Sante Messe in rito antico in Puglia

Visualizzazione post con etichetta islam. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta islam. Mostra tutti i post

lunedì 12 agosto 2019

Quando Santa Chiara mise in fuga i Saraceni

Lo scorso giugno ricordavamo, in un articolo di don Nicola Bux e Francesco Patruno, il centenario dell’incontro tra S. Francesco ed il sultano d’Egitto, in cui si metteva in rilievo come il significato di quell’incontro fosse ben diverso dalla vulgata che, oggi, vorrebbe dare a quell’incontro (v. S. Francesco ed il Sultano d'Egitto. Un'interpretazione storica da rivederequi).
Senz’altro, tra le più fedeli interpreti del Poverello d’Assisi, ed anzi sua pianticella, gelosamente coltivata ed accudita presso San Damiano, vi è Chiara d’Assisi, della quale celebriamo quest’oggi la festa. Ella, senz’altro, quale fedele interprete di Francesco, ci mostrò come comportarsi, ritenendo i musulmani non come fratelli, bensì come nemici.
Nella festa di questa Santa, perciò, non possiamo far a meno che ricordare quell’evento di un venerdì del settembre 1240, come narratoci da Tommaso da Celano.


Quando Santa Chiara mise in fuga i Saraceni

a cura di Giuliano Zoroddu

Il Serafico Patriarca Francesco, come si sa, nel 1219 volle andare in Egitto al seguito dei Crociati e si presentò allo stesso Sultano al-Malik al-Kāmil per predicare a lui e ai suoi, seguaci del falso profeta Maometto, “il Dio uno e trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo” (vedi qui). Similmente ed in modo egualmente poco ecumenico, ebbe a confrontarsi coi Maomettani (soldati saraceni al soldo dell’empio e più volte scomunicato Federico II di Svevia), nel 1240, la sua prima discepola, santa Chiara “prima pianta delle Povere Donne dell’Ordine dei Minori”, come ci racconta il beato Tommaso da Celano.

 “Il Signore ti ha benedetta comunicandoti la sua possanza, e ha per mezzo di te annichilati i nostri nemici
(Giuditta, XIII, 22. Alleluia della messa propria di S. Chiara)


Piace a questo punto raccontare i portenti delle sue orazioni, con altrettanta aderenza alla verità quanto sono degni di venerazione.
In quel periodo travagliato che la Chiesa attraversò in diverse parti del mondo sotto l’impero di Federico, la valle Spoletana beveva più spesso delle altre il calice dell’ira. Erano stanziate lì, per ordine imperiale, schiere di soldati e nugoli di arcieri saraceni, fitti come api, per devastare gli accampamenti, per espugnare le città. E una volta, durante un assalto nemico contro Assisi, città particolare del Signore, e mentre ormai l’esercito si avvicina alle sue porte, i Saraceni, gente della peggiore specie, assetata di sangue cristiano e capace di ogni più inumana scelleratezza, irruppero nelle adiacenze di San Damiano, entro i confini del monastero, anzi fin dentro al chiostro stesso delle vergini.
Si smarriscono per il terrore i cuori delle Donne, le voci si fanno tremanti per la paura e recano alla Madre i loro pianti. Ella, con impavido cuore, comanda che la conducano, malata com’è, alla porta e che la pongano di fronte ai nemici, preceduta dalla cassetta d’argento racchiusa nell’avorio, nella quale era custodito con somma devozione il Corpo del Santo dei Santi.
E tutta prostrata in preghiera al Signore, nelle lacrime parlò al suo Cristo: «Ecco, o mio Signore, vuoi tu forse consegnare nelle mani di pagani le inermi tue serve, che ho allevato per il tuo amore? Proteggi, Signore, ti prego, queste tue serve, che io ora, da me sola, non posso salvare». Subito una voce, come di bimbo, risuonò alle sue orecchie dalla nuova arca di grazia: «Io vi custodirò sempre!». «Mio Signore – aggiunse – proteggi anche, se ti piace, questa città, che per tuo amore ci sostenta». E Cristo a lei: «Avrà da sostenere travagli, ma sarà difesa dalla mia protezione».
Allora la vergine, sollevando il volto bagnato di lacrime, conforta le sorelle in pianto: «Vi dò garanzia, figlie, che nulla soffrirete di male; soltanto abbiate fede in Cristo!». Né vi fu ritardo: subito l’audacia di quei cani, rintuzzata, è presa da spavento; e, abbandonando in tutta fretta quei muri che avevano scalato, furono sgominati dalla forza di colei che pregava.
E subito Chiara ammonisce quelle che avevano udito la voce di cui sopra ho parlato, dicendo loro severamente: «Guardatevi bene, in tutti i modi, dal manifestare a qualcuno quella voce finché io sono in vita, figlie carissime».

TOMMASO DA CELANO, Leggenda di Santa Chiara Vergine, in Fonti Francescane, Padova, 2011 (III Edizione), n. 3201-3202

lunedì 24 giugno 2019

S. Francesco ed il Sultano d'Egitto. Un'interpretazione storica da rivedere

Rilanciamo volentieri, in occasione dell’VIII centenario dell’incontro di S. Francesco con il Sultano d’Egitto (avvenuto il 24 giugno 1219), questo contributo di Mons. Nicola Bux e dell’Avv. Francesco Patruno.



S. FRANCESCO ED IL SULTANO D’EGITTO. UN’INTERPRETAZIONE STORICA DA RIVEDERE.

Di 

Mons. Nicola Bux e Avv. Francesco Patruno


Terrasanta, periodico della Custodia Francescana, ospitava dieci anni fa un dossier di padre Gwenolé Jeusset, ofm, San Francesco in Terra Santa (nuova serie, anno IV, n. 5, 2009, pp. 27-42). Gli articoli ruotavano intorno all’episodio dell’incontro col sultano, a Damietta, contrapponendolo al martirio dei primi frati, inviati in Marocco, dallo stesso Santo di Assisi «per ispirazione divina» (come si legge nella Cronaca dei Ministri Generali dell’Ordine dei Frati Minori, in Analecta Franciscana, 111, p. 15).
Oggi, a distanza di dieci anni, il numero di marzo-aprile 2019 della stessa rivista, dedicava un nuovo dossier a quell’incontro, per celebrarne l’VIII centenario (1219-2019). Anche questa volta non poteva mancare un nuovo articolo di padre Jeusset, dal titolo Le ragioni di un viaggio, in cui l’Autore riprende un po’, in maniera più marcata, ciò che il medesimo diceva dieci anni addietro. Con una particolarità. Viviamo, nella Chiesa attuale, ahimé, lo spirito della Dichiarazione sulla “Fratellanza Umana” di Abu Dhabi dello scorso febbraio, che ha visto il vescovo di Roma, “novello san Francesco”, incontrarsi con il Grande Imam di Al-Azhar, erede spirituale – diciamo così – e rappresentante islamico oggi di quello che fu il sultano d’Egitto, di origine curda, al-Malik al-Kamil, nipote del celebre Saladino, che il Santo d’Assisi ebbe modo di incrociare nella propria esistenza.
Tornando all’articolo di dieci anni fa di padre Jeusset, va posto in luce che, per lui, tale incontro addirittura rappresenterebbe una «svolta dell’evangelizzazione» (Gwenolé Jeusset, San Francesco in Terra Santa, cit.). Si esaltava l’ideale di fraternità universale presentandola come altra cosa rispetto alla Chiesa “delle crociate”, che aveva «i paraocchi». L’Autore giungeva ad affermare che Francesco usciva dal «ghetto» cristiano per entrare, si può supporre, nello spazio interreligioso di ampio respiro! Insomma, si anticipavano dieci anni fa quelli che sarebbero stati, in fondo, i temi, culturale ed ideologico, in cui sarebbe maturata la ricordata dichiarazione del febbraio 2019.
Ci sia permessa una chiosa: curioso che questa “svolta dell’evangelizzazione” non sia stata percepita come tale dai figli dello stesso S. Francesco per oltre 750 anni, i quali l’abbiamo, invece, “scoperta” soltanto oggi. È curioso ricordare che, non a caso, i maggiori Santi francescani furono degli strenui difensori, promotori quando non veri e propri protagonisti sui campi di battaglia del modello oggi contestato. Basti ricordare S. Bernardino da Siena, S. Giacomo della Marca, S. Giovanni da Capistrano, S. Luigi IX, beato Marco d’Aviano, tanto per citare alcuni nomi. Forse questi Santi e Beati, le cui virtù la Chiesa ha riconosciuto solennemente, erano dei traditori delle direttive ispiratrici del loro Serafico Padre?
La verità è che siamo di fronte ad una ideologia già nota, quella del Francesco ambientalista e pacifista, quasi socio ante litteram del WWF ed attivista delle “marce per la pace”, in contrasto a dir poco con quanto le fonti francescane comparate e gli studi più seri ci riferiscono, soprattutto in merito al celebrato e mitizzato incontro di Francesco col sultano. Basta ricorrere, tra tanti, allo studio, davvero pregevole, dello storico Franco Cardini (Francesco d’Assisi, Milano, 1990, II ed.), che tiene conto adeguatamente delle fonti e della loro ricezione critica, sebbene, ad onor del vero, lo stesso Autore abbia, in seguito, rivisto le posizioni assunte nel suo libro, non sulla base di nuovi studi o scoperte, ma probabilmente per una rivisitazione di quell’episodio alla luce dell’odierno spirito dei tempi. Ci riferiamo, a quest’ultimo riguardo, alla raccolta di saggi, Nella presenza del soldan superba. Saggi francescani, Spoleto, 2009.
Ad ogni modo, tornando a quello studio sulla vita del Poverello d’Assisi, il noto storico fiorentino, che peraltro conosce bene l’Oriente, ricordava che le prime iniziative dell’Ordine francescano in Francia, Germania e Marocco volte all’evangelizzazione registrarono un fallimento, non per cattiva volontà dei frati, ma perché intraprese forse in fretta sull’onda dell’entusiasmo; a provocarle era stato lo stesso Francesco al di là delle intenzioni. Di certo, a questi non interessavano le visioni palingenetiche della società – vedi la fraternità universale, come dice Gwenolet Jeusset – né tantomeno pensava che costituissero lo scopo del suo movimento mendicante ma «egli voleva mantener fermo il suo proposito di vita, la sequela Christi, l’imitazione del modello evangelico attraverso la penitenza e la povertà» (Cardini, Francesco d’Assisi, cit., p. 183). Certo «dalla visita di Francesco in Oriente […] data il decollo di quel missionarismo francescano che ha mutato radicalmente le prospettive dell’approccio cristiano agli infedeli» (ibidem, p. 184). Invece, si è valutata la sua posizione di fronte alla crociata, affermando che non poteva non essere contro e via dicendo: «Francesco – si è concluso alla fine di questa galleria di sciocchezze – ha dimostrato incontrando il sultano di voler convertire gli infedeli con l’amore, non con la spada» (ibidem, p. 185).
Cardini sosteneva, in effetti, che tali argomenti non meritassero d’essere confutati, tuttavia li affrontava egualmente, esordendo col lamentare «una grossolana ignoranza di quel che significasse la crociata nel contesto spirituale, disciplinare ed ecclesiale del tempo; e di come in quel contesto si situasse la proposta di Francesco» (ibidem): essa era un «pellegrinaggio armato» e non «una guerra missionaria, alla quale ci si potesse ragionevolmente opporre nel nome di un concetto pacifico di missione. In secondo luogo Francesco – che era senza dubbio uomo di pace, e che alle armi aveva rinunziato come ad ogni altra cosa che riguardasse il saeculum, il mondo – non avrebbe comunque mai potuto contestare la crociata per due motivi: uno esterno e disciplinare, che potrebbe sembrar definitivo e mettere a tacere ogni polemica; uno invece intimo, spirituale,connaturato ai tempi e a lui stesso, che potrebbe sfuggire a qualcuno e merita quindi di venir sottolineato» (ibidem, p. 186). La crociata era stata voluta dalla Chiesa di Roma come sforzo corale della cristianità per liberare i luoghi santi. Coloro che predicavano contro la crociata erano innanzitutto gli eretici (ad es. Arnaldo da Brescia e Valdo di Lione: cfr. C. Papini, Valdo di Lione e i “poveri nello spirito”. Il primo secolo del movimento valdese (1170-1270), Torino, ed. Claudiana, 2001, passim), e Francesco «non poteva non distinguersi da loro attraverso un solo ma inequivocabile tipo di scelta: la disciplina nei confronti della Chiesa, l’obbedienza» (F. Cardini, op. ult. cit., p. 186). Per questo, nelle fonti non si trova una sola parola di Francesco contro la crociata, come contro nessun altro. Sebbene tale silenzio non equivalga ad approvazione né, sotto altro verso, a riprovazione. Come afferma lo storico Benjamin Z. Kedar, docente emerito di storia presso l’Università ebraica di Gerusalemme, in un saggio recente, Crociata e missione. L’Europa incontro a l’Islam, Roma 1999 (riedito nel 2015), «nessuna delle fonti attribuisce a Francesco parole che possano essere interpretate come critica delle crociate» (ivi, p. 166).
L’argumentum e silentio, di per sé, dunque, non può essere sostenuto come prova della contrarietà del Santo alle crociate, sebbene – può ipotizzarsi – possa essere rimasto scandalizzato dal comportamento dei crociati, che bestemmiavano ed andavano con prostitute.
Né può trarsi un argomento di contrarietà dalla circostanza che il Santo di Assisi decidesse di varcare le linee nemiche (peraltro non senza il permesso del legato papale e guida religiosa della V crociata, l’intransigente card. Pelagio Galvani d’Albano!), entrando in campo islamico, del tutto disarmato. Ciò era, del resto, perfettamente giustificabile se si considera che egli era stato aggregato al clero fin dalla prim’ora, su ordine del papa e per la mediazione del Cardinale di San Paolo, Giovanni Colonna, tanto da ricevere la tonsura clericale (cfr. Fonti Francescane, nn. 1460, 1461, 1528) e venendo, in seguito, rivestito del diaconato. Non è, anzi, improbabile che, per facilitare il compito della predicazione di Francesco e dei suoi frati nelle chiese, fosse stato lo stesso vescovo di Assisi, o addirittura il Papa, ad averlo ordinato diacono. Scrive infatti il Celano nella sua Vita Prima a proposito del Natale del 1223 di Greccio: «Induitur sanctus Dei leviticis ornamentis, quia levita erat, et voce sonora sanctum Evangelium cantat …» (ibidem, n. 470). Perciò, quando, nel 1219, si recò in Egitto, era già diacono, poiché non portò con sé armi, stante il generale divieto canonico – almeno dal Concilio provinciale di Poitiers del 1079 («clerici arma portantes et usurarii excommunicentur»), in seguito ripreso da altri sinodi e nelle raccolte delle decretali – per i sacri ministri di indossare, salvo particolari eccezioni, armi di sorta. Addirittura, era vietata, per questo motivo, persino la caccia, come stabiliva il can. 15 del Concilio Lateranense IV del 1215! Ecco spiegato il motivo per il quale S. Francesco andò disarmato.
Franco Cardini osservava quindi che «[b]isogna forse avere il coraggio di disincantare la realtà storica di un Francesco troppo spesso ricostruito secondo i gusti e le tendenze morali odierne, e guardare alla concreta realtà storica del XIII secolo» (F. Cardini, Francesco d’Assisi, cit., p. 187). Per l’uomo di quell’epoca e per Francesco, che aveva scelto Cristo a modello di vita, la crociata era anzitutto il pellegrinaggio, la visita ai luoghi del Salvatore, la cui conoscenza e venerazione bisognava portare in Occidente; questo superava le violenze e le infamie in essa perpetrate, perché su queste trionfa la Croce. «E qui subentra il secondo, non sottovalutabile aspetto della questione. Francesco vedeva nella crociata anzitutto l’occasione del martirio; e nel martirio la forma più alta e più pura della testimonianza cristiana. Dire che l’ha cercato equivale a non valutare correttamente il peso che, nella sua vocazione, aveva l’umiltà. Certo però egli si è posto, anche in questo, a disposizione della Provvidenza» (ibidem, p. 188).
Nella regola del 1221 (la c.d. Regula non bullata) il Poverello riassumeva, come è noto, l’esperienza del viaggio in Oriente, invitando i frati ad andare tra gli infedeli (De euntibus inter saracenos et alios infideles) in due modi: il primo, senza liti né dispute, ma sottomettendosi e confessando d’essere cristiani; l’altro modo era di valutare i segni del Signore circa il momento opportuno per annunziare il suo vangelo ai «saraceni o altri infedeli», battezzarli e farli cristiani «perché chiunque non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non potrà entrare nel regno dei cieli» (ibidem) («Fratres vero, qui vadunt, duobus modis inter eos possunt spiritualiter conversari. Unus modus est, quod non faciant lites neque contentiones, sed sint subditi omni humanae creaturae propter Deum (1 Petr 2,13) et confiteantur se esse christianos. Alius modus est, quod, cum viderint placere Domino, annuntient verbum Dei, ut credant Deum omnipotentem Patrem et Filium et Spiritum Sanctum, creatorem omnium, redemptorem et salvatorem Filium, et ut baptizentur et efficiantur christiani, quia quis renatus non fuerit ex aqua et Spiritu Sancto, non potest intrare in regnum Dei»). Le due modalità non erano contrapposte: anche la prima, per la verità, serviva a scrutare il momento per costruire la Chiesa, senza della quale non sarebbe possibile «la costruzione di un nuovo mondo, un programma di fraternità universale», tanto auspicata da p. Jeusset (San Francesco in Terra Santa, cit., p. 39). Senza la Chiesa non c’è salvezza (cfr. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 846), perciò l’Assisiate avvertiva come suo imprescindibile compito l’evangelizzazione di tutti gli uomini. Altrimenti perché mai Cristo sarebbe venuto al mondo e l’avrebbe fondata?
Dimenticarlo, significa credere che l’uomo si salvi comunque ed a prescindere da Cristo, perché, come pensava Rousseau, esso sarebbe naturalmente buono.
Francesco andò dal sultano nella consapevolezza di tutto ciò.
Ora, contrapporre i protomartiri del Marocco (canonizzati dal Pontefice Sisto IV il 7 agosto 1481, con la bolla Cum alias, e riconosciuti dallo stesso S. Francesco come suoi veri Frati e da S. Antonio da Padova come suoi modelli ispiratori) e la «Chiesa delle crociate», come fa p. Jeusset, al comportamento del Santo a Damietta, significa assumere un atteggiamento ideologico, come si evince dalla seguente affermazione: «Serviranno più di settecento anni allo Spirito Santo […] per farci capire che l’incontro vissuto da Francesco d’Assisi era importante tanto quanto il martirio in generale, ed era il contrappunto del martirio di Marrakesh» e dalla conclusione chiastica che «Damietta è l’incontro senza martirio; Marrakesh è il martirio senza incontro. Damietta è l’incontro tra due credenti; Marrakesh è lo scontro di due sistemi e di due mentalità opposte, Marrakesh è il vicolo cieco. Damietta al contrario è la strada che apre nuovi orizzonti» (Gwenolé Jeusset, op. ult. cit., p. 32).
In realtà, è il rapporto di Francesco con i musulmani, impostato sull’umiltà d’essere “minore”, a suscitare ammirazione in Oriente. Non a caso Dante lo descrive umile «alla presenza del soldan superbo» (Par. XI, 101). È proprio l’umiltà ad essere “pericolosa”: il sultano era – secondo l’Historia Occidentalis di Jacques de Vitry, vescovo di S. Giovanni d’Acri e cardinale - «preso dal timore che qualcuno dei suoi si lasciasse convertire al Signore dall’efficacia delle sue parole» (Cardini, op. ult. cit., p. 193) («[…] Tandem vero, metuens ne aliqui de exercitu suo, verborum eius efficacia ad Dominum conversi, ad christianorum exercitum pertransirent […]»). Ipotizzando che Francesco avesse profittato della tregua sotto l’assediata Damietta per cercare d’incontrare il sultano, si può dedurre – facendo la media delle cronache di Giacomo, di Ernoul, di Tommaso da Celano e di Bonaventura – che l’avesse fatto, secondo Cardini, perché «voleva solo testimoniare: non era sua intenzione convertire nessuno» (op. cit., p. 199). A lui stava a cuore solo Cristo, non i valori, come si dice oggi, fosse pure la pace.
A nostro sommesso avviso, comunque, non poteva dirsi estranea al Poverello l’annuncio della fede tra gli infedeli e la ricerca, se necessario, della corona del martirio: «per la sete del martiro», diceva Dante (Par. XI, 100)!
Al contrario, l’idea-madre di P. Gwenolé Jeusset è la fraternità universale: «Francesco voleva andare tra i musulmani per dir loro che Gesù, sulla croce, ci aveva resi fratelli» (op. cit., p. 28; cfr. anche ibidem, p. 34). Può esser vero se si aggiunge a questa verità l’altra: bisogna riconoscere la Croce e chi vi è stato crocifisso, per tirarne come conseguenza la fraternità. È noto, invece, che proprio ciò scandalizza i musulmani, i quali ritengono fratelli solo i correligionari, mentre tutti gli altri sono sottomessi o infedeli.
Per riconoscere la fraternità, bisogna convertirsi alla paternità di Dio, ma questo solo Gesù l’ha rivelato: perciò ci si deve convertire a Lui. Forse che Cristo non voleva la fraternità universale? Proprio per questo ha fondato la Chiesa! Oggi, piuttosto, ci si imbatte persino in chi, ecclesiastico, vorrebbe raggiungere tale risultato a prescindere non solo dalla conversione, ma anche dalla stessa Chiesa. I muri che dividono, sono già caduti col sangue di Cristo, ma lo possono riconoscere solo coloro che si convertono a Lui. La fraternità non ha frontiere sulla terra solo se ci si converte a Cristo, come affermava, d’altronde, anche S. Paolo, il quale esclamava non a caso nell’Epistola ai Galati: «Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal. 3, 26-29). Ed ancora nell’Epistola agli Efesini: «Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia» (Ef. 2, 13-14).
Solo in Cristo, riconoscendoLo, vi può essere la fraternità universale.
Diversamente, si coltiva un’utopia: quella che porta, il p. Jeusset a vedere in Damietta addirittura «una svolta dell’evangelizzazione» (op. cit., p. 36), il passaggio dalla mentalità della conquista alla mentalità dell’incontro (ibidem, p. 37), dallo spirito delle crociate allo spirito della fraternità, al punto da avanzare la certezza che «[s]e Francesco non conseguì il martirio a Damietta, ricevette però la grazia di un incontro spirituale al di là dei paraocchi della Chiesa delle crociate» (ibidem, p. 37). Jeusset approda alla visione di un Santo che «abbandona il suo io ecclesiale. Esce dal “ghetto” cristiano e raggiunge il lebbroso spirituale, cioè il musulmano, andando ben oltre, al di là del mare …» (ibidem, p. 41). Egli giunge persino ad affermare che il Poverello «non era andato a liberare una tomba vuota a Gerusalemme, ma aveva scoperto che Gesù, uscito vivo dalla tomba, era presente col suo Spirito in coloro che lui, il pellegrino Francesco, incontrava sull’altra sponda» (ibidem, p. 38). Si può essere sicuri che costoro siano i musulmani! Ma…non ha detto Gesù che i veri adoratori avrebbero adorato il Padre in spirito e verità (cfr. Gv. 4, 24)? Siccome per arrivare al Padre bisogna passare per mezzo di Lui, per caso i musulmani sono già tali? Dunque, non travisiamo la storia e tanto meno la fede cattolica.
Frattanto, la summenzionata rivista, come detto all’inizio, è tornata sul tema di san Francesco e il Sultano, in occasione dell’VIII centenario del fatto avvenuto il 24 giugno 1219, pubblicando in copertina e all’interno le foto di nuove icone ad hoc, che canonizzano quest’ultimo con il nimbo dell’aureola e lo immaginano, fantascientificamente quanto storicamente inattendibile, abbracciato dal Santo d’Assisi!
Due chiose finali ci siano permesse.
La prima, se è questa l’idea di fondo oggi imperante nel mondo francescano, si abbia almeno la coerenza logica e l’onestà intellettuale di “de-canonizzare” e “de-beatificare” i Santi francescani che, in un modo o nell’altro, hanno rappresentato, in contrario, ciò che oggi viene contestato, giacché la loro testimonianza stride in maniera sin troppo evidente con quanto oggi viene ideologicamente proposto.
La seconda – come ci ricorda anche un recente articolo de La Verità (Fabrizio Cannone, San Francesco non costruì dei ponti. Convertì gli islamici, in La Verità, 20.6.2019, p. 19) è un ammonimento del Pontefice Pio XI, nel 1926, nell’enciclica Rite Expiatis, nel VII Centenario della morte di S. Francesco. Papa Ratti, scagliandosi contro i primi adulatori e contraffattori della vita del Santo, osservava: «Non cessiamo perciò dal meravigliarci come una tale ammirazione per San Francesco, così dimezzato e anzi contraffatto, possa giovare ai suoi moderni amatori, i quali agognano alle ricchezze e alle delizie, o azzimati e profumati frequentano le piazze, le danze e gli spettacoli o si avvolgono nel fango delle voluttà, o ignorano o rigettano le leggi di Cristo e della Chiesa». Citando le parole del Breviario romano, quindi, ammoniva: «A chi piace il merito del Santo, deve altresì piacere l’ossequio e il culto a Dio. Perciò, imiti quel che loda, o non lodi quella che non vuole imitare. Chi ammira i meriti dei Santi, deve egli stesso segnalarsi nella santità della vita» (§ 11).

domenica 7 ottobre 2018

IN HOC SIGNO VINCES


Trofei cristiani a Lepanto.
Tra questi vi era la bandiera verde della nave ammiraglia, che l'empio Montini, sedicente "beato", che si vorrebbe "santificare", restituì, con sommo disprezzo per la Santa Vergine e per il beneficio accordato ai cristiani a Lepanto, alla Turchia sconfitta, quasi sottomettendosi, a distanza di quattro secoli, al Turco. V. qui 

Stendardo della Armata della Lega Santa benedetto da san Pio V. Fu consegnato solennemente a Don Giovanni d'Austria nella basilica napoletana di santa Chiara il 14 agosto 1571


Madonna "bombardiera" a Lepanto, v. qui

Müezzinzade Alì Pascià, ammiraglio della flotta ottomana a Lepanto. Dopo la sua morte (non si sa se morto suicida), fu decapitato e la sua testa fu infilzata su una picca e sull'albero maestro della Sultana, sua nave ammiraglia, dove venne ammainato lo stendardo ottomano e innalzato quello cristiano

sabato 29 settembre 2018

In ricordo della consegna al beato Innocenzo XI dello stendardo islamico per la vittoria nella battaglia di Vienna del 1683

Il 29 settembre 1683 il beato Innocenzo XI, Sommo Pontefice, riceveva durante una solennissima Cappella Papale "in ringraziamento al Dio degli eserciti", lo stendardo del Gran Visir Kara Mustafa che Giovanni III Sobieski, Re di Polonia, aveva conquistato nella vittoriosa battaglia di Vienna del 12 settembre precedente. "Sospese il Pontefice quel trofeo nel Vaticano e ricompensò le prodezze del re polacco collo stocco e berrettone da lui benedetti" (cit. Gaetano Moroni)

venerdì 23 marzo 2018

Cristianesimo e Islam, la storia di uno scontro secolare in un saggio di Massimo Viglione

Il Venerdì di Passione, che precede la Settimana Santa, commemora i Sette Dolori della B. V. Maria. La Chiesa Romana commemora due volte questi Dolori. Nella festa del 15 settembre essi sono onorati quale fonte di gloria e trionfo, mentre nell’odierna commemorazione, all'antivigilia dell'inizio della Settimana Santa, come fonte di asprissimo dolore. In entrambi i casi la Chiesa propone alla venerazione Maria in quanto Corredentrice del genere umano, in subordine al Cristo Redentore: Ella cooperò alla nostra redenzione col suo martirio e con l'offerta a Dio Padre della vittima del sacrificio perfetto, il Figlio Gesù.
Fasciculus myrrhæ *
dilectus meus mihi inter ubera mea commorabitur
(Ant. Canticum Trium Puerorum, Laudes).
In questa Commemorazione, rilanciamo questa recensione dell’ultimo saggio del prof. Viglione.





Francesco Coghetti, Addolorata, 1868, Bergamo

F. Del Re, Addolorata, 1883, Manfredonia

Scuola lombarda, Madonna addolorata, XIX sec., Bergamo

Ambito bergamasco, Madonna addolorata, XIX sec., Bergamo

Giovanni Pezzotta, Addolorata, 1890-1911, Bergamo

Cristianesimo e Islam, la storia di uno scontro secolare in un saggio di Massimo Viglione

di Veronica Rota


L’ultima fatica (parola più che mai indovinata, trattandosi di una epocale ricostruzione storica) di Massimo Viglione presenta quattro secoli e oltre di storia religiosa, politica, diplomatica, ovviamente militare. Il quadro che esce da La conquista della “mela d’oro” (Solfanelli, 360 pagine, 30 euro) è impressionante, tra Papi e Sultani, Imperatori e re, santi e visir, battaglie di terra e di mare, condottieri e avventurieri, diplomatici e corsari, e la grande massa delle popolazioni massacrate ma anche ribelli. Ogni potenza europea ne viene coinvolta: oltre al Papato e all’Impero, troviamo la Francia con la sua ambigua e a volte per niente ambigua politica filo-ottomana, la Borgogna, la Spagna di Carlo V e Filippo II, ovviamente Genova e soprattutto Venezia (le due potenze dei “mali christiani”, vittime della loro stessa scaltra politica), anche gli Stati italiani minori, l’Ungheria di Huhyadi e l’Albania di Scanderbeg e gli Stati balcanici minori, la Polonia di Sobieski e la Russia di Pietro il Grande, la Grecia e le potenze islamiche africane, con i fratelli Barbarossa in primis. Un grande ed epocale affresco di uomini e di eventi politici, militari, diplomatici e anche religiosi.

Vengono nello specifico descritte (sebbene mai in maniera troppo approfondita, per lasciare più spazio alle vicende politiche, diplomatiche e religiose) le battaglie di Kossovo, Nicopoli, gli assedi di Costantinopoli, Varna, Belgrado, la caduta di Costantinopoli, la tragedia di Otranto (e tante altre tragedie), Rodi, Mohács, il primo assedio di Vienna, Tunisi, Algeri, Buda, Malta, Cipro, Lepanto, e quindi la Lunga Guerra, Candia, il trionfo di Vienna, le guerre di Morea e quelle finali di Eugenio di Savoia. Soprattutto però viene descritto l’operato dei grandi protagonisti militari e politici (da Hunyadi a Scanderbeg, da Maometto II a Barbarossa e a Solimano il Magnifico, da La Valette a don Giovanni D’Austria e i protagonisti di Lepanto, dal Montecuccoli al Morosini, da Hunyadi ad Eugenio di Savoia), per non parlare dei grandi predicatori, come Giovanni da Capistrano, Lorenzo da Brindisi e, soprattutto ovviamente, padre Marco d’Aviano.
Ma la maggiore attenzione viene data alla politica. Anzitutto a quella pontificia, che vide decine e decine di papi combattere gli ottomani, sebbene non certo in ugual misura; quindi a quella dei sovrani cristiani, dal XV secolo ai Re Cattolici, da Carlo V – cui si è dato particolare spazio, essendo stata la sua politica crociata un aspetto sempre sottovalutato finora – e Filippo II al collaborazionismo dei sovrani francesi, da Leopoldo imperatore al Re Sole, il “Turco Cristianissimo”, come venne chiamato per la sua costante alleanza con gli ottomani (senza dimenticare personaggi “minori” ma importanti, come Carlo di Gonzaga Nevers o Vlad III Dracul, e vari altri del suo genere…); infine, agli aspetti più diplomatici e ideologici di questa immensa vicenda, che vede coinvolti decine e decine di protagonisti di ogni genere e tipo.
Poi vi sono i corsari, tanto islamici (a partire dai fratelli Barbarossa) che cristiani; i cavalieri di Rodi e Malta e quelli di Santo Stefano; gli avventurieri, i rinnegati, e le figure, spesso davvero interessanti, dei gran visir (quasi tutti rinnegati un tempo cristiani) e dei paşa. Il tutto contornato da una costante caterva di inumane violenze, che avvennero sempre, fino alla fine.
Piuttosto indovinata risulta la scelta di compiere questa ricostruzione generale dell’intero plurisecolare fenomeno, perché in Italia non esiste nulla del genere. La quasi totalità dell’enorme produzione storiografica sulla Crociata si incentra infatti nei due secoli usuali medievali. Da qualche decennio ci si interessa del XIV e XV secolo, sebbene vi sia ancora molto da approfondire. Ma ancora poco è stato scritto dei tre secoli successivi, e quel poco non sempre ha avuto spiegazioni o interpretazioni corrette. Soprattutto, gli studi – che comunque non mancano, sia chiaro – si sono sempre incentrati su specifici aspetti, limitati nello spazio o nel tempo. Ma nessuno insomma aveva finora offerto alla storiografia italiana, e anche al grande pubblico, la ricostruzione generale, intera, di tutta la guerra “crociata” e “non crociata” tra Impero ottomano e Cristianità.
“Crociata” e “non crociata”: Viglione fa molta attenzione a questa fondamentale distinzione. Pur seguendo i più seri e importanti lavori degli ultimi decenni, ha scelto, con piena convinzione, di non sposare in toto la linea, dominante, della relativizzazione degli ideali crociati e comunque dei grandi ideali cavallereschi come spiegazione degli eventi (tipico atteggiamento della storiografia irrigimentata). E la semplice veritiera ricostruzione dei fatti dimostra la giustezza della scelta di Viglione. Se molto di questa storia non può essere definito “crociata” (ma solo guerra antiottomana: basti pensare a Venezia o ad alcuni potentati balcanici, preoccupati solo di sopravvivere e pronti in ogni momento a collaborare con il Nemico a tal scopo), molto può invece esserlo definito, e nel XVII secolo più che nel XV. La storia non procede in linea retta, anche questa grande vicenda lo dimostra ampiamente. Per Carlo V o Filippo II, per Hunyadi o Scanderbeg, per Morosini o Montecuccoli, per Carlo di Gonzaga Nevers o per Eugenio di Savoia, non si trattava solo di “guerra antiottomana”, ma di vera e propria “Crociata”, nel perdurare dello spirito plurisecolare nella Cristianità medievale. Ma furono soprattutto i pontifici, come detto, gli artefici dell’immenso sforzo di resistenza all’aggressore della Cristianità, per tutti i secoli dell’età moderna (come di quella medievale): furono i pontefici romani a salvare, anche sotto questo aspetto, la nostra civiltà e libertà.
Anche se, come detto, non tutti alla stessa maniera: uno dei risvolti più interessanti che ci offre l’autore è proprio l’evidenziazione delle differenze tra pontefice e pontefice nella resistenza all’invasore ottomano. Se un Niccolò V scriveva, nei giorni della caduta di Costantinopoli, che Maometto era «filius satana, filius perditionis, filius mortis, animas simul et corpora cum patre suo diabulo cupiens devorare» e subito dopo Callisto III giurava a Dio, nel giorno della sua intronizzazione, di spendere ogni giorno del suo pontificato, fino alla morte, per recuperare «Costantinopoli, che, a punizione del peccatore genere umano, fu conquistata e distrutta dal nemico del Crocifisso Salvatore, dal figlio del diavolo, Mohammed; per liberare inoltre i cristiani languenti in schiavitù, per rialzare la vera fede ed estirpare in Oriente la diabolica setta del reprobo e infedele Mohammed», se Pio II moriva di crepacuore per il dolore di essere abbandonato da tutti nel suo tentativo di Crociata, se san Pio V, Clemente VIII e il beato Innocenzo XI saranno i salvatori della Cristianità sotto attacco, altri pontefici ebbero ben altro atteggiamento: a volte “distratto”, a volte perfino complice (Clemente VII), a volte… inconcepibile (Paolo IV Carafa, in pieno Concilio di Trento, afferma pubblicamente che era pronto a ricorrere ai turchi pur di fermare gli Asburgo!).
Sono questi alcuni dei più interessanti rivolti di questa storia, fermo rimanendo che le pagine forse più da scoprire sono, al dunque, quelle dell’immenso scontro tra Carlo V da un lato a difendere la Cristianità e il traditore Francesco I di Francia con Solimano uniti dall’altro, scontro proiettato sul mare nei due uomini rivali giganti della guerra di corsa: il Barbarossa (uno dei più grandi criminali della storia umana, ma geniale in guerra) e Andrea Doria, colonna dell’impero asburgico.
Sottilmente interessante rimane anche scoprire la vita al TopKapi: il ruolo dei visir, quello dei giannizzeri, quello dei rinnegati e dei loro figli (in pratica, sultani e visir erano tutti di sangue occidentale), quello delle donne dell’Harem, spesso cristiane rapite da fanciulle, come la onnipotente Roxellana, preferita di Solimano e difensore dei cristiani. Da notare è che gli stessi sultani hanno quasi sempre arrecato la guerra anzitutto per ragioni religiose: essi stessi dovevano rispondere agli Ulema, oltre che a tutto il loro complesso mondo politico-militare. E solo in seconda battuta per ragioni economiche.
Insomma, si tratta di un’opera unica nel suo genere, finora inesistente in lingua italiana, che fornisce l’intero mosaico della plurisecolare guerra tra Islam ottomano e Cristianità. E apre le porte alla comprensione di tanti eventi successivi, fino ad arrivare al presente, nel quale, la Turchia, come sempre, svolge il suo preoccupante ruolo di “penetrazione” dell’islam in ambiente europeo.

mercoledì 4 ottobre 2017

Una Lepanto culturale – Editoriale di ottobre 2017 di “Radicati nella fede”

Nella festa di S. Francesco d’Assisi, confessore e Patrono d’Italia, vero «vir catholicus, et totus Apostolicus, Ecclesiae teneri fidem Romanae docuit, presbyterosque monuit prae cunctis revereri» (Innocenzo III, cit. in S. Bonaventura, Legenda Maior, III, 10), rilanciamo l’editoriale di Radicati nella fede, ripreso da Riscossa cristiana.



































Gregorio Vázquez de Arce y Ceballos, S. Francesco d'Assisi e Santi (Sacra Famiglia, SS. Teresa d'Avila e Francesco Saverio, Tommaso ed altro santo), 1650, Biblioteca Luis Ángel Arango / Museos y colecciones del Banco de la República,  Bogotà

S. Francesco entra in Paradiso, XIX sec., San Frangisk tal-Pjagi, Rabat (Malta)

Giovanni Gasparro, S. Francesco ricevuto da Innocenzo III, 2017, chiesa di S. Francesco, Trani

Preghiera dei frati davanti alla tomba di San Francesco, anni '50

UNA LEPANTO CULTURALE


Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno X n. 10 - Ottobre 2017

Ci vuole una nuova Lepanto, una Lepanto culturale, ma non contro i Turchi questa volta, ma contro gli effetti devastanti della Protestantizzazione Cattolica.
Nel 1571 il Papa S. Pio V riunì nella Lega Santa le corone cattoliche, perché unite difendessero la Cristianità contro l’invasione mussulmana dell’Impero Ottomano. Cosa sarebbe rimasto del Cristianesimo se questa vittoria della flotta cattolica non fosse avvenuta? I re obbedirono al Papa, la Madonna intervenne e la Cristianità fu salva: da quel 1571, il 7 di ottobre, la Chiesa ricorda quel miracolo, seguito ad un prodigioso impegno, con la festa della Madonna del Rosario, all’origine chiamata Nostra Signora delle Vittorie.
Ma di un’altra Lepanto c’è bisogno, di una Lepanto culturale, che richiede altrettanto prodigioso impegno di lavoro (di battaglia) e di preghiera.
La Chiesa cattolica, dall’epoca conciliare in poi, è entrata in una fase di impressionante avvicinamento al Protestantesimo, che ha come primo effetto il rifiuto del proprio passato, della propria storia.
È come se si volesse tornare a un Gesù “puro”, un Gesù del Vangelo, libero da tutte le “incrostazioni” della storia cristiana successiva, di tutta la storia della Chiesa, vista, ahimè, come un sostanziale tradimento del messaggio autentico di Gesù Cristo.
Il rifiuto della storia cristiana in nome di un Gesù “puro”, è in sostanza il contenuto di tutte le eresie, e in particolare di quella eresia magna e onnicomprensiva rappresentata dal Protestantesimo di Lutero e degli altri infelici suoi compagni.
Questo è il modo più potente per distruggere la Cristianità, cioè la società cristiana, e il Cristianesimo stesso; questo attacco del Protestantesimo è infinitamente più pericoloso dell’invasione mussulmana di ieri e... di oggi. È l’attacco interno che il nemico ha operato perché la Chiesa scompaia.
Per questo occorre una nuova Lepanto, culturale nel senso pieno, che riporti un pensiero corretto sulla Chiesa e la sua storia all’interno del Cattolicesimo stesso.
Sì, occorre proprio un simile lavoro, immane ma necessario, altrimenti perderemo Cristo stesso: non esiste un Gesù separato dalla storia da lui generata. Non esiste un Gesù separato dalla sua Chiesa, l’unica Chiesa Santa Cattolica Apostolica Romana. Ma non può esistere la Chiesa, Una Santa Cattolica Apostolica, separata dalla sua storia, da tutta la sua storia.
Nell’anno 2000 ci furono i devastanti mea culpa di Giovanni Paolo II, con i quali chiese perdono delle colpe storiche della Chiesa. Questi mea culpa furono il colpo di grazia a ciò che restava di una coscienza integralmente cattolica. È come se il gesto del Papa avesse dato via libera a tutte le falsità vomitate sulla storia della Chiesa Romana, falsità che il laicismo, figlio della protestantizzazione, ha propinato per decenni nelle scuole italiane e non solo. Nessuno guarda davvero dentro la storia della chiesa, dentro la storia della cristianità: se ci andassero scoprirebbero, certamente assieme al peccato degli uomini, la meravigliosa continuità storica della presenza di Cristo nel mondo, che ha prodotto cultura, intelligenza, santità e opere, opere soprattutto di carità vera.
Se si nega questa storia di grazia, che si dipana lungo i secoli, se ne si nega il valore come vorrebbe Lutero, si perde il Corpo di Cristo, si perde Cristo stesso.
Sta qui tutta la debolezza del Cattolicesimo che, per essere accettato nei salotti della modernità stancamente laica, deve rifiutare con un giudizio negativo il proprio passato.
È come tagliare il ramo su cui siamo posati: ci attende la caduta e la morte.
Una Chiesa che non difende la sua storia, conosciuta e amata, è una chiesa che vive una sconfinata solitudine difronte al potere del mondo: è sola, perché ha rifiutato quel corpo storico che l’ha generata.
Una chiesa che non difende la sua storia, è una chiesa che deve spiritualizzare il Corpo Mistico e la Comunione dei santi: diventano, queste, parole vuote, non indicanti mai una qualche realizzazione storica, ma solo un puro afflato poeticamente spirituale.
Ma una chiesa così è perfettamente incidente nella realtà, non cambia il mondo in cui il Signore l’ha posta; e se non lo cambia è inutile.
E una chiesa inutile non incontrerà più nessuno, perché quelli che si imbattono nella sua esigua presenza, non sono provocati ad un cambiamento.
L’attaccamento alla Messa Tradizionale, alla Messa della Cristianità, vuole essere anche un commosso canto d’amore alla gloriosa storia della Chiesa, alla storia effettiva della Cristianità, che ha attraversato il fiume di questi 2000 e più anni.
Non possiamo accettare la nuova messa, che invece è il frutto del rifiuto di questa storia, nel nome del ritorno ad un mitico cristianesimo primitivo, proprio come Lutero.
Ma chi si stacca dalla propria storia esce dalla Chiesa, e storia non ne fa.