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domenica 9 aprile 2017
In ricordo della strage di cristiani d'Egitto nella Domenica delle Palme (9 aprile 2017)
mercoledì 1 marzo 2017
martedì 17 gennaio 2017
lunedì 27 giugno 2016
domenica 28 febbraio 2016
domenica 17 gennaio 2016
Sant’Antonio Abate. Meditiamo dai suoi scritti
Rilancio volentieri
questo contributo di Chiesa e postconcilio.
![]() |
| Luca Della Robbia (attrib.), S. Antonio abate, XV sec., Pieve, Fabbrica |
| Nanni Di Bartolo, S. Antonio abate, 1450 circa, Oratorio del Crocifisso, Borgo a Mozzano, Lucca |
Sant’Antonio Abate.
Meditiamo dai suoi scritti
Oggi è Sant’Antonio
Abate. Attingiamo con gratitudine da uno dei tesori della Chiesa e meditiamo.
Dagli scritti
… L’anima in possesso
della sapienza pura e della vita autentica si manifesta nel modo di guardare,
di comportarsi, di parlare, di sorridere, di conversare e di agire della parte
fisica. Tutto in lei è trasformato e positivamente buono. La sua parte mentale,
fertile per l’amore divino, è simile ad un vigilante guardiano che non permette
l’ingresso a pensieri di male e di passionalità.
… La mente che
attraverso l’amore diviene una sola realtà con Dio, è una benedizione
invisibile per tutti gli esseri, offerta da Dio stesso per condurre alla vita
pura chi ne è degno.
… Sappi che il male
fisico è inevitabile al corpo, essendo materiale e corruttibile. In casi di
malattia, l’anima che ha raggiunto la conoscenza, invece di lamentarsi con Dio
perché ha siffattamente costruito il corpo, mostra graziosamente coraggio e
pazienza. Chiunque desidera raggiungere la pienezza della perfezione in Dio,
insegni la purità alla sua anima, non soltanto in relazione alle passionalità
carnali, ma tenendosi lontano dall’avidità di guadagni, dalle brame di
possedere ciò che non gli appartiene, dal l’invidia, dall’amore dei piaceri,
dalla vana gloria; sappia rimanere distaccato davanti alle dicerie sul suo
conto e imperturbabile nei rischi mortali.
… La mente non è l’anima,
ma un dono di Dio che conduce l’anima alla liberazione. Quando la mente è in
una comunione di vita con Dio trascina volando l’anima, e le consegna quelle
parole che la mantengono intatta da ciò che è corruttibile e pesante nel tempo;
facendo fluire in lei l’amore per le realtà non legate all’esistenza, al
disfacimento ed alla gravezza della materia, l’introduce nella sfera della
santità, dove l’uomo diviene creatura di benedizione. L’anima continuando a
vivere nella carne, entra in un rapporto di conoscenza contemplante con le
realtà dell’Alto e divine; per questo la mente trasfigurata dall’amore di Dio è
un dono di pace e di salvezza alla coscienza umana.
… Dio è la pienezza
del bene, immune da passione e da mutamento. Se accettiamo come verità giusta l’immutabilità
divina, rimaniamo perplessi di fronte alle raffigurazioni umane di Dio che Lo
presentano gioioso del bene compiuto dall’uomo, sdegnoso col malvagio, irritato
con i peccatori e misericordioso con chi si pente. La risposta a tali
perplessità la troviamo nel pensiero che Dio non gioisce e non si irrita; gioia
e ira sono passioni e quindi mutamenti.
... Dio è la pienezza
del bene, e le sue opere non sono che bene, non reca male a nessuno ed è sempre
se stesso. Quando noi riusciamo ad esser buoni entriamo in comunione con Lui
attraverso la somiglianza nel bene; ‘quando siamo malvagi, ci separiamo da Lui,
perdendo la somiglianza nel bene. Vivendo con purità di vita siamo uniti a Lui,
vivendo malvagiamente ci stacchiamo da Lui. Non possiamo dire, in quest’ultimo
caso, propriamente che Dio è irritato con noi, ma piuttosto che i nostri
peccati non lasciano passare in noi la chiarità luminosa di Dio. Sono i peccati
che ci sottomettono alle fustigazioni dei demoni. Quando mediante la preghiera
e le azioni pure, otteniamo il perdono, non è Dio che cambia, ma noi. Col
pentimento e la purificazione curiamo il male nel nostro essere, e ritroviamo
la partecipazione alla bontà perfetta di Dio.
venerdì 15 gennaio 2016
“Post corvi discéssum, Eja, inquit Paulus, Dóminus nobis prándium misit, vere pius, vere miséricors. Sexagínta jam anni sunt, cum accípio quotídie dimédii panis fragméntum, nunc ad advéntum tuum milítibus suis Christus duplicávit annónam. Quare cum gratiárum actióne ad fontem capiéntes cibum, ubi tantísper recreáti sunt, íterum grátiis de more Deo actis, noctem in divínis láudibus consumpsérunt” (Lect. V – II Noct.) - SANCTI PAULI, PRIMI EREMITÆ, CONFESSORIS
La festa
di questo patriarca dell’ascesi monastica orientale è entrata molto tardi nel
calendario romano, giacché fu soltanto sotto l’influenza di una Congregazione
religiosa che portava il suo nome. In effetti, fu inserita nell’Ordo del
Laterano, ed apparve a Roma nell’XI sec., con il calendario dell’Aventino, il
lezionario di San Gregorio, il passionario dei Santi Giovanni e Paolo, i
martirologi di San Pietro e di San Ciriaco. Si trova il nome del santo nella
litania pasquale (del sabato santo) dell’Epistolario di San Saba (L’Epistolario di
san Saba è un lezionario dell’XI sec. su pergamena, che nel XVII sec. è
stato rivestito di cuoio e denominato Lectionnarius vetus:
cfr. Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du
Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais
Farnèse, 1977, p. 33).
I Copti
festeggiano san Paolo di Tebe il 27 gennaio ed i Bizantini il 15 dello stesso
mese, mentre il calendario di Napoli l’iscrive al 19. Beda introdusse la sua
menzione al 10 gennaio nel suo martirologio. La festa era celebrata a San Gallo
dalla metà del IX sec., ma nel XII, essa era ancora poco diffusa in Francia ed
in Italia (così ricorda G. de
Valous, Le Monachisme clunisien des origines au XVe siècle,
Coll. Archives de la France monastique, tomo 39, Paris 1935, p.
399) (cfr. sul punto P. Jounel, op. cit., p. 212).
Dopo il
XIV sec., la festa aveva preso in Occidente uno sviluppo considerevole, tanto
che Innocenzo XIII elevò la festa di san Paolo eremita al rito doppio per la
Chiesa universale. Roma stessa, nel XVI sec., sul colle Viminale, nel rione
Monti, aveva un tempio in onore di questo ammirevole figlio del deserto. Oggi
quest’edificio è confiscato e profanato dallo Stato italiano (Cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX,
Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 190).
L’insegna
degli eremiti di San Paolo era la palma. Da lì vengono, nella messa, le graziose
e frequenti allusioni a quest’albero provvidenziale che fornì al nostro santo
cibo e vestiti (i suoi abiti erano, infatti, intrecciati con le foglie di
palma) e che, per l’estensione dei suoi rami, simbolizza molto bene nelle
Scritture l’attività soprannaturale dei giusti.
La storia
di san Paolo, primo eremita, fu scritta verso il 376 da san Girolamo. La sua
identità con il monaco Paolo, che due preti luciferiani (i luciferiani erano un
gruppo di seguaci di san Lucifero di Cagliari, i quali erano noti per il loro
rigorismo ed intransigentismo, tanto da far dubitare molti – anche
nell’antichità – della santità dello stesso san Lucifero), Marcellino e
Faustino, i quali, essendo stati espulsi da Roma da papa Damaso, presentarono
una petizione, una lettera (Libellus
Precum Adversus Damasum) agli imperatori Valentiniano,
Teodosio ed Arcadio (tra il 383 ed il 384), nella quale, tra l’altro, ci
descrivono come un invincibile campione dell’ortodossia di Nicea ad Ossirinco (Faustinus et Marcellinus presbyterorum partis
Ursini, Adversus Damasum, Libellus Precum Ad Imperatores Valentinianum,
Theodosium et Arcadim, § 26, in PL 13, col. 101), non è interamente dimostrata.
Nel documento, che fa parte della Collectio Avellana, racconta
quello che vi è era capitato poco prima ad Ossirinco. Il vescovo di questa
città, certo Teodoro, aveva, per la sua indegna condotta, provocato uno scisma
nella sua chiesa. Una parte del clero e dei fedeli si erano separati da lui e
restavano legati strettamente all’ortodossia exemplo et monitu beatissimi Pauli qui iisdem fuit temporibus quibus et
famosissimus ille Antonius, non minori vita neque studio, neque divina gratia,
quam fuit sanctus Antonius. Novit et hoc ipsa civitas Oxyrinchus, quæ hodieque
sanctam Pauli memoriam devotissime célébrât. Questo beato Paolo, che viveva nella Tebaide, che fu
contemporaneo ed emulo del grande sant’Antonio e di cui la memoria era
celebrata dagli abitanti di Ossirinco come quella di un santo, non sarebbe
altro, evidentemente, che Paolo di Tebe. A differenza della Vita Pauli di
Girolamo, da cui emerge la figura di un anacoreta, che viveva nascosto nel
deserto e sconosciuto a tutti, tanto che solo una rivelazione lo fa conoscere
ad Antonio, questo testo, al contrario, ci informa della sua grande notorietà e
che è coinvolto attivamente negli affari interni della chiesa di Ossirinco.
Se il
Paolo di questo secondo documento (cioè oltre la fonte girolamina) sarebbe lo
stesso di quello di cui san Girolamo tesse l’elogio, il primo eremita ci
sarebbe mostrato in un aspetto completamente nuovo. I bisogni della fede
l’avrebbero temporaneamente trasformato in un coraggioso apostolo. Il documento
in questione aggiunge che la festa di san Paolo era da allora celebrata ogni
anno dal popolo di Ossirinco (Cfr. H. Delehaye, La
personnalité historique de saint Paul de Thèbes, in Analect.
Bolland., t. XLIV, 1926, pp. 64-69. Contra F. Cavallera, Paul de Thebes et
Paul de Oxyrhynque, in Revue d’ascétique et de mystique, t.
VII, 1926, p. 302-305, per il quale il Paolo menzionato nel Libellus
Precum sarebbe un omonimo del santo eremita, da non confondere con
quest’ultimo. Infatti, si argomenta che il Paolo di Ossirinco sarebbe stato
attivo all’epoca di Giorgio, vescovo di Alessandria, vale a dire tra il 357 ed
il 361 e doveva essere noto quanto Antonio e non inferiore a lui per santità di
vita, zelo e grazia divina).
La messa,
tranne un verso d'Osea, non ha alcun elemento proprio, ma desume le sue parti
da altre messe del comune dei semplici confessori. Un autore sacro
riferisce una bella definizione di un santo. Un santo, egli dice, è un
cristiano che prende sul serio gli obblighi del suo battesimo, e la natura
delle relazioni che corrono fra il Creatore e la creatura. Così si spiega come
san Paolo eremita, per esempio abbia potuto sostenere quasi un secolo di vita,
a solitaria e penitente, credendo ancora di dare troppo poco per conquistare il
paradiso e Dio.
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| Daniel de Vos, S. Paolo eremita, XVII sec., collezione privata |
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| Diego Rodriguez de Silva y Velázquez, SS. Antonio abate e Paolo eremita, 1634 circa, Museo del Prado, Madrid |
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| Jusepe de Ribera, S. Paolo eremita, 1635-40, museo del Prado, Madrid |
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| Jusepe de Ribera, S. Paolo eremita, 1640 circa, museo del Prado, Madrid |
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| Carlo Dolci, S. Paolo eremita riceve il pane dal corvo, prima del 1648, Muzeum Narodowe w Warszawie, Varsavia |
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| Carlo Dolci, S. Paolo eremita riceve il pane dal corvo, 1648 |
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| Francisco Camilo, Morte di S. Paolo eremita, 1649 circa, museo del Prado, Madrid |
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| Mattia Preti, S. Paolo eremita, 1656-60, Art Gallery of Ontario, Toronto |
| Mattia Preti (attrib.), S. Paolo eremita, 1675 circa, Museu Nacional de Arte Antiga, Lisbona |
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| Mattia Preti, S. Paolo eremita, XVII, Museu Nacional d'Art de Catalunya, Barcellona |
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| Luca Giordano, S. Paolo eremita, 1685-90, collezione privata |
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Alexandre Cabanel, S. Paolo eremita, 1841-45, Musée Fabre, Montpellier
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sabato 8 agosto 2015
L’anima è il carro cherubico che porta Dio
Come l’anno
scorso, non dimentichiamoci, durante la pausa estiva, dell’aspetto spirituale
della nostra esistenza e della nostra anima. Per ricordarlo attingiamo ad un
testo della tradizione spirituale patristica e monastica di san Macario il
Grande.
L’anima è
il carro cherubico che porta Dio
di San Macario il Grande
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| Fadi Mikhail, Icona copta dei Santi Macario il grande con i suoi discepoli Massimo e Domezio, XXI sec. |
1. Il beato profeta Ezechiele
contemplò una visione, un’apparizione divina e gloriosa, e ne fece la
narrazione descrivendo una visione colma di ineffabili misteri(1). Vide, nella
pianura, un carro di cherubini, quattro esseri viventi spirituali, di cui
ciascuno aveva quattro volti: uno di leone, uno di aquila, uno di vitello e uno
d’uomo. E per ogni volto avevano delle ali, sicché non v’era parte posteriore o
rivolta all’indietro; e il loro dorso era colmo di occhi, e il loro ventre
similmente era colmo di occhi, e non vi era parte che non fosse colma di occhi.
E ogni volto era provvisto di ruote, una ruota dentro l’altra, e nelle ruote vi
era lo Spirito. E vide come un trono e, seduto su di essi, una figura dalle
sembianze umane e sotto i suoi piedi c’era come uno zaffiro lavorato. Il carro
portava il cherubino e gli esseri viventi il Signore, assiso su di essi;
ovunque volesse andare, era sempre in direzione di un volto. E vide, sotto il
cherubino, come una mano d’uomo che lo sorreggeva e lo portava.
2. E ciò che il profeta vide
nella sua sostanza era vero e certo. Indicava tuttavia qualcos’altro e
prefigurava una realtà mistica e divina, un mistero nascosto in
verità da secoli e da generazioni(2), ma svelato negli ultimi
tempi(3) con la manifestazione di Cristo(4). Contemplava infatti il mistero
dell’anima che avrebbe accolto il suo Signore e sarebbe divenuta per lui trono
di gloria. Poiché l’anima resa degna di avere parte allo Spirito, fonte della
sua luce(5), e illuminata dalla bellezza dell’ineffabile gloria del
Signore, che l’ha preparata quale trono e sua dimora, diventa tutta luce(6),
tutta volto, tutta occhio(7); non vi è in essa parte alcuna che non sia ricolma
degli occhi spirituali della luce, cioè non vi è in essa nulla di tenebroso, ma
è trasformata tutta intera in luce e spirito ed è tutta colma di occhi; non ha
alcuna parte posteriore o che stia a tergo, ma è volto in ogni lato, poiché su
di essa è assisa l’ineffabile bellezza della luminosa gloria di Cristo. E come
il sole è identico a se stesso in ogni sua parte e non ha lato posteriore o
difettoso, ma è tutto interamente glorificato dalla luce ed è tutto luce,
uguale in tutte le sue parti, o come il fuoco, la luce stessa del fuoco, è
tutta uguale e non ha in sé qualcosa di primo o di ultimo, di maggiore o di
minore, così anche l’anima, che è stata perfettamente illuminata
dall’ineffabile bellezza della gloria luminosa del volto di Cristo(8), che è in
piena comunione con lo Spirito Santo ed è fatta degna di diventare dimora e
trono di Dio, diventa tutta occhio, tutta luce, tutta gloria, tutto spirito.
Tale la rende il Cristo, che la conduce, la guida, la sostiene, la trasporta e
così la prepara e adorna di bellezza spirituale. È detto infatti: Una mano
d’uomo stava sotto il cherubino(9), poiché Colui che in essa è trasportato è
anche Colui che guida.
Note
1 Cf. Ez 1,4-28.
2 Col 1,26.
3 Cf. 1Pt 1,20.
4 Cf. 2Tm 1,10
5 Il senso di queste parole viene chiarito al § 6:
“…quanti possiedono l’anima della luce, cioè la potenza dello Spirito santo,
sono dalla parte della luce”.
6 “l’anima vede la luce e diventa tutta luce” afferma
Gregorio di Nazianzo (Carmina dogmatica 32, PG 37,512). È
l’esperienza della trasfigurazione sovente attestata negli Apophtegmata
patrum: di abba Arsenio si dice che era “tutto come di fuoco” (Arsenio 27,
PG 65,96C) e il volto di abba Sisoès risplendeva come il sole (cf. Apophtegmata
patrum, alph.: Sisoès 14, PG 65,396BC; cf. anche Pambo 1 e 12).
Abba Giuseppe di Panefisi affermava “Non ti è possibile diventare monaco, se
non diventi tutto di fuoco!” (Apophtegmata patrum, alph. Giuseppe
di Panefisi 6, PG 65, 229C). Su questo tema nelle Omelie dello
Pseudo-Macario vedi anche: Om. 8,3 e Om. 15,38.
7 I cherubini ricoperti di occhi nella tradizione
cristiana sono diventati simbolo della vita contemplativa. Abba Bessarione
diceva: “Il monaco deve essere come i cherubini e i serafini: tutto occhi!” (Apophtegmata
patrum,alph.: Bessarione 11, PG 65,141D).
8 Cf. 2Cor 4,6.
9 Cf. Ez 1,8; 10,8.
(tratto da: Macario il Grande, Omelia 1, Pseudo-Macario,
Spirito e fuoco, a cura di Lisa Cremaschi, ed. Qiqajon,
Magnano 1995)
Fonte: Nati dallo Spirito, 2.6.2015
Fonte: Nati dallo Spirito, 2.6.2015
martedì 17 febbraio 2015
sabato 17 gennaio 2015
Sulle orme di S. Antonio il Grande, abate
Per assaporare la mistica e l'ascesi di S. Antonio abate, detto il Grande, riporto alcuni suoi apoftegmi o detti:
1. Un giorno il santo padre Antonio, mentre sedeva nel deserto, fu preso da sconforto e da fitta tenebra di pensieri. E diceva a Dio: «O Signore! Io voglio salvarmi, ma i pensieri me lo impediscono. Che posso fare nella mia afflizione?». Ora, sporgendosi un po’, Antonio vede un altro come lui, che sta seduto e lavora, poi interrompe il lavoro, si alza in piedi e prega, poi di nuovo si mette seduto a intrecciare corde, e poi ancora si alza e prega. Era un angelo del Signore, mandato per correggere Antonio e dargli forza. E udì l’angelo che diceva: «Fa’ così e sarai salvo». All’udire quelle parole, fu preso da grande gioia e coraggio: così fece e si salvò (76b; PJ VII, 1).
2. Il padre Antonio, volgendo lo sguardo all’abisso dei giudizi di Dio [1], chiese: «O Signore, come mai alcuni muoiono giovani, altri vecchissimi? Perché alcuni sono poveri, e altri ricchi? Perché degli empi sono ricchi e dei giusti sono poveri?». E giunse a lui una voce che disse: «Antonio, bada a te stesso. Sono giudizi di Dio questi: non ti giova conoscerli» (76c; PJ XV, 1).
3. Un tale chiese al padre Antonio: «Che debbo fare per piacere a Dio?». E l’anziano gli rispose: «Fa’ quello che io ti comando: dovunque tu vada, abbi sempre Dio davanti agli occhi; qualunque cosa tu faccia o dica, basati sulla testimonianza delle Sante Scritture; in qualsiasi luogo abiti, non andartene presto. Osserva questi tre precetti, e sarai salvo» (PJ I, 1).
4. Disse il padre Antonio al padre Poemen: «Questa è l’opera grande dell’uomo: gettare su di sé il proprio peccato davanti a Dio; e attendersi tentazioni fino all’ultimo respiro» (77a; PJ XV, 2).
5. Egli disse ancora: «Nessuno, se non tentato, può entrare nel regno dei cieli; di fatto – dice – togli le tentazioni, e nessuno si salva» (Vedi Evagrio 5; cf. Poemen 13).
6. Il padre Pambone chiese al padre Antonio: «Che debbo fare?». L’anziano gli dice: «Non confidare nella tua giustizia, non darti cura di ciò che passa, e sii continente nella lingua e nel ventre».
7. Il padre Antonio disse: «Vidi tutte le reti del Maligno distese sulla terra, e dissi gemendo: – Chi mai potrà scamparne? E udii una voce che mi disse: – L’umiltà» (77b; PJ XV, 3).
8. Il padre Antonio disse: «Vi sono di quelli che martoriano il corpo nell’ascesi e, mancando di discernimento, si allontanano da Dio» (PJ X, 1).
9. Disse ancora: «È dal prossimo che ci vengono la vita e la morte. Perché, se guadagniamo il fratello, è Dio che guadagniamo; e se scandalizziamo il fratello, è contro Cristo che pecchiamo» (PJ XVII, 2).
Fonte: Vita e detti dei Padri del deserto
Fonte: Vita e detti dei Padri del deserto
10.
Disse ancora: «Come i pesci muoiono se restano all’asciutto, così i monaci che
si attardano fuori della cella o si trattengono fra i mondani, snervano il
vigore dell’unione con Dio. Come dunque il pesce al mare, così noi dobbiamo
correre alla cella; perché non accada che, attardandoci fuori, dimentichiamo di
custodire il di dentro» (77c; PJ II, 1).
11.
Disse ancora: «Chi siede nel deserto per custodire la quiete con Dio è liberato
da tre guerre: quella dell’udire, quella del parlare, e quella del vedere.
Gliene rimane una sola: quella del cuore» (PJ II, 2).
12.
Alcuni fratelli si recarono dal padre Antonio per raccontargli le loro visioni
e apprendere se erano vere o dai demoni; essi avevano un asino, e morì lungo il
cammino. Quando dunque giunsero dall’anziano, questi li prevenne: «Come mai
l’asinello è morto lungo la strada?». Gli dicono: «E come l’hai saputo,
padre?». Ed egli a loro: «Sono stati i demoni a farmelo vedere». Gli dicono: «E
noi appunto per questo eravamo venuti: per chiederti se non siamo preda
d’inganno, perché abbiamo visioni che spesso si mostrano vere». Ora, con
l’esempio dell’asino, l’anziano li convinse che erano dai demoni (77d; PJ X,
2a).
13.
Nel deserto c’era un tale che cacciava belve feroci; e vide il padre Antonio
che scherzava con i fratelli e se ne scandalizzò. Ma l’anziano, volendo fargli
capire che occorre talvolta accondiscendere ai fratelli, gli dice: «Metti una
freccia nel tuo arco e tendilo». Egli lo fece. Gli dice: «Tendilo ancora», e lo
fece. Gli dice un’altra volta: «Tendilo». Il cacciatore gli dice: «Se lo tendo
oltre misura, l’arco si spezza». L’anziano gli dice: «Così accade anche nell’opera
di Dio: se coi fratelli tendiamo l’arco oltre misura, presto si spezzano.
Perciò talvolta bisogna essere accondiscendenti con i fratelli». Ciò udendo, il
cacciatore fu preso da compunzione e se ne andò molto edificato. E anche i
fratelli ritornarono confortati ai loro posti (77d-80a; PJ X, 2b).
14.
Il padre Antonio udì di un giovane monaco che aveva compiuto un prodigio sulla
strada: visti degli anziani affaticati dal cammino, aveva ordinato agli onagri
di venire e di portarli fino ad Antonio. Gli anziani riferirono la cosa al
padre Antonio. Dice loro: «Quel monaco mi pare una nave piena di tesori; ma non
so se giungerà in porto». Dopo qualche tempo, a un tratto, il padre Antonio si
mette a piangere, a strapparsi i capelli, a gemere. I discepoli gli chiedono:
«Padre, perché piangi?». Ed egli: «È crollata or ora una grande colonna della
Chiesa» – intendeva dire di quel giovane monaco. «Ma andate da lui – dice – a
vedere quel che è accaduto». I discepoli dunque vanno e trovano il monaco che,
seduto su una stuoia, piange il peccato commesso. Al vedere i discepoli
dell’anziano, egli dice: «Dite al padre che supplichi Dio di concedermi solo
dieci giorni di tempo, e spero di poterne fare ammenda». Dopo cinque giorni
morì (80bc).
15.
Un monaco fu lodato dai fratelli presso il padre Antonio. Egli lo prese seco e
lo mise alla prova per vedere se sopportava il disprezzo. Visto poi che non era
capace di soffrirlo, gli disse: «Sembri un villaggio tutto adorno sul davanti e
dietro devastato dai briganti» (PJ VIII, 2).
16.
Un fratello disse al padre Antonio: «Prega per me». L’anziano gli dice: «Non
posso io avere pietà di te, e neppure Dio, se non sei tu stesso a impegnarti
nel pregare Dio» (PJ X, 3).
17.
Un giorno, alcuni anziani fecero visita al padre Antonio; c’era con loro il
padre Giuseppe. Ora l’anziano, per metterli alla prova, propose loro una parola
della Scrittura e cominciò dai più giovani a chiederne il significato. Ciascuno
si espresse secondo la propria capacità. Ma a ciascuno l’anziano diceva: «Non
hai ancora trovato». Da ultimo, chiede al padre Giuseppe: «E tu, che dici di
questa parola?». Risponde: «Non so». Il padre Antonio allora dice: «Il padre
Giuseppe sì, che ha trovato la strada, perché ha detto: – Non so» (80d; PJ XV,
4).
18.
Dei fratelli, da Scete, vollero far visita al padre Antonio. Imbarcandosi per
compiere il tragitto, trovarono un anziano che pure voleva recarsi colà; ma i
fratelli non lo conoscevano. Seduti sul battello, discorrevano delle parole dei
padri, e di quelle della Scrittura, e dei loro lavori; il vecchio taceva.
Quando giunsero all’ancoraggio, si accorsero che anche il vecchio andava dal
padre Antonio. Arrivati che furono da lui, il padre Antonio dice loro: «Avete
trovato una buona compagnia in quest’anziano». E all’anziano: «Padre, ti sei
trovato con dei buoni fratelli». L’anziano risponde: «Buoni lo sono; ma la loro
corte è senza porta e chiunque vuole può entrare nella stalla e sciogliere
l’asino». Intendeva dire che parlavano di qualunque cosa venisse loro alla
bocca (81a; PJ IV, 1).
19.
Dei fratelli fecero visita al padre Antonio e gli dissero: «Dicci una parola:
come possiamo salvarci?». L’anziano dice: «Avete ascoltato la Scrittura? È quel
che occorre per voi». Ed essi: «Anche da te, padre, vogliamo sentire qualcosa».
L’anziano dice loro: «Dice il Vangelo: Se uno ti percuote sulla guancia destra,
porgigli anche l’altra (cfr. Mt 5, 39)». Gli dicono: «Ma di far questo non
siamo capaci». L’anziano dice loro: «Se non sapete porgere anche l’altra,
tenete almeno ferma la prima». Gli dicono: «Neppure di questo siamo capaci». E
l’anziano: «Se neppure di ciò siete capaci, non contraccambiate ciò che avete
ricevuto». Dicono: «Neppure questo sappiamo fare». Allora l’anziano dice al suo
discepolo: «Prepara loro un brodino: sono deboli». E a loro: «Se questo non
potete e quello non volete, che posso fare per voi? C’è bisogno di preghiere»
(81b).
20.
Un fratello che aveva rinunciato al mondo e dato ai poveri i suoi beni, ma si
era tenuto qualcosa per sé, fece visita al padre Antonio. Il padre, sapendo il
fatto, gli dice: «Se vuoi farti monaco, va’ al tuo paese, compera della carne,
legala attorno al corpo nudo e vieni qui». Così fece il fratello; e i cani e
gli uccelli gli dilaniarono tutto il corpo. Quando fu giunto dal padre, questi
gli chiese se avesse fatto secondo il suo consiglio: egli mostrò il suo corpo
pieno di ferite. Sant’Antonio allora gli dice: «Quelli che rinunciano al mondo
e vogliono tenersi dei beni, vengono in tal modo fatti a brani lottando contro
i demoni» (81c; PJ VI, 1).
Fonte: Vita e detti dei Padri del deserto
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| Lorenzo Vaccaro - Domenico Ferraro - Domenico Antonio Ferro, Sant'Antonio Abate, 1850-60 Tesoro di San Gennaro, Duomo, Napoli |
“Mihi crédite, … fratres, pertiméscit sátanas piórum vigílias, oratiónes, jejúnia, voluntáriam paupertátem, misericórdiam et humilitátem, máxime vero ardéntem amórem in Christum Dóminum, cujus único sanctíssimæ crucis signo debilitátus áufugit” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI ANTONII ABBATIS
Il nome di
questo celebre patriarca fu pronunciato per la prima volta a Roma da
sant’Atanasio, che, descrivendo le sue virtù ed i suoi miracoli ai lontani
discendenti dei Gracchi e degli Scipioni sull’Aventino, nella casa di Marcello,
ispirò loro l’amore per la vita monastica.
La
celebrazione di «sant’Antonio il Grande, astro del deserto e padre di tutti i
monaci», Άγιος Αντώνιος ο Μέγας , αστέρι της ερήμου και ο πατέρας όλων των
μοναχών, è iscritta in questo giorno nel calendario copto. È ugualmente in
questo giorno che essa è celebrata nei riti siriani occidentale e siriani
orientale e bizantino, come era già a Gerusalemme nel V sec. La sua menzione
apparve in Occidente col martirologio di Beda. Il culto di sant’Antonio è
attestato a San Gallo ed in Inghilterra dal IX sec. Si diffuse modestamente nel
X sec. prima di ricevere un grande sviluppo in Francia ed in Inghilterra
nell’XI sec., sebbene Cluny non l’avesse mai ricevuto. In Italia, la diffusione
non raggiunse altrettanta ampiezza se non allorché si elevarono sotto il suo
nome, in Francia ed in Italia, in occasione della malattia chiamata «fuoco
sacro» o «di sant’Antonio», un gran numero di ospedali e di cappelle. Il nome
di sant’Antonio apparve a Roma nell’XI sec. nella litania pasquale di San Saba,
nel calendario dell’Aventino, nel passionario dei Santi Giovanni e Paolo, nei
martirologi del Vaticano (che è dipendente da Beda) e di San Ciriaco. Tutte le
fonti sono, conviene sottolineare, di origine monastica. Nel XII sec., la festa
di sant’Antonio si trova nel sacramentario di San Trifone prima di apparire
nell’Ordo del Laterano e
nel calendario di San Pietro. Come si vede, la penetrazione e la diffusione del
culto di sant’Antonio a Roma ha seguito lo stesso processo della recezione del
culto di san Paolo Eremita e di san Mauro (cfr. Pierre
Jounel, Le Culte des
Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle,
École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, pp. 214-215).
La festa,
quindi, entrò molto tardi nel calendario romano.
A Roma
molte chiese erano dedicate al santo, presso la mole di Adriano, a Ripetta, al
Foro Romano, ma la più celebre si ergeva sull’Esquilino – l’antica basilica di
Sant’Andrea, di Giunio Basso, dedicato in seguito all’illustre Padre del
monachesimo egiziano – presso Santa Maria Maggiore, e che aveva un ospedale ad
essa annesso, dove, sotto Innocenzo III, trovò un asilo temporaneo persino san
Francesco d’Assisi.
La tomba
del santo abate fu dapprima in un luogo sconosciuto sul monte Kolzin, ai
margini del mar Rosso, poi, nel 561, i suoi resti furono deposti ad
Alessandria. Da lì per secoli furono nella chiesa di Saint-Julien di Arles. Per
la prima volta nella storia, nel gennaio 2006, in occasione del Giubileo
antoniano, le reliquie di sant’Antonio abate hanno lasciato la città di Arles.
Dal 6 al 13 gennaio 2006 sono state ospitate nel Comune di Novoli in provincia
di Lecce, comune che ne conserva la reliquia del braccio. Dal 13 al 17 gennaio
2006 sono state accolte sull’Isola d’Ischia. Il 20 agosto 2006 sono giunte ad
Aci Sant’Antonio.
Nell’iconografia
è rappresentato come eremita, con la croce egiziana a forma di T, con un libro,
il campanello del mendicante ed un porco – simbolo delle tentazioni diaboliche.
Il santo, infatti,
rimasto orfano di entrambi i genitori intorno ai venti anni ed unico erede
maschio dei vasti possedimenti terrieri, vendette tutti quei beni, dando il
ricavato ai poveri, e, sistemata adeguatamente la sorella, si diede a vita
solitaria ed eremitica nel deserto. Lì fu tentato per molti anni dal diavolo,
che gli compariva ora sotto forme umane ora sotto forme mostruose; lo tentava
soprattutto nella lussuria ed una volta, vinta questa tentazione, vide apparire
il diavolo sotto forma di un ragazzo nero, un etiope, che gli si presentò
dinanzi come «spirito dell’impurità» e che gli si prostrò dicendosi vinto dal
Santo (cfr. Sant’Atanasio di Alessandria,
Vita di Antonio, 6.1-3, ora con Introduzione, traduzione e note di Lisa Cremaschi, Paoline, Milano 2007, pp.
90-91). Ma, dopo il diavolo, ebbe la consolazione di vedere Gesù, al quale
chiese la ragione per la quale l’avesse lasciato solo a lottare col demonio. E
Gesù gli rispose che non l’aveva mai lasciato e che era sempre stato al suo
fianco, poiché, diversamente, non sarebbe mai riuscito vincitore del Maligno.
Scoperto il suo rifugio, cominciarono ad accorrere a lui frotte di gente, in
cerca di aiuto e consiglio, interrompendo la sua preghiera. Fu così che decise
di ritirarsi ancor più nel deserto, per non essere disturbato. Ma fu seguito da
tanti, affascinati dalla sua vita. Fu così che il deserto si popolò di uomini,
dediti alla preghiera, al ritiro ed alla penitenza. Ecco perché egli è
considerato Padre della vita anacoretica e del monachesimo.
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| Joan Reixach, S. Antonio abate, 1450-60, Museo del Prado, Madrid |
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| Luis Tristán, S. Antonio abate, XVII sec., Museo del Prado, Madrid |
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| Fray Juan Bautista Maíno, S. Antonio abate in un paesaggio, 1612-14, Museo del Prado, Madrid |
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| Francisco Rizi, S. Antonio abate, 1665 circa, Museo del Prado, Madrid |
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| Paolo Veronese, La Vergine col Bambino appaiono ai SS. Antonio abate e Paolo eremita, 1562, Chrysler Museum of Art, Norfolk |
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Giuseppe Degregorio, S. Antonio abate,
XX sec.
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