Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 9 ottobre 2023

Aforisma del Ven. Pio XII nel ricordo del suo beato transito - 9 ottobre 1958 - 2023


 

9 ottobre 1958 - 2023 - Anniversario del beato transito del Venerabile Pontefice Pio XII



Rare fotografie del corpo del papa Pio XII, rivestito dell'abito corale, con mozzetta e camauro, avvolto in più strati di cellophane, dopo l’immersione del cadavere in un misterioso miscuglio di erbe aromatiche, secondo le prescrizioni del medico personale del Papa (che era un semplice oculista), Riccardo Galeazzi Lisi, che, a suo dire, aveva inventato un innovativo metodo di imbalsamazione. L’averlo avvolto nel cellophane, tuttavia, innalzò la temperatura corporea a livelli tali che la salma, nel tragitto tra Castel Gandolfo a Roma, esplose sulla Via Appia, all’altezza della Basilica di San Giovanni in Laterano. Fu necessaria una tappa non prevista, durante la quale il cadavere del Sommo Pontefice fu sottoposto ad una nuova procedura d’imbalsamazione. Il danno però era ormai fatto: durante i tre giorni di esposizione nella Basilica Vaticana, accadde il peggio: il volto del grande padre della cattolicità cominciò a smembrarsi e gli cadde addirittura il setto nasale. Tremendo fu lo spettacolo a cui assistettero migliaia di pellegrini in fila per rendergli omaggio e diverse guardie nobili svennero a causa dei miasmi esalati dalla salma. Nella notte tra l’11 e il 12 ottobre fu necessario chiudere la Basilica di San Pietro per apportare ulteriori interventi alla salma, apponendo una maschera di cera sul volto del venerato pontefice. Galeazzi Lisi, che aveva già diffuso vendendole a caro prezzo le immagini del papa morente scattate di nascosto con una piccola macchina fotografica tenuta nascosta in tasca, fu licenziato in tronco dal collegio cardinalizio e successivamente radiato dall’ordine nazionale dei medici (tratto da Francesco Capozza, Pio XII, quando il Papa fu imbalsamato ma si decompose in pubblico, in Libero, 11.10.2022)

Salma del papa, rivestita degli abiti liturgici papali, esposta a Castelgandolfo

La salma del papa in San Pietro

65° anniversario del beato transito del Papa Pio XII, morto dopo una lunga agonia il 9 ottobre 1958, alle ore 3,52, nella Villa Papale di Castelgandolfo, all'età di 82 anni (le ultime ore del Sommo Pontefice sono descritte in Le ultime ore di Pio XII, in Radiospada, 9.10.2022).

Regnò per quasi vent'anni, essendo il suo pontificato iniziato nei momenti più difficili del XX secolo. Due anni prima della morte vergò il suo brevissimo testamento, in cui lasciava scritto «[…] i non pochi Atti e discorsi, da me per necessità di officio emanati o pronunziati, bastano a far conoscere, a chi per avventura lo desiderasse, il mio pensiero intorno alle varie questioni religiose e morali» (Il testamento del Santo Padre Pio XII, ivi, 9.10.2020).

La sua morte è stata compianta in tutto il mondo.

Tra i messaggi di cordoglio c'erano quelli del presidente americano Eisenhower e di molti leader ebrei come il ministro degli Esteri israeliano Golda Meir e il rabbino italiano Elio Toaff. Il direttore d'orchestra ebreo-americano Leonard Bernstein chiese un minuto di silenzio prima di un concerto della New York Philarmonic Orchestra nell'ottobre 1958.

Il Pastor Angelicus e Defensor Civitatis (i suoi acclamati titoli) è attualmente considerato Venerabile dalla Chiesa cattolica romana nonostante la famigerata campagna di odio (avviata nel 1963 in seguito alla rappresentazione del dramma di Rolf Hochhuth “Il Vicario” sul palco di Berlino) per denigrare la sua santa memoria.

I documenti dimostrano che, lungi dall’aver abbandonato al loro destino gli ebrei perseguitati durante la Seconda Guerra Mondiale, il presunto “silenzio” (= diplomazia professionale) di Pio XII contribuì in maniera decisiva –direttamente o indirettamente– alla salvezza di circa 850.000 ebrei europei (cfr. Pio XII e gli ebrei: online la “lista Pacelli”, in ivi, 5.7.2022).

A questo proposito, riguardo a recenti documenti ritrovati nell’archivio Vaticano, pubblicati dal settimanale culturale del Corriere della Sera, La Lettura (fasc. n. 616 del 17.9.2023, pp. 2-5, di cui riproduciamo qui di seguito le immagini dell'articolo), e che hanno suscitato ampio scalpore sui mass-media (cfr. Antonio Carioti, Pio XII sapeva della Shoah: la prova in una lettera scritta nel 1942 da un gesuita tedesco, in Corriere della sera, 16.9.2023; Matteo Luigi Napolitano, Pio XII, il Papa che “sapeva”, in L’Osservatore romano, 19.9.2023; Giovanni Maria Vian, Quello che i titoli sul silenzio di papa Pio XII hanno trascurato, in Domani, 7.10.2023), rilancio un’analisi precisa e puntuale su questi documenti:





«1. La Lettura, il settimanale culturale del Corriere della Sera, pubblica un’intervista a Giovanni Coco, archivista di Santa Madre Chiesa, esattamente in forze all’Archivio Apostolico Vaticano, presentando un documento inedito sui campi di sterminio all’est. Si tratta di una lettera drammatica inviata dal gesuita Lothar König al confratello Robert Leiber, segretario di Pio XII.

Il Corriere della Sera, nella pagina culturale di ieri, aveva anticipato la notizia sull’inedito. Oggi Coco ne riferisce al “domenicale” del Corriere.

“Questa è una lettera inedita, scritta da un gesuita tedesco antinazista, Lothar König. Contiene un allegato con una statistica di sacerdoti detenuti nei campi di concentramento fatti costruire da Adolf Hitler. Ma soprattutto parla di Auschwitz e di Dachau. E riporta da fonti credibili notizie secondo le quali ogni giorno circa seimila tra ebrei e polacchi venivano uccisi “negli altiforni” del Lager di Belzec, vicino al confine ucraino. È datata 14 dicembre 1942...”.

2. Quale il valore di questa lettera di König a Leiber? “Enorme, credo - osserva Coco - È un caso unico, perché rappresenta la sola testimonianza di una corrispondenza che doveva essere nutrita e prolungata nel tempo. Si capisce dalla familiarità con la quale Lothar König si rivolge in tedesco a padre Robert Leiber, segretario di Pio XII”, chiamandolo “caro amico”.

Va tenuto presente che König era un grande antinazista. Ma i documenti da noi consultati ci svelano che lo era anche il padre Leiber. Era dunque una corrispondenza tra due antinazisti che si fidavano l’uno dell’altro. Il che significa che padre Leiber e Pio XII sapevano benissimo del Kreisau Kreis, il circolo di cui König faceva parte: “Una rete della resistenza tedesca composta da cattolici e protestanti, la cui intelligence era in grado di fare arrivare a Roma le notizie più riservate sui crimini hitleriani”.

3. Queste notizie ricevute dal Papa andavano diffuse al mondo? Andava aperta la loggia su piazza San Pietro per denunciare, in piena Shoah (nel 1942 con mezza Europa sotto il tallone hitleriano), i crimini di Hitler che nel frattempo teneva in ostaggio così tanti innocenti. No.
Il padre König, infatti, sconsigliava fortemente un tale passo, raccomandando al confratello Leiber (citiamo Coco) “di usare quelle informazioni con la massima cautela, senza dire una sola parola che potesse tradire le fonti. König temeva una fuga di notizie dal Vaticano, oppure che la lettera potesse essere scoperta in caso di un’irruzione nazista”.

Cautela, dunque, prudenza, non chiasso, non denuncia plateale. Erano questi anche gli ingredienti del Circolo di Kreisau, poi accusato per il fallito attentato a Hitler. König, che faceva parte di quel circolo, dovette fuggire perché ricercato. Ecco perché la raccomandazione del gesuita al segretario di Pio XII “era un invito al silenzio per non bruciare la rete della resistenza tedesca al nazismo”.
Ecco le parole dello stesso padre König: “I numeri sono ufficiali...C’è anche un rapporto di vari testimoni […]. Entrambi gli allegati sono stati ottenuti con il massimo rischio. Non solo è a rischio la mia testa, ma anche la testa degli altri se non vengono usati con la massima prudenza e cura...”.

4. Grazie al documento da lui scoperto, dice Coco, “stavolta si ha la certezza che dalla chiesa cattolica tedesca arrivavano a Pio XII notizie esatte e dettagliate sui crimini che si stavano perpetrando contro gli ebrei. Si parla del Lager di Belzec, non lontano dalla cittadina ucraina di Rava-Rus’ka dove tra il 5 e l’11 dicembre 1942 erano stati fucilati più di cinquemila ebrei. «Le ultime informazioni su Rava-Rus'ka con il suo altoforno delle SS, dove ogni giorno muoiono fino a 6000 uomini, soprattutto polacchi e ebrei, le ho trovate confermate da altre fonti...», scrive König. Ma nella lettera si accenna anche a un altro rapporto che non conosciamo ancora, riferito ad Auschwitz”.

Coco sa benissimo (e lo ammette onestamente) che la sua scoperta non rappresenta proprio una novità. Per Coco la vera novità sta nel fatto che, in quel dicembre 1942, in Vaticano giunsero notizie “esatte e dettagliate” sui crimini nazisti. Ora, quest’affermazione sull’esattezza delle notizie va temperata con quello che pensavano le organizzazioni ebraiche e gli alleati.

5. Accertare le fonti era il cruccio di tutte le organizzazioni antinaziste. Il giurista Paul Guggenheim, che dirigeva la sede ginevrina del Congresso Mondiale Ebraico, bloccò le notizie sui campi di sterminio che il suo subordinato Gerhart Riegner stava per diffondere al mondo. Gli chiese infatti dapprima di cancellare la menzione dei grandi forni crematori, e poi di aggiungere (in quella che è la seconda parte del dispaccio, come noi oggi la conosciamo) una nota di cautela circa la non verificabilità delle fonti.

Gli archivi inglesi ci informano che a fine ottobre 1942 Guggenheim si recò al consolato americano a Ginevra per riferire le notizie che aveva ricevuto.

Lasciamo parlare il console americano: “L’informatore del Professor Guggenheim conferma che per tutte le cattive notizie recate dal Dott. Gerhart Riegner, Segretario del Congresso Ebraico Mondiale a Ginevra, e dal signor Lichtheim, dell’Agenzia ebraica per la Palestina di Ginevra, concernenti la situazione ebraica in Lettonia, salvo che per quelle riguardanti i dettagli dell’assassinio degli ebrei e il numero degli uccisi, ci sono numerose divergenze in vari rapporti. È solo nell’essenziale che questi rapporti sono unanimi”. Ovviamente, nessuna menzione dei forni crematori.

6. La documentazione esistente ci informa del fatto che la dichiarazione interalleata del 17 dicembre 1942 contro i crimini nazisti fu fatta solo dietro forte insistenza dei circoli ebraici internazionali presso Roosevelt, cui era stato rilasciato, l’8 dicembre 1942, un importante memorandum sulla tragedia ebraica. Notiamo la contemporaneità fra questi eventi e la data del documento illustrato da Coco.
Alla dichiarazione interalleata seguirono fatti concreti? No, dato che la priorità non era bombardare le linee ferroviarie che portavano ad Auschwitz, ma sconfiggere la Germania sul campo. Ma con tutto ciò, gli alleati ritenevano ritenevano affidabili le notizie provenienti dai Lager?

Ce lo dice un altro sconcertante episodio.

7. Nel 1943 Stati Uniti e Gran Bretagna volevano pubblicare una nuova dichiarazione sui crimini di guerra tedeschi in Polonia. Essa fu diramata il 30 agosto 1943 e pubblicata nella raccolta ufficiale del Dipartimento di Stato americano. Ebbene: un paragrafo di quella dichiarazione avrebbe dovuto menzionare i forni crematori, ma poi fu eliminato.

Perché? Lasciamo parlare le carte americane.

“Su suggerimento del Governo britannico, che afferma non esserci prove sufficienti per giustificare una dichiarazione circa l’esecuzione nelle camere a gas, è stato concordato di eliminare l’ultima frase del paragrafo secondo della Dichiarazione sui crimini tedeschi in Polonia da “dove” a “camere a gas”, così lasciando terminare il secondo paragrafo con “campi di concentramento”.
Quando si dice “il silenzio sulle camere a gas”…

8. Bene, dunque, la massima “democrazia archivistica” su Pio XII, ma attenzione a non lasciarsi prendere dalla “sindrome delle novità”. Per esempio, le tragiche notizie provenienti da Rava-Rus'ka non erano una novità. Ne parlava in prima pagina il Jewish Post già il 1° febbraio 1943; e non è il solo esempio.

9. A mo’ di post-scriptum. Notiamo del veleno in coda all’articolo della Lettura.

In merito al ritardo con cui certe carte vengono alla luce, Coco osserva: “Probabilmente chi ha maneggiato quei documenti prima di noi non ha capito l’importanza del contenuto. Sa, nel passato non sempre gli archivi venivano visti come una priorità in alcuni uffici del Vaticano. E non sempre nel passato — fuori da qui — gli archivisti sono stati selezionati con occhio per la loro professionalità”.
«Fuori da qui» è un inciso che fa capire che secondo Coco la perfetta professionalità archivistica alberga solo presso l’Archivio Apostolico Vaticano?

Che ci sia altissima professionalità in questo archivio, è fuor di dubbio. È dunque negli altri archivi vaticani che Coco lamenta mancanza di professionalità? E, per esperienza diretta anche degli altri archivi, su quali basi lo afferma?» (Fonte).

martedì 15 agosto 2023

EXALTATA SUPER COROS ANGELORUM - Assunzione della Beata Vergine Maria in anima e corpo


Un interrogativo che sorge, in questo giorno dell’Assunzione di Maria, è: abbiamo conferme celesti di questo dogma proclamato dal Venerabile Pio XII durante l’anno santo del 1950?

La domanda sorge spontanea se pensiamo che tutti i dogmi proclamati dalla Chiesa han trovato conferma e ratifica, diciamo così, in Cielo. Segnatamente i dogmi mariani.

Così, per es., il dogma della Theotokos, della divina maternità di Maria, proclamato dal Concilio di Efeso nel 431 d.C., da parte la circostanza che il titolo lo si trovava già nel Vangelo di Luca (S. Elisabetta, rispondendo al saluto di Maria, le disse: «a che devo che la madre del mio Signore venga a me?»: Lc 1, 43), ebbe conferma dalla viva voce della Vergine apparendo alle soglie dell’anno mille (1001 per l’esattezza) ad un conte di Ariano e ad un contadino, nel bosco del Cervaro, a sud di Foggia, in quello che è oggi è il Borgo Incoronata, una frazione della città di Foggia. Qui la Vergine Maria si presentò esplicitamente con le parole al conte: «Non temere, io sono la Gran Madre di Dio, voglio che mi sia eretta qui una cappella per essere venerata dai fedeli […]» (v. qui).

In modo non dissimile, fu confermato – sempre riguardo a Maria – il dogma del suo immacolato concepimento proclamato dal beato papa Pio IX nel 1854. Addirittura, qui il dogma fu proclamato dalla stessa Vergine prima della proclamazione formale della Chiesa. A Rue du Bac, a Parigi, nel novembre 1830 (quattordici anni prima del dogma), infatti, nell’apparizione della Medaglia miracolosa a S. Caterina Labouré, poteva leggersi nell’ovale della medaglia vista dalla santa «O Maria concepita senza peccato, prega per noi che a Te ricorriamo». Non solo. Ma a Lourdes, nel 1858, la Vergine, apparendo all’ignorante pastorella S. Bernadette, ebbe modo di presentarsi con l’appellativo – incomprensibile per la ragazza - «Io sono l’Immacolata Concezione». Come a voler dire alla Chiesa: già ve l’ho detto, ma se non lo comprendete, ve lo ribadisco e confermo!

Bene. E riguardo all’Assunzione cosa possiamo dire?


Innanzitutto, abbiamo delle prove materiali di quest’evento. Sì, non abbiamo testimonianze evangeliche, ma prove materiali che ci riportano direttamente a quell’evento e la cui attendibilità è fondata su testimonianze storiche e sulla traditio plurisecolare, per non dire bimillenaria, dei fedeli. Ci riferiamo innanzitutto alla c.d. tomba della Vergine, a Gerusalemme, presso il torrente Cedron; luogo veneratissimo sin dall’antichità più remota dalla comunità cristiana gerosolomitana. Nessuno si sognerebbe mai di costruire una chiesa su un wadi (letto di un corso d’acqua) del torrente Cedron, se non ci fosse stata una tradizione assai risalente circa l’esistenza di tale tomba.

Abbiamo la testimonianza, anche questa assai risalente, intorno alla reliquia della c.d. Sacra Cintola, conservata nel duomo di Prato. Si tratta di una striscia in lana di capra, broccata in filo d’oro. Secondo la Tradizione, questa cintola sarebbe stata consegnata dalla Vergine, a prova della sua Assunzione, a S. Tommaso apostolo, il quale prima di partire per le Indie l’avrebbe affidata ad un sacerdote cristiano, e, quindi, di mano in mano, sarebbe giunta nelle mani del mercante pratese Michele da Prato, il quale, trovandosi a Gerusalemme nel 1141, la ebbe in dote per il matrimonio della figlia Maria dalla famiglia del sacerdote che la ebbe, per secoli, in custodia e che era stata consegnata da S. Tommaso. E dalle mani di questo mercante, alla fine, sarebbe giunta a Prato.

Ludovico Buti,
Madonna dà la Cintola a san Tommaso,
1588-90, Museo di Palazzo Pretorio, Prato
Ma abbiamo conferme del dogma da parte di Maria?

La risposta è affermativa. Anzi, qui la conferma precedette la proclamazione del dogma e rafforzò l’intento del pontefice del tempio, il venerabile Pio XII, nell’affermazione solenne di questa verità.

Ci riferiamo alle apparizioni – sebbene non formalmente riconosciute dalla Chiesa – della Madonna all’ex evangelico Bruno Cornacchiola, insieme ai suoi tre figlioli, alle Tre Fontane, a Roma. Nella prima apparizione, quella del 12 aprile 1947, la Madonna, presentandosi a Bruno come la “Vergine della Rivelazione”, gli attestò «[…] Il mio Corpo non marcì, né poteva marcire, Mio Figlio e gli Angeli mi vennero a prendere al momento del mio trapasso […]». In un interrogatorio da parte del tribunale ecclesiastico del Vicariato, il piccolo Gianfranco, uno dei figli del Cornacchiola, – all’epoca di appena quattro anni – così si esprimeva, come ricorda un giudice di quel collegio: «“Di’ un po’: ma com’era quella statua là?”. Dice: “Ma, no, macché! Era de ciccia!”. Un’ espressione così meravigliosa per dire: “Ma che statua! Era proprio di carne ed ossa!”. Questa definizione vuol dire che è autentica apparizione» (v. qui). In un certo qual modo, con quelle parole Pio XII vide confermata dal Cielo la sua richiesta, rivolta all’intero episcopato, del maggio 1946, con la lettera enciclica Deiparae Virginis Mariae, di sapere cosa ne pensasse della proclamazione del IV dogma mariano (per l’esattezza se ritenessero tale verità definibile e se, col loro clero e popolo, ne desideravano la definizione), che comunque ebbe risposta positiva dal 98% dell’episcopato mondiale (soltanto 22 vescovi espressero perplessità sull’opportunità di siffatta definizione e solo 6 vescovi manifestarono dubbi circa la possibilità della definizione come verità rivelata).

Come se non bastasse, papa Pacelli, alla vigilia della proclamazione dogmatica, fu confortato dal c.d. miracolo del sole, del quale già abbiamo parlato in anni precedenti (v. qui).

Per cui, anche per il dogma dell’Assunzione abbiamo la conferma dal Cielo, così com’è stato per le altre verità mariane.


Augustinus


Risplende la Regina in ori di Ofir ....
Madonna Assunta, Vorno, Capannori (LU)

giovedì 12 agosto 2021

Il dogma dell’Assunzione, espressione della Tradizione della Chiesa

«Era necessario che colei, che nel parto aveva conservato illesa la sua verginità, conservasse anche senza alcuna corruzione il suo corpo dopo la morte. Era necessario che colei, che aveva portato nel suo seno il Creatore fatto bambino, abitasse nei tabernacoli divini. Era necessario che la sposa del Padre abitasse nei talami celesti. Era necessario che colei che aveva visto il suo Figlio sulla croce, ricevendo nel cuore quella spada di dolore dalla quale era stata immune nel darlo alla luce, lo contemplasse sedente alla destra del Padre. Era necessario che la Madre di Dio possedesse ciò che appartiene al Figlio e da tutte le creature fosse onorata come Madre e Ancella di Dio», così dichiara il padre della Chiesa san Giovanni Damasceno (dopo il 650-750). Era necessario… la Fede cattolica è sempre una religione di logica, una religione di ragione, non di sentimentalismi. Tuttavia, l’uomo credente, in terra, non giungerà mai alla “perfetta scientificità” della Fede, essendo solo il Creatore Onnisciente e rimarrà sempre, per lui, una porzione di Mistero. Altrimenti che Fede sarebbe?

Gesù disse all’incredulo san Tommaso: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!» (Gv 20, 29). Il Giudice misericordioso premierà chi è rimasto fiducioso e fedele agli insegnamenti del Verbo incarnato senza aver toccato con mano. Infatti, nell’altra vita, Fede e Speranza spariranno in quanto non saranno più necessarie queste virtù teologali, essendo state risolte nella perfetta compiutezza di sé in Cristo. Rimarrà solo più la Carità. Ecco che credere nella Tradizione della Chiesa è un fatto sia logico che indispensabile, altrimenti non è autentica Fede cattolica.

Papa Pio XII, nella sua Costituzione apostolica Muneficentissimus Deus, del 1° novembre dell’Anno Santo 1950, dove egli porta a dogma di Fede la glorificazione di Maria Santissima con la sua Assunzione al Cielo in anima e corpo, s’incunea perfettamente nella linea aurea della Tradizione della Chiesa, quella in grado di resistere ai marosi della storia umana. La storia della Salvezza conduce un percorso molto diverso dalle correnti umane, il più delle volte pronte ad agire contro la volontà di Dio; ma l’intervento della Provvidenza divina irrompe, nonostante tutto, nella stessa storia umana, essendo più forte delle tenebre demoniache, che costantemente insidiano, come leoni ruggenti e lupi che si travestono da pecore, il corso della vita individuale e collettiva. Lo stesso Pontefice apre in questi termini la Costituzione mariana: «Il munificentissimo Dio, che tutto può e le cui disposizioni di provvidenza sono fatte di sapienza e d’amore, nei suoi imperscrutabili disegni contempera nella vita dei popoli e in quella dei singoli uomini dolori e gioie, affinché per vie diverse e in diverse maniere tutto cooperi in bene per coloro che lo amano (cf. Rm 8, 28)».

Con parole che rimandano a considerazioni perfettamente allineate con i nostri tempi presenti, dove si manifestano «gravissime calamità e l’aberrazione di molti dalla verità e dalla virtù», il Papa stabilisce una perfetta connessione fra il dogma dell’Immacolata Concezione e quello della sua Assunzione: Cristo con la sua morte ha vinto il peccato e la morte, e sull’uno e sull’altra ha trionfato vittoriosamente e riporta vittoria anche chi, in virtù di Cristo, è stato rigenerato soprannaturalmente con il battesimo. «Ma per legge generale Dio non vuole concedere ai giusti il pieno effetto di questa vittoria sulla morte se non quando sarà giunta la fine dei tempi. Perciò anche i corpi dei giusti dopo la morte si dissolvono, e soltanto nell’ultimo giorno si ricongiungeranno ciascuno con la propria anima gloriosa. Ma da questa legge generale Dio volle esente la beata vergine Maria. Ella per privilegio del tutto singolare ha vinto il peccato con la sua concezione immacolata; perciò, non fu soggetta alla legge di restare nella corruzione del sepolcro, né dovette attendere la redenzione del suo corpo solo alla fine del mondo».

 

Oltre ai Padri e Dottori della Chiesa, papa Pacelli include anche, come fondamento del dogma dell’Assunzione, la Liturgia. Tema decisamente scottante nei nostri giorni, in cui la rivoluzione in tal senso ha compiuto un’opera drammatica nel contribuire a scardinare la dottrina. Pio XII cita (non bisogna dimenticare che egli scrive nel 1950) come fonte, per avvalorare il credo dell’Assunzione, sia la Liturgia d’oriente che quella d’occidente e mentre la prima continua a non subire variazioni, quella d’occidente è stata rivoltata e avvelenata al termine degli anni Sessanta del Novecento.

Attingere alla fonte della Sacra Liturgia è vitalità irresistibile della veridicità della dottrina creduta e praticata, «essendo anche una professione delle celesti verità, sottoposta al supremo magistero della chiesa, può offrire argomenti e testimonianze di non piccolo rilievo, per determinare qualche punto particolare della dottrina cristiana» (Mediator Dei: AAS 39 (1947), p. 541; EE 6/475).

Nella Liturgia bizantina viene ripetutamente collegata l’assunzione corporea di Maria Santissima non solo con la sua dignità di Madre di Dio, ma anche con altri suoi privilegi, specialmente con la sua maternità verginale, prestabilita da un disegno celeste: «A te Dio, re dell’universo, concesse cose che sono al disopra della natura; poiché come nel parto ti conservò vergine, così nel sepolcro conservò incorrotto il tuo corpo, e con la divina traslazione lo conglorificò» (Menaei totius anni).

 

A differenza di molteplici e prolissi documenti della Chiesa contemporanea, che affermano, attraverso meccanismi dialettici, talvolta ambigui e talaltra di manifesto errore, e con opinioni evidentemente slegate dalla sua Tradizione, il magistero preconciliare ha sempre utilizzato, sull’esempio della docenza di Gesù e dei Vangeli, un linguaggio snello, aderente alla logicità, alla chiarezza e alla nettezza. Anche in questo caso, nella Muneficentissimus Deus, l’autore sostiene con determinazione che «la liturgia della Chiesa non crea la fede cattolica, ma la suppone, e da questa derivano, come frutti dall’albero, le pratiche del culto, i santi padri e i grandi dottori nelle omelie e nei discorsi rivolti al popolo in occasione di questa festa non vi attinsero come da prima sorgente la dottrina; ma parlarono di questa come di cosa nota e ammessa dai fedeli; la chiarirono meglio; ne precisarono e approfondirono il senso e l’oggetto, dichiarando specialmente ciò che spesso i libri liturgici avevano soltanto fugacemente accennato: cioè che oggetto della festa non era soltanto l’incorruzione del corpo esanime della beata vergine Maria, ma anche il suo trionfo sulla morte e la sua celeste “glorificazione”, a somiglianza del suo unigenito Gesù Cristo».

La meraviglia dell’unica religione vera al mondo – Extra Ecclesiam nulla salus, espressione che rimanda a ciò che disse Cristo stesso: Chi non è con me è contro di me (Mt 12, 30), Chi non è contro di noi è per noi (Mc 9, 40) e a ciò che affermò il primo Papa: «Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (Atti 4, 11-12) – sta proprio nella chiarezza dei suoi principi, ma anche alla sua Tradizione, senza la quale è inquietudine, infelicità e distruzione.

In questa Tradizione s’incastona perfettamente il dogma dell’Assunzione, a cui venne data risposta teologica dai Dottori della Chiesa, come sant’Alberto Magno, maestro di san Tommaso d’Aquino, il quale, dopo aver raccolti, per provare questa verità, vari argomenti, fondati sulla Sacra Scrittura, sui Padri della Chiesa e sulla Sacra Liturgia, conclude: «Da queste ragioni e autorità e da molte altre è chiaro che la beatissima Madre di Dio è stata assunta in corpo ed anima al disopra dei cori degli angeli. E ciò crediamo assolutamente vero» (Mariale sive quaestiones super Evang. “Missus est“, q. 132.); inoltre, in un discorso tenuto il giorno dell’Annunciazione di Maria, spiegando il saluto dell’angelo Gabriele: «Ave, o piena di grazia …», il dottore universale mette a confronto la Santissima Vergine con Eva, che fu immune dalla quadruplice maledizione alla quale Eva fu soggetta.

Il grande gesuita e cardinale san Roberto Bellarmino esclama: «E chi, prego, potrebbe credere che l’arca della santità, il domicilio del Verbo il tempio dello Spirito Santo sia caduto? Aborrisce il mio animo dal solo pensare che quella carne verginale che generò Dio, lo partorì, l’alimentò, lo portò, o sia stata ridotta in cenere o sia stata data in pasto ai vermi» (Conciones habitae Lovanii, concio 40De Assumptione B. Mariae Virginis).
Sulla stessa linea san Francesco di Sales, che con il suo dolce modo domanda: «Chi è quel figlio che, se potesse, non richiamerebbe alla vita la propria madre e non la porterebbe dopo morte con sé in Paradiso?» (Oeuvres de St François de Sales, Sermon autographe pour la fete de l’Assomption).

Con lo stesso rigore logico, il vescovo sant’Alfonso Maria de’ Liguori scrive: «Gesù preservò il corpo di Maria dalla corruzione, perché ridondava in suo disonore che fosse guasta dalla putredine quella carne verginale, di cui egli si era già vestito» (Le glorie di Maria, parte II, disc. 1. 28).

Mentre san Pietro Canisio non usa mezzi termini e va dritto nel contrastare il fallace pensiero di coloro che non credono nella glorificazione non solo dell’anima, ma anche del corpo della Madre di Dio: «Questa sentenza […] è issata talmente nell’anima dei pii fedeli e così accetta a tutta la chiesa, che coloro che negano che il corpo di Maria sia stato assunto in cielo, non vanno neppure ascoltati con pazienza, ma fischiati come troppo pertinaci, o del tutto temerari e animati da spirito non già cattolico, ma eretico» (De Maria Virgine), come dimostrano i protestanti, i quali non credono né all’Immacolata Concezione, né alla sua perenne verginità, né alla sua Assunzione in Paradiso. Ma defraudare la Iánua cáeli di tali divini doni significa precludersi la sua materna, regale e potente intercessione, che non ha pari nel Cuore di Gesù. (Cristina Siccardi)

mercoledì 5 maggio 2021

5 maggio 1940 - 2021 - 81° anniversario della proclamazione dei Santi Francesco d'Assisi e Caterina da Siena a patroni d'Italia

Quest'oggi, nella festa di S. Pio V, insigne pontefice e confessore, ricordiamo un importante evento, avvenuto 81 anni fa nella basilica domenicana di Santa Maria sopra Minerva, a Roma: vale a dire la proclamazione a Santi Patroni dell'Italia dei Santi Francesco d'Assisi e Caterina da Siena.

Rilanciamo alcune foto del Pontificale coram Summo Pontifice celebrato da Sua Eminenza il card. Tisserand. Pio XII tenne il suo discorso al termine del Pontificale dal pulpito della Basilica, tratte dal profilo facebook dei frati domenicani della Basilica












domenica 12 aprile 2020

Una vera benedizione Urbi et Orbi dal Vicario di Cristo



Auguri pasquali .... alle falangi del Divino Risorto

Nel porgere i nostri auguri pasquali di Resurrezione per questa Pasqua 2020, ci piace farli ricordando un celebre messaggio augurale del venerabile pontefice Pio XII, traendoli da una bella iniziativa di Radiospada, la quale riproporrà durante l'Ottava i messaggi augurali di quel grande Papa.

Le falangi del Risorto’. Il radiomessaggio di Pio XII per la Pasqua del 1952

“Abbiate memoria dei vostri prelati, i quali vi annunziarono la parola di Dio”. Prendendo spunto da questo invito fatto da San Paolo agli Ebrei, riproponiamo per l’Ottava di Pasqua alcuni radiomessaggi pasquali di Pio XII, utilissimi per contemplare il glorioso mistero della Resurrezione del Signore ed applicarlo con frutto alle nostre vite.


MESSAGGIO URBI ET ORBI
DI SUA SANTITÀ PIO XII
Domenica, 13 aprile 1952

Romani! Ospiti pasquali della Città eterna! Diletti figli e figlie di tutto il mondo! Ancora una volta, giubilante e trionfante, è risonato sulla terra l’annunzio dell’Angelo della Pasqua, che invita le anime alla santa letizia: Surrexit! Gesù è risorto! Alleluia!
Fedeli cristiani, voi avete ben ragione di esultare, celebrando il radioso giorno della Risurrezione: in esso, Gesù ritornò alla vita; in esso la sua divina missione, che agli occhi dei pavidi sembra offuscarsi nell’ora della Passione, rifulse di con fermato splendore. Egli resterà l’eterno dominatore della morte, l’eterno possessore della vita. Ieri, oggi, nei secoli, come nella prima Pasqua, Cristo è vivo e vincitore.
Ma la vita indistruttibile di Cristo si comunica al suo Corpo mistico. Perciò vi diciamo: Vivete, vivete, diletti figli. Voi avete già tante ansie per assicurare il sostentamento della vostra vita materiale; voi lavorate o cercate lavoro, perchè non manchi il pane e una conveniente dimora ai vostri cari; giusta e doverosa sollecitudine! Ma — aggiungeremo con le parole stesse di Gesù, il divino Maestro dell’eroismo — «che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde l’anima sua? Ovvero, che può dar l’uomo in cambio della sua anima?» (Matth. 16-26). Ora l’anima non può vivere senza respirare, non può vivere senza nutrirsi; e il respiro dell’anima è la preghiera, il suo nutrimento è l’Eucaristia.
Tuttavia non basterebbe che voi stessi foste risoluti a vivere sempre più intensamente, se rimaneste insensibili a che altri muoia intorno a voi. Perciò Noi ameremmo che, in questa piazza, da migliaia e migliaia di cuori si levasse come un grido solenne: «vogliamo far vivere anche i nostri fratelli: ovunque incontreremo la morte, vogliamo arrecare la vita!» Noi ameremmo che sorgessero immense falangi di apostoli, simili a quelli che la Chiesa conobbe ai suoi albori. Parlino i sacerdoti dai pulpiti, per le vie e per le piazze, ovunque è un’anima da salvare; e accanto ai sacerdoti, parlino i laici, che hanno appreso a penetrare con la parola e con l’aurore le menti e i cuori. Si, penetrate, portatori di vita, in ogni luogo, nelle fabbriche, nelle officine, nei campi, ovunque Cristo ha diritto di entrare. Offritevi, riconoscetevi fra voi, nei diversi centri del lavoro, nelle medesime case, uniti tutti, strettamente, in un solo pensiero e in una sola brama. E poi aprite grandi le braccia ad accogliere quanti verranno a voi, ansiosi di una parola soccorritrice e rasserenatrice in quest’atmosfera di tenebra e di sconforto. Contro gl’industriali del peccato mettetevi all’opera voi, edificatori della casa di Dio! In tal guisa la vittoria della fede, della virtù e dell’amore, che auspichiamo nel più vasto e compiuto significato, accrescerà in voi la letizia cristiana, estenderà salutarmente i suoi frutti anche al monda ignaro o dimentico di Cristo, stabilendo e assicurando quella pace, per la quale incessantemente leviamo le Nostre suppliche.
O Gesù risorto, gloriosamente vivo nella Tua umanità, Ti rendiamo grazie per il dono di vita che con la Tua risurrezione hai comunicato alle nostre anime e alla tua Chiesa. Fa’ che questi Tuoi figli, qui devotamente adunati, con indefessa perseveranza l’alimentino in sé, rimanendo a Te uniti, praticando i Tuoi precetti. Concedi che la luce pasquale della Tua grazia rischiari la via che deve ricondurre gli animi smarriti e randagi alla casa del Padre Tuo. Risolleva a virtù coloro, che portano il Tuo nome, ma sono immemori di ciò che esso esige; apri al Tuo lume e al Tuo amore le menti e i cuori di quanti prestano orecchio alle voci del dubbio, della negazione, della opposizione al Tuo messaggio salvifico, o che si lasciano sedurre dai vani e ingannevoli allettamenti terreni. Rinnova la letizia della Tua Chiesa, e asciuga le lacrime dei suoi membri sofferenti, addolorati, angustiati, perseguitati per la verità e la giustizia. E trovi eco sincera in tutti gli uomini il saluto che Tu, risorto, rivolgevi ai discepoli: Pax vobis! La pace sia con voi. Cosi sia.

giovedì 9 aprile 2020

Carattere della liturgia della Settimana santa

Sebbene in quest’anno 2020 i riti della Settimana Santa siano stati ridotti e, comunque, resi non partecipati da parte dei fedeli, ecco, una bellissima meditazione sui riti preriformati della Settimana Santa (per ragguagli su questi, rinviamo a S. Carusi, La riforma della settimana santa negli anni 1951-1956, in Disputationes Theologicae, 28.3.2010) dell’insigne liturgista l’abate benedettino dom Emanuele Caronti. E si capisce perchè il mondo della Tradizione – a giusta ragione – non ha mai gradito, anzi ha stigmatizzato tutte le riforme pre e post-conciliari della Settimana Santa: colpendo questa si è voluto colpire al cuore la liturgia stessa della Chiesa, che, nelle parole del Caronti, “ha la sua massima applicazione nella settimana santa: si direbbe che ne è l’anima e la vita”. A dircelo è lo stesso Paolo VI nella sua Costituzione Apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969 (vqui), affermando: «Si è sentita l’esigenza che le formule del Messale Romano fossero rivedute e arricchite. Primo passo di tale riforma è stata l’opera del Nostro Predecessore Pio XII con la riforma della Veglia Pasquale e del Rito della Settimana Santa, che costituì il primo passο dell’adattamento del Messale Romano alla mentalità contemporanea». Il sospetto fondato è che la riforma liturgica solo a parole abbia voluto che “l’anno liturgico sia riveduto in modo che, conservati o restaurati gli usi e gli ordinamenti tradizionali dei tempi sacri secondo le condizioni di oggi, venga mantenuto il loro carattere originale per alimentare debitamente la pietà dei fedeli nella celebrazione dei misteri della redenzione cristiana, ma soprattutto nella celebrazione del mistero pasquale” (SC 107). Ma nei fatti si è trattato di una vera e propria opera di ristrutturazione. E c’è una bella differenza tra il restauro e la ristrutturazione: il primo è fondamentalmente conservativo e integrativo; la seconda è quasi esclusivamente innovativa: dell’antico si conserva solo qualche vestigia. Un particolare questo che non sfugge nemmeno a chi tradizionalista non è, come Domenico Pezzini: «Oggi, anche a partire da delusioni sempre più frequenti e dichiarate circa certi esiti della riforma liturgica, qualcuno sta accorgendosi che nella foga e nell’entusiasmo della purificazione postconciliare forse abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca. Da questo punto di vista la liturgia della Settimana santa è probabilmente il luogo più emblematico per evidenziare i problemi, proprio perché vi si celebrano eventi che sono insieme di denso contenuto emotivo e di profondo significato teologico, due aspetti della questione che invece di integrarsi rischiano di contrapporsi e di disintegrarsi. Il problema non è per niente teorico, e la storia della pietà cristiana è lì a dimostrarne l’intrinseca difficoltà […] Quando la liturgia era in latino, la gente vi partecipava certamente in forza di un precetto, ma non era questa la sola ragione, e non è neanche detto che non ne ricavasse niente, anzi. E questo proprio perché il muro costituito dal latino aveva di fatto stimolato la creazione di segni che fossero comprensibili per sé, che trasmettessero un messaggio senza che ci fosse bisogno di passare per la mediazione della parola. Tali erano, per esempio, il diverso colore dei paramenti, inventato per segnalare i diversi sentimenti che accompagnano lo svolgersi dell’anno liturgico, […] la velatura delle immagini durante la Quaresima a indicare un atteggiamento penitenziale, e altro ancora, cose che non avevano certo la finezza e l’articolazione delle spiegazioni verbali, ma che non erano meno importanti, in quanto erano dei metamessaggi che trasmettevano in modo globale e visibile un’idea, e suggerivano la risposta emotiva corrispondente. Ho l’impressione che una delle ricadute non felici della riforma liturgica sia stata l’alluvione di parole e il prosciugamento dei segni» (vqui).
Ed ecco perché io ho salutato felicemente l’indulto concesso dalla Santa Sede a celebrare i solenni riti della Settimana Santa e della Quaresima in generale con le cosiddette Rubriche del ’52… facendo gli scongiuri che non venga ritirato, ma anzi confermato in via definitiva al termine di questo quinquennio dato “ad experimentum”. Ne gioirebbe lo stesso Abate Caronti, che quelle riforme, da buon benedettino e da fedele servitore della Chiesa, accettò in spirito di obbedienza, ma che mal gradì.


Carattere della liturgia della Settimana santa

Abate dom Emanuele Caronti O.S.B.

Chiunque vorrà leggere con mente scevra da pregiudizi l’ufficio della settimana santa, sarà meravigliato e incantato del gusto squisito, dell’armonia e nobiltà di sentimenti che regna dovunque, come se il genio dell’elegia sacra avesse presieduto alla sua composizione. Difatti l’ufficio si compone in gran parte di testi scritturali che fanno allusione alla passione, e questo solo è già abbastanza per darne un’altissima idea. Ma inoltre la scelta e l’unione dei diversi testi per formare un tutto organico, sono ciò che si può immaginare di più felice e di più armonioso.
Il carattere dominante della liturgia è il drammatico, nel senso più nobile della parola. Essa più che descrittiva, è rappresentativa, e questo non solo quando si compone di azioni, ma anche quando si riduce semplicemente ad un testo. Trasporta l’immaginazione e l’anima alle scene di cui altri sono stati testimoni per eccitare le medesime impressioni che avremmo sperimentato se fossimo stati presenti. In ciò fare, la liturgia, lungi dall’arte fittizia del teatro, mette in azione una verità della fede che dà al culto il valore di una realtà sempre nuova e sempre vivente.
Infatti l’arte più abile e più squisita del teatro nel trattare un soggetto. determinato si propone di presentarlo al pubblico in modo che questi ne rimanga interessato, seguendo lo svolgersi delle scene con pietà, compassione, orrore ed amore, a seconda delle circostanze. Ma è sempre l’artificio che deve agire e dove questo cessa, ogni comunicazione tra la scena e l’uditorio è fatalmente compromesso. Nel dramma liturgico invece, l’interesse degli assistenti al soggetto rappresentato non dipende dall’artificio, ma dal fatto che il soggetto stesso è una realtà intimamente connessa colla loro vita religiosa, che tende ad appropriarsi ciò che viene drammaticamente rappresentato. Certo che saranno utilizzate le risorse dell’arte, ma solo allo scopo di stimolare maggiormente, perchè la verità religiosa venga con più efficacia assimilata.
Questo principio che ispira generalmente la liturgia della Chiesa ha la sua massima applicazione nella settimana santa: si direbbe che ne è l’anima e la vita.
Il quadro esteriore è sublime. La processione delle palme, il dialogo musicale della passione, lo squallore e la desolazione del tempio, le prostrazioni, l’incenso, il fuoco, la luce. Geremia che dopo tanti secoli piange sopra Gerusalemme, come se la misura della sua iniquità non fosse compiuta e fosse ancora possibile stornare il castigo che ha cagionato la sua rovina. Il Salvatore stesso si rivolge agli Ebrei, come se fossero ancora il suo popolo, per rimproverare loro l’ingratitudine colla quale hanno risposto ai suoi benefici e come se essi attualmente esercitassero sopra di Lui la loro barbarie. La chiesa si abbandona al dolore, come se il suo Sposo divino attualmente subisse la sua sorte crudele.
In tutto questo quadro la liturgia opera una sostituzione di persone. Il pianto di Geremia è il pianto dei nostri delitti che hanno determinata la morte di Gesù Cristo e la rovina spirituale dell’anima nostra: i suoi accenti patetici sono inviti pressanti al dolore ed alla compunzione. Attraverso al rimprovero che muove agli Ebrei increduli e ribelli, Gesù Cristo colpisce le durezze ostinate del nostro cuore. Il suo sacrificio stesso, la sua agonia, la sua morte, oltre al loro valore di ricordo storico, hanno un valore reale per ognuno di noi, sia perchè quella tragedia è conseguenza delle nostre colpe, sia perchè quella passione e quella morte è la passione e la morte nostra. E così il dramma è perennemente vivo e perennemente reale, con un ripetersi dei medesimi sentimenti e un succedersi di effetti dipendenti dall’oggetto o dal mistero celebrato.

Tratto da La Settimana Santa e La Settimana di Pasqua, ed. L.I.C.E., Torino 1922, pp. 10-11.