battesimo del Re era quello di un popolo intero, legato al suo sovrano da vincoli di indissolubile fedeltà. Fu fissato il giorno di Natale per la rigenerazione di quei nuovi discepoli di Cristo; e il fiume che scorreva sotto le mura della città venne scelto per servire da fonte battesimale a un’armata di diecimila di catecumeni, non contando le donne e i bambini. Il rigore della stagione non arrestò i nuovi e ferventi discepoli del Bambino di Betlemme che scesero nelle acque per purificare le loro anime. «Dalle acque gelide – scrive dom Guéranger – uscì piena di gaudio e risplendente d’innocenza tutta un’armata di neofiti; e nel giorno stesso della sua nascita, Cristo contò una nazione di più sotto il suo impero». Sant’Agostino di Canterbury fu l’evangelizzatore della Britannia. Dall’Inghilterra e dall’Irlanda partirono poi, al seguito un altro grande missionario, san Bonifacio, i monaci che evangelizzarono la Germania.

L’incoronazione di Carlo Magno



Friedrich Kaulbach, Incoronazione di Carlo Magno, 1903, Maximilianeum, Monaco

Un altro illustre evento doveva ancora abbellire l’anniversario del Natale. Nella solennità di Natale dell’800, con l’incoronazione di Carlo Magno, a Roma, nacque il Sacro Romano Impero al quale era riservata la missione di propagare il regno di Cristo nelle regioni barbare del Nord, e di mantenere l’unità europea, sotto la direzione del Romano Pontefice.
Correva l’anno 800. Era il giorno di Natale. A Roma, nella Basilica di San Pietro, entrò un uomo maestoso, quasi sessantenne, la cui statura quasi da gigante esprimeva la forza indomabile del guerriero, mentre i bianchi capelli e la barba rivelavano una dolcezza straordinaria. Non era un uomo qualsiasi, si vedeva immediatamente. Quest’uomo era Carlo Magno, re dei Franchi, il popolo di Clodoveo, chiamato a Roma dal Papa perché mettesse la sua spada al servizio della Croce, contro i Longobardi.
Il re dei Franchi nell’anno Ottocento dopo Cristo ha già sottomesso gli aquitani e i longobardi; ha attraversato i Pirenei per domare in Spagna il potere minaccioso degli arabi; ha represso l’insurrezione dei sassoni e dei bavari; e sta in piena lotta con gli avari. Egli non è solo un guerriero. Sotto il suo influsso, le arti e le scienze fioriscono in tutta Europa. Amato moltissimo dai suoi sudditi, venerato dai suoi guerrieri, estende nelle terre che conquista la benefica influenza della Religione cattolica.
Ed ora, Carlo Magno, l’erede di Clodoveo, entra nella Basilica di San Pietro, in una notte di Natale, fredda per i rigori dell’inverno, ma calda per l’atmosfera di entusiasmo che regna nella Basilica. Il re dei Franchi si inginocchia, abbassa il capo, adorando Dio fatto uomo e implorando misericordia per i suoi peccati. Si batte il petto e ricorre all’intercessione della Vergine Maria, senza accorgersi che qualcuno gli si avvicina in silenzio rispettoso. Non è un semplice sacerdote o vescovo, è un Papa, un Papa santo. Le cronache raccontano che «nel momento in cui il re si levava dall’orazione, durante la Messa, dinanzi all’altare della confessione di San Pietro Apostolo, il Papa Leone III gli giunse vicino e pose sulla sua fronte scoperta una corona. Una corona nuova, non di Re ma di Imperatore».
Il Papa, san Leone III poneva la corona imperiale sul capo di Carlo Magno; e la terra attonita rivedeva un Cesare, un Augusto, non più successore dei Cesari e degli Augusti della Roma pagana, ma investito di quei titoli gloriosi dal Vicario di Colui che viene definito della Scrittura, il Re dei re, il Signore dei signori. Il popolo romano lo acclamò con queste parole: «a Carlo Augusto, coronato da Dio grande e pacifico imperatore dei Romani, vita e vittoria», mentre i franchi, battendo le lance sulle spade, levavano il grido «Natale, Natale», un grido che, dai tempi di Clodoveo, ricordava l’entrata del loro popolo nella storia.
Due giorni prima dell’incoronazione un monaco di San Saba e un monaco del Monte degli Olivi a Gerusalemme avevano offerto al re dei Franchi, da parte del Patriarca, «le chiavi del Santo Sepolcro e del Calvario e quelle della città e del monte Sion con una bandiera». Era un omaggio simbolico, una nuova aureola di santità cinta alla fronte del re che aveva steso la sua protezione oltre i mari, che doveva proteggere i cristiani di Palestina, di Siria, di Egitto, di Tunisia.
In quel Natale, nella Cattedrale del Vicario di Cristo, nacque l’Impero Cattolico d’Occidente, pilastro della Civiltà cristiana medioevale – come 800 anni prima, nello stesso giorno, era nato in una mangiatoia il Bambino Gesù.
Fondando la Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana, Gesù Cristo aveva posto in essa, in seme, tutte le potenzialità per generare una grande civiltà. Con l’espansione della Chiesa, con la conversione dei popoli lungo otto secoli, il seme si sviluppò, divenne una possibilità concreta, sbocciò, infine, nell’anno 800, nell’impero di Carlo Magno, benedetto e ratificato dalle mani di un santo successore di Pietro. Si aprì un’epoca in cui, come insegna Leone XIII nella enciclica Immortale Dei, «il sacerdozio e l’impero erano legati tra di loro da una felice concordia e dallo scambio amichevole di servigi» e «organizzata in tal modo, la società civile diede frutti superiori ad ogni aspettativa».
Un altro Papa, Giovanni Paolo II, nel 1200esimo anniversario dell’incoronazione di Carlo Magno, ha ricordato che «la grande figura storica dell’imperatore Carlo Magno rievoca le radici cristiane dell’Europa, riportando quanti la studiano ad un’epoca che, nonostante i limiti umani sempre presenti, fu caratterizzata da un’imponente fioritura culturale in quasi tutti i campi dell’esperienza. Alla ricerca della sua identità, l’Europa non può prescindere da un energico sforzo di recupero del patrimonio culturale lasciato da Carlo Magno e conservato lungo più di un millennio».
Carlo Magno fu grande non solo per le sue guerre vittoriose da un estremo all’altro d’Europa, ma soprattutto per la sua opera di restaurazione giuridica, culturale ed artistica, ispirata ai principi del Vangelo. In un’epoca di decadenza e di disordine, egli può essere considerato come il fondatore dell’Europa cristiana. Con il primo imperatore cristiano l’Occidente per la prima volta acquista coscienza di sé e si presenta sulla scena della storia consapevole della propria unità cristiana e romana.
L’incoronazione di Carlo Magno è inoltre un atto pubblico e simbolico di importanza universale, destinato a esprimere, per più di un millennio, la concezione della sovranità cristiana. La fonte dell’autorità è il rappresentante di Dio in terra, perché – in terra – non esiste autorità che non provenga da Dio. In questo senso l’incoronazione di Carlo Magno può essere considerata come il Natale della Cristianità.
Quella che fu un tempo la Cristianità oggi agonizza, sotto gli attacchi dei nemici esterni e interni e noi attendiamo con trepidazione un nuovo giorno di Natale, un giorno di nascita e di risurrezione per le nostre anime e per la società intera: il giorno benedetto, annunciato a Fatima, del trionfo della Chiesa e della restaurazione della Civiltà cristiana.

mercoledì 2 maggio 2018

La guerra religiosa del IV secolo e il nostro tempo

Nella festa di S. Atanasio di Alessandria, vescovo, confessore e dottore della Chiesa, rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei, pubblicato pure in inglese dal consueto Rorate caeli.

Palma il Vecchio, Madonna col Bambino in trono e Santi (SS. Paolo, Gregorio Magno, Bernardino da Siena, Elisabetta d'Ungheria, Atanasio e altro santo), 1512, Cappella di S. Atanasio, Chiesa di S. Zaccaria, Venezia

Ambito veneto, SS. Agostino ed Atanasio, XVIII sec., Padova

Ambito oltralpino, S. Atanasio, XVIII sec., Udine


De Paulus, S. Atanasio, 1861, Terni

La guerra religiosa del IV secolo e il nostro tempo

di Roberto de Mattei


La Chiesa avanza nella storia sempre vincitrice, secondo i disegni imprevisti di Dio. I primi tre secoli di persecuzioni toccarono il loro culmine sotto l’Imperatore Diocleziano (284-305).
Tutto sembrava perduto. Lo scoraggiamento era una tentazione per molti cristiani e tra essi non mancò chi perse la fede. Ma chi perseverò ebbe l’immensa gioia, pochi anni dopo, di vedere sfolgorare la Croce di Cristo sui labari di Costantino nella battaglia di Saxa Rubra (312). Questa vittoria mutò il corso della storia. L’Editto di Milano-Nicomedia del 313, accordando libertà ai cristiani, capovolse il senatoconsulto di Nerone, che proclamava il Cristianesimo “super stitioillicita”.
La cristianizzazione pubblica della società ebbe inizio in un clima di entusiasmo e di fervore. Nel 325, il Concilio di Nicea sembrò segnare la rinascita dottrinale della Chiesa, con la condanna di Ario, che negava la divinità del Verbo. A Nicea, grazie all’apporto decisivo del diacono Atanasio (295-373), poi vescovo di Alessandria, fu definita la dottrina della “consustanzialità” di natura tra le tre persone della Santissima Trinità.
Negli anni successivi, tra la posizione ortodossa e quella degli eretici ariani si fece strada un “terzo partito”, quello dei “semi-ariani”, divisi a loro volta in varie correnti, che riconoscevano una certa analogia tra il Padre e il Figlio, ma negavano che egli fosse «generato, non creato, della stessa sostanza del Padre», come affermava il Credo di Nicea. Essi sostituirono alla parola omousios, che vuol dire “della stessa sostanza”, il termine omoiusios, che significa “di sostanza simile”.
Gli eretici, ariani e semiariani, avevano compreso che il loro successo sarebbe dipeso da due fattori: il primo era di rimanere all’interno della Chiesa; il secondo di ottenere l’appoggio del potere politico e dunque di Costantino, e poi dei suoi successori. Così, di fatto, avvenne. Una crisi interna alla Chiesa, mai fino allora conosciuta, si prolungò per oltre 60 anni.
Nessuno meglio del cardinale Newman la ha descritta, nel suo libro Gli ariani del IV secolo (1833), cogliendo tutte le sfumature dottrinali della questione. Uno studioso italiano, il prof. Claudio Pierantoni ha recentemente tracciato un illuminante parallelo tra la controversia ariana e quella attuale sull’esortazione apostolica Amoris laetitia (v. qui).
Ma, fin dal 1973, mons. Rudolf Graber (1903-1992), vescovo di Ratisbona, rievocando la figura di sant’Atanasio, nel XVI centenario della sua morte, paragonava la crisi del IV secolo a quella seguita al Concilio Vaticano II (Athanasius und die Kircheunserer Zeit: zuseinem 1600 Todestag, Kral 1973). Atanasio, per la sua fedeltà all’ortodossia, fu duramente perseguitato dai suoi stessi confratelli e per ben cinque volte, tra il 336 e il 366, fu costretto ad abbandonare la città di cui era vescovo, passando lunghi anni di esilio e di strenue lotte in difesa della fede. Due assemblee di vescovi, a Cesarea e a Tiro (334-335), lo condannarono per ribellione e fanatismo.
E nel 341, mentre un Concilio di cinquanta vescovi, a Roma, proclamava Atanasio innocente, il Concilio di Antiochia, cui parteciparono più di novanta vescovi, ratificò gli atti dei sinodi di Cesarea e di Tiro, e pose un ariano sulla cattedra episcopale di Atanasio.
Il successivo Concilio di Sardica, nel 343, terminò con una scissione: i Padri occidentali dichiararono illegale la deposizione di Atanasio e riconfermarono il Concilio di Nicea; quelli orientali condannarono non soltanto Atanasio, ma anche il papa Giulio I, poi canonizzato, che lo aveva appoggiato. Il Concilio di Sirmio, nel 351, cercò una via di mezzo tra ortodossia cattolica e arianesimo.
Nel Concilio di Arles del 353 i Padri, incluso il legato di Liberio, che era succeduto come Papa a san Giulio I, sottoscrissero una nuova condanna di Atanasio. I vescovi erano costretti a scegliere tra la condanna di Atanasio e l’esilio. San Paolino, vescovo di Treviri, fu quasi il solo che si batté per la fede nicena e fu esiliato in Frigia, dove morì in seguito ai maltrattamenti subiti dagli ariani.
Due anni dopo, nel Concilio di Milano (355), più di trecento vescovi dell’Occidente sottoscrissero la condanna di Atanasio e un altro padre ortodosso, sant’Ilario di Poitiers, fu bandito in Frigia per la sua intransigente fedeltà all’ortodossia.
Nel 357 papa Liberio, vinto dalle sofferenze dell’esilio e dalle insistenze dei suoi amici, ma anche spinto da “amor di pace”, sottoscrisse la formula semiariana di Sirmio e ruppe la comunione con sant’Atanasio, dichiarandolo separato dalla Chiesa romana, per l’uso del termine “consustanziale”, come ci testimoniano quattro lettere tramandateci da sant’Ilario (Manlio Simonetti, La crisi ariana del IV secolo, Institutum Patristicum Augustinianum, Roma 1975, pp. 235-236). Sotto il pontificato dello stesso Liberio, i concili di Rimini (359) e di Seleucia (359), che costituirono un unico grande Concilio rappresentante l’Occidente e l’Oriente, abbandonarono il termine “consustanziale” di Nicea e stabilirono un’equivoca “via media” tra gli ariani e sant’Atanasio. Sembrava che l’eresia dilagante avesse vinto nella Chiesa.
I concili di Seleucia e di Rimini oggi non sono annoverati dalla Chiesa tra gli otto concili ecumenici dell’antichità, ma contarono tuttavia fino a 560 vescovi, la quasi totalità dei Padri della Cristianità, ed “ecumenici” furono definiti dai contemporanei. Fu allora che san Girolamo coniò l’espressione secondo cui «il mondo gemette e si accorse con stupore di essere diventato ariano» (Dialogus ad versus Luciferianos, n. 19, in PL, 23, col. 171).
Ciò che è importante sottolineare è che non si trattò di una disputa dottrinale limitata a qualche teologo, né ad un semplice scontro tra vescovi in cui il Papa dovesse fungere da arbitro. Fu una guerra religiosa in cui furono coinvolti tutti i cristiani, dai Papi fino all’ultimo fedele. Nessuno si rinchiuse nel proprio bunker spirituale, nessuno rimase alla finestra, muto spettatore del dramma.
Tutti scesero a combattere nelle trincee, da una parte e dall’altra dello schieramento. Non era facile in quel momento capire se il proprio vescovo fosse ortodosso o no, ma il sensus fidei fu la bussola per orientarsi. Il cardinale Walter Brandmüller, parlando a Roma il 7 aprile 2018, ha ricordato come  «il “sensus fidei” agisce come una sorta di sistema immunitario spirituale, che fa riconoscere e rifiutare istintivamente ai fedeli qualsiasi errore. Su questo “sensus fidei” poggia dunque – a prescindere dalla promessa divina – anche l’infallibilità passiva della Chiesa, ovvero la certezza che la Chiesa, nella sua totalità, non potrà mai incorrere in una eresia».
Sant’Ilario scrive che durante la crisi ariana le orecchie dei fedeli che interpretavano in senso ortodosso le affermazioni equivoche di teologi semi-ariani erano più sante dei cuori dei sacerdoti. I cristiani che per tre secoli avevano resistito agli imperatori, ora resistevano ai propri Pastori, in qualche caso anche al Papa, colpevole, se non di aperta eresia, perlomeno di grave negligenza.
Mons. Graber ricorda le parole dell’Athanasius (1838) di Joseph von Görres (1776-1848), scritte al momento dell’arresto dell’arcivescovo di Colonia, ma anche oggi di straordinaria attualità: «La terra trema sotto i nostri piedi. Si può presagire con certezza che la Chiesa uscirà incolume da una tale rovina, ma nessuno può dire e congetturare chi e che cosa sopravvivrà. Noi, dunque, avvisando, raccomandando, alzando le mani, vorremmo impedire il male mostrandone i segni. Persino i giumenti che portano i falsi profeti, si impennano, arretrano e rinfacciano con linguaggio umano la loro ingiustizia a chi li batte e non vede la spada sguainata (da Dio), che chiude loro la strada (Numeri, XXII, 22-35). Operate dunque finché è giorno, perché di notte nessuno può operare. Non serve nulla l’aspettare: l’attesa non ha fatto altro che aggravare tutte le cose».
Vi sono momenti in cui un cattolico è obbligato a scegliere tra la codardia e l’eroismo, tra l’apostasia e la santità. Fu quanto accadde nel IV secolo, è quanto accade anche oggi.