Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 6 aprile 2019

Anniversario della morte di Raffaello Sanzio da Urbino

Il 6 aprile 1520 (esattamente a 37 anni dalla sua nascita: era nato il 6 aprile 1483!) spirava in Roma il "divino" Raffaello Sanzio da Urbino. Tutti i dotti e la stessa Corte Papale ne piansero la morte, orbati di tanto genio artistico. L'amico Pietro Bembo, segretario di Leone X, compose di sua mano l'epitaffio per la sua tomba nel Pantheon: "Ille hic est Raphael, timuit quo sospite vinci rerum magna parens et moriente mori".

Johannes Christian Riepenhausen, Bramante presenta Raffaello a papa Giulio II, 1836 circa, Thorvaldsens Museum, Copenaghen


Henry Nelson O'Neil, Ultimi momenti di vita di Raffaello, 1866, Bristol Museums, Bristol

V. Bianchini (ambito di Rodolfo Morgari), Morte di Raffaello, 1880, Galleria d'arte moderna, Firenze


Pierre Nolasque Bergeret, Papa Leone X omaggia la salma di Raffaello, 1806, Rueil-Malmaison, Musée du Château, Château

Carl Thiel, Benedizione della salma di Raffaello, XIX sec., Bradford Museums and Galleries, Brandford

Tomba di Raffaello, Basilica di S. Maria ad Martyres (Pantheon), Roma

giovedì 21 febbraio 2019

Un aforisma di papa Leone X contro il clero sodomita


Oggi, 21 febbraio, che nel calendario moderno ricorda la festa di S. Pier Damiani (in quello tradizionale, da noi seguito, la festa ricorre il 23!), vale a dire il maggior santo che si oppose al male della sodomia nella Chiesa (v. qui. Cfr. R. Cascioli, Pier Damiani aveva ragione sull'omosessualità, in LNBQ, 21.2.2018), si apre in Vaticano un vertice, voluto dal vescovo di Roma, per riunire i presidenti delle conferenze episcopali mondiali e discutere con loro sul problema della pedofilia nel clero. In realtà, come messo in luce da più parti, il vero male non è la pedofilia in se stessa dei chierici, ma quello dell'omosessualità dei medesimi (cfr. Anche il summit sugli abusi crea seri “dubia”. La lettera aperta di due cardinali, in Corrispondenza romana, 20.2.2019; «Vescovi, fermate la deriva omosessualista». Firmato: Burke e Brandmuller, in LNBQ, 19.2.2019; R. Cascioli, Abusi sessuali, un vertice con troppe censure e ambiguità, ivi, 21.2.2019).
Mentre i moderni si affannano a cercare di eludere il problema, per i veri cattolici non possono che essere accolte le disposizioni che la Chiesa, da saggia Madre, ha emanato nel corso dei secoli. Un allargamento delle maglie nel clero, su questo tema, non potrà che risultare dannoso e contrario a qualsiasi spirito di riforma vera della Chiesa. 

martedì 31 ottobre 2017

Il nostro modo di "celebrare" il V centenario della c.d. riforma con aforismi cattolici ed uno sguardo alla contemporaneità







Fonte: Marco Tosatti, Quanto è protestante il papa?Un'intervista del teologo tedesco suo amico a Die Zeit, in Stilum Curiae, 31.10.2017 

Bergoglio e Lutero - Quanto è protestante il Papa? intervista a teologo evangelico, in Chiesa e postconcilio, 1.11.2017


Francobollo celebrativo dell'attuale Stato della Città del Vaticano del centenario della c.d. riforma protestante

La notizia circa questa scandalosa emissione filatelica è possibile leggerla in:
Jacopo Scaramuzzi, Vaticano e Luterani: “Una benedizione la commemorazione della Riforma”, in La Stampa, 31.10.2017
Gian Guido Vecchi, Riforma protestante, emesso il francobollo «dedica» del Vaticano, in Corriere della sera, 31.10.2017
Paolo Rodari, Vaticano, cattolici e luterani uniti per la prima volta nella visione ecumenica della Riforma, in La Repubblica, 31.10.2017
Francobollo vaticano: Lutero e Melantone ai piedi della Croce. Anziché la Madonna e S. Giovanni. Lavoro straordinario per i turiferai, in blog MiL - Messa in latino, 1.11.2017

domenica 1 ottobre 2017

Pensieri su Lutero a confronto ..... Foglietto domenicale versus due Santi .... ed il magistero della Chiesa

Foglietto liturgico "La Domenica" di domenica 1.10.2017

Immagine goliardica della "canonizzazione" de facto dell'eresiarca tedesco da parte della neo-chiesa. V. blog Opportune Importune, 3.12.2016

Aforismi già pubblicati:



Sugli errori del foglietto domenicale, l'insegnamento infallibile e perenne della vera Chiesa e dell'autentico Magistero:



mercoledì 2 novembre 2016

Simpatica iniziativa per un un felice "Reformation Day": l'affissione della bolla "Exsurge Domine" del papa Leone X alle porte di una locale "chiesa" luterana



Simpatica iniziativa del coraggioso Rev.do Kevin Michael Cusick con ... augurale messaggio per il giorno della Riforma, affinché i luterani si emendano della loro eresia. Finché sono in tempo.
I veri sacerdoti cattolici reagiscono, anche in questo modo, al tentativo di dissoluzione della Chiesa cattolica nel luteranesimo, ricordando quale sia l'immutato ed immutabile pensiero della Chiesa cattolica circa la c.d. Riforma protestante e circa Lutero, ben espressi dal Sommo Pontefice Leone X. 




Nessun compromesso è possibile con l'eresia e non vi sono "doni teologici e spirituali" della c.d. Riforma per i quali ringraziare Dio. Anzi, al contrario. La c.d. Riforma è stata la causa di perdizione di innumerevoli anime ed ha posto le premesse dell'ateismo e del secolarismo oggi imperanti. Se questi sono i ..... doni ......

martedì 1 novembre 2016

Lutero, Francesco e gli altri. Alcune note a margine dell’incontro di Lund

Come noto, ieri si è consumato l’incontro tra il Vescovo di Roma ed i luterani svedesi per celebrare e commemorare (sic!) il cinquecentesimo anniversario della c.d. riforma luterana (cfr. Gratitudine per l’eresia: l’imbarazzante dichiarazione congiunta di Lund, in Radiospada, 1.11.2016).
Quest’evento è subito apparso molto discusso e discutibile, anche perché si è voluto esaltare un personaggio – Lutero – che è stato una rovina del genere umano, causa della dannazione e perdizione di numerose anime, che l’hanno seguito nell’empietà! A riprova di ciò valga un bel florilegio di sue … illuminate citazioni (v. Florilegio luterano… della serie: Ipse dixit, in ivi, 31.10.2016 e qui). Come cattolici, rimaniamo ancorati e ribadiamo la sua ferma condanna, espressa dal Sommo Pontefice papa Leone X nella bolla di scomunica dell’eresiarca (Prima traduzione italiana della Bolla di Papa Leone X contro il luteranesimo, ivi, 22.4.2013; nonché in Riscossa cristiana, 10.1.2016). Per cui, davvero incomprensibile la “febbre ecumenista” che affligge molti pastori odierni (cfr. Marco Tosatti, Febbre ecumenica, ma i cattolici hanno dovuto sudare per avere la Messa col papa, in Stilum Curiae, 28.10.2016; Perché mitizzare da parte cattolica un nemico della fede come Martin Lutero, padre del protestantesimo, in Il Timone, 27.10.2016), che ravviserebbero degli aspetti positivi in Lutero, il quale, a loro dire, non avrebbe avuto intenzione – bontà sua – di separarsi da Roma, ma che anzi sarebbe stato animato da buone intenzioni. Per far ciò, fanno riferimento ad una lettera “aperta” del monaco agostiniano, scritta al Pontefice, del 6 settembre (in realtà, ottobre/novembre) 1520, nella quale egli denunciava al papa Leone X i presunti fraintendimenti dei quali sarebbe stato vittima e gli presentava, al contempo, non già una ritrattazione delle sue tesi erronee (all’epoca, infatti, Lutero già conosceva la bolla Exsurge Domine con cui Leone X gli intimava la ritrattazione delle sue tesi, pena la scomunica), ma un trattatello, Von Freiheit eines Christenmenschen, La libertà del cristiano, con un intento, a suo modo di vedere, … fraudolentemente conciliativo, nel quale tuttavia riproponeva gli errori che gli erano stati censurati, anzi li aggravava, affermando la ferma scissione tra la vita spirituale, completamente libera, e quella corporale, soggetta all’amore per il prossimo e quindi vincolata.
Non si dimentichi che, allorché scrisse il suo trattatello falsamente ossequioso verso il papa, egli aveva già demolito la fede con il trattato teologico De captivitate babylonica ecclesiae praeludium contro i sacramenti e con la lettera An den christlichen Adel deutscher Nation von des christlichen Standes Besserung (Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca: del miglioramento dello Stato cristiano), con la quale aveva invitato i nobili, i capi, i tutori della Germania alla lotta contro la Chiesa di Roma contestando l’infallibilità del papa (che all’epoca non era ancora un dogma di fede ma una tradizione ben consolidata), il monachesimo e il celibato sacerdotale, e in cui nuovamente stigmatizzava i mali di Roma e confessava di aver voluto «assalire violentissimamente il papa, come l’Anticristo». Dunque, quella lettera del tardo autunno del 1520 al papa Leone X era chiaramente una farsa, un inganno, per dipingersi come “vittima” del Pontefice … . Purtroppo, però, i “pastori” odierni, non conoscendo bene queste vicende, cadono nel fraintendimento dettato dalla loro ignoranza, scambiando un inganno per un sussulto di sincerità.
Peraltro, anche a voler tutto concedere alla tesi circa le presunte buone intenzioni di Lutero, l’argomento, nondimeno, non regge. Dimenticano questi “pastori” che persino Satana, in fondo, era iniziato bene, essendo un angelo, e non aveva intenzione di … ribellarsi a Dio, se Dio, ovviamente, avesse assecondato la superbia di quella creatura … Anche altri eresiarchi avevano iniziato bene e con buone intenzioni …: Ario, Nestorio, Pelagio, ecc. Nessuno di loro, in fondo, non aveva … buone intenzioni. Ma si sa … la strada verso la perdizione è lastricata di buone intenzioni. Lutero non fu un riformatore, ma un rivoluzionario, nel senso ovviamente negativo del termine (cfr. Matteo Carletti, Quella di Martin Lutero fu una rivoluzione, punto e basta. Ma molti cattolici non la pensano più così, in Il Timone, 31.10.2016; nonché Id., Lutero, Rivoluzione senza appello, in Libertà e persona, 26.10.2016).
Non devono meravigliare, per questo, fatti come il recente crollo della Basilica di San Benedetto a Norcia. Molti vi hanno ravvisato un segno (cfr. Massimo Viglione, Terremoto: a Norcia i veri “segni dei tempi”, in Riscossa cristiana, 31.10.2016; Giulia Bianco, Crolla Norcia, crolla l’Europa, ivi; Antonio Socci, Ora col terremoto tutti scoprono l’Italia dei borghi. Ma in quelle terre colpite c’è anche l’anima dell’Italia e dell’Europa, in blog Lo straniero, 30.10.2016; Id., Crolla la Chiesa (materialmente e spiritualmente), ivi, 31.10.2016). Ed in effetti, ciò non può essere escluso, vista anche la contiguità temporale. San Benedetto, patrono d’Europa, è stato uno dei costruttori della res publica christiana. Aveva ragione Paolo VI, quando, citando il suo venerato Predecessore, Pio XII (Cfr. Pio XII, Omelia nella Messa Solenne celebrata nella Basilica Patriarcale di S. Paolo Fuori le Mura in occasione del XIV centenario dalla morte di S. Benedetto da Norcia, 18 settembre 1947, in AAS 39 (1947), pp. 452 ss., partic. p. 453), e proclamando S. Benedetto Abate a Patrono d’Europa, affermava che il Santo di Norcia ed i suoi figli spirituali «portarono con la croce, con il libro e con l’aratro il progresso cristiano alle popolazioni sparse dal Mediterraneo alla Scandinavia, dall’Irlanda alle pianure della Polonia» (Paolo VI, Lett. Ap. Pacis Nuntius, 24 ottobre 1964, in AAS 56 (1964), p. 965) e che, quindi, simbolicamente l’Europa nasceva grazie all’opera civilizzatrice della Chiesa e dei suoi figli. Tale concetto espresso dall’intellettuale Papa Montini è stato anche riproposto dal successore. In un discorso risalente al 1980, alludendo ancora all’opera benedettina, così Papa Wojtyla si esprimeva: «… La croce, il libro e l’aratro sono stati gli strumenti della sua opera di bonifica e di rinascita. La lode a Dio, nel Cristo e con la comunità, mediante la liturgia assidua, diligente ed elevante; il lavoro manuale, intellettuale ed artistico, fedelmente compiuto nel silenzio esteriore ed interiore; la carità vicendevole, e specialmente verso i sofferenti e i più poveri, nell’obbedienza e nell’umiltà: ecco in sintesi il messaggio e il programma di vita che san Benedetto ha inculcato ed ha praticato e per cui l’Europa si è potuta dire “cristiana”» (Giovanni Paolo II, Discorso alle Autorità civili, Visita Pastorale alla Diocesi di Norcia, 23 marzo 1980, § 2. Cfr. anche Id., Lett. Ap. Sanctorum Altrix per il XVI centenario della nascita di S. Benedetto Patrono d’Europa, Messaggero di Pace, 11 luglio 1980, § 1).
Lutero, invece, aveva rotto quell’unità, che Benedetto ed i suoi figli avevano edificato portando sin nelle terre più lontane dell’Europa l’annuncio cristiano: Inghilterra, Germania, Scandinavia, ecc., sino ai confini della Russia, avevano conosciuto l’opera di monaci missionari, degni figli di Benedetto, e sovente pure martiri. E per secoli, prima della rovina luterana, in quelle terre la fede cattolica aveva resistito, tanto che, per far vincere l’eresia luterana, i principi e le autorità politiche, per ragioni di opportunismo politico, dovettero imporre Lutero ed i c.d. riformatori con la forza alle popolazioni cattoliche (cfr. Angela Ambrogetti, Violenta, imposta dall’alto contro il voler del popolo: un libro racconta come la Riforma prese piede in Svezia, in Il Timone, 31.10.2016. Per approfondimenti cfr. Corrado Gnerre, I veri motivi della Riforma protestante (prima parte), in Riscossa cristiana, 22.10.2016; la seconda parte, ivi, 25.10.2016; Id., La Riforma protestante culla del razionalismo e dell’esoterismo moderni, ivi, 27.10.2016).
Per cui, in un’ottica cristiana, può leggersi quel crollo, giusto alla vigilia della commemorazione luterana (30 ottobre 2016), come una riprovazione divina. Come a dire che la Chiesa attuale a San Benedetto ed a ciò che rappresentò e rappresenta si è preferito l’eresiarca tedesco celebrando simbolicamente il 500° anniversario della sua rottura. Dio, rispettoso della libertà umana, non poteva che prenderne atto. Alla fede cattolica rappresentata dal Santo Patriarca, padre del Monachesimo Occidentale, si è preferito colui che si scagliò violentemente contro i sacramenti, la Chiesa, il monachesimo ed il celibato sacerdotale.
Della Basilica, che sorge sul luogo di nascita di Benedetto, è rimasta in piedi sostanzialmente solo la facciata: il transetto, la navata e l’abside sono crollate. Immagine emblematica dello stato in cui versa la Chiesa attuale, rimasta in piedi solo nella sua “facciata”, ma che all’interno ha visto un’opera demolitoria sistematica.
Mentre si affacciano questi innumerevoli pensieri, rilanciamo, in questa odierna festa di Ognissanti, la seguente riflessione del dott. Andrea Sandri.

Lutero, Francesco e gli altri. Alcune note a margine dell’incontro di Lund

di Andrea Sandri

Quella di Lutero fu un’eresia medioevale che, nonostante le pretese dei suoi nemici e di chi si rifà ancora al suo nome, non sopravvisse al suo tempo. Se si vogliono tracciare le coordinate che individuano la posizione teologica di Lutero bisogna ripercorrere da un canto gli sviluppi della tarda scolastica verso la concezione nominalistica rispetto agli universali – verso l’opinione secondo cui la realtà è costituita assolutamente dalla volontà divina e non può essere indagata se non convenzionalmente dall’uomo: le essenze non sono che nomina per chiamare cose di cui l’uomo non può ultimamente conoscere la ragione – e dall’altro le tappe della reazione anticuriale in Francia e, soprattutto, in Germania, quando, per soddisfare le pretese di dominio di Ludovico il Bavaro, teologi e filosofi come Guglielmo da Ockham e Marsilio da Padova teorizzarono la perfetta autonomia del potere temporale dal potere spirituale del Papa. Mentre il nominalismo contribuiva a disgiungere l’incerta conoscenza umana e il diritto naturale, che su di essa si fonda, dalla lex aeterna, il pensiero politico anticuriale fondava su quella disgiunzione, secondo un modello non meno volontaristico, l’autonomia del potere terreno. Secondo un’allegoria fisiologica diffusa a quel tempo la Chiesa, come la, pensava, e il Principe, a mo’ del cuore, voleva e dava propulsione e vita al proprio regno in tutta indipendenza dalla funzione spirituale della Chiesa.

Lutero prima della propria ordinazione sacerdotale aveva meditato l’Expositio canonis missae di Gabriel Biel (1408-1495) nella quale questo autore, che fu teologo e predicatore a Erfurt e a Magonza, uomo pio e apologeta del dovere di subordinazione al Pontefice, interpreta le parole del Te igitur (“Una cum famulo tuo Papa nostro N. et antiste nostro N. et rege nostro”) affermando sì, con Ockham e la lezione anticuriale, che il Papa e il re sono ciascuno princeps nel proprio ambito, ma aggiungendo che i due poteri, pur reciprocamente autonomi, sono luci nel firmamento della Chiesa - intesa qui agostinianamente quest’ultima più come universale congegatio fidelium che come potere organizzato giuridicamente. Proprio l’unità superiore che sovrasta e raccoglie in sé le potestà, spirituale e terrena, giustifica i loro reciproci doveri - così il regno deve prestare assistenza alla potestà spirituale e questa, secondo un modello antico ricorrente nei Padri, è obbligata alla preghiera per il regno. Come si vede il rigido dualismo della politica di Ockham è conciliato da Biel con una visione che, da un lato, si lascia ricondurre all’equilibrio già individuato a più riprese da San Tommaso d’Aquino nei suoi scritti, e, dall’altro, opera una rilevante variazione di significato all’interno di quello stesso equilibrio. Infatti il teologo tedesco non soltanto ristabilisce un rapporto di reciprocità, anche se non di subordinazione, tra i due poteri, bensì riassegna al potere terreno uno scopo trascendente che è mediato dalla appartenenza alla universale comunità dei fedeli e si traduce nel campeggiare della luce naturale nel firmamento della Chiesa. Ma è sul concetto stesso di Chiesa, in quanto elemento dell’unità soteriologica che si compie nell’imperium spirituale e si spezza nella discessio dei regni da esso, che Biel, per restare fedele allo schema di Ockham, deve prendere congedo dall’Aquinate - mentre infatti quest’ultimo indica, proprio nel senso della continuità dell’Imperium romanum, la Chiesa romana con a capo il Papa come struttura in cui si realizza l’auctoritas e l’attuazione catechontica della fede e rispetto alla quale può avvenire la discessio dei regni, per Biel ecclesia è l’agostiniana comunità dei santi orientata al compimento della civitas dei, la congregatio fidelium di cui sono parti tanto il potere spirituale quanto i regni terreni, e dalla quale entrambi possono secedere.

La Expositio canonis missae nel tentativo di neutralizzare in un’unità superiore la contrapposizione tra regni e Chiesa romana insinua in realtà un preoccupante elemento di instabilità nel momento in cui sullo sfondo del firmamento della Chiesa, che è totalità e mediazione di entrambi i poteri, riconosce al potere spirituale il diritto, “supernaturaliter et specialiter” conferito da Cristo, di comunicare la grazia attraverso i sacramenti e la cura delle anime e, di conseguenza, di esercitare lo ius excomunicandi. La rappresentazione esteticamente armoniosa del firmamento di Biel appare così contenere i presupposti della propria catastrofe - perché, se si accetta l’idea che la Chiesa romana è unica mediatrice in terra della grazia e della fede in Cristo, allora tutta la realtà universale della congregatio fidelium è qui riassunta nella cattolicità romana, e se, invece, si sostiene che la mediazione è tutta nel firmamento, il potere spirituale non può che ridursi a segno esteriore e relativo di una comunione in Cristo la quale lo sovrasta e lo comprende infinitamente - e diventare, se si vuole rimanere nell’immagine di Biel, una stella quasi spenta. Mentre la prima attribuzione di significato porta evidentemente all’equilibrio sostenuto da San Tommaso e, in fondo, alla stessa concezione di Biel che immaginava ancora il rapporto fra congregatio fidelium e Chiesa romana alla stregua di un’unità dialettica, la seconda allude invece a una svolta radicale e a una rottura con la Tradizione.

Proprio all’interno dei problemi posti dalle tesi di Biel bisogna cercare l’inizio del pensiero teologico, ecclesiologico e politico di Martin Lutero. Il possibile significato antiromano dell’Expositio dovette rivelarsi a Lutero durante la disputa sulle indulgenze, laddove la distinzione tra congregatio fidelium e potere spirituale può costituire un argomento per negare l’autorità del Pontefice e della gerarchia ecclesiastica quanto alla interpretazione delle Sacre Scritture e alla remissione dei peccati.

Notoriamente la lettura antiromana dell’Expositio di Biel fu la via eletta da Lutero che negò al Papa ogni giurisdizione sulle anime (il potere delle chiavi) che non fosse legata al diritto canonico. Ogni successiva posizione teologica e politica di Lutero può essere compresa nel contesto della riduzione della mediazione della grazia al cielo della universale congregatio fidelium retto da Cristo. Così finalmente poté affermare, dissolvendo la Cristianità medioevale, l’immediatezza del potere dei principi a Cristo (“unmittelbar zu Gott”), ridefinire, in base alla stessa immediatezza applicata all’individuo, in senso soggettivo il concetto di fede, sostenere coerentemente la natura meramente amministrativa dell’istituzione ecclesiastica cui naturaliter era assegnato a capo il principe, indicare la lettura della Scrittura all’interno delle mura di quella stessa istituzione come grande sacramento rispetto al quale dissolvono ben cinque sacramenti e altri due sono conservati in maniera instabile: il battesimo come segno esterno di una conversione in fondo già avvenuta per opera di Cristo (di qui la difficoltà protestante ad accettare il battesimo degli infanti nonostante l’insegnamento esplicito di Lutero) e l’eucarestia come sacramento della misericordia rispetto al quale la confessione dovette apparire uno scandaloso pleonasmo inventato dal Papa per conoscere i peccati dei cristiani (l’idea di una cena della misericordia non è infrequente nella teologica “cattolica” odierna).

Non ci sono motivi per dubitare che l’Unmittelbarkeit del rapporto tra individuo e Dio si iscriva ancora, per Lutero e i fautori della rivoluzione protestante, in un sistema della trascendenza di Dio. Tale immediatezza può ancora essere letta, soprattutto per quanto riguarda il teologo di Erfurt, secondo le categorie della mistica eckhartiana, impoverita però quest’ultima della auctoritas della Chiesa che aspettava e giudicava con giusto discernimento le parole del mistico di ritorno dalla sua unione immediata con la Trinità (o pretesa tale). Tuttavia proprio la negazione di una giurisdizione sulla fede e la fatale inclinazione a ridurre quest’ultima all’esperienza individuale introdusse una instabilità che si risolse, approssimativamente nel giro di un secolo, in una comprensione soggettiva – in senso letterale perché il soggetto si muta in orizzonte ultimo del cristianesimo – e trascendentale (non trascendente) della fede. Ha così origine il pensiero moderno, trascendentale e non trascendente, come comprensione dell’uomo, del mondo e di Dio essenzialmente distinta dalla teologia di Lutero che è ancora medioevale pur nel grave errore professato.

Non è un caso che la congregatio fidelium convocata da Cristo ossia la stessa “chiesa universale”, che Lutero e i primi fautori della Riforma pongono a fondamento trascendente del mondo morale, si ripresenti nei secoli in versioni che corrispondono allo sviluppo filosofico dell’io e della ragione umana autonoma, dell’Unmittelbarkeit dell’uomo a se stesso, e che possono essere riassunte nei singoli passaggi rappresentanti, a ben vedere, le scansioni della filosofia e della giurisprudenza moderna: veritas lex naturalis, veritas lex rationalis, veritas noumenon, veritas spiritus, veritas jus, veritas factum e, infine, veritas ipsa voluntas. Tra l’idea ancora agostiniana e medioevale per la quale veritas divina lux - e alla quale i mistici renani, gli scolastici nominalisti del XIV e lo stesso Lutero non sono estranei – e l’asserzione assolutizzante secondo veritas lex naturalis si apre un abisso che coincide con la stessa inconciliabilità tra trascendenza di Dio e dominio trascendentale della ragione. Secondo percorsi complessi, che rasentano il paradosso borgesiano, levatrice di questo salto abissale verso il pensiero moderno fu proprio la seconda scolastica ultimamente impegnata nella battaglia post-tridentina contro le tesi di Lutero. In particolare nell’opera di Francisco de Vitoria, gli anni della cui vita terrena coincidono pressappoco con quelli dell’inventore del servum arbitrium, ma già nei commenti alla Summa di San Tommaso stilati dal Cardinal Caetano e da Domingo de Soto e più tardi nella scolastica suareziana, la lex naturalis tende a neutralizzarsi, a porsi in una condizione di relativa autonomia rispetto al radicamento trinitario in cui San Tommaso l’aveva riconosciuta. Emerge così la lex naturalis come sistema del diritto internazionale nell’epoca delle scoperte geografiche e del disfacimento della Cristianità medioevale causato dalla stessa eresia luterana. Non può stupire il fatto che la fondazione della Società delle Nazioni e quindi delle Nazioni Unite sia stata accompagnata da un continuato revival delle dottrine vitoriane, e che la statua di de Vitoria, e non quella di Lutero, sia collocata dinnanzi alla sede dell’Onu a New York. Come in campo riformato la congregatio fidelium, nella quale si attua irrazionalmente la fede in Cristo, degrada vieppiù, per la sua instabilità, in un regno morale dove la ragione (la grande “puttana” contro la quale inveisce Lutero) riprende dominio nella forma del razionalismo più radicale, in campo post-tridentino la “chiesa universale” si estende ai confini esterni della lex naturalis equivocamente disgiunta dalla partecipazione alla lex aeterna che esige l’atto sovrannaturale di assenso della fede: ancora razionalismo. Nell’etiam si Deus non daretur del protestante Ugo Grozio, la cui venerazione per de Vitoria è provata, confluiscono in un unico fiume, quello del pensiero moderno, le due correnti, e si annunciano le fasi successive che sfociano nel mare apertamente anticristiano della veritas ipsa voluntas. La lettura evolutiva, formalizzata in tempi recenti dal professor Plinio Corrêa de Oliveira e ripresa da più autori, secondo la quale non vi sarebbe alcuna soluzione di continuità tra Lutero e la Rivoluzione francese è, almeno in parte, fuorviante, e vela gli inizi cinquecenteschi della profonda crisi moderna della Chiesa cattolica e del mondo.

Mentre il fiume del pensiero moderno, con la sua sostanza razionalistica, immanentistica e trascendentalista, è divenuto per lo più la dottrina ufficiale delle facoltà teologiche protestanti soprattutto in Germania dove il nome di Lutero è stato il marchio di fabbrica per diffondere, di volta in volta, sotto le false spoglie di Dio, le scansioni dell’io, della ragione illuminista, del noumeno kantiano, del sentimento religioso di Schleiermacher, dello spirito hegeliano e del soggetto dell’etica mondiale delle più recenti scuole teologiche, è continuato a scorrere in maniera carsica nella teologia cattolica insinuandosi nei dubia e nelle soluzioni dei commentatori moderni (gesuiti e non) di San Tommaso e attraverso una mai assopita accondiscendenza verso uno stile cartesiano che si manifesta nella sistematicità dei trattati di teologia ed emerge in maniera preoccupante con la codificazione del Diritto canonico cui fa pendant l’infallibilismo ovvero una lettura sovranista che si è impossessata del dogma dell’infallibilità sfigurando terribilmente il papato e facendone una funzione della veritas ipsa voluntas. Durante il Concilio Vaticano II il fiume esce da ogni canale sotterraneo e confluisce, sotto il sole, nel bacino della dichiarazione Nostra Aetate sulle “relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane” nella quale l’impostazione neutralizzante di de Vitoria e del razionalismo successivo è sostanza evidente sia delle premesse:
Nel nostro tempo in cui il genere umano si unifica di giorno in giorno più strettamente e cresce l’interdipendenza tra i vari popoli, la Chiesa esamina con maggiore attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non-cristiane. Nel suo dovere di promuovere l’unità e la carità tra gli uomini, ed anzi tra i popoli, essa in primo luogo esamina qui tutto ciò che gli uomini hanno in comune e che li spinge a vivere insieme il loro comune destino;

come delle conclusioni:
Viene dunque tolto il fondamento a ogni teoria o prassi che introduca tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, discriminazioni in ciò che riguarda la dignità umana e i diritti che ne promanano.

L’indifferenza compulsiva con cui nel post-concilio le case editrici cattoliche ufficiali e accreditate presero a pubblicare nelle stesse collane le opere di de Lubac, Theilard de Chardin, Rahner, Küng, Marxsen, Vorgrimler, Lehmann, Metz, Tillich, Schillebeeks, Auer, Häring, Käsemann, Schnackenburg, Schoonenberg, Schweizer, Bultmann, Bonhoeffer, Gogarten, Hulsbosch, testimonia il sorgere di una “nuova patristica” (così all’incirca si espresse Cornelio Fabro) i cui preamboli non sono né luterani né cattolici ma semplicemente razionalistici e moderni. Anche la riforma liturgica, che è di sovente attribuita alla piaggeria conciliare verso i protestanti, sembra piuttosto corrispondere, in maniera assai più profonda e grave, come è stato puntualmente dimostrato dal padre oratoriano canadese Jonathan Robinson nel suo libro The Mass and Modernity (Ignatius Press, San Francisco 2005; it.: Messa e modernità, Cantagalli, Siena 2010), alle esigenze acquisite alla gerarchia cattolica di un pensiero dell’immanenza e dell’io trascendentale.

Nella prospettiva, fin qui delineata, dell’emergenza di un pensiero moderno che ha sin dall’inizio del suo apparire catturato sia la teologia protestante che quella cattolica, e che, seguendo percorsi talora differenti talora di reciproca seppur celata influenza, ha finito per imporsi egualmente in entrambi i campi nella seconda metà del secolo XIX, ci si chiede se veramente l’incontro a Lund tra Francesco e gli esponenti mondiali delle chiese luterane per la celebrazione dei cinquecentesimo anniversario della Riforma possa essere criticato come un cedimento della Chiesa cattolica alle tesi luterane originarie sulla fede in Cristo o se piuttosto non si tratti di un convegno di cultori dell’io trascendentale e delle sue possibilità esistenziali (diritti dell’uomo, solidarietà ed etica mondiale) assisi attorno a un monaco medioevale che per zelo amaro e infinita melanconia distrusse la gloriosa chiesa medioevale. La seconda ipotesi, che appare più probabile, è persino più cupa della prima e richiede un più faticoso approfondimento da parte dei cattolici fedeli alla Tradizione.

domenica 3 gennaio 2016

L’indulgenza non è una tregua - Editoriale di gennaio 2016 di “Radicati nella fede”

Nella festa del SS. Nome di Gesù e di S. Genoveffa, vergine, nonché nel ricordo che il 3 gennaio 1521, Papa Leone X, con la Bolla Decet Romanum Pontificem, scomunicò il Porcus Saxoniae, Martin Lutero («Decet Romanum pontificem, ex tradita sibi divinitus potestate, poenarum spiritualium et temporalium, pro meritorum diversitate, dispensatorem constitutum, ad reprimendum nefarios conatus perversorum quos noxiae voluntatis adeo depravata captivat intentio, ut, Dei timore postposito, canonicis sanctionibus mandatisque apostolicis neglectis atque contemptis, nova et falsa dogmata excogitare, ac in Ecclesia Dei nefarium scisma inducere [...] contra tales eorumque sequaces acrius insurgere ...»), rilancio quest’editoriale di Radicati nella fede del mese di gennaio 2016, già riportato da Chiesa e postconcilio.



Monogramma JHS, Chiesa del Gesù, Roma




Anonimo, S. Genoveffa dinanzi all'Hôtel de Ville di Parigi, XVII sec., Musee Carnavalet, Parigi



Scuola fiamminga, S. Genoveffa sorveglia il suo gregge, 1575-1600, Musée Carnavalet, Parigi

S. Genoveffa, vetrata, église Saint-Étienne, Chanonat





L’INDULGENZA NON È UNA TREGUA

Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno IX n. 1 - Gennaio 2016


Perché la Chiesa ha fatto gli Anni Santi, perché ha pensato ai Giubilei con le loro indulgenze plenarie? Semplicemente perché gli uomini devono tornare a Dio, allontanandosi dal peccato che causa loro la morte eterna. Non c’è altra ragione, non ce n’è proprio un’altra!
Si assiste a una strana insistenza sulla misericordia di Dio, che suona straniera, molto straniera ad orecchie cattoliche. Si sente parlare del Signore che perdona sempre, ma questa insistenza non è mai preceduta e accompagnata dal ricordo della gravità del peccato, con le sue mortali conseguenze.
È la solita storia: si prendono verità cattoliche, le si isolano da tutto il resto, trasformandole così in qualcosa d’altro. È la tecnica per fondare una nuova Chiesa, la chiesa dell’umanità che non è più la Chiesa di Cristo.
E tutto questo ha qualcosa di illogico, di non ragionevole: perché mai il Signore ti accoglierebbe con misericordia, se non perché tu hai bisogno di essere strappato dal peccato e dalla morte?
Ma no! oggi va di moda, e proprio nella Chiesa, parlare della bontà accogliente di Dio, senza richiamare la gravità del peccato, di ogni peccato. Anzi, chi ancora nella Chiesa si attarda a denunciare il male e la sua gravità, viene visto come nemico della misericordia di Dio, da eliminare come falso apostolo, affinché la bellezza della “nuova chiesa” possa finalmente risplendere.
Quanti disastri morali si compiranno in questo Anno Santo, se non si tornerà alla Misericordia vera, quella di Cristo, che accogliendoti in pianto per i tuoi peccati, ti perdona e ti dice “d’ora in poi non peccare più”.
La misericordia di Dio, quella di Cristo, non può mai essere disgiunta dalla condanna ferma del peccato, di ogni peccato. Anzi, è proprio insegnando la gravità del peccato che la Chiesa ha sempre aperto i cuori alla vera misericordia di Dio.
Il beato Cardinal Newman ha parole impressionanti proprio sulla necessità della condanna severa del peccato. Parlando del compito dottrinale della Chiesa così si esprime:
“Anzitutto, la dottrina del maestro infallibile deve iniziare da una vibrata protesta contro lo stato attuale dell’umanità. L’uomo si è ribellato al suo Creatore. Questa ribellione ha provocato l’intervento divino; e la denunzia della ribellione dev’essere il primo atto del messaggio accreditato da Dio” (Apologia pro vita sua, cap. V).
Non c’è che dire, il grande Cardinal Newman, spacciato troppe volte per anticipatore della confusione conciliare, su questo è chiaro: la ribellione dell’uomo a Dio va denunciata, e questa denuncia sta all’inizio del parlare della Chiesa, viene prima di tutto, con essa incomincia tutto!
Ma continuiamo con Newman:
“La Chiesa deve denunciare la ribellione come il più grave di tutti i mali possibili. Non può scendere a patti; se vuole essere fedele al suo Maestro, deve bandirla e anatemizzarla” (ibid.)
Altro che la confusione che ci circonda e ci sommerge! Altro che questa confusione seguita al sinodo sulla famiglia, che ben ha preparato la confusione del giubileo.
La mancanza della denuncia del peccato è di fatto un scendere a patti col peccato; così è percepita dai più.
È colta come una tregua, come una rinuncia della Chiesa alla lotta contro il male e il demonio. È colta come un cambiamento di morale, come un depennare alcuni comandamenti dal decalogo, per far tregua con il mondo che non vuole cambiare.
Sì, si rischia di intendere l’Anno Santo, con la sua misericordia “larga”, come una grande tregua al peccato, che prelude alla nascita di una nuova chiesa pacificata col mondo moderno, che di cambiare non ne ha proprio voglia: che illusione mortale!
Illusione mortale, quella di pensare di conquistare il mondo con un perdono che non richiede il dolore del peccato e il proponimento di non commetterlo più! Illusione mortale, quella di pensare di riempire le chiese non chiedendo più niente alle anime. Illusione mortale, quella di pensare di spalancare le porte a tutti senza chiedere nulla: entreranno forse in molti, ma occuperanno una chiesa debole, che si trasformerà in loro; e dopo averla resa simile alla loro casa confusa da cui provenivano, la rigetteranno per l’ennesima volta come una chiesa inutile.
Ma sì!: cosa se ne fanno gli uomini di una chiesa che benedice senza avere più la voglia di convertire? Cosa se ne faranno di una chiesa che ha rinunciato alla grande opera di Cristo, quella di salvare le anime, suscitando e consacrando con la Grazia la loro vera conversione? Cosa se ne faranno di una chiesa che, infedele al suo maestro, si vergogna di ripetere le sue parole sante: “Va, i tuoi peccati sono perdonati, e d’ora in poi non peccare più, perché non ti capiti qualcosa di peggio” ?
Ma ascoltiamo ancora il grande Henry Newman:
“La Chiesa cattolica pensa sia meglio che cadano il sole e la luna dal cielo, che la terra neghi il raccolto e tutti i suoi milioni di abitanti muoiano di fame nella più dura afflizione per quanto riguarda i patimenti temporali, piuttosto che una sola anima, non diciamo si perda, ma commetta un solo peccato veniale, dica una sola bugia volontaria o rubi senza motivo un solo misero centesimo” (ibid).
È ancora così la nostra coscienza cattolica? È inteso ancora così il compito della Chiesa?
Carissimi, il compito della Chiesa non può cambiare, perché Cristo non cambia. Non fidiamoci dei falsi maestri che scambiano il perdono, l’indulgenza plenaria, con una “tregua” dal sapore troppo umano che sa di diabolico.
La Chiesa è stata posta come baluardo per la salvezza delle anime dal male, dall’abisso del peccato.
“All’intensità del male che si è impossessato del genere umano, è stato contrapposto un potere capace di fronteggiarlo; e il primo atto di questo potere istituito da Dio è ovviamente una sfida al nemico. Questo preambolo dà un senso alla posizione della Chiesa nel mondo, e dà una chiave per interpretare tutto il suo insegnamento e la sua condotta attraverso i secoli.” (ibid).
Ecco perché una Chiesa che intende la misericordia come “tregua” è un puro non senso, è la distruzione della Chiesa stessa. Una Chiesa così ridotta non avrà più una posizione nel mondo... anzi, non l’ha già più.
Preghiamo il Signore e la Vergine Maria, perché ci concedano pastori secondo il cuore di Dio, che non temano di fronteggiare il peccato, di porsi come sfida al nemico.
E a noi tutti dia l’intelligenza per riconoscere pastori così.

Fonte: Radicati nella fede, 30.12.2015