Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 3 luglio 2015

L’obiettivo finale è sempre Roma

Mentre nel nostro continente si pensa a profanare il suolo europeo con vari gay pride ed in Italia si parla di “diritti civili” e di teoria del gender (v. da ultimo qui); mentre in Francia si vuole impedire persino ai calciatori di segnarsi col Segno di Croce per rispettare la “laicità” (v. qui), si fa sempre più concreto il pericolo di una conquista islamica, il cui centro di gravità è e rimane Roma. L’Europa ha abbandonato Dio e, per questo, non pensa neppure a se stessa ed al pericolo che su di essa incombe. A quest’Europa, divenuta ormai a-cristiana e sostanzialmente pagana, possono ben applicarsi le parole che san Paolo, nell’Epistola ai Romani, applicava ai Greci del suo tempo: «Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili. Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen. Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d’una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa» (Rom. 1, 22-32).
Ben volentieri rilancio quest'articolo del prof. De Mattei, tradotto in inglese da Rorate caeli.

L’obiettivo finale è sempre Roma

di Roberto de Mattei

La prima decapitazione islamica sul suolo europeo dai tempi della battaglia di Vienna (1683) è avvenuta, il 26 giugno 2015, mentre il “campione” dell’Occidente, Barack Obama, celebrava trionfalmente la legalizzazione dei “matrimoni” omosessuali imposta dalla Corte suprema degli Stati Uniti in tutti gli Stati dell’Unione.
Esattamente vent’anni prima, il 21 giugno 1995, venne ufficialmente inaugurata la moschea islamica di Roma, la più grande d’Europa, presentata come centro di dialogo ecumenico e di pace religiosa. L’unica voce di protesta che si levò in Italia fu quella del Centro Culturale Lepanto, che promosse un rosario di riparazione presso la chiesa di San Luigi Gonzaga, adiacente alla moschea, e in un comunicato definì la costruzione del centro islamico nel cuore della Città Eterna come «un atto simbolico di gravità inaudita. Roma è il centro della Fede cattolica: l’Islam nega alle radici le verità fondamentali della nostra fede e si propone di impiantare sui resti di quella che fu la Civiltà cristiana occidentale il suo dominio universale».
In quella stessa epoca, tra il 1992 e il 1995, si svolgeva la guerra etnica e religiosa di Bosnia, la prima guerra mediatica dell’epoca moderna, ma anche la più travisata dai media. La versione politicamente corretta del conflitto offriva l’immagine di un governo prevalentemente musulmano, ma di fatto multiculturale, assediato da nazionalisti radicali, croati e serbi, decisi ad annientare i musulmani in Bosnia.
La verità ignorata era che la Bosnia fu il primo fronte della Jihad globale di al-Qa’ida, il primo evento internazionale da cui l’Islam trasse un enorme beneficio. John R. Schindler, un analista americano che trascorse quasi un decennio nell’area balcanica, ha svolto di quella guerra una penetrante analisi (Unholy Terror: Bosnia, Al-Qa’ida, and the Rise of Global Jihad, Zenith Press, St Paul, Minnesota 2007), che coincide in molti punti con quella dello studioso di geopolitica Alexandre Del Valle (Guerres contre l’Europe, Edition des Syrtes, Paris 2000).
Fu negli anni Novanta, in Bosnia, che al-Qa’ida, divenne la multinazionale del jihad, sotto la guida di Osama Bin Laden e dei suoi mujaheddin. L’Arabia Saudita, che aveva pagato con trentacinque milioni di dollari la costruzione della moschea di Roma, ne spese centinaia per finanziare i combattenti della guerriglia islamica, incoraggiando i giovani musulmani di tutto il mondo a intraprendere la guerra santa in Europa. Il primo atto della Bosnia indipendente, che restava un paese a maggioranza cristiana, fu l’adesione all’Organizzazione della Conferenza Islamica (OCI), che raccoglie 57 Paesi di religione musulmana, uniti dal fine di propagare lasharī’a nel mondo.
Fin da allora appariva chiaro come l’Islam si muoveva secondo due linee strategiche. La linea “dolce” puntava sulla islamizzazione della società attraverso la rete delle moschee, che costituiscono un centro di propaganda politica e religiosa, ma anche di reclutamento militare, come quella di Milano, in viale Jenner, che fungeva da base operativa per far giungere uomini, denaro e armi in Bosnia. Espressione di questa strategia di espansione «gramsciana» sono i Fratelli Musulmani, fondati da Hasan al-Banna nel 1928, un movimento, come ricorda Magdi Allam, che «promuove l’islamizzazione della società a partire dal basso, tramite il controllo delle moschee, dei centri culturali islamici, delle scuole coraniche, di enti caritatevoli e di istituti finanziari» (Kamikaze made in Europe, Mondadori, Milano 2005, p. 22).
A questa linea strategica “dolce”, si affianca, ma non si contrappone, quella “leninista”, dell’islamismo radicale, che vuole giungere all’egemonia mondiale attraverso gli strumenti della guerra e del terrorismo. Questa linea dura ha visto negli ultimi anni il passaggio da al-Qa’idaall’Isis, uno Stato islamico che si estende dalle periferie di Aleppo, in Siria, a quelle di Baghdad, in Iraq, e ha come mèta dichiarata la ricostituzione di quel califfato universale che, come ha spiegato fin dagli anni Novanta la principale studiosa dell’Islam, Bat Ye’Or, non è il sogno dei fondamentalisti, ma l’obiettivo di ogni vero musulmano.
Le diverse linee strategiche dell’Islam convergono oggi in un medesimo progetto globale di conquista. Nell’atto di fondazione del califfato jihadista, la predica dalla moschea di Mosul, del 4 luglio 2014, Abu Bakr al Baghdadi, ha chiamato tutti i musulmani a unirsi a lui: se lo faranno, ha promesso, l’Islam arriverà fino a Roma e dominerà l’orbe terracqueo. Nei video diffusi dall’Isis appare la bandiera nera del califfato che sventola sul Vaticano, il Colosseo in fiamme e un mare di sangue che lo sommerge. Infine, l’annuncio del califfato libico, «siamo a sud di Roma», mentre Abu Muhammed al Adnani, portavoce dello Stato islamico dell’Iraq e della Grande Siria, annuncia: «Conquisteremo la vostra Roma, faremo a pezzi le vostre croci, ridurremo in schiavitù le vostre donne».
Lo stesso obiettivo è annunciato da oltre dieci anni dal principale esponente dei Fratelli Musulmani, l’imam Yusuf al Qaradawi che in una fatwa promulgata il 27 febbraio 2005, ha dichiarato che «alla fine, l’Islam governerà e sarà il padrone di tutto il mondo. Uno dei segni della vittoria sarà che Roma verrà conquistata, l’Europa verrà occupata, i cristiani saranno sconfitti e i musulmani aumenteranno e diventeranno una forza che controllerà tutto il continente europeo».
Yusuf Qaradawi che, dopo aver guidato la “primavera araba” egiziana, è stato condannato a morte in contumacia dalla Corte d’Assise del Cairo il 16 giugno di quest’anno, è il presidente del European Council for Fatwa and Research, con sede a Dublino, punto di riferimento teologico delle organizzazioni islamiche legate ai Fratelli musulmani. Le sue idee diffuse attraverso il canale satellitare Al Jazeera, influenzano larga parte dell’Islam contemporaneo. Per i Fratelli Musulmani, come per l’Isis, l’obiettivo finale non è Parigi o New York, ma la città di Roma, centro dell’unica religione che, fin dalla sua nascita, l’Islam vuole annientare. Il vero nemico non sono gli Stati Uniti o lo Stato di Israele, che non esistevano quando l’Islam arrivò alle porte di Vienna, nel 1683, ma la Chiesa cattolica e la Civiltà cristiana, di cui la religione di Maometto rappresenta una diabolica parodia.
Oggi però, da Roma, non risuonano le parole con cui san Pio V e il Beato Innocenzo XI incitarono alla Guerra Santa e arrestarono la marcia conquistatrice dell’Islam a Lepanto e a Vienna. E se Papa Francesco condivide le parole del Primo Ministro Inglese David Cameron secondo cui gli attentati del 26 giugno non sono nel nome dell’Islam, perché l’Islam è una religione di pace, la battaglia, sul piano umano, può dirsi perduta.
La risposta dell’Occidente alle proclamazioni e ai gesti di guerra dell’Islam sembra essere riassunta dall’hashtag LoveWins, con cui la lobby omosessualista inonda twitter e facebook. L’inversione di valori che questo messaggio esprime è destinata a capovolgersi nel contrario di ciò che afferma: non la vittoria, ma la schiavitù, come destino di un mondo che rinnega la sua fede e capovolge i princìpi dell’ordine naturale.
Eppure nulla è irreversibile nella storia. Un altro hahstag meriterebbe di diffondersi come una silenziosa, ma travolgente parola d’ordine sui social network: in hoc Signo vinces, l’insegna che era impressa sulla bandiera di Costantino a Saxa Rubra e che contiene la storia dei secoli futuri, quando gli uomini corrispondono alla Grazia divina. L’aiuto del Cielo non manca mai quando ci sono uomini di buona volontà che combattono affinché la Croce di Cristo vinca e regni nelle anime e nella società intera. Ci sono ancora questi uomini in Occidente?

martedì 19 maggio 2015

Croci abbattute dall’Iraq, alla Cina, alla Francia. L’iniquità dilaga, Gesù l’aveva predetto

Avevamo già parlato dell’ondata di odio verso i simboli della fede cristiana sia in Europa sia al di fuori di essa (v. qui e, da ultimo, qui).
È solo notizia di questi giorni della studentessa di Terni aggredita da un suo compagno di scuola perché a causa della Croce che aveva al collo e che non voleva togliere (v. qui, qui, quiqui, quiqui, nonché l'articolo di Riccardo Cascioli), o gli insulti ai cattolici durante la processione della Vergine da parte di un gruppo di immigrati islamici (v. qui e qui), o ancora la reprimenda ricevuta da una classe studentesca perché, desiderando un Crocifisso in aula, l’hanno disegnato sulla parete e, per questo, sono stati puniti dall’istituzione scolastica (v. qui e qui).
All’estero non può trascurarsi la vicenda della statua di Giovanni Paolo II, che un tribunale ha ordinato di rimuovere perché contraria alla laicità. Curioso è che quest’effige si è offerta di ospitarla una città ungherese (v. qui).
C’è poco da fare …. quando si eliminano i simboli cristiani, altri hanno il sopravvento. Se si rifiuta il giogo dolce e soave del Signore, altri gioghi, molto più pesanti, ci aspettano. Del resto la storia e la Scrittura insegnano. I Giudei che rifiutarono il Cristo quale loro re, preferendo in sua vece Cesare, come finirono? Dopo pochi anni, proprio l’imperatore romano distrusse il Tempio e Gerusalemme, gettando l’abominio della desolazione sul monte Sion. Nolumus hunc regnare super nos! Non habemus regem nisi Caesarem! Rifiutarono Cristo quale loro Re ed il suo Regno. Ma Cristo regnò e regna malgrado i suoi nemici e lo fece, lo fa e lo farà mediante la sua giustizia. Verumtamen inimicos meos illos, qui noluerunt me regnare super se, adducite huc: et interficite ante me (Luc. 19, 27).

Croci abbattute dall’Iraq, alla Cina, alla Francia.
L’iniquità dilaga, Gesù l’aveva predetto

di Renato Farina

Com’è dura però non far raffreddare l’amore


Cose di democrazia, diritti, giudici e politici premono perché ci si scriva sopra. E lo farò, sono ligio ai doveri. Eppure mi pare tutto distrazione, intervallo per la merendina, rispetto al grande tema. Da russo anarchico e furibondo di sentimenti in questo spazio dove faccio quello che mi pare, prima di tirar su il muro del mio gulag in cui rinchiudere quattro stupide parole, in questa dittatura delle cazzate, dico l’unica cosa che preme quando esco dalle proporzioni fasulle del bene e del male di questo tempo accidioso.
La notizia permanente, la casa che brucia adesso, è la persecuzione dei cristiani, cioè la persecuzione di Cristo. Ovvero. La persecuzione di Cristo, cioè la persecuzione dei cristiani. Finché c’è persecuzione di Cristo vuol dire che è vivo adesso. Finché è ucciso, vuol dire che risorge ora. Ma intanto ricordiamolo, stringiamoci intorno al Signore che sono quei nostri fratelli. Francesco insiste ogni giorno nella denuncia. Seguiamolo.
In Cina ora hanno stabilito di estirpare le croci dai campanili e dalle cupole, come ha già fatto il Califfo a Mosul e a Raqqa. Così come in Francia, a Rennes, estirpano la statua di Giovanni Paolo II dato che è diventato santo, e potrebbe rompere l’equilibrio infame della laicità su cui si regge la République. Avrei una proposta. Mettetegli in testa un cappello d’asino, a Karol Wojtyla, incidetegli una svastica sulla fronte: in questo modo diventerebbe una statua satirica, e la satira è sacra, ma nello stesso tempo anche laica, dunque nessuno avrà nulla da dire, e potremo pur pregare sotto la statua, ovviamente specificando che è una parodia dissacrante, e ce lo lasceranno fare. O mangeranno la foglia?

La Sua carezza al persecutore

Sono arrivato alla tesi estrema, che è meglio la bestemmia della condanna all’invisibilità. E beninteso questa invisibilità non è una congiura degli atei, ma il compromesso voluto dai cristiani di etichetta, i quali espellono Cristo dagli ambiti della loro vita, per avere il permesso di coltivarne il santino innocuo a latere, come quei giudici di tribunale che non contano niente, sono a latere, non rompono.
Di certo Gesù di Nazaret non è mai stato così tanto odiato. Non la sua figura antica, quella con il dovuto maquillage piacerà sempre, ma quella di Lui che è adesso presente e insopportabilmente vivo. E cammina per strada con le facce spesso da pirla dei cristiani, che senz’altro qualche spazzolata se la meritano. Ma qualche volta Cristo è offeso e maciullato perché i volti che lo rendono presente adesso – gli occhi di un bambino davanti all’Ostia, di una madre vecchia e pietosa – sono insopportabili. Dicono quei bambini e quelle madri, e tanti come loro dappertutto sul pianeta, che l’umano è sin d’ora nella sua pienezza. Non domani, alla fine della conquista islamica o al culmine del progresso della medicina e della genetica, ma ora, nel dolore schizzato di escrementi; ma adesso, divinamente .
Accadono cose sorprendenti, anche. Ed ora alcuni dismettono la loro persecuzione, come Raúl Castro, il quale senza dichiarare il minimo pentimento per i dissidenti cristiani incarcerati e fucilati, ora, forse, siccome le parole del Papa gli aggradano, minaccia di mettersi a pregare. E sono belle notizie. Come no? Avete colto un certo sarcasmo, suppongo. Eppure sbaglio. Non sappiamo come si fa largo lo Spirito, né come e quando scatti il «Domine non sum dignus, Deo gratias». Bisogna respingere la tentazione che dinanzi alla persecuzione si debba odiare o diventare gelosi della propria fede, come se fosse più preziosa della carezza di Cristo a un persecutore che dice: però, magari.
Valgano la parole del Risorto nel Vangelo: «Per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà» (Matteo 24,12). Per favore, il dilagare dell’iniquità non ci faccia raffreddare l’amore, la gratitudine, il perdono. E i magistrati, il diritto, la giustizia, la democrazia? La prossima volta.

Fonte: Tempi,18.5.2015 

domenica 10 maggio 2015

La Francia elimina le croci e recide le sue radici, già disseccate da 226 anni

Quella che un tempo era la figlia prediletta della Chiesa ha deciso irrimediabilmente, in una stolta lotta contro Dio, la religione e la Chiesa, di tagliare definitivamente le proprie radici cristiane, per la verità già disseccatesi da almeno 226 anni (v. qui e qui. Cfr. M. Matzuzzi, Parigi non vale una messa).
Ciò non rafforzerà – come credono gli stolti – l’unità di quel paese, ma segnerà la sua rovina, divenendo facile preda delle intemperie. Recise le radici ed ogni legame con ciò che era la vera storia della Francia, che è cristiana e religiosa, i francesi saranno – come aveva anche preannunciato il beato Charles de Foucauld – scacciati dalla loro stessa terra da chi è più forte di loro (v. qui).
Nella memoria liturgica di S. Antonino da Firenze, vescovo e confessore, posto quest’articolo, che fa riflettere sulla stoltezza dei governanti d’Oltralpe.

S. Antonino Pierozzi da Firenze, Basilica di S. Maria del Fiore, Firenze

La Francia elimina le croci e fa seccare le sue radici

Perseguitare per legge la tradizione religiosa è peggio di un delitto: dietro ai presepi e alle statue c’è la fede


A Rennes, nei giorni scorsi (v. anche qui), una statua di San Giovanni Paolo II è stata rimossa per ordine tribunalizio: troppa ostentazione nel segno della croce, par di capire... Non si comprende bene che cosa un santo, per di più papa, debba avere come simbolo: caramelle per le bambine, forse, pistole ad acqua per i maschietti, magari, di certo né croci e nemmeno santini, che, a ben guardare, altro non sono se non una propaganda religiosa mascherata. Secondo un dossier dell’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa, la Francia è in testa nella classifica dell’oltraggio e, come ha riportato Il Foglio commentando la notizia, c’è ancora chi, un candidato comunista a Bordeaux, chiede la chiusura delle parrocchie e delle scuole cattoliche in quanto «fortini di fondamentalismo religioso». La Francia, si sa, è un Paese laico, ma essere laici non ha mai impedito di restare cretini. A inizio Ottocento un giovane autore che si chiamava Chateaubriand scrisse Le Génie du Christianisme e, in una nazione dove la Dea Ragione aveva combinato disastri durante la Rivoluzione dell’89, sancì di nuovo e con più forza il rapporto che c’è fra un popolo e la sua storia, le tradizioni, il culto delle tombe e della memoria. Prima della Francia dei Lumi, insomma, c’era stata la Francia di San Dionigi, di San Luigi re e di Giovanna d’Arco, delle cattedrali gotiche e delle trappe, delle orazioni funebri intorno al defunto e, naturalmente, i dipinti, le musiche, i libri, le architetture che disegnavano un panorama composito che aveva saputo inglobare il mondo pagano precedente e dar luogo a una religione che si era inserita, innervandola, nella storia nazionale.
Dimenticarsene, era peggio di un delitto: era un errore sociale, politico, culturale. Due secoli dopo, siamo come due secoli prima, ma non staremo qui a scomodare lo «scontro di civiltà», la difesa delle libertà minacciate e, va da sé, quel «siamo tutti Charlie» echeggiato prepotentemente a ridosso del sanguinoso raid nella sede del giornale satirico parigino, culminato nella marcia pubblica dell’11 gennaio e poi più o meno frettolosamente archiviato. Una marcia, sia detto per inciso, dove i volti compunti degli Hollande e dei Sarkozy di turno, quel loro calarsi nella parte per rubarsi l’un l’altro la parte, sarebbero stati per noi motivo sufficiente per starsene a casa. E ancora, sempre per inciso, qualcuno avrebbe anche dovuto ricordare che i primi a «non essere Charlie» erano stati proprio quegli stessi redattori e vignettisti del settimanale Charlie Hebdo, specializzatisi negli anni precedenti in raccolte di firme e petizioni contro il Front National, ovvero, semplicemente, contro il diritto di pensarla diversamente da loro... No, la questione è un’altra ed è che tutte le civiltà cominciano a morire quando non credono più in se stesse, quando si vergognano dei propri simboli identitari, quando cavillano e si affidano a giudici, avvocati, tribunali per sancire la liceità di questo e di quello. Dietro alle statue delle Madonne rimosse, ai presepi considerati focolai di discriminazione, ai crocifissi nelle scuole «bastonati» come fossero armi improprie, c’è una babele ideologica che è la prima e la più forte avvisaglia di un’incapacità a vedersi come comunità nazionale, come coesione interna, come sistema di valori. Laicismo e religiosità si sono sempre contrapposti, anche aspramente, in Francia, e la legge che sancisce la separazione fra Stato e Chiesa arrivò lì ai primi del Novecento e fu fonte di lacerazioni, contrasti, scomuniche. Ma nel corso del XX secolo la secolarizzazione è andata avanti a passo di carica, aiutata da una modernità che tanto più distruggeva il passato, tanto più dissolveva legami e consuetudini, favoriva l’anonimia, spostava il baricentro dalla famiglia all’individuo. È anche per questo che in Francia, come altrove, del resto, il processo di sgretolamento è inizialmente apparso come l’ulteriore, definitiva vittoria dei diritti sui doveri, fino a raggiungere la stupefacente realtà della politica contemporanea in cui non esiste più una nazione a cui dover rendere conto, ma dei clienti-elettori a cui dare qualcosa in cambio del voto. L’aziendalismo politico attuale è la maschera con cui l’economia esercita il suo dominio facendo finta che ci siano ancora presidenti, capi di governo, deputati, senatori… Non sarà certo una statua o una croce in più o in meno a cambiare la situazione, perché l’errore sta proprio nell’isteria legalitaria con cui si pensa di guidare e/o formare i meccanismi che stanno alla base del vivere sociale. Un’orgia di rispetto costituzionale che fa a pugni con il buon senso, con la pratica consolidata, con la stessa libertà di dissentire e di non essere d’accordo, un feticismo delle regole e della correttezza politica che maschera il vuoto di ciò che c’è sotto, l’assoluta incapacità di essere in sintonia con i bisogni profondi di un Paese. Non è necessario svuotare le cattedrali dei loro fedeli, è sufficiente svuotare i fedeli nella fede, non religiosa, in un destino comune. Il resto viene da sé, ma senza radici non sono solo le piante a marcire al sole. Dell’avvenire, naturalmente.

venerdì 17 aprile 2015

La grottesca laïcité à l’italienne

Abbiamo più volte sottolineato come l’Europa, abbandonando la sua identità, che è cristiana, ed abbandonando la sua fede, si appresta a diventare facile terra di conquista.
Il giornalista de Il Foglio Matteo Matzuzzi affronta questo tema in alcuni suoi recenti articoli (Tra quarant’anni l’Europa secolarizzata sarà terra per atei; Mentre i cristiani vengono perseguitati, la Francia discute di “neutralità” sui manifesti), confermando sostanzialmente quanto da noi detto in precedenza (v. qui).

La grottesca laïcité à l’italienne

Il vade retro al prete che voleva benedire una scuola in Toscana. Le circolari della preside, i picchetti dei genitori (anche musulmani), i pronunciamenti in stile Comintern dei Cobas. Storie e follie multiculti

di Matteo Matzuzzi

La protesta di alcuni genitori davanti alla scuola di Perignano-Casciana Terme Lari

Roma. Alla fine, la benedizione nella scuola primaria di Perignano, frazione del comune di Casciana Terme Lari, provincia di Pisa, s’è fatta. Anche se non come avvenuto negli ultimi trentatré anni, visto che il parroco, don Armando Zappolini, non ha potuto accedere alle aule. Acqua santa solo nell’atrio, in modo simbolico. E solo sulle teste dei cattolici, precedentemente separati dagli altri bambini e radunati in aula magna. Di celebrare la messa pasquale nella palestra di Casciana, come s’è sempre fatto, neanche a parlarne: dopo riunioni, assemblee e proposte di mediazione, non se n’è fatto nulla. La preside, Angela Gadducci, ha deciso che non si può, e davanti ai sit-in di genitori, bambini e anziani del luogo incuriositi dal gran baccano, ha giurato di non aver nulla contro la religione cattolica. Anzi, “sono credente praticante”, ha confessato. Il problema è che la Corte costituzionale e il Consiglio di stato e le circolari ministeriali affermano senza ombra di dubbio che lo stato è laico e che nulla che abbia a che fare con madonne, santi e padreterni può interrompere la sacralità della lezione (le okkupazioni, a quanto pare, sì). La colpa sembra essere tutta di don Armando, che “non ha presentato la richiesta d’autorizzazione” per poter procedere al tradizionale rito. Niente domanda, niente acquasantiera a scuola. Il consiglio di istituto, subito convocato “d’urgenza”, ha ratificato la decisione, precisando che non c’è stata nessuna votazione, visto che il sacerdote aveva mancato di inoltrare la regolare documentazione. Questione di mera burocrazia, insomma, ma anche la considerazione che la scuola è laica e c’è da rispettare anche chi non crede o crede in altre divinità. Per quest’anno è andata così, per il prossimo si vedrà: è allo studio l’ipotesi di “permettere agli esponenti di qualsiasi religione di poter procedere con una richiesta di celebrazione all’interno della scuola”, ha spiegato la presidente del consiglio d’istituto. Per le modalità c’è tempo.
Ma a don Armando l’intera vicenda non è andata giù, e davanti ai parrocchiani riuniti in chiesa, lo scorso 31 marzo, alla vigilia della Settimana santa, ha detto: “Mi hanno chiuso le porte della scuola. Non potrò recarmi a benedire i vostri figli come ho sempre fatto”. Il mattino dopo, come i parigini rabbiosi giunti nel 1789 con picche e forche fin sotto l’aurea cancellata di Versailles, reclamando la parrucca di Luigi Capeto e della di lui consorte Maria Antonietta, schiere di genitori d’ogni colore politico e credo religioso si sono ritrovati davanti all’istituto reclamando la benedizione. Il governatore toscano, Enrico Rossi, s’è schierato dalle parti del parroco: “Un’idea astratta di multiculturalismo e pluralismo religioso non favorisce il rispetto e il dialogo tra diversi e rischia di suscitare paure e reazioni negative”. Perfino una donna islamica, ha scritto il Tirreno, ha alzato la voce contro la preside: “Mio figlio è musulmano ma vorrei ugualmente che ricevesse la benedizione. In questo modo si rischia di insegnare il razzismo ai bambini già nei loro primi anni di età”. I Cobas del pubblico impiego hanno preso, naturalmente, subito le difese della dirigente scolastica con toni da brigata partigiana rossa saltata fuori da un libro di storia: “Solidarizziamo con la preside e non con un prete che ha il sostegno delle destre e del Pd”. Visto che c’era, il sindacato – emulando le direttive della Federazione del libero pensiero così attiva in Francia – ha anche chiesto che vengano tolti i crocifissi dalle aule, “dal momento che non hanno nulla a che fare con la tradizione”. I Cobas attaccano direttamente il parroco, che ha osato presentarsi fuori dalla scuola con i paramenti sacri indossati (cotta e stola bianca): “Un prete con il sostegno del Pd e delle destre diventa il paladino della benedizione delle scuole dimenticando che sul territorio ci sarebbero da fare ben altre cose a sostegno di famiglie che non arrivano più a fine mese, di aziende chiuse per la prepotenza padronale ma non prima di avere beneficiato di ammortizzatori sociali e aiuti dalle istituzioni locali”, recita il comunicato che parrebbe vergato da Nicolae Ceausescu in persona, trenta o quarant’anni fa, prima di essere processato e fucilato da quelli che la moglie Elena continuava a chiamare fino all’ultimo “i miei figli”. La tradizione, semmai, prosegue la nota sindacale, “è quella della chiesa che ha benedetto le camicie nere fino al 1943”.
Osservazioni quantomeno avventate, visto che tutto si può dire di don Armando Zappolini tranne che sia una sorta di fiancheggiatore salviniano pronto a benedire la demolizione dei campi rom da un capo all’altro della penisola. Tutt’altro. E’ uomo dalle idee alquanto originali. Anni fa, gli toccò ricevere perfino una ramanzina dal Vaticano, che gli imputava di aver adibito la canonica a scuola di formazione islamica, una specie di madrasa nei sobborghi pisani: “Questo richiamo non era una cosa leggera. Se ce ne fosse stato un altro, non sarei più stato un prete”. Lui assicura di non voler tutelare una religione piuttosto che un’altra, neppure la cattolica di cui è (dopotutto) ministro: “Esistono tante religioni ma un solo Dio. E io sono pure favorevole a concedere la cittadinanza anche agli stranieri”. Al quotidiano online Quinews spiega che è assurdo dipingerlo come un crociato o, peggio, come un prete dedito al proselitismo nelle scuole – Blaise Pascal, probabilmente, gli avrebbe dato del lassista. Quel che è importante, dice, è “rispettare le tradizioni, e la preside non l’ha fatto”. Un po’ come i gesuiti con i riti malabarici e cinesi nel Seicento, insomma. Il dirigente scolastico avrebbe potuto prendere esempio proprio da don Armando, che quando si trovava in Burkina Faso si unì al saluto collettivo di un padre di famiglia che tornava dal pellegrinaggio alla Mecca prescritto dal Corano: “Corsi con tutto il paese a omaggiarlo. Mi unii di buon grado alla festa e al saluto collettivo”.

martedì 7 aprile 2015

La nostra croce in medio oriente e l’Europa che non difende neppure se stessa.

È stata notizia di alcuni giorni fa che la Francia, in preda ad uno dei periodici attacchi di laicismo acuto, ha deciso di eliminare – su iniziativa del gruppo “Laïcité et République moderne”, e del deputato socialista Yann Galut, leader del collettivo “La Gauche forte”, e della senatrice ecologista Esther Benbassa, alla guida del microscopico ma influente partito “Pari(s) du Vivre-Ensemble” – dalla toponomastica dei comuni d’Oltralpe ogni riferimento a “Saint” o “Sainte”, in quanto, a detta dei promotori dell’iniziativa, ci sarebbe un gruppo di cittadini (sic!), che si sentirebbe offeso se nel toponimo comunale vi sia un’eco – sia pur lontanamente – religiosa (v. qui).
La Francia, ancora una volta, da essere un tempo la figlia prediletta della Chiesa, si sta rivelando una figlia degenere, che tradisce le sue stesse radici e, perciò, a rimanere priva di difese, contro chi è più forte di lei.
Scacciando apertamente Dio ed i Santi dal suo stesso territorio, si sta preparando alla sua rovina, mostrando di non aver appreso nulla dalla storia. Eppure, in questi giorni, abbiamo meditato sui tristi effetti dell’uomo che abbandona Dio: il popolo giudaico rifiutò la sovranità di Gesù (Nolumus hunc regnare super nos), rigettandolo come Messia ed uccidendolo al di fuori delle mura della Città Santa, preferendolo a Cesare (Nos regem non habemus, nisi Caesarem, crucifigatur). Ebbene cosa fece Cesare meno di quarant’anni dopo? Con i suoi eserciti rase al suolo la Città ed il Tempio, ponendo su quei luoghi l’abominio della desolazione.
La sorte della Francia non potrà essere diversa. Già delle avvisaglie di una sua rovina le ha avute … con l’uccisione dei vignettisti francesi lo scorso gennaio (v. qui). Sarà solo questione di tempo, poiché non si è compreso che la vera difesa dell’Europa, dinanzi all’avanzata dell’islam c.d. integralista, passa attraverso la riscoperta dell’autentica fede cristiana, nella difesa dei suoi valori e dei cristiani nelle terre dell'Islam.
Per comprendere ciò, non è necessario essere "profeti" o essere dotati di particolari doni carismatici. Basta saper leggere la storia così come l'avrebbero letta i nostri avi, cioè sub specie aeternitatis.
Se cade, poi, la Francia, cadrà anche il resto dell’Europa, che si è posta sulla sua medesima strada. Italia compresa.

La nostra croce in medio oriente

Parla Bat Ye’or: poche speranze per i cristiani in terra islamica, l’Europa non difende nemmeno se stessa

di Giulio Meotti

I cristiani di Qaraqosh rifugiati a Erbil, in Iraq (foto LaPresse)

“Disastri naturali come lo tsunami o i terremoti provocano sempre straordinari movimenti di solidarietà in tutto l’occidente, mentre la scomparsa di intere popolazioni cristiane, della loro civiltà antiche duemila anni, non commuove mai nessuno”. A colloquio con il Foglio, Bat Ye’or (pseudonimo di Gisele Littman) è a dir poco disincantata su questo che a suo avviso è uno dei massimi rivolgimenti demografici e religiosi della storia dell’umanità: la fine della presenza cristiana nel mondo arabo-islamico. Un cataclisma dalle proporzioni che verranno comprese soltanto a ciclo compiuto.
Lei è la storica inglese-svizzera, nata in Egitto, che per prima ha narrato la storia della “dhimmitudine”, ovvero l’assoggettamento, la mutilazione, l’inferiorità e la debolezza dei non musulmani (ebrei e cristiani) all’interno dell’islam sovrano, che li ha condannati in quanto semenzaio di menzogne ed eresie.
La prima volta che Bat Ye’or ne scrisse fu sulla rivista parigina Commentaire, fondata da un gruppo di discepoli liberali di Raymond Aron. Da allora, Bat Ye’or ha scritto saggi come “Les Juifs en Egypte”, “Le Dhimmi: profil de l’opprimé en Orient et en Afrique du nord depuis la conquête arabe” e di “Les chrétientés d’Orient” con la prefazione del teologo protestante Jacques Ellul, per citarne soltanto alcuni.
“La situazione della cristianità orientale è una tragedia di proporzioni immense”, dice la storica al Foglio. “Anche coloro, come il presidente egiziano al Sisi che vorrebbero aiutare, sembrano impotenti in queste circostanze drammatiche. Per quanto riguarda l’occidente, le scelte strategiche e ideologiche che ha compiuto nel secolo scorso lo rendono incapace di comprendere la tragedia. Forse è un altro segno della decadenza dell’occidente, di una politica deliberata di cancellazione dell’identità cristiana attraverso la globalizzazione e l’islamizzazione, e con esse il rifiuto dei valori giudeo-cristiani che emergono nell’attuale cultura occidentale che esecra Israele. Abbiamo tutti visto decine di migliaia di persone sfilare nelle strade delle capitali d’Europa a favore dei palestinesi mentre stavano sommergendo i civili israeliani di missili e gridavano ‘morte a Israele e agli ebrei’, ma l’agonia cristiana nelle terre islamiche porterebbe appena cinquecento persone nelle strade di Parigi. Dagli anni Settanta, tutti i partiti politici europei hanno sostenuto i palestinesi e gli interessi arabo-islamici. I cristiani d’oriente divennero l’avanguardia della politica europea antisionista e persone come Edward Said i detrattori della civiltà occidentale che magnificavano la superiorità di quella musulmana”.
La lista è impressionante. George Habash (1926-2008), “il padrino del terrorismo mediorientale”, era un cristiano greco-ortodosso che cantava in chiesa come chierichetto. È la stessa storia di Wadie Haddad (1927-1978), cristiano e spietato organizzatore di azioni terroristiche. Il Baath, partito al potere in Iraq e in Siria, è stato fondato dal cristiano Michel Aflaq (1910-1989). L’invenzione della parola “nakba”, per indicare la “catastrofe” della nascita di Israele, si deve al cristiano Constantin Zureiq (1909-2000). In Libano, i movimenti dei cristiani Michel Aoun e Suleiman Frangieh sono alleati di Hezbollah. “Ovviamente fu il disperato tentativo di comunità cristiane vulnerabili sotto una spada di Damocle, una popolazione che avrebbe potuto sopravvivere nell’oceano islamico soltanto sostenendo il potere che li avrebbe poi distrutti”, ci dice Bat Ye’or.
La storica non si abbandona a falsi distinguo sullo Stato islamico (Is). “Oggi l’Is applica le leggi jihadiste che hanno portato alla conquista del medio oriente cristiano. I massacri, le schiavitù, le espulsioni, il ricatto, la distruzione di monumenti, libri e retaggi di antiche civiltà, sono descritti in migliaia di libri nei secoli. Ma a partire dal secolo scorso, a causa della storia d’amore dell’Europa con i palestinesi, questa storia è stata proibita e sostituita con la visione islamica della tolleranza musulmana e della natura maligna di Israele. Oggi le sofferenze umane dei cristiani, che richiederebbero aiuto internazionale, sono aggravate dalla perdita della memoria storica, di secoli di tesori e di tradizioni di passate generazioni immortalate in vecchi libri. È la storia della dhimmitudine, che è stata negata dal consenso politico”.
Non vede alcun futuro per i cristiani in medio oriente. “È difficile prevedere l’evoluzione di questo caos provocato da una Europa cieca e dal presidente americano Barack Obama, entrambi sedotti dai loro consiglieri preferiti: i musulmani radicali e i Fratelli musulmani. È chiaro che qualunque cosa succederà, i cristiani emigreranno. Forse una esigua comunità copta resterà in Egitto, ma la presenza cristiana si affievolirà in altre regioni. Già oggi il carattere cristiano del Libano è scomparso come conseguenza della Guerra civile del 1970-80 e del sostegno dato dall’Europa e dalla Francia ai palestinesi contro i cristiani. L’Europa ha smesso di difendere se stessa, come potrebbe difendere qualcun altro? Da presidente della Commissione europea, Romano Prodi biasimò il diritto di Israele all’autodifesa dandoci un esempio dell’Europa compiacente che incoraggiava l’immigrazione. I cristiani emigreranno, ma non come fecero gli ebrei. Gran parte degli ebrei sono tornati alla loro terra natia dove hanno restaurato una antica civiltà. Gli ebrei avevano una visione che li univa nonostante le divisioni e le differenze. La proclamazione della libertà e della dignità dell’essere umano, la liberazione dalla schiavitù hanno costituito il certificato di nascita di Israele che ha preservato la sua identità e anima nei millenni”.
Israele è odiato proprio perché ha vinto la dhimmitudine, la sottomissione all’islam. “I cristiani invece sono stati le vittime della rivalità politica europea. Divisi, traumatizzati dai genocidi ottomani, i cristiani d’oriente non hanno potuto farcela senza aiuto esterno. È stata una tragedia cristiana”.
E una tragedia in cui l’occidente ha una responsabilità impressionante. “Sì, e in molti modi. Inghilterra e Francia hanno diviso l’identità cristiana persuadendo i cristiani che erano arabi e che dovevano militare con i musulmani per formare una nuova ideologia: il nazionalismo arabo che avrebbe sconfitto il sionismo. C’erano arabi cristiani, è vero, ma gran parte dei cristiani erano cristiani arabizzati dalla conquista araba delle loro terre. Inoltre, molti cristiani non erano antisraeliani e si vedevano come gli abitanti indigeni del medio oriente. Su pressione delle due potenze coloniali, i cristiani divennero più arabi degli arabi, i mercenari cristiani delle cause islamiche, in particolare dei palestinesi. La militanza dhimmi a favore dell’islam e del suo dominio in espansione ha alterato la coscienza storica cristiana. Minoranze vulnerabili vennero usate per diffondere in occidente odio antiebraico. Dovevano seppellire la loro storia dhimmi per abbracciare la tolleranza islamica. A livello politico, Francia, Inghilterra e America hanno rifiutato di concedere ad assiri e armeni regioni autonome dopo la Prima guerra mondiale, temendo le popolazioni islamiche delle loro colonie. Rifiutarono anche la protezione dei cristiani dopo la fine dei mandati, suggerendo loro di integrarsi con gli arabi. Il risultato fu un genocidio di Assiri negli anni 30. Avvenne lo stesso con la richiesta curda di autonomia. Soltanto la falsa identità palestinese basata sul jihad e creata dalla Francia nel 1969 ha creato consenso nella guerra dell’Unione europea contro Israele”.
Bat Ye’or conclude con una triste premonizione: “Avendo negato la storia della sottomissione, l’Europa oggi vive senza conoscerla, insicura sotto la minaccia jihadista. L’estinzione della cristianità orientale potrebbe prefigurare il futuro stesso dell’Europa”. Sarà questa la punizione per la nostra cupidigia da dhimmitudine?

domenica 8 marzo 2015

Ancora sui 21 martiri copti

Della straordinaria testimonianza dei 21 martiri copti uccisi in odio alla fede cristiana, canonizzati dalla Chiesa copta, abbiamo già parlato in precedenza.
Un articolo di Sandro Magister, rilanciato anche da Il Timone, ci racconta alcuni particolari delle vite di questi martiri cristiani.
Straordinaria anche la testimonianza dei parenti degli uccisi, che mostrano una salda convinzione religiosa nella promessa del Redentore: “chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà” (Mc 8, 35), e che giungono non solo a perdonare i miliziani dell'IS, ma addirittura a ringraziarli per aver aperto loro le porte del Cielo.
Eppure nonostante quest’episodio (del resto, non isolato, visto che altre uccisioni di cristiani sono state compiute sempre dall’IS in odium fidei: v. qui, qui e qui, tanto che può dirsi che in quelle terre i cristiani portino la Croce di Cristo con coraggio dinanzi ai tagliagole), che dovrebbe insegnare molto, si continua – erroneamente – a mostrare segni di cedimento verso l’islam, facendo credere che, cedendo la propria identità, si possa sperare di avere una sorte migliore. In fondo, si … fraternizzerebbe. Così apprendiamo che a New York – e per la verità anche nel Vecchio Continente – le lezioni scolastiche si sospendono per il ramadan e per le festività ebraiche, mentre per il Natale si preferisce – al fine di evocare anche lontanamente la fede cristiana – parlare di “sospensione invernale”.
Abbiamo già detto, in occasione della c.d. strage parigina, che ogni cedimento non viene apprezzato dall’islam né “fraternizza” né assicura che le vite ed i beni siano risparmiati, in quanto vien visto come un pavido invito a conquistare terre che, ormai, si sono “svuotate” di quel coagulante che era la fede, hanno abbandonato la Croce, e che, perciò, possono ben essere alla mercé di un’ideologia più forte.
Per questo, non devono destare sorpresa le affermazioni di imam italici che salutano come “eroi” i combattenti del sedicente califfato.  

San Milad Saber e i suoi venti compagni

La loro storia è la stessa degli Atti dei Martiri del primi secoli. Uccisi dalla spada dell’islam per puro odio della loro fede cristiana
di Sandro Magister



ROMA, 2 marzo 2015 – Hanno rifiutato di adorare i falsi dei, sono rimasti forti nella fede del loro battesimo, sono stati decapitati mentre invocavano il nome di Gesù.
I ventuno cristiani egiziani uccisi in Libia dalle milizie del califfato islamico sono entrati subito nel novero dei santi. Il patriarca della Chiesa copta Tawadros II ha stabilito che la loro memoria sia iscritta nel Synaxarium, il martirologio della Chiesa copta, e che siano ricordati e venerati ogni ottavo giorno del mese di Amshir, che corrisponde al 15 febbraio del calendario gregoriano.
È il giorno nel quale fu reso pubblico dal califfato il video della loro uccisione. E coincide nel calendario liturgico copto con la festa della presentazione di Gesù al tempio.
Nel video tutti hanno potuto notare che nel momento della decapitazione alcuni di loro invocavano in arabo il nome di Gesù e sussurravano preghiere. Quello di cui più distintamente si sono percepite le parole è stato Milad Saber, figlio di contadini di un villaggio del Medio Egitto. Lui era celibe, mentre la maggior parte dei suoi compagni erano sposati, con uno o più figli piccoli. Quindici provenivano da Al-Our e sei da cinque altri villaggi della stessa zona, nei dintorni della cittadina di Samalut. Più di ottanta loro compagni sono tuttora in Libia, provenienti da questi stessi villaggi.
È una regione con forte presenza di cristiani e con un antichissima chiesa meta di pellegrinaggi, su una rupe sul Nilo, dove la tradizione narra che Maria, Giuseppe e Gesù sostarono durante la loro fuga in Egitto.
Ed è anche una regione, con capoluogo Minya, nella quale spesso i copti sono stati fatti segno, anche in tempi recenti, di ostilità e aggressioni da parte musulmana, con poca o nessuna loro difesa ad opera delle forze di sicurezza.
Ma molte cose sono cambiate, nei giorni del loro martirio. Il primo ministro egiziano, assieme ad altri sei ministri, ha visitato ad una ad una le case in cui vivono i genitori, le mogli e i figli degli uccisi e si è detto “orgoglioso che l’Egitto abbia questi martiri in paradiso”. Ai cristiani ha assicurato: “Tutti voi siete un grande valore per la nazione. Siamo pronti a sacrificare noi stessi per tutti i figli dell’Egitto”. Ha annunciato che farà costruire nel villaggio di Al-Our, a spese dello Stato, una chiesa in memoria dei martiri.
Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi non è stato da meno. Ha annunciato la costruzione di una chiesa in onore dei martiri proprio a Minya, il capoluogo del Medio Egitto nel quale numerose chiese copte portano ancora i segni degli ultimi attacchi compiuti da musulmani fanatici.
Ma questa è solo l’ultima delle sorprese prodotte dal generale aì Sisi, salito al potere dopo aver rovesciato il regime dei Fratelli Musulmani, questo sì molto persecutorio nei confronti dei copti.
Al Sisi non è espressione di quella “laicità” militare rappresentata dai precedenti “rais” dell’Egitto, da Nasser a Sadat a Mubarak.
Anche lui proviene dagli alti quadri militari. Ma è sempre stato ed è tuttora un musulmano fervente, proprio per questo – pare – messo a capo dell’esercito, durante l’effimera presidenza di Mohammed Morsi, proprio da quei Fratelli Musulmani che ora egli tiene sotto il tallone.
Conosce a memoria il Corano e lo cita in ogni suo discorso, prega, digiuna nei tempi stabiliti, ha una moglie che porta il velo e una figlia che veste il niqab integrale.
Ma è anche stato lo studente modello che nel 2006, negli Stati Uniti, allo US Army War College della Pennsylvania, scrisse una tesi di dottorato su democrazia e mondo islamico, ritenendoli compatibili.
“Frequentavamo la stessa moschea ed era il più informato di tutti sulla storia islamica”, ha raccontato a Giulio Meotti del “Foglio” Sherifa Zuhur che fu una dei suoi docenti americani. “Al Sisi si oppone all’estremismo islamico non solo perché esso contrasta l’Occidente, ma perché ha diviso i musulmani e ha fatto un gran danno alla loro capacità di reinterpretare la fede in allineamento con i principi umanitari moderni. E anziché aiutare lo sviluppo della regione araba ha portato alla sua disgregazione”.
E infatti contro al Sisi, pragmatico e pio, è già scattata la fatwa di chi lo vuole morto, dopo lo storico dirompente discorso da lui tenuto a fine dicembre alla grande università islamica di al Azhar e dopo la sua partecipazione alla messa di Natale nella cattedrale copta del Cairo, un gesto senza precedenti.
Una “rivoluzione nell’islam” ha definito questi suoi atti l’islamologo Samir Khalil Samir, egiziano, gesuita, docente all’Université Saint-Joseph di Beirut e al Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica di Roma.
Ma ecco i nomi dei ventuno martiri copti uccisi in Libia dai boia del califfato:

Milad Saber Mounir Adly Saad, celibe, del villaggio di Menbal;
Sameh Salah Farouq, sposato, un bambino, del villaggio di Manqarius;
Ezzat Boshra Nassif, sposato, con un figlio di 4 anni, del villaggio di Dafash;
Mina Shehata Awad, del villaggio di Al-Farouqeyya;
Louqa Nagati Anis Abdou, 27 anni, sposato, con un bambino di 10 mesi;
Essam Baddar Samir Ishaq, celibe, entrambi del villaggio di al-Gabaly.

Del villaggio di Al-Our:

Hany Abdal-Massih Salib, sposato; con tre figlie e un figlio;
Guergues Milad Sanyut, celibe;
Tawadraus Youssef Tawadraus, sposato, con tre figli da 7 ai 13 anni;
Kyrillos Boschra Fawzy, celibe;
Magued Soliman Shehata, sposato, due figlie e un figlio Mina Fayez Aziz, celibe;
Samouïl Alham Wilson, sposato, con tre figli di 6, 4 e 2 anni;
Bishoï Stephanos Kamel, celibe;
Samouïl Stephanos Kamel, fratello di Bishoi, celibe;
Malak Abram Sanyut, sposato, tre bambini;
Milad Makin Zaky, sposato, una figlia;
Abanub Ayyad Ateyya Shehata, celibe;
Guergues Samir Megally Zakher, celibe;
Youssef Shukry Younan, celibe;
Malak Farag Ibrahim, sposato, una bambina.

Naturalmente questi non sono i soli cristiani ad essere caduti vittima dell’odio che tanti musulmani nutrono nei confronti degli “apostati” dal vero islam, fatto coincidere con quello che è professato da loro.
Gli ultimi della serie sono i cristiani armeni, siriaci e soprattutto assiri di trentacinque villaggi nell’estremo nordest della Siria, lungo il fiume Khabur, invasi nei giorni scorsi dall’esercito del califfato.
Decine gli uccisi, centinaia quelli presi in ostaggio, migliaia quelli fuggiti abbandonando tutto.
L’ironia della storia è che i nonni di questi cristiani si erano rifugiati lì negli anni Trenta del secolo scorso per scampare ai massacri di cui erano vittima nel neonato Iraq.
“Abbandonati da tutti, è questo il loro sentimento”, ha detto il nunzio vaticano a Damasco, l’arcivescovo Mario Zenari.
In effetti questi cristiani non hanno loro uomini in armi, non hanno né curdi, né sunniti, né sciiti che li difendano, non hanno alcun sostegno dalla coalizione internazionale anti-califfato. Sono davvero gli ultimi degli ultimi, con l’unico conforto dei cristiani di altri paesi – ad esempio tramite l’Aiuto alla Chiesa che Soffre – che offrono loro un minimo di soccorso nei luoghi dove trovano rifugio.
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I tre reportage del corrispondente di “Asia News” in Egitto dai villaggi natali dei ventuno martiri copti:

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Sul discorso del 28 dicembre 2014 del presidente egiziano al Sisi all’università di al Azhar:


Il video di un passaggio saliente del discorso, con sottotitoli in inglese:


E la valutazione di questo discorso, come pure di quello successivo dell’imam di al Azhar alla Mecca, da parte del gesuita islamologo egiziano Samir Khalil Samir:

Fonte: blog www.chiesa di Sandro Magister, 2.3.2015