Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 20 aprile 2015

Altri cristiani muoiono per la loro fede …

Avevamo già parlato dei martiri copti, uccisi dall’Isis. Oggi apprendiamo di questi altri neo-martiri etiopi, uccisi per la loro fede cristiana, perché non hanno voluto convertirsi alla religione maomettana. Qui le orribili immagini.
Eppure non solo nei paesi del Vicino Oriente e nel Nord-Africa i cristiani sono perseguitati. è notizia di pochi giorni fa del caso di Nauman Masih, giovane cristiano di 14 anni, bruciato vivo da alcuni ragazzi musulmani del Lahore, e che è morto pochi giorni fa per le conseguenze delle bruciature ricevute.
O ancora si possono ricordare i 12 profughi cristiani gettati in mare dai loro compagni di sventura musulmani, perché, appunto, di fede cristiana (v. qui e qui). E la cosa drammatica è che alcuni alti prelati si ostinino a negare tale evidenza perché, secondo i loro teoremi, l'islam non sarebbe contrario alla fede cristiana .... (v. qui). Tale situazione la lamenta anche Chiesa e postconcilio
Lasciamo ad ogni lettore di buon senso il giudizio su queste supposte ipotesi, che sono riprovate da coloro che vivono da vicino quell'esperienza (v. qui). Chi parla, invece, lo fa, avulso dalla realtà, al sicuro nel suo aureo palazzo ... .

Libia, l’Isis fa strage di cristiani: assassinati 29 etiopi copti

Un video diffuso sul web mostra l’uccisione a Barqa, nell’est del paese, di 29 etiopi di fede cristiana

di Guido Olimpio

Un Tweet di Site che mostra alcune immagini della strage

WASHINGTON - L’Isis in Libia non ha la forza dei combattenti in Siria o Iraq, ma sa come prendersi i titoli. Con le stragi di ostaggi. Un video diffuso sul web mostra l’uccisione a Barqa, nell’est del paese, di 29 etiopi di fede cristiana. Un’esecuzione secondo il consueto modus operandi: gli uomini mascherati, la fila dei prigionieri, l’uccisione. Il portavoce, che impugna una pistola e ricorda il famigerato Jihadi Joe, ribadisce che i cristiani devono convertirsi o pagare la tassa prevista dalla legge islamica, monito accompagnato dalle solite minacce contro «le nazioni crociate». Segue la decapitazione di alcune delle vittime. Una scena truculenta che è la parte finale di un lungo filmato propaganda preparato dal «canale» al Furqan, l’ala mediatica del movimento. Nel documento compaiono immagini di chiese e simboli cristiani demoliti, così come c’è una foto di Papa Ratzinger. Simboli nemici da abbattere: «Diciamo ai cristiani che vi troveremo ovunque, anche se sarete protetti in roccaforti fortificate», afferma un militante Isis.

Ripetizione

Non avendo a disposizione degli occidentali, l’Isis ha probabilmente cercato altre «prede» ed ha sequestrato - non è chiaro dove e quando - un gruppo di etiopi cristiani. Una ripetizione di quanto avvenne a Sirte in febbraio fa con la barbara uccisione degli egiziani copti e di un povero ghanese. Una sortita seguita da alcune operazioni militari minori e attentati contro un paio di ambasciate a Tripoli. Azioni contrastate dalla risposta delle altre milizie che agiscono in Libia, a partire da quelle di Misurata. Secondo gli osservatori l’Isis locale è coordinato da alcuni «ufficiali» mandati dal Califfo nella speranza di aprire un nuovo fronte. Quanto ai numeri c’è grande incertezza. Il Dipartimento di Stato, citando fonti aperte, parla tra i mille e i 3 mila combattenti, ma è un dato tutto da verificare.

Strategia

La strategia dei jihadisti radicali è abbastanza evidente. Cerca di ampliare la sua presenza nell’Est della Libia, punta ad attirare nei suoi ranghi gli elementi di altre formazioni, tenta di rafforzare il proprio apparato militare (più debole rispetto a quello dei rivali) e usa la doppia carta attentati-esecuzioni per mantenere la pressione. Non molto diverso dalla tattica usata in Iraq. Le uccisioni di decine di civili e l’impiego di attentatori suicidi sono fondamentali poi sotto l’aspetto della propaganda. In questo modo l’Isis si inserisce in modo sanguinoso nel caos libico presentandosi come il nemico dei paesi occidentali, dalla Francia all’Italia.

domenica 8 marzo 2015

Ancora sui 21 martiri copti

Della straordinaria testimonianza dei 21 martiri copti uccisi in odio alla fede cristiana, canonizzati dalla Chiesa copta, abbiamo già parlato in precedenza.
Un articolo di Sandro Magister, rilanciato anche da Il Timone, ci racconta alcuni particolari delle vite di questi martiri cristiani.
Straordinaria anche la testimonianza dei parenti degli uccisi, che mostrano una salda convinzione religiosa nella promessa del Redentore: “chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà” (Mc 8, 35), e che giungono non solo a perdonare i miliziani dell'IS, ma addirittura a ringraziarli per aver aperto loro le porte del Cielo.
Eppure nonostante quest’episodio (del resto, non isolato, visto che altre uccisioni di cristiani sono state compiute sempre dall’IS in odium fidei: v. qui, qui e qui, tanto che può dirsi che in quelle terre i cristiani portino la Croce di Cristo con coraggio dinanzi ai tagliagole), che dovrebbe insegnare molto, si continua – erroneamente – a mostrare segni di cedimento verso l’islam, facendo credere che, cedendo la propria identità, si possa sperare di avere una sorte migliore. In fondo, si … fraternizzerebbe. Così apprendiamo che a New York – e per la verità anche nel Vecchio Continente – le lezioni scolastiche si sospendono per il ramadan e per le festività ebraiche, mentre per il Natale si preferisce – al fine di evocare anche lontanamente la fede cristiana – parlare di “sospensione invernale”.
Abbiamo già detto, in occasione della c.d. strage parigina, che ogni cedimento non viene apprezzato dall’islam né “fraternizza” né assicura che le vite ed i beni siano risparmiati, in quanto vien visto come un pavido invito a conquistare terre che, ormai, si sono “svuotate” di quel coagulante che era la fede, hanno abbandonato la Croce, e che, perciò, possono ben essere alla mercé di un’ideologia più forte.
Per questo, non devono destare sorpresa le affermazioni di imam italici che salutano come “eroi” i combattenti del sedicente califfato.  

San Milad Saber e i suoi venti compagni

La loro storia è la stessa degli Atti dei Martiri del primi secoli. Uccisi dalla spada dell’islam per puro odio della loro fede cristiana
di Sandro Magister



ROMA, 2 marzo 2015 – Hanno rifiutato di adorare i falsi dei, sono rimasti forti nella fede del loro battesimo, sono stati decapitati mentre invocavano il nome di Gesù.
I ventuno cristiani egiziani uccisi in Libia dalle milizie del califfato islamico sono entrati subito nel novero dei santi. Il patriarca della Chiesa copta Tawadros II ha stabilito che la loro memoria sia iscritta nel Synaxarium, il martirologio della Chiesa copta, e che siano ricordati e venerati ogni ottavo giorno del mese di Amshir, che corrisponde al 15 febbraio del calendario gregoriano.
È il giorno nel quale fu reso pubblico dal califfato il video della loro uccisione. E coincide nel calendario liturgico copto con la festa della presentazione di Gesù al tempio.
Nel video tutti hanno potuto notare che nel momento della decapitazione alcuni di loro invocavano in arabo il nome di Gesù e sussurravano preghiere. Quello di cui più distintamente si sono percepite le parole è stato Milad Saber, figlio di contadini di un villaggio del Medio Egitto. Lui era celibe, mentre la maggior parte dei suoi compagni erano sposati, con uno o più figli piccoli. Quindici provenivano da Al-Our e sei da cinque altri villaggi della stessa zona, nei dintorni della cittadina di Samalut. Più di ottanta loro compagni sono tuttora in Libia, provenienti da questi stessi villaggi.
È una regione con forte presenza di cristiani e con un antichissima chiesa meta di pellegrinaggi, su una rupe sul Nilo, dove la tradizione narra che Maria, Giuseppe e Gesù sostarono durante la loro fuga in Egitto.
Ed è anche una regione, con capoluogo Minya, nella quale spesso i copti sono stati fatti segno, anche in tempi recenti, di ostilità e aggressioni da parte musulmana, con poca o nessuna loro difesa ad opera delle forze di sicurezza.
Ma molte cose sono cambiate, nei giorni del loro martirio. Il primo ministro egiziano, assieme ad altri sei ministri, ha visitato ad una ad una le case in cui vivono i genitori, le mogli e i figli degli uccisi e si è detto “orgoglioso che l’Egitto abbia questi martiri in paradiso”. Ai cristiani ha assicurato: “Tutti voi siete un grande valore per la nazione. Siamo pronti a sacrificare noi stessi per tutti i figli dell’Egitto”. Ha annunciato che farà costruire nel villaggio di Al-Our, a spese dello Stato, una chiesa in memoria dei martiri.
Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi non è stato da meno. Ha annunciato la costruzione di una chiesa in onore dei martiri proprio a Minya, il capoluogo del Medio Egitto nel quale numerose chiese copte portano ancora i segni degli ultimi attacchi compiuti da musulmani fanatici.
Ma questa è solo l’ultima delle sorprese prodotte dal generale aì Sisi, salito al potere dopo aver rovesciato il regime dei Fratelli Musulmani, questo sì molto persecutorio nei confronti dei copti.
Al Sisi non è espressione di quella “laicità” militare rappresentata dai precedenti “rais” dell’Egitto, da Nasser a Sadat a Mubarak.
Anche lui proviene dagli alti quadri militari. Ma è sempre stato ed è tuttora un musulmano fervente, proprio per questo – pare – messo a capo dell’esercito, durante l’effimera presidenza di Mohammed Morsi, proprio da quei Fratelli Musulmani che ora egli tiene sotto il tallone.
Conosce a memoria il Corano e lo cita in ogni suo discorso, prega, digiuna nei tempi stabiliti, ha una moglie che porta il velo e una figlia che veste il niqab integrale.
Ma è anche stato lo studente modello che nel 2006, negli Stati Uniti, allo US Army War College della Pennsylvania, scrisse una tesi di dottorato su democrazia e mondo islamico, ritenendoli compatibili.
“Frequentavamo la stessa moschea ed era il più informato di tutti sulla storia islamica”, ha raccontato a Giulio Meotti del “Foglio” Sherifa Zuhur che fu una dei suoi docenti americani. “Al Sisi si oppone all’estremismo islamico non solo perché esso contrasta l’Occidente, ma perché ha diviso i musulmani e ha fatto un gran danno alla loro capacità di reinterpretare la fede in allineamento con i principi umanitari moderni. E anziché aiutare lo sviluppo della regione araba ha portato alla sua disgregazione”.
E infatti contro al Sisi, pragmatico e pio, è già scattata la fatwa di chi lo vuole morto, dopo lo storico dirompente discorso da lui tenuto a fine dicembre alla grande università islamica di al Azhar e dopo la sua partecipazione alla messa di Natale nella cattedrale copta del Cairo, un gesto senza precedenti.
Una “rivoluzione nell’islam” ha definito questi suoi atti l’islamologo Samir Khalil Samir, egiziano, gesuita, docente all’Université Saint-Joseph di Beirut e al Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica di Roma.
Ma ecco i nomi dei ventuno martiri copti uccisi in Libia dai boia del califfato:

Milad Saber Mounir Adly Saad, celibe, del villaggio di Menbal;
Sameh Salah Farouq, sposato, un bambino, del villaggio di Manqarius;
Ezzat Boshra Nassif, sposato, con un figlio di 4 anni, del villaggio di Dafash;
Mina Shehata Awad, del villaggio di Al-Farouqeyya;
Louqa Nagati Anis Abdou, 27 anni, sposato, con un bambino di 10 mesi;
Essam Baddar Samir Ishaq, celibe, entrambi del villaggio di al-Gabaly.

Del villaggio di Al-Our:

Hany Abdal-Massih Salib, sposato; con tre figlie e un figlio;
Guergues Milad Sanyut, celibe;
Tawadraus Youssef Tawadraus, sposato, con tre figli da 7 ai 13 anni;
Kyrillos Boschra Fawzy, celibe;
Magued Soliman Shehata, sposato, due figlie e un figlio Mina Fayez Aziz, celibe;
Samouïl Alham Wilson, sposato, con tre figli di 6, 4 e 2 anni;
Bishoï Stephanos Kamel, celibe;
Samouïl Stephanos Kamel, fratello di Bishoi, celibe;
Malak Abram Sanyut, sposato, tre bambini;
Milad Makin Zaky, sposato, una figlia;
Abanub Ayyad Ateyya Shehata, celibe;
Guergues Samir Megally Zakher, celibe;
Youssef Shukry Younan, celibe;
Malak Farag Ibrahim, sposato, una bambina.

Naturalmente questi non sono i soli cristiani ad essere caduti vittima dell’odio che tanti musulmani nutrono nei confronti degli “apostati” dal vero islam, fatto coincidere con quello che è professato da loro.
Gli ultimi della serie sono i cristiani armeni, siriaci e soprattutto assiri di trentacinque villaggi nell’estremo nordest della Siria, lungo il fiume Khabur, invasi nei giorni scorsi dall’esercito del califfato.
Decine gli uccisi, centinaia quelli presi in ostaggio, migliaia quelli fuggiti abbandonando tutto.
L’ironia della storia è che i nonni di questi cristiani si erano rifugiati lì negli anni Trenta del secolo scorso per scampare ai massacri di cui erano vittima nel neonato Iraq.
“Abbandonati da tutti, è questo il loro sentimento”, ha detto il nunzio vaticano a Damasco, l’arcivescovo Mario Zenari.
In effetti questi cristiani non hanno loro uomini in armi, non hanno né curdi, né sunniti, né sciiti che li difendano, non hanno alcun sostegno dalla coalizione internazionale anti-califfato. Sono davvero gli ultimi degli ultimi, con l’unico conforto dei cristiani di altri paesi – ad esempio tramite l’Aiuto alla Chiesa che Soffre – che offrono loro un minimo di soccorso nei luoghi dove trovano rifugio.
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I tre reportage del corrispondente di “Asia News” in Egitto dai villaggi natali dei ventuno martiri copti:

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Sul discorso del 28 dicembre 2014 del presidente egiziano al Sisi all’università di al Azhar:


Il video di un passaggio saliente del discorso, con sottotitoli in inglese:


E la valutazione di questo discorso, come pure di quello successivo dell’imam di al Azhar alla Mecca, da parte del gesuita islamologo egiziano Samir Khalil Samir:

Fonte: blog www.chiesa di Sandro Magister, 2.3.2015

martedì 17 febbraio 2015

"Angelus Dómini appáruit in somnis Joseph, dicens: Surge, et áccipe púerum et matrem ejus, et fuge in Ægýptum" (Matth. 2, 13 - Intr.) - FUGÆ D. N. J. C. IN ÆGYPTUM


Il calendario tradizionale odierno, esattamente ad un mese dalla festa del padre putativo del Divino Infante, commemora uno dei sette dolori della Beata Vergine, cioè la Fuga in Egitto di Gesù, Maria e Giuseppe.
La Chiesa, infatti, pone, pochi giorni dopo la Presentazione di Gesù al Tempio con la Purificazione della sua Santissima Madre, che ha chiuso il ciclo delle festività natalizie, la memoria della fuga per scampare alla persecuzione di Erode verso il Santo Bambino, che doveva avere circa due anni, ma anche per non privare gli abitanti dell’Egitto della grazia della sua venuta fra loro; venuta destinata a distruggere gli idoli che si trovavano in quel Paese, e ad adempiere la profezia di Isaia che diceva: “Ecco, il Signore cavalca una nube leggera ed entra in Egitto. Crollano gli idoli d’Egitto davanti a lui e agli Egiziani vien meno il cuore nel petto” (Is. 19, 1).
Il racconto di Matteo (Mt. 2, 13-21) è l’unico riferimento biblico, peraltro molto sobrio, relativo a questo viaggio, anche se molte tradizioni vi hanno ricamato sopra; tradizioni riferite dagli apocrifi del Nuovo Testamento. Questi ultimi riportano una serie di storie miracolose che si verificano durante il viaggio, come, ad es., le palme di un’oasi che si inchinano davanti al bambino Gesù, le bestie del deserto che gli rendono omaggio, e un incontro con due ladri che sarebbero poi stati crocifissi con Gesù, Gesta e Disma (quest’ultimo ricordato dal calendario il 25 marzo).
Anche sulla vita della Sacra Famiglia in Egitto non abbiano riscontri evangelici. Per cui, pure in questo caso, il silenzio dei Vangeli è stato riempito dalle tradizioni apocrife, peraltro particolarmente importanti per la Chiesa copta egiziana.
Una tradizione francese, inoltre, afferma che Sant’Afrodisio, un santo egiziano che sarebbe venerato come il primo vescovo di Béziers, sarebbe stato l’uomo che avrebbe offerto un rifugio alla Sacra Famiglia durante la fuga in Egitto.
Questa, peraltro, partita - secondo una tradizione - da Betlemme (dove la c.d. Grotta del Latte, non lontana dalla più nota Grotta della Natività, ricorderebbe questa partenza e l'allattamento, da parte di Maria, del Bambino Gesù, che sarebbe all'origine del biancore delle pareti rocciose), e come ricordato da Giovanni Paolo II nell’Angelus del 17 gennaio 1988, avrebbe visitato molte zone dell’Egitto compreso Pelusium (odierna Tell el-Farama), Tell Basta, Wādī al-Natrūn, Samanoud, Bilbeis, Samalut, Maadi, Al-Maṭariyya, spingendosi, tra le altre località, sino ad Asyūṭ. Secondo la tradizione, la Sacra Famiglia avrebbe visitato l’antico Cairo copto ed avrebbe dimorato presso il sito dell’attuale chiesa dei Santi Sergio e Bacco (detta Abu Serga) e nel luogo in cui ora sorge la Chiesa della Santa Vergine (Babylon El-Darag). Ad Al-Maṭariyya (italianizzato in Matarea), poi ad Eliopoli ed ora parte del Cairo, ci sarebbe un albero di sicomoro (con la cappella adiacente), che sarebbe stato piantato nel 1906, che sostituiva un precedente del 1672, ancora in sostituzione di un albero ancor più risalente, alla cui base la Vergine Maria si dice abbia riposato o, secondo alcune versioni, avrebbe trovato rifugio, per sottrarsi agli inseguitori della Sacra Famiglia, nascondendosi in una cavità del tronco, che pii ragni avrebbero nascosto alla vista coprendo l’ingresso con una fitta ragnatela. Qui sarebbe avvenuto anche il miracolo della fonte salmastra divenuta acqua dolce.
Scrive il card. Massaja nelle sue Memorie: "Nello spazio, che presentemente chiamasi Cairo vecchio, sorgeva la casa della Madonna, nella quale la Sacra Famiglia erasi ritirata ad abitare, quando fu costretta a fuggire le persecuzioni di Erode. Oggi essa è ridotta a chiesa, posseduta ed ufficiata dai Copti eretici. Distante circa un chilometro avvi ancora di particolare l’albero della Madonna: ed è un sicomoro vicino ad una fontana. Sotto la sua ombra si crede che siesi fermata la Vergine Maria, mentre S. Giuseppe andò a cercare in città una casa per la famiglia" (Guglielmo Massaja, I miei trentacinque anni di missione, vol. I, cap. IV, luglio-agosto 1846).


Albero della Vergine a Matarea, incisione del XIX sec.




c.d. Albero della Vergine a Matarea come si presenta oggi

La pianta balsamica ora ricordata sarebbe “casualmente” sacra ad Hathor (Venere) e alla mitica fenice, che si rigenerava dalle proprie ceneri proprio dai suoi rami. E' curioso notare che in origine questi sicomori o "balsamine" furono fatti piantare da Cleopatra e curati da giardinieri d'Israele ... (v. qui). Il miracolo della fonte è descritto nell'apocrifo Vangelo Arabo dell'infanzia del Salvatore (cap. 24): "Gesù fece scaturire una sorgente a Matarea, nella quale la signora Maria lavò la sua camicia.... Indi discesero a Misr. Visto il Faraone rimasero tre anni in Egitto".
Misr è probabilmente Misr Al-Atiqa, il Vecchio Cairo, o secondo altri Menfi (Luxor). Lo stesso miracolo o uno analogo è descritto anche nello apocrifo Vangelo dello Pseudo-Matteo (cap. 21), dove il sicomoro è ancora una volta sostituito dalla palma, nel deserto: "Gesù allora disse: Palma, alzati, prendi forza e sii compagna dei miei alberi che sono nel paradiso di mio padre. Apri con le tue radici la vena d'acqua che si è nascosta nella terra, affinché da essa fluiscono acque a nostra sazietà - Subito si eresse, e dalla sua radice cominciò a scaturire una fonte di acque limpidissime oltremodo fredde e chiare” (Apocrifi del Nuovo Testamento, ed. TEA, Firenze,1990).
Il luogo, secondo la tradizione, sarebbe stato Ghizah, vicino alla Grande Piramide. La palma è oggi per i musulmani, soprattutto sciiti, il simbolo della Terra Celeste. Un ramo di questa palma, secondo l'Islam, sarà trasportato in paradiso da un angelo, per nutrire i futuri beati coi suoi frutti (cfr. sura LV, Ar-Rahmân, v. 68).
La Chiesa copta celebra la festa dell’arrivo della sacra Famiglia in Egitto il 1° giugno, corrispondente al 24 del mese di Bashans (Ingresso del Cristo Signore nella terra d’Egitto).
Significativamente, Clemente Alessandrino porrebbe la nascita di Gesù intorno al 20 maggio, o - come avanzato da alcuni - questa data sarebbe da porre in relazione alla fuga in Egitto o alla strage degli innocenti.
La Chiesa latina celebra la memoria della fuga in Egitto, in devozione di uno dei sette dolori della Vergine Madre, al 17 gennaio, con una messa inserita tra quelle aliquibus locis.
Il ritorno dall’Egitto (Mt. 2, 19-23), lo abbiamo già ricordato, è celebrato dalla liturgia tradizionale all’indomani dell’Epifania.









Gruppo statuario della Fuga in Egitto, Grotta del Latte, Betlemme


Carlo Maratta, Riposo durante la fuga in Egitto, XVII sec.

Alessandro Turchi detto l'Orbetto, Riposo durante la fuga in Egitto con S. Giuseppe guidato dagli angeli, XVII sec.

Alessandro Turchi detto l'Orbetto, Fuga in Egitto, 1633, Museo del Prado, Madrid

Valerio Castello, La fuga in Egitto, XVII sec., collezione privata

Bartolomé Esteban Murillo, Fuga in Egitto, 1647-50, Detroit Institute of art, Detroit

Bartolomé Carducho, Fuga in Egitto, 1600-03, Hermitage, san Pietroburgo



Jacob Jordaens, Fuga in Egitto, 1641, collezione privata

Pieter Lastman, Riposo durante la fuga in Egitto, XVII sec., collezione privata

Giovanni Odazzi, Riposo durante la fuga in Egitto, 1720-30 circa, collezione privata

Julius Schnorr von Carolsfeld, Fuga in Egitto (Die Flucht nach Ägypten), 1828, museum kunst palast, Düsseldorf




Adeodato Malatesta, Fuga in Egitto, 1852, Museo civico d’arte, Modena

Luc-Olivier Merson, Riposo durante la fuga in Egitto, 1880, Museum of Fine Arts, Boston


William Holman Hunt, Trionfo degli Innocenti lungo la strada per l’Egitto, 1883-84, Tate Gallery, Londra


Edwin Longsden Long, Anno Domini (o Fuga in Egitto), 1883

Ludovico Seitz, Strage degli Innocenti, sogno di Giuseppe, Fuga in Egitto, Cappella tedesca, Basilica, Loreto

lunedì 16 febbraio 2015

“Usquequo, Domine, sanctus et verus, non iudicas et vindicas sanguinem nostrum de his, qui habitant in terra? Et datae sunt illis singulae stolae albae; et dictum est illis, ut requiescant tempus adhuc modicum, donec impleantur et conservi eorum et fratres eorum, qui interficiendi sunt sicut et illi” (Apoc. 6, 10-11) - IN ONORE DEI 21 NEO-MARTIRI COPTI

Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio,
nessun tormento le toccherà.
Agli occhi degli stolti parve che morissero;
la loro fine fu ritenuta una sciagura,
la loro partenza da noi una rovina,
ma essi sono nella pace.
Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi,
la loro speranza è piena di immortalità.
Per una breve pena riceveranno grandi benefici,
perché Dio li ha provati
e li ha trovati degni di sé:
li ha saggiati come oro nel crogiuolo
e li ha graditi come un olocausto.
Nel giorno del loro giudizio risplenderanno;
come scintille nella stoppia, correranno qua e là.
Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli
e il Signore regnerà per sempre su di loro (Sap. 3, 1-8)

La Gerusalemme Celeste nei giorni scorsi (pare il 13 febbraio) si è arricchita di ventuno neo-martiri cristiano-copti egiziani, uccisi dai perfidi islamici del sedicente califfato dell'IS.
Siamo certi che questi neomartiri, che la Chiesa copta ha sin da subito deciso di commemorarli nel suo calendario (verranno festeggiati l’8 amshir/15 febbraio) e che hanno affrontato serenamente la morte e la cui unica colpa era quella di essere cristiani e che, sino alla fine, hanno esclamato e gridato la loro fedeltà all'Agnello mistico, invocandolo (“Gesù aiutami!hanno detto), sono stati aggregati alla candida schiera dei martiri che hanno professato la loro fede in Cristo, così com'è stato per numerosi altri, che abbiamo già ricordato.
Se il barbaro genocidio di questi nostri inermi fratelli umanamente ci rattrista, ci indigna e ci fa fremere di sdegno ed ira, con gli occhi della fede e con lo sguardo all'eternità, d'altro canto, non possiamo che rallegrarci per loro, in quanto essi hanno - ne siamo sicuri - lavato le loro vesti nel Sangue dell'Agnello, rendendole candide, si sono uniti a Cristo celebrando la loro Pasqua, ed hanno conseguito, similmente ai martiri cristiani dei primi secoli, la corona di gloria del martirio ed il premio eterno riservato ai giusti.Questa fede e certezza nella parola del Divin Redentore hanno irrobustito e conferito fortezza a questi neo-martiri, tale per cui essi - come è giusto che fosse per ogni vero cristiano degno di questo nome - non hanno temuto la morte, anzi, come afferma l'Apocalisse "hanno disprezzato la vita fino a morire" (Ap 12, 11) (sul tema, cfr. N. Bux, Perché i cristiani non temono il martirio,  con Prefazione di F. Cardini, Piemme, Casale Monferrato 2000). Chissà se nel distratto ed ormai secolarizzato mondo occidentale, un tempo cristiano, ci siano ancora cristiani simili a questi neo-martiri, altrettanto fermi nella loro testimonianza a Cristo!
Onore e gloria eterna ai neo-martiri di Cristo! 
Eterna memoria! Αιωνία η μνήμη.
Pregate ed intercedete per noi!












Tony Rizq, Icona copta dei 21 martiri, 2015