Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 25 dicembre 2023

Ultima benedizione "Urbi et Orbi" del papa Benedetto XVI - Natale 2012

Sono passati 11 anni e sembrano secoli .... 


Auguri

Un augurio di Santo Natale ai nostri lettori in questo tempo di grave difficoltà per la Chiesa. Stiamo vivendo in pieno il tempo tra il Giovedì ed il Venerdì Santo della Chiesa, allorché si consumano tradimenti, delle derisioni, degli oltraggi e delle defezioni dalla vera fede. E' l'ora della prova della Chiesa.

Possa la luce del Signore nascente illuminare le tenebre, che si avvolgono, spazzandole via.

Nonostante tutto e tutti, Auguri di un Santo Natale.




Melchior Paul von Deschwanden, Das Christuskind, Il Cristo bambino, 1881

Gloria in excelsis Deo - Dall'ultima messa di Natale celebrata pubblicamente dal papa Benedetto XVI


 

800° anniversario dell'istituzione del Presepe a Greccio da parte di S. Francesco d'Assisi

In questo Natale celebriamo l’800 anniversario dell’istituzione del Presepe da parte di S. Francesco d’Assisi a Greccio. Era la notte di Natale del 1223 ... e quel che avvenne fu possibile grazie all'interessamento dell'amico del Santo di Assisi, Giovanni Velita o Vellita (detto, nelle Fonti Francescane, Giovanni di Greccio), discendente dei conti Berardi di Celano, e di sua moglie Alticama, figlia di Guido Castelli (Signore di Stroncone o Strongoli). Fu quest'ultima a costruire, con le sue mani, secondo la tradizione, il simulacro di Gesù Bambino. Aiutata dagli Araldi, guardie e servi fedeli al Velita, che si recarono nella valle a convocare più gente possibile per assistere alla rappresentazione sacra.

Riportiamo gli stralci delle Fonti, che descrivono l'evento. 




La Grotta di Greccio in antiche cartoline degli anni '50, '60 e '70



Anonimo maestro di Narni, Istituzione del Presepio di Greccio, 1409, Grotta, Santuario, Greccio

Luigi Venturini, Presepe di Greccio, 1962, Santuario, Greccio 

Lorenzo Ferri, Presepe di Greccio, 1967, Santuario, Greccio


Taddeo Gaddi, Il presepe di Greccio - Storie di S. Francesco, 1335-40, Galleria dell'Accademia, Firenze



Benozzo Gozzoli, Il Presepe di Greccio, 1452, chiesa di S. Francesco, Montefalco

Giotto di Bondone, Il Presepe di Greccio, 1295-99, Basilica superiore di S. Francesco, Assisi

Piero Casentini, Il Presepe di Greccio, 2004, presbiterio della chiesa della Madonna di Loreto, Limiti di Greccio



Giovanni Gasparro, Il Presepio di Greccio, 2023

Emissione filatelica natalizia dello SCV dedicata al Presepe di Greccio


Gerard Seghers, SS. Francesco e Chiara dinanzi al Bambinello Gesù, 1603-51, museo dei Cappuccini, Milano


Pieter de Jode II, SS. Chiara e Francesco adorano il Bambino Gesù, 1645 circa

Dalla VITA PRIMA DI SAN FRANCESCO D'ASSISI

di Tommaso da Celano

CAPITOLO XXX

IL PRESEPIO Dl GRECCIO

466 84. La sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di imitare fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l'impegno, con tutto lo slancio dell'anima e del cuore la dottrina e gli esempi del Signore nostro Gesù Cristo.

467 Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l'umiltà dell'Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro.

468 A questo proposito è degno di perenne memoria e di devota celebrazione quello che il Santo realizzò tre anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno del Natale del Signore. C'era in quella contrada un uomo di nome Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore, ed era molto caro al beato Francesco perché, pur essendo nobile e molto onorato nella sua regione, stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne. Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco, come spesso faceva, lo chiamò a sé e gli disse: «Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l'asinello». Appena l'ebbe ascoltato, il fedele e pio amico se ne andò sollecito ad approntare nel luogo designato tutto l'occorrente, secondo il disegno esposto dal Santo.

469 85. E giunge il giorno della letizia, il tempo dell'esultanza! Per l'occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s'accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l'asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l'umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme. Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia. Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l'Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima.

470 86. Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù infervorato di amore celeste lo chiamava «il Bambino di Betlemme», e quel nome «Betlemme» lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora. E ogni volta che diceva «Bambino di Betlemme» o «Gesù», passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole. Vi si manifestano con abbondanza i doni dell'Onnipotente, e uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo. Né la visione prodigiosa discordava dai fatti, perché, per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti, che l'avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria. Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia.

471 87. Il fieno che era stato collocato nella mangiatoia fu conservato, perché per mezzo di esso il Signore guarisse nella sua misericordia giumenti e altri animali. E davvero è avvenuto che in quella regione, giumenti e altri animali, colpiti da diverse malattie, mangiando di quel fieno furono da esse liberati. Anzi, anche alcune donne che, durante un parto faticoso e doloroso, si posero addosso un poco di quel fieno, hanno felicemente partorito. Alla stessa maniera numerosi uomini e donne hanno ritrovato la salute. Oggi quel luogo è stato consacrato al Signore, e sopra il presepio è stato costruito un altare e dedicata una chiesa ad onore di san Francesco, affinché là dove un tempo gli animali hanno mangiato il fieno, ora gli uomini possano mangiare, come nutrimento dell'anima e santificazione del corpo, la carne dell'Agnello immacolato e incontaminato, Gesù Cristo nostro Signore, che con amore infinito ha donato se stesso per noi. Egli con il Padre e lo Spirito Santo vive e regna eternamente glorificato nei secoli dei secoli. Amen.

* * * * * * * * * *

Dalla Legenda Major

di San Bonaventura da Bagnoregio

CAPITOLO X

AMORE PER LA VIRTÙ DELL'ORAZIONE

[…]

1186 7. Tre anni prima della sua morte, decise di celebrare vicino al paese di Greccio, il ricordo della natività del bambino Gesù, con la maggior solennità possibile, per rinfocolarne la devozione. Ma, perché ciò non venisse ascritto a desiderio di novità, chiese ed ottenne prima il permesso del sommo Pontefice. Fece preparare una stalla, vi fece portare del fieno e fece condurre sul luogo un bove ed un asino. Si adunano i frati, accorre la popolazione; il bosco risuona di voci e quella venerabile notte diventa splendente di innumerevoli luci, solenne e sonora di laudi armoniose. L'uomo di Dio stava davanti alla mangiatoia, ricolmo di pietà, cosparso di lacrime, traboccante di gioia. Il santo sacrificio viene celebrato sopra la mangiatoia e Francesco, levita di Cristo, canta il santo Vangelo. Predica al popolo e parla della nascita del re povero e nel nominarlo, lo chiama, per tenerezza d'amore, il “bimbo di Bethlehem”. Un cavaliere, virtuoso e sincero, che aveva lasciato la milizia secolaresca e si era legato di grande familiarità all'uomo di Dio, il signor Giovanni di Greccio, affermò di aver veduto, dentro la mangiatoia, un bellissimo fanciullino addormentato, che il beato Francesco, stringendolo con ambedue le braccia, sembrava destare dal sonno. Questa visione del devoto cavaliere è resa credibile dalla santità del testimone, ma viene comprovata anche dalla verità che essa indica e confermata dai miracoli da cui fu accompagnata. Infatti l'esempio di Francesco, riproposto al mondo, ha ottenuto l'effetto di ridestare la fede di Cristo nei cuori intorpiditi; e il fieno della mangiatoia, conservato dalla gente, aveva il potere di risanare le bestie ammalate e di scacciare varie altre malattie. Così Dio glorifica in tutto il suo servo e mostra l'efficacia della santa orazione con l'eloquenza probante dei miracoli.


Urna con le ossa di Giovanni Velita, signore di Greccio, conservata all'interno della Grotta di Greccio

mercoledì 1 gennaio 2020

L’incoronazione di Carlo Magno: Natale della Cristianità

In questo giorno dell’Ottava di Natale, in cui si fa memoria della circoncisione di N.S.G.C., rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei.

L’incoronazione di Carlo Magno: Natale della Cristianità

di Roberto de Mattei

Pubblichiamo la versione italiana di un articolo del prof. Roberto de Mattei pubblicato su The Remnant il 27 dicembre 2019.

Se c’è un momento di grazia e di conversione del cuore, questo è il Santo Natale, il giorno della Natività del Signore, il giorno da cui si contano gli anni del mondo. L’atmosfera familiare del giorno di Natale intenerisce i cuori più duri, ma soprattutto la bellezza della liturgia è capace di toccarli, come accadde allo scrittore francese Paul Claudel (1868-1955) il 25 dicembre 1886. Claudel era uno studente di diciotto anni che aveva abbandonato la pratica religiosa e vagava per le strade di Parigi, inquieto e insoddisfatto di sé, quando, la sera di Natale, entrò nella Cattedrale di Notre-Dame, mentre il coro stava cantando ciò che più tardi seppe essere il Magnificat.
«Io – racconta – ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro rispetto all’ingresso del Coro, a destra, dalla parte della Sacrestia. In quel momento capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla. Improvvisamente ebbi il sentimento lacerante dell’innocenza, dell’eterna infanzia di Dio: una rivelazione ineffabile! Cercando – come ho spesso fatto – di ricostruire i momenti che seguirono quell’istante straordinario, ritrovo gli elementi seguenti che, tuttavia, formavano un solo lampo, un’arma sola di cui si serviva la Provvidenza divina per giungere finalmente ad aprire il cuore di un povero figlio disperato: ‘Come sono felici le persone che credono!’ . Ma era vero? Era proprio vero! Dio esiste, è qui. È qualcuno, un essere personale come me. Mi ama, mi chiama. Le lacrime e i singulti erano spuntati, mentre l’emozione era accresciuta ancor più dalla tenera melodia dell’’Adeste, fideles’ […]».
Paul Claudel comprese quella sera, in un lampo, con invincibile evidenza, che la vita di ognuno di noi si spalanca davanti a una inesorabile alternativa: l’amore infinito di Dio o la dannazione eterna. Egli ricorda ancora: «È vero – lo confesso con il Centurione romano -, che Gesù era il Figlio di Dio. Era a me, Paul, che egli si rivolgeva e mi prometteva il suo amore. Ma, nello stesso tempo, se non lo seguivo, mi lasciava la dannazione come unica alternativa. Ah, non avevo bisogno che mi si spiegasse che cosa era l’Inferno: vi avevo trascorso la mia stagione. Quelle poche ore mi erano bastate per farmi capire che l’Inferno è dovunque non c’è Cristo. Che me ne importava del resto del mondo, davanti a quest’Essere nuovo e prodigioso che mi si era svelato?».
La vita di Paul Claudel divenne il tentativo di rimanere fedele alla grazia di quel Natale del 1886, «il giorno di Natale in cui ogni gioia è nata», come egli scriverà nella sua opera più famosa, L’Annonce faite à Marie (1912).

L’aspetto sociale del Santo Natale

Ma la festa del Santo Natale non ha solo un significato individuale e familiare: ha anche, e ha avuto nella storia, un significato sociale. Il grande abate di Solesmes Dom Prosper Guéranger (1805-1875), nel suo Année liturgique, ci ricorda tre momenti del Santo Natale legati alla storia d’Europa, alle sue più profonde radici cristiane.
Il primo di questi momenti è il battesimo di Clodoveo, avvenuto, secondo la tradizione, il 25 dicembre del 496.
Clodoveo era il re dei Franchi, un popolo ancora pagano, mentre il Cristianesimo si andava diffondendo in un’Europa in preda al caos e all’anarchia, dopo la caduta dell’Impero romano di Occidente, avvenuta venti anni prima. Egli aveva sposato una principessa cattolica del popolo dei Burgundi, Clotilde. Fu lei, con l’aiuto del santo vescovo di Reims, Remigio, a portare Clodoveo alla religione cattolica, conquistandone il cuore. Clodoveo si fece battezzare, nella notte di Natale del 496.
Lo storico dei Franchi Gregorio di Tours scrive che Clodoveo «si avvicinò al lavacro come un nuovo Costantino, per essere liberato dalla lebbra antica, per sciogliere in acqua fresca macchie luride createsi lontano nel tempo. E quando Clodoveo fu entrato nel Battistero, il santo di Dio così disse con parole solenni: ‘Piega quieto il tuo capo, o si cauto; adora quello che hai bruciato, brucia quello che hai adorato’».


François Louis Hardy de Juinne, dit Dejuinne, Battesimo di Clodoveo da parte di S. Remigio, 1837, castello di Versailles e Trianon, Versailles

Il battesimo di Clodoveo fu quello di un popolo che, con lui, entrava nella storia: i Franchi. E secondo dom Guéranger il supremo Signore degli eventi volle che il regno dei Franchi nascesse il giorno di Natale per incidere più profondamente l’importanza di un giorno così santo nella memoria dei popoli cristiani dell’Europa. Clodoveo, il fiero barbaro, divenuto mite come l’agnello, fu immerso da san Remigio nel fonte battesimale della salvezza, dal quale uscì purificato per inaugurare la prima monarchia cattolica fra le monarchie nuove, quel regno di Francia, il più bello – è stato detto – dopo quello dei cieli.

La conversione dell’Inghilterra

S. Agostino di Canterbury predica dinanzi al re Etelberto


Battesimo di Etelberto, re del Kent, da parte di S. Agostino di Canterbury



Madox Brown, Battesimo di Edwin (Edvino), re di Northumbria da parte di S. Paolino di Canterbury, 1879, Manchester Town Hall, Manchester

Passarono cento anni dalla conversione di Clodoveo. Salì sul trono pontificio un grande Papa, san Gregorio Magno. Nel 596, secondo quanto si ricorda, Papa Gregorio restò commosso nel vedere un gruppo di giovani biondi e belli come angeli, sul mercato degli schiavi di Roma. Chiese chi fossero. Gli fu risposto: Angli.
«Non Angli, ma Angeli», replicò il Papa, che a partire da quel momento decise di affidare ai monaci benedettini l’evangelizzazione dell’Inghilterra. Un gruppo di quaranta monaci, guidato da Agostino, poi detto di Canterbury, partì per l’isola degli Angli per propagare il Vangelo.
Agostino, dopo aver convertito al vero Dio il re Eteiredo, si diresse verso la città, già romana, di York, vi fece risuonare la Parola di vita, e un intero popolo si unì al proprio re per chiedere il Battesimo. Così allora accadeva: il battesimo del Re era quello di un popolo intero, legato al suo sovrano da vincoli di indissolubile fedeltà. Fu fissato il giorno di Natale per la rigenerazione di quei nuovi discepoli di Cristo; e il fiume che scorreva sotto le mura della città venne scelto per servire da fonte battesimale a un’armata di diecimila di catecumeni, non contando le donne e i bambini. Il rigore della stagione non arrestò i nuovi e ferventi discepoli del Bambino di Betlemme che scesero nelle acque per purificare le loro anime. «Dalle acque gelide – scrive dom Guéranger – uscì piena di gaudio e risplendente d’innocenza tutta un’armata di neofiti; e nel giorno stesso della sua nascita, Cristo contò una nazione di più sotto il suo impero». Sant’Agostino di Canterbury fu l’evangelizzatore della Britannia. Dall’Inghilterra e dall’Irlanda partirono poi, al seguito un altro grande missionario, san Bonifacio, i monaci che evangelizzarono la Germania.

L’incoronazione di Carlo Magno



Friedrich Kaulbach, Incoronazione di Carlo Magno, 1903, Maximilianeum, Monaco

Un altro illustre evento doveva ancora abbellire l’anniversario del Natale. Nella solennità di Natale dell’800, con l’incoronazione di Carlo Magno, a Roma, nacque il Sacro Romano Impero al quale era riservata la missione di propagare il regno di Cristo nelle regioni barbare del Nord, e di mantenere l’unità europea, sotto la direzione del Romano Pontefice.
Correva l’anno 800. Era il giorno di Natale. A Roma, nella Basilica di San Pietro, entrò un uomo maestoso, quasi sessantenne, la cui statura quasi da gigante esprimeva la forza indomabile del guerriero, mentre i bianchi capelli e la barba rivelavano una dolcezza straordinaria. Non era un uomo qualsiasi, si vedeva immediatamente. Quest’uomo era Carlo Magno, re dei Franchi, il popolo di Clodoveo, chiamato a Roma dal Papa perché mettesse la sua spada al servizio della Croce, contro i Longobardi.
Il re dei Franchi nell’anno Ottocento dopo Cristo ha già sottomesso gli aquitani e i longobardi; ha attraversato i Pirenei per domare in Spagna il potere minaccioso degli arabi; ha represso l’insurrezione dei sassoni e dei bavari; e sta in piena lotta con gli avari. Egli non è solo un guerriero. Sotto il suo influsso, le arti e le scienze fioriscono in tutta Europa. Amato moltissimo dai suoi sudditi, venerato dai suoi guerrieri, estende nelle terre che conquista la benefica influenza della Religione cattolica.
Ed ora, Carlo Magno, l’erede di Clodoveo, entra nella Basilica di San Pietro, in una notte di Natale, fredda per i rigori dell’inverno, ma calda per l’atmosfera di entusiasmo che regna nella Basilica. Il re dei Franchi si inginocchia, abbassa il capo, adorando Dio fatto uomo e implorando misericordia per i suoi peccati. Si batte il petto e ricorre all’intercessione della Vergine Maria, senza accorgersi che qualcuno gli si avvicina in silenzio rispettoso. Non è un semplice sacerdote o vescovo, è un Papa, un Papa santo. Le cronache raccontano che «nel momento in cui il re si levava dall’orazione, durante la Messa, dinanzi all’altare della confessione di San Pietro Apostolo, il Papa Leone III gli giunse vicino e pose sulla sua fronte scoperta una corona. Una corona nuova, non di Re ma di Imperatore».
Il Papa, san Leone III poneva la corona imperiale sul capo di Carlo Magno; e la terra attonita rivedeva un Cesare, un Augusto, non più successore dei Cesari e degli Augusti della Roma pagana, ma investito di quei titoli gloriosi dal Vicario di Colui che viene definito della Scrittura, il Re dei re, il Signore dei signori. Il popolo romano lo acclamò con queste parole: «a Carlo Augusto, coronato da Dio grande e pacifico imperatore dei Romani, vita e vittoria», mentre i franchi, battendo le lance sulle spade, levavano il grido «Natale, Natale», un grido che, dai tempi di Clodoveo, ricordava l’entrata del loro popolo nella storia.
Due giorni prima dell’incoronazione un monaco di San Saba e un monaco del Monte degli Olivi a Gerusalemme avevano offerto al re dei Franchi, da parte del Patriarca, «le chiavi del Santo Sepolcro e del Calvario e quelle della città e del monte Sion con una bandiera». Era un omaggio simbolico, una nuova aureola di santità cinta alla fronte del re che aveva steso la sua protezione oltre i mari, che doveva proteggere i cristiani di Palestina, di Siria, di Egitto, di Tunisia.
In quel Natale, nella Cattedrale del Vicario di Cristo, nacque l’Impero Cattolico d’Occidente, pilastro della Civiltà cristiana medioevale – come 800 anni prima, nello stesso giorno, era nato in una mangiatoia il Bambino Gesù.
Fondando la Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana, Gesù Cristo aveva posto in essa, in seme, tutte le potenzialità per generare una grande civiltà. Con l’espansione della Chiesa, con la conversione dei popoli lungo otto secoli, il seme si sviluppò, divenne una possibilità concreta, sbocciò, infine, nell’anno 800, nell’impero di Carlo Magno, benedetto e ratificato dalle mani di un santo successore di Pietro. Si aprì un’epoca in cui, come insegna Leone XIII nella enciclica Immortale Dei, «il sacerdozio e l’impero erano legati tra di loro da una felice concordia e dallo scambio amichevole di servigi» e «organizzata in tal modo, la società civile diede frutti superiori ad ogni aspettativa».
Un altro Papa, Giovanni Paolo II, nel 1200esimo anniversario dell’incoronazione di Carlo Magno, ha ricordato che «la grande figura storica dell’imperatore Carlo Magno rievoca le radici cristiane dell’Europa, riportando quanti la studiano ad un’epoca che, nonostante i limiti umani sempre presenti, fu caratterizzata da un’imponente fioritura culturale in quasi tutti i campi dell’esperienza. Alla ricerca della sua identità, l’Europa non può prescindere da un energico sforzo di recupero del patrimonio culturale lasciato da Carlo Magno e conservato lungo più di un millennio».
Carlo Magno fu grande non solo per le sue guerre vittoriose da un estremo all’altro d’Europa, ma soprattutto per la sua opera di restaurazione giuridica, culturale ed artistica, ispirata ai principi del Vangelo. In un’epoca di decadenza e di disordine, egli può essere considerato come il fondatore dell’Europa cristiana. Con il primo imperatore cristiano l’Occidente per la prima volta acquista coscienza di sé e si presenta sulla scena della storia consapevole della propria unità cristiana e romana.
L’incoronazione di Carlo Magno è inoltre un atto pubblico e simbolico di importanza universale, destinato a esprimere, per più di un millennio, la concezione della sovranità cristiana. La fonte dell’autorità è il rappresentante di Dio in terra, perché – in terra – non esiste autorità che non provenga da Dio. In questo senso l’incoronazione di Carlo Magno può essere considerata come il Natale della Cristianità.
Quella che fu un tempo la Cristianità oggi agonizza, sotto gli attacchi dei nemici esterni e interni e noi attendiamo con trepidazione un nuovo giorno di Natale, un giorno di nascita e di risurrezione per le nostre anime e per la società intera: il giorno benedetto, annunciato a Fatima, del trionfo della Chiesa e della restaurazione della Civiltà cristiana.