Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 17 gennaio 2016

Raymond Leo card. Burke: “Al Sinodo era come se Giovanni Paolo II non fosse mai esistito” et alia

Qualche giorno fa pubblicavamo una sintesi dal network LifeSiteNews di un’intervista rilasciata dal card. Burke a The Wanderer (v. qui). In quella circostanza, il cardinale ricordava come la relazione finale del Sinodo – di cui è disponibile, da circa un mese, la traduzione inglese – fosse seriamente ingannevole.
Ora di quella stessa intervista è possibile avere tra traduzione italiana. Nella festa di S. Antonio abate rilancio questo contributo tratto dall’immancabile Chiesa e postconcilio.

Icona di S. Antonio abate con scene della sua vita

Icona di S. Antonio abate

Mosaico di S. Antonio abate, Monastero Pammakaristos (Fethiye camii), Costantinopoli

Anonimo maestro del 1416, SS. Antonio abate e Francesco d'Assisi, 1416, collezione privata

Annibale Carracci, Tentazioni di S. Antonio abate, 1598 circa, National Gallery, Londra

Andrea Sacchi, SS. Antonio abate e Francesco d'Assisi, 1627 circa, National Gallery, Londra

Francesco Guarino, S. Antonio abate ed il centauro, 1642, collezione privata

Giovanni Battista Tiepolo, Tentazioni di S. Antonio abate, 1725

Henri Pierre Picou, La Tentazione di S. Antonio abate, 1892

Raymond Leo card. Burke: “Al Sinodo era come se Giovanni Paolo II non fosse mai esistito” et alia


Attraverso una lunga intervista a The Wanderer Sua Eminenza Raymond Leo Burke, Cardinale Patronus del Sovrano Militare Ordine di Malta, ha approfondito vari argomenti sulla situazione della Chiesa.
Sul rapporto finale del recente Sinodo sulla famiglia Burke dice che 
«è un documento complesso ed è scritto in un modo in cui non è sempre facile comprendere il contenuto esatto di ciò che viene affermato. Ad esempio, tre paragrafi (nn. 84-86) sono poco chiari […] per questo ho scritto un breve commento su quei paragrafi per chiarire ciò che la Chiesa insegna realmente».
«Siamo consapevoli che i tempi cambiano, e ci troviamo di fronte nuovi sviluppi, ma ci rendiamo anche conto che la sostanza delle cose rimane la stessa. C’è una verità contro cui dobbiamo misurare i cambiamenti che incontriamo nel tempo. Questo non è chiaro nel documento finale del Sinodo», dice il Card. Burke che ammette che ci sono buoni frutti del Sinodo, «come la sua enfasi sulla preparazione al matrimonio». Documenti come Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II e Humanae vitae di di Paolo VI «devono essere accuratamente studiati nelle parrocchie». La cultura, dice Burke, «è completamente opposta all’insegnamento contenuto in questi due documenti» e «molti fedeli non sono ben catechizzati». La casa, dice il cardinale, è «il luogo primario dell’evangelizzazione sul matrimonio e la famiglia. Dobbiamo aiutare coloro che si sforzano di vivere la verità del loro impegno matrimonio, per perseverare e diventare più forti». I Padri sinodali, nel citare parte del punto 84 dellaFamiliaris Consortio, non hanno incluso una frase importante: “La Chiesa ribadisce la sua pratica, che si basa su Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati”. Burke sottolinea che questo «paragrafo della relazione finale su questo argomento è ingannevole in modo molto serio. Dà la falsa impressione di presentare l’insegnamento di Familiaris consortio ma non lo fa in pieno» e questa citazione incompleta è stata «utilizzata da individui come padre Spadaro e gli altri per dire che la Chiesa ha cambiato il suo insegnamento a questo proposito, ma, di fatto, non è vero». «Io credo – continua Burke – che tutto l’insegnamento di Familiaris consortio avrebbe dovuto essere inserito nel documento finale del Sinodo ma ho notato che durante la mia esperienza del 2014 al Sinodo era come se il Papa Giovanni Paolo II non fosse mai esistito».

A proposito dell’“inviolabilità della coscienza” che a sproposito viene richiamata riguardo a tematiche sensibili eticamente, Burke spiega che la coscienza è, 
«la voce di Dio che parla al nostro cuore fin dal primo momento della creazione su ciò che è giusto e sbagliato, ciò che è bene e il male, ciò che è in accordo con il suo piano per il mondo e ciò che non lo è». Ma «deve essere formata secondo la verità. La coscienza non è una sorta di facoltà soggettiva dove la vostra coscienza vi dice una cosa e la mia coscienza mi dice il contrario. È qualcosa che ci unisce perché le nostre coscienze, se sono conformi alla verità, stanno andando a dirci la stessa cosa». Citando il Beato John Henry Newman il card. Burke ricorda che «il Signore istruisce la nostra coscienza attraverso la fede e la ragione e attraverso i Suoi rappresentanti visibili sulla terra (i papi e i vescovi in comunione con lui, cioè, il Magistero). Quindi non è una cosa personale affatto. Dobbiamo agire secondo la nostra coscienza, ma può essere una guida infallibile per noi solo se è costituita sia dalla ragione stessa che dalle verità della nostra fede, che sono sempre in accordo tra loro».

Circa il contesto in cui viviamo la verità, spiega il card. Burke che 
«dobbiamo seguire Cristo per fare la volontà del Padre in ogni ambito della vita. Non si può giudicare verità morali sulla base del contesto – questo è quello che viene definito classicamente come proporzionalismo o consequenzialismo. Questo modo di pensare, dice, per esempio che, anche se è sempre sbagliato abortire, se si è in una situazione in cui si è sotto una grande pressione, potrebbe essere ammissibile in quella particolare circostanza. Questo è semplicemente falso. Siamo chiamati a vivere la nostra fede cattolica eroicamente. Anche la persona più debole riceve la grazia di Cristo, per vivere la verità nella carità […] la moralità obiettivo dell’azione non è in alcun modo modificata dal contesto vissuto. È la verità oggettiva che chiama il “contesto vissuto” ad una trasformazione radicale».

Il decentramento di governo della Chiesa viene giudicato dal cardinale come «un pericolo reale». Decentralizzazione è un termine 
«non appropriato per conversazioni sulla Chiesa. Ciò che è necessario è quello di tornare al Vangelo e alla Chiesa come Cristo l’ha costituita. Fin dall’inizio del suo ministero pubblico, chiamò i Dodici, Egli li preparò ad esercitare il suo governo pastorale della Chiesa in ogni tempo e in ogni luogo. Per adempiere a questa responsabilità, Cristo ha costituito Pietro come capo del collegio apostolico, come il principio di unità fra tutti i vescovi e tra tutti i fedeli. […] Questo è il dono divino concesso; questo è ciò che è Legge Divina nella Chiesa: è il ministero apostolico del Romano Pontefice e dei Vescovi in comunione con lui. Essi hanno la responsabilità di governo. La Conferenza dei Vescovi è un costrutto artificiale per aiutare a coordinare l’attività pastorale e per promuovere la comunione tra i vescovi. Nostro Signore non ha mai insegnato nulla al riguardo, né vi è nulla nella tradizione della Chiesa che darebbe alle Conferenze Episcopali l’autorità di prendere decisioni circa le pratiche pastorali che comporterebbero un cambiamento nell’insegnamento della Chiesa. Ricordiamo che ogni pratica pastorale è legato ad una verità dottrinale. Padre Antonio Spadaro dice in un suo articolo che una pratica pastorale in Germania potrebbe essere radicalmente diverso da una pratica pastorale in Guinea. Come può essere, se ci si riferisce alla stessa dottrina e la stessa verità di Cristo? Trovo tutta questa nozione molto preoccupante. I vescovi diocesani sono gli insegnanti della fede nelle loro diocesi. Tuttavia, i vescovi – e ancora di più il Romano Pontefice – sono tenuti al più alto livello di obbedienza a Cristo e alla tradizione vivente con la quale Cristo viene a noi nella Sua Chiesa. Non possiamo fare la Chiesa in ogni epoca e secondo le idee locali. Dalla mia esperienza per quanto riguarda le Conferenze Episcopali, posso dire che esse possono essere molto utili, ma possono anche avere un effetto molto dannoso, nel senso che il singolo vescovo non prende più sul serio, come dovrebbe, la propria responsabilità di insegnare la Fede e di governare in conformità a tale insegnamento».

Per esempio, 
«la pratica pastorale per coloro che vivono in unioni matrimoniali irregolari non può essere a discrezione della Conferenza episcopale o del singolo vescovo diocesano, altrimenti we would end up with another Protestant denomination (noi dovremmo cercare un altro nome protestante per la Chiesa). Siamo una Chiesa in tutto il mondo: una, santa, cattolica e apostolica. Questi quattro segni devono essere fortemente sottolineati nei tempi in cui viviamo».

Circa i recenti motu proprio sulla dichiarazione di nullità del processo matrimoniale, il cardinale ricorda che 
«la maggior parte delle richieste di nullità matrimoniale sono molto complesse […] Un certo numero di vescovi, molto onestamente e non per colpa loro, mi hanno detto: “Io non sono pronto a giudicare i casi di nullità del matrimonio”. […] Penso che tutta questa questione della riforma del processo di nullità matrimoniale ha bisogno di una gravissima revisione, soprattutto per quanto riguarda alcune delle questioni più critiche […] abbiamo una situazione in cui una richiesta di nullità del matrimonio può essere giudicata affermativamente da un uomo solo, senza alcun controllo obbligatorio sul suo giudizio. Non è giusto; non è un processo serio per giudicare una toccante questione a fondamento della vita, della società e della Chiesa!».

Infine, il cardinal Burke riflette su misericordia e falsa compassione. 
«La misericordia di Dio è una risposta al pentimento e un fermo proposito di correzione. Il figliol prodigo è tornato a suo padre dopo essersi pentito per quello che aveva fatto. Ha detto a suo padre che non era più degno di essere suo figlio e ha chiesto di essere accettato indietro come uno schiavo. Capiva ciò che aveva fatto ed era pentito. La misericordia del padre era una risposta a questo. Vide che suo figlio aveva avuto una conversione del cuore.
Così, anche se le persone vivono in situazioni gravemente peccaminose e vengono alla Chiesa, li abbracciamo con amore. Abbiamo sempre amore per il peccatore, ma dobbiamo vedere che la persona riconosca il peccato e sta cercando di superarlo, che si è pentito e vuole riparare al danno che il peccato ha causato. In caso contrario, la misericordia viene sminuita ed è senza senso. Ho paura che la gente dica “misericordia, pietà, misericordia” senza capirlo. Sì, Dio è il Dio della misericordia. Ma la misericordia è un concetto molto importante, ha a che fare con il nostro rapporto con Dio e il nostro riconoscimento della infinita bontà di Dio, del nostro peccato, e del nostro bisogno di confessione e il pentimento. [Gesù…] è molto compassionevole, ma lui è sempre molto chiaro con i peccatori. Ha detto […] di non peccare più».


venerdì 15 gennaio 2016

“Post corvi discéssum, Eja, inquit Paulus, Dóminus nobis prándium misit, vere pius, vere miséricors. Sexagínta jam anni sunt, cum accípio quotídie dimédii panis fragméntum, nunc ad advéntum tuum milítibus suis Christus duplicávit annónam. Quare cum gratiárum actióne ad fontem capiéntes cibum, ubi tantísper recreáti sunt, íterum grátiis de more Deo actis, noctem in divínis láudibus consumpsérunt” (Lect. V – II Noct.) - SANCTI PAULI, PRIMI EREMITÆ, CONFESSORIS

La festa di questo patriarca dell’ascesi monastica orientale è entrata molto tardi nel calendario romano, giacché fu soltanto sotto l’influenza di una Congregazione religiosa che portava il suo nome. In effetti, fu inserita nell’Ordo del Laterano, ed apparve a Roma nell’XI sec., con il calendario dell’Aventino, il lezionario di San Gregorio, il passionario dei Santi Giovanni e Paolo, i martirologi di San Pietro e di San Ciriaco. Si trova il nome del santo nella litania pasquale (del sabato santo) dell’Epistolario di San Saba (L’Epistolario di san Saba è un lezionario dell’XI sec. su pergamena, che nel XVII sec. è stato rivestito di cuoio e denominato Lectionnarius vetus: cfr. Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, p. 33).
I Copti festeggiano san Paolo di Tebe il 27 gennaio ed i Bizantini il 15 dello stesso mese, mentre il calendario di Napoli l’iscrive al 19. Beda introdusse la sua menzione al 10 gennaio nel suo martirologio. La festa era celebrata a San Gallo dalla metà del IX sec., ma nel XII, essa era ancora poco diffusa in Francia ed in Italia (così ricorda G. de Valous, Le Monachisme clunisien des origines au XVe siècle, Coll. Archives de la France monastique, tomo 39, Paris 1935, p. 399) (cfr. sul punto P. Jounel, op. cit., p. 212).
Dopo il XIV sec., la festa aveva preso in Occidente uno sviluppo considerevole, tanto che Innocenzo XIII elevò la festa di san Paolo eremita al rito doppio per la Chiesa universale. Roma stessa, nel XVI sec., sul colle Viminale, nel rione Monti, aveva un tempio in onore di questo ammirevole figlio del deserto. Oggi quest’edificio è confiscato e profanato dallo Stato italiano (Cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 190).
L’insegna degli eremiti di San Paolo era la palma. Da lì vengono, nella messa, le graziose e frequenti allusioni a quest’albero provvidenziale che fornì al nostro santo cibo e vestiti (i suoi abiti erano, infatti, intrecciati con le foglie di palma) e che, per l’estensione dei suoi rami, simbolizza molto bene nelle Scritture l’attività soprannaturale dei giusti.
La storia di san Paolo, primo eremita, fu scritta verso il 376 da san Girolamo. La sua identità con il monaco Paolo, che due preti luciferiani (i luciferiani erano un gruppo di seguaci di san Lucifero di Cagliari, i quali erano noti per il loro rigorismo ed intransigentismo, tanto da far dubitare molti – anche nell’antichità – della santità dello stesso san Lucifero), Marcellino e Faustino, i quali, essendo stati espulsi da Roma da papa Damaso, presentarono una petizione, una lettera (Libellus Precum Adversus Damasum) agli imperatori Valentiniano, Teodosio ed Arcadio (tra il 383 ed il 384), nella quale, tra l’altro, ci descrivono come un invincibile campione dell’ortodossia di Nicea ad Ossirinco (Faustinus et Marcellinus presbyterorum partis Ursini, Adversus Damasum, Libellus Precum Ad Imperatores Valentinianum, Theodosium et Arcadim, § 26, in PL 13, col. 101), non è interamente dimostrata. Nel documento, che fa parte della Collectio Avellana, racconta quello che vi è era capitato poco prima ad Ossirinco. Il vescovo di questa città, certo Teodoro, aveva, per la sua indegna condotta, provocato uno scisma nella sua chiesa. Una parte del clero e dei fedeli si erano separati da lui e restavano legati strettamente all’ortodossia exemplo et monitu beatissimi Pauli qui iisdem fuit temporibus quibus et famosissimus ille Antonius, non minori vita neque studio, neque divina gratia, quam fuit sanctus Antonius. Novit et hoc ipsa civitas Oxyrinchus, quæ hodieque sanctam Pauli memoriam devotissime célébrât. Questo beato Paolo, che viveva nella Tebaide, che fu contemporaneo ed emulo del grande sant’Antonio e di cui la memoria era celebrata dagli abitanti di Ossirinco come quella di un santo, non sarebbe altro, evidentemente, che Paolo di Tebe. A differenza della Vita Pauli di Girolamo, da cui emerge la figura di un anacoreta, che viveva nascosto nel deserto e sconosciuto a tutti, tanto che solo una rivelazione lo fa conoscere ad Antonio, questo testo, al contrario, ci informa della sua grande notorietà e che è coinvolto attivamente negli affari interni della chiesa di Ossirinco.
Se il Paolo di questo secondo documento (cioè oltre la fonte girolamina) sarebbe lo stesso di quello di cui san Girolamo tesse l’elogio, il primo eremita ci sarebbe mostrato in un aspetto completamente nuovo. I bisogni della fede l’avrebbero temporaneamente trasformato in un coraggioso apostolo. Il documento in questione aggiunge che la festa di san Paolo era da allora celebrata ogni anno dal popolo di Ossirinco (Cfr. H. Delehaye, La personnalité historique de saint Paul de Thèbes, in Analect. Bolland., t. XLIV, 1926, pp. 64-69. Contra F. Cavallera, Paul de Thebes et Paul de Oxyrhynque, in Revue d’ascétique et de mystique, t. VII, 1926, p. 302-305, per il quale il Paolo menzionato nel Libellus Precum sarebbe un omonimo del santo eremita, da non confondere con quest’ultimo. Infatti, si argomenta che il Paolo di Ossirinco sarebbe stato attivo all’epoca di Giorgio, vescovo di Alessandria, vale a dire tra il 357 ed il 361 e doveva essere noto quanto Antonio e non inferiore a lui per santità di vita, zelo e grazia divina).
La messa, tranne un verso d'Osea, non ha alcun elemento proprio, ma desume le sue parti da altre messe del comune dei semplici confessori. Un autore sacro riferisce una bella definizione di un santo. Un santo, egli dice, è un cristiano che prende sul serio gli obblighi del suo battesimo, e la natura delle relazioni che corrono fra il Creatore e la creatura. Così si spiega come san Paolo eremita, per esempio abbia potuto sostenere quasi un secolo di vita, a solitaria e penitente, credendo ancora di dare troppo poco per conquistare il paradiso e Dio.




Daniel de Vos, S. Paolo eremita, XVII sec., collezione privata

Daniele Crespi, Morte di S. Paolo eremita, 1619 circa

Diego Rodriguez de Silva y Velázquez, SS. Antonio abate e Paolo eremita, 1634 circa, Museo del Prado, Madrid

Jusepe de Ribera, S. Paolo eremita, 1635-40, museo del Prado, Madrid

Jusepe de Ribera, S. Paolo eremita, 1640 circa, museo del Prado, Madrid

Carlo Dolci, S. Paolo eremita riceve il pane dal corvo, prima del 1648, Muzeum Narodowe w Warszawie, Varsavia

Carlo Dolci, S. Paolo eremita riceve il pane dal corvo, 1648

Francisco Camilo, Morte di S. Paolo eremita, 1649 circa, museo del Prado, Madrid

Mattia Preti, S. Paolo eremita, 1656-60, Art Gallery of Ontario, Toronto

Mattia Preti (attrib.), S. Paolo eremita, 1675 circa, Museu Nacional de Arte Antiga, Lisbona

Mattia Preti, S. Paolo eremita, XVII, Museu Nacional d'Art de Catalunya, Barcellona

Luca Giordano, S. Paolo eremita, 1685-90, collezione privata

Alexandre Cabanel, S. Paolo eremita, 1841-45, Musée Fabre, Montpellier

sabato 17 gennaio 2015

“Mihi crédite, … fratres, pertiméscit sátanas piórum vigílias, oratiónes, jejúnia, voluntáriam paupertátem, misericórdiam et humilitátem, máxime vero ardéntem amórem in Christum Dóminum, cujus único sanctíssimæ crucis signo debilitátus áufugit” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI ANTONII ABBATIS

Il nome di questo celebre patriarca fu pronunciato per la prima volta a Roma da sant’Atanasio, che, descrivendo le sue virtù ed i suoi miracoli ai lontani discendenti dei Gracchi e degli Scipioni sull’Aventino, nella casa di Marcello, ispirò loro l’amore per la vita monastica.
La celebrazione di «sant’Antonio il Grande, astro del deserto e padre di tutti i monaci», Άγιος Αντώνιος ο Μέγας , αστέρι της ερήμου και ο πατέρας όλων των μοναχών, è iscritta in questo giorno nel calendario copto. È ugualmente in questo giorno che essa è celebrata nei riti siriani occidentale e siriani orientale e bizantino, come era già a Gerusalemme nel V sec. La sua menzione apparve in Occidente col martirologio di Beda. Il culto di sant’Antonio è attestato a San Gallo ed in Inghilterra dal IX sec. Si diffuse modestamente nel X sec. prima di ricevere un grande sviluppo in Francia ed in Inghilterra nell’XI sec., sebbene Cluny non l’avesse mai ricevuto. In Italia, la diffusione non raggiunse altrettanta ampiezza se non allorché si elevarono sotto il suo nome, in Francia ed in Italia, in occasione della malattia chiamata «fuoco sacro» o «di sant’Antonio», un gran numero di ospedali e di cappelle. Il nome di sant’Antonio apparve a Roma nell’XI sec. nella litania pasquale di San Saba, nel calendario dell’Aventino, nel passionario dei Santi Giovanni e Paolo, nei martirologi del Vaticano (che è dipendente da Beda) e di San Ciriaco. Tutte le fonti sono, conviene sottolineare, di origine monastica. Nel XII sec., la festa di sant’Antonio si trova nel sacramentario di San Trifone prima di apparire nell’Ordo del Laterano e nel calendario di San Pietro. Come si vede, la penetrazione e la diffusione del culto di sant’Antonio a Roma ha seguito lo stesso processo della recezione del culto di san Paolo Eremita e di san Mauro (cfr. Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, pp. 214-215).
La festa, quindi, entrò molto tardi nel calendario romano.
A Roma molte chiese erano dedicate al santo, presso la mole di Adriano, a Ripetta, al Foro Romano, ma la più celebre si ergeva sull’Esquilino – l’antica basilica di Sant’Andrea, di Giunio Basso, dedicato in seguito all’illustre Padre del monachesimo egiziano – presso Santa Maria Maggiore, e che aveva un ospedale ad essa annesso, dove, sotto Innocenzo III, trovò un asilo temporaneo persino san Francesco d’Assisi.
La tomba del santo abate fu dapprima in un luogo sconosciuto sul monte Kolzin, ai margini del mar Rosso, poi, nel 561, i suoi resti furono deposti ad Alessandria. Da lì per secoli furono nella chiesa di Saint-Julien di Arles. Per la prima volta nella storia, nel gennaio 2006, in occasione del Giubileo antoniano, le reliquie di sant’Antonio abate hanno lasciato la città di Arles. Dal 6 al 13 gennaio 2006 sono state ospitate nel Comune di Novoli in provincia di Lecce, comune che ne conserva la reliquia del braccio. Dal 13 al 17 gennaio 2006 sono state accolte sull’Isola d’Ischia. Il 20 agosto 2006 sono giunte ad Aci Sant’Antonio.
Nell’iconografia è rappresentato come eremita, con la croce egiziana a forma di T, con un libro, il campanello del mendicante ed un porco – simbolo delle tentazioni diaboliche.



Il santo, infatti, rimasto orfano di entrambi i genitori intorno ai venti anni ed unico erede maschio dei vasti possedimenti terrieri, vendette tutti quei beni, dando il ricavato ai poveri, e, sistemata adeguatamente la sorella, si diede a vita solitaria ed eremitica nel deserto. Lì fu tentato per molti anni dal diavolo, che gli compariva ora sotto forme umane ora sotto forme mostruose; lo tentava soprattutto nella lussuria ed una volta, vinta questa tentazione, vide apparire il diavolo sotto forma di un ragazzo nero, un etiope, che gli si presentò dinanzi come «spirito dell’impurità» e che gli si prostrò dicendosi vinto dal Santo (cfr. Sant’Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, 6.1-3, ora con Introduzione, traduzione e note di Lisa Cremaschi, Paoline, Milano 2007, pp. 90-91). Ma, dopo il diavolo, ebbe la consolazione di vedere Gesù, al quale chiese la ragione per la quale l’avesse lasciato solo a lottare col demonio. E Gesù gli rispose che non l’aveva mai lasciato e che era sempre stato al suo fianco, poiché, diversamente, non sarebbe mai riuscito vincitore del Maligno. Scoperto il suo rifugio, cominciarono ad accorrere a lui frotte di gente, in cerca di aiuto e consiglio, interrompendo la sua preghiera. Fu così che decise di ritirarsi ancor più nel deserto, per non essere disturbato. Ma fu seguito da tanti, affascinati dalla sua vita. Fu così che il deserto si popolò di uomini, dediti alla preghiera, al ritiro ed alla penitenza. Ecco perché egli è considerato Padre della vita anacoretica e del monachesimo.






Joan Reixach, S. Antonio abate, 1450-60, Museo del Prado, Madrid

Luis Tristán, S. Antonio abate, XVII sec., Museo del Prado, Madrid

Fray Juan Bautista Maíno, S. Antonio abate in un paesaggio, 1612-14, Museo del Prado, Madrid

Francisco Rizi, S. Antonio abate, 1665 circa, Museo del Prado, Madrid

Francisco de Zurbarán, S. Antonio abate, 1664

Paolo Veronese, La Vergine col Bambino appaiono ai SS. Antonio abate e Paolo eremita, 1562, Chrysler Museum of Art, Norfolk

Giuseppe Degregorio, S. Antonio abate, XX sec.