Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 25 marzo 2019

L’autenticità della Santa Casa di Loreto: la dimora in cui avvenne l'annuncio angelico

Celebriamo quest’oggi la festa dell’Annunciazione della B.V.M.: il momento in cui, secondo le parole di S. Alfonso M. de’ Liguori, «Maria nell’Incarnazione del Verbo non poté umiliarsi più di quello che si umiliò: Iddio all’incontro non poté esaltarla più di quello che l’esaltò» (vDell’Annunciazione di Maria [da ‘Le Glorie di Maria’ di S. Alfonso M. de’ Liguori], in Radiospada, 21.3.2017). 
Questa festa cade 9 mesi prima del santo Natale. Secondo la venerabile Suor Margherita del SS.mo Sacramento (Marguerite du Saint-Sacrement), carmelitana di Beaune, in Francia, vissuta nel XVII sec., che ebbe il privilegio di sposare, in nozze mistiche, il Bambino Gesù e di identificarsi completamente in Lui (secondo i testimoni, Margherita avrebbe mantenuto per tutta la vita le dimensioni di un bambino di dodici anni, cioè l'altezza di 1,33 m.), in effetti, l'Annunciazione sarebbe avvenuta alla mezzanotte del 25 marzo, appunto esattamente nove mesi prima della Natività del Signore.
Oltre alla cittadina di Nazaret, che conserva la grotta a ridosso di quella che era l’abitazione della Vergine, in cui avvenne l’annunciazione, nonché la nota Fontana della Vergine – dove, secondo la tradizione cristiana locale – Maria incontrò l’Arcangelo Gabriele (fontana oggi nella chiesa ortodossa di S. Gabriele a Nazaret), anche l’Italia conserva un’insigne reliquia di quell’annuncio: a Loreto, infatti, vi sono le pietre che sorgevano a ridosso della grotta nazaretana e che costituivano la parte in muratura dell’abitazione della Vergine.
Molti studi sono stati compiuti su quelle pietre. Tutti ne attestano l’autenticità.
Per celebrare questa festa, perciò, rilanciamo questo contributo sul tema.












L’autenticità della Santa Casa di Loreto


Secondo uno studio archeologico condotto dall’architetto Nanni Monelli e da padre Giuseppe Santarelli, Direttore della Congregazione generale della Santa Casa di Loreto, le pietre che si trovano nella grotta dell’Annunciazione a Nazareth hanno la stessa origine delle pietre dell’altare dei Santi Apostoli della Santa Casa di Loreto. 
Questa scoperta ha riaperto la discussione sulla validità storica della traslazione della Santa Casa di Nazareth a Loreto e sul mistero di come sia avvenuta questa traslazione. 
Per approfondire la conoscenza e la storia del santuario mariano dove si conserva e venera la Santa Casa di Nazareth della Vergine Maria, che secondo la tradizione fu trasportata miracolosamente da Nazareth a Tersatto nel 1291 e infine a Loreto, ZENIT ha intervistato il prof. Giorgio Nicolini, un esperto in materia, autore del libro “La veridicità storica della miracolosa Traslazione della Santa Casa di Nazareth a Loreto” (www.lavocecattolica.it). 
Il libro illustra con prove documentali del tutto inedite, la verità storica delle “cinque traslazioni miracolose” della Santa Casa di Nazareth avvenute “in vari luoghi” e infine sul colle di Loreto: “traslazioni miracolose” avvenute tra il 1291 e il 1296, “approvate” “ufficialmente” nella loro “veridicità storica” da tanti Papi, per sette secoli. Il libro contiene anche il testo della “benedizione” di Giovanni Paolo II, spedita in data 11 gennaio 2005 all’autore del libro dal Pontefice stesso. 
Secondo un recente studio condotto dall’architetto Nanni Monelli e da padre Giuseppe Santarelli, Direttore della “Congregazione Universale della Santa Casa”, le pietre dell’Altare degli Apostoli (uno dei più antichi dell’età paleocristiana) che si trova nella Santa Casa di Loreto ha la stessa origine delle pietre che si trovano nella grotta di Nazareth, davanti alla quale si trovavano le tre Pareti della Santa Casa di Maria. E’ un’altra conferma dell’autenticità della Casa di Loreto come la Casa nazaretana di Maria?
Nicolini: Sull’autenticità della Santa Casa di Loreto come la “vera Casa nazaretana” di Maria non ci sono mai stati dubbi, se non per chi non ne conosce i secolari studi relativi; tanto che tutti i Sommi Pontefici, per sette secoli, ne hanno comprovato l’autenticità con solenni atti canonici di “approvazione”. 
Tale studio dell’Altare degli Apostoli è invece importante perché, oltre a fornire una ulteriore prova dell’autenticità della Santa Casa di Loreto come la “Casa nazaretana” di Maria, fornisce anche una “prova” ancora più eclatante a riguardo della “miracolosità” della “traslazione” della Santa Casa di Nazareth. 
Infatti la “tradizione” ha sempre attestato che, tra il 1291 e il 1296, le tre Pareti della Santa Casa di Nazareth furono trasportate “miracolosamente”, per “il ministero angelico”, in “vari luoghi”, e insieme alle tre Pareti fu trasportato “miracolosamente”, “in vari luoghi”, anche l’Altare degli Apostoli. Ciò è attestato da antichi documenti, nei quali si parla della presenza di tale Altare unitamente alle tre Sante Pareti, come a Tersatto, in Dalmazia, ove la Santa Casa vi sostò tra il 10 maggio 1291 e il 10 dicembre 1294. 
Quindi, in un certo senso, si potrebbe dire che “il miracolo” fu “duplice”, perché furono trasportate “miracolosamente” non solo le tre Sante Pareti “integre”, ma insieme ad esse, e distinto da esse, anche l’Altare degli Apostoli. 
Che cosa hanno detto la storia, la tradizione, i Sommi Pontefici, sulla “traslazione” della Santa Casa di Nazareth della Vergine Maria, che si trova ora a Loreto?
Nicolini: Nel libro che ho scritto in proposito, dimostro che dal punto di vista storico e archeologico sono accertate, in modo indiscutibile, “almeno” cinque “traslazioni miracolose”, tra il 1291 e il 1296: a Tersatto (nell’ex-Jugoslavia), ad Ancona (località Posatora), nella selva della signora Loreta nella pianura sottostante l’attuale cittadina di “Loreto” (il cui nome deriva proprio da quella signora di nome “Loreta”); poi sul campo di due fratelli sul colle lauretano (o Monte Prodo) e infine sulla pubblica strada, ove ancor oggi si trova, sotto la cupola dell’attuale Basilica. 
Tutti questi fatti soprannaturali furono tramandati dai “testimoni oculari” dell’epoca, nei vari luoghi ove si compirono, e furono rigorosamente controllati dai Vescovi locali dell’epoca, i quali emisero dei pronunciamenti “canonici” di “veridicità”, come attestano delle “chiese” dell’epoca consacrate a tali “eventi miracolosi” dai Vescovi di Fiume, di Ancona, di Recanati, di Macerata, di Napoli… Così pure tanti Sommi Pontefici, impegnando la loro Suprema Autorità Apostolica, hanno “approvato” ininterrottamente, sin dalle origini, la “veridicità storica” delle “miracolose traslazioni” della Santa Casa: da Nicolò IV (1292) sino a Giovanni Paolo II (2005). 
In proposito, così scriveva il grande Pontefice Beato Pio IX, nella Bolla “Inter Omnia”, del 26 agosto 1852: “A Loreto si venera quella Casa di Nazareth, tanto cara al Cuore di Dio, e che, fabbricata nella Galilea, fu più tardi divelta dalle fondamenta e, per la potenza divina, fu trasportata oltre i mari, prima in Dalmazia e poi in Italia”. E il Santo Pontefice aggiunse ancora: “Proprio in quella Casa la Santissima Vergine, per eterna divina disposizione rimasta perfettamente esente dalla colpa originale, è stata concepita, è nata, è cresciuta, e il celeste messaggero l’ha salutata piena di grazia e benedetta fra le donne. Proprio in quella Casa ella, ripiena di Dio e sotto l’opera feconda dello Spirito Santo, senza nulla perdere della sua inviolabile verginità, è diventata la Madre del Figlio Unigenito di Dio”. 
C’è però chi sostiene la tesi secondo cui furono alcuni Crociati, con la nave, a trasportare a Loreto solo delle “pietre” della Casa di Maria, che vennero poi ivi riassemblate sotto forma di “casa”. Lei che ne pensa?
Nicolini: Intanto è opportuno precisare che a Loreto ci sono solo le tre Pareti che costituivano in realtà “la Camera” di Maria, comunemente denominata come “la Santa Casa”, ove avvenne l’Annunciazione, e che sorgeva a Nazareth dinanzi ad una grotta e faceva un sol corpo con essa. Attualmente a Nazareth sono rimaste “la grotta” e “le fondamenta” della Casa “in muratura” dell’Annunciazione, mentre a Loreto è venerata l’autentica Casa “in muratura”, “senza fondamenta”, che stava a Nazareth davanti alla grotta. Detto più semplicemente: a Nazareth ci sono “le fondamenta” senza la Casa, a Loreto c’è “la Casa” senza le fondamenta. 
L’“ipotesi” di un trasporto umano, avanzata recentemente da alcuni studiosi, oltre ad essere priva di ogni documentazione al riguardo, è “insostenibile” ed “impossibile”, sia per le ragioni “storiche” sopraddette, nonché per ragioni “architettoniche” e “scientifiche”. Ad esempio, l’ipotesi di un trasporto umano mediante la scomposizione dei muri della Casa in singoli blocchi di pietra effettuata a Nazareth e ricomposta prima in Dalmazia e poi per altre quattro volte sulla costa adriatica, dopo duemila chilometri di peregrinazione per terra e per mare, è del tutto impossibile anche dal punto di vista “temporale”. Ciò lo attesta la “simultaneità” delle date di partenza da Nazareth (sicuramente nel maggio 1291) e di arrivo a Tersatto (9-10 maggio 1291), come riportato da una lapide dell’epoca. 
Così pure risulterebbe “impossibile” una simile operazione di “smontaggio” e “rimontaggio”, eseguita per di più in cinque luoghi diversi, in Dalmazia e in Italia. L’analisi chimica della malta, infatti, nei punti dove attualmente tiene unite le pietre, presenta caratteristiche chimiche particolari, proprie della zona di Nazareth, con una omogeneità della tessitura muraria, che esclude ogni possibilità di un tale ipotetico “smontaggio” e “rimontaggio” delle pietre. Infatti la malta che tiene unite le pietre è uniforme in tutti i punti e risulta costituita da solfato di calcio idrato (gesso) impastato con polvere di carbone di legna secondo una tecnica dell’epoca, nota in Palestina 2000 anni fa, ma mai impiegata in Italia. Quindi, la Santa Casa non fu mai “scomposta” in blocchi, ma è giunta a Loreto – dopo altre precedenti “traslazioni miracolose” – con le pietre “murate” con la stessa malta usata oltre 2000 anni fa a Nazareth, così come oggi ancora si presenta. 
La collocazione finale poi su una pubblica strada, a Loreto, ove ancor oggi si trova, è ugualmente umanamente “impossibile”, come hanno attestato tutti gli archeologi ed architetti che hanno esaminato nei secoli il sottosuolo della Santa Casa e la strada pubblica su cui “si è posata”. L’architetto Giuseppe Sacconi (1854-1905), ad esempio, dichiarò di aver constatato che “la Santa Casa sta, parte appoggiata sopra l’estremità di un’antica strada e parte sospesa sopra il fosso attiguo” . Disse inoltre che, senza entrare in questioni storiche o religiose, bisognava ammettere che la Santa Casa non poteva essere stata fabbricata, come è, nel posto ove si trova (“Annali Santa Casa”, anno 1925, n.1). Un dato da rilevare, in proposito, a dimostrazione che le tre Sante Pareti “si posarono” sulla strada, e non che vi furono ricostruite, è la singolarità di un cespuglio spinoso che si trovava sul bordo della strada al momento dell’impatto e che vi è rimasto imprigionato. 
Un altro insigne architetto, Federico Mannucci (1848-1935), incaricato dal Sommo Pontefice Benedetto XV di esaminare le fondamenta della Santa Casa, in occasione del rinnovo del pavimento, dopo l’incendio scoppiatovi nel 1921, scrive e asserisce perentoriamente, nella sua “Relazione” del 1923, che “è assurdo solo pensare” che il sacello possa essere stato trasportato “con mezzi meccanici” (F. Mannucci, “Annali della Santa Casa” , 1923, 9-11), e rivelò che “è sorprendente e straordinario il fatto che l’edificio della Santa Casa, pur non avendo alcun fondamento, situato sopra un terreno di nessuna consistenza e disciolto e sovraccaricato, seppure parzialmente, del peso della volta costruitavi in luogo del tetto, si conservi inalterato, senza il minimo cedimento e senza una benché minima lesione sui muri” (F. Mannucci, “Annali della Santa Casa”, 1932, 290). 
L’architetto Mannucci trasse, in sintesi, queste conclusioni: i muri della Santa Casa di Loreto sono formati con pietre della Palestina, cementati con malta ivi usata; è assurdo solo il pensare ad un trasporto meccanico; la costruzione della Santa Casa nel luogo ove si trova si oppone a tutte le norme costruttive ed alle stesse leggi fisiche. Quindi, se l’intera Santa Casa di Nazareth non possono averla “trasportata” gli uomini, non può essere stata trasportata che “miracolosamente”, per opera della Onnipotenza Divina, mediante “il ministero angelico”… come sempre “testimoniato” e “tramandato” dalla “tradizione” e “approvato” come “veridico” da tutti i Sommi Pontefici, per 700 anni, dalle origini sino ad oggi. 
Recentemente lei ha rivolto alcune domande sulla “questione lauretana” al Santo Padre Benedetto XVI. Quali sono state le risposte?
Nicolini: Ho richiesto al Santo Padre Benedetto XVI un intervento proprio perché venisse “ristabilita” in modo “definitivo” la “veridicità storica” della “miracolosa traslazione” della Santa Casa di Nazareth a Loreto, scalzando così tante moderne “fuorvianti” e “secolaristiche” interpretazioni. Il Santo Padre è subito intervenuto per la celebrazione Liturgica della “Miracolosa” traslazione del 10 dicembre dello scorso anno, facendo pervenire al Vescovo di Loreto una relativa “inequivoca” e bellissima preghiera da recitarsi nel Santuario. Tale preghiera, ed un mio commento ad essa, la si può leggere all’indirizzo del mio Sito Internet www.lavocecattolica.it/preghiera.benedetto.XVI.htm). 
In questa preghiera il Sommo Pontefice Benedetto XVI – così come tutti i suoi Predecessori – “riconosce” di nuovo “espressamente”, “ripetutamente” e “inequivocabilmente” che le Sante Pareti, venerate nel Santuario di Loreto, sono proprio la “Santa Casa” di Nazareth, di Maria, di Giuseppe e di Gesù. Egli infatti, tra l’altro, scrive nella preghiera: “Santa Maria, Madre di Dio, ti salutiamo nella tua casa… qui hai vissuto… qui hai pregato con Lui… qui avete letto insieme le Sacre Scritture… siete tornati in questa casa a Nazareth… qui per molti anni hai sperimentato…” 
La Santa Casa di Loreto, quindi, viene ancora “confermato” – dal nuovo Pontefice – che è proprio “la Casa di Maria”, quella che “proprio” “era” a Nazareth. Perciò, anche nel “pronunciamento” del nuovo Sommo Pontefice, a Loreto non ci sono delle semplici “sante pietre” portate dagli uomini e “riassemblate” e “ricostruite” a Loreto dagli uomini (come sostengono certi “studiosi” contro gli stessi rilievi scientifici): perché, altrimenti, il Santo Padre non identificherebbe la Santa Casa di Loreto con quella che era “proprio” e “realmente” a Nazareth, ove avvenne l’annuncio dell’angelo a Maria e l’Incarnazione in lei del Figlio di Dio, e ove Maria, Giuseppe e Gesù hanno vissuto “per molti anni”… A Loreto, perciò, vi è proprio l’intera Santa Casa di Nazareth (nelle sue tre Pareti), ivi giunta “miracolosamente”, per “il ministero angelico”, dopo molteplici “traslazioni miracolose”, come sempre insegnato dalla “tradizione”, attestato dagli studi storici, archeologici e scientifici, come quelli sopra accennati, e confermato innumerevoli volte – lungo i secoli – dal Magistero “ordinario” e “solenne” dei Sommi Pontefici. 
Forse giova qui ricordare le sempre attuali e bellissime parole del santo Pontefice Leone XIII, scritte nella sua Enciclica “Felix Lauretana Cives” (del 23 gennaio 1894): “Comprendano tutti, e in primo luogo gli Italiani, quale particolare dono sia quello concesso da Dio che, con tanta provvidenza, ha sottratto (prodigiosamente) la Casa ad un indegno potere e con significativo atto d’amore l’ha offerta ad essi. Infatti in quella beatissima dimora venne sancito l’inizio della salvezza umana, con il grande e prodigioso mistero di Dio fatto uomo, che riconcilia l’umanità perduta con il Padre e rinnova tutte le cose”. Ed anche: “Dio volle a tal punto esaltare l’invocato nome di Maria da dare compimento, in questo luogo (Loreto), a quella famosa profezia: “Tutte le generazioni mi chiameranno beata”. 

lunedì 9 aprile 2018

Ettore Gotti Tedeschi: "Atti falsi per smontare il miracolo di Loreto"

Quest’anno, a causa della Domenica delle Palme e delle festività pasquali, la festa dell’Annunciazione cade il 9 aprile. In occasione di questa ricorrenza, rilanciamo questo contributo di Ettore Gotti Tedeschi pubblicato su La Verità nel febbraio scorso. L'Autore rilancia il mistero della Santa Casa di Loreto, legata a quello dell'Incarnazione del Verbo, dopo aver visitato, insieme alla propria famiglia, nel febbraio scorso, il Santuario ed i luoghi delle traslazioni miracolose con la guida d'eccezione dello studioso prof. Giorgio Nicolini e dopo aver incontrato, in privato, nella sacrestia della Basilica, il delegato pontificio, S. Ecc.za Mons. Fabio Dal Cin. 

Il Resto del Carlino, 20.2.2016


Atti falsi per smontare il miracolo di Loreto

di Ettore Gotti Tedeschi

Quando si vuole negare un miracolo, perché i miracoli non devono esistere, è sufficiente utilizzare testimonianze «suggerite», documenti di dubbia veridicità o persino riconosciuti falsi, dettagli irrilevanti, e fare infine abili congetture.
Così è già stato fatto con i vangeli apocrifi o utilizzando le analisi fatte sui rammendi medioevali della Sindone.
L’ultimo tentativo si riferisce alla traslazione miracolosa della Santa Casa di Loreto che, essendo evento soprannaturale, per renderlo «credibile» si deve spiegare razionalmente.
A Loreto, nelle Marche, si venera, nel Santuario lauretano, la più importante reliquia cattolica esistente al mondo: la Casa di Nazareth dove fu concepita e nacque la Madonna, dove ricevette l’Annunciazione e concepì Gesù (Pio IX, bolla Inter Omnia).
Chi è uso viaggiare con l’aereo, avrà visto nella cappella degli aeroporti italiani la raffigurazione della Vergine di Loreto, con Gesù che tiene in mano un aereo: ciò perché Papa Benedetto XV, nel 1920, la consacrò Patrona degli aviatori. Ciò è spiegato dal fatto che la Santa Casa di Nazareth, tra il 1291 e il 1296, fu traslata miracolosamente da Nazareth in ben cinque luoghi diversi, fino a Loreto appunto. E questo avvenne per proteggere la Santa Casa dal rischio di distruzione, perpetrabile dai musulmani nell’epoca citata.
La verità storica (creduta fino al 1984) della «traslazione miracolosa» è stata sempre dichiarata e mai messa in dubbio per sette secoli dal magistero pontificio solenne, essendoci stati severi procedimenti canonici ecclesiali di verifica con ogni tipo di analisi scientifica e valutazione storica e archeologica dell’avvenimento, attraverso l’accertamento di testimonianze e documenti infiniti: accertamenti di vescovi locali (Fiume, Ancona, Recanati, Macerata, Napoli…) sui luoghi delle traslazioni miracolose – e soprattutto di Sommi Pontefici, da Nicolò IV (1292) a Bonifacio VIII (1294), Clemente V (1305), Giovanni XXII (1320), Leone X (1519), fino ai più recenti Pio IX, Leone XIII (Enclave Felix Lauretana Cives del 1894) Benedetto XV (1920, proclamazione Patrona dell’aviazione) e tanti altri omessi.

La Santa Casa, che si trova nel Santuario di Loreto nelle Marche
Le ricerche dimostrano che è la dimora originaria della Vergine Maria a Nazareth

Poi (a parte san Giovanni Paolo II nel 1994 e Benedetto XVI nel 2005, fedeli alla «tradizione»), «miracolosamente» è iniziata l’epoca dei dubbi insinuati sul trasporto della Santa Casa, riconoscendo «finalmente» la necessità di spiegare razionalmente la traslazione, smontaggio, trasporto via mare e rimontaggio.
Inutili e ignorate le denunce di falso e manipolazione documentale, utilizzando documenti già sospettabili e anche dimostrati di essere falsi storici, che pretenderebbero spiegare il trasferimento da Nazareth a Loreto più scientificamente. La nuova epoca dei dubbi sembra rifiutare le storie di miracoli. Non sembra infatti essere scientifico, e perciò credibile, un trasporto miracoloso avvenuto per «ministero angelico», cioè fatto da angeli del cielo.
Cosicché, per rendere credibile il fatto, si sono immaginate traslazioni più umane, fatte da crociati che avrebbero smontato e rimontato la Casa (ben cinque volte, in cinque posti diversi!). O persino si è congetturato che il trasporto fosse stato fatto, via mare, da una famiglia nobile dell’Epiro che appunto si chiamava «Angeli».
Pur essendo, queste tesi, dimostrate insostenibili e impossibili, per ragioni storiche, architettoniche e scientifiche dal nostro Indiana Jones anconetano, il professore Giorgio Nicolini, che ha passato la sua vita a studiare il fenomeno, documentando la simultaneità delle date della traslazione, documentando le analisi chimiche dei materiali, che spiegano la loro autenticità (le pietre che compongono le tre pareti che a Nazareth erano addossate davanti a una grotta sono autentiche della Palestina e la malta è costituita da materiali non conosciuti in Italia, ma usati in Palestina 2000 anni fa), documentando l’impossibilità di smontaggio e ricomposizione (il collocamento finale dove è ora, vede la Casa senza fondamenta su una pubblica strada, con una parte sospesa sul vuoto di un fosso, e che architettonicamente risulta non può essere stata fabbricata lì) e dimostrando che queste ipotesi contraddirebbero le leggi fiche (ecco che la scienza serve a provare il miracolo)…
Eppure ora, dal 1984, si pretende di imporre l’ipotesi incredibile per rendere non credibile la spiegazione della veridicità storica del miracolo della traslazione.
Crollando però la soprannaturalità dell’evento tutto può essere messo in dubbio, perché è proprio la traslazione miracolosa a dar senso all’avvenimento e all’autenticità della reliquia della Santa Casa…
In pratica, per «rendere razionalmente credibile» il trasferimento della Santa Casa, sembra volersi affidare a spiegazioni che presuppongono un’impresa di costruzioni e trasporti via mare, trasformando la traslazione miracolosa in una crociera sull’Adriatico.
Papa Ratzinger sosteneva che la ragione senza fede è sterile e la fede senza ragione è sentimento, ma anche Albert Einstein pensava che la fede senza scienza fosse miope, ma la scienza senza fede fosse zoppa.
Eppure oggi l’unico, a mia conoscenza, rimasto a credere alla razionalità della traslazione miracolosa, perché ne prova scientificamente la verità, è Giorgio Nicolini, convinto che è fede razionale che spiega i misteri non svelati dalla scienza, che invece vorrebbe spiegare i miracoli, ma anche convinto che disprezzare il miracolo significa disprezzare la conoscenza di Dio per cercare una visione più umana e negare il soprannaturale. Ma soprannaturale non significa «contro natura», significa trascendere (stare sopra) ciò che è naturale. Il rischio implicito di ignorare ciò, sta nel confondere una delle due maggiori prove scientifiche della verità, perché la traslazione miracolosa della Santa Casa, come la Sacra Sindone, è un «segno visibile» che dimostra che fede e scienza non sono in conflitto.
Perché chi nega questa verità sostenuta dal magistero della Chiesa e comprovata anche dagli studi di Nicolini, non lo affronta in un pubblico dibattito?

Fonte: La Verità, 14.2.2018, p. 16, rilanciato da UNAVOX, febbraio 2018

sabato 25 marzo 2017

Nazareth. La fiorita di Galilea

Nella festa dell’Annunciazione, rilanciamo questo contributo sulla città di Nazaret, dove tutto ebbe inizio.

Ambito lombardo, Maria riceve l'annuncio dell'Angelo, 1890-1910, Vigevano

Ambito milanese, Annunciazione, 1830 circa, Bergamo

Bottega abruzzese, Annunciazione, 1840 circa, L'Aquila

Gaetano Guadagnini, Annunciazione ispirata al Guercino, 1850, Bologna

Giovanni Battista Epis, Annunciazione, 1852, Bergamo

Michelangelo Grigoletti, Annunciazione, 1857, Trento

Antonio Guadagnini, Annunciazione, 1860, Bergamo

Luigi Galizzi, Annunciazione, 1880 circa, Bergamo

A. Riedmuller - Andreas Wolfgang Brennhaeuser, Annunciazione, 1880 circa, Sabina

Lorenzo Bianchini, Annunciazione, 1890, Udine

Luigi Morgari, Annunciazione, 1890-1910, Alba

Nazareth. La fiorita di Galilea

di Carlo Codega

Nonostante caratteristiche di svantaggio, ad una vista puramente umana, Nazareth è stata scelta da Dio per germogliare il Fiore della Redenzione: il Verbo Incarnato. Essa ospita ancora parte della Casetta della Madonna, quella scavata nella roccia, custodita all’interno della celebre Basilica.

A chiunque per la prima volta muova i suoi passi in Terra Santa non può sfuggire l’enorme differenza che separa i tradizionali villaggi arabi, con il loro dedalo di stradine disordinate e case monofamiliari, dai moderni insediamenti ebraici, con i loro grandi edifici plurifamiliari in un contesto urbanistico perfettamente razionale e ordinato. È chiaro che i villaggi arabi, ben più che gli insediamenti ebraici, rappresentano quella tradizione semitica palestinese che più ci può riportare vicini all’epoca di Gesù, soprattutto nelle piccole borgate non toccate dagli interventi razionalizzanti ellenistici e romani. Stradine piccole, contorte e polverose; case irregolari e, a volte, improvvisate, addossate l’una all’altra in maniera claustrofobica; suk e mercatini disordinati con importuni venditori chiassosi e petulanti, sono l’ambiente tipico, che ci riporta alla mente una specie di ginepraio, un roveto che porta tutti i segni al contempo di un’umanità spontanea ma anche del disordine delle passioni e dei sentimenti umani, originato dal peccato originale.

La fiorita di Galilea

Ancora oggi il centro storico di Nazareth, seppur pesantemente rivisto da interventi nel corso della storia, in particolar modo nell’ultimo secolo, porta un po’ i segni di questa mentalità, soprattutto nello spazio che si estende dalla Basilica dell’Annunciazione alla Fontana della Vergine. Un roveto vero e proprio, roveto di strade e di abitazioni, ginepraio d’attività umane, in mezzo al quale però, come una rosa tra le spine, è fiorito il fiore della Redenzione, il Verbo Incarnato. Non a caso il significato letterale di Nazareth, in ebraico, è proprio quello di “fiorita” – come già ricordava san Girolamo –, nome stranamente bello e delicato per designare un ammasso di case a ridosso della roccia, quasi delle “topaie” (come le definisce il Roschini), in un borgo di nessuna importanza, al di fuori delle principali linee commerciali della piana di Esdrelon. Proprio di questo villaggio, infatti, l’apostolo Natanaele avrebbe affermato: “Può mai venire qualcosa di buono da Nazareth”! Eppure il singolare corso delle vicende volle che il nome di questo villaggio, del tutto inadatto da una visuale umana, divenne quanto mai opportuno nel momento in cui il Figlio di Dio prese la sua natura mortale proprio lì, scegliendolo poi anche per viverci, per il qual motivo Egli sarebbe divenuto, nella sua vita pubblica, il “Nazareno” per eccellenza. 

Proprio qui, probabilmente poco dopo i dodici anni di età di Maria Santissima, quando ebbe terminato il periodo di servizio al Tempio di Gerusalemme, la Provvidenza divina spinse la famiglia di Maria Santissima ad abitare. Per quanto nata a Gerusalemme, Maria era figlia di un nazaretano di nome Gioacchino: questi era della tribù di Giuda e aveva possedimenti a Gerusalemme, ma era nato a Nazareth probabilmente a causa della politica di ripopolamento della Galilea, che aveva portato la sua famiglia giudea a spostarsi in Galilea. La Galilea da secoli infatti, come ci ricorda la storia biblica, era spopolata, soprattutto di popolazione di sangue ebreo, in quanto aveva dovuto subire l’esilio e la deportazione dei suoi abitanti ebraici sin dal 721 a.C., dopo la distruzione del Regno del Nord da parte di Salmanassar. Il singolare corso della Provvidenza fece incontrare pertanto proprio qui, nella lontana Galilea, la Vergine Maria col suo castissimo sposo san Giuseppe, anch’egli proveniente dalla Giudea (dalla cittadina di Betlemme) e proprio qui i due giovani, uniti da un santo e segreto proposito, decisero di unirsi in un Matrimonio perfettamente casto. Quest’unione perfettamente casta nelle intenzioni divenne, nel misterioso e onnipotente progetto di Dio, la più feconda nella realizzazione: mentre trascorreva il tempo che separava la prima parte della celebrazione del matrimonio ebraico – quando la promessa di amore non comportava ancora l’abitazione in comune – dalla seconda – quando si sarebbe attuata la vera e propria coabitazione – ecco che la Vergine Maria sbocciò, come fiore ai primi raggi della primavera (al 25 marzo la tradizione fissa il concepimento di Gesù). Un Angelo la visitò assorta in meditazione profondissima nella sua casa e, proprio mentre domandava a Dio che si affrettasse il tempo della realizzazione della sua promessa con l’invio di un Messia che avrebbe liberato l’umanità afflitta dal peccato, ecco che l’inviato di Dio le svelò che proprio Lei era la pianta prescelta per fiorire in una gravidanza miracolosa e per germinare il frutto più maturo del piano provvidenziale di Dio: il Verbo Incarnato. Svelando un mistero fino ad allora solo preannunciato oscuramente, il Messia promesso non sarebbe stato altro che lo stesso Figlio di Dio, cosicché Maria divenne da quel momento la “Madre di Dio”. È il punto di svolta della storia umana: dalla promessa si passa al compimento, dall’attesa alla venuta, dalla figura alla realtà.

La Casa della Madonna

Il punto zero della storia dell’umanità va dunque situato nella povera casa di un’umile Fanciulla ebrea, un’abitazione che, come tutte le case di Nazareth, non aveva nulla di confortevole e di ricercato, bensì nella quale la ristrettezza eguagliava la scomodità. Come gli scavi archeologici hanno dimostrato, le case del piccolo villaggio di Galilea non erano altro che un piccolo ambiente a tre pareti addossato ad una roccia che veniva scavata, per ricavarne altre stanze. Come è ben noto a Nazareth della Casa della Madonna è rimasta solo la parte scavata nella roccia, in quanto, la parte in muratura (ovvero le tre pareti) si trova ora nelle Marche, a Loreto, venerata da folle di pellegrini desiderose di venerare quelle mura che hanno ascoltato il solenne “Verbum caro factum est”.
Come è successa questa singolare traslazione che ha privato la Terra Santa di una reliquia tanto preziosa? L’abitazione della Vergine – luogo dell’Incarnazione di Dio – era stata gelosamente custodita da secoli prima da una chiesa-sinagoga, poi da una Basilica bizantina del V secolo e infine dalla grandiosa Basilica crociata, che però nel 1263 venne distrutta dal sultano Baybars. Nel 1291 anche l’ultima presenza crociata in Terra Santa, la fortezza marina di san Giovanni d’Acri, cadeva davanti all’assedio islamico così che anche la Regina di Terra Santa, Maria Santissima, decise che era giunta l’ora di togliere una così preziosa perla dalle grinfie dei violenti e profanatori sultani selgiuchidi: nello stesso 1291 con un miracolo inusitato la Santa Casa prese il volo, sostenuta e guidata da uno stuolo di Angeli, per andare a posarsi nei Balcani prima (Tersatto) e nelle Marche, poi, seguendo così il ritorno in Europa dei valorosi crociati che da duecento anni combattevano sfortunatamente, versando il loro sangue per riconquistare la Terra di Gesù. A Nazareth restò così la grotta annessa alla casa, ben presto segnalata da una piccola e discreta cappella, che rimase comunque meta di pellegrinaggi.
Dobbiamo proprio ai pellegrini che nel corso dei secoli hanno visitato questo luogo, lasciandovi scritte e incisioni devote, la facilità con cui da sempre si poté identificare l’abitazione della Madonna: tra le incisioni spicca soprattutto l’antico “Chaire Maria”, ovvero il saluto angelico (Ave Maria) in lingua greca, tracciato proprio sulla grotta adiacente a quella venerata, come a voler perpetuare e ripetere con la propria presenza quella visita angelica che non aveva dato al mondo solo qualche grazia, bensì la fonte stessa delle grazie, Gesù Cristo. Solo nel 1620 i Francescani di Terra Santa poterono tornare in possesso del luogo e quasi un secolo dopo ottennero il permesso di ricostruirvi una chiesa con una singolare concessione: i Francescani avrebbero dovuto pagare un viaggio dell’emiro e, durante la sua assenza, avrebbero dovuto iniziare e terminare la costruzione del luogo di culto. Nonostante quest’umiliante condizione, una piccola chiesetta poté da quel momento custodire il luogo tanto venerato.

sabato 10 dicembre 2016

Immagini per meditare .... sulla Transvolazione della Santa Casa di Loreto

Nella notte della "venuta" (la notte tra il 9 ed il 10 dicembre) di quest'anno 2016, la Vergine lauretana è stata mostrata senza la preziosa dalmatica in segno di lutto e mestizia per la sciagura del terremoto, che ha colpito le terre marchigiane

Giovanni Alaboynà, Traslazione della Santa Casa di Loreto con i SS. Andrea Avellino ed Ubaldo, 1749, Gubbio 

Sebastiano Santi, Traslazione della Santa Casa con i SS. Pietro e Paolo, 1820-24, Padova

Ambito piemontese, Madonna di Loreto, 1822, Asti

Ambito fiemmese, Gonfalone della Madonna di Loreto, XIX sec., Trento

giovedì 10 dicembre 2015

Il Sacco di Roma: un castigo misericordioso

Nella festa della Transvolazione della Santa Casa a Loreto, rilancio questo contributo del prof. De Mattei, pubblicato in lingua inglese dall’immancabile Rorate caeli.

Perugino, Madonna di Loreto tra i SS. Girolamo e Francesco d’Assisi, 1507, Victoria and Albert Museum, Londra


Caravaggio, Madonna di Loreto o dei pellegrini, 1603-1605, Chiesa di S. Agostino, Roma

Domenichino, Madonna di Loreto tra i SS. Giovanni Battista, Eligio ed Antonio abate, 1618, North Carolina Museum of Art, Raleigh

Guercino, S. Bernardino da Siena in preghiera dinanzi alla Vergine di Loreto, 1618, Pinacoteca, Cento

Francesco Allegrini, Madonna di Loreto, XVII sec., Cattedrale, Perugia

Antonio Liozzi o Ubaldo Ricci di Fermo, S. Nicola da Tolentino ha la visione la traslazione della S. Casa di Loreto, 1753 circa, Chiesa di S. Michele, Sant’Angelo in Pontano 



Josep Antonio de Ayala, La Famiglia Del Valle ai piedi della Vergine di Loreto con la Trinità ed i SS. Giuseppe e Francesco d'Assisi, 1769, Museo Soumaya, Città del Messico




Il Sacco di Roma: un castigo misericordioso

di Roberto de Mattei


La Chiesa vive un’epoca di sbandamento dottrinale e morale. Lo scisma è deflagrato in Germania, ma il Papa non sembra rendersi conto della portata del dramma. Un gruppo di cardinali e di vescovi propugna la necessità di un accordo con gli eretici. Come sempre accade nelle ore più gravi della storia, gli eventi si succedono con estrema rapidità. Domenica 5 maggio 1527, un esercito calato dalla Lombardia giunse sul Gianicolo.
L’imperatore Carlo V, irato per l’alleanza politica del papa Clemente VII con il suo avversario, il re di Francia Francesco I, aveva mosso un esercito contro la capitale della Cristianità. Quella sera il sole tramontò per l’ultima volta sulle bellezze abbaglianti della Roma rinascimentale. Circa 20 mila uomini, italiani, spagnoli e tedeschi, tra i quali i mercenari Lanzichenecchi, di fede luterana, si apprestavano a dare l’attacco alla Città Eterna. Il loro comandante aveva concesso loro licenza di saccheggio.
Tutta la notte la campana del Campidoglio suonò a storno per chiamare i romani alle armi, ma era ormai troppo tardi per improvvisare una difesa efficace. All’alba del 6 maggio, favoriti da una fitta nebbia, i Lanzichenecchi mossero all’assalto delle mura, tra Sant’Onofrio e Santo Spirito. Le Guardie svizzere si schierarono attorno all’Obelisco del Vaticano, decise a rimanere fedeli fino alla morte al loro giuramento. Gli ultimi di loro si immolarono presso l’altar maggiore della Basilica di San Pietro. La loro resistenza permise al Papa di riuscire a mettersi in fuga, con alcuni cardinali.
Attraverso il Passetto del Borgo, via di collegamento tra il Vaticano e Castel Sant’Angelo, Clemente VII raggiunse la fortezza, unico baluardo rimasto contro il nemico. Dall’alto degli spalti il Papa assisté alla terribile strage che cominciò con il massacro di coloro che si erano accalcati alle porte del castello per trovarvi riparo, mentre i malati dell’ospedale di Santo Spirito in Saxia venivano trucidati a colpi di lancia e di spada.
La licenza illimitata di rubare e di uccidere durò otto giorni e l’occupazione della città nove mesi. «L’inferno è nulla in confronto colla veste che Roma adesso presenta», si legge in una relazione veneta del 10 maggio 1527, riportata da Ludwig von Pastor (Storia dei Papi, Desclée, Roma 1942, vol. IV, 2, p. 261).
I religiosi furono le principali vittime della furia dei Lanzichenecchi. I palazzi dei cardinali furono depredati, le chiese profanate, i preti e i monaci uccisi o fatti schiavi, le monache stuprate e vendute sui mercati. Si videro oscene parodie di cerimonie religiose, calici da Messa usati per ubriacarsi tra le bestemmie, ostie sacre arrostite in padella e date in pasto ad animali, tombe di santi violate, teste degli apostoli, come quella di sant’Andrea, usate per giocare a palla nelle strade. Un asino fu rivestito di abiti ecclesiastici e condotto all’altare di una chiesa. Il sacerdote che rifiutò di dargli la comunione fu fatto a pezzi. La città venne oltraggiata nei suoi simboli religiosi e nelle sue memorie più sacre (si veda anche André Chastel, Il Sacco di Roma, Einaudi, Torino 1983; Umberto Roberto, Roma capta. Il Sacco della città dai Galli ai Lanzichenecchi, Laterza, Bari 2012).
Clemente VII, della famiglia dei Medici non aveva raccolto l’appello del suo predecessore Adriano VI ad una riforma radicale della Chiesa. Martin Lutero diffondeva da dieci anni le sue eresie, ma la Roma dei Papi continuava ad essere immersa nel relativismo e nell’edonismo. Non tutti i romani però erano corrotti ed effeminati, come sembra credere lo storico Gregorovius. Non lo erano quei nobili, come Giulio Vallati, Giambattista Savelli e Pierpaolo Tebaldi, che inalberando uno stendardo con l’insegna “Pro Fide et Patria”, opposero l’ultima eroica resistenza a Ponte Sisto, né lo erano gli alunni del Collegio Capranica, che accorsero e morirono a Santo Spirito per difendere il Papa in pericolo.
A quella ecatombe l’istituto ecclesiastico romano deve il titolo di “Almo”. Clemente VII si salvò e governò la Chiesa fino al 1534, affrontando dopo lo scisma luterano quello anglicano, ma assistere al saccheggio della città, senza nulla poter fare, fu per lui più duro della morte stessa. Il 17 ottobre 1528 le truppe imperiali abbandonarono una città in rovina.
Un testimone oculare, spagnolo, ci dà un quadro terrificante della città un mese dopo il Sacco: «A Roma, capitale della cristianità, non si suona campana alcuna, non sì apre chiesa non si dice una Messa, non c’è domenica né giorno di festa. Le ricche botteghe dei mercanti servono per stalle per i cavalli, i più splendidi palazzi sono devastati, molte case incendiate, di altre spezzate e portate via le porte e finestre, le strade trasformate in concimaie. È orribile il fetore dei cadaveri: uomini e bestie hanno la medesima sepoltura; nelle chiese ho visto cadaveri rosi da cani. Io non so con che altro confrontare questo, fuorché con la distruzione di Gerusalemme. Ora riconosco la giustizia di Dio, che non dimentica anche se viene tardi. A Roma si commettevano apertissimamente tutti i peccati: sodomia, simonia, idolatria ipocrisia, inganno; perciò non possiamo credere che questo non sia avvenuto per caso. Ma per giudizio divino» (L. von Pastor, Storia dei Papi, cit., p. 278).
Papa Clemente VII commissionò a Michelangelo il Giudizio universale nella Cappella Sistina quasi per immortalare il dramma o che subì, in quegli anni, la Chiesa di Roma. Tutti compresero che si trattava di un castigo del Cielo. Non erano mancati gli avvisi premonitori, come un fulmine che cadde in Vaticano e la comparsa di un eremita, Brandano da Petroio, venerato dalle folle come “il pazzo di Cristo”, che nel giorno di giovedì santo del 1527, mentre Clemente VII benediceva in San Pietro la folla, gridò: «bastardo sodomita, per i tuoi peccati Roma sarà distrutta. Confessati e convertiti, perché tra 14 giorni l’ira di Dio si abbatterà su di te e sulla città».
L’anno prima, alla fine di agosto, le armate cristiane erano state disfatte dagli Ottomani sul campo di Mohacs. Il re d’Ungheria Luigi II Jagellone morì in battaglia e l’esercito di Solimano il Magnifico occupò Buda. L’ondata islamica sembrava inarrestabile in Europa. Eppure l’ora del castigo fu, come sempre l’ora della misericordia. Gli uomini di Chiesa compresero quanto stoltamente avessero inseguito le lusinghe dei piaceri e del potere. Dopo il terribile Sacco la vita cambiò profondamente.
La Roma gaudente del Rinascimento si trasformò nella Roma austera e penitente della Contro-Riforma. Tra coloro che soffrirono nel Sacco di Roma, fu Gian Matteo Giberti, vescovo di Verona, ma che allora risiedeva a Roma. Imprigionato dagli assedianti giurò che non avrebbe mai abbandonato la sua residenza episcopale, se fosse stato liberato. Mantenne la parola, tornò a Verona e si dedicò con tutte le sue energie alla riforma della sua diocesi, fino alla morte nel 1543.
San Carlo Borromeo, che sarà poi il modello dei vescovi della Riforma cattolica si ispirerà al suo esempio. Erano a Roma anche Carlo Carafa e san Gaetano di Thiene che, nel 1524, avevano fondato l’ordine dei Teatini, un istituto religioso irriso per la sua posizione dottrinale intransigente e per l’abbandono alla Divina Provvidenza spinto al punto di aspettare l’elemosina, senza mai chiederla. I due cofondatori dell’ordine furono imprigionati e torturati dai Lanzichenecchi e scamparono miracolosamente alla morte.
Quando Carafa divenne cardinale e presidente del primo tribunale della Sacra romana e universale Inquisizione volle accanto a sé un altro santo, il padre Michele Ghislieri, domenicano. I due uomini, Carafa e Ghislieri, con i nomi di Paolo IV e di Pio V, saranno i due Papi per eccellenza della Contro-Riforma cattolica del XVI secolo. Il Concilio di Trento (1545-1563) e la vittoria di Lepanto contro i Turchi (1571) dimostrarono che, anche nelle ore più buie della storia, con l’aiuto di Dio è possibile la rinascita: ma alle origini di questa rinascita ci fu il castigo purificatore del Sacco di Roma.