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lunedì 10 dicembre 2018
domenica 18 febbraio 2018
In morte (eterna) dell'eresiarca Martin Lutero
Il 18 febbraio 1546 moriva a Eisleben, sua città natale, l'eresiarca Martin Lutero. Ricordiamo questo nemico di Dio con un divertente aneddoto riportato dal Bellarmino (anche Dio ed i Santi hanno il senso dell'humor!):
mercoledì 22 novembre 2017
sabato 4 novembre 2017
martedì 31 ottobre 2017
Il nostro modo di "celebrare" il V centenario della c.d. riforma con aforismi cattolici ed uno sguardo alla contemporaneità
Fonte: Marco Tosatti, Quanto è protestante il papa?Un'intervista del teologo tedesco suo amico a Die Zeit, in Stilum Curiae, 31.10.2017
Bergoglio e Lutero - Quanto è protestante il Papa? intervista a teologo evangelico, in Chiesa e postconcilio, 1.11.2017
Bergoglio e Lutero - Quanto è protestante il Papa? intervista a teologo evangelico, in Chiesa e postconcilio, 1.11.2017
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| Francobollo celebrativo dell'attuale Stato della Città del Vaticano del centenario della c.d. riforma protestante |
La notizia circa questa scandalosa emissione filatelica è possibile leggerla in:
Jacopo Scaramuzzi, Vaticano e Luterani: “Una benedizione la commemorazione della Riforma”, in La Stampa, 31.10.2017
Gian Guido Vecchi, Riforma protestante, emesso il francobollo «dedica» del Vaticano, in Corriere della sera, 31.10.2017
Paolo Rodari, Vaticano, cattolici e luterani uniti per la prima volta nella visione ecumenica della Riforma, in La Repubblica, 31.10.2017
Francobollo vaticano: Lutero e Melantone ai piedi della Croce. Anziché la Madonna e S. Giovanni. Lavoro straordinario per i turiferai, in blog MiL - Messa in latino, 1.11.2017
Francobollo vaticano: Lutero e Melantone ai piedi della Croce. Anziché la Madonna e S. Giovanni. Lavoro straordinario per i turiferai, in blog MiL - Messa in latino, 1.11.2017
domenica 29 ottobre 2017
La festa di Cristo re come festa antiluterana per antonomasia
Fonte: 500 years of Protestant Revolution: CHRIST THE KING is the Anti-Luther, in Rorate coeli, Oct. 29, 2017
sabato 21 ottobre 2017
I Santi tridentini? Erano ispirati dal demonio …. La svolta luterana del sedicente “episcopato” italiano e della Chiesa ex cattolica
Ebbene
sì. Non appaia blasfema questa nostra sortita volutamente provocatoria. Per
esclusione, infatti, è questa la logica conseguenza: che i grandi Santi ispirati
e sollevati nello spirito del Concilio di Trento e della Controriforma, come S.
Pio V, S. Carlo Borromeo, S. Filippo Neri, S. Ignazio di Loyola, S. Roberto
Bellarmino, S. Lorenzo di Brindisi, S. Teresa d’Avila, S. Giovanni della Croce,
ecc., sino ad arrivare ai Santi alle soglie del XX sec. come S. Giovanni Bosco,
S. Giuseppe Benedetto Cottolengo, S. Domenico Savio, ecc., tutti ispirati dal
Concilio tridentino sarebbero stati, in verità, ispirati dal Nemico di Dio!
C’è
poco da discutere. Se un sedicente Segretario dei “Vescovi” italiani come il
sig. Galantino si spinge ad affermare che l’eresiarca Lutero sia stato ispirato
– nella sua opera di riforma protestante – addirittura dal Paraclito, la
conseguenza – inevitabile – è che chi si è opposto a tale azione – come i Santi
sopra menzionati – sarebbero stati ispirati, a loro volta, dall’Avversario, dal
Serpente antico! Delle due l’una. Non può ammettersi in entrambe le parti una
pari ispirazione dello Spirito Santo, perché, in tal caso, si dovrebbe
affermare che esso è contraddittorio ed illogico: lo Spirito non potrebbe
ispirare un’azione ed il suo contrario. Questo sembra evidente.
Necessariamente, dunque, deve concludersi che se Lutero sarebbe stato ispirato
dallo Spirito, i Santi ed il Concilio tridentino sarebbero stati sotto l’egida
dell’antico Nemico di Dio, nell’Opposto dello Spirito cioè.
Questa
vera e propria bestemmia e blasfemia del Segretario della CEI, col
silenzio complice e compiaciuto del “vescovo” di Roma e del presidente della
CEI, sig. Bassetti, denota il degrado di fede in cui i “vescovi” italiani sono
caduti: sono persone sostanzialmente atee, non cattoliche, apostate!
Non
sono gli unici. Una serie di articoli della Civiltà (ex) cattolica
di quest’anno 2017 celebrano con entusiasmo la figura sempre di questo
eresiarca, dipingendolo quasi come un incompreso dalla Chiesa del suo tempo
(addebitando, dunque, la responsabilità della sua disobbedienza alla Chiesa
cattolica! cfr. Mauro Faverzani, Per
i 500 anni di Lutero ora è la Chiesa ad autoaccusarsi, in Corrispondenza
romana, 29.6.2016); uno dalla vocazione sincera (e non, invece, un
gaglioffo, uno scampato alla forca, che, per sfuggire alla condanna a morte per
un omicidio di un suo compagno di studi, decise di diventare monaco, contando
sull’immunità che gli garantivano le mura monastiche: v. Martin
Lutero, assassino e suicida, in Gloria.tv,
11.9.2016). Insomma, quasi un santo, a parere della Civiltà (ex) cattolica.
Ecco
alcuni esempi: «La questione dirimente è stata forse la pretesa, da parte sia
della Chiesa di Roma sia di Lutero, di incarnare in toto la verità e di
esserne dispensatori. Eppure, nonostante tutto, non si può negare il ruolo che
Lutero ha avuto come testimone della fede» (Giancarlo
Pani, Martin Lutero, cinquecento anni dopo, in Civ.
Catt., 2017, vol. IV, q. 4016, pp. 119 ss.). In questo enunciato,
evidentemente eretico e scandaloso, ci sta tutto il neo-modernismo degli
odierni ecclesiastici.
«L’esattezza
di certe formule, la critica al proverbio tradizionale secondo cui desperatio
facit monachum, il problema della validità del voto, il rapporto
conflittuale con il padre e il contesto della scelta fanno propendere
decisamente per una vocazione autentica» (Id.,
La vocazione di Martin Lutero, ivi,
vol. III, q. 4014, pp. 463 ss.).
«Oggi,
a posteriori, è abbastanza ovvio affermare che il confronto con Lutero
non sarebbe stato facile, e quasi certamente sarebbe fallito. Di fatto,
purtroppo, non ci fu» (Id., Il
processo a Lutero e la scomunica, ivi,
vol. I, q. 4000, pp. 364 ss.).
«Lo
storico Erwin Iserloh ha dimostrato che l’affissione delle Tesi non è storia,
ma leggenda, e per di più contraddice l’intenzione del riformatore. Il 31
ottobre Lutero scrive ai vescovi interessati per un problema di fede, di
coscienza e di pastorale: la predicazione delle indulgenze per la fabbrica di
San Pietro è ingannevole perché garantisce la salvezza. Nessuno è sicuro della
propria salvezza. Il vescovo deve predicare non le indulgenze, ma il Vangelo e
le opere di carità» (Id., L’affissione
delle 95 tesi di Lutero: storia o leggenda, ivi,
2016, vol. IV, q. 3993, pp. 213 ss.).
Quando
la Civiltà era ancora pienamente cattolica, ecco quanto scriveva
dell’eresiarca:
«tutto
il sistema di Lutero riposa sul falso: nella Scrittura non c’è un testo che lo
legittimi. Lutero con audacia bronzea torse in parte violentemente la
Scrittura, e in parte vi sostituì le sue falsificazioni» (Lutero e
Luteranismo, in Civ.
catt., 1918, vol. I, pp. 132 ss., partic. p. 141).
Avvenire
e la CEI non sono da meno. Cfr. Mimmo Muolo, Vincenzo Paglia: “La
Riforma? Una felice colpa”, in Avvenire,
6.12.2016; Franco Cardini, L’età moderna? Inizia con le 95 Tesi di Lutero
il 31 ottobre 1517, ivi, 18.8.2017; Giacomo Gambassi, Il
cardinale Bassetti nei luoghi di Lutero, ivi,
2.9.2017; Id., Bassetti nei
luoghi di Lutero, crocevia di riconciliazione, ivi,
8.9.2017. Cfr. la serie di articoli dedicati ai 500 anni della c.d. riforma,
qui.
Si
tratta di falsificazioni storiche e documentali, che aprono la strada alla
probabile “riabilitazione” dell’eresiarca; una strada, per la verità, già
ventilata anche da Benedetto XVI (cfr. Francesca
de Villasmundo, Un colloque au Vatican pour réhabiliter Luther ?,
in Medias-Press.info,
23.3.2017 ed in traduzione italiana qui;
Giuliano Ferrara, Il tribuno
del nuovo gesuitismo che recupera con Lutero anche Pascal, in Il
Foglio, 9.7.2017; Lutero riabilitato. Quando voleva “strappare la
lingua al papa”, in Blitzquotidiano,
3.11.2016; Piero Schiavazzi, Perché
papa Francesco riabilita Lutero, in Limes,
2.11.2016; Lorenzo Bertocchi, Lutero
padre del laicismo e del potere senza il bene, in LNBQ,
27.10.2016; Benedetto XVI, una sintesi purificatrice con i luterani
(nella fede), in Chiesa
e postconcilio, 7.9.2012; Giacomo
Galeazzi, Ratzinger riforma Lutero. Aveva molte idee cattoliche,
in La
Stampa, 5.3.2008). Del resto, non è forse vero che si è sostenuto da più
parti nella Chiesa d’oggi (l’aveva sostenuto persino il “santo” Giovanni Paolo
II!) che le intenzioni del Martin erano buone e sincere (cfr. Lutero e la
Riforma: Bergoglio in continuità con Wojtyla e Ratzinger, in UCCR,
16.2.2017)? Sì, come, del resto, anche quelle che furono di Ario, di
Nestorio, di Giuda Iscariota e persino di Lucifero … . Tutti son partiti con “buone
intenzioni”, salvo poi perdersi lungo la via. Non è forse vero, d’altronde, che
la strada verso l’Inferno è costellata di “buone intenzioni”?
Lutero studiava il modo di uscire dal convento perché non accettava più la castità e il celibato (e quasi sicuramente non le aveva mai accettate, stante l'insincerità della sua vocazione): le sue sedicenti "buone intenzioni" erano solo un pretesto:
«È molto importante sottolineare che il lusso e lo sfarzo, come pure anche la corruzione di buona parte della Curia Romana, non scandalizzarono più di tanto Lutero (come oggi si vuol far credere) — ha scritto il padre domenicano Roberto Coggi –, il quale, a quanto ci risulta, non trasse da ciò alcun turbamento nella sua fede cattolica e nella sua fedeltà nel Romano Pontefice. È quindi falso attribuire la ribellione di Lutero all’autorità ecclesiastica, quale si verificò pochi anni più tardi, a una sua indignazione contro i costumi corrotti del clero» (P. Roberto Coggi, Ripensando Lutero, ESD, Bologna, 2004, p. 9).
Lutero studiava il modo di uscire dal convento perché non accettava più la castità e il celibato (e quasi sicuramente non le aveva mai accettate, stante l'insincerità della sua vocazione): le sue sedicenti "buone intenzioni" erano solo un pretesto:
«È molto importante sottolineare che il lusso e lo sfarzo, come pure anche la corruzione di buona parte della Curia Romana, non scandalizzarono più di tanto Lutero (come oggi si vuol far credere) — ha scritto il padre domenicano Roberto Coggi –, il quale, a quanto ci risulta, non trasse da ciò alcun turbamento nella sua fede cattolica e nella sua fedeltà nel Romano Pontefice. È quindi falso attribuire la ribellione di Lutero all’autorità ecclesiastica, quale si verificò pochi anni più tardi, a una sua indignazione contro i costumi corrotti del clero» (P. Roberto Coggi, Ripensando Lutero, ESD, Bologna, 2004, p. 9).
Noi
preferiamo stare dalla parte della Vera Chiesa Cattolica, dalla parte dei Veri
Santi, dalla parte del Concilio di Trento piuttosto che da quella di codesti
eretici ed apostati, che vogliono lodare l’eresiarca Lutero, che i mistici ci
assicurano giace – sventurato – all’Inferno, torturato, per l’eternità, dagli
angeli decaduti. Egli era, è e rimane un volgare eretico (cfr. Francesco Agnoli, Jacques Maritain
legge Martin Lutero, in Libertà
e persona, 19.10.2017; Id.,
Lutero, un Macchiavelli della fede, in LNBQ,
18.8.2016; Gederson Falcometa,
Giuda, Teilhard de Chardin, Martin Lutero e il Concilio e… i mass media,
in Riscossa
cristiana, 18.10.2017; Principi filosofici e teologici della Riforma
protestante (1517). Un saggio di don Marino Neri, in Vigiliae
Alexandrinae, 22.5.2017, ripreso in Lutero resta un eretico con
buona pace dei “rivisitatori”, in MiL,
30.5.2017), causa e dannazione di molti europei e, diciamolo chiaramente, di
molti ecclesiastici oggi, e distruttore dell’unità europea (cfr. Francesco Agnoli, Carlo Magno e
Lutero: costruzione e distruzione dell’Europa, in Libertà
e persona, 11.10.2017; Stefano
Fontana, La gnosi luterana e la dottrina del potere politico, ivi, 25.3.2017, nonché in Totus tuus,
13.6.2017).
Sull’attuale
situazione ecclesiale, davvero possono riprendersi le parole di S. Gregorio
Magno: «Merorem, Petre, quem cotidie patior, et semper mihi per usum vetus
est, et semper per augmentum novus» (Dialogi, I, 3).
Rilanciamo
per questo l’editoriale de LNBQ, ripreso da Galantino & co su Lutero.
Quello che la Chiesa ha omesso di dire nel 500° anniversario della riforma
protestante, in Il
Timone, 21.10.2017 . Per la notizia sull’uscita galantiniana, cfr. «La
Riforma Protestante un evento dello Spirito Santo». Galantino esalta Martin
Lutero, ivi, 19.10.2017; La Riforma un evento
dello Spirito Santo. Galantino esalta Lutero, in MiL, 20.10.2017; Giuseppe Rusconi, Il vescovo Galantino, il monaco Lutero
e il vescovo Zambito, in Rossoporpora,
20.12.2017; Francesca de Villasmundo,
I vescovi italiani riabilitano Lutero, in Riscossa
cristiana, 20.10.2017; Francesco Boezi, Galantino accelera su Lutero: "Opera dello Spirito Santo", in Il Giornale, 21.10.2017).
Lo Spirito di Lutero conquista Galantino
di
Stefano Fontana
A leggere che secondo il vescovo Galantino la Riforma fu “un evento dello Spirito Santo” viene
subito da pensare che lo Spirito Santo allora si contraddice. Siccome questo
non è possibile, non rimane che ritenere l’affermazione molto temeraria.
Affermazioni simili sono oggi molto frequenti ed è importante chiederci da dove
provengano.
L’essenza della posizione di Martin Lutero è la
riduzione della fede ad atto di fede. Nella
fede non ci sono contenuti, verità cui aderire, ma ciò che conta è l’affidarsi,
senza ragioni, a Cristo, fidandosi che lui coprirà con un mantello tutte le nostre
colpe. Per la religione cattolica non è così. La fede ha due versanti, quello
dell’atto soggettivo del credere e quello oggettivo delle verità cui ai
aderisce con la fede per l’autorità di Dio che ce le ha rivelate. E’ la fides qua e
la fides quae. Quella cattolica non è una fede cieca, è l’adesione
al dogma. La fede di Lutero invece è solo atto senza dogmi.
Perché ricordo questo aspetto? Perché il fatto che
Lutero sia stato spinto dall’amore di Dio, o dalla “passione per Dio” - come si intitolava il convegno alla
Lateranense ove mons. Galantino ha fatto il suo intervento – dice poco di
significativo dal punto di vista cattolico. Passione per quale Dio? La passione
è solo il polo soggettivo della fede come atto, manca il polo oggettivo delle
verità credute, ossia dei dogmi. Accettare come valida questa impostazione
fondata sulla sola “passione per Dio” significa già accettare l’impostazione
luterana. E che dialogo ci può essere se si accetta fin da subito la posizione
dell’altro con cui si vorrebbe dialogare?
Celebrando questo 500mo anniversario della Riforma
luterana, la Chiesa cattolica ha fatto spesso questo errore
di impostazione iniziale: spostare l’attenzione dalla dottrina alle “intenzioni”
di Lutero, ossia dai contenuti della fede all’atto di fede. Tutti vedono che in
questo modo si sposa già fin dall’inizio la posizione luterana e la si fa
propria. Nella fede luterana è centrale la coscienza, dato che non interessa
tanto Cristo in sé, quanto Cristo per me, il Cristo della
fede e non il cristo della Storia. Il Padre Coggi dei domenicani di Bologna ce
lo ha spiegato molto bene. La fede per Lutero non è conoscenza ma esperienza
soggettiva, fatta in coscienza al cui interno si consuma il rapporto io-Tu tra
il credente e Dio. Se, quindi, la Chiesa cattolica si concentra sulla coscienza
del monaco Lutero piuttosto che sulla dottrina luterana rinuncia alle proprie
esigenze già in partenza, accettando la validità di una fede senza dogmi. Le
intenzioni di Lutero non contano se non per una ricostruzione storica o
psicologica. Contano le cose da lui scritte e formalizzate nella dottrina della
Riforma. Contano le cose da lui scritte contrarie alla verità della fede
cattolica.
L’idea oggi prevalente è che le intenzioni di
Lutero erano buone ed ispirate dallo Spirito
Santo, mentre poi la cose presero una strada diversa, complici anche le
chiusure della Chiesa cattolica. Bisognerebbe quindi recuperare le buone
intenzioni degli inizi e usufruirne anche per una riforma del cattolicesimo
stesso. Si è anche detto in questi giorni che Lutero avrebbe addirittura
anticipato il Vaticano II, richiamando l’attenzione sul Vangelo. E rieccoci all’atto
senza i contenuti. Aver proposto la salvezza per Sola Scriptura è
stato un grave errore e non un merito, in quanto l’attenzione al Vangelo, dal
punto di vista cattolico, senza la dovuta attenzione alla Tradizione e al
Magistero non è cosa da apprezzare. Se il Vaticano II fosse stato influenzato
da un’eresia, come si dice in questo caso, ne deriverebbe un inquinamento dello
stesso Concilio dalle proporzioni devastanti.
Sia sostenendo che la Riforma è stata un dono dello
Spirito Santo, sia dicendo che la valorizzazione luterana
del Vangelo ha anticipato il Vaticano II, si insiste solo ed eventualmente
sulle “intenzioni” e non sui contenuti. Ma insistendo solo sulle intenzioni di
coscienza sparisce completamente il concetto di eresia. Uno non è eretico per
le sue intenzioni ma per quanto ha detto di contrario al dogma. E da questo
punto di vista Lutero è stato un eretico, quali che fossero le sue intenzioni.
Faccio notare che se sparisce il concetto di eresia sparisce anche quello di
dogma.
L’altro aspetto della strategia della Chiesa
cattolica in questo 500mo anniversario della Riforma protestante è quello di
fare un pezzo di strada insieme, cioè di fare delle cose insieme puntando sulla
prassi più che sulla dottrina. Anche questo obiettivo lo si persegue meglio non
tenendo conto della dottrina luterana ma delle cosiddette buone intenzioni del
monaco Lutero. Depurando la fede dai suoi contenuti e soffermandosi sul suo
essere un atto personale si pensa di camminare meglio insieme. Ma per andare
dove? Verso quale Cristo? Verso quale salvezza? L’atto di fede preso in se
stesso è cieco, sono i contenuti a dargli la luce. Anticipare la prassi
rispetto alla dottrina è un’altra concessione fatta in partenza alla posizione
luterana.
C’è infine l’aspetto forse più inquietante della
questione. Incentrarsi sulla fede come atto, ossia sulla coscienza e sulla
prassi piuttosto che sui contenuti e sulla dottrina, potrebbe voler dire
maturare insieme una nuova autocoscienza credente (come direbbe Hegel), ossia
vedere insieme i contenuti in un modo nuovo. L’eresia sarebbe allora uno
stimolo indispensabile all’evoluzione dialettica del dogma. Ma questa sarebbe
una concessione all’evoluzione del dogma all’interno dell’autocoscienza dei
credenti completamente fuori della visione cattolica, anche se certamente
compatibile con la confessione protestante.
Fonte: LNBQ,
21.10.2017
venerdì 13 ottobre 2017
Fatima è un fatto. Non un’ermeneutica – Editoriale di maggio 2017 di “Radicati nella fede” nella data significativa del 13 ottobre
Il
13 ottobre: una data significativa.
Il
13 ottobre 2017 cadono i 100 esatti dell’ultima apparizione della Vergine di
Fatima e del miracolo del sole.
Il
13 ottobre 2016, entrava scandalosamente in Vaticano, nell’aula delle udienze (Sala
Nervi), l’effigie di Martin Lutero, “in pellegrinaggio a Roma”, accoltavi dal
Vescovo di Roma. Era l’inizio del trionfo dell’eresiarca e della sua eresia
sulla Chiesa … “cattolica”.
Uno scandalo!!!
Il
13 ottobre 1958, alla presenza del Sacro Collegio, della Corte Pontificia, del
Capitolo e del Clero della Patriarcale Basilica Vaticana, dei Parroci Romani e
del popolo fedele, il corpo del defunto Venerabile pontefice Pio XII viene tumulato
nelle Grotte Vaticane vicino al Sepolcro del beatissimo Pietro. Non a caso ciò
avvenne un 13 ottobre … . Da allora la Chiesa mutò definitivamente rotta, non
avendo motivi di cui gioire, come invece auspicò il successore. Quel 13 ottobre 1958 assieme alla bara di Pio XII scendeva nel sepolcro il Papato inteso come sommo potere religioso e civile, come katechon. Sappiamo comunque che come il Cristo, del quale è Vicario, risorgerà trionfante, Dio solo sa quando.
Il
13 ottobre 1917, alla Cova di Iria, la Vergine Maria, apparsa ai tre pastorelli
il 13 maggio precedente, si presentava come la Regina del Rosario e sugellava
la veridicità delle apparizioni con il celebre “miracolo del sole”, che si
manifestò nuovamente, dinanzi a Pio XII, alla vigilia della proclamazione del
dogma dell’Assunzione.
Il
13 ottobre 1884 il Sommo Pontefice Leone XIII scriveva la celebre preghiera al
Principe delle Milizie Celesti, S. Michele, dopo aver visto in visione “demoni
che si addensavano sul Vaticano e sulla Basilica di San Pietro che, assalita
dalle forze infernali, tremava paurosamente” e udito “Satana che sfidava il
Signore dicendo che se avesse avuto mano libera avrebbe distrutto la sua Chiesa
in cento anni”. Per ordine dello stesso Pontefice, dal 1886 la potente
preghiera era recitata al termine di ogni Messa.
E ciò fu fino al 1964 quando a
seguito della riforma liturgica fu decretato che «...le preghiere leoniane
sono soppresse»!!! Da quell’anno, non essendosi più invocato pubblicamente,
da parte della Chiesa, al termine di ogni S. Messa, l’Arcangelo di «recare
aiuto contro gli attacchi degli spiriti perduti al popolo di Dio, donando loro
la vittoria», verosimilmente, dev’essere iniziato il tempo di Satana come richiesto
al Signore dallo stesso principe della menzogna.
Il
13 ottobre dell’anno 64 d.C., poi, secondo gli studi della compianta
epigrafista Professoressa Margherita Guarducci, nel decennale dell’ascesa al
trono imperiale di Nerone (il dies imperii), si compiva sul Colle Vaticano
il martirio del beato apostolo Pietro (cfr. Margherita
Guarducci, La data del martirio di Pietro, in 30Giorni,
1996, fasc. marzo, pp. 79-82). Ecco come immaginò il martirio lo scrittore Henryk
Sienkiewicz, nel suo Quo vadis: «La processione si fermò fra il Circo
e il Colle Vaticano. Allora alcuni soldati cominciarono a scavare una buca, altri
deposero la croce sul suolo, e i martelli e i chiodi, aspettando che fossero
finiti i preparativi. [...] L’Apostolo col capo illuminato dagli aurei
raggi del sole, si volse per l’ultima volta verso la città. [...] E
Pietro, circondato dai pretoriani, contemplava la città come un governatore, un
re, mira il suo retaggio, e le diceva: “Tu sei redenta e mia!”. Nessuno, non
solo fra i soldati che scavavano la buca per la sua croce, ma nemmeno fra i credenti,
avrebbe potuto indovinare che colui che era là, eretto in mezzo a loro, fosse
il vero governatore di quella città; che sarebbero passati i Cesari, sarebbero
passate le incursioni dei barbari, sarebbero passati secoli, ma quel vecchio vi
sarebbe rimasto per sempre il supremo reggitore. [...] I soldati si appressarono
a Pietro per spogliarlo. Ma egli, che era assorto nella preghiera, si drizzò d’un
tratto e stese in alto la destra [...] fece il segno di croce, impartendo
nell’ora della morte la sua benedizione “Urbi et orbi”».
Una
data, dunque, densa di significati. Per la Chiesa di ieri. Ma anche e
soprattutto per la Chiesa d’oggi.
Per
questo rilanciamo l’editoriale dello scorso maggio di Radicati nella fede,
che è stato pubblicato anche da Riscossa
cristiana.
FATIMA È UN FATTO, NON UN’ERMENEUTICA.
Editoriale di “Radicati nella
fede”
Anno X n. 5 - Maggio 2017
Fatima è un fatto, punto e
basta.
Se c’è una cosa che tutti devono
riconoscere nel centenario delle apparizioni della Madonna in terra di Portogallo,
è che da Fatima non si può prescindere. Sia che tu le riconosca come vere, sia
che tu rimanga come un po’ in sospeso, da Fatima non puoi esulare: essa segna
una “botta” di cristianità in mezzo al secolo più laico che la storia abbia mai
conosciuto; segna un emergere della coscienza cattolica, più puramente cattolica
che si possa immaginare, alla vigilia della seconda guerra mondiale e di quella
che viene da molti chiamata la terza guerra mondiale, cioè il Concilio Vaticano
II e il suo turbolento post- concilio.
Il fatto stesso che la Chiesa non
le abbia sconfessate, ma anzi riconosciute ripetutamente, anche con il pellegrinaggio
di suoi tre Papi (il quarto, l’attuale, è in procinto di recarvisi), pone le
apparizioni di Fatima al centro della storia della Cattolicità tra ‘900 e 2000.
E non è nemmeno necessario
chiarire il mistero del terzo o quarto segreto, che tutt’ora permane, per
capire che Fatima colpisce al fianco quella falsificazione della vita della
Chiesa che si è andata drammaticamente operando in nome dell’ “aggiornamento”.
Basta risentire i primi due
segreti, quelli conosciuti con chiarezza, per capire che il Cielo è intervenuto
a correggere quel disastro che gli uomini di chiesa avrebbero costruito da lì a
poco. La visione dell’inferno, l’annuncio della fine della prima guerra
mondiale e poi l’annuncio della seconda, se gli uomini non si fossero pentiti e
ravveduti, sono la più solenne dichiarazione che il nuovo cattolicesimo,
sfornato negli anni ‘60, non ha nulla a che fare con la Rivelazione, non ha
nulla a che fare col Vangelo di Cristo.
Viene proprio da dirlo: bastano i
primi due segreti per scandalizzarsi, se si è dei cattolici ammodernati!
Sì, perché Fatima è la solenne
riaffermazione che la storia dipende da Dio, proprio da Dio. Che le guerre non
sono l’inizio del male, ma l’esito del peccato degli uomini. Fatima ci ricorda
che i nostri atti ci seguono; che il tradimento nei confronti di Dio si paga,
nella vita personale come in quella pubblica, a meno che non intervenga un
salutare pentimento. Fatima, la Madonna a Fatima, parla per i Pastori della
Chiesa che non parlano più; avvisa i suoi figli che bisogna riparare l’offesa
fatta a Dio e che da questo dipenderà la storia del mondo, delle nazioni e dei
popoli, e non solo la vita personale.
Fatima riafferma l’esistenza dell’Inferno
e la sua tragica possibilità, mentre di lì a poco tutta la pastorale della
Chiesa ne avrebbe vietato il parlarne. In una parola, Fatima è così limpida
come contenuto che è semplicemente una pagina evangelica; ma proprio del
Vangelo nel suo contenuto più semplice di conversione, di dannazione e
salvezza, la Chiesa si stava preparando a non parlare più.
Certo, si parlerà molto di Fatima
in questi mesi, ma molto verrà fatto per tradirla. La si ridurrà all’esperienza
spirituale di tre bambini, sottolineando solo che Dio è provvidenza e non
abbandona gli uomini. La si ridurrà ad una specie di “scuola di preghiera”,
come quelle che tanto andavano in voga negli anni ‘80, ma ci si guarderà bene
dal ricordare fino in fondo ciò che la Madonna ha detto in riferimento alla storia
dell’umanità e della Chiesa. Si annullerà Fatima dentro la grande ermeneutica
della Chiesa di oggi: tutto va riletto dentro lo “spirito del Concilio”, anche
Fatima che ne è così evidentemente lontana.
I cattolici di oggi sono così
immersi nel Naturalismo, per cui Dio resta al di là della storia senza
determinarne il corso, da non sopportare che una guerra scoppi perché i
cristiani non osservano più i comandamenti. Per i cattolici riprogrammati dai
vari sinodi diocesani, la storia ha ragioni economiche e sociali, mai
religiose.
Invece Fatima, eco del Vangelo,
dice il contrario: le cause sono sempre religiose: dall’obbedienza o meno a
Dio, a Gesù Cristo, dipende tutto.
Il terzo segreto, sia quello che
sia, non sarà di una natura diversa da quella dei primi due: ribadirà che la storia
dell’umanità e anche quella della Chiesa, dipendono dalla santità o meno dei
cristiani. Il terzo segreto riaffermerà che anche la Chiesa si può rinnovare
non nelle ottuse analisi umane, ma nell’osservanza della volontà di Dio,
possibile solo nella grazia dei sacramenti.
Apprestiamoci a vivere allora con
la semplicità dei bambini, dei bambini di Fatima, questo centenario, consapevoli
che non si tratta della celebrazione di un fatto passato, ma di un potente
richiamo attuale: se gli uomini continueranno a offendere Dio una
guerra peggiore scoppierà... e che sia guerra militare o guerra morale
poco importa, visto che in entrambe le anime sono esposte al pericolo della
dannazione eterna, da cui la Madonna ci vuole sottrarre.
Apprestiamoci a vivere il
centenario di Fatima accogliendo il grande richiamo della devozione al Cuore Immacolato
di Maria, vero e proprio “pugno nello stomaco” per il cristianesimo
ammodernato: la comunione riparatrice che cambia il corso della storia.
mercoledì 4 ottobre 2017
Una Lepanto culturale – Editoriale di ottobre 2017 di “Radicati nella fede”
Nella festa di S. Francesco d’Assisi, confessore e Patrono d’Italia, vero «vir
catholicus, et totus Apostolicus, Ecclesiae teneri fidem Romanae docuit,
presbyterosque monuit prae cunctis revereri» (Innocenzo III, cit. in S.
Bonaventura, Legenda Maior, III, 10), rilanciamo l’editoriale di Radicati
nella fede, ripreso da Riscossa cristiana.
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| Giovanni Gasparro, S. Francesco ricevuto da Innocenzo III, 2017, chiesa di S. Francesco, Trani |
UNA LEPANTO CULTURALE
Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno X n. 10 - Ottobre 2017
Ci vuole una nuova Lepanto, una Lepanto culturale, ma non contro i Turchi
questa volta, ma contro gli effetti devastanti della Protestantizzazione
Cattolica.
Nel 1571 il Papa S. Pio V riunì nella Lega Santa le corone cattoliche,
perché unite difendessero la Cristianità contro l’invasione mussulmana dell’Impero
Ottomano. Cosa sarebbe rimasto del Cristianesimo se questa vittoria della
flotta cattolica non fosse avvenuta? I re obbedirono al Papa, la Madonna
intervenne e la Cristianità fu salva: da quel 1571, il 7 di ottobre, la Chiesa
ricorda quel miracolo, seguito ad un prodigioso impegno, con la festa della
Madonna del Rosario, all’origine chiamata Nostra Signora delle Vittorie.
Ma di un’altra Lepanto c’è bisogno, di una Lepanto culturale, che richiede
altrettanto prodigioso impegno di lavoro (di battaglia) e di preghiera.
La Chiesa cattolica, dall’epoca conciliare in poi, è entrata in una fase di
impressionante avvicinamento al Protestantesimo, che ha come primo effetto il
rifiuto del proprio passato, della propria storia.
È come se si volesse tornare a un Gesù “puro”, un Gesù del Vangelo, libero
da tutte le “incrostazioni” della storia cristiana successiva, di tutta la
storia della Chiesa, vista, ahimè, come un sostanziale tradimento del messaggio
autentico di Gesù Cristo.
Il rifiuto della storia cristiana in nome di un Gesù “puro”, è in sostanza
il contenuto di tutte le eresie, e in particolare di quella eresia magna e
onnicomprensiva rappresentata dal Protestantesimo di Lutero e degli altri
infelici suoi compagni.
Questo è il modo più potente per distruggere la Cristianità, cioè la
società cristiana, e il Cristianesimo stesso; questo attacco del
Protestantesimo è infinitamente più pericoloso dell’invasione mussulmana di
ieri e... di oggi. È l’attacco interno che il nemico ha operato perché la
Chiesa scompaia.
Per questo occorre una nuova Lepanto, culturale nel senso pieno, che
riporti un pensiero corretto sulla Chiesa e la sua storia all’interno del
Cattolicesimo stesso.
Sì, occorre proprio un simile lavoro, immane ma necessario, altrimenti
perderemo Cristo stesso: non esiste un Gesù separato dalla storia da lui
generata. Non esiste un Gesù separato dalla sua Chiesa, l’unica Chiesa Santa
Cattolica Apostolica Romana. Ma non può esistere la Chiesa, Una Santa Cattolica
Apostolica, separata dalla sua storia, da tutta la sua storia.
Nell’anno 2000 ci furono i devastanti mea culpa di Giovanni
Paolo II, con i quali chiese perdono delle colpe storiche della Chiesa.
Questi mea culpa furono il colpo di grazia a ciò che restava
di una coscienza integralmente cattolica. È come se il gesto del Papa avesse
dato via libera a tutte le falsità vomitate sulla storia della Chiesa Romana,
falsità che il laicismo, figlio della protestantizzazione, ha propinato per
decenni nelle scuole italiane e non solo. Nessuno guarda davvero dentro la
storia della chiesa, dentro la storia della cristianità: se ci andassero
scoprirebbero, certamente assieme al peccato degli uomini, la meravigliosa
continuità storica della presenza di Cristo nel mondo, che ha prodotto cultura,
intelligenza, santità e opere, opere soprattutto di carità vera.
Se si nega questa storia di grazia, che si dipana lungo i secoli, se ne si
nega il valore come vorrebbe Lutero, si perde il Corpo di Cristo, si perde
Cristo stesso.
Sta qui tutta la debolezza del Cattolicesimo che, per essere accettato nei
salotti della modernità stancamente laica, deve rifiutare con un giudizio
negativo il proprio passato.
È come tagliare il ramo su cui siamo posati: ci attende la caduta e la
morte.
Una Chiesa che non difende la sua storia, conosciuta e amata, è una chiesa
che vive una sconfinata solitudine difronte al potere del mondo: è sola, perché
ha rifiutato quel corpo storico che l’ha generata.
Una chiesa che non difende la sua storia, è una chiesa che deve
spiritualizzare il Corpo Mistico e la Comunione dei santi: diventano, queste,
parole vuote, non indicanti mai una qualche realizzazione storica, ma solo un
puro afflato poeticamente spirituale.
Ma una chiesa così è perfettamente incidente nella realtà, non cambia il
mondo in cui il Signore l’ha posta; e se non lo cambia è inutile.
E una chiesa inutile non incontrerà più nessuno, perché quelli che si
imbattono nella sua esigua presenza, non sono provocati ad un cambiamento.
L’attaccamento alla Messa Tradizionale, alla Messa della Cristianità, vuole
essere anche un commosso canto d’amore alla gloriosa storia della Chiesa, alla
storia effettiva della Cristianità, che ha attraversato il fiume di questi 2000
e più anni.
Non possiamo accettare la nuova messa, che invece è il frutto del rifiuto
di questa storia, nel nome del ritorno ad un mitico cristianesimo primitivo,
proprio come Lutero.
Ma chi si stacca dalla propria storia esce dalla Chiesa, e storia non ne
fa.
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