Fonte: Europa cristiana, 26.6.2022
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lunedì 27 giugno 2022
lunedì 13 aprile 2020
Una Pasqua che rimarrà nella storia
Questa Pasqua è davvero storica. Per varie ragioni.
La prima è perché, forse per la prima volta nella storia, la partecipazione del popolo di Dio alla celebrazione dei riti pasquali è stata limitata, a causa della pandemia in corso (v. Congregazione per il culto divino, decr. 25.3.2020). Non interessa a noi indagare se, a torto o a ragione, le autorità abbiano limitato i fedeli alla partecipazione ai riti. Non compete al cristiano tale giudizio, giacché – come ci raccomanda S. Paolo nella sua Epistola ai Romani – esso deve essere «sottomesso alle autorità costituite; poiché non c'è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all'autorità, si oppone all'ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna» (Rm. 13, 1-2). Se questo restringimento sia giusto, o no, lo potrà dire solo la storia. Quel che deve confortare il fedele è che la S. Messa, come anche i sacramenti, sono meri strumenti nella vita del cristiano, non costituiscono il fine della stessa. Per cui, va ricordato con S. Tommaso d’Aquino, che gratia non alligatur sacramentis: i sacramenti e la S. Messa sono strumenti ordinari attraverso cui la grazia ci viene comunicata. Ma a Dio non è impedito di comunicarla per mezzi straordinari, come nelle attuali circostanze davvero eccezionali, attraverso la preghiera e la penitenza, che ci deriva da questo “digiuno eucaristico”.
La seconda ragione della straordinarietà di questa Pasqua è che, non molti giorni fa, è stato pubblicato l’Annuario Pontificio dell’anno 2020, in cui il titolo di “Vicario di Cristo” e “Successore dell’Apostolo Pietro”, attribuiti a Jorge Mario Bergoglio, sono confinati tra i meri “titoli storici”, quasi che essi non abbiano, invece, una valenza profondamente teologica e siano connotanti l’ufficio di colui che siede sul Seggio di Pietro. Su questo tema, ci riserviamo nei prossimi giorni di proporre una nostra riflessione. In ogni caso, perché, dunque, questo confinamento di tali attributi all’ambito dei titoli storici? Ci stiamo avvicinando alla costituzione di un Nuovo Ordine Mondiale, come del resto auspicato da Henry Kissinger in un recente articolo sul Wall Street Journal (v. qui e qui) e da Avvenire in un articolo del 10.4.2020? Sì, è pur vero che, in diverse occasioni, sia Giovanni Paolo II (ad es., nel 1986, in occasione della visita al memoriale indiano di Gandhi, Raj Ghat: «Il Mahatma Gandhi insegnava che se tutti gli uomini e le donne, quali che siano le differenze tra loro, aderiranno alla verità, nel rispetto della peculiare dignità di ogni essere umano, sarà possibile realizzare un nuovo ordine del mondo, una civiltà fondata sull’amore. … Voglia Iddio guidarci e benedirci mentre ci sforziamo di camminare insieme, la mano nella mano, e costruire insieme un mondo di pace!») sia Benedetto XVI (ad es., in occasione del messaggio Urbi et orbi del Natale 2005: «Uomo moderno, adulto eppure talora debole nel pensiero e nella volontà, lasciati prender per mano dal Bambino di Betlemme; non temere, fidati di Lui! La forza vivificante della sua luce ti incoraggia ad impegnarti nell’edificazione di un nuovo ordine mondiale, fondato su giusti rapporti etici ed economici») ne hanno parlato, auspicando la costituzione di questo Nuovo Ordine Mondiale. Persino Pio XII nei radiomessaggi natalizi tra il 1940 ed il 1943 ne aveva parlato, sebbene il papa preferisse l’espressione «nuovo ordine internazionale», in cui gli Stati non fossero “assorbiti” e “risucchiati” dal “nuovo ordine”, ma mantenessero le proprie individualità, soggettività e specificità. In ogni caso, papa Pacelli dava all’espressione una connotazione ben diversa, in quanto per quel Venerabile Pontefice tale nuovo ordine avrebbe dovuto fondarsi «sul diritto naturale e sulla rivelazione divina» (v. P. Brezzi, Pio XII papa, in Enciclopedia italiana, II Appendice, 1949), ovvero essere «radicato in un ordine naturale ed oggettivo di giustizia voluto da Dio, che non avrebbe potuto ricalcare quello prebellico»: tale opera sarebbe toccata «agli "uomini animati dalla fede in un Dio personale" nella costruzione della società futura» (F. Traniello, Pio XII, in Enciclopedia dei papi, 2000). Insomma, in Pio XII tale “nuovo ordine” avrebbe dovuto trovare la sua anima, in ultima analisi, in Dio e nella sua Legge e non già essere indipendente da Lui.
La connotazione, in altre parole, data all’espressione nei tempi moderni prescinde da questa tensione trascendentale e metagiuridica come auspicata da papa Pacelli, trovando – al contrario – fondamento unicamente nell’uomo e nella sua autocapacità di regolare tutti i suoi rapporti di ordine politico, sociale ed economico: Dio non avrebbe spazio alcuno in questo “nuovo ordine”. L’altra caratteristica è che in questo “ordine” le individualità dei singoli Stati sarebbero “assorbite” da una superiore autorità, perdendo, dunque, la loro soggettività e specificità. Insomma, l’idea di fondo è la creazione di quel “Padrone del mondo”, vaticinato da Benson. È singolare, ma il confinamento dei titoli di “Vicario di Cristo” e “Successore di Pietro” nell’ambito di quelli meramente storici sembrano trovare ispirazione in quel testo, tanto amato da Jorge Mario Bergoglio. Uno dei protagonisti, Julian Felsenburgh, in effetti, considera appunto la (sua) persona superiore all'ufficio che ricopre, mettendo in primo piano se stesso e relegando i titoli a mere espressioni storiche: del resto, le cariche, per lui, sono strumentali al disegno di diventare il “padrone del mondo”. Si legge nel romanzo: «Felsemburgh era semplice e complesso come la vita: semplice nell'essenza, complesso nella creatività. Ma la prova suprema della sua straordinaria missione si era rivelata in quel messaggio immortale. Non si poteva aggiungere una sola parola a ciò che lui aveva generalo: le linee direttive più divergenti, infatti, convergevano in lui, punto di partenza e punto d'arrivo. Nessuno ancora pensava se egli avrebbe dato o no prova della sua immortalità; sarebbe stato certamente positivo se la vita avesse rivelato in lui il suo sommo segreto: ma non era poi così necessario. Il suo spirito, infatti, riempiva il mondo: l'individuo non era più distinto dai suoi simili e la morte era da ritenersi come un increspamento che si produce qua e là sul placido mare. Dopo tanto tempo l'uomo era giunto a sapere che l'individuo non è nulla e la razza è tutto. La cellula riconosceva la propria totalità al corpo e i più grandi pensatori avevano persino dichiarato che la coscienza individuale doveva cedere il titolo di personalità alla massa degli uomini. Era infatti per questo intenso desiderio d'unità che gli uomini s'erano decisi a riappacificarsi nell'umanità totale. Diversamente, come sarebbe stato possibile spiegare la fine dei conflitti di parte e le rivalità nazionali?» (cap. I, parte III).
Con ciò non vogliamo dire che Jorge Mario Bergoglio voglia diventare “padrone del mondo”. Ci mancherebbe. Anzi, ci sentiamo di escluderlo radicalmente.
È innegabile, tuttavia, che le sue azioni trovino in quel romanzo la loro precipua ispirazione.
Forse, quella modifica dell’Annuario Pontificio 2020 – senz’altro voluta ed approvata da Francesco - sia un messaggio che si è voluto lanciare perché sia letto ed inteso da chi di dovere, cioè dal futuro Padrone del mondo (cfr. E. Yore, Francis Footnote Follies: Why Francis Dropped the Title of Vicar of Christ…, in Remnant Newspaper, April 5, 2020, in trad. it. Perché Francesco ha rinunciato al titolo di Vicario di Cristo, in Unavox, aprile 2020).
Non sappiamo la risposta. Solo la storia ed il susseguirsi degli eventi, che stiamo vivendo, potranno rivelarcelo.
L’altra ragione di singolarità di questa Pasqua è che, proprio in prossimità di essa, il Vescovo di Roma, approfittando delle dirette streaming delle messe mattutine nella cappella dell’hotel Santa Marta, ha voluto, come dire, riesumare alcuni suoi ever green, come la discussa teoria circa la salvezza di Giuda e l’esclusione del titolo di corredentrice per la Vergine Maria (che sarebbe una tonterías). Ora, riservando anche sul tema dell’asserita salvezza del Traditore di dire la nostra, e appuntando l’attenzione sulla seconda tematica, non possiamo non rilevare come esso trovi, al contrario, il suo pieno fondamento tanto nella Scrittura quanto nella Tradizione della Chiesa (cfr. M. Guarini, Bergoglio: un guazzabuglio su Maria semplice discepola, per di più meticcia e giammai ‘Corredentrice’, in Libertà e persona, 14.12.2019; R. De Mattei, La teologia “meticcia” di papa Francesco, in Corrispondenza romana, 18.12.2019; S. Brachetta, Il valore corredentivo della “compassio” di Maria, in blog Aldo Maria Valli, Duc in altum, 20.12.2019; L. Siniscalchi, L’Addolorata Regina dei martiri, in Settimanale di Padre Pio, fasc. 36, 14.9.2014; C. Codega, Sulla via della Croce con Maria, ivi, fasc. 44, 12.11.2017; C. Gnerre, Nella commozione … la Corredenzione di Maria, ivi, fasc. 35, 9.9.2018; S. M. Manelli, L’anima trapassata dalla spada. I 7 Dolori della Madre, ivi, fasc. 9, 3.3.2019; A. M. Apollonio, I “punti fermi” della Corredenzione mariana, ivi, fasc. 5, 2.2.2020). E proprio su questa problematica della corredenzione mariana, rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei.
Una Pasqua che rimarrà nella storia
di Roberto de Mattei
La settimana
di Pasqua del 2020 è destinata ad entrare nella storia, per la sua
eccezionalità, come quel giorno di febbraio del 2013 in cui Benedetto XVI
annunziò la sua rinunzia al pontificato. Un misterioso filo conduttore sembra
legare questi due eventi. Un medesimo senso di vuoto li collega.
Benedetto
XVI ha rinunziato al mandato petrino, senza spiegare i legittimi motivi morali
che potessero spiegare quel suo gesto estremo. Papa Francesco, da parte sua,
conserva giuridicamente questo mandato, ma non lo esercita e sembra addirittura
volersi spogliare del più alto titolo che gli compete, quello di Vicario di
Cristo, trascritto, nell’ultima edizione dell’Annuario Pontificio, come un
appellativo storico, e non costitutivo. Se Benedetto XVI ha rinunciato
all’esercizio giuridico del Vicariato di Cristo, sembra quasi che papa
Francesco abbia rinunciato all’esercizio morale della sua missione. La sospensione
delle cerimonie religiose in tutto il mondo, afflitto dal Coronavirus, sembra
essere un’espressione simbolica, ma reale, di un’inedita situazione, in cui la
Divina Provvidenza sottrae ai Pastori il popolo che essi hanno abbandonato.
Non sappiamo
quali saranno le conseguenze politiche, economiche e sociali del Coronavirus,
ma ne misuriamo in questi giorni le sue conseguenze sulla Chiesa. Un velo
sembra essersi sollevato: è l’ora del vuoto, del gregge privo dei suoi Pastori.
Piazza San Pietro, vuota nella Domenica delle Palme, sarà vuota anche la
domenica di Pasqua. «Il Santo Padre – ha comunicato il Vaticano – celebrerà i riti della
Settimana Santa all’altare della cattedra, nella basilica di San Pietro, senza
concorso di popolo, in seguito alla straordinaria situazione che si è venuta a
determinare, a causa della diffusione della pandemia da Covid-19».
Secondo
la philosophia
perennis, la natura
ripudia il vuoto (natura abhorret a
vacuo). Nell’ora del
vuoto spirituale, l’anima di chi ha la fede si rivolge istintivamente a Colei
che non è mai vuota, perché ripiena di tutte le grazie: la Beatissima Vergine
Maria. Solo in Lei l’anima può trovare quella pienezza spirituale e morale che
la piazza di San Pietro e le innumerevoli chiese chiuse in tutto il mondo non offrono
più. E una Messa in streaming può soddisfare gli occhi, ma non riempie l’anima.
Ma papa Francesco, invece di alimentare la devozione e il culto a Maria, vuole
spogliare anche Lei dai titoli che Le spettano. Il 12 dicembre 2019 il Papa
aveva liquidato la possibilità di nuovi dogmi mariani, come quello su Maria
corredentrice, affermando: «quando
arrivano storie per cui si dovrebbe dichiarare questo, o fare quest’altro dogma
o questo, non perdiamoci nelle sciocchezze». E il 3 aprile 2020 ha ribadito che la Madonna «non ha chiesto di essere una
quasi redentrice, o una corredentrice. No. Il redentore è uno solo. Soltanto
discepola e madre».
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Queste
parole sono state espresse alla vigilia della Settimana Santa, che è quella in
cui la Madonna completa sul Calvario la sua missione di corredentrice e
mediatrice di tutte le grazie. Papa Benedetto XV ne enuncia così la ragione: «Come ella soffrì e quasi morì
con il Figlio suo sofferente e morente, così rinunciò per la salvezza degli
uomini ai suoi diritti di madre su questo Figlio e lo immolò per placare la
divina giustizia, sicché si può dire, a ragione, che ella abbia redento con
Cristo il genere umano. Evidentemente per questa ragione tutte le diverse
grazie del tesoro della redenzione vengono anche distribuite attraverso le mani
dell’Addolorata» (Lettera Apostolica Inter
sodalicia, 22 marzo 1918).
Secondo
alcuni teologi, la parola corredentrice assorbe quella di mediatrice; secondo
altri, come don Manfred Hauke, la parola mediazione universale di Maria si
presta a un significato più ampio di quello di corredenzione, includendone il
contenuto (Introduzione alla
Mariologia, Eupress FTL,
Lugano 2008, pp. 275-277). Essa integra l’aspetto “discendente”, per cui le
grazie arrivano agli uomini, con quello “ascendente” espresso dalla
corredenzione, attraverso cui la Madonna si unisce al sacrificio di Cristo. I
due titoli sono in ogni modo complementari, come insegna mons. Brunero
Gherardini nel suo saggio La
corredentrice nel mistero di Cristo e della Chiesa (Viverein, Roma 1998), e si collegano a
quello di Regina del Cielo e della terra.
Ma è
necessario continuare? San Bernardo dice: «De Maria numquam satis» (Sermo de Nativitate Mariae, Patrologia Latina, vol. 183, col. 437D) e sant’Alfonso
Maria de’ Liguori afferma: «Quando
un’opinione onora in qualche modo la santa Vergine, ha un certo fondamento e
non ha nulla di contrario né alla fede né ai decreti della Chiesa, né alla
verità, il non accettarla e il contraddirla perché anche l’opinione opposta
potrebbe essere vera, denota poca devozione verso la Madre di Dio. Io non
voglio essere annoverato fra questi spiriti poco devoti, né vorrei che lo fosse
il mio lettore, ma piuttosto vorrei essere annoverato fra coloro che credono
pienamente e fermamente tutto ciò che senza errore si può credere delle
grandezze di Maria» (Le glorie di Maria, Cap. V, § 1).
I devoti di
Maria sono una famiglia spirituale che ha il suo prototipo e patrono in san
Giovanni Evangelista, l’apostolo prediletto, che ricevette da Gesù, sul
Calvario, una immensa eredità. Tutto è riassunto nelle parole di Gesù, quando
sulla Croce, «vedendo sua madre
e il discepolo che Egli amava, disse a sua madre: ‘Donna, ecco, il figlio tuo’
e rivolgendosi a san Giovanni: ‘Ecco la madre tua’» (Gv. 19, 26-27). Con queste parole Gesù stabilì
un legame divino e indissolubile non solo tra Maria SS.ma e san Giovanni,
rappresentante del genere umano, ma tra Lei e tutte le anime che di san
Giovanni avessero seguito l’esempio di fede e di fedeltà. San Giovanni è il
modello di coloro che nell’ora del tradimento e della rinuncia, rimangono
fedeli a Gesù, attraverso Maria. «Dio-Spirito Santo vuol formarsi degli eletti in Lei e
per mezzo di Lei e Le dice: ‘in electis meis mitte radices’ (Siracide 24, 12)», scrive san Luigi Grignion di Montfort (Trattato della Vera devozione
alla Santa Vergine, n. 34),
assicurandoci che i suoi devoti riceveranno una fede ferma e incrollabile che
li farà rimanere saldi e costanti in mezzo a tutte le tempeste (ivi, n. 214).
Plinio Corrêa de Oliveira ha dimostrato come la devozione mariana, non
esteriore e non incostante, ma ferma e perseverante, sia un fattore decisivo,
nello scontro tra la Rivoluzione e la Contro-Rivoluzione che si acuirà sempre
di più nei tempi oscuri che ci attendono. Maria, mediatrice universale, è
infatti il canale attraverso il quale passano tutte le grazie e le grazie
pioveranno in abbondanza per chi la prega e lotta per Lei (Rivoluzione e
Contro-Rivoluzione, ed. it. Sugarco,
Milano 2009, pp. 319-332).
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Il grande
arcidiacono d’Évreux, Henri-Marie
Boudon, alla cui
spiritualità si formò san Luigi Maria Grignion di Montfort, scriveva che nelle
calamità pubbliche, come le guerre o le epidemie, noi ce la prendiamo con gli
altri, mentre bisognerebbe prendersela con noi stessi e con i nostri peccati: «Dio ci colpisce per essere
contemplato e noi invece non solleviamo gli occhi dalle creature» (La dévotion aux saints anges, Clovis, Condé-su-Noireau 1998, p. 265). In questi
giorni inquietanti, non affatichiamoci a cercare quale sia la mano degli uomini
dietro la pandemia. Accontentiamoci di scorgervi la mano di Dio. E poiché la
Madonna, oltre che corredentrice e mediatrice, è anche regina dell’universo,
non dimentichiamo che Dio ha assegnato a Lei il compito di intervenire nella
storia, opponendosi all’azione che vi esercita il demonio. Per questo quando il
Signore flagella l’umanità l’unico rifugio è Maria. Da Lei attinge la forza chi
non abbandona il suo posto, ma resta in campo per combattere l’ultima
battaglia: quella per il trionfo del suo Cuore Immacolato.
Il ‘Regina coeli’: preghiera del tempo di Pasqua e della fine delle pestilenze
Secondo la
tradizione questa antifona mariana, che sostituisce l’Angelus dal
Sabato Santo al Sabato precedente la Domenica della Santissima Trinità, venne
cantata dagli Angeli per annunziare a San Gregorio Magno che allora stava
conducendo una processione penitenziale la cessazione di una fiera pestilenza
(vedi qui).
Già recitata nella Chiesa – basti pensare alla menzione che ne fa l’Alighieri
nel XXIII canto del Paradiso – e copiosamente arricchita di sante indulgenze,
fu consacrata come antifona del tempo pasquale da Benedetto XIV (così ci
ricorda Radiospada, 12.4.2020).
Gregorio di
Tours, nell’Historiae Francorum (liber X, 1) e
Iacopo di Varazze, nella Legenda Aurea, in effetti, raccontano il
memorabile prodigio della cessazione della peste del 590 d.C. all’epoca del
grande S. Gregorio Magno in modo incalzante e accorato: «Durante la
processione, in una sola ora erano morte ben ottanta persone, ma papa Gregorio
non smetteva di incoraggiare ad andare avanti con fede. Man mano che il corteo
si avvicinava a San Pietro, l’aria diventava più leggera e salubre. Giunti al
ponte che collegava la città al Mausoleo di Adriano, allora chiamato Castellum Crescentii, d’improvviso scesero
dal cielo schiere di angeli che cantavano quelle che sarebbero diventate le
parole del Regina Coeli, l’antifona che in tempo
pasquale sostituisce l’Angelus e saluta Maria Regina per la
risurrezione del Salvatore: “Regina Coeli, laetare, Alleluja – Quia
quemmeruisti portare, Alleluja – Resurrexit sicut dixit, Alleluja!”.
San Gregorio
rispose: “Ora pro nobis rogamus, Alleluja!”. Gli
angeli planarono ancora più in basso per galleggiare sulle teste dei presenti e
infine circondare il dipinto di Maria. Gregorio guardò in alto e sulla cima del
castello vide la grande figura armata dell’Arcangelo mentre asciugava la spada
dal sangue e la riponeva nel fodero. La peste era finita» (M. Milvia
Morciano, Quando san Michele arcangelo apparve a Roma e fermò la peste,
in Vatican
News, 20.3.2020).
Per nostra edificazione rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei.
Per nostra edificazione rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei.
![]() |
| Pieter Paul Rubens, Cristo trionfante sulla morte e sul peccato, 1616, Musée des Beaux-Arts, Strasburgo |
San Gregorio Magno e il
Coronavirus del suo tempo
di Roberto de Mattei
Un alone di mistero avvolge il Coronavirus, o
Covid-19, di cui non conosciamo né l’origine, né i reali dati di diffusione, né
le possibili conseguenze. Ciò che però sappiamo è che le pandemie sono sempre
state considerate nella storia come flagelli divini e che l’unico rimedio che
la Chiesa ha opposto ad esse è stata la preghiera e la penitenza. Così accadde
a Roma nell’anno 590, quando Gregorio della famiglia senatoriale della gens
Anicia, fu eletto Papa con il nome di Gregorio I (540-604).
L’Italia era sconvolta da malattie, carestie,
disordini sociali e dall’onda devastatrice dei Longobardi. Tra il 589 e il 590,
una violenta epidemia di peste, la terribile luesinguinaria, dopo aver devastato il territorio bizantino ad Oriente e quello dei
Franchi ad Occidente, aveva seminato morte e terrore nella penisola e si era
abbattuta sulla città di Roma. I cittadini romani interpretarono questa
epidemia come un castigo divino per la corruzione della città. La prima vittima
mietuta a Roma dalla peste fu papa Pelagio II, che morì il 5 febbraio 590 e fu
sepolto in San Pietro. Il clero e il senato romano elessero come suo successore
Gregorio che, dopo essere stato praefectus urbis, viveva nella sua cella monacale sul monte Celio. Dopo essere stato
consacrato il 3 ottobre 590, il nuovo Papa affrontò subito il flagello della
peste. Gregorio di Tours (538-594), che fu contemporaneo e cronista di quegli
eventi, racconta che in un memorabile sermone pronunciato nella chiesa di Santa
Sabina, Gregorio invitò i romani a seguire, contriti e penitenti, l’esempio
degli abitanti di Ninive: «Guardatevi
intorno: ecco la spada dell’ira di Dio brandita sopra l’intero popolo. La morte
improvvisa ci strappa dal mondo, senza quasi darci un minuto di tempo. In
questo stesso momento, oh quanti son presi dal male, qui intorno a noi, senza
neppure potere pensare alla penitenza».
Il Papa esortò quindi a sollevare lo sguardo a Dio,
il quale permette tali tremendi castighi al fine di correggere i suoi figliuoli
e, per placare la collera divina, ordinò una «litania settiforme», cioè una
processione dell’intera popolazione romana, divisa in sette cortei, secondo il
sesso, l’età e la condizione. La processione mosse dalle varie chiese di Roma
verso la Basilica Vaticana, accompagnando il cammino con il canto delle
litanie. È questa l’origine delle cosiddette Litanie maggiori della Chiesa, o
rogazioni, con cui preghiamo Dio di difenderci dalle avversità. I sette cortei
muovevano attraverso gli edifici dell’antica Roma, a piedi nudi, a passo lento,
il capo coperto di cenere. Mentre la moltitudine percorreva la città, immersa
in un silenzio sepolcrale, la pestilenza arrivò al punto tale di furore che,
nel breve spazio di un’ora, ottanta persone caddero a terra morte. Ma Gregorio
non cessò un attimo di esortare il popolo perché continuasse a pregare e volle
che dinanzi al corteo fosse portato il quadro della Vergine conservata in Santa
Maria Maggiore e dipinta dall’evangelista san Luca (Gregorio di Tours, Historiae Francorum, liber X, 1, in Opera omnia, a cura di J.P. Migne, Parigi 1849 p. 528).
La Leggenda aurea, di Jacopo da Varazze, che è un compendio delle tradizioni trasmesse
dai primi secoli dell’era cristiana, racconta che man mano che la sacra
immagine avanzava, l’aria diventava più sana e limpida ed i miasmi della peste
si dissolvevano, come se non potessero sopportarne la presenza. Si era giunti
al ponte che unisce la città al Mausoleo di Adriano, conosciuto nel Medioevo
come Castellum
Crescentii, quando
improvvisamente si udì un coro di angeli che cantavano: «Regina Coeli, laetare,
Alleluja – Quia quemmeruisti portare, Alleluja – Resurrexit sicut dixit,
Alleluja!». Gregorio
rispose ad alta voce: «Ora
pro nobis rogamus, Alleluja!». Nacque così il Regina Coeli, l’antifona con cui nel tempo pasquale la Chiesa saluta Maria Regina
per la risurrezione del Salvatore. Dopo il canto, gli Angeli si disposero in
cerchio intorno al quadro della Madonna e Gregorio, alzando gli occhi, vide
sulla sommità del Castello un Angelo che, dopo avere asciugato la spada
grondante di sangue, la riponeva nel fodero, in segno del cessato castigo. «Tunc Gregorius vidi super
Castrum Crescentii angelum Domini qui glaudium cruentatum detergens in vagina
revocabat: intellexit que Gregorius quod pestisilla cessasset et sic factum
est. Unde et castrum illud castrum Angeli deinceps vocatum est». Comprese Gregorio che la peste era finita e così
avvenne: e quel castello fu d’allora in poi chiamato il Castello dell’Angelo
(Iacopo da Varazze, Legenda
aurea, Edizione critica
a cura di Giovanni Paolo Maggioni, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 1998,
p. 90).
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Papa
Gregorio I fu canonizzato e proclamato Dottore della Chiesa, ed entrò nella
storia con l’appellativo di “Magno”. Dopo la sua morte i romani cominciarono a
chiamare la Mole Adriana “Castel Sant’Angelo” e, a ricordo del prodigio, posero
in cima al castello la statua di san Michele, capo delle milizie celesti, in
atto di rinfoderare la spada. Ancora oggi nel Museo Capitolino è conservata una
pietra circolare con le impronte dei piedi che, secondo la tradizione,
sarebbero state lasciate dall’Arcangelo quando si fermò per annunciare la fine
della peste. Anche il cardinale Cesare Baronio (1538-1697), considerato per il
rigore della sua ricerca uno dei più grandi storici della Chiesa, conferma
l’apparizione dell’Angelo alla sommità del castello (Odorico Ranaldi, Annali ecclesiastici tratti da
quelli del cardinal Baronio, anno 590,
Appresso Vitale Mascardi, Roma 1643, pp. 175-176).
Osserviamo
solo che se l’Angelo, grazie all’appello di san Gregorio, rinfoderò la spada,
vuol dire che essa era stata prima sguainata per punire i peccati del popolo
romano. Gli Angeli sono infatti gli esecutori dei castighi divini dei popoli,
come ci ricorda la drammatica visione del Terzo segreto di Fatima, esortandoci
al pentimento: «un Angelo con una
spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva grandi fiamme che
sembrava dovessero incendiare il mondo intero; ma si spegnevano al contatto
dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui:
l’Angelo, indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse:
Penitenza, Penitenza, Penitenza!».
La diffusione
del Coronavirus ha un qualche rapporto con la visione del Terzo Segreto? Il
futuro ce lo dirà. Ma l’appello alla penitenza resta la prima urgenza della
nostra epoca e il primo rimedio per assicurarci la nostra salvezza, nel tempo e
nell’eternità. Le parole di san Gregorio Magno devono risuonare ancora nei
nostri cuori: «Cosa diremo degli
avvenimenti terribili di cui siamo testimoni se non che sono preannunci
dell’ira futura? Pensate dunque fratelli carissimi, con estrema attenzione a
quel giorno, correggete la vostra vita, mutate i vostri costumi, sconfiggete
con tutta la vostra forza le tentazioni del male, punite con le lacrime i
peccati compiuti» (Omelia prima sui Vangeli, in Il Tempo di Natale nella Roma di Gregorio Magno, Acqua Pia Antica Marcia, Roma 2008, pp. 176-177).
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È di queste
parole, non del sogno dell’Amazzonia felix, che avrebbe oggi bisogno la Chiesa,
che appare oggi come la descriveva san Gregorio ai suoi tempi: «Nave vetusta e terribilmente
squarciata; dappertutto infatti entrano i flutti e le tavole marcite; squassate
dalla violenta e quotidiana tempesta, fanno presagire il naufragio (Registrum I, 4 ad
Ioann. episcop. Constantinop.)». Ma allora la Divina Provvidenza suscitò un nocchiero che, come
afferma san Pio X, «tra l’imperversare
dei marosi seppe non solo toccare il porto, ma anche mettere al sicuro la nave
dalle tempeste future» (Enciclica Jucunda
sane del 12 marzo
1904).
mercoledì 1 gennaio 2020
L’incoronazione di Carlo Magno: Natale della Cristianità
In questo giorno dell’Ottava di Natale, in cui si fa memoria della circoncisione di N.S.G.C., rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei.
L’incoronazione di Carlo Magno: Natale della
Cristianità
di Roberto de
Mattei
Pubblichiamo la versione italiana di un articolo del prof.
Roberto de Mattei pubblicato su The
Remnant il 27 dicembre 2019.
Se c’è un
momento di grazia e di conversione del cuore, questo è il Santo Natale, il
giorno della Natività del Signore, il giorno da cui si contano gli anni del
mondo. L’atmosfera familiare del giorno di Natale intenerisce i cuori più duri,
ma soprattutto la bellezza della liturgia è capace di toccarli, come accadde
allo scrittore francese Paul Claudel (1868-1955) il 25 dicembre 1886. Claudel
era uno studente di diciotto anni che aveva abbandonato la pratica religiosa e
vagava per le strade di Parigi, inquieto e insoddisfatto di sé, quando, la sera
di Natale, entrò nella Cattedrale di Notre-Dame, mentre il coro stava cantando
ciò che più tardi seppe essere il Magnificat.
«Io –
racconta – ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro
rispetto all’ingresso del Coro, a destra, dalla parte della Sacrestia. In quel
momento capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio
cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande,
con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così
potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che,
dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata
hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla. Improvvisamente ebbi il
sentimento lacerante dell’innocenza, dell’eterna infanzia di Dio: una
rivelazione ineffabile! Cercando – come ho spesso fatto – di ricostruire i
momenti che seguirono quell’istante straordinario, ritrovo gli elementi
seguenti che, tuttavia, formavano un solo lampo, un’arma sola di cui si serviva
la Provvidenza divina per giungere finalmente ad aprire il cuore di un povero
figlio disperato: ‘Come sono felici le persone che credono!’ . Ma era vero? Era
proprio vero! Dio esiste, è qui. È qualcuno, un essere personale come me. Mi
ama, mi chiama. Le lacrime e i singulti erano spuntati, mentre l’emozione era
accresciuta ancor più dalla tenera melodia dell’’Adeste, fideles’ […]».
Paul Claudel
comprese quella sera, in un lampo, con invincibile evidenza, che la vita di
ognuno di noi si spalanca davanti a una inesorabile alternativa: l’amore
infinito di Dio o la dannazione eterna. Egli ricorda ancora: «È vero –
lo confesso con il Centurione romano -, che Gesù era il Figlio di Dio.
Era a me, Paul, che egli si rivolgeva e mi prometteva il suo amore. Ma, nello
stesso tempo, se non lo seguivo, mi lasciava la dannazione come unica
alternativa. Ah, non avevo bisogno che mi si spiegasse che cosa era l’Inferno:
vi avevo trascorso la mia stagione. Quelle poche ore mi erano bastate per farmi
capire che l’Inferno è dovunque non c’è Cristo. Che me ne importava del resto
del mondo, davanti a quest’Essere nuovo e prodigioso che mi si era svelato?».
La vita di
Paul Claudel divenne il tentativo di rimanere fedele alla grazia di quel Natale
del 1886, «il giorno di Natale in cui ogni gioia è nata», come egli
scriverà nella sua opera più famosa, L’Annonce faite à Marie (1912).
L’aspetto sociale del Santo Natale
Ma la festa
del Santo Natale non ha solo un significato individuale e familiare: ha anche,
e ha avuto nella storia, un significato sociale. Il grande abate di Solesmes
Dom Prosper Guéranger (1805-1875), nel suo Année liturgique, ci
ricorda tre momenti del Santo Natale legati alla storia d’Europa, alle sue più
profonde radici cristiane.
Il primo di
questi momenti è il battesimo di Clodoveo, avvenuto, secondo la tradizione, il
25 dicembre del 496.
Clodoveo era
il re dei Franchi, un popolo ancora pagano, mentre il Cristianesimo si andava
diffondendo in un’Europa in preda al caos e all’anarchia, dopo la caduta
dell’Impero romano di Occidente, avvenuta venti anni prima. Egli aveva sposato
una principessa cattolica del popolo dei Burgundi, Clotilde. Fu lei, con l’aiuto
del santo vescovo di Reims, Remigio, a portare Clodoveo alla religione
cattolica, conquistandone il cuore. Clodoveo si fece battezzare, nella notte di
Natale del 496.
Lo storico
dei Franchi Gregorio di Tours scrive che Clodoveo «si avvicinò al lavacro
come un nuovo Costantino, per essere liberato dalla lebbra antica, per
sciogliere in acqua fresca macchie luride createsi lontano nel tempo. E quando
Clodoveo fu entrato nel Battistero, il santo di Dio così disse con parole
solenni: ‘Piega quieto il tuo capo, o si cauto; adora quello che hai bruciato,
brucia quello che hai adorato’».
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| François Louis Hardy de Juinne, dit Dejuinne, Battesimo di Clodoveo da parte di S. Remigio, 1837, castello di Versailles e Trianon, Versailles |
Il battesimo
di Clodoveo fu quello di un popolo che, con lui, entrava nella storia: i
Franchi. E secondo dom Guéranger il supremo Signore degli eventi volle che il
regno dei Franchi nascesse il giorno di Natale per incidere più profondamente
l’importanza di un giorno così santo nella memoria dei popoli cristiani
dell’Europa. Clodoveo, il fiero barbaro, divenuto mite come l’agnello, fu
immerso da san Remigio nel fonte battesimale della salvezza, dal quale uscì
purificato per inaugurare la prima monarchia cattolica fra le monarchie nuove,
quel regno di Francia, il più bello – è stato detto – dopo quello dei cieli.
La conversione dell’Inghilterra
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| S. Agostino di Canterbury predica dinanzi al re Etelberto |
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| Battesimo di Etelberto, re del Kent, da parte di S. Agostino di Canterbury |
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| Madox Brown, Battesimo di Edwin (Edvino), re di Northumbria da parte di S. Paolino di Canterbury, 1879, Manchester Town Hall, Manchester |
Passarono
cento anni dalla conversione di Clodoveo. Salì sul trono pontificio un grande
Papa, san Gregorio Magno. Nel 596, secondo quanto si ricorda, Papa Gregorio
restò commosso nel vedere un gruppo di giovani biondi e belli come angeli, sul
mercato degli schiavi di Roma. Chiese chi fossero. Gli fu risposto: Angli.
«Non
Angli, ma Angeli», replicò il Papa, che a partire da quel momento decise di
affidare ai monaci benedettini l’evangelizzazione dell’Inghilterra. Un gruppo
di quaranta monaci, guidato da Agostino, poi detto di Canterbury, partì per
l’isola degli Angli per propagare il Vangelo.
Agostino,
dopo aver convertito al vero Dio il re Eteiredo, si diresse verso la città, già
romana, di York, vi fece risuonare la Parola di vita, e un intero popolo si unì
al proprio re per chiedere il Battesimo. Così allora accadeva: il battesimo del
Re era quello di un popolo intero, legato al suo sovrano da vincoli di
indissolubile fedeltà. Fu fissato il giorno di Natale per la rigenerazione di
quei nuovi discepoli di Cristo; e il fiume che scorreva sotto le mura della
città venne scelto per servire da fonte battesimale a un’armata di diecimila di
catecumeni, non contando le donne e i bambini. Il rigore della stagione non
arrestò i nuovi e ferventi discepoli del Bambino di Betlemme che scesero nelle acque
per purificare le loro anime. «Dalle acque gelide – scrive dom
Guéranger – uscì piena di gaudio e risplendente d’innocenza tutta
un’armata di neofiti; e nel giorno stesso della sua nascita, Cristo contò una
nazione di più sotto il suo impero». Sant’Agostino di Canterbury fu
l’evangelizzatore della Britannia. Dall’Inghilterra e dall’Irlanda partirono
poi, al seguito un altro grande missionario, san Bonifacio, i monaci che
evangelizzarono la Germania.
L’incoronazione di Carlo Magno
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| Friedrich Kaulbach, Incoronazione di Carlo Magno, 1903, Maximilianeum, Monaco |
Un altro
illustre evento doveva ancora abbellire l’anniversario del Natale. Nella
solennità di Natale dell’800, con l’incoronazione di Carlo Magno, a Roma,
nacque il Sacro Romano Impero al quale era riservata la missione di propagare
il regno di Cristo nelle regioni barbare del Nord, e di mantenere l’unità
europea, sotto la direzione del Romano Pontefice.
Correva l’anno 800. Era il giorno di Natale. A Roma, nella Basilica di San Pietro, entrò un uomo maestoso, quasi sessantenne, la cui statura quasi da gigante esprimeva la forza indomabile del guerriero, mentre i bianchi capelli e la barba rivelavano una dolcezza straordinaria. Non era un uomo qualsiasi, si vedeva immediatamente. Quest’uomo era Carlo Magno, re dei Franchi, il popolo di Clodoveo, chiamato a Roma dal Papa perché mettesse la sua spada al servizio della Croce, contro i Longobardi.
Correva l’anno 800. Era il giorno di Natale. A Roma, nella Basilica di San Pietro, entrò un uomo maestoso, quasi sessantenne, la cui statura quasi da gigante esprimeva la forza indomabile del guerriero, mentre i bianchi capelli e la barba rivelavano una dolcezza straordinaria. Non era un uomo qualsiasi, si vedeva immediatamente. Quest’uomo era Carlo Magno, re dei Franchi, il popolo di Clodoveo, chiamato a Roma dal Papa perché mettesse la sua spada al servizio della Croce, contro i Longobardi.
Il re dei
Franchi nell’anno Ottocento dopo Cristo ha già sottomesso gli aquitani e i
longobardi; ha attraversato i Pirenei per domare in Spagna il potere minaccioso
degli arabi; ha represso l’insurrezione dei sassoni e dei bavari; e sta in
piena lotta con gli avari. Egli non è solo un guerriero. Sotto il suo influsso,
le arti e le scienze fioriscono in tutta Europa. Amato moltissimo dai suoi
sudditi, venerato dai suoi guerrieri, estende nelle terre che conquista la
benefica influenza della Religione cattolica.
Ed ora,
Carlo Magno, l’erede di Clodoveo, entra nella Basilica di San Pietro, in una
notte di Natale, fredda per i rigori dell’inverno, ma calda per l’atmosfera di entusiasmo
che regna nella Basilica. Il re dei Franchi si inginocchia, abbassa il capo,
adorando Dio fatto uomo e implorando misericordia per i suoi peccati. Si batte
il petto e ricorre all’intercessione della Vergine Maria, senza accorgersi che
qualcuno gli si avvicina in silenzio rispettoso. Non è un semplice sacerdote o
vescovo, è un Papa, un Papa santo. Le cronache raccontano che «nel momento
in cui il re si levava dall’orazione, durante la Messa, dinanzi all’altare
della confessione di San Pietro Apostolo, il Papa Leone III gli giunse vicino e
pose sulla sua fronte scoperta una corona. Una corona nuova, non di Re ma di
Imperatore».
Il Papa, san
Leone III poneva la corona imperiale sul capo di Carlo Magno; e la terra
attonita rivedeva un Cesare, un Augusto, non più successore dei Cesari e degli
Augusti della Roma pagana, ma investito di quei titoli gloriosi dal Vicario di
Colui che viene definito della Scrittura, il Re dei re, il Signore dei signori.
Il popolo romano lo acclamò con queste parole: «a Carlo Augusto, coronato da
Dio grande e pacifico imperatore dei Romani, vita e vittoria», mentre i
franchi, battendo le lance sulle spade, levavano il grido «Natale, Natale»,
un grido che, dai tempi di Clodoveo, ricordava l’entrata del loro popolo nella
storia.
Due giorni
prima dell’incoronazione un monaco di San Saba e un monaco del Monte degli
Olivi a Gerusalemme avevano offerto al re dei Franchi, da parte del Patriarca,
«le chiavi del Santo Sepolcro e del Calvario e quelle della città e del
monte Sion con una bandiera». Era un omaggio simbolico, una nuova aureola
di santità cinta alla fronte del re che aveva steso la sua protezione oltre i
mari, che doveva proteggere i cristiani di Palestina, di Siria, di Egitto, di
Tunisia.
In quel
Natale, nella Cattedrale del Vicario di Cristo, nacque l’Impero Cattolico
d’Occidente, pilastro della Civiltà cristiana medioevale – come 800 anni prima,
nello stesso giorno, era nato in una mangiatoia il Bambino Gesù.
Fondando la
Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana, Gesù Cristo aveva posto in essa, in seme,
tutte le potenzialità per generare una grande civiltà. Con l’espansione della
Chiesa, con la conversione dei popoli lungo otto secoli, il seme si sviluppò,
divenne una possibilità concreta, sbocciò, infine, nell’anno 800, nell’impero
di Carlo Magno, benedetto e ratificato dalle mani di un santo successore di
Pietro. Si aprì un’epoca in cui, come insegna Leone XIII nella enciclica Immortale
Dei, «il sacerdozio e l’impero erano legati tra di loro da una felice
concordia e dallo scambio amichevole di servigi» e «organizzata in tal
modo, la società civile diede frutti superiori ad ogni aspettativa».
Un altro
Papa, Giovanni Paolo II, nel 1200esimo anniversario dell’incoronazione di Carlo
Magno, ha ricordato che «la grande figura storica dell’imperatore Carlo
Magno rievoca le radici cristiane dell’Europa, riportando quanti la studiano ad
un’epoca che, nonostante i limiti umani sempre presenti, fu caratterizzata da
un’imponente fioritura culturale in quasi tutti i campi dell’esperienza. Alla
ricerca della sua identità, l’Europa non può prescindere da un energico sforzo
di recupero del patrimonio culturale lasciato da Carlo Magno e conservato lungo
più di un millennio».
Carlo Magno
fu grande non solo per le sue guerre vittoriose da un estremo all’altro
d’Europa, ma soprattutto per la sua opera di restaurazione giuridica, culturale
ed artistica, ispirata ai principi del Vangelo. In un’epoca di decadenza e di
disordine, egli può essere considerato come il fondatore dell’Europa cristiana.
Con il primo imperatore cristiano l’Occidente per la prima volta acquista
coscienza di sé e si presenta sulla scena della storia consapevole della
propria unità cristiana e romana.
L’incoronazione
di Carlo Magno è inoltre un atto pubblico e simbolico di importanza universale,
destinato a esprimere, per più di un millennio, la concezione della sovranità
cristiana. La fonte dell’autorità è il rappresentante di Dio in terra, perché –
in terra – non esiste autorità che non provenga da Dio. In questo senso
l’incoronazione di Carlo Magno può essere considerata come il Natale della
Cristianità.
Quella che
fu un tempo la Cristianità oggi agonizza, sotto gli attacchi dei nemici esterni
e interni e noi attendiamo con trepidazione un nuovo giorno di Natale, un
giorno di nascita e di risurrezione per le nostre anime e per la società
intera: il giorno benedetto, annunciato a Fatima, del trionfo della Chiesa e
della restaurazione della Civiltà cristiana.
mercoledì 2 maggio 2018
La guerra religiosa del IV secolo e il nostro tempo
Nella festa di S. Atanasio di Alessandria, vescovo, confessore e
dottore della Chiesa, rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei,
pubblicato pure in inglese dal consueto Rorate
caeli.
![]() |
| Ambito veneto, SS. Agostino ed Atanasio, XVIII sec., Padova |
![]() |
| Ambito oltralpino, S. Atanasio, XVIII sec., Udine |
![]() |
| De Paulus, S. Atanasio, 1861, Terni |
La guerra religiosa del IV secolo e il nostro tempo
di Roberto de
Mattei
La Chiesa avanza
nella storia sempre vincitrice, secondo i disegni imprevisti di Dio. I primi
tre secoli di persecuzioni toccarono il loro culmine sotto l’Imperatore
Diocleziano (284-305).
Tutto sembrava
perduto. Lo scoraggiamento era una tentazione per molti cristiani e tra essi
non mancò chi perse la fede. Ma chi perseverò ebbe l’immensa gioia, pochi anni
dopo, di vedere sfolgorare la Croce di Cristo sui labari di Costantino nella
battaglia di Saxa Rubra (312). Questa vittoria mutò il corso della storia.
L’Editto di Milano-Nicomedia del 313, accordando libertà ai cristiani,
capovolse il senatoconsulto di Nerone, che proclamava il Cristianesimo “super
stitioillicita”.
La cristianizzazione
pubblica della società ebbe inizio in un clima di entusiasmo e di fervore. Nel
325, il Concilio di Nicea sembrò segnare la rinascita dottrinale della Chiesa,
con la condanna di Ario, che negava la divinità del Verbo. A Nicea, grazie
all’apporto decisivo del diacono Atanasio (295-373), poi vescovo di
Alessandria, fu definita la dottrina della “consustanzialità” di natura tra le
tre persone della Santissima Trinità.
Negli anni
successivi, tra la posizione ortodossa e quella degli eretici ariani si fece
strada un “terzo partito”, quello dei “semi-ariani”, divisi a loro volta in
varie correnti, che riconoscevano una certa analogia tra il Padre e il Figlio,
ma negavano che egli fosse «generato, non creato, della stessa sostanza del
Padre», come affermava il Credo di Nicea. Essi
sostituirono alla parola omousios, che vuol dire “della stessa
sostanza”, il termine omoiusios, che significa “di sostanza
simile”.
Gli eretici, ariani e
semiariani, avevano compreso che il loro successo sarebbe dipeso da due
fattori: il primo era di rimanere all’interno della Chiesa; il secondo di
ottenere l’appoggio del potere politico e dunque di Costantino, e poi dei suoi
successori. Così, di fatto, avvenne. Una crisi interna alla Chiesa, mai fino
allora conosciuta, si prolungò per oltre 60 anni.
Nessuno meglio del
cardinale Newman la ha descritta, nel suo libro Gli ariani del IV
secolo (1833), cogliendo tutte le sfumature dottrinali della
questione. Uno studioso italiano, il prof. Claudio Pierantoni ha recentemente
tracciato un illuminante parallelo tra la controversia ariana e quella attuale
sull’esortazione apostolica Amoris laetitia (v. qui).
Ma, fin dal 1973, mons.
Rudolf Graber (1903-1992), vescovo di Ratisbona, rievocando la figura di
sant’Atanasio, nel XVI centenario della sua morte, paragonava la crisi del IV
secolo a quella seguita al Concilio Vaticano II (Athanasius und die
Kircheunserer Zeit: zuseinem 1600 Todestag, Kral 1973). Atanasio, per la
sua fedeltà all’ortodossia, fu duramente perseguitato dai suoi stessi
confratelli e per ben cinque volte, tra il 336 e il 366, fu costretto ad
abbandonare la città di cui era vescovo, passando lunghi anni di esilio e di
strenue lotte in difesa della fede. Due assemblee di vescovi, a Cesarea e a
Tiro (334-335), lo condannarono per ribellione e fanatismo.
E nel 341, mentre un
Concilio di cinquanta vescovi, a Roma, proclamava Atanasio innocente, il
Concilio di Antiochia, cui parteciparono più di novanta vescovi, ratificò gli
atti dei sinodi di Cesarea e di Tiro, e pose un ariano sulla cattedra
episcopale di Atanasio.
Il successivo
Concilio di Sardica, nel 343, terminò con una scissione: i Padri occidentali
dichiararono illegale la deposizione di Atanasio e riconfermarono il Concilio
di Nicea; quelli orientali condannarono non soltanto Atanasio, ma anche il papa
Giulio I, poi canonizzato, che lo aveva appoggiato. Il Concilio di Sirmio, nel
351, cercò una via di mezzo tra ortodossia cattolica e arianesimo.
Nel Concilio di Arles
del 353 i Padri, incluso il legato di Liberio, che era succeduto come Papa a
san Giulio I, sottoscrissero una nuova condanna di Atanasio. I vescovi erano
costretti a scegliere tra la condanna di Atanasio e l’esilio. San Paolino,
vescovo di Treviri, fu quasi il solo che si batté per la fede nicena e fu
esiliato in Frigia, dove morì in seguito ai maltrattamenti subiti dagli ariani.
Due anni dopo, nel
Concilio di Milano (355), più di trecento vescovi dell’Occidente sottoscrissero
la condanna di Atanasio e un altro padre ortodosso, sant’Ilario di Poitiers, fu
bandito in Frigia per la sua intransigente fedeltà all’ortodossia.
Nel 357 papa Liberio,
vinto dalle sofferenze dell’esilio e dalle insistenze dei suoi amici, ma anche
spinto da “amor di pace”, sottoscrisse la formula semiariana di Sirmio e ruppe
la comunione con sant’Atanasio, dichiarandolo separato dalla Chiesa romana, per
l’uso del termine “consustanziale”, come ci testimoniano quattro lettere tramandateci
da sant’Ilario (Manlio Simonetti, La crisi ariana del IV secolo,
Institutum Patristicum Augustinianum, Roma 1975, pp. 235-236). Sotto il
pontificato dello stesso Liberio, i concili di Rimini (359) e di Seleucia
(359), che costituirono un unico grande Concilio rappresentante l’Occidente e
l’Oriente, abbandonarono il termine “consustanziale” di Nicea e stabilirono
un’equivoca “via media” tra gli ariani e sant’Atanasio. Sembrava che l’eresia
dilagante avesse vinto nella Chiesa.
I concili di Seleucia
e di Rimini oggi non sono annoverati dalla Chiesa tra gli otto concili
ecumenici dell’antichità, ma contarono tuttavia fino a 560 vescovi, la quasi
totalità dei Padri della Cristianità, ed “ecumenici” furono definiti dai
contemporanei. Fu allora che san Girolamo coniò l’espressione secondo cui «il
mondo gemette e si accorse con stupore di essere diventato ariano» (Dialogus
ad versus Luciferianos, n. 19, in PL, 23, col. 171).
Ciò che è importante
sottolineare è che non si trattò di una disputa dottrinale limitata a qualche
teologo, né ad un semplice scontro tra vescovi in cui il Papa dovesse fungere
da arbitro. Fu una guerra religiosa in cui furono coinvolti tutti i cristiani,
dai Papi fino all’ultimo fedele. Nessuno si rinchiuse nel proprio bunker
spirituale, nessuno rimase alla finestra, muto spettatore del dramma.
Tutti scesero a
combattere nelle trincee, da una parte e dall’altra dello schieramento. Non era
facile in quel momento capire se il proprio vescovo fosse ortodosso o no, ma
il sensus fidei fu la bussola per orientarsi. Il
cardinale Walter Brandmüller, parlando a Roma il 7 aprile 2018, ha ricordato
come «il “sensus fidei” agisce come una sorta di
sistema immunitario spirituale, che fa riconoscere e rifiutare istintivamente
ai fedeli qualsiasi errore. Su questo “sensus fidei” poggia
dunque – a prescindere dalla promessa divina – anche l’infallibilità passiva
della Chiesa, ovvero la certezza che la Chiesa, nella sua totalità, non potrà
mai incorrere in una eresia».
Sant’Ilario scrive
che durante la crisi ariana le orecchie dei fedeli che interpretavano in senso
ortodosso le affermazioni equivoche di teologi semi-ariani erano più sante dei
cuori dei sacerdoti. I cristiani che per tre secoli avevano resistito agli
imperatori, ora resistevano ai propri Pastori, in qualche caso anche al Papa,
colpevole, se non di aperta eresia, perlomeno di grave negligenza.
Mons. Graber ricorda
le parole dell’Athanasius (1838) di Joseph von Görres (1776-1848),
scritte al momento dell’arresto dell’arcivescovo di Colonia, ma anche oggi di
straordinaria attualità: «La terra trema sotto i nostri piedi. Si può
presagire con certezza che la Chiesa uscirà incolume da una tale rovina, ma
nessuno può dire e congetturare chi e che cosa sopravvivrà. Noi, dunque,
avvisando, raccomandando, alzando le mani, vorremmo impedire il male
mostrandone i segni. Persino i giumenti che portano i falsi profeti, si
impennano, arretrano e rinfacciano con linguaggio umano la loro ingiustizia a
chi li batte e non vede la spada sguainata (da Dio), che chiude loro la
strada (Numeri, XXII, 22-35). Operate dunque finché è
giorno, perché di notte nessuno può operare. Non serve nulla l’aspettare:
l’attesa non ha fatto altro che aggravare tutte le cose».
Vi sono momenti in
cui un cattolico è obbligato a scegliere tra la codardia e l’eroismo, tra
l’apostasia e la santità. Fu quanto accadde nel IV secolo, è quanto accade
anche oggi.
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