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venerdì 2 ottobre 2015
domenica 30 agosto 2015
“Exínde cœpit supérnis abundáre delíciis, illustrári visiónibus, colliquéscere seráphicis ardóribus. Angelo tutelári, sanctæ Catharínæ Senénsi, Vírgini Deíparæ inter assíduas apparitiónes mire familiáris, a Christo has voces audíre méruit: Rosa cordis mei, tu mihi sponsa esto” (Lect. VI – II Noct.) – SANCTÆ ROSÆ A SANCTA MARIA, VIRGINIS LIMANÆ
Questo
delicato fiore della Chiesa del Perù ha avuto il raro privilegio che il suo
ufficio venisse redatto da quel pio e dotto liturgista che fu il Cardinal
Giovanni Bona.
La
popolarità della nostra Santa, morta il 24 agosto 1617, fu tale che Roma aveva
permesso, sin dalla beatificazione, la celebrazione della sua Messa votiva nel
mondo intero, caso unico nella storia del culto dei santi. Fu canonizzata il 12
aprile 1671.
La festa di
santa Rosa fu iscritta nel calendario ed elevata da Benedetto XIII al rito
doppio nel 1727, in modo che essa ha praticamente soppresso quella dei due
martiri del cimitero di Commodilla, ridotta al rango di mera commemorazione.
Come santa
Caterina da Siena, Rosa era iscritta al Terz’Ordine di san Domenico; nella
basilica di Santa Maria sopra Minerva a Roma, presso la tomba della vergine di
Siena, si venera il crocifisso dinanzi al quale Rosa aveva costume di fare
l’orazione.
Prima di
ammettere la pia vergine peruviana alle sue nozze mistiche, Dio si compiacque
farla passare attraverso la prova del fuoco. Egli la purificò con dure
penitenze corporali, per mezzo anche di quelle pene mistiche che soffrì l’anima
che non è ancora abituata al contatto con la divinità, la quale, al dire
dell’Apostolo, è sempre ignis consumens.
La messa è dal Comune delle Vergini, come il 10 febbraio, ma la
prima colletta è propria, nella quale è disegnato un bel programma di vita
spirituale. Ciascuno di noi deve esprimere Gesù Cristo nella sua vita, nei suoi
pensieri, nelle sue parole, togliendo alla pietà cristiana tutto quel che di
aspro o di spigoloso può conferirle talora la nostra mortificazione; cosi che
la devozione appia anche agli altri soave ed amabile, come appariva appunto quella
del Divin Maestro e della sua sposa oggi celebrata.
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| Scuola di Cusco, S. Rosa col Bambino Gesù, 1680-1700, Museo de Arte de Lima, Lima |
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| Claudio Coello, S. Rosa con il Bambino Gesù, 1683, Museo del Prado, Madrid |
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| Bartolomé Esteban Murillo, S. Rosa da Lima, 1670, Museo Lázaro Galdiano, Madrid |
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| Gregorio Vásquez de Arce y Ceballos, Matrimonio mistico di S. Rosa (o Caterina da Siena) alla presenza di S. Barbara, S. Giuseppe e S. Agostino, 1670, Museo de Arte del Banco de la República, Bogotà |
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| Scuola catalana, S. Rosa stringe il Bambino Gesù, 1788 circa, collezione privata |
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| Nicolás Correa, Nozze mistiche di S. Rosa, 1691, Museo Nacional de Arte (MUNAL), Città del Messico |
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| Anonimo, S. Rosa ai piedi di S. Domenico, XVII sec., Museo de Arte Religioso, Basilica Cattedrale, Lima |
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| Francisco Martínez, S. Rosa rifiuta la mano di un pretendente, XVII sec., Museo Universitario BUAP, Città di Puebla |
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| Francisco Martínez, S. Rosa nel suo eremitaggio domestico, XVII sec., Museo Universitario BUAP, Città di Puebla |
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| Francisco Martínez, S. Rosa attaccata dal demonio, XVII sec., Museo Universitario BUAP, Città di Puebla |
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| Francisco Martínez, S. Rosa conversa con Gesù Bambino, XVII sec., Museo Universitario BUAP, Città di Puebla |
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| Francisco Martínez, Matrimonio mistico di S. Rosa, XVII sec., Museo Universitario BUAP, Città di Puebla |
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| Cristóbal de Villalpando, Nozze mistiche di S. Rosa, XVII sec., Cattedrale Metropolitana, Città del Messico |
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| Juan Tinoco, Matrimonio mistico di S. Rosa, XVIII sec., Cappella Ochavo, Cattedrale, Puebla |
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| Jose del Pozo (attrib.), S. Rosa, 1810-20 circa, Museo de Arte de Lima, Lima |
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| Madonna del Rosario tra i SS. Domenico e Rosa, chiesa di S. Domenico, Lucera |
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| Altare di S. Rosa, con i crani di S. Rosa e di S. Martino de Porres e le reliquie di S. Giovanni Macias, Basilica di S. Domenico, Lima |
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| Reliquia del cranio di S. Rosa, Basilica di S. Domenico, Lima |
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| Ricostruzione computerizzata del verosimile volto di S. Rosa sulla base dei rilievi del cranio |
lunedì 1 giugno 2015
Perché la mistica non finisca in politica - Editoriale di giugno di "Radicati nella fede"
Nella memoria liturgica di S.
Angela Merici, vergine, rilancio quest’editoriale di Radicati nella fede.
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| Anonimo, S. Angela Merici, XVII sec. |
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| Urna di S. Angela Merici col corpo incorrotto della Santa, Santuario di S. Angela Merici, Brescia |
PERCHÉ
LA MISTICA NON FINISCA IN POLITICA
Editoriale
“Radicati nella fede”
Anno VIII n. 6 - Giugno 2015
Cambierà
qualcosa nella Chiesa? Vedremo la fine della crisi modernista? Vedremo il
ritorno di tutta la Chiesa alla sua Tradizione?
Umanamente
dovremmo rispondere di no.
Da troppo
tempo questa crisi va avanti, perché umanamente sia prevedibile una rinascita.
La presenza dei cattolici secondo il gusto del mondo è così estesa e la
Tradizione così umanamente esigua, da portare, secondo un calcolo umano, allo
scoraggiamento.
Per questo,
secondo una previsione umana, possiamo dire che non vedremo il ritorno alla
Tradizione.
Eppure noi
preghiamo e lavoriamo ogni giorno perché la Tradizione torni ad essere
patrimonio comune di tutta la Chiesa. Facciamo la Tradizione per questo, la
facciamo perché tutti tornino ad essa, e la Chiesa si liberi dal veleno
modernista nella sua dottrina e nella sua pastorale.
Sarebbe
logico abbracciare la Tradizione, passare alla Messa antica, solo per un gusto
personale? Che senso avrebbe fare la Tradizione senza desiderare che questa
torni a regnare sulla Chiesa tutta? Sarebbe un gioco senza senso! e noi non
vogliamo giocare.
Ma questo
desiderio, umanamente infondato, come non è un’utopia?
Non è
un’utopia irrealizzabile perché è in gioco la potenza di Dio. È Dio che conduce
la storia, è sua l’onnipotenza; “nulla è impossibile a Dio”.
Carissimi,
occorre evitare la tentazione del Naturalismo pratico, che può
regnare anche in coloro che si dicono Cattolici secondo la Tradizione.
Il
naturalismo pratico, quando pensa alle vicende della storia, del mondo o della
Chiesa fa lo stesso, calcola in sostanza solo le forze umane in atto. A parole
può ancora dire che Dio può tutto, ma questo potere non entra mai nella logica
delle sue scelte e azioni.
Quando
questo naturalismo pratico entra nell’azione dei cattolici è devastante: li fa
agire secondo il possibile umano e non secondo il possibile di Dio.
Sono tanti
quelli che amano la Tradizione, che la sentono corrispondente alla verità della
fede, e poi agiscono non secondo questa verità, ma secondo il calcolo umano del
possibile e realizzabile! Dicono: “Come è vera e bella la Tradizione della
Chiesa - e poi aggiungono - ma ormai non può più tornare il suo glorioso passato;
siamo dunque prudenti e accontentiamoci di qualcosa di meno realizzabile ora”.
Per questi cattolici il possibile e il realizzabile non è poggiato sulla Verità
di Dio, ma sul fattibile umano.
Non c’è
posto nel loro calcolo per la grazia, sono dei naturalisti.
Non c’è
posto per Dio, non c’è posto per il miracolo, che in verità è la normalità
della Storia.
I cattolici
di duemila anni, quelli veri, non hanno pensato e agito così.
Hanno
riconosciuto la Verità di Dio, l’hanno desiderata per la loro vita, hanno
faticato e lottato perché il mondo intero la riconoscesse e accogliesse. Per
questo il Cristianesimo si è diffuso nel mondo intero.
Hanno posato
la loro azione sulla verità della grazia e della onnipotenza di Dio, non hanno
calcolato umanamente il realizzabile.
I martiri
hanno fatto così.
Loro, che
sono i santi per eccellenza, sono morti per affermare la verità di Dio,
fidandosi che un giorno Dio avrebbe portato a compimento l’opera. Sono morti
senza vedere il trionfo della fede; sono morti sul serio, in una solitudine
abitata solo da Dio, lasciando a Dio il futuro. Hanno vissuto dell’unica
preoccupazione seria, quella di santificare il presente nella fedeltà assoluta
a Nostro Signore Gesù Cristo.
E che dire
di tutti quei cristiani, pensiamo al quelli del Giappone, che per secoli hanno
resistito fedeli al Signore, con un Pater e Ave, senza più sacramenti,
consegnando la loro fede ai figli, lasciando a Dio il futuro, certi che un giorno
un missionario sarebbe tornato con i sacramenti che salvano. Fedeli a Dio nel
presente, senza calcolo umano, lasciando a Dio l’esito della loro testimonianza.
Cari amici,
anche noi dobbiamo fare così, fedeli a Dio nel presente, custodendo la Tradizione
che è la natura stessa del Cattolicesimo, lasciando a Dio il futuro. È l’unica
posizione ragionevole.
È qui
dentro, in una posizione radicalmente anti-naturalista, certa realmente della
potenza della grazia, che ha senso e valore il nostro sacrificio, unito a
quello di Cristo.
L’alternativa
è il pasticciare: volere un po’ di Tradizione, venendo continuamente a patti
con mille compromessi in chiesa e in casa, accondiscendendo al peccato o
all’errore che ci circonda, sottraendoci al sacrificio del richiamo, dicendoci
che non possiamo pretendere tutto. Tanti fanno così: un po’ di tradizione e
tanto cedimento alle mode del momento, lasciando
a Dio la responsabilità della testimonianza. È l’esatto contrario che occorre
fare: la nostra testimonianza dev’essere totale, lasciando alla grazia di Dio i
frutti.
Occorre non
essere cattolici naturalisti. Il naturalista è sciocco e miope, dice di credere
in Dio e poi sottrae a lui la signoria sulla realtà e il tempo.
Occorre
essere mistici, cioè cattolici. I mistici vedono Dio all’opera e partono da
questo.
Occorre
restare mistici, mentre intorno a noi la mistica muore nella politica. Anche
quella ecclesiastica.
giovedì 30 aprile 2015
“Doctrína ejus infúsa, non acquisíta fuit; sacrárum litterárum professóribus difficíllimas de divinitáte quæstiónes proponéntibus respóndit” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTÆ CATHARINÆ SENENSIS VIRGINIS ET PRIMARIAE ITALIAE PATRONAE
Il
nome di questa Santa appartiene a Lui solo ed odora di un profumo di purezza
verginale. Novella Deborah del Nuovo Testamento, risplendé nella Chiesa come
una profetessa, restauratrice della Sede pontificale a Roma, oracolo dei papi e
dei principi, mediatrice di pace tra i popoli in lotta, maestra chiarissima di
numerose anime sulla strada della più sublime santità, prodigio di mortificazione,
vittima dell’amore divino, la cui la fiamma l’ha consumata a Roma
prematuramente nel fiore della sua giovinezza, ad appena trentatré anni (+ 29 aprile
1380).
Pio
II, nella bolla di canonizzazione della Santa, ordinò di celebrare la sua festa
la prima domenica di maggio. Clemente VIII la trasferì a questo giorno, che
segue immediatamente quello della sua morte.
La
messa è quella del Comune delle Vergini, come il 10 febbraio; tuttavia le
collette sono proprie; esse furono composte dal gesuita Terenzio Alciati sotto
Urbano VIII.
Il
corpo verginale di Caterina riposa dal 1855 sotto l’altare maggiore della
splendida chiesa di Santa Maria sopra Minerva, a Roma (Cfr. Mariano Armellini,
Le chiese di Roma dal
secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp.
485-491; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio
evo, Firenze 1927,
pp. 346-347). Un altro tempio è dedicato al suo nome presso il monte Quirinale,
nel rione Monti, e conserva il ricordo della famiglia spirituale dei Terziari
domenicani che si erano raccolti intorno a lei (cfr. Armellini, op. cit., pp. 176-178). È la chiesa di Santa Caterina a
Magnanapoli, che, attualmente, è la chiesa dell’ordinariato militare
italiano.
Menzioniamo
anche la piccola chiesa che si eleva a suo nome sulla via Giulia ed è
legata all’arciconfraternita dei senesi, a cui oggi ancora appartiene (cfr. ibidem,
p. 423; Huelsen, op. cit.,
p. 530).
Sul
luogo dove morì la Santa nel 1380, di fronte al convento di Santa Chiara, fu
eretto un monastero di domenicane, poi spostatosi, per ordine di san Pio V, a
Magnanapoli, rimanendovi solo la cappella di santa Caterina (cfr. Armellini, op. cit., p. 491; Huelsen, op. cit., pp. 530-531).
Nel
1942, nel quartiere Gianicolense, presso la stazione di Trastevere, fu eretta
la chiesa dei Santi Francesco e Caterina, Patroni d’Italia.
La
Confessione di San Pietro, in Vaticano, è ancora tutta impregnata del suo
virginale profumo. Caterina, negli ultimi mesi della sua vita, vi passava una
buona parte delle sue mattinate, assorta in preghiera per il bene della Chiesa,
al quale si era consacrata come vittima.
L’anima
per la quale Dio è tutto ha pochi bisogni, ed il segno che possediamo veramente
il Signore nel nostro cuore consiste nel fatto che il nostro spirito è staccato
dei numerosi bisogni, piccole miserie e necessità che ci crea spesso la nostra
mollezza e la nostra poca mortificazione. Santa Caterina passò una volta senza
mangiare nulla dalla Quaresima al tempo successivo fino alla Pentecoste,
nutrita unicamente dell’alimento sacramentale. Tuttavia, anche senza ricorrere
a questi prodigi di penitenza, è certo che si nota come nella vita di tutti i
santi quanto i loro bisogni erano ridotti, in proporzione inversa dell’imperiosa
fame di Dio che provava la loro anima.
“Figlia
mia, tu pensa a me ed
io penserò a te”, disse un giorno il Signore a santa Caterina da Siena: «Ceterum præfatæ nimis
notandæ doctrinæ aliam valde notabilem addit Dominus: quæ, si non fallor, ex
ipsa deducitur inclusive. Ait enim, dum alia vice ei apparuit: Filia, cogita de
me: quod si feceris, ego cogitabo de te incunctanter» («Alla eccellente dottrina esposta, il Signore ne aggiunge un’altra,
degna di nota, la quale, se non sbaglio, è una conseguenza della prima. Le riapparve infatti
più tardi e le disse: “Figliola, pensa a me: se lo farai, io penserò subito a
te”») (Beato Raimondo
da Capua, Vita Catharinæ Senensis o Legenda major, parte I, cap. VI, § 97, in Acta Sanctorum, Aprilis, vol.
III, Dies 30, Parigi-Roma 1866, p.
886. Cfr. anche Legenda
minor, in Mélanges d’archéologie et
d’histoire, 1912, p. 426: «Porro aliam doctrinam dedit Christus virgini
dicens: filia cogita de me quod si facies et
ego
cogitabo de te incunctanter»). Abbiamo, dunque, fiducia in Dio,
sposiamo gli interessi della sua gloria, ed Egli si occuperà di quelli della
nostra salvezza.
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| Melchiorre Caffà, Estasi di S. Caterina, 1666, Chiesa di Santa Caterina da Siena a Magnapoli, Roma |
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| Carlo Dolci, S. Caterina, 1665-70, Dulwich Gallery, Londra |
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| Giovanni Battista Salvi detto il Sassoferrato, S. Caterina riceve da Gesù la corona di spine, XVII sec. |
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| Fray Juan Bautista Maíno, S. Caterina da Siena, 1612-14, museo del Prado, Madrid |
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| Giovanni Battista Tiepolo, S. Caterina da Siena, 1746, Kunsthistorisches Museum, Vienna |
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| Pompeo Batoni, Estasi e stigmatizzazione di S. Caterina da Siena, 1743, Museo di Villa Guinigi, Lucca |
sabato 17 gennaio 2015
Sulle orme di S. Antonio il Grande, abate
Per assaporare la mistica e l'ascesi di S. Antonio abate, detto il Grande, riporto alcuni suoi apoftegmi o detti:
1. Un giorno il santo padre Antonio, mentre sedeva nel deserto, fu preso da sconforto e da fitta tenebra di pensieri. E diceva a Dio: «O Signore! Io voglio salvarmi, ma i pensieri me lo impediscono. Che posso fare nella mia afflizione?». Ora, sporgendosi un po’, Antonio vede un altro come lui, che sta seduto e lavora, poi interrompe il lavoro, si alza in piedi e prega, poi di nuovo si mette seduto a intrecciare corde, e poi ancora si alza e prega. Era un angelo del Signore, mandato per correggere Antonio e dargli forza. E udì l’angelo che diceva: «Fa’ così e sarai salvo». All’udire quelle parole, fu preso da grande gioia e coraggio: così fece e si salvò (76b; PJ VII, 1).
2. Il padre Antonio, volgendo lo sguardo all’abisso dei giudizi di Dio [1], chiese: «O Signore, come mai alcuni muoiono giovani, altri vecchissimi? Perché alcuni sono poveri, e altri ricchi? Perché degli empi sono ricchi e dei giusti sono poveri?». E giunse a lui una voce che disse: «Antonio, bada a te stesso. Sono giudizi di Dio questi: non ti giova conoscerli» (76c; PJ XV, 1).
3. Un tale chiese al padre Antonio: «Che debbo fare per piacere a Dio?». E l’anziano gli rispose: «Fa’ quello che io ti comando: dovunque tu vada, abbi sempre Dio davanti agli occhi; qualunque cosa tu faccia o dica, basati sulla testimonianza delle Sante Scritture; in qualsiasi luogo abiti, non andartene presto. Osserva questi tre precetti, e sarai salvo» (PJ I, 1).
4. Disse il padre Antonio al padre Poemen: «Questa è l’opera grande dell’uomo: gettare su di sé il proprio peccato davanti a Dio; e attendersi tentazioni fino all’ultimo respiro» (77a; PJ XV, 2).
5. Egli disse ancora: «Nessuno, se non tentato, può entrare nel regno dei cieli; di fatto – dice – togli le tentazioni, e nessuno si salva» (Vedi Evagrio 5; cf. Poemen 13).
6. Il padre Pambone chiese al padre Antonio: «Che debbo fare?». L’anziano gli dice: «Non confidare nella tua giustizia, non darti cura di ciò che passa, e sii continente nella lingua e nel ventre».
7. Il padre Antonio disse: «Vidi tutte le reti del Maligno distese sulla terra, e dissi gemendo: – Chi mai potrà scamparne? E udii una voce che mi disse: – L’umiltà» (77b; PJ XV, 3).
8. Il padre Antonio disse: «Vi sono di quelli che martoriano il corpo nell’ascesi e, mancando di discernimento, si allontanano da Dio» (PJ X, 1).
9. Disse ancora: «È dal prossimo che ci vengono la vita e la morte. Perché, se guadagniamo il fratello, è Dio che guadagniamo; e se scandalizziamo il fratello, è contro Cristo che pecchiamo» (PJ XVII, 2).
Fonte: Vita e detti dei Padri del deserto
Fonte: Vita e detti dei Padri del deserto
10.
Disse ancora: «Come i pesci muoiono se restano all’asciutto, così i monaci che
si attardano fuori della cella o si trattengono fra i mondani, snervano il
vigore dell’unione con Dio. Come dunque il pesce al mare, così noi dobbiamo
correre alla cella; perché non accada che, attardandoci fuori, dimentichiamo di
custodire il di dentro» (77c; PJ II, 1).
11.
Disse ancora: «Chi siede nel deserto per custodire la quiete con Dio è liberato
da tre guerre: quella dell’udire, quella del parlare, e quella del vedere.
Gliene rimane una sola: quella del cuore» (PJ II, 2).
12.
Alcuni fratelli si recarono dal padre Antonio per raccontargli le loro visioni
e apprendere se erano vere o dai demoni; essi avevano un asino, e morì lungo il
cammino. Quando dunque giunsero dall’anziano, questi li prevenne: «Come mai
l’asinello è morto lungo la strada?». Gli dicono: «E come l’hai saputo,
padre?». Ed egli a loro: «Sono stati i demoni a farmelo vedere». Gli dicono: «E
noi appunto per questo eravamo venuti: per chiederti se non siamo preda
d’inganno, perché abbiamo visioni che spesso si mostrano vere». Ora, con
l’esempio dell’asino, l’anziano li convinse che erano dai demoni (77d; PJ X,
2a).
13.
Nel deserto c’era un tale che cacciava belve feroci; e vide il padre Antonio
che scherzava con i fratelli e se ne scandalizzò. Ma l’anziano, volendo fargli
capire che occorre talvolta accondiscendere ai fratelli, gli dice: «Metti una
freccia nel tuo arco e tendilo». Egli lo fece. Gli dice: «Tendilo ancora», e lo
fece. Gli dice un’altra volta: «Tendilo». Il cacciatore gli dice: «Se lo tendo
oltre misura, l’arco si spezza». L’anziano gli dice: «Così accade anche nell’opera
di Dio: se coi fratelli tendiamo l’arco oltre misura, presto si spezzano.
Perciò talvolta bisogna essere accondiscendenti con i fratelli». Ciò udendo, il
cacciatore fu preso da compunzione e se ne andò molto edificato. E anche i
fratelli ritornarono confortati ai loro posti (77d-80a; PJ X, 2b).
14.
Il padre Antonio udì di un giovane monaco che aveva compiuto un prodigio sulla
strada: visti degli anziani affaticati dal cammino, aveva ordinato agli onagri
di venire e di portarli fino ad Antonio. Gli anziani riferirono la cosa al
padre Antonio. Dice loro: «Quel monaco mi pare una nave piena di tesori; ma non
so se giungerà in porto». Dopo qualche tempo, a un tratto, il padre Antonio si
mette a piangere, a strapparsi i capelli, a gemere. I discepoli gli chiedono:
«Padre, perché piangi?». Ed egli: «È crollata or ora una grande colonna della
Chiesa» – intendeva dire di quel giovane monaco. «Ma andate da lui – dice – a
vedere quel che è accaduto». I discepoli dunque vanno e trovano il monaco che,
seduto su una stuoia, piange il peccato commesso. Al vedere i discepoli
dell’anziano, egli dice: «Dite al padre che supplichi Dio di concedermi solo
dieci giorni di tempo, e spero di poterne fare ammenda». Dopo cinque giorni
morì (80bc).
15.
Un monaco fu lodato dai fratelli presso il padre Antonio. Egli lo prese seco e
lo mise alla prova per vedere se sopportava il disprezzo. Visto poi che non era
capace di soffrirlo, gli disse: «Sembri un villaggio tutto adorno sul davanti e
dietro devastato dai briganti» (PJ VIII, 2).
16.
Un fratello disse al padre Antonio: «Prega per me». L’anziano gli dice: «Non
posso io avere pietà di te, e neppure Dio, se non sei tu stesso a impegnarti
nel pregare Dio» (PJ X, 3).
17.
Un giorno, alcuni anziani fecero visita al padre Antonio; c’era con loro il
padre Giuseppe. Ora l’anziano, per metterli alla prova, propose loro una parola
della Scrittura e cominciò dai più giovani a chiederne il significato. Ciascuno
si espresse secondo la propria capacità. Ma a ciascuno l’anziano diceva: «Non
hai ancora trovato». Da ultimo, chiede al padre Giuseppe: «E tu, che dici di
questa parola?». Risponde: «Non so». Il padre Antonio allora dice: «Il padre
Giuseppe sì, che ha trovato la strada, perché ha detto: – Non so» (80d; PJ XV,
4).
18.
Dei fratelli, da Scete, vollero far visita al padre Antonio. Imbarcandosi per
compiere il tragitto, trovarono un anziano che pure voleva recarsi colà; ma i
fratelli non lo conoscevano. Seduti sul battello, discorrevano delle parole dei
padri, e di quelle della Scrittura, e dei loro lavori; il vecchio taceva.
Quando giunsero all’ancoraggio, si accorsero che anche il vecchio andava dal
padre Antonio. Arrivati che furono da lui, il padre Antonio dice loro: «Avete
trovato una buona compagnia in quest’anziano». E all’anziano: «Padre, ti sei
trovato con dei buoni fratelli». L’anziano risponde: «Buoni lo sono; ma la loro
corte è senza porta e chiunque vuole può entrare nella stalla e sciogliere
l’asino». Intendeva dire che parlavano di qualunque cosa venisse loro alla
bocca (81a; PJ IV, 1).
19.
Dei fratelli fecero visita al padre Antonio e gli dissero: «Dicci una parola:
come possiamo salvarci?». L’anziano dice: «Avete ascoltato la Scrittura? È quel
che occorre per voi». Ed essi: «Anche da te, padre, vogliamo sentire qualcosa».
L’anziano dice loro: «Dice il Vangelo: Se uno ti percuote sulla guancia destra,
porgigli anche l’altra (cfr. Mt 5, 39)». Gli dicono: «Ma di far questo non
siamo capaci». L’anziano dice loro: «Se non sapete porgere anche l’altra,
tenete almeno ferma la prima». Gli dicono: «Neppure di questo siamo capaci». E
l’anziano: «Se neppure di ciò siete capaci, non contraccambiate ciò che avete
ricevuto». Dicono: «Neppure questo sappiamo fare». Allora l’anziano dice al suo
discepolo: «Prepara loro un brodino: sono deboli». E a loro: «Se questo non
potete e quello non volete, che posso fare per voi? C’è bisogno di preghiere»
(81b).
20.
Un fratello che aveva rinunciato al mondo e dato ai poveri i suoi beni, ma si
era tenuto qualcosa per sé, fece visita al padre Antonio. Il padre, sapendo il
fatto, gli dice: «Se vuoi farti monaco, va’ al tuo paese, compera della carne,
legala attorno al corpo nudo e vieni qui». Così fece il fratello; e i cani e
gli uccelli gli dilaniarono tutto il corpo. Quando fu giunto dal padre, questi
gli chiese se avesse fatto secondo il suo consiglio: egli mostrò il suo corpo
pieno di ferite. Sant’Antonio allora gli dice: «Quelli che rinunciano al mondo
e vogliono tenersi dei beni, vengono in tal modo fatti a brani lottando contro
i demoni» (81c; PJ VI, 1).
Fonte: Vita e detti dei Padri del deserto
![]() |
| Lorenzo Vaccaro - Domenico Ferraro - Domenico Antonio Ferro, Sant'Antonio Abate, 1850-60 Tesoro di San Gennaro, Duomo, Napoli |
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